UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 21 settembre 2014


 SCENDERE IN PIAZZA IL 21 SETTEMBRE



Gli scienziati continuano a ripeterlo e non sanno più come dircelo: il cambiamento climatico non significa solo un po’ più di caldo o qualche temporale fuori stagione. Non è un’esagerazione: la nostra stessa *sopravvivenza* è a rischio. Questa è una battaglia per salvare il pianeta.
La nostra biosfera ha un equilibrio precario. Basta scaldarla appena e si scatena un circolo vizioso senza fine. Più si sciolgono i ghiacci artici che riflettono la luce solare, più luce colpirà la Terra, più si alzeranno ancora le temperature, che a loro volta scioglieranno ancora più ghiaccio e così via. Questo circolo vizioso è già iniziato e, se supererà il punto di non ritorno, sfuggirà del tutto al nostro controllo, mettendo a rischio tutti e tutto ciò che amiamo.
Le Nazioni Unite ne sono consapevoli e hanno organizzato un incontro mondiale a New York per affrontare questa emergenza, invitando anche noi e il nostro movimento a partecipare! Ma i nostri capi di stato sono politici, non scienziati e si fanno influenzare dall’opinione pubblica. Leggono i sondaggi, ma poi si chiedono: “Dove sono le proteste? Dov’è la gente a cui interessa tutto ciò?”     
Il 21 settembre sarà la nostra risposta.
Con migliaia di organizzazioni, dai sindacati ai gruppi religiosi, e centinaia di migliaia di persone già iscritte, stiamo per lanciare la più grande mobilitazione di sempre per il clima, con eventi da New York a Parigi a Rio. Il 21 settembre dobbiamo scuotere il mondo. Per riuscirci, dovremo mobilitare migliaia di organizzatori, inondare le metropolitane e le radio con i nostri annunci e lanciare un’operazione mediatica efficace.
Ricken Patel - Avaaz



VUOI LOTTARE PER 60 PLATANI?



Se vuoi lottare per i 60 PLATANI che il Comune vuol abbattere in piazzale Lagosta
PARTECIPA all’assemblea programmata dal Comitato locale per le 20,30 di mercoledì 17
settembre in viale Zara 34 (sul cancello spicca il numero 3 scritto in grande).
E’ a 60 metri da viale N. Sauro. Uscendo dal metro 5 (stazione Zara) verso sud basta attraversare il controviale Zara. Sono caldamente invitati i cittadini di Mac Mahon che difendono i loro olmi
e coloro che difendono i parchi di Milano. Chi avrebbe immaginato, nell’aprile 2011, che saremmo stati costretti a inforcare -per ora- gli striscioni?
Luigi Caroli


SEMPRE LA STESSA SOLFA



COMITATO PENDOLARI FERROVIA COMO-LECCO

 Dopo la "pausa" di agosto, ancora numerosi ritardi (superiori anche a 20 minuti!)
per i treni della linea Como-Lecco

CONTINUANO I DISAGI PER I PENDOLARI DELLA FERROVIA COMO-LECCO

Il 10 ottobre a Merone un incontro pubblico coi Sindaci



Ancora forti disagi per i pendolari della ferrovia Como-Lecco. Infatti con la ripresa in servizio dopo la "pausa" di agosto (il treno è andato ... in ferie), sono ricominciati i ritardi su numerose corse. Ritardi che in alcuni casi sono arrivati a superare i 20 minuti nella tratta da Molteno a Como e viceversa, tantissimo per una tratta di 40 minuti.
Il Comitato pendolari denuncia questi ennesimi disagi, che sono da sommare alle soppressioni verificatesi lo scorso mese di luglio (prima dell'interruzione della linea per le prime 3 settimane di agosto!): ci sono state ben 20 corse soppresse e 2 corse annunciate come soppresse e poi effettuate all'ultimo minuto senza preavviso. In confronto, le corse omesse nel periodo febbraio-marzo (27 in 2 mesi) sono quasi poche!
È veramente vergognoso come una linea che già ha poche corse al giorno e che già subisce la chiusura per l'intero mese di agosto debba anche essere penalizzata fortemente nel mese di luglio e poi, con la ripresa di settembre, assumere ritardi di 20 minuti!
Inoltre, per quanto riguarda i bus sostitutivi, la situazione disastrosa non è cambiata: quelle volte che vengono istituiti, non viene data alcuna informazione ai pendolari e soprattutto il bus non passa mai dalle stazioni intermedie. Pertanto i bus sostitutivi sono assolutamente inutili. La Como-Lecco è una linea che non può e non deve essere effettuata con bus sostitutivi: il servizio svolto dal treno è insostituibile.
Si ricorda che il Comitato pendolari ha organizzato (in collaborazione col Circolo Ambiente "Ilaria Alpi" e col patrocinio del Comune di Merone) per il prossimo 10 ottobre a Merone un incontro pubblico dal titolo "Rilanciamo la ferrovia Como-Lecco", in cui si discuteranno le problematiche della linea e le proposte di rilancio. All'incontro sono invitati tutti i sindaci della tratta, oltre che Regione Lombardia e Trenord.

