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L'illustrazione di Adamo Calabrese
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(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 26 maggio 2025
domenica 25 maggio 2025
SOLITUDINE
di Angelo Gaccione
“Meglio soli che male accompagnati” recita un famoso e impietoso adagio popolare, e non possiamo certo dargli torto. Ma Paul Valery ci mette in guardia: scegliere i compagni giusti è un conto, ma attenzione a non esagerare, a non estremizzare, si rischia di cadere nella trappola della diffidenza e diventare un “orso” precipitando nel baratro della solitudine. Il suo pensiero è chiarissimo in proposito: “Un uomo solo è sempre in cattiva compagnia”. Stiamo parlando di isolamento, ovviamente; un isolamento che può divenire doloroso, patologico, escludente. L’uomo è fondamentalmente un “animale sociale”, zôon politikòn lo ha definito Aristotele, e in quanto tale si unisce con i suoi simili per dar corpo alla società. Soprattutto agisce all’interno di essa con altri uomini e la trasforma in meglio; o almeno dovrebbe farlo. Di isolamento e di solitudine ne sanno qualcosa gli anziani poveri e soli che si trovano senza sostegno e senza affetti. Ognuno può immaginare come questa condizione possa diventare psicologicamente feroce per un individuo e renderlo vulnerabile. Naturalmente tutto questo non ha nulla a che vedere con quelle attività umane e sociali che obbligano a condurle nel silenzio più assoluto e nella solitudine più “piena”. Non ho usato a caso l’aggettivo piena, e ci ritornerò più avanti. Soffermiamoci intanto su alcune di quelle che non abbisognano né di solitudine, né di silenzio. Ciascuno di noi ne conosce diverse: per esempio l’attività del barbiere o del parrucchiere, del sarto, del falegname e via enumerando. Tutte queste professioni si possono svolgere sia collettivamente, sia conversando; se si vuole si può ascoltare la radio e sentire della musica. Anche il pittore e lo scultore possono lavorare godendo del piacere della musica, e soprattutto il musicista che il suono lo deve sentire mentre esegue o compone, e quindi appartiene a questa categoria dei fortunati. Così il regista di cinema e di teatro, anch’egli un privilegiato della socialità e della compagnia.
La lettura e lo studio obbligano, invece, ad un silenzio assoluto; e bisogna essere soli per non essere distratti. Lo scrittore è l’essere più solitario in assoluto, più del monaco e dell’eremita; costoro possono, se vogliono, pregare a contatto con la natura, deambulando, fissando l’orizzonte, facendosi inondare dal sole e dalla luce. Lo scrittore deve necessariamente stare fermo in un luogo, inchiodato su una sedia e davanti ad una tastiera, ristretto dentro uno spazio limitato, protetto da ogni voce, da ogni rumore, da ogni presenza molesta, da ogni distrazione. Da questo punto di vista non c’è condizione più derelitta di questo strano creatore. Basta un nonnulla perché un pensiero che si stava strutturando evapori, un dialogo che stava prendendo forma dissolversi, un’immagine che stava affiorando svanire… E quella frase che stava aspettando, quella parola necessaria su cui si stava dannando da ore, spegnersi per sempre alla minima intrusione esterna, come la vita di uno dei personaggi di cui ora non ricorda più nulla: inabissatosi al semplice movimento della maniglia della porta della sua stanza.
È solitario il mestiere di scrittore, come abbiamo visto, ma
non è solitudine la sua. Il suo mondo è fin troppo pieno e affollato di
persone, di volti, di ambienti, di parole, di eventi. Egli è costantemente in
compagnia della sua immaginazione; si tratta di una solitudine creativa,
visionaria, affollata di tante vite quante sono i personaggi a cui conferisce
un nome e un volto, e che getta nel mare tempestoso della vita. Egli è tuttavia
in pericolo come il più misero dei mortali: e muore tutte le volte che i suoi
fantasmi lo abbandonano.
