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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
martedì 10 giugno 2025
RANCORI
di Luigi
Mazzella
Bisogna credere a Jimmy
Fontana o pensare che i tempi sono troppo cambiati per cantare ancora la sua
canzone? Per chi è convinto e preoccupato della piega sempre più drammatica che
sta prendendo l’irrazionalismo Occidentale, per chi non parteggiando
passionalmente (e spesso ciecamente) per l’uno o per l’altro fanatico
appartenente o seguace acritico di una delle “cinque follie” ideologiche
(religiose o politiche) che rendono caotica e invivibile la nostra esistenza,
per chi, in buona sostanza, non ha portato, con un atto di pura fede, il
proprio cervello a uno dei “centri di ammasso” esistenti nella parte ovest del
Pianeta, per chi, fuor di metafora, non rifiuta di adeguarsi passivamente a unavolontà non
propria ma altrui, per chi, per pigrizia
o incapacità rinuncia a ragionare con la propria testa, per chi è diventato
aduso ad aderire ciecamente (id est: in modo del tutto non ragionato) a
idee altrui, diventa impossibile
sfuggire al fascino perverso della rissa (sia pure solo verbale e non
concretantesi in una fisica aggressione).
La ricerca dei motivi per uno scontro è ricca di risultati. Le
cinque irrazionalità dell’Occidente parlano, con accentuazioni diverse ma unidirezionali,
di amore per il prossimo, di solidarietà per i meno fortunati, di tutela dei
cosiddetti diritti umani, di pace e di benessere diffuso ma in pratica l’odio
ha la meglio e si attua con la guerra agli infedeli, la ricchezza di sacerdoti
di Dio e di uomini di nomenklature di varia specie ideologica è straripante e
il benessere è tutt’altro che diffuso,dei diritti umani si parla con frequenza
ma solo perché sono sistematicamente violati. Naturalmente in una parte di
mondo dove locupletazioni immense, lager, gulag, foibe, privazioni sottolineano
il fallimento di tutte le fole raccontate ai quisque de populo, la rissa
diventa la cifra di riconoscimento di una società sull’orlo della sua
distruzione.
Difficilmente, chi alterca si preoccupa degli
effetti dell’aspra e violenta contrapposizione dialettica di cui si rende
protagonista: ignora di dare colpi di vanga per lo scavo di una “fossa comune”.
Il polemista incallito si compiace dei suoi colpi
bene assestati, degli insulti e dei vituperi che rivolge al suo duellante
(o più avversari) del momento, non si rende conto che la volgarità degli
epiteti usati, spesso solo per dare sfogo a un odio irreprimibile, lo porta
lontano da un dibattito che solo impropriamente
può definirsi politico.
Il recente litigio tra Trump e Musk ha dato la
stura a fuochi d’artificio terminologici ancora più ineffabili. L’homo occidentalis
non ha esitato a buttarsi nella mischia a capofitto. Tra le sue follie più
recenti v’è l’intelligenza artificiale che dà le risposte più banali, perché la
“cultura” di cui è stata dotata non può essere che la stessa che imperversa in
Occidente da duemila anni con le sue utopie irrealizzabili, i suoi divieti
contro-natura, le sue favole per bambini ritardati e via dicendo. Alla domanda
su chi ricada la colpa dello scontro tra Elon e Donald, Grok il chatbot
di intelligenza artificiale sviluppata nell’azienda di Musk ha accusato proprio
il suo papà, ma il disaccordo di molti “notisti” politici è stato subito
evidente. La domanda sorta più frequentemente in chi si è occupato
dell’argomento munito di paraocchi ideologici ha riguardato l’asserita
impossibilità dell’attuale Presidente degli Stati Uniti di impicciarsi della
pace in Ucraina se deve farsi perdonare fornicazioni di molti decenni fa, fatte
con la complicità di Epstein e Ghislane, noti “perturbatori” della morale del
casto Occidente.
