UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 3 ottobre 2015

SUL DEBITO

A proposito di debito, invito alla lettura del poco noto “Discorso sul debito” di Thomas Sankara, all’epoca presidente del Burkina Faso, tenuto il 29 luglio 1987 ad Addis Abeba nell’ambito del convegno dell’OUA (Organizzazione per l’unità africana).
Nel suo discorso, Sankara rileva che chi ha prestato denaro ai paesi africani sono gli stessi che li avevano colonizzati e che, all’epoca, gestivano gli stati e le economie. Sono gli stessi colonizzatori che indebitavano l’Africa con il denaro della finanza internazionale. Il colonialismo è finito, ma è restato il debito. Il debito è dunque una forma di neocolonialismo e i colonizzatori si sono trasformati ora negli “assistenti tecnici” (che dovremmo chiamare “assassini tecnici”, dice Sankara), i quali hanno proposto allettanti e fraudolenti canali di finanziamento, così l’Africa si è indebitata per il suo futuro prossimo venturo. Ecco due brevi stralci del discorso, che si può trovare per intero su Internet.
“Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso.”
“Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema; ora che perdono al gioco esigono il rimborso.(…) Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua. Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito.”
Il senso di questa vicenda (che mi ha fatto venire in mente “Il mercante di Venezia” di Shakespeare, Shylock e la famosa libbra di carne), io la chiamerei, con un termine oggi desueto, USURA.
Thomas Sankara, carismatica figura di rivoluzionario, è diventato primo ministro del Burkina Faso nel 1983 e ha avviato un programma di riforme radicali nell’ambito di assistenza sanitaria, di edilizia medica e scolastica, di rimboschimento (per contrastare l’avanzata del Sahel), di redistribuzione delle terre ai contadini e di soppressione delle imposte agricole. Ha promosso la lotta alla corruzione, la riduzione della spesa pubblica e il miglioramento delle condizioni della donna. Ha abolito la poligamia e vietato l’infibulazione. Naturalmente la fine era prevedibile.
Sankara stato assassinato nel 1987 in un colpo di stato appoggiato dalla Francia, dagli Stati Uniti e da gruppi di militari liberiani.
Claudio Zanini 

venerdì 2 ottobre 2015

L’UNICA VIA È LA LOTTA


Lo Sblocca Italia del Governo Renzi ha incassato dieci sonori ceffoni.
Grazie a tutti voi che vi siete mobilitati con la petizione per bloccare le trivellazioni petrolifere nei mari e nelle campagne italiane, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise hanno depositato in Cassazione i sei quesiti referendari per bloccare le trivellazioni consentite dalle norme dello Sblocca Italia e del decreto Sviluppo.
Ora il Governo ha due strade possibili: abrogare le norme favorevoli alle lobby petrolifere o affrontare il voto degli elettori e lo scontro con le Regioni italiane. Da oggi massima mobilitazione per ottenere nel 2016 che l'Italia scelga energie rinnovabili, turismo e agricoltura sostenibili.
Non petrolio e trivelle. Questa vittoria significa che quando ci si mobilita e si entra in azione si riesce ad ottenere il cambiamento che si vuole vedere nel mondo.
(Odissea)


PER RIMANERE UMANI

                                      Claudia Azzola a Genova

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Fermare le controriforme del Governo Renzi
e della sua maggioranza

Partigiani
La sezione ANPI Crescenzago esprime forte preoccupazione per le sorti del nostro sistema democratico.

Nel ribadire la condivisione piena dell’Appello dell’ANPI Nazionale del 16 gennaio 2015  “Riforme: era (ed è) una questione democratica” e successive prese di posizione pubblicate su ANPI News, oggi diventa necessario e urgente una forte e decisa mobilitazione finalizzata a far conoscere la natura antidemocratica delle cosiddette riforme renziane. Si chiede ai senatori e ai deputati della Repubblica, alle massime cariche dello Stato di assumersi la responsabilità di fermarsi e di non portare a termine una vera e propria controriforma che mette in discussione l’equilibrio dei poteri e l’indipendenza degli organi di garanzia; toglie ai cittadini il diritto di eleggere i senatori; concentra eccessivi poteri nelle mani del presidente del Consiglio e del Governo; peggiora le modalità di formazione delle leggi.
La situazione si aggrava in modo irreparabile con la nuova legge elettorale (italicum), che -come afferma l’ANPI Nazionale- “consente di formare una Camera… con quasi i due terzi di ‘nominati’, non restituisce la parola ai cittadini, né garantisce la rappresentanza piena cui hanno diritto”.
A tutto questo si deve aggiungere una serie di leggi a getto continuo che sta scardinando i principi fondamentali della Costituzione e i diritti sociali della persona e del cittadino (violazione dei diritti e della dignità del lavoro, dell’insegnamento e dell’istruzione, della salute e del sistema sanitario, della giustizia e della libertà d’informazione, dell’ ambiente e del patrimonio culturale storico artistico…).
Si ribadisce con l’ANPI Nazionale che “l’Italia può farcela  ad uscire dalla crisi economica, morale e politica, solo rimettendo in primo piano i valori costituzionali e le ragioni etiche e di buona politica che hanno rappresentato il sogno, le speranze e l’impegno della Resistenza”.
Il direttivo dell’ANPI Crescenzago propone di promuovere iniziative pubbliche, nell’arco dei prossimi 15 giorni di ottobre, assieme al mondo dell’associazionismo democratico e del volontariato, ai sindacati e alle forze sociali e ai gruppi di cittadinanza attiva che hanno a cuore le sorti del nostro sistema di democrazia costituzionale nato dalla Resistenza e dalla lotta di liberazione dal nazifascismo.
ANPI -Crescenzago- Milano   




PER RIMANERE UMANI

La locandina del concerto

                                             PALAZZINA LIBERTY


giovedì 1 ottobre 2015

La Nato sbugiarda il governo Renzi: 
Trident Juncture pure a Napoli
di Antonio Mazzeo