COMITATO PENDOLARI FERROVIA COMO-LECCO
Non l'acqua ma la malapolitica la causa dei disastri



Ignorati gli allarmi lanciati dall'ONU fin dal 2001 sull'effetto dei cambiamenti climatici sul ciclo idrico. Indispensabile rivedere tutti i piani di rischio e gestione dell'acqua ormai obsoleti.
Dirottare sulla salvaguardia del territorio le risorse miliardarie per F35, navi da guerra, TAV e grandi strade; ruolo centrale di Cassa Depositi e Prestiti.

Nel 2001 l'Intergovernmental Panel on Climate Change dell'ONU divulgava il terzo rapporto sui cambiamenti climatici redigendo una versione semplificata per i “policymaker”  in cui tutto quanto sta accadendo al ciclo idrico era ampiamente previsto (in particolare i risultati del secondo gruppo di lavoro, dal titolo "Climate Change 2001 - Working Group II: Impacts, Adaptation and Vulnerability" (http://www.grida.no/publications/other/ipcc_tar/). Dodici anni fa l'IPCC evidenziava l'aggravio di rischio per le inondazioni (in allegato l'incontrovertibile allarme contenuto nel riassunto per i policymaker) con cui chiedeva immediati interventi per bloccare le emissioni e mitigare i primi effetti negativi dei cambiamenti climatici.
Per tutta risposta i nostri lungimiranti “policymaker”, i decisori dei governi, compreso l'ultimo, hanno risposto con condoni (quello di Berlusconi del 2004), facilitazioni per i cementificatori (dal piano casa alla defiscalizzazione per le grandi opere stradali) fino ad arrivare, con il Governo Letta, con l'incredibile azzardo della concessione dell''agibilità parziale degli edifici non completati contenuto nell'ultimo decreto del FARE.
Ancora pochi anni fa mentre gli ambientalisti e i movimenti sociali, chiedevano urgenti misure per bloccare il collasso del pianeta, il Parlamento Italiano votava una mozione che metteva in dubbio i cambiamenti climatici. La Giunta Regionale sarda del governatore Cappellacci ha fatto di tutto per cancellare il Piano di tutela delle Coste, anche con decisioni prese pochi giorni prima l'alluvione! E pensare che lo stesso Governatore Cappellacci dal 21 settembre 2012 è Presidente della Commissione ENVE (Commission for the environment, climate change and energy).

Ora i risultati di questa malapolitica sono sotto gli occhi di tutti, il re è nudo.
Dopo il disastro di Sarno, le regioni hanno sì predisposto piani sul rischio alluvione con le relative zonizzazioni, ma si sono basate su dati di portate e di precipitazioni spesso dell'inizio del secolo scorso, quando il regime delle piogge è stato completamente stravolto negli ultimi due decenni. Lo stesso si dica dei Piani di gestione delle acque e dei Piani di Distretto Idrologico, i principali strumenti di gestione dell'acqua che spesso non tengono in alcuna considerazione gli effetti di cambiamenti climatici. I consulenti di uno degli ultimi piani ancora in fase di approvazione, quello dell'Abruzzo, davanti alle rimostranze degli ambientalisti che ricordavano gli appelli della stessa Commissione Europea per introdurre misure di mitigazione e adattamento, sono arrivati adirittura a negare l'esistenza delle modificazioni del clima. Si consideri che i piani di protezione civile spesso si basano sulle previsioni di questi strumenti ormai obsoleti. Basti pensare all'aumento delle superfici da vincolare con l'aumento delle portate dei fiumi quando vi sono questi fenomeni così intensi e alle gestione dell'acqua in caso di siccità. Anche le luci di molti ponti non sono più sufficienti a smaltire le ondate di piena i cui picchi sono sempre più estremi.
Il Forum dei Movimenti per l'Acqua chiede a gran forza, oltre ad una riduzione significativa nelle emissioni di gas serra in Italia, una profonda ed immediata revisione di questi piani affinché prendano atto delle modifiche del regime idrologico determinate dai cambiamenti climatici, introducendo misure di mitigazione ed adattamento con l'individuazione delle nuove aree a rischio e l'introduzione di vincoli assoluti di inedificabilità. Ancora oggi molti piani consentono escamotage per la realizzazione, come sta accadendo a L'Aquila (!) con l'ANAS, di grandi infrastrutture stradali da decine di milioni di euro in aree già oggi a rischio di esondazione. Basta un'autocertificazione sostenendo che non è possibile delocalizzare la nuova opera!
Lo stesso IPCC ha diffuso recentemente un nuovo studio sull'argomento “Managing the Risks of Extreme Events and Disasters to Advance Climate Change Adaptation, IPCC 2012” (http://www.ipcc.ch/pdf/special-reports/srex/SREX_Full_Report.pdf.)

