Pagine
- HOME
- IL LATO ESTREMO
- FUORI LUOGO
- AGORA'
- LA LAMPADA DI ALADINO
- ALTA TENSIONE
- FINESTRA ERETICA
- ARTE
- SOCIETA' DI MUTUO SOCCORSO
- I DOSSIER
- I LIBRI DI GACCIONE
- BIBLIOTECA ODISSEA
- SEGNALI DI FUMO
- I TACCUINI DI GACCIONE
- NEVSKIJ PROSPEKT
- LA GAIA SCIENZA
- LIBER
- GUTENBERG
- GROUND ZERO
- LA CARBONERIA
- CAMPI ELISI
- LA COMUNE
- OFFICINA
- QUARTIERE LATINO
- IL PANE E LE ROSE
- MARE MOSSO
- LITTERAE
- DALLA PARTE DEL TORTO
- NO
- NOTE
- FORO
- KAOS
- LUMI
- ARCA
- CIAK
- IL GIURAMENTO DI IPPOCRATE
UNA NUOVA ODISSEA...
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
domenica 15 giugno 2025
“LUNGO LA STRADA” DELLA MUSICA
di
Arianna Marchi
Il libro di Renato Franchi
“Le canzoni che scrive,
suona e canta Renato sono un Bene, un Bene Comune. Canzoni che contengono
quelle “moltitudini” che ognuno di noi ha in sé. Sono canzoni popolari, perché
sono al servizio di un Popolo. Di quel Popolo che nel Canto ritrova la sua
Unità! Quella degli sfruttati, degli emarginati, degli oppressi e degli ultimi,
ma anche dei sognatori, dei ribelli, degli artigiani, operai, migranti in
cammino per la conquista della Dignità”.
Così si esprime Marino Severini nella prefazione a: Lungo
la strada - Anni di vita e di musica”, l’autobiografia
di Renato Franchi, recentemente pubblicata dalla casa editrice varesina
Macchione. Renato, “Don Chisciotte della musica italiana”, citando ancora le
parole del frontman dei Gang, è approdato a questo traguardo dopo il compimento
delle sue settantacinque primavere e con alle spalle una produzione musicale
che comprende oltre venti album, realizzate con le diverse formazioni da lui
fondate (The Kanzonaccio Band, l’Orchestrina del Suonatore Jones, His Band),
senza contare la sua militanza in numerosi “complessi” negli anni Sessanta e
Settanta.
Ciò che colpisce nello scorrere le pagine - oltre trecento, per una narrazione che ha inizio nella Legnano degli
anni Cinquanta - è la capacità del cantautore di intrecciare le sue vicende
personali con una efficace descrizione del panorama storico, politico e sociale
italiano. L’artista rievoca la propria infanzia, la sua famiglia di origine, le amicizie, i primi
approcci alla musica, il matrimonio, l’ingresso in fabbrica e nel sindacato,
per proseguire attraverso i decenni fino al momento presente.
Un esempio significativo: a metà degli anni Settanta, mentre Enrico Berlinguer
era segretario del PCI (allora il secondo partito in Italia) ed importanti
conquiste venivano raggiunte in ambito socio-politico ma, per contro, il nostro
Paese era sconvolto da attentati terroristici e stragi, Renato fonda il
“Canzonaccio”, un ensemble votato alla proposta della musica popolare e
d’impegno. L’avventura di questo gruppo attraversa ben venticinque anni, con due
album, tournée in Germania (prima della caduta del Muro) e nella ex Jugoslavia
martoriata dalla guerra, centinaia di concerti a sostegno di cause importanti.
Ed è, questo, solo uno degli innumerevoli episodi narrati, che mostra come il
percorso di Franchi, forse non adeguatamente noto a livello nazionale, sia caratterizzato
da esperienze di notevole spessore. Va detto che, in quanto a visibilità, il
musicista legnanese ha recentemente ottenuto un prezioso riconoscimento come
promotore, due anni fa, di un progetto discografico di grande valore storico e
civile, 17 fili rossi + 1, dedicato alla strage di Piazza
Fontana e a Giuseppe Pinelli, che gli è valso il secondo posto alle Targhe
Tenco 2024 come “Miglior album a progetto”.
