UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 10 settembre 2015

A QUANDO UNA STORIA DEL BILANCIO PUBBLICO?
di Fulvio Papi
Un'opera di Mario Bracigliano
Dato che non seguo analiticamente il fiorente vociare politico, dove la misura del discorso è già una qualità apprezzabile rispetto alle sguaiate scemenze che rubano tempo o spazio, non vorrei arrivare buon ultimo. Maglia nera si diceva nel ciclismo d’altri tempi. La questione è questa. A fronte dell’affermazione molto ricorrente nell’ambiente governativo secondo cui si è aperta una nuova vicenda storica, il valente navigatore, pieno di esperienza, D’Alema ha ribattuto che non tutto del passato è da gettare. Il perimetro di questi discorsi è quello normale della competizione politica che spesso dà solo qualche parola in più e maggiormente raffinata a credenze che gli ascoltatori posseggono già. Per esempio il “nuovista” ha aggiunto che non si può vivere politicamente di nostalgia. Il che poi, contrariamente a quello che si crede, non è vero. Se una persona ha nostalgia del livello morale, della dignità comportamentale un tempo diffusa nell’ambito politico e sociale rispetto a quello che accade oggi con una mafia, più o meno storica, può vivere con questo sentimento. Che è poi un giudizio etico sulla contemporaneità. C’è tuttavia un al di là rispetto a questo livello discorsivo che andrebbe frequentato maggiormente, ed è la conoscenza storica. Sono molto contento di riconoscere che gli storici delle vicende italiane dal primo Novecento al quasi-oggi, sono molto apprezzabili, competenti, equilibrati, liberi nel motivato giudizio. Ho sempre letto o ascoltato i loro discorsi con il piacere di apprendere e di confrontare le convinzioni che mi sono fatto in una ormai lunga vicenda. C’è però un tema che non ho visto trattato (anche se forse dipende dalla limitatezza del mio sguardo), ed è una storia, una storia con un elenco di cifre, del bilancio del nostro Stato. Il bilancio, quando si vanno a vedere i capitoli di spesa e il loro scopo, è una radiografia storica. Ricordo, molto tempo fa, quando le industrie irizzate dovevano avere annuali ricapitalizzazioni che spesso erano sbagliate e sostenute con argomentazioni ad hoc che, in fondo, avevano come effetto di favorire consensi elettorali e formare, come si diceva allora, una borghesia di Stato. E ricordo Guido Carli di osservanza democristiana con le sue reprimende, e, una volta, dopo una conferenza a “Corrente” a Milano, mi disse con il suo sorriso glaciale: “Ma forse si può vivere felici anche con i conti in disordine”. Quello che conta in questa affermazione è l’interpretazione del sorriso.  
RIAPRITE LA CASA DI ANTONIA POZZI A PASTURO
10 OTTOBRE VIAGGIO POETICO E DI PROTESTA
PER LA RIAPERTURA DELLA CASA DI ANTONIA POZZI.

Antonia Pozzi
Lo scorso 5 settembre abbiamo organizzato una gita poetica per ricordare Antonia Pozzi; siamo partiti al mattino presto dalla stazione centrale di Milano per andare, prima con il treno e poi con il bus, a Pasturo dove la poetessa si rifugiava appena poteva.
Andrea Moneta assessore alla cultura del paese, che gentilmente ci ha guidato, ci ha fatto sapere che la casa era tenuta chiusa da anni. La casa di Pasturo è appartenuta alla famiglia Pozzi fino al 1980 quando, dopo la morte della madre di Antonia, venne generosamente lasciata alle suore Preziosine che in cambio avrebbero dovuto curare la casa e il ricordo della poetessa e che, almeno per riconoscenza, si spera oggi non ne tradiscano la memoria. Invece la congregazione delle suore del Preziosissimo Sangue di Monza, a cui appartengono le suore Preziosine, ha deciso di tenerla chiusa.
Troviamo inaccettabile tale decisione perché sottrae a noi tutti la possibilità di visitare le stanze dove sono nate le più belle poesie di Antonia Pozzi. Per tale motivo, oltre che per cercare di far conoscere il più possibile quello che consideriamo un vero e proprio sopruso, organizziamo un altro viaggio poetico a Pasturo, in provincia di Lecco, per chiedere che la casa venga riaperta.
Il sindaco, Guido Agostoni, ha chiesto l'edificio in comodato gratuito o con un affitto simbolico in cambio dell’assunzione delle spese vive, sia per poter riprendere le visite guidate  sia per collaborare con l'Università di Varese a cui sono stati donati tutti i documenti appartenenti ad Antonia Pozzi. La richiesta, di 3 anni, dovrebbe servire al Comune di Pasturo per raccogliere le risorse necessarie e proporsi come potenziale acquirente, salvando così l'edificio dalla definitiva chiusura al pubblico. Dalle suore Preziosine, fino ad ora è arrivato solo silenzio.
Sabato 10 ottobre 2015 invitiamo tutti a partecipare, a divulgare l'iniziativa, a invitare più persone possibili per far riaprire la casa di Antonia Pozzi e impedirne la vendita, la proprietà è stata stimata oltre 1 milione di euro. Inoltre invitiamo a scrivere alle suore del Preziosissimo Sangue di Monza, in particolare a madre generale, suor Giovanna Villa per chiedere la riapertura della casa.
Sabato 10 ottobre:
Partenza da Milano, Sazione Centrale al mattino alle ore 8.
Ritorno a Milano alle 16.
Costo biglietti treno e bus, andata e ritorno, Euro 14.
Si può pranzare in trattoria a Pasturo, costo sui 12 Euro.
Organizza l’associazione IL TEATRO DELLE DONNE.
Per informazioni: leparoledelledonne@libero.it
Maria Dilucia


ANGELI  E  DÈMONI
Con questa lettera Jacopo Gardella muove una serie di rilievi critici ai due scritti di Gaccione: “Dèi, religione e guerra” e “Animali e Guerra”, apparsi sulla prima pagina di “Odissea”. Gardella ci invita a riconsiderare anche gli aspetti positivi della natura umana e della sua bontà, e non solo quelli feroci e sanguinari.   