Purtroppo in Italia i pochi interventi sul dissesto sono spesso realizzati cementificando ulteriormente il territorio senza utilizzare tecniche di ingegneria naturalistica e senza rispettare i corsi d'acqua. Basti pensare alle cosiddette “pulizie” degli alvei con ruspe che distruggono la preziosa vegetazione ripariale che non fanno altro che aumentare i problemi aggravando l'erosione e modificando il trasporto solito. I fiumi devono avere spazi sufficienti, questa è la strada maestra da seguire, delocalizzando case e infrastrutture dove necessario.
In ogni caso le iniziative di gestione e prevenzione del rischio nonché la riformulazione dei piani deve prevedere il coinvolgimento dal basso dei cittadini e la partecipazione, anche per migliorare le conoscenze delle persone rispetto ai rischi presenti sul loro territorio. Ad esempio, la compravendita delle abitazioni dovrebbe essere realizzata avendo consapevolezza della categoria di rischio del territorio interessato, facilitando l'accesso alle informazioni, come mappe, piani e studi, da parte delle comunità che spesso ne ignorano l'esistenza.
I fondi per gli interventi necessari devono arrivare togliendo i finanziamenti a TAV, F35, navi da guerra (con la previsione di centinaia di milioni di euro all'anno previsto nella legge di Stabilità oggi in discussione) e grandi superstrade e strade. Inoltre un ruolo centrale deve giocarlo la Cassa Depositi e Prestiti.
















FACEZIE IN LIBERTA’ VIGILATA


Annamaria Franzoni:
-“Sig. giudice, vorrei tornare a Cogne per scontare i domiciliari”
-“Signora, aspetta un altro bambino?”

Matteo Renzi:
“Il sistema elettorale di Grillo non sta in piedi”.
Il suo è inginocchiato davanti al curatore di Cesano Boscone
sotto la scure del macellaio toscano che ha preparato la
B. STECCA.

Invertiti i punti cardinali
Per mostrare la VIA D’ACQUA al segretario del
BIE (bureau International exposition) SALA non
lo porterà al PARCO PERTINI (sarebbe inutile chiedere
dov’è all’assessora Bisconti) ma in viale Fulvio Testi.
A NIGUARDA gli mostrerà il record della
RACCOLTA DELL’UMIDO.

Scrittrice DACIA MARAINI:
-“Le convenzioni sono crudeli: una donna di
70 anni si innamora di uno di 30…lei diventa
una strega e lui un gigolò”.
-“Signora, se Lei è povera sicuramente è
vero amore. Se non lo è ci lasci coltivare
qualche dubbio”.
E’ la vita che con gli anni diventa crudele.
E…non c’è niente di più desolante del rimpiangere
gli anni felici della giovinezza.

Love boat
Sarah, la prima comandante della storia della
Marina Britannica, è stata licenziata perché
scoperta ad amoreggiare con un SOTTOposto
(oh, quelle finesse!).
La colpa invero è stata dei superiori.
Le avevano dato l’incarico di guidare la
FREGATA.

UN MANZONIANO DAI TONI ACCESI
OGNOR VI NARRA DEI PROMESSI…SPESI.

IL COLMO PER UN BANCHIERE?
SCONTARE I DOMICILIARI.