Per intitolare ciascun capitolo Renato ha scelto dal suo canzoniere, composto
da oltre duecento brani originali, un brano affine all’argomento trattato. Le
venticinque canzoni vanno così a comporre l’ideale colonna sonora del libro e
sono ascoltabili e scaricabili tramite un QR code presente sulla copertina.
Merita una citazione anche l’introduzione al volume di cui è autrice Marta
Franchi, figlia di Renato. Marta, che oggi è pedagogista, formatrice e docente
a contratto presso l’Università di Milano-Bicocca, ha seguito il padre fin da
piccolissima nei suoi concerti, fino a quando non è divenuta ella stessa
musicista, accompagnandolo per molti anni nelle sue esibizioni. La condivisione
di questo cammino “lungo la strada” della musica e della vita con Renato ha
consentito a Marta di comprendere, come ella stessa ribadisce, che fare musica
è, essenzialmente, un incontro con l’Altro, concetto che emerge a più riprese
attraverso la lettura di Lungo la strada.
Il grande valore di Renato Franchi, come artista e come uomo, sta forse proprio
in questo: se la vita è “l’arte dell’incontro”, le sue canzoni hanno sempre avuto
lo sguardo rivolto ad incontrare l’altro. Dai brani più intimisti a quelli
che raccontano di Resistenza, lavoro, migrazioni, stragi, guerra e pace,
solidarietà e ingiustizia, il cantautore ha dimostrato grande attenzione verso
ciò che è “altro” da noi, per sottolineare il senso di appartenenza che unisce
gli esseri umani legati da comuni valori e sensibilità. E, come afferma Marino
Severini, prendiamo in prestito, ancora una volta, le sue parole: Senti cantare Renato e dopo un paio di canzoni ti senti a Casa tua, quella
del Popolo. E “senti gli altri dentro di te”, come diceva Giorgio Gaber. Ecco a
cosa serve la chitarra che suona Renato: serve a farci sentire parte di un
tutto, “a dire Noi”.
Leggendo le pagine di musica e di vita di Renato si comprende
davvero, per dirla con un altro grande cantautore, Claudio Lolli, “a cosa può
servire una chitarra”.
Renato Franchi
Lungo la strada - Anni di vita e di
musica
Pietro Macchione Editore 2025
Pagine 344, euro 22
CINEMA
di Marco Sbrana
Anora di Sean Baker. Generazione Z tra libertà
rivendicate e catene troppo strette.
Palma d’oro a Cannes e
vincitore di cinque premi Oscar, Anora inizia con la tracotanza visiva,
la prepotenza delle sex workers, tra cui Ani, la protagonista del film, che,
feroce in topless, balla addosso alla macchina da presa. Nell’indugio sulle
spogliarelliste non c’è passione, ma nemmeno pena: si tratta di lavoro. Questa
l’intuizione di Baker, già regista dello splendido Un sogno chiamato Florida,
che trattava, come Anora, disagi postmoderni. I corpi non sono erotici
ma strumentalizzati. Pure, non è affatto, il film, un’invettiva moralistica
contro il sex work, perché Ani - Mickey Madison - non è oppressa. È libera,
svolge il suo lavoro con diligenza. I corpi che ballano e su cui si infrange il
neon sono, insomma, ordinaria amministrazione. La vicenda ha inizio quando Ani
incontra il rampollo di una nobile famiglia russa, che si innamora di lei e
finirà per sposarla. Dopo l’incipit, altra violenza di luci ed eccessi. Ivan, o
Vanya, così chiamato il principino, ci appare subito come un giovane scemo che
non vuole o non può evadere dal guscio domestico. Vanya è l’antitesi di Ani.