Domanda: che la rissosità degli
Occidentali non sia solo la riprova del “tramonto” così lucidamente previsto da
Spengler? Che cosa ci si può aspettare da leader politici eletti da
masse invelenite, inferocite, orientate da odi religiosi o ideologici che
tolgono ogni possibile visione lucida dei problemi sul tappeto per suggerire
unicamente invettive acrimoniose e trucide? Quali suggerimenti utili ci si può
attendere da chi si dimostra solo capace di odi e di rancori?
lunedì 9 giugno 2025
BISCEGLIE RICORDA KHAN YOUNIS
di
Zaccaria Gallo
Le immagini sconvolgenti, che ogni
giorno arrivano dalla striscia di Gaza, sono negli occhi di tutti, e continuano
a turbarci profondamente. Terre martoriate, terre drammaticamente colpite da
offensive e da raid militari. Giorno dopo giorno, non c’è più un attimo di
tregua. Le bombe continuano a esplodere, i missili a piombare e le vittime
arrivano a non contarsi più. Un gesto di dignità memoria e impegno, sabato
24 Maggio, nel pomeriggio. Via Khan Younis a Bisceglie è stata teatro di un
presidio carico di indignazione e solidarietà. La scelta di Via Khan Younis come
luogo del presidio non è stata casuale. Bisceglie è gemellata con la
città palestinese dal 1999 e questo gemellaggio ha un forte valore simbolico,
in quanto Khan Younis è il luogo di origine della famiglia di Yasser Arafat,
leader storico della OLP e Premio Nobel per la Pace. In occasione di eventi e
manifestazioni, Bisceglie ricorda sempre questo legame, esprimendo solidarietà
al popolo palestinese e denunciando la situazione in corso a Gaza.
Non dimentica che nei pressi dell’ospedale al-Nasser, in una fossa comune sono stati trovati 283 corpi palestinesi, dopo l’assedio dell’esercito israeliano che sosteneva che, all’interno dell’ospedale, vi fossero basi operative di Hamas, senza che però abbiano mai fornito prove convincenti. A Khan Younis è stata scattata “La Pietà di Gaza”, fotografia vincitrice del World Press Photo 2024, che mostra una donna, mentre tiene in braccio il corpo senza vita di una bambina di cinque anni, praticamente uccisa insieme alla madre e alla sorella, quando un missile israeliano ha colpito la loro casa. In occasione dell’attacco feroce disumano israeliano di qualche giorno fa a Khan Younis, Bisceglie ha organizzato la deposizione di fiori nella via intitolata a questa città martire, in segno di omaggio e memoria per il gemellaggio. Un gesto semplice, ma potente, che ha visto la partecipazione di esponenti politici, amministratori locali e rappresentanti della società civile. Durante la cerimonia, si sono vissuti momenti di grande commozione nel ricordo dei bambini inceneriti. Nove bambini (e in ospedale qualche giorno dopo è morto anche il padre). Unici sopravvissuti la madre Alaa al-Najar e Adam rimasto gravemente ferito e ustionato.
I bambini non erano combattenti Hamas, neanche Adam e suo
padre. Sì i bambini! Quanti di loro hanno avuto amputati gli arti senza
anestesia? Quanti hanno la superficie della loro pelle devastata da ustioni di
terzo grado e urlano di dolore quando i medici tentano di staccare dal derma il
tessuto bruciato? Quanti tendono ogni giorno la “ciotola del dolore” per un po’
di cibo, un po’ d’acqua, per tenere in vita un corpo spesso ridotto a sole ossa?
Il blocco degli aiuti umanitari, imposto dall’esercito israeliano, sta
impedendo l’accesso a viveri, acqua, medicinali essenziali, aggravando una crisi
umanitaria già tragica. Fame, malnutrizione e mancanza di cure sanitarie,
bisogna che siano letti come strumenti di una strategia che, secondo i
manifestanti, punta all’annientamento sistematico del popolo palestinese.
