UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 8 giugno 2025

ALBERI
di Anna Rutigliano


I Giganti di Fallistro in Sila (Calabria)

“Fu molto più tardi che si capì
ch’erano morti alberi
non semplici uomini
”.
Angelo Gaccione - Una gioiosa Fatica, La Scuola di Pitagora editrice, 2025
 

Bambini abbracciano
i Giganti

“(...)Und allem Weh zu Trotze bleib ich verliebt in die verrückte Welt.”(“e a dispetto di ogni pena, rimango innamorato di questo folle mondo”) sono questi i versi finali della celebre poesia di Herman Hesse dedicata alla sua Quercia potata (Gestutzte Eiche) e declamati in lingua originale, con relativa lettura collettiva, in versione italiana, fra i banchi della Scuola Media Monterisi di Bisceglie, in occasione della quindicesima edizione de Il Maggio dei Libri 2025, la campagna di promozione etico-sociale del libro che varca i confini nazionali, da poco conclusasi. La tematica discussa, quest’anno, con le classi prime e seconde, ha riguardato la resilienza degli alberi creando un parallelismo con la resilienza degli individui, grazie all’intervento dello scrittore Zaccaria Gallo, il quale, nei suoi panni di ex medico, ha evidenziato concretamente le analogie fra mondo vegetale e umano, entrambi esseri viventi, mediante la personificazione di Studente-Albero: le braccia stanno ai rami come i capillari alle foglioline, in cui circola linfa vitale. 


Gli allievi della Monterisi di Bisceglie

Mutuato dal campo della tecnica, quale capacità di un materiale di conservare le proprie caratteristiche intrinseche a seguito di un urto, il termine resilienza è stato utilizzato nel settore della botanica, per la prima volta negli anni ’70, ad opera dell’ecologista canadese Holling; successivamente esso è stato esteso in ambito psicoanalitico, antropologico e sociologico, quale capacità umana di resistere alle difficoltà che occorrono nella sfera del reale. Non sono forse i lunghi e snelli platani che svettano lungo i viali torinesi o nei boulevards parigini, esempio di resistenza agli agenti inquinanti industriali e non solo, conservando tuttavia una peculiarità fondamentale di fitodepurazione atta a ridurre le immissioni di carbonio nell’atmosfera? E cosa dire della nostra imponente e longeva quercia, così paziente e tenace agli occhi del poeta tedesco, indistruttibile, nonostante le tormentate avversità che la vita le ha riservato? Il poeta ligure Camillo Sbarbaro fu un appassionato di botanica, tanto da conquistarsi fama a livello internazionale come il maggior collezionista di licheni. Le classi hanno proseguito, infatti, nella lettura ad alta voce di alcuni suoi versi appartenenti alla raccolta poetica del 1920 intitolata Trucioli: “Più che d’uomini ho in cuore fisionomie di alberi… alberi scapigliati e alberi raccolti come mani che pregano”.



Per la scrittrice canadese Rochelle Mass, emigrata in terra israeliana negli anni ’70, gli alberi, invece, assurgono a simbolo di crescita individuale e cambiamento, una sorta di lente attraverso cui ispirarsi per avvicinarsi il più possibile all’irraggiungibile, quasi un luogo mistico in cui assistere all’esplodere dei frutti e al loro appassire, evocando versi leopardiani; così leggiamo nella sua lirica “Waiting for a message”, nei versi iniziali: “ Trees help you see slices of sky between branches, point to things you could neve reach…” (“Gli alberi ti aiutano a guardare pezzi di cielo fra i rami, puntare a cose irraggiungibili”).
La giornata dedicata al Maggio dei Libri, si è conclusa adattando il testo La Filastrocca dell’albero della scrittrice e copywriter bolognese Sabrina Giarratana con l’improvvisazione, a suon di rap, da parte degli studenti e studentesse, di cui ancora fa eco il canto di foglie che vibra d’incanto. 