I due camminando di notte per dubbiosa via,
quello innanzi fece grande strepito di culo.
Disse l’altro compagno “or veggio che sono
da te molto amato”.
-“Come?” chiese l’altro, stupito.
E quel rispose: ”Tu mi porti la correggia
perch’io non caggia, né mi perda da te”.

Una lavava i panni e, pel freddo, aveva i
piedi molto rossi. Passando appresso
uno prete dimandò – con ammirazione-
donde tale rossezza dirivasse. Al quale
la femmina subito rispuose che tale
effetto accadea perché lei aveva indosso
il foco. Allora il prete, messo mano
a quello membro che più prete che monaca
lo facea esser, a quella accostatosi-con dolce
e remissiva voce-quella pregava che in cortesia
dovessi un poco accendere quella candela.
Luigi Caroli  



Aerei made in Italy al Ciad dei diritti umani violati
di Antonio Mazzeo



Le forze armate del Ciad, uno dei paesi più poveri del continente africano, sta per ricevere dall’azienda italiana Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) un nuovo esemplare dell’aereo di trasporto tattico C-27J “Spartan”. In questi giorni, il velivolo da guerra sta effettuando gli ultimo test di volo dall’aeroporto di Torino Caselle; un altro C-27J è stato consegnato al Ciad nel dicembre 2013. Per i due velivoli, il regime di N’Djamena ha sborsato più di 106 milioni di dollari; l’accordo con Alenia Aermacchi prevede la fornitura di un anno di supporto logistico, di parti di ricambio per due anni, due kit di protezione balistica, un kit di ricerca e soccorso e uno di evacuazione medica.
Lo “Spartan” è in grado di effettuare molteplici missioni militari tra cui il trasporto truppe, merci e sanitario, il lancio di materiali e di paracadutisti, il supporto alle operazioni di protezione civile. Può imbarcare sino a 11 tonnellate di carico (compresi 60 militari o 46 paracadutisti), ha una velocità di crociera di 583 Km/h e un raggio d’azione compreso tra i 4.260 e i 5.926 Km, a secondo del carico trasportato.
Il Ciad è il secondo paese africano dopo il Marocco ad acquistare il velivolo di Alenia Aermacchi. I C-27J sostituiranno la coppia di Antonov An-26 di produzione russa entrati in servizio nel 1989. Grazie ai nuovi velivoli da trasporto made in Italy, le forze armate del Ciad potranno estendere il loro raggio d’azione sino al Mediterraneo o all’equatore, coprendo un’area dell’Africa caratterizzata dai sempre più numerosi conflitti.
Secondo quanto rivelato da alcuni dispacci inviati a Washington dal corpo diplomatico Usa residente a ‘Ndiamena, il governo del Ciad avviò le procedure d’acquisto con l’azienda italiana a fine 2008, dopo aver preferito lo “Spartan” al C-130J “Super Hercules” prodotto negli Stati Uniti da Lockheed Martin. “Scegliere i C-27J sarebbe più economico per le autorità del Ciad che acquistare i C-130J e non dovrebbe essere più costoso che comprare C-130H riadattati”, si legge nel cable Usa. “I C-27J possono atterrare in molti più aeroporti del Ciad dei più grossi C-130, sia nella versione J o H, così da complementare gli sforzi del Governo degli Stati Uniti a rendere i militari del Ciad pronti a combattere il terrorismo nelle vaste, remoti, scarsamente popolate e non governate regioni settentrionali del Sahara e del Sahel”. Il Dipartimento di Stato ha investito importanti risorse umane e finanziare per consolidare la partnership con le autorità del Ciad. A fine maggio, l’amministrazione Obama ha autorizzato l’invio a N’Djamena di un  contingente militare di 80 unità e di un velivolo-spia a pilotaggio remoto “Predator” per concorrere alle attività d’intelligence e “antiterrorismo” e operare nell’individuazione delle fazioni islamiche radicali accusate del rapimento in Nigeria di 275 giovani studentesse. “La task force resterà in Ciad fino a quando non sarà risolta la vicenda del sequestro”, ha spiegato il presidente Obama in una nota inviata al portavoce della Camera dei Rappresentanti, John Boehner. A metà aprile un team della Special-Purpose Marine Air-Ground Task Force Africa 14, la forza di pronto intervento del Corpo dei Marines istituita di recente nella base siciliana di Sigonella per intervenire negli scacchieri più critici del continente africano, è intervenuta nello Zakouma National Park, per addestrare un centinaio di ranger ciadiani in “piccole operazioni tattiche, pattugliamento, tiro, mobilità terrestre e contrasto ai traffici illeciti”. Sempre dall’Italia sono partiti a giugno i reparti di US Army Africa, il Comando delle forze terrestri statunitensi per il continente africano di stanza a Vicenza, che insieme alla 2^ Brigata di fanteria Usa di Fort Riley, Kansas, hanno svolto un intenso ciclo addestrativo nel deserto a favore di più di 4.000 militari di Ciad, Guinea e Malawi. Sempre nel 2014, US Army Africa Vicenza e un team di medici dell’esercito provenienti dagli Stati Uniti d’America hanno condotto una lunga esercitazione di “pronto intervento sanitario” presso l’Ospedale militare di N’Djamena.
L’alleanza tra le autorità governative del Ciad, l’amministrazione Obama e il complesso militare industriale occidentale si rafforza nonostante aumentino a livello internazionale le denunce sulle gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate nel paese africano. “In Ciad, sindacalisti, giornalisti e difensori dei diritti umani hanno subito arresti arbitrari, minacce, vessazioni, intimidazioni e il sistema di giustizia penale è stato usato per vessare oppositori politici”, riporta l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International. Le libertà d’espressione sono negate anche ai diversi leader religiosi. Il 14 ottobre 2013, il governo ha ordinato l’espulsione dal paese del vescovo cattolico di Doba, monsignor Michele Russo, a seguito di un’omelia pronunciata durante una messa, in cui si denunciava la malversazione delle autorità e l’iniqua distribuzione delle ricchezze derivanti dai proventi petroliferi nella regione.
“Nel corso del 2013 sono proseguiti gli arresti arbitrari e le detenzioni preprocessuali per lunghi periodi”, aggiunge Amnesty. “Si sono succedute notizie secondo cui nelle file dell’esercito nazionale del Ciad venivano reclutati minori, anche in numeri massicci. È proseguito anche il reclutamento e l’impiego di minori da parte di gruppi armati ciadiani e sudanesi”. In particolare, sempre secondo l’organizzazione non governativa, molti bambini nei dipartimenti di Assoungha e Kimiti, nella regione orientale del Ciad, si sarebbero recati in Sudan per prestare servizio in diversi gruppi armati. “Le forze di sicurezza e le guardie carcerarie hanno continuato a infliggere punizioni crudeli, disumane e degradanti, comprese percosse, nella pressoché totale impunità”. Penitenziari come gironi infernali, superaffollati, senza assistenza medica, dove il cibo e l’acqua sono insufficienti e i rischi di contagio delle malattie come la tubercolosi sono altissimi. “Nella maggior parte delle carceri, uomini, donne e minori venivano tenuti indiscriminatamente assieme, mentre ad Abéché, Sarh e Doba, i reclusi spesso venivano incatenati”, denuncia Amnesty.