Questi fatti, insieme anche a quelli che contemporaneamente si stanno compiendo
in Cisgiordania, senza ormai nessuna ombra di dubbio, ci fanno affermare che è
in atto un genocidio. Ogni cadavere di bambino ne è una conferma. L’uomo
sta lacerando l’ultimo velo della civiltà, mostrandosi bestia che uccide con
efficacia, in una pianificazione dell’agonia. Non potevamo restare in silenzio!
Le parole degli intervenuti hanno ribadito con forza l’urgenza di una pace
giusta, del riconoscimento dello stato di Palestina, e la fine di ogni forma di
occupazione e violenza. Senza giustizia non c’è pace. Ed è necessario
denunciare il silenzio complice dell’Europa e l’assenza e l’indifferenza del
Governo italiano. Il governo di Israele è guidato da un criminale di guerra, e
con quel governo non si devono più avere rapporti. Non si deve mai distogliere lo
sguardo da chi non può dare voce, da chi viene cancellato. E si deve, comunque
tentare di restare umani, in questa immane perdita di umanità, da parte di
uomini che non dovrebbero più osare di parlare di bellezza ed eternità, dopo
quello che stanno facendo e tollerando che si faccia. Bisceglie non dimentica.
Palestina libera! I bambini non devono più morire.
LA SOLITUDINE NON CI FA PIÙ PAURA
di
Elena Ricci
Un’iniziativa del Centro
anziani di Acri per non lasciare indietro nessuno.
Frequento
il Centro per anziani della mia città, Acri, e da qualche tempo ho messo in
cantiere un piccolo progetto che mi sta molto a cuore. Nasce da una
riflessione: la solitudine negli anziani è un fenomeno sempre più diffuso e
doloroso. E non parliamo solo della solitudine fisica, ma di quella più
profonda, fatta di silenzi, di giornate vuote, di ricordi che affollano la
mente senza più essere condivisi con nessuno. L’invecchiamento porta con sé
tanti cambiamenti: il distacco dal lavoro, l’allontanamento o la perdita di
persone care, il ridimensionamento dei ruoli familiari. Tutto questo,
lentamente, riduce le occasioni di relazione e costringe a confrontarci con un
tempo che sembra dilatarsi senza scopo.
I giorni di festa, poi, possono diventare veri e propri momenti di dolore per chi è solo: la tavola apparecchiata per uno solo è un’immagine che stringe il cuore. È proprio ascoltando i racconti e le emozioni di altri soci che è nata l’esigenza di fare qualcosa di semplice, ma concreto. Così ho pensato a un’iniziativa da realizzare all’interno del Centro: aprire le porte, in particolare nei giorni festivi, per permettere a chi è solo di condividere qualche ora in compagnia e, se lo desidera, anche il pranzo. Non si tratta di una mensa, ma di un momento autogestito. Ognuno potrà portare qualcosa da mangiare, oppure si potrà cucinare insieme usando la cucina del Centro, dividendo le spese con trasparenza.
Tutto sarà svolto nel rispetto delle esigenze di ciascuno. E
naturalmente, chi partecipa si prenderà cura degli spazi: pulizie, riordino,
piccoli compiti assegnati a rotazione. Niente di pesante, ma qualcosa che ci
aiuti a sentirci di nuovo utili, presenti, vivi. Vorrei che questo spazio
diventasse un punto di ritrovo per chi non vuole lasciarsi sopraffare dal senso
di abbandono. Un posto dove si può ridere, parlare, ascoltarsi. Dove nessuno si
sente di troppo.
Non vi nascondo che a ispirarmi sono state due persone: il primo è stato un frate che incontrai molti anni fa. Ricordo ancora le sue parole come se fosse ieri, quando mi disse: “Le persone come te sono tutte creature di Dio, che lui ricompone, ricuce, ripara e rigenera. Abbi cura di lasciarti splendere. Trova il modo di celebrare la vita, qualunque essa sia”.