Anche il Comando delle forze congiunte NATO di Napoli - Lago Patria avrà un ruolo chiave nella mega esercitazione militare Trident Juncture 2015 che avrà luogo ad ottobre e novembre negli spazi aerei, terrestri e marittimi di Portogallo, Spagna e Italia. La conferma ufficiale è giunta il 28 settembre a conclusione del vertice alleato tenutosi proprio nel quartier generale del JFC – Joint Force Command di Napoli, a cui hanno partecipato l’ammiraglio della Marina militare USA Mark Ferguson (Comandante in capo di JFC Naples), il generale dell’esercito britannico Adrian Bradshaw (vicecomandante supremo delle forze alleate in Europa – DSACEUR) e il generale tedesco Lothar Domroese, comandante del Joint Force Command di Brunssum (Olanda). “Nel corso del meeting sono state discusse le implicazioni strategiche relative al Readness Action Plan e alla NRF, la Forza di Risposta della NATO”, si legge nel comunicato emesso dall’ufficio stampa di JFC Naples. “Il vertice tra i tre leader militari ha avuto luogo alla vigilia dell’esercitazione Trident Juncture 2015, che consentirà di dare la certificazione al Comando di Brunssum per guidare nel 2016 la Forza di Risposta NATO NRF, in qualità di quartier generale di comando e controllo. Attualmente è il Joint Force Command di Napoli a fungere da comando e controllo per la NRF 2015 ed esso sta supportando l’esercitazione mediante assistenza e potenziale umano aggiuntivo”.
Affermazioni che sbugiardano in toto quanto riferito in Parlamento dal governo italiano lo scorso 17 settembre. “Si sottolinea che la città di Napoli non è coinvolta ad alcun titolo nella esercitazione”, riportava il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, nella risposta scritta all’interrogazione presentata da alcuni deputati del Movimento 5 Stelle sul ruolo delle installazioni militari italiane interessate da Trident Juncture 2015. “A livello nazionale, il coinvolgimento prevede l’invio di elementi dell'Esercito in Spagna, Portogallo e a Capo Teulada, di assetti aerei dell’Aeronautica presso le basi di Trapani, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre per la Marina Militare saranno presenti assetti navali inclusi nell'esercitazione nazionale Mare Aperto”, aggiungeva il sottosegretario Alfano. “L’esercitazione sarà guidata dal Joint Force Command Brunssum (Olanda) e non dal Joint Force Command di Napoli come riportato in premessa all’interrogazione parlamentare”.
Grazie a Trident Juncture 2015, la NATO potrà sperimentare per la prima volta in scala continentale quella che è destinata a fare da corpo d’élite della propria forza di pronto intervento NRF, la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), opportunamente denominata Spearhead (punta di lancia). La VJTF sarà pienamente operativa a partire dal prossimo anno e verterà su una brigata di terra di 5.000 militari, supportata da forze aeree e navali speciali e, in caso di crisi maggiori, da due altre brigate fornite a rotazione e su base annuale da alcuni paesi dell’Alleanza. “La Spearhead force sarà in grado di essere schierata in meno di 48 ore”, afferma il Comando NATO. “In particolare, essa potrà essere di grande aiuto nel contrastare operazioni irregolari ibride come ad esempio lo schieramento di truppe senza le insegne nazionali o regolari e contro gruppi d’agitatori. Se saranno individuati infiltrati o pericoli di attacchi terroristici, la VJTC potrà essere inviata in un paese per operare a fianco della polizia nazionale e delle autorità di frontiera per bloccare le attività prima che si sviluppi una crisi”. Proprio in vista della creazione della nuova task force, sono stati riorganizzati i quartier generali e i comandi operativi alleati: la Forza di pronto intervento NRF, nello specifico, è stata posta gerarchicamente sotto il controllo del Joint Force Command di Brunssum e del Comando per il Sud Europa di Napoli - Lago Patria.
Crescono intanto le adesioni di associazioni e comitati alla manifestazione nazionale No Trident Juncture che si terrà nel capoluogo campano sabato 24 ottobre. “La NATO è uno strumento di convergenza e di coordinamento degli interessi dominanti dell’imperialismo euro-atlantico, uno strumento offensivo al servizio delle mire espansionistiche ed interventistiche delle grandi potenze occidentali, a scala planetaria, che tanti disastri stanno provocando in giro per il mondo”, scrivono i promotori dell’appello, il missionario comboniano Alex Zanotelli, il Comitato napoletano “Pace e disarmo” e la Rete Napoli No War. “E’ per questo che a partire dalla Sicilia (dove il governo tenta d’imporre l’entrata in funzione del micidiale Muos a Niscemi), dalla Sardegna, da Poggio Renatico (Ferrara), da Pratica di Mare e Pisa, tutti coinvolti nell’esercitazione, proponiamo di costruire insieme una forte mobilitazione contro la Trident Juncture, la militarizzazione dei territori e le politiche di guerra, su tutto il territorio nazionale”.



MA CHE BELLA DEMOCRAZIA!
Proteggiamo il Monte Stella
Giardino dei Giusti: Conferenza dei Servizi del 30/9/15
e incontro di domenica mattina 4 ottobre


Stamattina nella sede di via Zubiani, 1 ha avuto luogo l'ennesima, deludente Conferenza dei Servizi sul 'nuovo' progetto di Giardino dei Giusti firmato dall'arch. Valabrega: anche questa volta noi cittadini (7 persone di vari comitati più il consigliere Enrico Fedrighini, che aveva con sé la delibera contraria al progetto approvata dal CdZ8 il 24/9 scorso) siamo stati tenuti fuori della porta per più di tre ore, per poi alla fine sentirci dire che per loro tutto va bene, che la soprintendente Ranaldi aveva in sostanza ribadito il suo ok al progetto e che ora si attende solo l'approvazione della Giunta (e anche quest'ultimo passaggio forse sarà evitato, a leggere quanto scrive Fedrighini nella premessa al comunicato da lui diramato oggi che vi riporto qui sotto).
Il Comitato Abitanti Amici del QT8 ha lanciato la proposta, a cui anche il comitato Proteggiamo il Monte Stella ha aderito volentieri, di incontrarci tutti per un momento informativo:
DOMENICA ventura 4 OTTOBRE 2015, alle ore 10.00,
presso il chiosco di piazza S. Maria Nascente
Seguirà un momento simbolico presso il Giardino, dove ci recheremo tutti insieme per fare un po' di pulizia, come segno di attenzione verso il Monte Stella e verso lo stesso Giardino dei Giusti.
Partecipate numerosi!
Donatella De Col 

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Ciao a tutti,
vi giro un comunicato che ho appena inviato alle agenzie. I giornalisti mi hanno chiamato dicendo che alcuni esponenti della giunta comunale, con modi particolarmente Rozzi, vogliono far passare sui media l'idea che il parere della Conferenza di Servizi costituisca approvazione formale del progetto.
A presto, ciao, Enrico


Si è conclusa questa mattina, intorno alle 13.30, l'istruttoria tecnica della Conferenza di Servizi sul progetto di trasformazione del Giardino dei Giusti al Monte Stella.
La Conferenza, che non rilascia alcun titolo autorizzativo e nemmeno può esprimersi sull'impatto ambientale e paesistico dell'opera (potrebbe farlo la Commissione per il Paesaggio: ma la procedura seguita è stata costruita in modo da evitare questo spinoso passaggio...), ha registrato la conferma dei "nulla osta" già espressi in precedenza dai diversi settori tecnici, ma ha dovuto formalmente registrare e prendere atto del parere negativo del Consiglio di Zona 8: parere che ora verrà trasmesso, allegato agli atti della Conferenza, alla Giunta Comunale.
Questo rimane l'elemento di maggiore rilevanza, sotto il profilo tecnico-procedurale e politico.
Sotto il profilo tecnico-procedurale: la Zona 8 ha posto sul tavolo elementi di criticità su molteplici aspetti progettuali, che non sono stati chiariti nè confutati in sede di Conferenza di Servizi. In sostanza: le criticità, i dubbi e le lacune individuate ed elencate nella delibera della Zona 8 rimangono tali, non essendo state risolte in sede di Conferenza di Servizi.
Sotto il profilo politico: è evidente che il parere della Zona 8 (unico organo elettivo fra i soggetti partecipanti alla Conferenza di Servizi) assume anche un rilevante peso politico. Soprattutto considerando il fatto che questa procedura non prevede il coinvolgimento del Consiglio comunale.
In due parole la situazione è questa: viene consentito a un privato di presentare un progetto che trasforma una parte rilevante di un parco pubblico urbano, senza alcuna procedura di gara, e per di più sottraendo l'esame e la discussione del progetto all'organo elettivo rappresentativo della città.
La delibera della Zona 8 rappresenta quindi l'unica espressione formale da parte di un organismo di democrazia rappresentativa, relativamente a un progetto che corre proceduralmente su una corsia preferenziale diversa, esclusivamente "tecnica", costruita ad arte.
"Partecipazione"? "Decentramento"? "Ascolto del territorio"? Il bello comincia ora.
Enrico Fedrighini

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L’INGIUSTO PROGETTO DEL GIARDINO DEI GIUSTI

Il MONTE STELLA corre il gravissimo pericolo che il suo LATO EST sia completamente e irrimediabilmente SFREGIATO da un progetto demenziale.
Il Consiglio di Zona 8 ha avuto quattro giorni di tempo per scongiurare il disastro.