Caro Angelo,
ho letto con attenzione e partecipazione il tuo articolo intitolato “Dèi, religione e guerra” in cui fai un quadro del mondo classico e delle sue atrocità. Ascolto con comprensione i tuoi giudizi e li capisco ma non li condivido giacché li trovo eccessivi e severi e soprattutto poco imparziali. Mi sembra che tu vedi del mondo classico solo il lato negativo, cioè quello feroce e sanguinario, e dimentichi i molti aspetto dolci, commoventi, teneri dei protagonisti di quel mondo sia greco sia romano. I sacrifici cruenti in onore di divinità pagane purtroppo nella storia si sono ripetuti altrettanto cruenti in nome del dio cristiano o di altri dei di religioni contemporanee. Le feroci carneficine in guerre contro stranieri oppure intestine si ripetono anche ai giorni nostri a volte in forme raccapriccianti; e ne sono responsabili sia popoli del terzo mondo sia nazioni appartenenti alla nostra tanto decantata civiltà occidentale. Il mondo classico ed i suoi aspetti crudeli che tu così bene descrivi e censuri sembrano appartenere non tanto al carattere di un popolo determinato e ad un'epoca storica definita, ma alla natura dell'intera umanità; e come tali si rivelano universali ed eterni. Universali perché compaiono in tutti i paesi del mondo; eterni perché ritornano in tutte le epoche della storia.
Per fortuna esistono insieme ai lati negativi anche commoventi manifestazioni di bontà; e ricompaiono puntualmente in ogni epoca storica. Nel mondo classico insieme alla crudeltà effettuate si hanno episodi di commovente dolcezza: Ettore lo sfortunato troiano consapevole di affrontare un duello mortale si rivolge con parole struggenti alla moglie Andromaca ed al figlio Astianatte; Achille, il terribile eroe greco, piange come un bambino sul corpo esanime dell'amico Patroclo; Eurialo e Niso, due amici del cuore, pur di non separarsi scelgono di morire insieme.
Non diversamente esistono episodi eroici ed esemplari anche nel mondo cristiano: martiri innocenti, santi disposti a sacrificarsi, benefattori pronti a soccorrere poveri, miseri, derelitti. Non abbiamo soltanto gli orrori della Inquisizione; ci sono pure gli splendori del martirio in omaggio alla fede.
Non esistono soltanto le efferatezza della guerre, dobbiamo essere grati anche alle conquiste della Scienza, agli splendori dell'Arte, alle lezioni della Filosofia.
Il tuo articolo, caro Angelo, è sincero, convincente, veritiero; ma è molto parziale, quasi tendenzioso, non sufficientemente obbiettivo. Tuttavia lo considero un articolo utile perché risveglia la coscienza e ci apre gli occhi. Nel denunciare i lati oscuri del mondo antico ci fa meditare sui fatti inquietanti del mondo moderno. Soprattutto ci mette in guardia contro la suggestione dei miti accolti senza capacità di critica, approvati senza volontà di verifica. Ci informa che il mondo greco-romano, il mondo che definiamo classico, non è un mondo tutto apollineo e sereno; è anche diabolico ed infernale. Trasferita la lezione ai tempi moderni il tuo articolo scopre i lati oscuri che presenta la nostra civiltà, erede della tanto esaltata civiltà dei Lumi, ma colpevole degli orrori dei campi di concentramento nazisti, e capace degli attuali crimini commessi dall’ISIS. Il tuo articolo, inoltre, ha il merito di farci riflettere sulla storia passata e presente sia del nostro sia degli altri continenti, e di renderci scettici sulla opinabile superiorità di cui si vanta la razza bianca.
Il quadro pessimista dell'essere umano che fai nel tuo secondo articolo intitolato “Animali e Guerra” è calzante, pertinente, esatto. Ma è unilaterale. Il dominio dell'uomo (animale-artificiale come lo chiamo tu) sulle bestie sia domestiche e soggiogate sia libere e selvagge è un dominio indubbio e immediatamente constatabile. Ma quello che tu esprimi non è il solo tipo di rapporto fa noi, considerati esseri superiori, e loro, gli animali, i sottomessi, le vittime. Tu sai quante sono le società di protezione degli animali e quante sono le persone che tengono presso di sé e che amano gli animali più disparati, dai fedeli cani, ai misteriosi gatti, dai docili cavalli, ai pazienti bovini. Li fanno lavorare, è vero, tu dirai che è sfruttamento, ma è anche vero che li nutrono, li ricoverano, li curano, e spesso anche sinceramente li amano.
Come nel discorso sulle crudeltà belliche esaltate e decantate dalla letteratura del mondo greco-romano così anche nel rapporto domestico con gli animali la tua visione è tendenziosa seppure vera; è parziale seppure acuta: della realtà preferisci vedere il solo dato negativo; stenti ad ammettere che esiste anche quello positivo.
Una osservazione da fare sia al primo articolo sia al secondo, sia sulla ferocia del mondo greco-romano sia sul sadismo dell'uomo moderno, è la seguente: come mai gli stessi individui a volte  sono colpevoli di atti atroci a volte capaci di azioni sublimi? Come mai nelle stesse persone a volte si scatena la malvagità a volte fiorisce la virtù? La Bibbia dà di questa sconcertante contraddizione  una spiegazione non verificabile ma calzante: e inventa una favola immaginaria ma avvincente; la favola del Peccato Originale, cioè della colpa iniziale commessa dal primo uomo e poi trasmessa in eredità alle generazioni successive. Sembra una fiaba ma in realtà non lo è: è invece un tentativo profondo e convincente di spiegare la duplicità della nostra natura, la doppia faccia dell’essere umano che è contemporaneamente buono e cattivo. Soltanto l’uomo infatti è responsabile delle sue azioni, mentre gli animali, non macchiati da nessun peccato originale, sono esenti da qualsiasi responsabilità, liberi da qualsiasi colpa. La fiaba del Peccato Originale è molto più saggia e benevola di quanto non si creda. Pur nella sua terribile severità e nella irrevocabilità della sua condanna essa è piena di riguardo e di sollecitudine per il Primo Uomo Creato perché non fa di quest'uomo una Entità maligna, un emissario o generatore del Male Assoluto; fa di lui soltanto un carattere debole, una personalità fragile e incapace di resistere alle lusinghe, di opporsi alle tentazioni. Il Peccato Originale non è in sé un atto criminale ma è il cedimento ad una smisurata e folle ambizione, è l'incapacità di opporsi alla seduzione escogitata da Satana quando ha promesso ad Adamo di farlo diventare Re del Creato. È Satana il vero Male Assoluto, non l'uomo. Il Peccato Originale non è una colpa mortale definitiva e irrimediabile. È una colpa grave, è vero, ma da cui ci si può redimere. La grande saggezza e magnanimità della Bibbia è tale da lasciare all'uomo la possibilità di riscattarsi, di risollevarsi, di riconquistare il Paradiso Perduto. La prospettiva offerta dalla Bibbia è di un ottimismo incoraggiante, non di un disfattismo catastrofico. L'uomo ha ceduto ed è caduto, è vero, ma è pur sempre Figlio di Dio; viene punito per la sua debolezza ma non inviato ad una morte definitiva, non condannato ad una esecuzione capitale. La saggezza della Bibbia è stata compresa a fondo dal Premio Nobel per la poesia, il russo Joseph Brodsky, il quale, in un saggio di commento e di riflessioni sul movimento studentesco iniziato a Barkeley (U.S.A.) nel 1966 e presto degenerato, ha visto la duplice potenzialità dell'uomo, la sua doppia natura buona e cattiva; da un lato autore di slanci e di entusiasmi magnifici e dall’altro macchiato da errori e da colpe atroci, Brodsky ha trovato nelle favole del Peccato Originale la spiegazione in chiave mitica di questa drammatica ed esistenziale ambivalenza..
Caro Angelo, questa lunga filastrocca ha il solo scopo di invitarti, da amico, ad accettare la ambiguità della natura umana, la duplice faccia del nostro animo; e di sollecitarti a vedere con occhi benevoli il lato positivo dell’uomo e non solo quello, senza dubbio più evidente ed incombente, ma così spesso negativo e scoraggiante.
Un saluto e vivissimi auguri per la tua brillante rivista alla quale manderò fra una decina di giorni il mio commento critico sulla EXPO 2015.
Jacopo