Mi
colpirono così tanto quelle parole che non riuscii neppure a ringraziarlo. Ma
in quel momento feci un accordo con me stessa: avrei cercato di diventare una
persona migliore, non solo per me, ma anche per gli altri. Questo progetto è un
modo per onorare quella promessa. Il secondo è don Tonino Bello, vescovo di
Molfetta, poeta e profeta dei nostri tempi, che ho seguito e ammirato
profondamente. La sua vita è stata un canto alla giustizia, alla nonviolenza,
alla pace. Ha scelto con coraggio di stare dalla parte degli ultimi, dei
dimenticati. È stato presidente nazionale di Pax Christi, e dopo la sua morte -
avvenuta a soli 58 anni - è iniziato il suo cammino verso la beatificazione. È
stato dichiarato Venerabile da Papa Francesco nel 2021.
Ed è con questa consapevolezza che continuo a credere nel valore della condivisione, dell’ascolto, della vicinanza umana. A chi oggi sente il peso della solitudine diciamo: non sei solo. A chi ha smesso di sperare lo invitiamo a venire per sederci insieme e riprendere a raccontare la nostra vita. Speriamo che questa piccola iniziativa possa essere un seme, che magari qualcun altro, in un altro paese o città, vorrà far germogliare. Perché nessuno deve sentirsi dimenticato. E insieme, la solitudine fa meno paura. Rivolgo un doveroso ringraziamento alla presidente del Centro Tina Turano e al membro del comitato di gestione Vincenzo Gaccione per la sensibilità dimostrata permettendo l’apertura dei locali la domenica mattina.
domenica 8 giugno 2025
UN TRENO
di Zaccaria Gallo
Aspetto
il treno, e passeggio sul marciapiede, passando tra gente che non conosco, un
po’ per cercare di far trascorrere il tempo. Anche sostare nella sala d’aspetto,
lo spazio angusto dove si muovono, ridono, siedono, parlano e dormono diversi
immigrati, frammenti di culture ancora difficilmente amalgamabili. Io non ho
voglia di parlare. Parlano gli altri: tra loro, nei cellulari. Scopro che,
quello che ci circonda in questi anni, ha preso a mutare velocemente. Il treno,
infine, arriva. Salendo, guardo ancora una volta questa umanità che mi aveva
circondato fino a un attimo prima, condividendo l'attesa, ma con un destino
diverso e indecifrabile. Due giovani si spostano velocemente, portando una
grossa valigia, una ragazza intenta a tirar fuori una bottiglia d’acqua
minerale dal distributore, un’altra che si dimena su tacchi altissimi, passando
fra una selva di zaini e ragazzi distesi per terra. Ora che il treno è in moto,
mi scorre la campagna dal finestrino, immersa in un tempo sospeso, come il
tempo del mio passato, un paesaggio interiore cui tendo, e che cerco di
raggiungere da sempre. Intorno a me, due giovani parlano a voce alta, una
ragazza se ne sta in disparte, spesso lisciandosi i capelli con l’indice e il
pollice della mano destra e un uomo, non più giovane, seduto sullo strapuntino,
si aggiusta gli occhiali sul naso, e guarda su un quotidiano immagini della
periferia del mondo, dove nove bambini muoiono inceneriti da un missile caduto
sulla loro casa, mentre stavano giocando. Il mio scompartimento, su questo
treno corre. È abitazione forzata, percorsa dal vento dell’orrore.