In un mondo tecnologicamente frenetico, dovremmo tutti avere un Amico Albero, da venerare, quasi fosse un santuario, così come Hesse ci racconta nella sua opera dedicata agli alberi, dal titolo Bäume del 1919 (“Alberi”), in cui raccogliersi con la propria anima e rallentare con i propri pensieri, per potersi connettere con la parte più profonda del Sé, recuperando l’autenticità smarrita con il progresso (?), così come tutti dovrebbero avere il diritto di potersi adagiare ad un tronco di albero, sentirne l’odore della corteccia in attesa di un messaggio di pace  che ancora  tarda ad arrivare  e che tanto mi ricorda la bambina dai capelli d’oro, protagonista non della fiaba dei fratelli Grimm, ma del documentario israelo-palestinese “No Other Land”, proiettato nelle sale cinematografiche italiane a partire da gennaio 2025 e vincitore, come miglior documentario, degli Oscar 2025: la bambina, ma anche altri membri della famiglia, si sottrae alla bruttura causata dall’occupazione dell’esercito israeliano, cominciato molto prima del 7 Ottobre 2023, adagiandosi su di un materasso, tenendo con sé un telefonino per poter giocare e “distrarsi” dai continui sfratti e demolizioni, nella propria terra di Gaza, il villaggio Masafer Yatta. È questo il paradosso del ventunesimo secolo: il progresso può salvare e annientare allo stesso tempo, come già Brecht aveva ribadito nella sua lirica “General”. Dovremmo sperare che scenda una pioggia di stelle ad illuminare la mente umana ormai da tempo in totale decadenza in materia di Umanità perché dove tutto vien distrutto, non vi è spazio neppure per il sentimento di resilienza, né per un albero.

L’AFORISMA
di Laura Margherita Volante


 
“
L’idiozia del potere ha la forza distruttiva di una slavina”.

POETI
di Serena Accàscina


 
Autunno
 
Nei boschi ho cercato l’essenza
tra rosse foglie d’autunno
e il giallo verde degli abeti
mai come in questi giorni
ammiro la bellezza della vita
poi verrà la morte ma
se la vita rimane monca
in inverno, l’autunno dimostra
che esiste la vita e questa
sepolta dorme, come seme
sotto la neve e foglie rosse
rinascono, e rifluisce nuova
la primavera, spera e sii forte
nell’attesa....
 

 

CINEMA
di Marco Sbrana



Appropriarsi della realtà. Wes Anderson e La Trama Fenicia. 

Appena è uscito in Italia (il 28 maggio), de La Trama Fenicia di Wes Anderson ho sentito parlare male. Critici si scagliavano contro il regista de I Tenenbaum accusandolo di manierismo. Frase tipica che si sente pronunciare nei riguardi di una pellicola di Wes Anderson è: “Fa sempre lo stesso film”. Partiamo da qui. Il pittore Edward Hopper rispondeva così in un’intervista: “Nei miei quadri cerco me stesso”. Così Wes Anderson. Il percorso artistico del regista è quello verso il raggiungimento di una lingua perfettamente connotata per raccontar (si) il mondo. Si tratta, come per Hopper, di un’appropriazione del reale. La realtà piegata alla forma che Wes Anderson, film dopo film, perfeziona. Di storie (ma non è questo il luogo per un’invettiva contro lo storytelling) è pieno il panorama artistico-letterario; le voci tanto penetranti da essere cultura di massa, oltre che immediatamente riconoscibili, scarseggiano. Ma una di queste è quella di Wes Anderson. I leitmotiv contenutistici sono accessori di una più profonda ricerca, che è quella della forma. E la forma (Adorno) è contenuto. Questo si può rispondere a chi accusa Anderson dimanierismo. Perché, in fondo, cos’è il manierismo se non coerenza tonale, vocale, stilistica? Perché, mi chiedo, i critici si lamentano di un artista che trovato una voce così precisa? Al che, sempre facendo fede a Adorno, una delle scene che aprono La Trama Fenicia - Benicio Del Toro ferito che fa colazione nella vasca da bagno - è tanto formalmente compiuta da non essere più solo il come ma anche il cosa; non già più significante volto alla trasmissione di un significato, ma estetica che si autogiustifica. Così per tutto il cinema del nostro.