INTORNO A PENSEL DI ZACCARIA GALLO
di
Anna Rutigliano
Quando Dante, nel suo XXVI Canto
dell’Inferno, fa pronunciare a Ulisse, assetato di curiosità e animato da un
profondo sentimento di scoperta e conoscenza, rivolgendosi ad i suoi compagni
in procinto di oltrepassare le Colonne d’Ercole: “non dimenticate la vostra
semenza, fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”,
il Divin Poeta lo condanna a peccatore per aver violato la volontà divina, oltrepassando
il destino trascendentale: Ulisse ed i suoi compagni saranno, infatti, vittime
di un violento nubifragio. Ma il destino, protagonista indiscusso e fil rouge dell’intreccio
romanzesco di cui ci parla Gallo, in concomitanza con il caso, assume una
semantica del tutto differente da quella presocratica, intesa come μοĩρα ειμαρμένη
ossia come qualcosa di predestinato e necessario, non controllabile
dall’intelletto umano. Abilmente incastrati dall’autore, secondo una struttura
anulare dall’incipit all’epilogo, susseguendosi per mezzo di prolessi,
analessi, anafore e flussi di coscienza di woolfiana memoria, tutti artifici
retorici che rimandano alle peculiarità del romanzo modernista, destino e caso traghetteranno il lettore in
due epoche distanti poco più di due secoli, quella risalente all’attentato
perpetrato dai Vandeani a danno di Napoleone, nella notte di Natale dell’800, e
quella della tragedia consumatasi all’interno del Bataclan il 13 Novembre 2015,
a suon di musica rock, più recente e prossima a noi, sullo sfondo di una Parigi
post rivoluzionaria prima ancora che globalmente digitalizzata. Il successo da
romanziere di Zaccaria Gallo, noto più per le sue sillogi poetiche, che ho avuto
modo di approfondire, e le cui tracce sono ben risonanti nel romanzo in
questione, a mio avviso, risulta essere un esperimento pienamente riuscito se
consideriamo Pensel un’occasione letteraria per riflettere sulla Storia
e la metastoria secondo Weltanschauungen differenti. È come se la storia delle
due Pensel, all’interno di contesti storici distanti duecento anni, fosse
analizzata secondo molteplici angolazioni dai singoli personaggi del romanzo:
la trama si snoda fra perdono e considerazioni teologiche, fra innocenza
abusata da chi ha solo brama di potere e profonda analisi dell’interiorità dell’individuo
capace di metadiscorsi, da cui però può prender corpo una dolcissima storia
d’amore o il desiderio di donare amore paterno, non ultimo il tema del
sacrificio da parte di patrioti per rivendicare la propria identità di popolo. Così
facendo, Zaccaria Gallo, stabilisce con il suo pubblico lettore un patto di riflessione
corale che ha tutte le caratteristiche psicoanalitiche freudiane circa il destino
dell’esistenza umana, considerazioni che erano state portate alla luce durante
lo scambio epistolare fra Einstein e Freud nel Luglio del 1932 in Warum
Krieg. Il padre della psicanalisi è dispiaciuto, quasi in modo rassegnato
per non poter trovare una risposta esaustiva al quesito del premio Nobel per la
Relativtà, eppure il sorriso di Pensel ci apre un varco di speranza: si
può far giustizia senza spargimento di sangue, a detta dell’autore. E allora, come
il padre della Relatività: Perché la guerra?
SCAFFALI
di Gabriella
Galzio
Nota critica su L’angelo
accorre allo spettacolo di Rita Morandi
Nel presentare l’ultimo libro di Rita
Morandi, L’angelo accorre allo spettacolo, la cui prima di
copertina “Pescatore d’anime” è un dipinto a olio della stessa autrice, occorre
innanzitutto fare una premessa. Per accostare i lettori alla poetica di Rita
Morandi, infatti, sarà necessario calarli nelle regioni dell’inconscio e dei
simboli, là dove pescano i sogni messaggeri, l’arte e la poesia - come attesta
l’elegante prefazione di Claudio Zanini, anch’egli poeta e artista visivo. E lo
confermano gli esergo, tratti dall’opera dei grandi della letteratura e del
pensiero, come Blake in primis, ma anche Rilke, Mandel’stam, Celan,
La Forgue, Bachelard. Ma qui la funzione degli esergo non è soltanto di
testimonianza dei motivi ispiratori dell’Autrice, piuttosto, dislocati
opportunamente negli snodi della narrazione, essi forniscono delle vere e
proprie chiavi interpretative dell’opera, fortemente irraggiata dall’inconscio.