Ancora più gravi le condizioni di vita dei sempre più numerosi rifugiati che riescono a raggiungere il Ciad dai paesi confinanti. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), al 31 dicembre 2013, 281.000 cittadini sudanesi erano “ospiti” in dodici campi profughi nella regione orientale del Ciad, mentre 79.000 rifugiati provenienti dalla Repubblica Centrafricana risiedevano nel sud del paese. In quasi tutti i casi si tratta d’insediamenti “informali”, dove i rifugiati arrivano stremati e denutriti, alcuni con evidenti segni di ferite d’arma da fuoco o affetti da dissenteria, scabbia e malattie infettive. Come rileva ancora l’UNHCR, “gli scarsi aiuti e le condizioni d’insicurezza generale che regnano nei campi rifugiati alla frontiera con la Repubblica Centrafricana rischiano di generare una seconda crisi umanitaria in Ciad, oltre quella che si vive oggi nel vicino paese”. Ciononostante, l’11 maggio 2014 il presidente ciadiano Idriss Déby ha annunciato la chiusura dei 1.000 chilometri di frontiera con la Repubblica Centrafricana, decisione che secondo Amnesty International “avrà un impatto devastante su uomini, donne e bambini in fuga da un conflitto in cui la violenza peggiora di giorno in giorno”. Un mese prima, le forze armate del Ciad avevano formalizzato il ritiro del contingente di 850 soldati dalla forza di peacekeeping dell’Unione africana nella Repubblica Centrafricana, dopo che alcuni militari ciadiani erano stati accusati, sulla base di prove credibili, di aver aperto il fuoco in modo indiscriminato contro i civili.