Che, pur di conquistare l’indipendenza, vive sotto le rotaie dei treni che
sferragliano, insieme alla sorella, nell’indigenza di una casa che, in
confronto alla loggia di Ivan, pare una stamberga. Ivan è magro, ricciolino, non
un pelo in faccia, un bambinone; Ani, pur di soli due anni più grande di lui
(Ivan ha ventun anni; Ani, ventitré), è una giovane donna già vissuta. Laddove
Ivan si lamenta perché le colf non gli hanno rifatto il letto, Ani, ormai sua
prostituta privata, parla col lessico del lavoro: “Che tipo di sesso vuoi?”,
“Un po’ di tutto, quindi?”
Perché i due convolano, in quel di Las Vegas,
a nozze? Per soldi, sì, ma, più nobilmente, per l’indipendenza che dai soldi
deve passare. Ani è libera e percepiamo il mondo coi suoi sensi, grazie a Baker
che sospende ogni giudizio moralistico, paternalistico, patriarcale. Ani è
seducente solo nella narrazione, ma non è mai davvero inquadrata nell’eros
(semmai nell’osceno di un ballo pornografico). E questo è Baker che parla, e
parla di corpi femminili che godono di potere, agenti, non bambolotti
rassicuranti da cui poppare il latte in amori di stampo edipico. Le donne sono
più grandi degli uomini, in Anora. Più serie. Il femminismo è qui
nell’utilizzo libero in toto del proprio corpo.
La normalizzazione del sex work ma, allo stesso tempo, una visione critica nella scena finale. Ci arriveremo. Il sesso tra Ani e Ivan, che si godono la luna di miele, non è quasi saturato semanticamente, ma usato come supplemento del montaggio, come raccordo, come parte di un montage simile a quello di Casablanca. Ma neppure l’eccesso è giudicato. Se fosse libro, Anora avrebbe focalizzazione interna, non sarebbe narrato da un giudicante Manzoni, da un paternalistico: Questo è male. Anora è tante cose, ma non un film ideologico. Quello che Baker chiede è di stare dalla parte di Ani. L’autorialità della macchina a mano, del montaggio (da Baker curato) convulso alla Godard, le luci sempre cariche di senso si abbinano a una vicenda che è puro intrattenimento. “I grandi temi” si deducono dal particolare. Non c’è la pomposità di un Sorrentino, che nei film vuole e decide di essere “importante”, “impegnato”; Anora, come ogni buona storia, è impegnato se si guarda il mondo con gli occhi della protagonista. Ma cos’è, in fondo, l’impegno e perché molti erano scettici quando Anora ha sconfitto, agli Oscar, il monumentale The Brutalist (per ideologia autoriale ben più prossimo a Sorrentino)? Impegnarsi, per un autore, è anche solo tracciare un disagio.
L’idillio termina. Come possono i genitori di
Ivan accettare che abbia sposato una prostituta? Due sgherri vengono inviati a
far finire la festa, Igor e Garnik. Il film cambia tono (diventa slapstick,
commedia pura, ma frenetica, di azione) e tono visivo (i colori si spengono),
perché Ani lotta fisicamente - e rompe il naso di Garnik - mentre i due sgherri
cercano di portare Ivan dai genitori; ma il principino riesce a scappare. La
parte centrale del film vede i personaggi mostrati alla ricerca del rampollo.
Lo trovano, ubriaco marcio, proprio nel club dove lavora Ani. Devono annullare il
matrimonio ma - e lo scoprono solo in aula - non possono farlo a New York se
l’unione è avvenuta in Nevada (Las Vegas), perciò i nostri cambiano rotta. Ed è
qui che il bambinone viene dichiarato tale. Quando, cioè, Ani, per salvare il
matrimonio e l’indipendenza che sembrava aver raggiunto, gli ricorda: Sei un
adulto, Vanya. Può, potrebbe ribellarsi; sta. I genitori di Ivan - i soldi
e il potere che hanno la meglio sui sogni di gloria delle nuove generazioni; i
padri che vincono; le catene dei rapporti filiali che stringono le caviglie ma
a cui ci siamo affezionati - annullano il matrimonio. Niente da fare per Ani.