E dall’inconscio molto attivo di Rita, affinato nel tempo da un’assidua pratica
psicanalitica junghiana, affiorano ora parole, ora immagini che danno vita al
suo mondo, senza che lei sappia dapprima dove andrà a parare (salvo
coscientizzarlo poi), poiché – come lei dice – la poesia l’attraversa, con
un’idea, un’atmosfera, un ritmo che la muovono a scrivere o a dipingere. E
spesso questi due linguaggi – arti visive e scrittura – convergono, come in
alcune pagine del libro, dove i testi sono inseriti nei disegni-visioni in
bianco e nero. Per Rita Morandi la poesia viene da un altrove; e che sia
l’inconscio personale o collettivo o chissà quale mondo sottile, questa
scrittura ha un andamento carsico. E poiché nasce così a ridosso
dell’inconscio, i suoi temi sono quelli della morte e rinascita, della
reincarnazione, dei déjà vus e delle seconde vite. Tutti temi
che avevamo già frequentato nella precedente trilogia, ma che in questo ultimo
libro trovano un loro compimento, una sintesi, un’armonica chiusura del
cerchio; approdando a un’opera in cui tutto tende alla circolarità di
inizio-fine-inizio, con una sospensione tra una vita e l’altra.
Il libro presenta, infatti, una struttura interna tripartita: la Sparizione, lo
Spazio intermedio e l’Apparire (anche se la struttura formale è divisa in sole
due parti, la Sparizione e l’Apparire). Ma questo Spazio intermedio tra la
morte e la vita, dov’è felicità anche nella caduta nell’Abisso, è – a detta
della stessa Autrice – il più importante, poiché è qui che l’Angelo accorre
allo spettacolo (lo spazio intermedio e l’angelo essendo dei chiari riferimenti
a Rilke). È l’Angelo ambasciatore tra cielo e terra, è l’Angelo testimone,
testimone dello spettacolo del ciclo vitale di vita morte e rinascita. E
veniamo, dunque, alla prima parte, la Sparizione. Assimilata alla morte,
all’apocalisse, all’abisso che si apre per la perdita di due figure
fondamentali (il compagno Greg e la madre-mare, la madre- conchiglia), la
Sparizione dà avvio a una grande elaborazione del lutto. Chiude poi la prima
parte, come di sospensione, lo Spazio intermedio, per aprire alla seconda
parte, l’Apparire. Questa seconda parte del libro apre con il simbolismo
dell’acqua e le rêveries di Bachelard, e in incipit viene
posto un enigma: che legame può esserci tra una conchiglia e una cattedrale?
Sciogliere l’enigma sarà l’impresa del viaggio…o forse di un rito di
morte-rinascita, quale lo sparagmòs o smembramento, dove alla
discesa che frantuma, seguirà la risalita che ricompone. Del rito magico, infatti,
il testo contiene ripetizioni e refrains, al pari di formule
magiche. Qui la figura di Greg è un continuo riapparire in forma duplice; due
Greg opposti e simmetrici, due facce della stessa medaglia, laddove la dinamica
dell’uno precipita verso il basso e quella dell’altro vola verso l’alto, finché
– come suggerito dall’inconscio attraverso il sogno - la dualità si ricompone,
e i due Greg riuniti vanno a formare una conchiglia in cima a una cattedrale.
Vale la pena evidenziare che questo processo magico è presieduto dal femminile
materno associato alla conchiglia: “Rannicchiata nella sabbia come feto nel
grembo/ Madre… conchiglia…/ Vegliare una conchiglia chiusa/ i movimenti
della vita dentro/ il sacro si compie” (p. 76). E non è dunque un caso se a coronamento
di questa fiaba, dalla junghiana Melusina dalla doppia testa (come doppio era
Greg), “quasi una fanciulla era sgorgata/ sul capo una corona” (p. 185). Così
si conclude il libro.
E veniamo allo stile. La cifra della poesia di Rita Morandi è la forma
poematica, che non si lascia confinare in ben distinti poemetti, poiché la
narrazione richiede una gittata più estesa; come più estesi sono i registri,
poiché attinge alla dimensione simbolica, al mito e sfocia anche nella
narratività fiabesca: “E così fu per giorni e notti e soli e lune…” (p. 95).