lunedì 15 settembre 2014

AVVISO AI LETTORI
Segnalo un interessante saggio di Giovanni Bianchi
pubblicato nella Rubrica “Segnali di Fumo”.
I testi del poeta Giulio Stocchi nella Rubrica “Il Pane e le Rose”
in cui ironizza con la sua drammatica situazione di salute.
I numerosi pezzi di Prima Pagina dove trovate una serie di scritti
di Antonio Mazzeo; su questioni che riguardano le servitù militari
della Sardegna, su Milano, la Sicilia, su Renzi e il suo governo,
attraverso un duro testo di Piemme e una nota molto pungente
di Elio Ventri. (Angelo Gaccione)

  

PERCHÉ RENZI FARÀ UNA BRUTTA FINE
di Piemme

Renzi che non corre più
Renzi ha chiesto di essere valutato dopo 1.000 giorni.
Ma non dovevano essere 100?
Ma non doveva fare a febbraio, marzo, aprile e maggio una riforma al mese?

Anche Renzi non è più quello di una volta.


Cresce il divario tra chi sta in alto e chi sta in basso, la ricchezza si concentra più che mai nei forzieri di alcune frazioni predatorie dei dominanti, ma il tutto non in un periodo di avanzata bensì di crisi del sistema capitalistico - crisi che in Italia non ha precedenti. E' il motore che ha spinto avanti il capitalismo mondiale ad essersi inceppato, ovvero i paesi di quello che si definisce "Occidente". L'avanzata di paesi come la Cina ha evitato che il crack fosse catastrofico come lo fu quello del 1929. Ora anche i capitalismi "emergenti" stanno dando segni di stanchezza. Resta che l'Unione europea è il baricentro della crisi occidentale, e che anche la Germania, proprio a causa dei vincoli euristi e della sua politica mercantilistica, è in grande affanno. Ripetiamoci: con l'Italia che si conferma l'anello debole della catena europea. Se non fosse così, se non fossimo in presenza di una crisi generale (economica, politica, istituzionale e morale) Renzi avrebbe vita lunga. E invece, siccome la crisi ha la testa dura, avrà vita breve. Forse più breve di quanto noi stessi supponiamo. Così si spiega come mai il Nostro è passato dai "cento giorni" ai "mille". Da furbo piazzista qual è Renzi ha tentato di spacciare il pacco, camuffando il fallimento del suo slancio volontaristico e megalomane.
Tutti i dati che arrivano dal fronte economico parlano chiaro: discesa del Pil, discesa dei consumi, deflazione, aumento della disoccupazione, aumento del debito pubblico. Che l'ascesa di Matteo Renzi sia la spia della putrefazione populistica del Pd, ovvero del suo processo di berlusconizzazione senile, è evidente.
Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che il Renzi sia solo proprio un pallonaro visionario, che egli, appena insediatosi al governo, abbia fondato le sue ottimistiche previsioni sul niente. Egli si basava sulle proiezioni e sulle previsioni che all'inizio 2014 davano per certa la "ripresa". E su cosa si basavano a loro volta quelle proiezioni? Sul buon andamento delle esportazioni, che hanno prodotto in un anno un surplus commerciale di 114 Mld di euro. Le dure politiche austeritarie e mercantilistiche (export-oriented) adottate dai governi Monti e Letta in effetti avevano fatto sì che l'Italia si attestasse quarta in quanto a surplus commerciale. Sembrava plausibile a Lorsignori che, senza affatto invertire la rotta mercantilistica, la questua di 80 euro, oltre che a far vincere le elezioni, avrebbe risvegliato almeno un po' i consumi interni, spostando sul più la cifra del Pil.
Invece i consumi non solo non sono ripartiti, ma sono calati, ciò che ha causato una ulteriore discesa dei prezzi. Malgrado l'export abbiamo così avuto un altro trimestre di recessione. Segno evidente che le esportazioni non sono sufficienti a trainare la "ripresa economica", che le politiche austeritarie basate sul rigore di bilancio, alta disoccupazione e quindi bassi salari hanno fatto completamente fiasco. E tutte le sviolinate sul bell'esempio spagnolo sono andate a farsi friggere.
C'è stato chi, utilizzando il concetto misterico che tutto in ambiente capitalistico si baserebbe sulle "aspettative", ha sostenuto che il calo dei consumi sia dovuto al fatto che "la gente" invece che spendere, preferisce risparmiare. E' così? Noi ne dubitiamo. Vero è che in Italia la quota di ricchezza depositata nelle banche, investita in titoli o in azioni, è tra le più alte d'Europa. Ma questa negli ultimi anni ha subito un'erosione senza precedenti. La realtà è che ceti medi e lavoratori salariati non consumano né riescono più a risparmiare, semplicemente perché la quota di reddito nazionale a loro disposizione si è erosa in modo macroscopico.
Le cose per Renzi e il suo governo di mezze calzette si fanno quindi davvero complicate. La ricreazione è finita e la luna di miele con buona parte dei suoi stessi elettori sta già finendo. Diffusi i dati su debito, disoccupazione, consumi interni e deflazione, sono stati i principali organi di stampa della borghesia a dare voce al malumore che serpeggia nei circoli delle classi dominanti. In attesa che si consumi definitivamente il divorzio con i cittadini che gli hanno creduto, sembra che il connubio tra Renzi e la borghesia che conta sia agli sgoccioli. Le teste d'uovo della grande borghesia non nascondono la loro preoccupazione. Quale? Che Renzi sia davvero ciò che essi forse più temono, che sia un Berlusconi sotto mentite spoglie, un "populista" narcisista che pensa anzitutto alla sua vanagloria personale piuttosto che agli interessi di classe di chi l'ha messo al potere. Così si spiega perché Eugenio Scalfari, preso atto del personaggio, abbia avuto l'ardire di invocare la troika.
"Mille giorni". Renzi si sente alle corde, sente che la grande crisi non consente traccheggiamenti, che da tutte le parti si esigono "scelte coraggiose", che da ogni lato gli dicono che occorre una "terapia shock". Anche Draghi e i tedeschi sono stati espliciti. Sentendo odore di bluff gli hanno ricordato che non si può deviare dal rigore di bilancio, che anzitutto vanno rimborsati i predatori della finanza, che la cura da cavallo a base di tagli ai salari e ai diritti dei lavoratori va continuata fino in fondo. Non a caso gli hanno messo Padoan alle calcagna. Deroghe al Fiscal compact? Uno specchietto per le allodole. Nel caso si vedrà, dopo che il governo avrà disegnato una Legge di stabilità lacrime e sangue, nel pieno rispetto dei vincoli euro-tedeschi.