INTERVENTO CAROLI: INTERROGAZIONE DEL 24 SETTEMBRE 2015
OGGETTO: IRRICEVIBILE


Sig. Presidente,
leggo il testo già presentato il 22 settembre in Commissione Ambiente.
Venerdì 18 i consiglieri hanno ricevuto l’invito a visionare presso gli uffici la documentazione relativa al Giardino dei Giusti.
Lunedì 21 ho chiesto alla sig.ra Nunzia se fosse possibile fare la consultazione in compagnia di cittadini della Zona. Ricevuto l’assenso, mi sono presentato alle 15,30 con un cittadino. L’ ing. Luciano Mura sarebbe arrivato più tardi.
Abbiamo esaminato i disegni e, essendo questi mancanti di parecchie quote, ci siamo fatti prestare un righello dal sig. Delfino.
L’area complessiva, che abbiamo calcolato in mq. 2800, ci sembrava un tantino esagerata. E non  riuscivamo a stabilire le misure relative ai basamenti e agli scavi. Ci siamo aiutati col righello.
Il calcestruzzo sembrava presente in grandi quantità.
Mi limito solo a cinque osservazioni.
I disegni pervenuti non sono numerati
Non portano il numero del protocollo, né il timbro del Comune
Non sono indicate tutte le dimensioni per ciascun basamento, né quelle delle tubazioni di drenaggio. Leggi: fognature. I disegni sono grossolanamente quotati. Un allievo geometra al secondo anno fa sicuramente di meglio.
Sono indicate tre scale diverse nei diversi disegni: 1:200, 1:250, 1:500. MANCA QUELLA PIU’ IMPORTANTE: 1:1000.
C’E’ INFATTI UN GROSSO SVARIONE. Per usare un eufemismo, ma farei meglio a definirlo una MISTIFICAZIONE. Quello che è disegnato con scala 1:1000 è indicato con scala 1:500.
Quale la conseguenza? L’intervento sembra (deve sembrare) molto, molto meno invasivo.
QUELLA SPACCIATA PER UNA SUPERFICIE DI 2800 MQ. E’ UNA SUPERFICIE CHE SUPERA I 5600 MQ.
Nella relazione tecnica gli stessi proponenti parlano di 8000 mq.
Sono stato rappresentante della Zona 8 in COMMISSIONE PAESAGGIO finchè i sigg. Zambelli e Dani non hanno deciso di revocarmi (con l’assenso di altri 14 consiglieri su 39).
Alla fine di ogni seduta un architetto – che cambia ad ogni seduta – firma ciascuna tavola presentata. Tavola che un impiegato ha preventivamente timbrato con la data.
Nessun disegno potrà così essere in seguito contraffatto o sostituito.
Si, cari colleghi, sostituito. Perché è questo che si prefigura nel nostro caso.
NOI ABBIAMO RICEVUTO DISEGNI VOLUTAMENTE ERRATI.
E la cosa non finisce nella nostra parrocchietta di periferia.
SONO GLI STESSI DISEGNI – SI PRESUME – PRESENTATI NELLA RIUNIONE DI GIUNTA CHE HA DATO IL SUO ASSENSO AL PROGETTO.
Delle due l’una: o la Giunta non ha guardato i disegni o è stata ingannata, volutamente ingannata. Nel primo caso deve assumersene la responsabilità politica. Nel secondo dovrà prendere un unico possibile provvedimento: revocare il suo assenso.
Per il Monte Stella la Giunta l’ha già dovuto fare dopo che qualcuno aveva improvvidamente scritto che per City Sound noi avevamo dato il nostro assenso.
La manifestazione musicale – avevano già venduto i biglietti – fu ANNULLATA.
Il Pres. Zambelli ha detto che il progetto è stato preparato – per due anni - sotto la tutela del Presidente del Consiglio Comunale, Basilio Rizzo, che ha insegnato per anni in una scuola per geometri. Un suo ex allievo potrebbe spiegare all’illustre(?) architetto cosa significhi presentare un disegno fatto con scala 1:1000 con l’indicazione che la scala è 1:500. Zambelli trascinò fuori dall’aula due rappresentanti dell’associazione proponente nel timore che fossero insultati dalle gentili signore che volevano far solo delle domande. Fu un gratuito insulto ai cittadini presenti di cui non si è mai scusato.
Oggi dovrebbe accompagnarli fuori dal Consiglio di Zona. Per sempre.
Io non ci sto a farmi prendere per i fondelli. E voi?


IL PROGETTO E’ IRRICEVIBILE.
E’ stato l’ing. Luciano Mura ad accorgersi dell’inganno. Aveva misurato le vere dimensioni con una bindella. Che sia deliberato è dimostrato dal fatto che non si tratta di una distrazione per una scala sbagliata su un disegno. Ci sono diverse scale sbagliate in diversi disegni.
E TUTTE ALLO STESSO SCOPO.
IL DIBATTITO sulla delibera relativa al “progetto nuovo Giardino dei Giusti”.
Troverete allegata la DELIBERA COMPLETA. E’ lunga e molto dettagliata. E’ stata scritta dal consigliere Enrico Fedrighini.
Martedì 22, in Commissione Ambiente, ero seduto accanto al consigliere (PD) Santini – presidente dell’Urbanistica nel 2011 - che amichevolmente mi ha detto:”le tue osservazioni sulle scale non valgono proprio a niente”.
Avevamo fatto tante battaglie comuni nella passata consigliatura e nella prima parte dell’attuale con aspre discussioni con l’assessore De Cesaris. Ora – miracolo renziano – per lui va sempre tutto bene!
In quarant’anni di vita lavorativa per lui che ha diretto grossi lavori civili e per me che ho costruito apparecchiature per l’industria chimica un impeccabile uso della scala nei disegni tecnici è stato imprescindibile. Una misura mal interpretata può indurre il calcolatore a gravi errori di dimensionamento e provocare scoppi di apparecchiature, crollo di palazzi, di ponti e di muraglie di contenimento. Vengono a raccontarci che non sono “costruzioni” ma VERDE ATTREZZATO? Ma, proprio nelle ultime battute, compare l’ing. De Col, strutturalista, cioè addetto al calcolo e al collaudo dei cementi armati. Non avevano neanche previsto lo scolo delle acque in un sito dove ci sarebbero grandi superfici impermeabilizzate. Basterebbero pochi giorni di pioggia consecutivi per provocare crolli su una “montagnetta” costituita da macerie. IL VERDE E’ SI’ ATTREZZATO MA CON TONNELLATE E TONNELLATE DI PIETRE E CALCESTRUZZO. Il progetto sembra fatto da uno studente di terza media. Il braccio destro dell’assessore al VERDE BISCONTI – dr. Moneta – in commissione ci ha detto che non conosce il progetto, che si fida dei collaboratori (come Sala si è fidato dei suoi ladroni? - ndr) e che l’esperta – architetta Alessandra Rossi – era impegnata. Forse a lacrimare sui sanissimi olmi di Mac Mahon abbattuti nella sua totale indifferenza?
Il 20 gennaio 2009 lei firmò – come progettista – una proposta del Settore Arredo Urbano e Verde per l’abbellimento del Giardino dei Giusti. Oltre a anemoni, iris e peonie ha indicato le distanze rilevate dal cippo esistente (metri 13,79 e 19,81) quindi precise al centimetro e con una vera scala 1:500. Le misure allora erano vere e non farlocche, micrometriche le distanze fra le nuove piante, indicato il periodo di fioritura. Lo spazio impegnato non veniva quintuplicato come accade con il progetto che dobbiamo giudicare. A vanvera “pertanto” parlano di riqualificazione.
L’architetta Viganò – Responsabile dell’importantissimo SPORTELLO UNICO PER L’EDILIZIA, cuore pulsante dell’edilizia milanese – e già braccio destro di Bianchi Jannetti, nume tutelare degli imprenditori dell’edilizia e ben noto per le sue “personali” interpretazioni del REGOLAMENTO EDILIZIO, ha, all’inizio della consigliatura, riportato un po’ d’ordine e di rispetto per le regole. Ultimamente (facciamo dall’aprile 2014?) le cose sembrano cambiate. Nel frattempo, Zona 8 è stata bombardata da progetti fantasiosi. Zambelli non è mai riuscito ad ottenere uno straccio di disegno da mostrare in Consiglio. E’ forse la ragione per cui DAMANERA lo riteneva il migliore dei nove presidenti?
Interrogata, per iscritto, sul fatto che la Commissione Paesaggio “dovesse” occuparsi o meno del progetto del VERDE ATTREZZATO con cemento armato, si è rifiutata di rispondere.
Giovedì 2 luglio è stata la mia ultima partecipazione (nella serata dello stesso giorno i grandi “esperti” di urbanistica della Zona 8 – Zambelli e Dani - mi hanno defenestrato) alla Commissione Paesaggio.
Ho passato un’ora nel corridoio ad attendere di essere introdotto nel salone dove vengono discussi i progetti per esaminare - con gli architetti - quelli riguardanti Zona 8 (c’era quel giorno il famigerato IPPODROMO 8). Sapete di cosa avevano così a lungo discusso prima di farmi entrare? Non ho avuto bisogno di origliare, ho visto i disegni sul tavolone. Erano quelli del Giardino dei Giusti. In questa  aula ho già detto che la Commissione Paesaggio aveva richiesto con insistenza di “vedere” quel progetto.
Qualche potente – poi suicidatosi politicamente – aveva chiesto che non mi impicciassi più di urbanistica e di rispetto delle regole? Che fossi messo in condizione di non nuocere ai loro intrallazzi?
Anche il “NUOVO TROTTO” è stato spacciato come verde attrezzato e non è passato né in Consiglio né in Commissione Paesaggio. Ma lì almeno c’era del legno e non solo pietre e cemento armato.
PERCHE’ IL PARERE DELLA COMMISSIONE PAESAGGIO NON VIENE RESO NOTO? CUI PRODEST IL SILENZIO?
Considerando che, anche nell’ultima versione del progetto, mancano molte opere aggiuntive indispensabili e puntualmente elencate dal presidente della commissione Ambiente nella delibera che chiede la BOCCIATURA del progetto, il COSTO FINALE dell’opera sarebbe tre o quattro volte superiore a quello preventivato dal proponente in circa 700 mila euro. Ciò vuol dire che il Comune – che partecipa al 50% alla società che gestisce il Giardino dei Giusti – rischia di spendere, non 350 mila, ma un milione e mezzo di euro! Eppure il presidente Zambelli aveva assicurato che non ci sarebbero stati oneri finanziari per il Comune.
A carico del Comune resterebbe inoltre la costosa manutenzione di un’opera devastante che STORPIEREBBE IRRIMEDIABILMENTE IL MONTE STELLA!