mercoledì 9 settembre 2015

Denuncia rischi d’infiltrazione mafiosa nel Comune di Falcone
Il giornalista Antonio Mazzeo, collaboratore di “Odissea” rinviato a giudizio

Antonio Mazzeo
Barcellona- Pozzo di Gotto. Il Pubblico ministero del Tribunale della Repubblica di Patti ha disposto il rinvio a giudizio del giornalista Antonio Mazzeo, querelato dal Comune di Falcone per un’inchiesta pubblicata sul periodico I Siciliani giovani (n. 7 luglio-agosto 2012), dal titolo “Falcone comune di mafia fra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto”. Nell’inchiesta giornalistica venivano descritte alcune vicende che avevano interessato la vita politica, sociale, economica ed amministrativa della piccola cittadina della costa tirrenica del messinese (speculazioni immobiliari dalle devastanti conseguenze ambientali e paesaggistiche; lavori di somma urgenza post alluvione del 2008 dal forte impatto sul fragilissimo territorio; ecc.) nonché le origini e le dinamiche evolutive delle organizzazioni criminali presenti nel territorio, organicamente legate alle potenti cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto. Dopo che l’8 luglio scorso il Giudice per le indagini del Tribunale di Patti, dott.ssa Ines Rigoli, aveva rigettato la richiesta di archiviazione nei confronti del giornalista a firma del Pm Francesca Bonanzinga, ordinando di formulare l’imputazione a carico dell’indagato, il Pubblico ministero ha disposto la citazione a giudizio per il reato di cui agli artt. 81 e 595 comma 3 del codice penale, fissando l’udienza davanti al Giudice di Patti per il 10 dicembre 2015. Nella sua richiesta di archiviazione, depositata il 7 febbraio 2013, la dott.ssa Bonanzinga aveva riportato che il giornalista Antonio Mazzeo, “seppur utilizza toni particolarmente forti ed espressioni suggestive, a parere di quest’ufficio, non travalica il limite di critica politica/storica posto che nella ricostruzione della storia del Comune di Falcone richiama fatti da sempre ricollegati al paese nonché problematiche sociali che attengono alla realtà del territorio locale”. “Nel caso di specie -proseguiva il Pm- la critica mossa dal giornalista non si risolve in un attacco sterile e offensivo nei confronti del denunciante ma in una amara riflessione sulla storia del Comune di Falcone, ove, il denunciante viene menzionato solo perché facente parte della gestione dell’Amministrazione Comunale”. Per tutto questo, concludeva la dott.ssa Bonanzinga, “non sussistono, pertanto, elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti dell’odierno indagato per il reato di diffamazione a mezzo stampa”. Contro la richiesta d’archiviazione, il legale incaricato dal Comune di Falcone aveva presentato opposizione il 29 dicembre 2012.
“Provo profonda amarezza per il rinvio a giudizio”, commenta Mazzeo. “Ancora una volta in Italia un giornalista subisce un processo per aver svolto il proprio dovere di denuncia sui pericoli d’infiltrazione criminale nella vita sociale e amministrativa di un Comune, su querela di quegli amministratori che avrebbero avuto il dovere invece di interrogarsi sul proprio agire e sulla drammaticità del fenomeno mafioso nella realtà del comprensorio tirrenico compreso tra Barcellona Pozzo di Gotto, Mazzarrà Sant’Andrea e Patti. Non nascondo il mio sconcerto per quanto oggi contestatomi. Nel decreto di rigetto della richiesta d’archiviazione nei miei confronti, il Gip rileva – testualmente – che la connotazione gravemente diffamatoria del giudizio di disvalore espresso nello scritto rispetto al sindaco di Falcone, Santi Cirella, appare specificatamente confermata dall’auspicio di uno scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, nonché dall’allusione a illecite interferenze nella gestione degli appalti pubblici. Sono cioè reo di aver richiesto che le autorità dello Stato esercitassero il proprio dovere di verifica della sussistenza di eventuali criticità nella conduzione amministrativa del Comune di Falcone, come del resto in questi anni è stato fatto da diversi esponenti politici nazionali di opposte tendenze politiche (tra gli altri l’ex ministro Antonio Di Pietro e l’ex europarlamentare Rita Borsellino)”.
“Sulla discutibile gestione di alcuni appalti pubblici a Falcone -aggiunge il giornalista Mazzeo- voglio solo ricordare che il 12 gennaio 2015, un altro giudice del Tribunale di Patti, il dott. Ugo Molina, ha fissato per il prossimo 16 settembre l’udienza preliminare in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio del Pubblico ministero Bonanzinga, nei confronti dell’odierno sindaco Cirella e degli ex assessori comunali Pasquale Bucolo, Sebastiano Calabrese, Francesco Giuseppe Cannistraci e Mariano Antonino Gitto. Nello specifico, ai suddetti viene contestato il reato di cui agli artt. 81, 110 e 323 c.p. perché, in concorso tra loro con più atti esecutrici di un medesimo disegno criminoso, con ordinanza del 14.12.2008 n. 30 a firma di Cirella e con delibere di approvazione dei lavori della Giunta Municipale n. 203 del 31.12.2008 e n. 59 dell’8.5.2009 precettando, quale ditta esecutrice dei lavori di intervento a seguito dell’alluvione verificatasi in Falcone l’11 dicembre 2008, la ditta individuale di Trifilò Carmelo Salvatore nonostante quest’ultimo, originario di Terme Vigliatore, risultasse gravato da precedenti penali e all’epoca sottoposto a misura della custodia cautelare in carcere (giusta ordinanza del G.i.p. del Tribunale di Messina a seguito dell’operazione antimafia “Vivaio” della Procura Distrettuale Antimafia di Messina), intenzionalmente procuravano a questi un ingiusto vantaggio consistito nell’affidamento di lavori per un ammontare pari a 70.660 euro”.
[Il giornalista Antonio Mazzeo è difeso dall’avv. Carmelo Picciotto del Foro di Messina.]