Che al Paese, dopo le cure da cavallo liberiste, serva infine una "terapia shock" per uscire dal burrone in cui è stato precipitato, non c'è alcun dubbio. Sarà dura per il Renzi prenderne atto, ma sarà obbligato a farlo se non vorrà essere ingloriosamente defenestrato. Ma ci sono terapie shock e terapie shock. Due per farla breve: o a favore dei dominanti, seguendo il solco già tracciato, o contro. O rispettare i vincoli euro-tedeschi, che fanno tutt'uno con gli interessi della finanza predatoria globale, radicalizzando dunque la terapia neoliberista, o "cambiare verso", adottando politiche volte al rilancio degli investimenti pubblici e alla piena occupazione; ciò che implica politiche di "deficit spending" e misure di salvaguardia della produzione e del mercato nazionali, che a loro volta sono possibili solo uscendo dall'Unione e riconquistando la piena sovranità nazionale di cui quella monetaria. Indugiare Renzi non potrà a lungo. Né può illudersi, coi i numeri spietati della crisi che incalzano, di stare in mezzo al guado, di sperare nella Divina provvidenza, di fare le nozze coi fichi secchi.
Grandi tensioni politiche e sociali si stagliano sul suo orizzonte. L'attacco di D'Alema e la sortita di Fassina e della sinistra piddina (che dopo aver solo due anni fa votato per introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione ora, con impressionante faccia tosta, ne chiedono la cancellazione) sono un segno delle battaglie durissime che si annunciano. Di certo in seno al palazzo. Noi, da parte nostra, speriamo poi che Marx abbia avuto ragione, che cioè "la crisi avrebbe fatto entrare la necessità della rivoluzione anche nelle teste di legno".