SCINTILLE ED EPILOGO
Nonostante la seduta si sia svolta a Baggio – nella sede del Consiglio di Zona 7 – invece che a Bonola, sono accorsi una settantina di cittadini. Cinque di loro sono intervenuti all’inizio per perorare la causa del Monte Stella. Hanno poi assistito composti al dibattito fino al momento in cui il vice-presidente – Angelo Dani (PD) – che presiedeva la riunione per l’assenza del presidente non ha tentato di tirar fuori il coniglio dal cappello. UN LUNGHISSIMO EMENDAMENTO (nessun consigliere del PD aveva detto una sola parola durante il dibattito) che avrebbe stravolto completamente, snaturandola, la delibera. Col rischio esiziale che questa venisse annullata dagli uffici centrali e scattasse il SILENZIO-ASSENSO. Il secco quesito del settore amministrativo centrale era:”SIETE FAVOREVOLI O NO AL PROGETTO?”.
L’emendamento chiedeva di aggiungere:”La Zona 8 vuole mantenere e migliorare il Giardino dei Giusti”. Pleonastico, visto che è già chiaramente scritto nella delibera. Chiedeva inoltre di aggiungere “SI DOVRA’ TENER CONTO DEL PARERE FAVOREVOLE DELLA SOVRINTENDENZA”.
Ciò avrebbe contrastato col deliberando:
“per quanto sopra esposto, si esprime
PARERE NON FAVOREVOLE”
Sarebbe scattato automaticamente il SILENZIO-ASSENSO.
Cioè, proprio quello che il PD voleva ottenere:
“Fare andare avanti lo sconcio senza sporcarsi – apparentemente – le mani”.
Ma…il subdolo emendamento di Dani (e del PD) ha provocato la vivace reazione dei cittadini presenti e la sospensione della seduta per dieci minuti.
L’emendamento è stato bocciato e la DELIBERA APPROVATA CON 23 VOTI FAVOREVOLI E 14 CONTRARI: tredici del PD e uno di SEL.
Irene, una giovane consigliera del PD ha votato favorevolmente.
Dovete raccontare ai vostri amici milanesi che
IL PD E’ COMPATTAMENTE FAVOREVOLE ALLO SFREGIO DEL MONTE STELLA.
E’ ora di dire basta alle menzogne e alle lodi di giornali che raccontano la favola di un Pisapia che ascolta i cittadini.
E il presidente Zambelli? Perché non era presente? L’opposizione lo ha chiesto. Le risposte sono state vaghe. Uno ha detto:”Motivi familiari”, un altro ha replicato “Motivi di lavoro”.
Preciso che Zambelli rinuncia a una parte del suo – non trascurabile – stipendio perché svolge anche un altro lavoro. Ma quella di giovedì 24 settembre si prospettava come la seduta più importante della consigliatura.
Il “nuovo” lavoro prevede turni alle 20,30 del giovedì?
LA SOVRINTENDENZA AVEVA INIZIALMENTE DATO PARERE SFAVOREVOLE. DOPO FORTI PRESSIONI E RASSICURAZIONI CHE IL PROGETTO SAREBBE STATO CAMBIATO HA DATO, DI PUNTO IN BIANCO, PARERE FAVOREVOLE. PECCATO – PER DANI E PER IL PD – CHE, COME HO GRIDATO NEL PRONUNCIARE IL MIO PARERE CONTRARIO ALL’EMENDAMENTO, ABBIA RICEVUTO I DISEGNI DELLO SCOMBICCHERATO PROGETTO 30 GIORNI DOPO IL SUO SECONDO PRONUNCIAMENTO.
QUINDI FAVOREVOLE AL NULLA.
CHE SCRIVONO I GIORNALI ODIERNI?
Si soffermano sul mancato rispetto degli accordi politici dimenticando – l’avevo scritto ieri a Vazzana e D’Amico – che di SEL mancavano due consiglieri su tre e che bisognava aggiungere Radicali e Lista Milly Moratti. Non ci sono state trattative né accordi politici. C’è stata l’unanime consapevolezza (il PD non pensa, l’ha fatto solo una giovane consigliera) dell’orribile bruttezza di un progetto che distruggerebbe irrimediabilmente il Monte Stella. Ma, probabilmente, il segretario cittadino del PD e l’Assessore ai Lavori Pubblici non sanno cos’è un disegno tecnico. Carmela Rozza pensi piuttosto all’inutile ZARA-EXPO che, fatta costruire con i soldi del Comune, ha condotto ad Expo non più di 300 persone e servirà solo per un bel campetto di calcio con l’erba artificiale. Zambelli – a Repubblica – ha praticamente spiegato perché VOLUTAMENTE non ha partecipato alla seduta. Per il migliore dei nove Presidenti (Damanera dixit) la decisione era già stata presa dal Comune. Perché non si trasferisce in Comune o alla guida del Consiglio di Zona dei ragazzi?
Luigi Caroli – consigliere di zona 8 per la Lista Milly Moratti  