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TURCHIA. INTERVISTA AI MILITANTI ANARCHICI DEL DAF
SULLA SITUAZIONE DEL PAESE E SULLA RESISTENZA A KOBANE


ISTAMBUL. Nel maggio di quest'anno, i ricercatori di Corporate Watch hanno viaggiato per la Turchia ed il Kurdistan per un lavoro di inchiesta sulle imprese che forniscono equipaggiamento militare alla polizia ed all'esercito turchi. Abbiamo incontrato con diversi gruppi impegnati in vari movimenti e varie campagne. Di seguito la trascrizione dell'intervista con 3 militanti del gruppo anarchico Devrimci Anarsist Faaliyet (DAF, o Azione Rivoluzionaria Anarchica) a Istanbul nel maggio di quest'anno. Il DAF è impegnato nella solidarietà con la lotta curda, con la rivoluzione nella Rojava e contro l'attacco dell'ISIS a Kobane, ed è ugualmente attivo nel contrastare la repressione dello stato turco e gli abusi delle imprese. Il DAF sta cercando di costruire un'alternativa al sistema attuale attraverso l'auto-organizzazione, il mutuo appoggio e le cooperative. L'intervista è stata fatta durante la campagna elettorale per le elezioni turche e tocca anche la campagna elettorale dell'HDP, il Partito Democratico del Popolo, filo-curdo. Subito dopo l'intervista, l'HDP era riuscito a superare la soglia del 10% dei voti necessaria per entrare nel Parlamento turco. I militanti del DAF -che preferiscono mantenere l'anonimato- iniziano l'intervista con la storia dell'anarchismo nella regione. Vorremmo iniziare col mettere in evidenza la relazione tra la lotta per la libertà alla fine del periodo Ottomano e la lotta per la libertà del Kurdistan. Nel periodo Ottomano, erano gli anarchici che organizzavano le lotte operaie nelle principali città: Salonicco, Izmir, Istanbul e Il Cairo. Per esempio, Malatesta era attivo nell'organizzare le lotte sindacali al Cairo. Le lotte per la libertà dell'Armenia, della Bulgaria e della Grecia avevano connessioni con i gruppi anarchici. Alexander Atabekian, un importante esponente della lotta per la libertà dell'Armenia, era un anarchico che aveva tradotto e distribuito volantini in armeno. Era amico di Kropotkin di cui distribuiva i volantini anarchici. Diciamo questo per sottolineare l'importanza delle lotte per la libertà e per metterle in relazione con l'importanza del sostegno alla lotta curda.