[Scritto mentre
ascoltavo le Variazioni Goldberg di J.S. Bach]
WAGNER PACIFISTA?
di
Gabriele Scaramuzza
Qualche
strumento di utile riflessione sul tema in oggetto me lo offre il Lohengrin. Da
mero inesperto fruitore prendo in considerazione solo le parole del testo. Il
terzo atto, verso la fine, vede la crisi della fedeltà tra Lohengrin e Elsa,
del loro amore, fondato sulla fiducia nella dimensione “estetica” della vita:
nel darsi sensibile delle cose e nei presentimenti in esse vivi. Di qui la
richiesta di Lohengrin: “mai devi domandare”. Elsa rompe questo patto perché
vuole conferme “intellettive, ragionevoli”, fattuali; non si accontenta di
quelle sensibili: vuol sapere il nome, donde venga, dove vada, cosa voglia
Lohengrin… - e perde l’amore. Istigata da Ortrud, vero e proprio Jago al
femminile, Elsa chiede, non si appaga di quanto la pura presenza di Lohengrin
le offre. A crollare è la fiducia nel mondo sensibile - che accomuna
sensibilità, sensualità, ed emotività. Questo mondo ha una propria certezza
vissuta (le raisons du coeur…), che lo pone al di sopra delle certezze ragionate. Una
domanda resta tuttavia sospesa: il privilegiare la verità sensibile è
comprensibile nel caso dell’innamoramento, dei rapporti affettivi. Elsa e
Lohengrin hanno avuto il presentimento l’uno dell’altra, si sono attesi, senza
neppure essersi conosciuti. Elsa lo ha solo sognato, lo ha chiamato in soccorso
senza nulla sapere, e Lohengrin è corso in suo aiuto sfidando Telramund
(uccidendolo poi alla fine), senza nulla chiedere, senza voler conoscere le sue
ragioni, senza indagare. Ma Lohengrin è atteso non solo da Elsa che lo
ama, ma anche dal Brabante tutto, come condottiero che lo porterà alla vittoria
contro il nemico. Come può fondarsi su un’intuizione inesprimibile, sul divieto
di porre domande, su un indiscutibile ma vago presentimento, il fatto che il
Brabante (tedesco beninteso) confidi in Lohengrin come suo Führer - nel
senso ovviamente di guida, duce: Wagner muore mezzo secolo prima della presa
del potere da parte di Hitler. Si fonda sulla segretezza e sul mistero
inesprimibile il diritto al potere?
Le conseguenze politiche sarebbero
devastanti. Prefigurano uno stato totalitario, in cui contano obbedienza e
fedeltà, sottomissione. Non aveva ogni diritto Elsa di chiedergli? perché
l’amore pone per condizione il non sapere, è nemico del dialogo, deluso della
ragione? Non è un inganno, e nefando, anche questo? Continuiamo a leggere:
“Dove indugia colui che Dio ha inviato / per la gloria, per la grandezza del
Brabante?”. Il Re e i suoi seguaci del Brabante lo attendono “con brama di
combattere” e, sapendo che li guida, sono “certi della vittoria”; e il nemico
sta “nello squallido, desolato Oriente”. Lohengrin si ritrae però, è vero: “Non
sono venuto qui come compagno d’armi… / ma come accusatore ora voglio
parlarvi”; poi chiarisce raccontando la propria storia: “In lontano paese, che
mai potreste raggiungere… Si giustifica, accusa (colpa è avergli chiesto il suo
nome, aver preteso che svelasse il suo mistero). Ma promette: “Mai più, verso
la Germania… neppur nei più lontani giorni a venire…, / si vedranno marciare
vittoriose orde d’Oriente!”. Torna al Graal, ma l’effetto della sua venuta è
l’arrivo del vero Führer, Gottfried il Duca di Brabante (fratello di
Elsa), che lo porterà alla vittoria. Nel lessico di Wagner ricorrono
termini nazionalistico-militaristi: spada, fedeltà, contesa (Giudizio di Dio),
sudditanza… Qualcosa stride rispetto al tedesco che amiamo… Certo è da tener
presente che le parole vanno viste alla luce di quello che la musica se ne fa,
come sempre nel teatro in musica. E decisiva resta la musica; solo essa
può verificare ogni ipotesi, diversità o analogie. Ma la musica in nessun caso
cancella le parole, né le varie componenti della messa in scena: vive in tensione
con esse, ci si accorda o ci reagisce; ne segna in certo modo il destino nel
dramma. Cosa dice la musica di Lohengrin, come tratta questa vicenda,
intrisa di nazionalismo, di mistero e di violenza, che si affida al carisma di
un “duce” che si sottrae a ogni domanda, la punisce anzi?