mercoledì 30 settembre 2015

NONVIOLENZA O BARBARIE
2 ottobre 2015. Giornata internazionale della nonviolenza


Verona. Quando, nel 2007, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì, nel giorno del compleanno di Gandhi, la Giornata internazionale della nonviolenza, le spese militari mondiali ammontavano a circa 1.400 miliardi di dollari e si contavano 29 guerre in corso. Oggi, nel 2015, a fronte di 33 conflitti armati ufficiali, la spesa militare mondiale è di circa 1.800 miliardi di dollari: è come se ogni due anni si aggiungesse una nuova guerra a quelle già in corso - che intanto non si risolvono - che richiede nuove armi, e quindi nuovi costi, provoca ulteriori vittime, genera nuovo terrorismo, produce altri profughi in un esodo ormai incontenibile. Non è un caso se i ricercatori del Global Peace Index hanno calcolato il costo della violenza globale per il 2015 nel 13,4% della ricchezza mondiale prodotta. E sottratta alle risorse per la vita.
Di fronte alla tragica realtà di questi dati, che coinvolgono le vite di milioni di persone, la Giornata della nonviolenza rischia di diventare una ritualità retorica se non la si riempie di contenuti incisivi ed efficaci. Se non diventa l’occasione per ricordare - con Gandhi - che non è vero che “i mezzi in fin dei conti sono mezzi, ma i mezzi in fin dei conti sono tutto”, perché non è un destino ineludibile che i diversi conflitti che attraversano le genti si trasformino in guerre sanguinarie e crudeli, se solo se ne affrontassero le cause con mezzi e strumenti differenti dalla violenza. Si corre questo rischio se la Giornata della nonviolenza non diventa un’ulteriore, formidabile, occasione per costruire la pace attraverso la realizzazione e la diffusione di mezzi nonviolenti, che soppiantino definitivamente le armi e gli eserciti. A partire dal proprio impegno personale.
Per questo lo scorso anno, il Movimento Nonviolento, insieme a sei Reti della società civile italiana, ha scelto proprio il 2 ottobre per lanciare la Campagna “Un’altra difesa è possibile” con la proposta di legge di iniziativa popolare per promuovere in Italia – uno dei Paesi più armati del mondo - la difesa civile, non armata e nonviolenta, da finanziarsi sia attraverso percorsi di disarmo che attraverso la scelta del 6 per mille dei cittadini. Per questo abbiamo raccolto e consegnato oltre 53.000 firme al Parlamento italiano e lo scorso 10 settembre abbiamo incontrato la Presidente della Camera alla quale abbiamo chiesto un impegno di vigilanza sull’iter istituzionale della proposta di legge che vuole collegare l'articolo 11 della Costituzione (il ripudio della guerra) con l'articolo 52 (la difesa della patria) con la valorizzazione del Servizio civile, dei Corpi civili di pace, la Protezione civile: un esercito di pace a difesa della vita e dei diritti di tutti.
Ma tutto questo non basta ancora. La “terza guerra mondiale diffusa” che stiamo vivendo è una tragedia che ci interpella e necessita del nostro impegno quotidiano e costante, sui luoghi di studio, di lavoro, tra gli amici, tra le associazioni: l’impegno specifico per la nonviolenza e il disarmo. Non come aspirazione generica alla pace, ma come processo di costruzione della nonviolenza organizzata, che operi – culturalmente e politicamente - per realizzare i mezzi e i dividendi di pace. Questo è, oggi più che mai, come scriveva Aldo Capitini, “il varco attuale della Storia”.
La nonviolenza o la barbarie. Il 2 ottobre e tutti i giorni dell’anno.
Buon compleanno, Mahatma Gandhi. Auguri alla nonviolenza. Ne abbiamo bisogno.
Movimento Nonviolento

Trampolino Italia per i giochi di guerra NATO nel Mediterraneo
di Antonio Mazzeo

“Per Trident Juncture 2015, l’attività addestrativa multinazionale che verrà effettuata il prossimo autunno, la NATO prevede al momento di impiegare, in Italia, complessivamente 41 aeromobili (di cui 15 appartenenti a Paesi dell’Alleanza e 26 italiani), un totale di circa 3.500 militari italiani (schierati tra Spagna, Portogallo e Italia), vari assetti navali in corso di definizione”. Lo ha precisato il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, rispondendo in commissione a un’interrogazione di alcuni deputati del Movimento 5 Stelle (primo firmatario l’on. Gianluca Rizzo).
Trident Juncture, come espressamente dichiarato per bocca del Comando generale dell’Alleanza Atlantica, sarà “la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi” e interesserà un’area geografica imponente, compresa tra il nord America, l’Oceano Atlantico, il Mediterraneo e i poligoni di guerra di Spagna, Portogallo, Italia, Belgio, Germania, Olanda e Norvegia. “L’esercitazione – ha spiegato il sottosegretario Alfano - effettuata con cadenza triennale, ogni volta con denominazione e luoghi di svolgimento diversi, costituisce un momento di coesione fondamentale e irrinunciabile per mantenere e, possibilmente, incrementare, l’interoperabilità tra i 28 Paesi dell’Alleanza e con i Partners. Quest’anno la sua valenza è di particolare importanza poiché rappresenta un tangibile segno di attenzione dell’Alleanza Atlantica verso i rischi presenti nell’area mediterranea ed è finalizzata, infine, a dimostrare la volontà collettiva di garantire una più ampia cornice di sicurezza ai Paesi del cosiddetto fianco Sud”.
Sempre secondo il governo, “a livello nazionale, il coinvolgimento prevede l’invio di elementi dell’Esercito in Spagna, Portogallo e a Capo Teulada, di assetti aerei dell’Aeronautica presso le basi di Trapani, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre per la Marina Militare saranno presenti assetti navali inclusi nell’esercitazione nazionale Mare Aperto, collegata alla Trident Juncture 2015”. I giochi di guerra vedranno pure il coinvolgimento del Comando integrato della componente aerea (Joint Force Air Component Command - JFACC) dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico (Ferrara), l’installazione che più di tutte ha assunto un ruolo strategico chiave nella gestione delle operazioni aeree e di controllo radar dell’Alleanza atlantica. Trident Juncture 2015 sarà guidata dal Joint Task Force Command (JFC) di Brunssum (Olanda) e vedrà complessivamente la partecipazione di 36.000 militari, quasi duecento tra cacciabombardieri, aerei-spia e grandi velivoli cargo e una sessantina di unità navali di superficie e sottomarini. “Trident Juncture è finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità dei suoi assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata, da utilizzare rapidamente ovunque sia necessario”, spiegano i vertici militari dell’Alleanza. “L’esercitazione simula uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e rappresenta, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità”.
Trentatre le nazioni presenti (i 28 membri NATO più 5 partner internazionali) e, in qualità di osservatori, dodici tra le maggiori organizzazioni internazionali, agenzie di cooperazione e Ong. La presenza delle maggiori istituzioni internazionali e di alcune organizzazioni non governative è stata fortemente voluta dai vertici alleati in vista dell’elaborazione delle nuove strategie militari globali. Il 15 luglio scorso, nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2015 di Trident Juncture, il generale Hans-Lothar Domröse ha fatto esplicito riferimento alla necessità che “attori militari e non-militari lavorino insieme, cercando di vincere la pace”. Come segnalato dal Comitato sardo No basi che ha programmato una serie di iniziative contro la mega esercitazione NATO, nella prima brochure ufficiale di Trident Juncture 2015 si poteva leggere che “l’obiettivo di ottenere la partecipazione di organizzazioni internazionali/ONG/Organizzazioni Governative serve a migliorare la capacità della NATO di interagire con i principali attori civili”. In precedenza, era stato anche diffuso un elenco delle istituzioni civili che avrebbero offerto la propria disponibilità a partecipare all’esercitazione, poi misteriosamente sparito dal sito web NATO. Nella special list comparivano  l’Unione Europea, l’Unione africana, il Comitato internazionale della Croce Rossa, diverse agenzie delle Nazioni Unite (OCAH - Coordinamento degli affari umanitari; PNUD  - Programma per lo Sviluppo; UNDSS - Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite; UNICEF; PMA - Programma Mondiale di Alimentazione; OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni); le ONG Save the Children, Assistência Médica Internacional Foundation, Human Rights Watch, World Vision; le agenzie nazionali alla “cooperazione” United States Agency for International Development (USAID), Department for International Development (DFID), Deutsche Gesellschaft für internationale Zusammenarbeit (GIZ), l’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo.
La prima fase di Trident Juncture ha preso il via il 26 settembre con l’allestimento nello scalo aereo spagnolo di Zaragoza di un polo logistico dove sono stati stipati sistemi d’arma, munizioni e viveri per le truppe NATO. Dal 3 al 16 ottobre sono previsti gli incontri di pianificazione dei principali Comandi alleati europei, mentre le esercitazioni vere e proprie si svolgeranno dal 21 ottobre al 6 novembre, principalmente nello spazio aereo e terrestre di Italia, Spagna e Portogallo e nelle acque del Mediterraneo centrale.
Il centro nodale delle operazioni aeree è stato affidato all’Italia. Le ultime misure per il coordinamento delle esercitazioni aeree sono state decise l’8 e il 9 settembre presso il Comando generale della attività aeree alleate (HQ AIRCOM) di Ramstein, Germania. “Più di 180 aerei di 16 paesi NATO e di 3 paesi partner NATO opereranno dalle basi aeree militari di Italia, Spagna e Portogallo”, riporta il comando di Ramstein. “Il direttore del Joint Force Air Component - JFAC di Poggio Renatico sarà l’ufficiale responsabile della direzione e del controllo delle esercitazioni aeree. Egli sarà supportato dai tre capi dei cosiddetti Controlli Operativi Locali o LOPSCON Air cells che saranno operativi nelle basi di rischiaramento di Beja, Albacete e Trapani per la gestione dei piani addestrativi. I LOPSCON Air dirigeranno e controlleranno localmente le esercitazioni aeree, monitoreranno quotidianamente il ritmo delle battaglie e si coordineranno con la nazione ospitante”.
“Gli assetti aerei - aggiunge l’HQ AIRCOM Ramstein – saranno utilizzati a supporto delle forze terrestri, marittime e speciali, conducendo missioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento, di supporto aereo chiuso e trasporto truppe. Sono previste inoltre missioni di ricerca e soccorso del personale militare. Gli aerei NATO e dei paesi partner che condurranno l’addestramento a livello tattico includeranno i cacciabombardieri Eurofighter/Typhoon, Tornado, F-16, F-18, L-159, Mirage 2000, JAS-39 Gripen, i convertiplano MV-22, gli aerei da trasporto C-130, C-160 e Casa C-295, diversi aerei per il rifornimento di carburante in volo, quattro aerei radar di pronto allarme più alcuni elicotteri”.
Secondo quanto riferito in commissione difesa dal sottosegretario Alfano, a Trapani Birgi saranno rischierati, dal 21 ottobre al 6 novembre, 18 aerei italiani e 12 dell’Alleanza. “L’attività di volo si svolgerà, principalmente, nelle aree del mare Tirreno meridionale, limitando soltanto ai decolli e agli atterraggi l’impegno dello spazio aereo attestato sull’aeroporto di Trapani”, ha aggiunto Alfano. “Sin dalle prime fasi di pianificazione, a fine 2013, l’Italia aveva anticipato all’Alleanza una prima offerta di assetti, basi e poligoni che comprendevano anche l’aeroporto di Trapani per soddisfare le esigenze avanzate dalla NATO di disporre di adeguata capienza logistico-operativa e di evitare una eccessiva concentrazione di assetti in una sola Nazione o base”.
Appena tre mesi fa, la ministra della difesa Roberta Pinotti, rispondendo a un’interrogazione della senatrice Pamela Orrù (Pd), aveva fornito un dato diverso sulle componenti aeree NATO che opereranno dallo scalo aereo siciliano. “Presso la base del 37° Stormo dell’Aeronautica militare di Trapani-Birgi saranno rischierati 19 aerei italiani e 8 dell’Alleanza”, scrisse la ministra. “Gli aeromobili che prenderanno parte all’esercitazione decolleranno verso spazi aerei dedicati, il cui utilizzo è stato da tempo coordinato con l’Ente nazionale dell’aviazione civile (ENAC). Al fine di minimizzare l’impatto con l’attività di volo dell’aviazione commerciale si è concordato con l’ENAC di evitare lo svolgimento di attività addestrativa durante il fine settimana interessato e nel relativo arco notturno, ivi incluso il venerdì notte. I decolli avverranno in modo scaglionato, senza interferire in maniera significativa con il traffico aereo locale, peraltro, in una stagione dell’anno che registra bassa affluenza turistica”.