Centrale, per tutto il film, il rapporto tra
Igor lo sgherro e la nostra. Igor, quando i due sgherri entrano in casa, a
inizio dramma, alla prima svolta, è subito inquadrato con ammiccamento, con
Baker a dire: Guardatelo bene. Igor deve fermare la violenta Ani, e la
lega. Ma è buono come il pane, Igor, e non vuole farle male, è evidente, è anzi
sottolineato. Igor chiede anche scusa, benché l’altro sgherro abbia il naso
rotto a seguito di un calcio di Mickey Madison. Igor e Ani sono di nuovo da
soli quando passeggiano presso il mare, e Igor le consiglia di mettersi
qualcosa al collo per non prendere freddo. Magari la sciarpa con cui l’ha
imbavagliata.
E poi sono soli nel finale. A casa di Igor,
prima che Ani venga portata in macchina a casa. Dice Igor che “Anora” gli
piace; più di “Ani”. Sa, Anora, cosa significa “Igor”? Significa “guerriero”.
No, dice Anora, significa mostro con la gobba. Ma “Anora” cosa significa?
chiede Igor ad alta voce, per poi trovare risposta su Google: “frutto di
melograno”, “luce” e “splendente”. Parlano, ed è la vera romance del film. La
romance dei sottotesti che caricano le parole di circostanza, degli sguardi
veri che sanno riconoscere e di chi non ce l’ha fatta (mi viene in mente Lost
in translation). Dice Anora: Se non ci fosse stato Garnik mi avresti
violentata. Hai lo sguardo da stupro. Ok, dice Igor, ma lui non voleva
violentarla. E perché? Cosa, “perché”? Perché non volevi violentarmi?
Perché non sono uno stupratore.
No, perché sei un cazzo di invertito.
Igor e Ani non sono mai stati invisi l’un
l’altra. Neanche un secondo. Ostentano per tutto il film un’ostilità che è
gioco ed è in quel gioco che nasce l’affetto, che il legame si consolida fino
all’ultima, straziante, stupenda scena. In auto, Igor rende ad Anora l’anello:
l’ha rubato, se lo merita. Poi Anora si spoglia. I due fanno sesso. Movimenti
impacciati, atto impersonale. Almeno finché Igor non cerca di baciarla. Al che
Anora scoppia in lacrime e Igor la consola, traendola a sé in un abbraccio che
chiude il film, con il nero che oscura e i singhiozzi che seguitano.
Il corpo è libero (dovrebbe), la donna
(dovrebbe essere) libera, ma ad Anora, nella sua breve vita, è capitato solo di
usare il corpo come merce di scambio e va in cortocircuito quando Igor cerca
qualcosa di più profondo. Non è un rinnegamento della poetica antimoralistica
del film, ma una complicazione, una domanda, che non fa da antitesi al senso di
libertà del film, bensì da scolio, da nuova proposizione, inclusa nel grido.
Anora è un film sulla generazione Z,
sul precariato, sul vincolo del nucleo domestico, sul cordone ombelicale
resistente alle cesure effettuate, un tentativo contorto di raggiungere
l’indipendenza, una vita in cui non si sia marchiati dalla traccia dei
genitori. Un tentativo fallito. La nostra generazione, dice Baker che alla GEN
Z non appartiene, di futuro ne ha poco.
PIETÀ
di Laura M.
Volante
A Gaza i bambini
muoiono
muoiono sotto le bombe
muoiono di fame e di sete
Ogni sguardo indifferente
fece adirare Gesù
nel Tempio non di
Pietà ma di commercio
Non di Verità
ma di Interesse
Ogni bimbo è sulla
Croce con Gesù
che dà loro il
Suo Corpo e il Suo
Sangue.