Corporate Watch: Cosa ne fu degli anarchici dopo il periodo Ottomano?
DAF: Verso la fine dell'Impero Ottomano, alla fine del 19° secolo, il Sultano Abdul Hamid II represse il movimento anarchico turco. Conosceva bene gli anarchici tanto che riservò loro uno speciale interesse. Fece uccidere o deportare gli anarchici e costituì per questo scopo una speciale agenzia di intelligence. Gli anarchici risposero con attentati al palazzo Yildiz Sarayi ed alla Banca Ottomana a Salonicco. Il tipo di governo dell'Impero Ottomano non ebbe termine però con la nascita della Repubblica Turca. Messo da parte il fez, il sistema è rimasto lo stesso.
Nel 1923, all'inizio dello Stato Turco [Kemalista], molti anarchici ed altri radicali furono costretti ad emigrare oppure furono uccisi. Il CHP, il partito di Mustafa Kemal, non tollerava nessuna opposizione e ci furono massacri di Curdi. Dal 1923 al 1980 non c'è stato un consistente movimento anarchico in Turchia a causa della popolarità dei movimenti socialisti e della repressione statale.
L'ondata delle rivoluzioni dagli anni '60 agli anni '80 però è giunta fin qui. Sono stati gli anni dei movimenti sociali. In questo periodo, c'erano movimenti rivoluzionari anti-imperialisti contro la guerra in Vietnam, organizzazioni giovanili, occupazioni di università e crescenti lotte operaie. Questi movimenti però erano marxisti-leninisti o maoisti, non c'erano movimenti anarchici. Nel 1970 ci fu una lunga lotta operaia. Milioni di operai percorsero centinaia di chilometri da Kocaeli a Istanbul. Le fabbriche vennero chiuse e tutti gli operai scesero in strada.
CW: C'era una qualche conoscenza dell'anarchismo in Turchia in quel periodo?
DAF: In quegli anni vennero tradotti in turco molti libri della sinistra radicale europea, ma solo 5 libri anarchici vennero tradotti, tre dei quali parlavano di anarchismo per criticarlo.
Ma durante il periodo Ottomano, c'erano molti articoli sull'anarchismo sui giornali. Per esempio, uno dei tre editori del giornale Istirak era anarchico. Il giornale pubblicava saggi di Bakunin, come pure articoli sull'anarcosindacalismo. La prima rivista anarchica è stata pubblicata nel 1989. Sono seguite poi molte riviste dedicate all'anarchismo da diversi punti di vista; post-strutturalismo, ecologismo, ecc. Erano accomunate dal fatto di essere scritte per una minoranza di intellettuali. Il linguaggio di queste riviste era molto distante dal popolo. La maggior parte era collegata col mondo universitario ed accademico. Oppure si trattava di ex-socialisti influenzati dalla caduta dell'Unione Sovietica, cosa che provocò una grande delusione per molti socialisti. Ecco perché cominciarono a definirsi anarchici, ma secondo noi non è corretto avvicinarsi all'anarchismo per criticare il socialismo. Tra il 2000 ed il 2005 ci fu un tentativo di aggregazione a Istanbul per parlare di anarchismo e chiedersi : "Cosa possiamo fare?". A quel tempo c'erano più o meno tra i 50 ed i 100 anarchici in tutta la Turchia.

CW: Potete spiegare come è organizzato il DAF?
DAF: Per il1° Maggio a Istanbul abbiamo messo insieme 500 anarchici. Siamo in contatto con anarchici di Antalya, Eskisehir, Amed, Ankara e Izmir. Il nostro giornale Meydan raggiunge tra le 15 e le 20 città. Abbiamo una redazione in Amed, che distribuisce il giornale in tutto il Kurdistan. Fino ad ora scriviamo in turco, ma probabilmente un giorno, se ce lo potremo permettere, usciremo anche in curdo. Inviamo il giornale anche nelle carceri. Abbiamo un compagno in carcere a Izmir a cui inviamo oltre 15 copie da diffondere tra i detenuti. Alcuni mesi fa c'è stato un divieto per le pubblicazioni radicali nelle carceri. Abbiamo partecipato a manifestazioni fuori delle carceri e siamo riusciti a fare tornare i giornali nelle carceri. Il nostro scopo principale è quello di organizzare l'anarchismo all'interno della società. Cerchiamo di socializzare l'anarchismo con le lotte nelle strade. E' questo a cui diamo importanza. Per quasi 9 anni abbiamo fatto proprio questo.
Sul piano ideologico abbiamo una prospettiva olistica. Non abbiamo una visione gerarchica delle lotte. Riteniamo che le lotte dei lavoratori siano importanti, ma non più importanti delle lotte dei Curdi o delle lotte delle donne o delle lotte ecologiste. Il capitalismo cerca di dividere queste lotte. Se il nemico ci attacca in modo olistico, allora noi dobbiamo trovare un approccio olistico.
La parola anarchia ha una pessima reputazione per la maggior parte delle persone. Richiama un legame con il terrorismo e con le bombe. Noi vogliamo legittimare l'anarchismo collegandolo alle ragioni per le lotte contro le imprese e per l'ecologia. A volta cerchiamo di focalizzare i legami tra lo Stato, le imprese ed i danni ecologici, come fate voi di Corporate Watch.
Ci piace presentare l'anarchia come una lotta organizzata. In strada mostriamo alle persone un approccio organizzato all'anarchismo. Dal 1989 al 2000, l'anarchismo è stato una questione di immagine. Vestirsi di nero, farsi il piercing o portare i capelli alla mohicana. Questo è ciò che vedevano le persone. Dopo il 2000, hanno iniziato a vedere gli anarchici come parte delle lotte delle donne e dei lavoratori. Non ci riferiamo all'anarchismo europeo per imitarlo. Altri anarchici si sono approcciati all'anarchismo come imitazione dell'anarchismo europeo o statunitense o come subcultura. Se vogliamo fare dell'anarchismo un movimento sociale, tutto questo deve cambiare.
I collettivi che sono nel DAF sono: Giovani Anarchici, Donne Anarchiche, 26A Café, Collettivo ecologista Patika ed Azione Anarchica Scuole Superiori (LAF). Questi gruppi auto-organizzati lavorano insieme ma hanno il loro proprio processo decisionale. I Giovani Anarchici creano connessioni tra i giovani lavoratori, gli studenti universitari e le loro lotte. Le Donne Anarchiche sono attive sul patriarcato e sulla violenza contro le donne. Ad esempio, una donna è stata uccisa da un uomo e poi bruciata lo scorso febbraio. Lo scorso 25 novembre ci sono state grandi manifestazioni contro la violenza sulle donne. Il LAF critica il modello scolastico e di istruzione e cerca di socializzare questo approccio all'interno delle scuole superiori. Si occupa anche di temi ecologici e femministi, tra cui i casi in cui giovani donne vengono uccise dai loro mariti. Il Collettivo ecologista PATIKA interviene contro le dighe delle centrali idro-elettriche nella regione del Mar Nero o ad Hasankey [dove è stata costruita la diga di Ilisu]. A volte si lotta per impedire che questi progetti vengano realizzati. Il 26A Café è un gruppo auto-organizzato che si occupa di economia anticapitalista. I Caffè sono stati aperti nel 2009 a Taksim e nel 2011 a Kadiköy [entrambi si trovano a Istanbul]. E sono gestiti da volontari. IL loro scopo è quello di costruire un modello economico nei luoghi in cui vive la gente oppressa. È importante far vedere alle persone esempi concreti di economia anarchica, senza padroni e senza finalità capitalistiche. Spieghiamo alle persone perché non vendiamo i grandi marchi capitalistici come la Coca Cola. Ovviamente i prodotti che vendiamo hanno un rapporto col capitalismo, ma cose come la Coca Cola sono il simbolo stesso del capitalismo. Vogliamo passare dal non-consumo alle economie alternative nei modi di produzione. Un altro gruppo auto-organizzato, PAY-DA - 'Condivisione e solidarietà' - ha dei locali a Kadiköy, che vengono usati per gli incontri e per stampare il giornale Meydan.
PAY-DA organizza una mensa popolare tre volte al giorno. E' aperta agli anarchici ed ai compagni.
L'obiettivo di PAY-DA è quello di diventare una cooperativa, aperta a tutti. Cerchiamo di costruire un accordo che coinvolga anche i produttori dei villaggi. Puntiamo ad avere collegamenti con questi produttori per mostrargli un altro modello economico. Cerchiamo di far evolvere queste relazioni dagli scambi su base monetaria. I produttori sono in sofferenza a causa della crisi dell'economia capitalista. Siamo ai primi passi della cooperativa e stiamo cercando produttori con cui lavorare insieme. Tutti questi progetti sono coerenti con l'ideologia del DAF. Questo modello si rifà al modello binario malatestiano dell'organizzazione. Queste sono organizzazioni anarchiche ma a volte persone che non sono anarchiche aderiscono a queste lotte perché conoscono le lotte ecologiste o le lotte delle donne, e allora alla fine imparano qualcosa di più sull'anarchismo. Si tratta di un processo evolutivo. Come DAF stiamo cercando di organizzare le nostre vite. Questo è l'unico modo con cui possiamo entrare in contatto con il popolo oppresso dal capitalismo. C'è anche l'Associazione degli Obiettori di Coscienza, che è organizzata con altri gruppi, non solo anarchici. Il nostro coinvolgimento al suo interno ha a che fare con la nostra prospettiva sul Kurdistan. Ogni 15 maggio, giornata dell'obiezione di coscienza, organizziamo un'azione antimilitarista davanti alle basi militari. In Turchia i militari sono dentro la cultura nazionale. Se non fai il militare, non troverai un lavoro e nemmeno moglie perché la prima cosa che ti chiedono è se hai fatto il militare. Se sì, allora sei un uomo. La gente vede lo Stato come la "Patria". Nel tuo curriculum vitae ti chiedono di mettere se hai fatto il militare. C'è un detto popolare in Turchia: "Ogni turco è nato soldato".