Del resto, testimonia questo flusso narrativo continuo l’assenza di
punteggiatura, non fosse che per i puntini di sospensione e la presenza delle
maiuscole. Quanto ai tempi della narrazione, lo spettro spazia con passaggi
repentini dal passato remoto al presente: es. “vidi e non vidi nella nebbia/
Ora che il sole i vetri acceca…” (p. 20). La narrazione procede spesso per
continue riprese e ripetizioni espansive del verso, come questa: “Sotto ho
guardato/ sotto il cappello ho guardato /.../ sento la morte tra i giorni/
sento la tua e la mia preghiera” (p. 28); e dove frequente ricorre l’anafora:
“Acqua limpida come vita antica /.../ Acqua limpida solo macchiata /.../ Acqua
che bagna i volti e lava/ e ritorna chiara” (p. 74). Non siamo in presenza di
una versificazione - e tanto meno di una metrica – regolare. Piuttosto si
assiste all’alternanza di versi più lunghi e versi più brevi, dettati dallo
sviluppo stesso della narrazione. Ad es. con il ritorno fantasmatico del
compagno, si apre un’altra dimensione, e anche graficamente compaiono le
quartine, di versi brevi e incisivi e con la forza espressiva di immagini
plastiche: “Cade il sole dalle nubi/ come un uovo dal suo guscio/ Sotto la
terra i morti ballano/ terra che odora di mele marcite” (p. 36); e dove vi sono
momenti di forte condensazione tra cosmo-corpo-storia come in questi pochi
versi: “Dai muri scivola la luce della luna/ che versa il suo liquido veleno/
dentro la bocca/ che inghiotte tutti i secoli di storia” (p. 56). E condensato
è anche l’uso del mito, incastonato - quello dello Stige – in una quartina,
stretto nell’assonanza tra notte e lutto: “La notte inizia e scorrono lacrime
nelle acque nere dello Stige/ pianto nello schianto furioso tra le catene/ un
brivido nel ricordo dell’antico lutto” (p. 61). Talvolta il mito non è così
esplicito, ma riconoscibile, come quello del vaso di Pandora, da cui si
sprigiona una forza cosmogonica: “E il vaso oscuro si aprì e rovesciò ruggiti e
grida/ lacrime uscirono dalle fontane e dalle cascate/ Dal vento si liberò il
respiro che inondò la terra/ e il mare si fece unica onda” (p. 49).
Il suo verbo è il vedere, ma è un vedere sensitivo - “Io li vedo i morti nel
giardino” (p. 22) – che dà vita a una fabula visionaria e onirica, a
delle rêveries, dove le ombre si mescolano a una realtà
fantasmatica. E proprio come in Blake, fanno la loro comparsa delle dramatis
personae, l’Angelo, il più riconoscibile, ma anche il Poeta dell’Altrove,
lo Spietato, l’Alba, i Salvatori ecc., tutti in maiuscolo. E il suo vedere è a
tinte forti: “bevemmo…/ in una coppa di sangue e oro” (p. 52) oppure “Oh come
si infuriarono le fiamme/ che ora ci circondano per divorarci/ Suona la campana
nel paese vicino/ poi esplode nel rimbombo (p. 54). Morandi è poeta di fuoco,
non le compete il passo di terra e di pianura, sua è la verticale, l’archetipo
della caduta e della risalita, il volo mistico, della preghiera, “grazia e
requie”. Tutt’al più affiora una poetica del giardino che la terra solleva al
rito: “Con le mani nude tocco la terra e la sollevo e spero/ che di te faccia
un giardino dove le stelle/ nella notte cadono e sprofondano fino a
raggiungerti/ corpo lucente e fiorito in tutte le notti il rito” (p. 50). Dovessi dire in sintesi di Rita, direi che non è di questo mondo.
Rita Morandi
L’angelo
accorre allo spettacolo
Prefazione di Claudio Zanini
Midgard Editrice 2024
CONSIDERAZIONIdi
Francesco Curto
La
Natura pittorica di Claudio Boldrini Premetto
che non sono un critico d’arte di mestiere. Non rinnego però di aver fatto,
nella mia vita, qualche incursione nelle opere di amici, con i quali abbiamo
condiviso teoria e pratica sulla pittura e nella scrittura. Ho conosciuto
casualmente Claudio Boldrini a Collepino, il 2 giugno 2022. C’ero tornato con
mia moglie, dove tempo prima, c’eravamo arrivati a piedi proprio da Spello. Ho
notato Claudio, seduto su un muretto, davanti al cavalletto. Io che sono
attento osservatore e curioso dei creativi, mi sono fermato a lungo per vederlo
lavorare su una tela che riprendeva uno scorcio di case e un infinito che si
perdeva nel verde dei boschi e in un cielo di nuvole e di azzurro. Nel
frattempo ho iniziato a conversare con lui e del suo tempo dedicato alla
pittura, nonché della sua vita privata. Più in là sua moglie, Marcella, seguiva
il nostro dialogo. Ad un certo punto gli confessai che anch’io avevo le mie
debolezze da raccontare. Gli dissi che scrivevo versi e che mi dilettavo nella
narrativa. Lo invitai così al mio prossimo evento all’Università per Stranieri.