La Trama Fenicia è la storia di una famiglia disfunzionale. Zsa Zsa Korda, un miliardario che tutti cercano di uccidere, ha in mente un piano, che concretizzerà dopo trent’anni di lavoro, la Trama Fenicia, appunto. Se riesce nell’impresa, i proventi di un’area ora commercialmente inattiva saranno suoi al 5% per i prossimi 150 anni. Ma perfidi burocrati si oppongono, lo ostacolano, danno vita alla narrazione che, come in tutti i film di Wes Anderson, segue questo schema: la gargantuesca trama e l’intrigo gargantuesco che, alla fine della fiera, si riducono a umane troppo umane passioni. La passione de La Trama Fenicia è il riscatto morale, innescato dall’incontro di Korda con la figlia Liesl, una suora. La Trama Fenicia nasce per guadagnare; ma Liesl è convinta possa essere fautrice di buone azioni. Da anni si dice che Wes Anderson è freddo; non lo è. Le emozioni, è vero, sono stilizzate (stilizzazione accentuata dalla recitazione piana), ma valgono (ossia, il film emoziona) perché stilizzato è il testo filmico nella sua interezza, e dunque le emozioni, così rappresentate, sono coerenti col testo che Wes Anderson presenta. Ma per godere - e capire - i giochi linguistici, bisogna prima comprendere la lingua.



La Trama Fenicia è un’opera sulla redenzione morale, dove il sacro diviene tale non perché vicino a Dio ma perché vicino alla terra. Dopo anni di imbrogli, evasione fiscale, agiti violenti atti solo al guadagno, Korda - che sta invecchiando - può diventare buono? Può salvarsi dall’inferno che le visioni in esperienza pre-morte gli prospettano? Il sacro, ne La Trama Fenicia, è il kantiano “Bene che si sente”. Così Liesl sul finale: “Quando prego, nessuno risponde”, ma agisce come pensa avrebbe suggerito di Dio e “di solito, è ovvio”.
Come sempre scandito per capitoli, La Trama Fenicia è un film a sketch che porta avanti la riflessione di Wes Anderson sulle disfunzioni della famiglia, con un’estetica che rende i movimenti dei personaggi mosse di ballo sullo spartito di precise panoramiche, severe carrellate su interni dove ogni dettaglio è saturato di lirismo. Un’opera di forma, un’opera che afferma con coraggio l’identità tra forma e contenuto. Un film di Wes Anderson che somiglia a tutti gli altri, nella ricerca spasmodica di ogni artista (che si rispetti): non quella della grande storia (già tutte raccontate), ma della voce autentica che possa non più dire ma cantare.
Se il banale, l’uguale, il ridondante sono cantati, hanno valore?

LIBRI
di Paola Barni
 

Il piccolo e prezioso libro di Mariacristina Pianta (Villa Belloni, Mimesis editore 2021) si struttura sul tema del ricordo e della memoria, che lega l’autrice al suo passato ma che nello stesso tempo la tiene in una dimensione sospesa (e non a caso l’ultima sezione ha per titolo Tempo sospeso): “Ma tesse la memoria / una sottile trama / di azzurri ricami” (Colloqui); “ma si smarrisce / la memoria” (Silenzio). Particolari sono i soggetti e i modi e i tempi verbali: molto rara la prima persona singolare, prevalgono la prima plurale, la forma impersonale o l’infinito, a sottolineare una dimensione rarefatta e ambigua in cui l’io lirico si dissolve e lascia parlare gli oggetti, la natura, anche se spesso sono lontani o vaghi: “Stupiti guardavamo / diventare lunghe le ombre” (In cortile); “Qualche pausa nell’erba / alta nel sentiero. / Tutto ormai sembra / lontano, anche il cielo” (Sul Terdoppio). Il clima delicato e ovattato si riflette anche nelle brevi ma intense prose, di fatto anch’esse liriche, in cui riemerge il ricordo di persone care, come i genitori: “In questo difficile presente tra conti che non tornano, delusioni, smarrimenti, mi pesa l’assoluto silenzio, mentre si consuma il tempo che posa. Solo la mia voce avverto, ancora distante da te” (A mio padre). E dunque l’autrice arriva a trattare il tema, tanto caro alla poesia del ‘900, del silenzio della parola, dell’impossibilità di dire e della debolezza della poesia di fronte alla voracità del mondo: “Il silenzio copre ogni cosa” (Paderno D’Adda); “Soffoca il silenzio / le nostre voci sommesse” (Villa S. Maurizio Erba). Eppure, seppur sommessa e riservata, seppur in un procedere “lenti / senza più una meta” (Senza meta), la voce di Mariacristina Pianta lascia un’orma profonda, un senso di nostalgia e mestizia, ma anche di passione, quasi come le mani di Antonia Pozzi “troppo pesanti / per non aprire piaghe, / troppo leggere / per lasciare un’impronta” (Sfiducia).