“La NATO -concludeva Roberta Pinotti - nell’ambito delle attività preparatorie di ogni esercitazione e, ovviamente, anche di quelle complesse a livello multinazionale, pone la massima attenzione nel definire ogni aspetto relativo alla sicurezza delle operazioni e dei voli, in ottemperanza di quanto previsto da fonti normative di diritto internazionale e nazionale attualmente in essere. Si ritiene opportuno evidenziare che nel periodo dell’esercitazione è prevista la presenza nei territori di Trapani e Marsala di circa 1.000 militari italiani e di altri militari provenienti da diversi Paesi della Nato, con positive ricadute per l’indotto economico dell’area”. In Sardegna, sui disastrosi effetti sul territorio, l’ambiente e l’economia generati dalle esercitazioni militari italiane, NATO ed extra-NATO esiste una bibliografia infinita. Ma anche in Sicilia occidentale in tanti ricordano ancora come le operazioni di bombardamento aereo in Libia del 2011 scatenate proprio da Trapani-Birgi- e la conseguente chiusura (prima totale e poi parziale) dello scalo al traffico passeggeri- causarono il crollo nell’affluenza annuale dei turisti e la perdita di decine di milioni di euro per gli operatori locali.

martedì 29 settembre 2015

La democrazia nel tempo dei populismi
di Giovanni Bianchi


I populismi non sono una novità
Ovviamente anche nel tempo dei populismi la democrazia è a rischio. Del resto è impossibile dimenticare l’ammonimento sturziano per il quale la democrazia non è un guadagno fatto una volta per tutte. E allora, anche nel tempo del populismo mediatico, si tratta di ricostituire un punto di vista a partire dai populismi odierni, con l’intento perenne di far dialogare intorno ad essi le diverse generazioni portatrici di un approccio e di vocazioni giustamente diversificate.
Una grande tradizione populista è rintracciabile nella storia degli Stati Uniti d’America, nelle culture politiche, nei partiti i elettorali, negli stessi sindacati.
Ma indubbiamente l’interpretazione più estesa e consistente del populismo si ritrova nel continente latino-americano e in particolare in Argentina. L’epopea del peronismo è paradigmatica e non manca di nulla. Il generale, l’icona femminile, quasi sacra, di Evita Peron, le manifestazioni oceaniche di piazza, le strutture organizzative che vanno dalla destra sindacale, cui fu attento il gesuita Bergoglio, fino alla sinistra più estrema ed armata dei montoneros guidati da Eduardo Firmenich, ora professore universitario esule a Barcellona. Venature populiste si ritrovano dunque in diverse formazioni e perfino nel kennedismo nordamericano. Si pensi a quella che continuo a considerare la pagina più alta della retorica politica del Novecento, costituita dal celebre discorso sul Pil di Bob Kennedy alla Kansas University nel 1968: il Pil non misura il costo delle nostre carceri e delle manette, così come il tenore affettivo delle famiglie americane…
Ma da dove guardiamo oggi al fenomeno populista in Italia?
A far data dalla caduta del Muro di Berlino del 1989, bisogna ricordare che l’Italia è l’unico paese al mondo ad avere azzerato tutto il precedente sistema dei partiti di massa. Non è successo in nessun altro paese d’Europa.
I partiti erano l’organizzazione di una cultura politica popolare, lo strumento per la selezione della classe dirigente sui territori e in ordine alle istituzioni nazionali, un’organizzazione diffusa della quotidianità popolare. E basterebbe pensare ai festival dell’unità per rendersi conto di quanto la politica si fosse mischiata alla vita della gente e di come a partire da lì fosse in grado di costituire la figura del “militante politico”, sulle cui gambe ha camminato nel dopoguerra, sotto tutte le bandiere, la democrazia reale del Paese.
È il crollo irreversibile di questo mondo (ha sempre ragione Toynbee a ricordarci che le culture e le civiltà non vengono uccise, ma si suicidano) che ha spalancato autostrade e praterie ai nuovi populismi mediatici italiani.
Ad interpretarli aiuta un’espressione sintetica delle giovani sociologhe americane le quali affermano che oggi le politiche e i giovani politici si occupano di surfare le situazioni e i  problemi, così come giovani atletici e coraggiosi cavalcano sulla tavoletta del surf le onde immense dell’oceano, senza chiedersi granché sulla natura delle onde.
E’ questa la ragione per la quale oggi tutti i populismi passano attraverso i media, sono mediatici e rappresentano l’interpretazione mediatica della “politica senza fondamenti”, sulla quale le riviste italiane degli anni Ottanta  dibattevano e facevano previsioni.
Interrogandomi a mia volta sul tema e sulla situazione sono riandato a studi che feci nel 2000 in un saggio dedicato alla quotidianità. Allora avevo scelto come pesce-guida dello scandaglio Walter Benjamin e i suoi studi sul dramma barocco tedesco.
Ma si tratta di cosa troppo seria e comunque superata dagli eventi in corso e dalle tecnologie che hanno profondamente mutato non soltanto il comportamento e la percezione dei politici: Benjamin si occupava del Settecento e dei sovrani; noi invece dobbiamo fare i conti soprattutto con una vasta fascia di classi medie impoverite e con il ceto politico che esse esprimono.

