UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 15 giugno 2025

GOETHE E L’ORIENTE
di Anna Rutigliano


Ho sempre pensato che fra le parole appartenenti a ceppi linguistici differenti vi fosse una sottile parentela, che ognuna di esse costituisse un involucro di storie millenarie e contaminazioni fra popoli, ho sempre concepito queste similarità come speranza che inducesse i popoli, pur con le proprie peculiarità socio-linguistiche e culturali, a coltivare rispetto reciproco, nonostante gli sviluppi diacronici e sincronici della lingua stessa, sulla base proprio di un proto linguaggio universale e comune; come per gli alberi di Hesse, così le parole: scintille di vita eterna. La linguistica contrastiva e la scienza Indoeuropeistica, fondata dai filologi orientalisti Bopp e Rusk, hanno successivamente avvalorato le mie considerazioni in materia linguistica. Durante gli studi universitari baresi di lingua e cultura araba, scopro con stupore, grazie allo zelo della mia docente di islamistica Antonella Storace, che le nostre ciliegie sono etimologicamente imparentate con l’Arabo “كرز” “keraz”, (si pensi alla forma dialettale di alcune zone dell’Italia meridionale), il giorno settimanale sabato con sabbhat - “السبت”, babbo con bab - “بابا”, cotone con qtun” - “قطن”, per citare solo alcuni esempi (corrispondenza, quest’ultima parola, presente nel gergo dialettale del mio paese e che spesso udivo da mia nonna materna, sarta, per vocazione naturale e tradizione tramandata). 


Lo stesso fascino dovette esercitare l’Oriente sul genio francofortese del Faust, il cui streben romantico, per una mente raffinata ed erudita quale quella goethiana, fu proteso alla scoperta di interconnessioni fra Oriente e Occidente e che raggiunse massima espressione negli anni della maturità, nell’opera del 1814 intitolata West Östlicher Divan. Goethe stesso si dedicò alla lettura del Corano e allo studio dell’Arabo sviluppando l’idea di Weltliteratur, non soltanto mossa dalla curiosità per l’esotico, quanto da un atteggiamento sotteso al principio di universalità, di stampo illuministico voltairiano, di riconoscimento dignitoso della diversità sul piano sia religioso che intellettuale dei popoli da Est a Ovest e viceversa, distaccandosi dal patriottismo europeo dell’epoca, di cui non sempre ne condivise le idee e le azioni. Fra i 12 Libri di cui si compone il canzoniere, ispirato alla poesia persiana del poeta Hafez, Goethe fa chiaro riferimento ad Allah nel Libro delle riflessioni (Buch der Betrachtungen), in persiano Tefkir Nameh: “(…) nur wer von Allah begünstiget ist, der nährt sich, erzieht sich, lebending und reich…” (…) soltanto colui che è benedetto da Allah, si nutre, si educa, vivo e ricco…”) e ancora, ne Il libro delle Massime (Buch der Sprüche), in persiano Hikmet Nameh, il riferimento all’Islam è preciso e puntuale: “Närrisch, daß jeder in seinem Falle Seine besondere Meinung preist! Wenn Islam Gott ergeben heißt, in Islam leben und sterben wir alle.” (“È da sciocchi che ognuno, nel suo caso, esalti la propria particolare opinione! Se Islam significa sottomettersi a Dio, allora noi tutti viviamo e moriamo sotto la religione dell’Islam”). 


Ma la raccolta poetica Divano Occidentale-Orientale si caratterizza anche come inno all’amore da parte di Goethe nei confronti della sua amata Marienne von Willemer, la quale collaborò attivamente alla stesura di alcune liriche, senza mai autografarsi. Durante il soggiorno estivo del poeta presso la tenuta sul Meno di Gerbermühle della famiglia Willemer, Marienne e Goethe concepirono la poesia “Gingo biloba”, tratta dal Libro Suleika (Buch Suleika/ Suleika Nameh), quale sigillo di profonda amicizia e stima, racchiuse nel dono di una foglia del secolare albero orientale del Gingo/Ginkgo e di cui vi propongo traduzione:


 
Questa foglia d’albero che dall’Oriente,
si affida al mio giardino,
conferisce un intimo significato,
quale al Sapiente si confà.
 
È un essere vivente
che in sé stessa si è divisa?
O son due foglie che si completano
come fossero una?
 
Fu questo dunque il senso che trovai
a simil quesiti:
non ti accorgi, nelle mie liriche,
che sono uno e doppio insieme?
 
La diversità che convive nelle parole e tramite di esse, la poesia, goethiana, quale approccio ad una visione pragmaticamente universale dell’Umanità, letteralmente Weltanschauung.
 

 

 

 

“LUNGO LA STRADA” DELLA MUSICA  
di Arianna Marchi


 
Il libro di Renato Franchi
 
“Le canzoni che scrive, suona e canta Renato sono un Bene, un Bene Comune. Canzoni che contengono quelle “moltitudini” che ognuno di noi ha in sé. Sono canzoni popolari, perché sono al servizio di un Popolo. Di quel Popolo che nel Canto ritrova la sua Unità! Quella degli sfruttati, degli emarginati, degli oppressi e degli ultimi, ma anche dei sognatori, dei ribelli, degli artigiani, operai, migranti in cammino per la conquista della Dignità”.