 

sabato 7 giugno 2025

PRIMO CONSUNTIVO SU TRUMP
di Luigi Mazzella
 



Populismo, sovranismo, che, secondo i soliti “saputelli” della politica, possono essere di destra o di sinistra… e ancora: progressismo, liberalismo, conservatorismo, liberismo neo o vetero sono diventati tutti, indistintamente, termini privi di vero significato, vuoti di contenuto usati unicamente come insulti per diversificarsi, distinguersi sulla base di programmi politici che, invece, grazie alle elaborazioni compiute dal Partito Democratico americano e alla loro diffusione favorita dai servizi d’intelligence (egemoni o “deviati”) sono divenuti in grande prevalenza simili, distinguendosi soltanto per minimi dettagli. Va detto, infatti, che nei lunghi periodi di Presidenze Democratiche negli Stati Uniti, il Partito della cosiddetta Sinistra progressista, puntando a divenire “mondiale” e “unico” con misure tendenzialmente di condivisione universale ha escogitato una politica pauperistica (in Italia si direbbe: “di carità pelosa”), fatta di redditi di varia denominazione: di cittadinanza, di inclusione, di libertà oltre che di sussidi, di bonus, di cunei fiscali, di flat-tax per poveri, cui la stessa Destra, ove esistente, pur vittoriosa in patria ma sempre servile e filoamericana in politica estera, ha dovuto uniformarsi. La terminologia usata da tutti i politici, cosiddetti di sinistra, di centro e di destra, rappresenta ormai solo la cortina fumogena dietro cui si nasconde la confusione mentale generata dall’odio diffuso e pervasivo che domina ormai incontrastato in Occidente, da considerare, senza ombra di dubbio come la parte di mondo che ha messo al bando (dandogli un definitivo ostracismo) ogni forma di pensiero libero (non condizionato, cioè, da pretese verità assolute, religiose o ideologiche, ugualmente indiscutibili, astratte e  utopiche, rigorosamente lontane dai problemi concreti dell’esistenza che dovrebbero essere, per collettività tendenti alla razionalità, quelli della pace e dell’eudomonia perseguite unicamente con l’uso della logica e del raziocinio).



Dalla follia collettiva dello sventurato Occidente non v’è chi riesca veramente a salvarsi, perché cinque irrazionalismi (tre religiosi e due politici) sono veramente troppi e fanno divampare, per l’odio reciproco che generano, guerre del tutto refrattarie a ogni tentativo di riappacificazione nei tempi brevi. Per sanare i contrasti  tra cattolici e protestanti sono occorse “guerre sante” pluri-secolari. La guerra in atto tra ebrei e islamici rischia di doversi concludere solo dopo stermini e massacri di entità totalitaria. 
A quella tra fascismo e comunismo, la seconda guerra mondiale ha posto solo una “toppa” come dimostra quella in atto tra i Russi (postcomunisti) e gli Ucraini (neo-nazisti). Sull’Occidente nuovamente in fiamme, gli ottimisti per vocazione avevano visto brillare la stella di Trump, sulla cui entrata in azione occorre tracciare un primo consuntivo. La premessa necessaria è quella di dimenticare che il neo Presidente americano ha dato, anche lui, molte prove di essere uomo di fideismi “certi” (Dio lo avrebbe salvato dal colpo di fucile del cecchino per consentirgli di fare grande l’America, popolo eletto) e di irrazionalismi politici “confusi” (convinto, com’è, che Dio ama l’America, destinata a dominare il mondo se non il Cosmo); e ciò, come tutti gli Occidentali cresciuti con biberon di latte e favole utopiche di duplice natura.