Cicciolina
I nostri populismi vengano meglio affrontati e intesi nell’origine se si ricorre a un saggio di Francesco Alberoni pubblicato negli anni Sessanta con il  titolo L’élite senza potere.
Un saggio utilissimo e tuttora importante perché opera la distinzione tra la leadership e il divismo. Il leader è dotato di autorità, di carisma, deputato a governare. Il divo domina l’immaginario, affabula, non governa, è circondato di enorme simpatia e gli viene consentita la trasgressione. Una distinzione evidentemente superata dai fatti. Gli idealtipi e i personaggi si sono mischiati, con nessun vantaggio né per il leader né per il divo. Il punto di svolta, o se si vuole la “frattura”, in Italia la produce Marco Pannella con la candidatura e l’elezione al Parlamento di Ilona Staller, in porno-arte Cicciolina. Anche in questo caso l’elezione della Staller farà tendenza e aprirà autostrade più impolitiche che politiche.
Non a caso avremo da allora una sempre maggiore presenza degli uomini di spettacolo in politica: sia con teatri e trasmissioni dedicate alle vicende nazionali correnti, sia con la presenza sul terreno della rappresentanza di attori e soprattutto comici.
E’ anche utile dire che non si tratta di un fenomeno soltanto italiano, enfaticamente rappresentato da Beppe Grillo, ma di una sorta di mania internazionale. Una imitatrice di Cicciolina interessò qualche anno fa le cronache politiche spagnole, mentre il caso più clamoroso è quello del “pagliaccio Tiririca” in Brasile, approdato al Parlamento di Brasilia con 1 milione e 750 mila voti di preferenza e con un programma molto sintetico: “Non so cosa facciano in Parlamento, ma se mi eleggerete ve lo spiegherò giorno per giorno”.
E’ anche per questa ragione che è esplosa, in particolare nel nostro Paese, la discussione intorno al rapporto tra politica e antipolitica, spesso dimenticando che il confine tra politica e antipolitica è un confine estremamente poroso, ossia percorribile nei due sensi.

Gli ingredienti
Vi sono infatti ingredienti costitutivi insieme della nuova politica e dell’antipolitica.
La velocità infatti sembra  il criterio principe delle nuove politiche, in grado di offrire governabilità là dove la democrazia tradizionale produce lentezze ed ostruzionismi. Il problema ovviamente non è campato per aria ed alcuni costituenti, come Giuseppe Dossetti, se lo ponevano già in allora: come adeguare i tempi dell’esecutivo a quelli di caduta assai più veloce dei modelli economici e tecnologici.
Così pure il vincere, non avere ragione, pare essere la missione dei nuovi politici. Al punto che il campo della politica sembra diventato un campo di basket, dove si ama distinguere tra vincenti e perdenti. Il basket è un grande sport, ma la politica è e dovrebbe restare un’altra cosa. I criteri di giudizio, la capacità di critica e di aggregazione, la stessa filia di un partito, non possono discendere da questi criteri. La democrazia soprattutto richiede tempi di studio e di discussione dei problemi che male si accordano con la fretta delle decisioni e la mutevolezza delle emozioni. Troppe volte infatti il bagaglio espressivo del populismo mediatico sembra alludere a un antico esperimento dannunziano: i 18 mesi della Repubblica del Carnaro, che videro la città di Fiume trasformata in laboratorio e  palcoscenico di una messa in scena di sentimenti, esagerazioni e provocazioni che finirono la propria esibizione sotto le granate volute da Giolitti. Perfino il marinettismo dovette sembrare più castigato…
E ancora un’osservazione che discende dai rapporti interni alle diverse componenti del PD e alle sceneggiate che di tempo in tempo vengono esibite. In questo caso, oltre al populismo, funzionano vecchi meccanismi e astuzie della politica riconducibili al relativismo dei giudizi.  Non va infatti mai dimenticato che la statura di un politico viene normalmente misurata dall’opinione pubblica attraverso il confronto con quella dei suoi seguaci e avversari. Vale la regola arcinota per la quale i friulani sono i più alti tra gli italiani, ma se si confrontano in Europa con gli olandesi non possono che apparire di media statura. Credo che questo relativismo sia la ragione per la quale Renzi non abbia nessun interesse ad  estromettere dal partito gli oppositori. Perché gli appaiono come la dimostrazione palmare di quanto lui sia più veloce e vincente. Così il confronto con i concorrenti  e gli avversari mette in secondo piano quello con la realtà e la durezza dei problemi che stanno dietro la rappresentazione della realtà. La politica che ha deciso di governare le emozioni risulta assai più forte nella rappresentazione e rischia di mostrare la corda e la sua debolezza proprio nel confronto con la durezza dei fatti. Per questo torna in campo il termine surfare: essere bravi nell’equilibrio sopra la tavoletta è altra cosa rispetto al confronto con i problemi.
Lo showman tiene inevitabilmente il campo, ma proprio la sua abilità vincente rischia di impedirgli di intraprendere il cammino dello statista. Si torna cioè alla considerazione, che riguarda quasi in toto la politica italiana: i populismi mediatici governano le emozioni degli elettori prima e più (o anche al posto) dei problemi.
Si può danzare benissimo l’estate, ma l’estate è soltanto una stagione dentro un anno politico più lungo, e non privo delle rigidità dell’inverno.


Anche le politiche nuove discriminano
Anche le rappresentazioni della nuova politica possono discriminare. È così che la “rete” di Grillo finisce di fatto per escludere più del censo che consentiva agli inizi dello Stato unitario la partecipazione al voto nel nostro Paese di appena il 2% della popolazione. Anche per una difficoltà tecnologica delle vecchie generazioni, le consultazioni di Grillo raggiungono una platea di qualche decina di migliaia di elettori. E il resto? È colpa dei vecchi essere vecchi? E perché l’età avanzata dovrebbe impedire l’esercizio del voto e della cittadinanza?
Un lungo discorso andrebbe ripreso sull’antropologia degli italiani e sul suo modo di attestarsi oggi dopo le celebri diagnosi di Leopardi, di Prezzolini e di Guido Dorso.
Resta il problema di rifare ancora una volta i conti con la sostituzione nell’ambito della cittadinanza reale operata dalle nuove classi medie impoverite rispetto al popolo del secondo dopoguerra. Non è un problema statistico né tantomeno soltanto sociologico. È un problema antropologico che attiene alla politica: è un problema di analisi e riguarda l’organizzazione culturale di massa. Siamo richiamati a fare i conti con quella che oramai universalmente viene riconosciuta come la “società liquida” (Bauman). Società liquida alla quale rischia di corrispondere sempre più una politica ciarliera e gassosa.
Si pensi a come il cibo -riconosciuto universalmente come food- sia diventato uno degli ingredienti dei nuovi populismi, dal quale nessuna nuova ideologia o predicazione riesce a prescindere. Anche Radio Popolare ha deciso infatti di dedicarvi più di una rubrica pur rivolgendosi a una platea di ascoltatori di irriducibili della politica tosta e sicuramente fondata. Lo stesso e più deve dirsi del calcio, in tutte le sue versioni: il calcio come spettacolo, il calcio come filosofia, il calcio come borsa dei calciatori e dei loro stipendi, il calcio come rito di massa, il calcio come colla e motivazione degli oltranzisti della curva dello stadio. Il food e il calcio sono diventati infatti elementi portanti del nuovo pensiero unico generalizzato dal capitalismo come narcisismo acquisitivo (straparlando di merito e professionalità), e del nuovo populismo di massa che assimila e uniforma i comportamenti.
È patetico lo spettacolo che tutte le mattine di bel tempo si offre ai miei occhi nella sottostante piazza Petazzi. Antichi sestesi che hanno lavorato nelle grandi fabbriche e condotto dure lotte appaiono impegnati in discussioni accalorate e dottissime sulla filosofia del calcio e la borsa del campionato, dimentichi della politica di un tempo, approfittano di qualche pausa per scambiarsi informazioni sulla prostata…
E al di là del sarcasmo e delle celie, inviterei a non sottovalutare questa pedagogia di massa del populismo. Perché il modello educativo risulta comunque centrale nei populismi nelle diverse fasi storiche. Basta riandare al ventennio fascista e al contrasto con la Chiesa cattolica, dove le condiscendenze nei confronti del regime trovarono un limite  e terminarono con le leggi razziali e per l’avversione al modello educativo rappresentato dal Balilla. Fu il cardinale di Milano, Ildefonso Schuster, a dire ad alta voce durante una cresima ai ragazzini stipati nelle navate del Duomo: “Macché Balilla, voi siete soldati di Cristo”.