Ad un ladrone solo
la promessa del Paradiso
Che l’indifferenza diventi
Pietosa girando lo
sguardo
sui figli perché
chi ama i figli degli
altri
ama i propri...
sabato 14 giugno 2025
UNA FEBBRILE
PREPOTENTE PASSIONE
di ANGELO GACCIONE
![]() |
| Giambattista Falcone |
Sono passati troppi anni e non ricordo più a chi avessi chiesto notizie di materiali appartenuti a Giambattista Falcone (libri, foto, lettere scambiate con giovani patrioti come lui, magari con Pisacane di cui era stato segretario e di cui aveva condiviso il medesimo fatale destino); a quel tempo ero un giovane curioso ma ancora piuttosto ingenuo. Ero convinto che nel “Palazzo”, così lo chiamavano tutti, ci fosse un ricco patrimonio con una galleria di ritratti degli avi della famiglia fino al giovane Battistino, come quelli che si vedono nelle magioni storiche dei nobili e chissà quante altre mirabilie. Per noi che abitavamo nella parte opposta della città, che non avevamo mai potuto accedervi, tutti i palazzi delle famiglie benestanti (Giannone, Falcone, Feraudo, Baffi, Sprovieri, Romano…) rimanevano avvolti in un alone di mistero.
![]() |
| Carlo Pisacane |
Per me in particolare il palazzo del principe Sanseverino aveva qualcosa di attraente perché me lo raffiguravo con sale splendenti ed affrescate, ma anche pervaso da una atmosfera lugubre e sinistra: mi figuravo, chissà perché, squartamenti di briganti e congiure. Si favoleggiava addirittura di 365 stanze, una per ogni giorno dell’anno, e la mia fantasia correva, prendeva il volo. Ricordo però, che mi fu risposto che non c’era rimasto nulla perché il palazzo era stato negli anni abbondantemente saccheggiato. In particolare mi fu detto che i familiari avevano cancellato ogni traccia che riguardava Giambattista, che lo avevano rimosso come un appestato, cancellato di lui ogni memoria per non inimicarsi i Borboni, per non perdere i loro favori, rimanere nelle loro grazie; soprattutto per far dimenticare la tragica vicenda rivoluzionaria a cui aveva preso parte il figlio. Per tutte queste ragioni erano stati bruciati libri, lettere, ritratti, ricordi, dello scapestrato figlio di idee repubblicane. Così mi fu detto. Disperso il corpo, disperso ciò che gli era appartenuto. E ne rimasi convinto fino a quando il suo ritratto non mi capitò fra le mani acquistando un vecchio libro a Cosenza. Il ritratto riprodotto in quelle pagine in cui spiccava la faccia di adolescente che ora conosciamo, con i baffetti sottili, il pizzetto, la “mosca” e il cappello alla calabrese dalla cupola a cono alto, è quello che si era fatto fare a Torino alla vigilia della morte. Fino ad allora ricordavo il volto come lo ha lasciato inciso nel marmo lo scultore Giuseppe Scerbo.
![]() |
| Palazzo Sanseverino - Falcone |
Tracce di due lettere le avevo trovate in seguito nel libretto del sacerdote Nicola Romano: Discorso letto in Acri (Tipografia dello Stabilimento S. Lapi, Città di Castello 1888), ora ristampato dalla Poligrafica Francesco e C., segno che non era vero ciò che mi era stato raccontato e che un ritratto e delle lettere erano state conservate e persino rese pubbliche. Di quella che Giambattista invia da Malta, dove si era rifugiato per sfuggire alle ricerche della polizia borbonica dopo l’attentato di Agesilao Milano, allo zio Biagio Giannone, Romano riporta il brano che segue: “Veneratissimo Zio. Scrivo a voi direttamente, conoscendovi solo capace a comprendermi (…) Per voi che sapete quanto era in me potente questa passione, sarà facile argomentare come avea dovuto svilupparsi in questi ultimi tempi. Basterà dirvi ch’io vivea in un continuo stato febbrile che m’impedia persino di studiare; e che spesso mi son privato di tutti i mezzi, anche necessari, per usarli a questo santissimo scopo. In somma ho agito, come si suole, sotto l’incubo d’una prepotente passione, che non può descriversi, ma solo essere compresa da colui che l’ha provata”.