La conseguenza doverosa è quella di segnare, come su una lavagna, le cose buone e quelle cattive a lui imputabili. Cominciamo:
1) Trump si è arreso nella guerra a favore dell’Ucraina, intrapresa da Biden e dalla NATO, riconoscendo che non si era tattato di un’invasione territoriale dell’ “Orso Russo”, ma di un soccorso necessario  a popolazioni filorusse e russofone massacrate di botte dai neo nazisti di Azov e di Zelensky, reso urgente anche dopo ben due trattati stipulati a Minsk a tutela delle minoranze mai attuati.  
1 bis) Il neo Presidente americano non è riuscito a convincere gli alleati della NATO, tutti schierati, a parte Orban, con il Partito Democratico di Obama, ormai transnazionale e sostanzialmente unico nell’intero Occidente, a fare altrettanto per arrivare subito alla pace. L’irrazionalismo di tale sua scelta “a metà”, senza, cioè, sconfessare la NATO e omettendo di cogliere e denunciare l’illegittimità dell’entrata in guerra contro il disposto dell’articolo 5 e al tempo stesso di non uscirne, mantenendo praticamente ancora in piedi uno strumento di aggressione bellica,e ciò va segnato certamente a suo sfavore.
2) Trump ha dimostrato di avere lucidamente capito, dopo la sua passata esperienza presidenziale: a)  che CIA, NSA, FBI volevano farlo contare come il due di picche nella nostra “briscola”, rendendo un inane nomen quello di “Capo di Stato più potente del mondo” e che avrebbe avuto contro oltre alle spie e ai poliziotti, anche i generali del Pentagono (che già si era fatto un baffo, nel precedente mandato, del suo ordine di fare rientrare le truppe statunitensi dall’Afghanistan) e gli organi della giustizia americana e dell’associazionismo, dalle formule più elevate a quelle più “terra-terra”; b) che la tradizione guerrafondaia del Paese (la più praticata del mondo) si reggeva soprattutto sui Presidenti Democratici (con qualche eccezione in un senso o nell’altro) e che essi , più di quelli Repubblicani, potevano contare sull’appoggio di Wall Street (e della City londinese), dell’industria delle armi e della giuria svedese dei premi Nobel. 



2 bis) Nonostante tutto ciò il Donald, una volta rieletto e constatato che, non potendo contare su spie, generali e diplomatici con o senza feluca doveva ricevere Capi di Stato e personalità politiche estere coram populo a) aveva fatto ciò invitando  giornalisti della carta stampata e della radio- tv) che con tagli mirati nei colloqui divulgati mettevano in risalto il peggio dei colloqui per contrastare la sua popolarità; b) aveva creato un’imprevedibile “ammuina” aumentando i dazi sull’importazione, litigando con Elon Musk; c) aveva cessato di  insistere  sul buon proposito di Putin di annientare del tutto il rinascente nazismo ucraino (di un Paese cioè che aveva eletto a “eroi nazionali” i collaborazionisti delle SS, nella seconda guerra mondiale), d) aveva mostrato incomprensibili  incertezze sul conflitto israeliano. 
Prima domanda: Un tale comportamento ondivago di Trump non può avere l’effetto di rafforzare le filiali europee del Partito Democratico di Barack e Michelle Obama, dando loro l’opportunità, da co-belligeranti di Zelensky, di opporsi in vario modo alla pace promessa in Ucraina, mettendolo in tal modo “alla berlina”?
Seconda domanda: Dopo la constatazione che   la pace in Ucraina dipende strettamente dal riconoscimento dell’esistenza di un pericolo nazista ai confini della Russia (che a nessun Paese civile e democratico può negarsi il diritto di estirpare come un pericoloso cancro), si può pensare che la possibilità di una pace giusta e duratura in Ucraina vi sarà anche se Trump continuerà a non avere il coraggio di abbandonare la NATO, condannandola alla sua estinzione, e lasciando ai Paesi Europei di co-belligerare autonomamente per sostenere ancora una volta in Europa la rinascita del fascismo, la cui origine, com’ è fuori discussione, è sempre nel vecchio  Continente?
Conclusione: La prima fase del consuntivo può chiudersi qui!
 