Così si esprime Marino Severini nella prefazione a: Lungo la strada - Anni di vita e di musica”, l’autobiografia di Renato Franchi, recentemente pubblicata dalla casa editrice varesina Macchione. Renato, “Don Chisciotte della musica italiana”, citando ancora le parole del frontman dei Gang, è approdato a questo traguardo dopo il compimento delle sue settantacinque primavere e con alle spalle una produzione musicale che comprende oltre venti album, realizzate con le diverse formazioni da lui fondate (The Kanzonaccio Band, l’Orchestrina del Suonatore Jones, His Band), senza contare la sua militanza in numerosi “complessi” negli anni Sessanta e Settanta.
Ciò che colpisce nello scorrere le pagine - oltre trecento, per una narrazione che ha inizio nella Legnano degli anni Cinquanta - è la capacità del cantautore di intrecciare le sue vicende personali con una efficace descrizione del panorama storico, politico e sociale italiano. L’artista rievoca la propria infanzia, la sua famiglia di origine, le amicizie, i primi approcci alla musica, il matrimonio, l’ingresso in fabbrica e nel sindacato, per proseguire attraverso i decenni fino al momento presente.
Un esempio significativo: a metà degli anni Settanta, mentre Enrico Berlinguer era segretario del PCI (allora il secondo partito in Italia) ed importanti conquiste venivano raggiunte in ambito socio-politico ma, per contro, il nostro Paese era sconvolto da attentati terroristici e stragi, Renato fonda il “Canzonaccio”, un ensemble votato alla proposta della musica popolare e d’impegno. L’avventura di questo gruppo attraversa ben venticinque anni, con due album, tournée in Germania (prima della caduta del Muro) e nella ex Jugoslavia martoriata dalla guerra, centinaia di concerti a sostegno di cause importanti. Ed è, questo, solo uno degli innumerevoli episodi narrati, che mostra come il percorso di Franchi, forse non adeguatamente noto a livello nazionale, sia caratterizzato da esperienze di notevole spessore. Va detto che, in quanto a visibilità, il musicista legnanese ha recentemente ottenuto un prezioso riconoscimento come promotore, due anni fa, di un progetto discografico di grande valore storico e civile, 17 fili rossi + 1, dedicato alla strage di Piazza Fontana e a Giuseppe Pinelli, che gli è valso il secondo posto alle Targhe Tenco 2024 come “Miglior album a progetto”.
Per intitolare ciascun capitolo Renato ha scelto dal suo canzoniere, composto da oltre duecento brani originali, un brano affine all’argomento trattato. Le venticinque canzoni vanno così a comporre l’ideale colonna sonora del libro e sono ascoltabili e scaricabili tramite un QR code presente sulla copertina.
Merita una citazione anche l’introduzione al volume di cui è autrice Marta Franchi, figlia di Renato. Marta, che oggi è pedagogista, formatrice e docente a contratto presso l’Università di Milano-Bicocca, ha seguito il padre fin da piccolissima nei suoi concerti, fino a quando non è divenuta ella stessa musicista, accompagnandolo per molti anni nelle sue esibizioni. La condivisione di questo cammino “lungo la strada” della musica e della vita con Renato ha consentito a Marta di comprendere, come ella stessa ribadisce, che fare musica è, essenzialmente, un incontro con l’Altro, concetto che emerge a più riprese attraverso la lettura di Lungo la strada.
Il grande valore di Renato Franchi, come artista e come uomo, sta forse proprio in questo: se la vita è “l’arte dell’incontro”, le sue canzoni hanno sempre avuto lo sguardo rivolto ad incontrare l’altro. Dai brani più intimisti a quelli che raccontano di Resistenza, lavoro, migrazioni, stragi, guerra e pace, solidarietà e ingiustizia, il cantautore ha dimostrato grande attenzione verso ciò che è “altro” da noi, per sottolineare il senso di appartenenza che unisce gli esseri umani legati da comuni valori e sensibilità. E, come afferma Marino Severini, prendiamo in prestito, ancora una volta, le sue parole: Senti cantare Renato e dopo un paio di canzoni ti senti a Casa tua, quella del Popolo. E “senti gli altri dentro di te”, come diceva Giorgio Gaber. Ecco a cosa serve la chitarra che suona Renato: serve a farci sentire parte di un tutto, “a dire Noi”.
Leggendo le pagine di musica e di vita di Renato si comprende davvero, per dirla con un altro grande cantautore, Claudio Lolli, “a cosa può servire una chitarra”.



Renato Franchi
Lungo la strada - Anni di vita e di musica
Pietro Macchione Editore 2025
Pagine 344, euro 22 

 

CINEMA
di Marco Sbrana
 

Anora di Sean Baker. Generazione Z tra libertà rivendicate e catene troppo strette.
 