RESTARE UMANI
di
Franco Toscani
Elogio della carta
stampata e delle edicole.
Nell’era
del video e del digitale, degli smartphone, i-Pad, Pc, e-book, audiolibri,
possono ancora vivere di vita propria i libri, le riviste, i giornali, la carta
stampata in generale? È un interrogativo che si è posto recentemente in un suo
articolo (Confessioni e manie di un
bibliofilo, ‘Panorama’, 7 maggio 2025, pp. 46-47) anche Marcello Veneziani,
dal quale mi separano non poche decisive posizioni culturali e politiche, ma al
quale mi sento vicino per la comune passione bibliofila, per l’amore della
conoscenza e del sapere.
Provo
un vero e proprio piacere estetico nel tenere in mano e nello sfogliare la
carta stampata, di cui ricerco e mi piace anche l’odore. In un mondo rumoroso e
agitato, nell’epoca dello scorrimento veloce e frettoloso delle immagini e
delle parole, leggere la carta stampata può consentire il superamento della
superficialità e gli indispensabili approfondimenti nella conoscenza del reale,
può contribuire in modo eminente a mantenere quella capacità di sosta e di
raccoglimento interiore, di riflessione e di concentrazione che rischiamo
sempre più di perdere, con danni irreparabili e tremendi per tutti, soprattutto
per le nuove generazioni, bravissime nell’uso della strumentazione tecnologica
più sofisticata (che nessuno vuole demonizzare, ovviamente), ma massimamente a
rischio per quel che riguarda le capacità di
buona lettura e scrittura, di meditazione e concentrazione.
Perciò
la nostra riconoscenza e gratitudine dovrebbero andare a tutti coloro che
lavorano nell'ambito delle case editrici grandi e piccole, delle librerie,
delle riviste, dei giornali, senza trascurare le edicole e gli edicolanti.
Questi ultimi fanno molto spesso sacrifici considerevoli, con levatacce
all'alba, orari prolungati e guadagni risicati; si sentono pure dire da alcuni
clienti che "non fanno nulla", perché li vedono tranquillamente
seduti all'interno delle edicole. Come è noto, vi sono molte edicole che hanno
chiuso, in ogni caso ve ne sono sempre meno; per sopravvivere vendono sempre
più giocattoli, penne e altri prodotti non cartacei; in esse, non solo è ancora
possibile consultare e comperare tanta interessante produzione cartacea
(distributori permettendo), ma è possibile pure - ciò vale naturalmente
soprattutto per i frequentatori abituali e per coloro che amano indugiarvi,
scoprirne le ricchezze nascoste - conversare fruttuosamente, conoscere nuove
persone, ampliare i propri orizzonti umani e sociali. In questo senso, esse
sono anche talvolta - soprattutto per chi non va troppo di fretta ed è
consapevole del valore della lentezza e della capacità di sosta - specchi della
società e palestre di umanità, rivelatrici di molti nostri pregi e valori,
bassezze e miserie.
Da
lettore forte e assiduo frequentatore di edicole, testate giornalistiche e
librerie, ho sempre cercato coi miei edicolanti, librai e amici o conoscenti
giornalisti un rapporto fondato non solo sulla convenienza e sull'utile
reciproco, ma anche e soprattutto sull'empatia, sulla collaborazione e
condivisione, sulla simpatia e sull'umorismo, sulla ricchezza umana e ideale,
intellettuale e affettiva. Cerchiamo dunque di restare umani, anche con l'aiuto
indispensabile dei libri, delle riviste, dei giornali e di tutti coloro che
lavorano quotidianamente in questi vasti campi.
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