L' evasione fiscale imperversa 
ma Renzi non vede, non sente e non parla
di Elio Veltri


Nel suo capolavoro “Dei delitti e delle pene”, il libro che più di qualunque altro ha influenzato la cultura civile e giuridica del l700 e dei secoli successivi in Europa e nel resto del mondo, Cesare Beccaria scrive che “l'unica e vera misura dei delitti è il danno fatto alla nazione”. Il più grande danno che alcuni milioni di cittadini fanno a questo nostro paese è l'evasione fiscale: 200 miliardi di euro sottratti alle casse dello Stato, che è a un tempo un furto e una rapina. Essa va di pari passo con la corruzione diffusa e la criminalità organizzata e ne costituisce l'altra faccia della medaglia. Dopo due secoli e mezzo, Papa Francesco, che per personalità, missione, cultura non potrebbe essere più distante dal Gran Lombardo, di fronte a 500 parlamentari e uomini di governo, ha affermato:
“Io perdono i peccatori. I corrotti no”. E quindi, gli evasori e i collusi con le mafie, No. Neanche se fanno la comunione tutti i giorni.
 La guardia di finanza calcola che l'evasione da esportazione illecita di capitali equivale al 29% del totale dell'evasione del paese. Quindi, ogni anno da 60 a 70 miliardi di euro sottratti allo Stato, volano verso la Svizzera, il Lussemburgo,  paradiso fiscale governato per venti anni dal neo-presidente della Commissione Europea, e verso altri paradisi fiscali. L'Europa con ossessione quotidiana reclama dai paesi membri riforme di struttura, ma non fa quelle necessarie per affrontare il problema dell'enorme differenza dei sistemi fiscali, dell'evasione e dell'esportazione illegale di capitali, risolvibile solo con la omogenizzazione dei sistemi fiscali dei paesi membri e la lotta senza quartiere ai paradisi fiscali, fino all'adozione di embarghi finanziari e alla chiusura di quelli che sono collocati sul suolo europeo. Il governo non se ne occupa e tace e così fanno in Parlamento maggioranza e opposizione. Tutti zitti perché gli evasori votano, sono circa 15 milioni e nessuno vuole rinunciare ai loro voti. Ma qui stiamo parlando dei grandi evasori annidati nell'economia sommersa e criminale, pari a 600 miliardi di PIL, che non sono certo milioni e trafficano indisturbati. Lo Stato riesce a snidarli con difficoltà, ma anche quando ci riesce, non è capace o non vuole farsi pagare. Qualche dato fa capire meglio la situazione. Il governo Letta, rispondendo a due “question time”, aveva informato il Parlamento che dal 2000 al 2012 su 807 miliardi di tasse   accertate e messe a ruolo, lo Stato aveva incassato 69 miliardi pari a 9 euro su 100. Oltre 100 miliardi non erano esigibili per fallimenti vari e considerati altri impedimenti lo Stato rimaneva creditore di 540 miliardi di euro. Ma ministri, burocrati e Agenzia delle entrate hanno lasciato capire che quei soldi lo Stato non li incasserà mai. Questo perché, normalmente, a fine contenzioso incassa il 3-5% di quanto dovrebbe. In qualsiasi paese europeo e negli Stati Uniti un governo che si comportasse allo stesso modo dovrebbe dimettersi. In Italia non succede nulla perché non si riesce nemmeno a parlarne seriamente. Se si esclude Report di Milena Gabanelli, la televisione ignora il problema. Eppure i debitori con debiti maggiori di 500 mila euro valgono il 40% delle riscossioni complessive. Quindi non stiamo parlando del bar sotto casa e nemmeno di imprese familiari. Altro dato: chi deve al fisco più di 50 mila euro rappresenta circa il 3% delle rateizzazioni ma il 53% degli importi da incassare mentre i piccoli debiti fino a 5000 euro rappresentano l'11,3% dei debiti complessivi delle  rateizzazioni in corso, pari a 25,5 miliardi.  I dati confermano che facendo pagare le tasse ai grandi e medi evasori si possono trovare i soldi da investire in scuola, ricerca, innovazione e servizi pubblici essenziali.
Una politica che ricava le risorse per mandare avanti il paese quasi esclusivamente dai redditi fissi sovverte anche i pilastri della democrazia liberale e la sua regola centenaria: “No representation without taxation”. Invece, soprattutto i grandi evasori sono rappresentati e come!                          
Ma anche quelle dell'etica pubblica e della decenza, quando include nel PIL i proventi del traffico di droga, della prostituzione della tratta degli esseri umani, del contrabbando. Questa è anche una vergogna europea. Il che non dovrebbe consolarci.
 














  
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