CW: È ancora forte il Kemalismo?
DAF: Il Kemalismo è ancora forte nelle scuole ma l'AKP ha cambiato qualcosa. L'AKP ha un nuovo approccio al nazionalismo che richiama l'Impero Ottomano. Enfatizza le "radici ottomane" della Turchia. Ma Erdogan dice ancora che siamo "una nazione, uno Stato, una bandiera ed una religione". Si parla ancora di Mustafa Kemal ma non più come prima. Ora non puoi criticare né Erdogan né Atatürk [il nome dato a Kemal dai nazionalisti turchi]. La legge prevede che non puoi criticare Atatürk, mentre una regola non scritta prevede che non puoi criticare Erdogan. I media si adeguano a queste norme.
CW: Cosa ci dite della vostra visione sulla lotta per la libertà dei Curdi?
DAF: La lotta d liberazione curda non è iniziata con la Rojava. Il popolo curdo ha lottato duramente per centinaia di anni contro l'Impero Ottomano e contro lo Stato Turco. Fin dall'inizio abbiamo visto l'importanza del Kurdistan per la propaganda e per la formazione. La nostra visione è collegata alle lotte del popolo per la libertà. L'idea che il popolo possa creare federazioni senza nazioni, senza Stati e senza imperi. Lo Stato Turco dice che la questione curda non è un problema, ma per noi non esiste un problema curdo, bensì una questione di politiche turche di assimilazione. È ovvio che fin dai primi anni della repubblica turca l'assimilazione dei Curdi non ha avuto tregua. Lo possiamo vedere nell'ultimo massacro a Roboski [34 Curdi commercianti transfrontalieri uccisi dagli F16 turchi il 28 dicembre 2011] durante il "processo di pace". Lo vediamo nella negazione dell'identità curda o nei massacri a ripetizione. Nel processo di assimilazione per diventare un turco e nella propaganda nazionalista. L'AKP [il Partito Giustizia e Sviluppo al potere] dice che hanno aperto canali TV in curdo, che siamo tutti fratelli e sorelle, ma dall'altra parte ci sono i massacri come quelli di Roboski. Nel 2006 ci sono state pressioni governative su Erdogan ad alto livello. Ma Erdogan ha detto che avrebbe punito tutte le donne ed i bambini che si fossero ribellate alle politiche turche. Oltre 30 bambini sono stati uccisi dalla polizia e dall'esercito. Le parole cambiano, ma l'agenda politica no anche se sotto un nuovo governo. Noi non ci riteniamo Turchi. Noi veniamo da diverse origini etniche tra cui quella curda. Il nostro impegno nell'obiezione di coscienza sta dentro questa prospettiva. Vogliamo parlare con la gente per convincerli a non fare il militare per evitare di uccidere propri fratelli e sorelle. Dopo gli anni 2000 c'è stato un mutamento ideologico nella lotta per la libertà dei Curdi. Le organizzazioni curde non si dichiarano più marxiste-leniniste ed Öcalan ha scritto tanto sul confederalismo democratico. Questo è importante, tuttavia il nostro approccio col popolo curdo è nelle strade.
CW: Quale è stata la vostra azione di solidarietà con le persone nella Rojava?
DAF: Nel luglio 2012 all'inizio della rivoluzione nella Rojava, si diceva che era un movimento senza Stato. E noi gli siamo stati solidali fin da primo giorno della rivoluzione. Tre cantoni hanno dichiarato la loro rivoluzione senza Stato. Noi cerchiamo di osservare e di ottenere più informazioni. Non si tratta di una rivoluzione anarchica bensì di una rivoluzione sociale dichiarata dal popolo stesso. La Rojava è un terzo fronte per la Siria contro Assad, l'ISIS ed altri gruppi islamici. Ma questi non sono i soli gruppi che la rivoluzione deve affrontare. La repubblica turca dà il suo sostegno all'ISIS attraverso il confine. Pare che l'agenzia nazionale di intelligence turca dia armi all'ISIS e ad altri gruppi islamici. Il popolo curdo ha dichiarato la rivoluzione in tali circostanze. Dopo l'attacco dell'ISIS a Kobane -nel 2014- noi siamo andati a Suruç. Abbiamo atteso al confine dato che le forze turche attaccavano chi cercava di passare. Quando qualcuno cercava di passare il confine per o da Kobane, veniva sparato. Noi siamo stati lì per procurare protezione.
In ottobre, c'è stato un raduno di persone vicino Suruç, che hanno passato il confine, sotto i gas sparati dai carri armati turchi. Dal 6 all'8 ottobre ci sono state manifestazioni di solidarietà con Kobane n tutta la Turchia. Kader Ortakya, un socialista turco sostenitore di Kobane, è stato ucciso mentre cercava di passare il confine. Abbiamo aiutato le persone. Alcuni passavano il confine da Kobane e non avevano nessun rifugio. Abbiamo predisposto tende, cibo ed abiti per loro. A volte i soldati venivano nei villaggi con i lacrimogeni ed i cannoni ad acqua e dovevamo spostarci. Alcuni hanno attraversato il confine alla ricerca delle loro famiglie e noi li abbiamo aiutati. Altri sono venuti per passare il confine ed andare a combattere e noi li abbiamo aiutati. Indossavamo qualcosa che diceva che eravamo del DAF. Le YPG e le YPJ ['le Unità di Difesa Popolare' della Rojava, le YPJ sono una milizia di donne] hanno respinto l'ISIS giorno dopo giorno. La collina di Miştenur è stata molto importante per Kobane. Dopo che questa collina era stata conquistata dalle YPG e dalle YPJ alcune persone volevano tornare a Kobane. Quando vi sono tornate hanno trovato le loro case distrutte dall'ISIS. Alcune case erano state minate ed alcuni sono morti uccisi dalle mine. Queste mine vanno bonificate, ma da chi e come? La gente ha bisogno di nuove case e di aiuto. Ci sono state delle riunioni ed abbiamo discusso di come aiutare Kobane. Ne abbiamo fatta una due settimane fa ad Amed.