Palma d’oro a Cannes e vincitore di cinque premi Oscar, Anora inizia con la tracotanza visiva, la prepotenza delle sex workers, tra cui Ani, la protagonista del film, che, feroce in topless, balla addosso alla macchina da presa. Nell’indugio sulle spogliarelliste non c’è passione, ma nemmeno pena: si tratta di lavoro. Questa l’intuizione di Baker, già regista dello splendido Un sogno chiamato Florida, che trattava, come Anora, disagi postmoderni. I corpi non sono erotici ma strumentalizzati. Pure, non è affatto, il film, un’invettiva moralistica contro il sex work, perché Ani - Mickey Madison - non è oppressa. È libera, svolge il suo lavoro con diligenza. I corpi che ballano e su cui si infrange il neon sono, insomma, ordinaria amministrazione. La vicenda ha inizio quando Ani incontra il rampollo di una nobile famiglia russa, che si innamora di lei e finirà per sposarla. Dopo l’incipit, altra violenza di luci ed eccessi. Ivan, o Vanya, così chiamato il principino, ci appare subito come un giovane scemo che non vuole o non può evadere dal guscio domestico. Vanya è l’antitesi di Ani. Che, pur di conquistare l’indipendenza, vive sotto le rotaie dei treni che sferragliano, insieme alla sorella, nell’indigenza di una casa che, in confronto alla loggia di Ivan, pare una stamberga. Ivan è magro, ricciolino, non un pelo in faccia, un bambinone; Ani, pur di soli due anni più grande di lui (Ivan ha ventun anni; Ani, ventitré), è una giovane donna già vissuta. Laddove Ivan si lamenta perché le colf non gli hanno rifatto il letto, Ani, ormai sua prostituta privata, parla col lessico del lavoro: “Che tipo di sesso vuoi?”, “Un po’ di tutto, quindi?”
Perché i due convolano, in quel di Las Vegas, a nozze? Per soldi, sì, ma, più nobilmente, per l’indipendenza che dai soldi deve passare. Ani è libera e percepiamo il mondo coi suoi sensi, grazie a Baker che sospende ogni giudizio moralistico, paternalistico, patriarcale. Ani è seducente solo nella narrazione, ma non è mai davvero inquadrata nell’eros (semmai nell’osceno di un ballo pornografico). E questo è Baker che parla, e parla di corpi femminili che godono di potere, agenti, non bambolotti rassicuranti da cui poppare il latte in amori di stampo edipico. Le donne sono più grandi degli uomini, in Anora. Più serie. Il femminismo è qui nell’utilizzo libero in toto del proprio corpo. 



La normalizzazione del sex work ma, allo stesso tempo, una visione critica nella scena finale. Ci arriveremo. Il sesso tra Ani e Ivan, che si godono la luna di miele, non è quasi saturato semanticamente, ma usato come supplemento del montaggio, come raccordo, come parte di un montage simile a quello di Casablanca. Ma neppure l’eccesso è giudicato. Se fosse libro, Anora avrebbe focalizzazione interna, non sarebbe narrato da un giudicante Manzoni, da un paternalistico: Questo è male. Anora è tante cose, ma non un film ideologico. Quello che Baker chiede è di stare dalla parte di Ani. L’autorialità della macchina a mano, del montaggio (da Baker curato) convulso alla Godard, le luci sempre cariche di senso si abbinano a una vicenda che è puro intrattenimento. “I grandi temi” si deducono dal particolare. Non c’è la pomposità di un Sorrentino, che nei film vuole e decide di essere “importante”, “impegnato”; Anora, come ogni buona storia, è impegnato se si guarda il mondo con gli occhi della protagonista. Ma cos’è, in fondo, l’impegno e perché molti erano scettici quando Anora ha sconfitto, agli Oscar, il monumentale The Brutalist (per ideologia autoriale ben più prossimo a Sorrentino)? Impegnarsi, per un autore, è anche solo tracciare un disagio.



L’idillio termina. Come possono i genitori di Ivan accettare che abbia sposato una prostituta? Due sgherri vengono inviati a far finire la festa, Igor e Garnik. Il film cambia tono (diventa slapstick, commedia pura, ma frenetica, di azione) e tono visivo (i colori si spengono), perché Ani lotta fisicamente - e rompe il naso di Garnik - mentre i due sgherri cercano di portare Ivan dai genitori; ma il principino riesce a scappare. La parte centrale del film vede i personaggi mostrati alla ricerca del rampollo. Lo trovano, ubriaco marcio, proprio nel club dove lavora Ani. Devono annullare il matrimonio ma - e lo scoprono solo in aula - non possono farlo a New York se l’unione è avvenuta in Nevada (Las Vegas), perciò i nostri cambiano rotta. Ed è qui che il bambinone viene dichiarato tale. Quando, cioè, Ani, per salvare il matrimonio e l’indipendenza che sembrava aver raggiunto, gli ricorda: Sei un adulto, Vanya. Può, potrebbe ribellarsi; sta. I genitori di Ivan - i soldi e il potere che hanno la meglio sui sogni di gloria delle nuove generazioni; i padri che vincono; le catene dei rapporti filiali che stringono le caviglie ma a cui ci siamo affezionati - annullano il matrimonio. Niente da fare per Ani.