![]() |
| Il libro di N. Romano |
Uno “stato
febbrile” e una “prepotente passione” che è comune a tutti i rivoluzionari ed
ai riformatori, agli uomini di fede, perché come ha scritto l’internazionalista
Carlo Cafiero: “Sono gli uomini di fede che provocano le esplosioni”. Le
parole del giovane cospiratore calabrese riecheggeranno quelle del
rivoluzionario russo Michail Bakunin che avendo preso parte ai moti del 1848 in
Europa, aveva sperimentato lo stesso “stato febbrile”, la stessa eccitata
passione. “Era una festa senza fine” scrive Bakunin, ed era così
immerso nell’esaltazione di quelle eroiche giornate da divenirne come stregato:
“vedevo tutti e non vedevo nessuno…”.
Un’altra preziosa lettera, l’ultima, la più commovente, la scrive da Genova il 24 giugno 1857, nove giorni prima del martirio che si compirà il 2 luglio a Sapri, ed è indirizzata al concittadino Vincenzo Sprovieri. Gli scrive per informarlo di aver dovuto lasciare Torino in tutta fretta e si scusa per non avere avuto il tempo di salutarlo. Si raccomanda che il ritratto che gli era stato fatto in quei giorni nel capoluogo piemontese, venga consegnato alla sua “povera madre”. È quasi un testamento in miniatura vergato prima di imbarcarsi alla volta di Ponza. “Vincenzino carissimo. Trattandosi di cose in cui l’individuo sparisce, son sicuro che mi terrai per iscusato, se partiva senza darti neppure l’ultimo addio. L’amico che ti consegnerà questa mia, ti darà pure il ritratto, che terrai in deposito presso di te, onde portarlo alla mia povera madre. Aveva scritto altra lettera ai miei fratelli, da lasciarla a te pure, e l’ho smarrita, né ho tempo da rifarla. Dirai tu loro, nel caso che non debba più rivederli, il contenuto: essere mio desiderio che imitassero il mio esempio. Ei son dotati d’un indole energica, e volendo son sicuro che faranno ciò che forse non potrò fare io medesimo”.
![]() |
| Il libro con l'autografo esposto al Museo di Acri |
Chissà dove sono finite queste lettere e se qualcuno le custodisce da qualche parte. Sarebbe un regalo prezioso se saltassero fuori, ora che un Museo del Risorgimento è stato creato nella sua città di nascita. Possediamo miracolosamente la sua firma autografa: è stata vergata sulla prima pagina di uno dei libri che gli era appartenuto. Si tratta di una copia dei Prolegomeni del primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti, una edizione del 1846 donata dalla famiglia Julia in comodato d’uso, ed ora è esposta in una delle teche del Museo del Risorgimento di Acri dove ho potuto vederla.
![]() |
| La firma autografa di Falcone |
Un libro prezioso, questo, in cui l’autografo riporta Giovan Battista Falcone, formula che non ho trovato altrove.
Per esempio il nome che compare sul suo monumento porta semplicemente Battista;
in diverse pubblicazioni, compresa questa di Nicola Romano, il nome composto è
scritto tutto unito nella formula Giambattista; in altri documenti ancora si
trova Giovanni Battista. È una firma ben leggibile con il cognome che termina
con dei curiosi svolazzi. Non sappiamo quando vi sia stata apposta, ma si
tratta certamente di una data molto posteriore a quella della stampa del libro.
Lo si capisce dal tratto grafico elegante e che denota il gesto di una mano
sicura; e lo si intuisce facilmente dalla natura del testo. Si tratta, come
abbiamo accennato, di un’opera impegnativa del presbitero patriota e filosofo
piemontese Gioberti, la cui lettura richiede maturità. E in età matura deve
averla affrontata il Falcone, non certo nel 1846 quand’era poco più che un
ragazzino.













.jpg)
