CW: Che posizione avete sulle elezioni?
DAF: Noi non crediamo nella democrazia parlamentare. Noi crediamo nella democrazia diretta. Non abbiamo sostenuto l'HDP per le elezioni, ma abbiamo lavorato con loro nelle strade. Emma Goldman diceva che se le elezioni potessero cambiare qualcosa le avrebbero già dichiarate illegali. Ci sono brave persone dentro l'HDP che dicono cose corrette, ma noi riteniamo che il governo non va bene e che il sistema elettorale è iniquo. In Rojava non la chiamano rivoluziona anarchica, ma non c'è governo, non c'è Stato e nemmeno gerarchia, per cui noi ci crediamo e portiamo la nostra solidarietà.
CW: Cosa potete dirci dell'attentato di Suruç [domanda fatta per email dopo l'intervista originale]
DAF: Oltre 30 giovani che volevano partecipare alla ricostruzione di Kobane sono stati uccisi da un attentato dell'ISIS. Questo attentato è stato evidentemente organizzato dallo Stato Turco. Che non ha fatto nulla pe evitarlo sebbene ne avessero avuto informativa un mese prima. Inoltre, dopo l'esplosione, lo Stato ha attaccato la Rojava e compiuto operazioni contro le organizzazioni politiche in Turchia. Ora ci sono molte operazioni e pressioni politiche sugli anarchici e sui socialisti come sulle organizzazioni curde. Stanno usando l'attentato come una ragione tesa a giustificare questa repressione politica sia a livello interno che internazionale. Abbiamo perso 33 compagni, amici che lottavano per la rivoluzione della Rojava contro la repressione statale, contro la negazione e contro la politica dei massacri. Ci sono persone che sono state uccise dallo Stato, dall'ISIS e da altre forze. Ma la nostra resistenza non si fermerà, la nostra lotta continuerà, come sempre nella storia.
(Traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca - Ufficio Relazioni Internazionali)

  
 
 

 


 
 