Centrale, per tutto il film, il rapporto tra Igor lo sgherro e la nostra. Igor, quando i due sgherri entrano in casa, a inizio dramma, alla prima svolta, è subito inquadrato con ammiccamento, con Baker a dire: Guardatelo bene. Igor deve fermare la violenta Ani, e la lega. Ma è buono come il pane, Igor, e non vuole farle male, è evidente, è anzi sottolineato. Igor chiede anche scusa, benché l’altro sgherro abbia il naso rotto a seguito di un calcio di Mickey Madison. Igor e Ani sono di nuovo da soli quando passeggiano presso il mare, e Igor le consiglia di mettersi qualcosa al collo per non prendere freddo. Magari la sciarpa con cui l’ha imbavagliata.
E poi sono soli nel finale. A casa di Igor, prima che Ani venga portata in macchina a casa. Dice Igor che “Anora” gli piace; più di “Ani”. Sa, Anora, cosa significa “Igor”? Significa “guerriero”. No, dice Anora, significa mostro con la gobba. Ma “Anora” cosa significa? chiede Igor ad alta voce, per poi trovare risposta su Google: “frutto di melograno”, “luce” e “splendente”. Parlano, ed è la vera romance del film. La romance dei sottotesti che caricano le parole di circostanza, degli sguardi veri che sanno riconoscere e di chi non ce l’ha fatta (mi viene in mente Lost in translation). Dice Anora: Se non ci fosse stato Garnik mi avresti violentata. Hai lo sguardo da stupro. Ok, dice Igor, ma lui non voleva violentarla. E perché? Cosa, “perché”? Perché non volevi violentarmi?
Perché non sono uno stupratore.
No, perché sei un cazzo di invertito.
Igor e Ani non sono mai stati invisi l’un l’altra. Neanche un secondo. Ostentano per tutto il film un’ostilità che è gioco ed è in quel gioco che nasce l’affetto, che il legame si consolida fino all’ultima, straziante, stupenda scena. In auto, Igor rende ad Anora l’anello: l’ha rubato, se lo merita. Poi Anora si spoglia. I due fanno sesso. Movimenti impacciati, atto impersonale. Almeno finché Igor non cerca di baciarla. Al che Anora scoppia in lacrime e Igor la consola, traendola a sé in un abbraccio che chiude il film, con il nero che oscura e i singhiozzi che seguitano.



Il corpo è libero (dovrebbe), la donna (dovrebbe essere) libera, ma ad Anora, nella sua breve vita, è capitato solo di usare il corpo come merce di scambio e va in cortocircuito quando Igor cerca qualcosa di più profondo. Non è un rinnegamento della poetica antimoralistica del film, ma una complicazione, una domanda, che non fa da antitesi al senso di libertà del film, bensì da scolio, da nuova proposizione, inclusa nel grido.
Anora è un film sulla generazione Z, sul precariato, sul vincolo del nucleo domestico, sul cordone ombelicale resistente alle cesure effettuate, un tentativo contorto di raggiungere l’indipendenza, una vita in cui non si sia marchiati dalla traccia dei genitori. Un tentativo fallito. La nostra generazione, dice Baker che alla GEN Z non appartiene, di futuro ne ha poco. 

PIETÀ
di Laura M. Volante


 
A Gaza i bambini
muoiono 
muoiono sotto le bombe
muoiono di fame e di sete
Ogni sguardo indifferente
fece adirare Gesù 
nel Tempio non di
Pietà ma di commercio 
Non di Verità 
ma di Interesse 
Ogni bimbo è sulla 
Croce con Gesù
che dà loro il 
Suo Corpo e il Suo
Sangue.
Ad un ladrone solo 
la promessa del Paradiso
Che l’indifferenza diventi
Pietosa girando lo sguardo 
sui figli perché 
chi ama i figli degli altri 
ama i propri...

   

sabato 14 giugno 2025

UNA FEBBRILE PREPOTENTE PASSIONE
di ANGELO GACCIONE

 

Giambattista Falcone

Sono passati troppi anni e non ricordo più a chi avessi chiesto notizie di materiali appartenuti a Giambattista Falcone (libri, foto, lettere scambiate con giovani patrioti come lui, magari con Pisacane di cui era stato segretario e di cui aveva condiviso il medesimo fatale destino); a quel tempo ero un giovane curioso ma ancora piuttosto ingenuo. Ero convinto che nel “Palazzo”, così lo chiamavano tutti, ci fosse un ricco patrimonio con una galleria di ritratti degli avi della famiglia fino al giovane Battistino, come quelli che si vedono nelle magioni storiche dei nobili e chissà quante altre mirabilie. Per noi che abitavamo nella parte opposta della città, che non avevamo mai potuto accedervi, tutti i palazzi delle famiglie benestanti (Giannone, Falcone, Feraudo, Baffi, Sprovieri, Romano…) rimanevano avvolti in un alone di mistero. 


Carlo Pisacane

Per me in particolare il palazzo del principe Sanseverino aveva qualcosa di attraente perché me lo raffiguravo con sale splendenti ed affrescate, ma anche pervaso da una atmosfera lugubre e sinistra: mi figuravo, chissà perché, squartamenti di briganti e congiure. Si favoleggiava addirittura di 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno, e la mia fantasia correva, prendeva il volo. Ricordo però, che mi fu risposto che non c’era rimasto nulla perché il palazzo era stato negli anni abbondantemente saccheggiato. In particolare mi fu detto che i familiari avevano cancellato ogni traccia che riguardava Giambattista, che lo avevano rimosso come un appestato, cancellato di lui ogni memoria per non inimicarsi i Borboni, per non perdere i loro favori, rimanere nelle loro grazie; soprattutto per far dimenticare la tragica vicenda rivoluzionaria a cui aveva preso parte il figlio. Per tutte queste ragioni erano stati bruciati libri, lettere, ritratti, ricordi, dello scapestrato figlio di idee repubblicane. Così mi fu detto. Disperso il corpo, disperso ciò che gli era appartenuto. E ne rimasi convinto fino a quando il suo ritratto non mi capitò fra le mani acquistando un vecchio libro a Cosenza. Il ritratto riprodotto in quelle pagine in cui spiccava la faccia di adolescente che ora conosciamo, con i baffetti sottili, il pizzetto, la “mosca” e il cappello alla calabrese dalla cupola a cono alto, è quello che si era fatto fare a Torino alla vigilia della morte. Fino ad allora ricordavo il volto come lo ha lasciato inciso nel marmo lo scultore Giuseppe Scerbo. 