Una versione americana
Una versione americana del rapporto tra democrazia e populismo la troviamo in Walter Lippmann, che distingueva tra “massa confusa” (spettatrice dell’azione e non partecipante ad  essa) e “classe specializzata”, che si occupa dell’opinione pubblica. Pensava infatti Lippmann che “gli interessi comuni si sottraggono interamente all’opinione pubblica”. Una visione indubbiamente attenta, e particolarmente attenta al ruolo dell’élite.
Una visione in certo modo approfondita e rafforzata da Reinhold Niebuhr, che osservava, sulla medesima lunghezza d’onda: “La razionalità è una capacità davvero assai limitata”.
Insomma, il populismo dilaga dove minore è l’informazione e affievolito lo spirito critico. Posizione diversa da quella dalla quale osservava il fenomeno Walter Benjamin, quando procedeva all’elaborazione luttuosa della leadership usando gli strumenti del dramma barocco tedesco. Quindi rovistando nella storia, a differenza della tragedia dei greci che scandagliarla il mito. Con l’intento comunque di rinvigorire la virtù degli spettatori. Tradotto nella vulgata corrente, si dovrebbe dire che Benjamin usa gli strumenti dei “gufi”, non quelli degli “ottimisti”. Un approccio da non dimenticare è quello di Harvey Cox (1964) che pone il problema a partire dalla morte di Dio. Osserva Kox che alla spietata visione materialista del marxismo si è sostituita un’altra visione altrettanto spietatamente materialista. E non ci vuole molto a intendere che qui affonda le sue radici la vulgata del pensiero unico.
E vale ancora la pena osservare come tutto -immagini e slogan- viaggi non all’interno dell’antica propaganda, ma si serva degli strumenti della nuova pubblicità. Vedrò di fare ancora un paio di esempi.

Icone della quotidianità
Il primo esempio mi è stato suggerito dalla copertina del fascicolo di “laRepubblica” di mercoledì 23 settembre 2015 dedicato alla moda. Prima pagina: “Dalle sfilate arrivano abiti, borse e gioielli dallo stile neutro. Per parlare alle nuove generazioni”. Più sotto, sempre a caratteri di scatola: “Moda. Il futuro è no-sex”.
Il messaggio subliminale non mi pare né criptico né esaltante. Ed è essenzialmente rivolto a quanti, presi dalla professione e dalla corsa del dopo in carriera, scelgono con più decisione lo status di single.(La famiglia e il carico dei figli consumano troppo tempo prezioso.) Infatti nella seconda pagina troviamo un titolo sibillino: “L’era del vestito plurale”. Quindi: “Fluidità é la parola chiave del post-contemporaneo. Siamo in un’epoca di metissage completo, figlio di una proliferazione culturale che vuole uscire dall’ “igenismo” minimalista dei designer”.
Non siamo evidentemente al top della spiegazione facile. E mi è venuto in mente che già altra volta mi era capitato di pensare che lo sguardo più acuto sul populismo americano e mediatico fosse quello di David Foster Wallace nella raccolta di saggi pubblicata da Einaudi nel 2006  con il titolo Considera l’aragosta. L’autore di Infinite Jest (1281 pagine, note ed errata corrige inclusi) si produce in Considera l’aragosta, nel primo capitolo, in una descrizione ed analisi del festival dei film porno tenuto a Las Vegas. Le chiavi interpretative che David Foster Wallace fornisce sono insieme acute ed esilaranti: un modo divertente e geniale per interpretare uno degli aspetti del populismo americano. Ovviamente Foster Wallace non era pagato per fare della pubblicità. Torniamo invece in Europa e torniamo in Italia e torniamo pure al quotidiano “laRepubblica” di giovedì 24 settembre 2015. Sfogliate fino a pagina 41 dove vi imbattete nel titolo: “Lezioni di sesso alla danese. Fate figli presto”. Più chiaro il soprattitolo: “Svolta nei corsi scolastici per arginare il crollo del tasso di natalità. Ora si insegna che è meglio non aspettare a procreare”. L’articolo-reportage è serio e firmato da Andrea Tarquini.
Si fa osservare che programmi e materiali si adeguano sin dalle elementari, in Danimarca, per salvare lo Stato sociale. Il reddito minimo per chi ha figli può arrivare a 1760 euro al mese. Ogni studente riceve, in nome del diritto allo studio, un assegno di 700 euro ogni mese. Insomma più che a vendere oggetti alla moda no-sex, i danesi risultano preoccupati della loro scarsa natalità, e quindi si ingegnano a incentivare, anche fra i giovanissimi, la voglia di fare figli, supportandola con i contributi finanziari. (Nella cattolicissima Italia si provvede invece ad organizzare il Family Day.)
Mi chiedo se il populismo quotidiano che attraversa queste società liquide non si abbeveri assai di più a questi provvedimenti piuttosto che ai riti – pure essi populisti – della politica mediatica vecchia e nuova. E se andate col pensiero a un’Italia lontana vi accadrà di scoprire quanto populismo propositivo (i populismi non sono soltanto malattia ed epidemia) vi fosse nella campagna di promozione dell’Autosole, inaugurata il 4 ottobre 1964: 700 km da Milano a Napoli, per unire il Bel Paese e una penisola troppo lunga e troppo bella…
Parrebbe dunque inevitabile questa fase di populismi: diversi, propositivi o allontananti, tutti comunque dilaganti a tutte le latitudini. Personalmente trovo aspetti di sano e virtuoso populismo in alcuni discorsi del mio grande amico sestese Gino Strada, che ha fondato Emergency per attraversare le guerre, sanando le ferite dei più deboli e sfortunati, e che sostiene, anche in televisione, che gli uomini possono eliminare la guerra, così come hanno saputo eliminare la schiavitù. (Una testimonianza da vero premio Nobel.)  
Il problema, ancora una volta, è dotarsi degli strumenti per interpretare prima i fatti degli avvenimenti. Per difendersi dalle sirene populiste e sapere usare gli strumenti a disposizione.  Insomma, l’eterno problema di studiare per costruire un punto di vista.
Con il gusto anche di scoprire e magari divertirsi, affermando praticamente che non tutte le democrazie debbono per forza essere di umore saturnino. E che vale la pena di capire i populismi perché a loro volta non sono poca cosa nella lunga e incerta partita che stiamo conducendo tra governabilità e democrazia.



                                                                                          
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