SALVIAMO LA FORESTA
Difensora della foresta perseguitata in Malesia

Clare Rewcastle Brown

Vogliono incarcerare la giornalista Clare Rewcastle Brown. Il motivo: avere informato l’opinione pubblica sulla distruzione delle foreste e la corruzione in Malesia. Esigiamo la difesa della foresta: sono i politici corrotti a dover andare in galera! La giornalista Clare Rewcastle Brown del Sarawak Report, perseguitata perché scomoda.
A Sarawak le aziende del legname tagliano tutto quello che trovano. Le foreste biodiverse spariscono per la cupidigia e la brama di denaro. Il precedente capo del governo, Taib Mahmud, fu accusato di essere stato, per decenni,  il presunto capo di una mafia del legname e di aver gestito denaro illegale per milioni. Corruzione mafia del legname vanno indissolubilmente di pari passo.
Da anni, la giornalista Clare Rewcastle Brown informa nel “Sarawak Report” sulla distruzione delle foreste. Ora, il governo malese la perseguita. Agli inizi di agosto, è stato emesso un ordine di cattura contro la giornalista, che vive a Londra. Il governo la accusa di mettere in pericolo la democrazia e di informare con reportage, a detta loro, falsi “per spaventare la popolazione”. Rischia 25 anni di carcere. Rewcastle Brown aveva informato che dal fondo di investimenti statale chiamato 1MDB, 625 milioni di euro sarebbero stati dirottati sul conto personale de primo ministro Najib Razak. La giornalista è certa che la sua e mail sia stata intercettata: i suoi interlocutori sono stati imprigionati in Malesia. Lei stessa è stata seguita a Londra da sconosciuti ed ora è sotto scorta della polizia. Il caso Rewcastle Brown dimostra quanto sia severo il governo malese contro i suoi critici e quale le sue forme di minaccia e neutralizzazione. La giornalista dice di non temere di essere incarcerata. “Al governo non importa incarcerare me. Quello che vuole è intimidire la popolazione”.
Fin tanto che si impedirà a giornalisti e menti critiche di rivelare le trame della corruzione, la democrazia malese sarà in pericolo così come le foreste e  le popolazioni indigene come i Penan.  Politici corrotti e imprenditori possono continuare a fare affari illegali alla piena luce del giorno.
Elisa Norio
PER RIMANERE UMANI

IL SOGNO FRAGILE












Si accende il tuo sorriso,
che sogna nuove sponde;
Si appende il tuo sorriso,
nel buio che confonde;
Si arrende il tuo sorriso,
sferzato dalle onde.
Max Luciani
ANDAR PER MOSTRE
Chiara Pasetti segnala ai lettori di Odissea

Dario Fo
Bentornati dalle vacanze! I prossimi mesi si annunciano ricchi di eventi, mostre, spettacoli teatrali, presentazioni di libri usciti nei mesi scorsi, giornate di studio. Date le mie collaborazioni con diverse testate, le notizie di molte di queste iniziative mi giungono spesso in anteprima da amici e colleghi, cosa che considero un grande privilegio e di cui sento il dovere (e ho il piacere!) di rendere partecipi i lettori di Odissea, rivista a me cara.
In particolare ora vi segnalo due mostre.
La prima inaugura domenica 6 settembre alle ore  17.30 presso il Castello Visconteo di Pavia, e proseguirà fino al 18 ottobre. È dedicata al premio Nobel Dario Fo; si tratta di oltre cento opere da lui dipinte, tratte da Nuovo manuale minimo dell’attore di Dario Fo e Franca Rame (edizioni Chiarelettere), in gran parte inedite al grande pubblico. La mostra, dal titolo Dario Fo, Mistero buffo a colori. Opere da Nuovo manuale minimo, raccoglie opere realizzate dal Maestro Fo in oltre sessant’anni. Organizzata dai Musei Civici del Castello Visconteo in collaborazione con la Compagnia teatrale Fo Rame e la Libera Università di Alcatraz, la mostra è curata da Susanna Zatti. Catalogo Skira.


La seconda inaugura il 19 settembre alle ore 17 presso Villa Oliva, a Cassano Magnago (Varese, Via Alessandro Volta) e prosegue fino al 4 ottobre: Luigi Valenti, L’evoluzione della forma in arte, a cura di Stefania Barile. «Intende delineare il percorso di ideazione e produzione artistica di Luigi Valenti dagli anni Sessanta ad oggi: dal disegno e dalla pittura figurativa (paesaggi, composizioni, nature morte) alla formula sintetica della scultura in ceramica raku smaltata. Si tratta di un’antologica che, oltre a raccogliere una trentina di opere di un artista riconosciuto per la sua competenza e per l’uso di un codice visivo interessante e originale, desidera offrire al pubblico un valido esempio contemporaneo di evoluzione della forma in arte» (Stefania Barile).
 Buon rientro dalla vacanze e buon autunno, ricco di nuovi e importanti appuntamenti di cui non mancherò di segnalare quelli a mio avviso più meritevoli di attenzione!

Mon Automne éternelle ô ma saison mentale
Les mains des amantes d’antan jonchent ton sol
Une épouse me suit c’est mon ombre fatale
Les colombes ce soir prennent leur dernier vol

(Guillaume Apollinaire, Signe, 1913).

martedì 1 settembre 2015

LA RIVOLUZIONE PERMANENTE DELLA MODA
di Angelo Gaccione


Gli uomini della mia generazione portavano toppe ai pantaloni; spesso capitava di vederne anche su quelli di noi ragazzi. Erano i segni della povertà e il risultato del passaggio da un fratello all’altro di indumenti e vestiari. Probabilmente qualcuno se ne vergognava e oggi nessuno di loro indosserebbe pantaloni con rattoppi e vistosi squarci, come quelli imposti dall’industria della moda a giovani completamente privi di senso critico e di buon gusto. Ragionando col filosofo Fulvio Papi, qualche tempo fa, a proposito del carattere continuamente mutevole della moda, gli ho fatto rilevare come essa rappresenti bene l’essenza del capitalismo nella sua “rivoluzione permanente”. Se ci pensate, la moda è l’unica rivoluzione permanente. Una rivoluzione che non genera sangue ma profitti. Ed è arrivata ad un punto tale di condizionamento collettivo, da imporre indumenti stracciati a prezzi che non lo sono. Regalando persino qualche momento di illusoria felicità ai propri acquirenti-devoti. Abbiamo convenuto che il capitalismo ha vinto su tutta la linea e che può imporre qualsiasi tipo di merce, ad un mercato conformistico e sempre più omologato, anche la più discutibile e aberrante. Sono sempre più convinto che il consumismo, in fondo, non è altro che il trionfo del cassonetto della spazzatura, e dell’inutile.


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