Palazzo Sanseverino - Falcone

Tracce di due lettere le avevo trovate in seguito nel libretto del sacerdote Nicola Romano: Discorso letto in Acri (Tipografia dello Stabilimento S. Lapi, Città di Castello 1888), ora ristampato dalla Poligrafica Francesco e C., segno che non era vero ciò che mi era stato raccontato e che un ritratto e delle lettere erano state conservate e persino rese pubbliche. Di quella che Giambattista invia da Malta, dove si era rifugiato per sfuggire alle ricerche della polizia borbonica dopo l’attentato di Agesilao Milano, allo zio Biagio Giannone, Romano riporta il brano che segue: “Veneratissimo Zio. Scrivo a voi direttamente, conoscendovi solo capace a comprendermi (…) Per voi che sapete quanto era in me potente questa passione, sarà facile argomentare come avea dovuto svilupparsi in questi ultimi tempi. Basterà dirvi ch’io vivea in un continuo stato febbrile che m’impedia persino di studiare; e che spesso mi son privato di tutti i mezzi, anche necessari, per usarli a questo santissimo scopo. In somma ho agito, come si suole, sotto l’incubo d’una prepotente passione, che non può descriversi, ma solo essere compresa da colui che l’ha provata”. 


Il libro di N. Romano

Uno “stato febbrile” e una “prepotente passione” che è comune a tutti i rivoluzionari ed ai riformatori, agli uomini di fede, perché come ha scritto l’internazionalista Carlo Cafiero: “Sono gli uomini di fede che provocano le esplosioni”. Le parole del giovane cospiratore calabrese riecheggeranno quelle del rivoluzionario russo Michail Bakunin che avendo preso parte ai moti del 1848 in Europa, aveva sperimentato lo stesso “stato febbrile”, la stessa eccitata passione. “Era una festa senza fine” scrive Bakunin, ed era così immerso nell’esaltazione di quelle eroiche giornate da divenirne come stregato: “vedevo tutti e non vedevo nessuno…”.



Un’altra preziosa lettera, l’ultima, la più commovente, la scrive da Genova il 24 giugno 1857, nove giorni prima del martirio che si compirà il 2 luglio a Sapri, ed è indirizzata al concittadino Vincenzo Sprovieri. Gli scrive per informarlo di aver dovuto lasciare Torino in tutta fretta e si scusa per non avere avuto il tempo di salutarlo. Si raccomanda che il ritratto che gli era stato fatto in quei giorni nel capoluogo piemontese, venga consegnato alla sua “povera madre”. È quasi un testamento in miniatura vergato prima di imbarcarsi alla volta di Ponza. “Vincenzino carissimo. Trattandosi di cose in cui l’individuo sparisce, son sicuro che mi terrai per iscusato, se partiva senza darti neppure l’ultimo addio. L’amico che ti consegnerà questa mia, ti darà pure il ritratto, che terrai in deposito presso di te, onde portarlo alla mia povera madre. Aveva scritto altra lettera ai miei fratelli, da lasciarla a te pure, e l’ho smarrita, né ho tempo da rifarla. Dirai tu loro, nel caso che non debba più rivederli, il contenuto: essere mio desiderio che imitassero il mio esempio. Ei son dotati d’un indole energica, e volendo son sicuro che faranno ciò che forse non potrò fare io medesimo”. 


Il libro con l'autografo 
esposto al Museo di Acri

Chissà dove sono finite queste lettere e se qualcuno le custodisce da qualche parte. Sarebbe un regalo prezioso se saltassero fuori, ora che un Museo del Risorgimento è stato creato nella sua città di nascita. Possediamo miracolosamente la sua firma autografa: è stata vergata sulla prima pagina di uno dei libri che gli era appartenuto. Si tratta di una copia dei Prolegomeni del primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti, una edizione del 1846 donata dalla famiglia Julia in comodato d’uso, ed ora è esposta in una delle teche del Museo del Risorgimento di Acri dove ho potuto vederla. 


La firma autografa di Falcone

Un libro prezioso, questo, in cui l’autografo riporta Giovan Battista Falcone, formula che non ho trovato altrove. Per esempio il nome che compare sul suo monumento porta semplicemente Battista; in diverse pubblicazioni, compresa questa di Nicola Romano, il nome composto è scritto tutto unito nella formula Giambattista; in altri documenti ancora si trova Giovanni Battista. È una firma ben leggibile con il cognome che termina con dei curiosi svolazzi. Non sappiamo quando vi sia stata apposta, ma si tratta certamente di una data molto posteriore a quella della stampa del libro. Lo si capisce dal tratto grafico elegante e che denota il gesto di una mano sicura; e lo si intuisce facilmente dalla natura del testo. Si tratta, come abbiamo accennato, di un’opera impegnativa del presbitero patriota e filosofo piemontese Gioberti, la cui lettura richiede maturità. E in età matura deve averla affrontata il Falcone, non certo nel 1846 quand’era poco più che un ragazzino.

 

   

INTERNAZIONALISMO E PACE
di Franco Astengo e Vincenzo Vita


Proposta per un appello rivolto alle forze politiche, al sindacato, all’associazionismo culturale e sociale.
 