 

 

venerdì 6 giugno 2025

CAPITANATA PER GAZA 




                                                       



DICIAMO BASTA!


 
Il 7 Giugno: tutti in piazza contro il genocidio a Gaza e la corsa al riarmo
 
Il 7 Giugno le principali forze di opposizione hanno convocato una manifestazione a Roma per denunciare le politiche di sterminio contro la popolazione di Gaza. Ci auguriamo che quella giornata veda una partecipazione ampia e trasversale: cittadini, lavoratori, studenti, persone comuni, unite dalla semplice e profonda indignazione di fronte alla brutale violenza esercitata dal governo israeliano. La richiesta è chiara: fermare immediatamente le operazioni militari e porre fine al massacro. Come cittadini, intellettuali e lavoratori riteniamo essenziale partecipare a questa manifestazione per denunciare con forza la strategia di annientamento condotta da Israele, e per affermare senza ambiguità la nostra contrarietà a ogni politica di riarmo in Europa. Una corsa al riarmo che colpisce i settori popolari, sottraendo risorse a sanità, istruzione e diritti, mentre alimenta logiche belliciste e suprematiste. Il nostro obiettivo è dialogare con tutte e tutti coloro che scenderanno in piazza il 7 Giugno, per costruire una mobilitazione ampia e consapevole attorno alla piattaforma promossa dal movimento Not Rearm for Europe, che si ritroverà il 21 Giugno alle ore 14 a Piazza di Porta San Paolo.

Uniamoci per dire no allo sterminio, no alla guerra, no al riarmo.

Uniamoci per dire no allo sterminio, no alla guerra, no al riarmo.
Firma qui
https://forms.gle/bRSpTt89WFzR9owg9  

 

CISL. MA CHE RAZZA DI DIRIGENTE


Daniela Fumarola

C
aro Direttore,
Daniela Fumarola, segretaria generale della CISL, l’11 maggio ha invitato a non votare i referendum, in un’intervista al “Corriere della Sera”. In una successiva intervista (cfr. “La Verità”, 19 maggio) ha fatto marcia indietro, smentendo se stessa ed affermando che la sua confederazione non invita all’astensione, anche se non partecipa alla “tifoseria da stadio” intorno ad essa. Contesta i referendum nel merito, compreso il quinto che, se prevalessero i Sì, ridurrebbe da 10 a 5 gli anni di attesa per l’acquisto della cittadinanza attiva. Forse ha influito su tale ripensamento la presa di posizione dell’ex segretario generale, Savino Pezzotta, e di quasi un centinaio di ex dirigenti e di tuttora iscritti alla CISL che hanno criticato severamente proprio quella affermazione identitaria della sua attuale dirigenza in dissenso polemico dalla CGIL. Né iscritti alla CISL, per la storia di quel sindacato, né chiunque abbia a cuore i diritti dei lavoratori, possono restare insensibili al richiamo del cardinale Zuppi, presidente della CEI, al valore civile della partecipazione democratica al voto, in evidente contrasto con la posizione assunta dalla presidente del consiglio e dalla maggioranza di governo.
A ben vedere, si tratta di sviluppi positivi, compreso il ripensamento di Daniela Fumarola, non solo ai fini del raggiungimento del quorum nel prossimo referendum, ma anche ad una ripresa di un pluralismo democratico da tempo carente all’interno di una confederazione che un tempo ne andava orgogliosa.

Gian Giacomo Migone
(Cofondatore della CISL Università, iscritto alla FNP-CISL)

DE BOSIO A “CORRENTE”
Con Scaramuzza e Marinoni




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