La sinistra italiana è chiamata ad esprimere subito la propria tensione internazionalista al fine di promuovere un’iniziativa immediata di pace.
L’attacco portato da Israele all’Iran sta segnando un momento di insopportabilità di uno stato di cose che, sul terreno dell’ipotesi di apertura di un conflitto globale di dimensione nucleare, appare ormai sull’orlo di una crisi irreversibile. La manifestazione per Gaza di sabato 7 giugno ha avuto un esito straordinario per qualità di partecipazione e di interventi ma non può rimanere evento isolato e circoscritto ad una grande piazza romana: serve subito l’iniziativa politica portata anche al livello istituzionale. Un’iniziativa politica che deve avere per tema la politica estera dell’Italia e dell’Europa restituendo in questo senso potestà agli organismi eletti: parlamento, parlamento europeo, consessi elettivi a livello locale sia regionale sia comunale. Dobbiamo appellarci alle forze politiche perché assumano l’iniziativa sia dal punto di vista della chiamata verso la mobilitazione popolare, sia sotto l’aspetto della capacità presenza sul terreno istituzionale: egualmente sono chiamate a ricoprire una funzione decisiva i soggetti rappresentanti il mondo del lavoro, i sindacati, le associazioni dellasolidarietà e della cultura. Sono da superare stereotipi e timidezze: senza alcun timore va affermato che Israele ha passato il segno già con lo sterminio dei palestinesi e che questa mossa - disperata - verso l’Iran rappresenta un punto di rottura di qualsiasi schema di reciprocità nel dialogo internazionale. Una mossa che va non semplicemente deprecata ma fatta oggetto di risposta sul piano diplomatico ed economico, come è stato del resto nel caso dell’aggressione russa all’Ucraina. Sospendere la fabbricazione di armi per Israele (ed anche per conto di chi potrebbe facilmente aggirare una parvenza di blocco come la Turchia) appare il minimo da proporsi (e da farsi) ma occorre maggior forza nel sanzionare questo pericolosissimo atto bellico anche richiedendo l’intervento degli organismi sovranazionali e (pur nella coscienza degli enormi limiti accumulati nel tempo) restituendo all’ONU il suo ruolo di supremo garante della pace nel mondo. La convocazione del Parlamento Europeo, del Parlamento Italiano, dei consigli regionali e comunali con all’ordine del giorno il tema della pace e della necessaria conseguente azione politica appare improcrastinabile e per questo obiettivo chiediamo una immediata mobilitazione e una espressione di effettiva influenza sulla politica estera italiana ed europea.
 
Per adesioni
astengofranco@gmail.com

 

ARMI ATOMICHE E IPOCRISIA
di Giuseppe Bruzzone


 
Chi scrive è una persona che ha rifiutato tra il 1966 e 1968 di indossare quattro volte la divisa militare, accettando la tesi di una responsabilità personale espressa in un libro del 1964: Psicanalisi della guerra atomica, scritto dallo psicanalista Franco Fornari. Con la situazione storica che stiamo vivendo, e con la “democrazia” attuale, democraticamente pochi possono decidere una guerra di sterminio che potrebbe avere conseguenze di distruzione e di morte per tutti.



Chi scrive è del dicembre del 1943 e non ha quindi davanti a sé una lunga aspettativa di vita, ma non può accettare che una istituzione mondiale come la AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ritenga giusto che una nazione (Iran), non debba avere armi nucleari, mentre Stati Uniti, Russia, Cina, India, Pakistan, Francia, Inghilterra, Corea del Nord e Israele (che ufficialmente non ha mai dichiarato di averne, ma da sempre si è certi che le abbia e come!) possano accumularne a piacere. Se l’Iran è uno stato canaglia, tutti gli altri stati in possesso di queste armi di distruzione di massa come possiamo definirle?


 
Piace ricordare, prima di tutto a me stesso, che i ghiacciai si stanno sciogliendo provocando l’innalzamento dei mari, tant’è che alcune isole sono già state sommerse mettendo in fuga abitanti e animali. Tutto questo è destinato ad aggravarsi, e come è stato segnalato, tutte le città rivierasche rischiano la loro scomparsa. È ora di dire basta a guerre e devastazioni, prendere decisioni responsabili e urgenti prima dell’apocalisse ambientale e climatica. Ricordiamoci che abitiamo tutti la stessa unica casa e abbiamo un destino comune.

venerdì 13 giugno 2025

SUL REFERENDUM
di Giuseppe Natale - presidente Anpi Crescenzago



Bocciati i cinque referendum su lavoro e cittadinanza.
Il 64,4% degli elettori non ha votato: quorum non raggiunto
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Si deve prendere atto, con consapevolezza critica, della bocciatura dei cinque referendum e interrogarsi sulle ragioni che hanno convinto le/gli italiani a disertare le urne. Giustamente la segreteria nazionale di ANPI rivendica, nel suo comunicato del 10 giugno, di avere “sostenuto la campagna referendaria perché i temi riguardavano questioni costituzionali centrali: i diritti sociali e civili”. E si ribadisce che questi temi fondamentali costituiscono la “missione dell’ANPI”: affermazione importante nella misura in cui impegna l’associazione dei partigiani e della memoria resistenziale ad operare nel vivo delle questioni della società contemporanea, e quindi ad essere protagonista e soggetto civico e politico il più autonomo e democratico possibile. Per quanto mi riguarda personalmente, ho dato il mio contributo a sostegno del Sì, e ho fatto un salutare bagno di realtà nel volantinare e confrontarmi con le persone normali. Mentre confesso l’amarezza per il risultato negativo, ritengo necessario cercare di capirne le ragioni. Come si sa il referendum abrogativo (art. 75/Cost.) di una legge o di parti di essa è valido quando vota “la maggioranza degli aventi diritto” (il cosiddetto quorum: 50%+1), “e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. È uno strumento molto importante di democrazia diretta da usare, a mio avviso, con intelligenza e con efficacia: il che spesso non è avvenuto e non avviene. Per la prima volta si erano raccolte 5 milioni di firme, raccolta senz’altro agevolata dallo strumento elettronico, e con lo straordinario effetto di trascinamento del quesito referendario di abrogazione della legge sull’autonomia differenziata: segnale di grande mobilitazione e partecipazione. Senza però raggiungere l’obiettivo del quorum. Perché? Sono andati a votare 15 milioni di cittadini-e, il 30,6%; non hanno votato il 69,4%. I Sì ai quattro referendum sui diritti e sulle condizioni del lavoro oscillano tra l’87% e il 90%. I Sì al quinto referendum (riduzione da 10 a 5 anni di residenza per la domanda di cittadinanza delle persone immigrate) arrivano al 65,27% e i No a un preoccupante 34,73%. L’affluenza più alta è stata raggiunta in Toscana (39,09%) e a Firenze (46%); in una posizione intermedia la Lombardia (30,70%), con Milano che arriva al 35,43%. Il Trentino Alto Adige guida le regioni con la più bassa partecipazione al voto (22,70%); seguono la Sicilia (23,10%) e le altre regioni meridionali.


 
Nei volantini di informazione e propaganda del Comitato promotore, nel quale il sindacato CGIL è stato il soggetto più attivo, venivano chiaramente esposte le ragioni per partecipare al voto ed esprimere cinque Sì. Primo quesito: stop ai licenziamenti illegittimi e ripristino del diritto al reintegro nel posto di lavoro nelle imprese con più di 15 dipendenti: 3 milioni e 500 mila le e i lavoratori interessati. Secondo quesito: maggiori tutele per chi lavora nelle imprese con meno di 15 dipendenti: 3 milioni 700 mila lavoratori e lavoratrici. Terzo quesito: riduzione del lavoro precario: 2 milioni 300 mila persone coinvolte. Quarto quesito: maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro (600 mila denunce di infortuni sul lavoro e 1000 morti all’anno!) attraverso la modifica della normativa degli appalti introducendo la responsabilità dell’azienda /imprenditore committente. Quinto quesito: riduzione da 10 a 5 anni di residenza per fare domanda di cittadinanza da parte delle persone immigrate: 2 milioni 500 mila persone interessate. Alle persone direttamente interessate (9 milioni 500 mila), bisogna aggiungere quelle coinvolte indirettamente e la cittadinanza attiva e motivata: si arriva così ai 15 milioni che sono andati a votare. Mi soffermo su queste cifre e dati per sottolinearne la rilevanza quantitativa e qualitativa e per fare qualche considerazione in rapporto al mancato quorum. Nonostante questi numeri, occorre ricordare che, venuto a mancare il referendum abrogativo della legge Calderoli sull’autonomia differenziata (l. 86/2024) - non ammesso dalla Corte Costituzionale (sentenza 10/2024, sbagliata secondo molti costituzionalisti) - la platea elettorale si è drasticamente ridotta: eliminata la possibilità di esprimere il voto contro la “secessione dei ricchi”, in modo particolare il Sud, per la sua composizione sociale, si è sentito escluso. Sicuramente fondamentali, i referendum sul lavoro avrebbero messo in discussione il Jobs Act, la devastante legge del governo Renzi; avrebbero ripristinati quei diritti, solennemente riconosciuti dalla nostra Costituzione e conquistati negli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso, con dure lotte e tanti sacrifici; avrebbero recuperate almeno in parte dignità e sicurezza delle persone e delle condizioni e luoghi di lavoro. Eppure, occorre riconoscerlo, questa grande battaglia referendaria, che portava (e, necessariamente, con forme di lotta più efficaci, dovrà ancora portare) il lavoro e le condizioni dei lavoratori e degli sfruttati al centro di una autentica politica sociale e di classe, non è stata avvertita come propria dalla gran massa montante dei disoccupati e dei poveri e degli emarginati, e dei pensionati in condizioni assai misere. Sul referendum riguardante la cittadinanza alle persone immigrate, pesano come un macigno le politiche degli ultimi trent’anni dei diversi governi, di centro-destra e di centro-sinistra, che hanno inteso (e ancora intendono) il grande fenomeno sociale economico culturale delle migrazioni e dell’immigrazione come un “problema di sicurezza”. Oppure lo affrontano addirittura come pericolo di “invasione” degli stranieri e di “islamizzazione” della nostra cultura, come fa l’attuale governo di centro-destra postfascista e “sovranista” usando mezzi repressivi e razzisti.
 



Bisognerebbe invece considerare e rispettare il ruolo lavorativo e civile che svolgono le persone immigrate, in primis i 2 milioni 500 mila che aspettano il riconoscimento del loro diritto di cittadinanza, ancor più in una società consapevole della sua condizione demografica (invecchiamento e decremento delle nascite). Nell’interesse generale e per il progresso del Paese, il filo conduttore di una politica democratica e progressiva non può non essere che quella che rispetta e tutela e favorisce i diritti sociali civili culturali uguali per tutte le persone. Domina invece la politica discriminatoria che incute paura e, dividendo, impoverisce e accentra sempre più nelle mani di pochi ricchezze e poteri, aumenta le disuguaglianze e svilisce la dignità delle persone e riduce tutto a merce nella logica di un capitalismo senza freni, rapace e distruttivo che sta portando l’umanità nel baratro dell’economia di guerra e della distruzione delle risorse naturali. In tale contesto, da oltre trent’anni domina il pensiero neoliberistico e le classi sfruttate e subalterne vengono irretite in una ragnatela di individui isolati ed atomizzati, in cui egoismi e “guerre” tra penultimi e ultimi costituiscono gli ostacoli più difficili per una ripresa delle lotte sociali solidali e per una cooperazione internazionale del 99% degli umani. Sulla base di questa sintetica analisi, le forze sindacali e sociali, civili e culturali, spina dorsale di una società democratica e solidale, si devono porre il problema di fare rete (come si usa dire oggi) e programmare lotte diffuse che possano anche approdare a proposte e richieste referendarie come strumento istituzionale di democrazia diretta: ritornare insomma alla tradizionale “lotta di classe” rivisitata e aggiornata, in primis sui grandi problemi che assillano l’umanità oggi: ricchezze e poteri accentrati nelle mani di pochissimi da un lato e dall’altro disuguaglianze e povertà sempre più estese (l’1% contro il 99%), libertà e diritti sempre più violati e ridotti, economie di guerra e riarmo, genocidi e catastrofi ambientale ecc.


 
Diversi altri condizionamenti e limiti e ostacoli hanno certamente concorso a ridurre la partecipazione al voto: il silenzio quasi generale dei mass media con limitate informazioni alla vigilia delle votazioni, l’attacco al sindacato che farebbe “supplenza politica” arrogandosi il diritto di uscire dal proprio ambito, la “politicizzazione” da parte dei partiti di governo e di opposizione. L’aspetto più grave risiede nel vero e proprio “boicottaggio” del voto referendario, usando l’astensione come mezzo per fare mancare il quorum, perseguito spesso dalle classi dirigenti di ogni colore e anche dalle più alte cariche dello Stato, in modo “trasversale” e da almeno una quarantina d’anni: dai Presidenti del Consiglio Craxi e Berlusconi al Presidente della Repubblica Napolitano, fino ad arrivare ad oggi con esternazioni lesive sia dell’esercizio di voto che del rispetto delle istituzioni da parte del Presidente del Senato La Russa e del Presidente del Consiglio Meloni. Quest’ultima arriva a dichiarare: “Vado al seggio e non ritiro la scheda”. Una vera e propria provocazione che offende il “popolo sovrano” e calpesta l’art. 54 della Costituzione che stabilisce il dovere di adempiere le funzioni pubbliche “con disciplina e onore”. Il dato strutturale che riguarda l’astensionismo è ormai consolidato e dimostra il distacco sempre più preoccupante tra governanti e governati, tra istituzioni e società. Per ricordare i dati più recenti: dalle elezioni politiche del 2022 con il 64% di votanti si è scesi al 48% alle europee e al 42% nelle elezioni regionali della Lombardia. Non si tratta, secondo me, di crisi strutturale della democrazia e della partecipazione, ma di una scelta da parte delle classi dirigenti e dei gruppi di potere economico e politico-partitico di tener lontano il “popolo sovrano” dal voto “libero e personale, uguale e segreto” (art. 48/ Cost.). Da quando il sistema elettorale maggioritario e premiale ha sostituito quello proporzionale e di libera scelta dei candidati e da quando è stata introdotta l’elezione diretta del sindaco e del presidente di regione, sono stati messi in discussione i pilastri fondamentali del nostro sistema democratico costituzionale e partecipativo. 


 
Ritornando sui referendum è interessante notare che l’ultimo, sulla giustizia, promosso da Lega e Radicali (giugno 2022), ha visto la partecipazione al voto il 20,4%! Lo ricordo non per consolazione rispetto al 10, 2% in più di voti ottenuti dagli ultimi cinque, ma per dire che esistono ragioni da vagliare e da considerare attentamente allo scopo di favorire le cittadine e i cittadini perché vengano messi nelle condizioni di potere esercitare liberamente il diritto di voto e di potere partecipare e contribuire direttamente al governo del Paese. Quando le lotte e la partecipazione diretta e di massa si manifestano, anche i referendum abrogativi raggiungono il quorum: dei 9 svolti tra il 1974 e il 1995 ben 8 raggiunsero il quorum conseguendo grandi vittorie civili (ad es.divorzio e aborto). Tra il 1997 e il 2025, su 10 referendum solo due raggiunsero il quorum e si vinse: acqua pubblica e messa al bando del nucleare: due questioni di evidente interesse generale (e direi universale) che ancora una volta le classi dirigenti non hanno tradotto in disposizioni e leggi attuative.  Si intestardiscono invece nel riproporre fonti di energia inquinanti (compreso il nucleare!) e privatizzazione di un bene comune vitale come l’acqua. Aumentano così la disaffezione verso gli istituti di democrazia e la divaricazione tra Stato e Società. Per concludere queste mie considerazioni auspico che alla base della società civile e della cittadinanza attiva si consolidi e si estenda la consapevolezza di rovesciare il rapporto tra governanti e governati perché le e i cittadini non siano considerati sudditi ma davvero popolo sovrano; si rafforzi la volontà di bloccare la deriva antidemocratica, oligarchica ed autocratica del governo delle istituzioni; si modifichi il sistema elettorale in senso proporzionale e costituzionale; si aumentino spazi e strumenti ed istituti di democrazia diretta, a cominciare dall’introduzione del referendum propositivo e dell’obbligatorietà di discutere le proposte di legge di iniziativa popolare.
 

 

 

 

 

A LEGNANO CON RENATO FRANCHI




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