Da allora cominciò una frequentazione e gli feci omaggio di tutta la mia
produzione poetica. E sono onorato di sapere i miei libri nelle sue mani. Anche
quel quadro realizzato a Collepino finì esposto nella mia sala, con quelli
degli amici artisti incontrati nella mia vita. Ma tornando all’evento che oggi
Claudio ci regala dal titolo: I luoghi dell’anima, qualche
considerazione ad alta voce voglio, e, anzi, devo farla. Ho visto le opere di
Claudio in altre mostre e in catalogo. Quest’ultimo, un lavoro grafico ben
fatto, con la raccolta antologica del percorso artistico di un pittore
eclettico, così lo definisce Mario Coletti, nella sua articolata presentazione.
Un pittore autodidatta, che nel tempo ha saputo conferire alle opere una
notevole cifra valoriale, da arrivare al cuore di chi sa leggere la poesia dei
colori, per trarne memoria dalla propria esistenza, in un mondo di oggi arido e
distratto. Un’infanzia, quella di Claudio, segnata da eventi anche tragici, la
morte del padre, che condizionano l’artista per il resto della propria vita. Il
tempo poi delle frequenze in un mondo antico decaduto e anacronistico, dove ha
conosciuto la condizione del disagio ma anche l’opportunità di fare esperienze
e incontri interessanti per la vita. Così, intraprese la vita militare, fatta
di regole e di rispetto, il senso del dovere e l’onore per il servizio allo Stato.
Ecco allora segni e sogni che definiscono la personalità di Claudio.
Riaffiorano sempre i luoghi della memoria, il ricordo dei luoghi e tutti
insieme ne fanno uno scrigno ben protetto nell’anima. La vita contadina e
quella borghese sono le linee tracciate nelle sue opere. L’osservazione delle
piccole cose, la suggestione di trasferirle sulla tela, sono il suo impegno
interiore per offrile al mondo. Il colore, sempre, è il leitmotiv di tutta
l’opera di Boldrini. Sembra aver trovato quel filo magico per cucire cielo e
terra. Picasso, De Chirico, e i futuristi umbri, Dottori, Bruschetti, e don
Nello Palloni i suoi riferimenti. Un percorso pittorico attraverso il quale
Claudio studia il passato nella storia personale, sia nelle forme che nei
costumi del tempo, indagando nelle espressioni dei ritratti i sentimenti e la
rassegnazione al tempo andato.
Altrettanta riconoscenza per quanti ebbero cura per lui e sua madre.
Boldrini sa coniugare il paesaggio umbro e il Salento, offrendoci colline di
uliveti e borghi antichi, spiagge con un mare placido e sereno o tramonti
infuocati. Lega i due mondi tra umbritudine e barocco salentino
l’ulivo, quale testimone da sempre dell’uomo laborioso e pacifico. Voglio
concludere queste considerazioni con un mio giudizio soggettivo e spero
appropriato alla pittura di Claudio. Tutta l’opera di Boldrini è la comunione
laica tra l’Artista e il paesaggio che ha davanti: la metabolizzazione di un
piacere di accogliere la frescura del mare/lago con i loro misteri e il
silenzio religioso di un borgo/bosco che conserva gelosamente il passato e
rivela la voglia di poter continuare a sognare.
Si realizza così il sogno/bisogno dell’Artista e ci concede la
condivisione di un mondo di poesia che la natura ci regala. Ecco dunque il
forte desiderio di trasmettere ai posteri l’amore per la bellezza, l’Arte, e la
cultura. Sono onorato di avere una sua opera, I mietitori, nella mia
ultima antologia, Suoni diversi, a suggellare un’amicizia sincera e
fraterna.
PONTEDILEGNOPOESIA 2025
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| Vincenzo Guarracino tra i fondatori del Premio |
La Giuria dovrà designare i sei vincitori della Selezione dei 76 libri in concorso che si contenderanno il premio nella fase finale dal 1° al 3 agosto. Domenica 3 è prevista la premiazione. Il suo nome andrà ad aggiungersi, nell’albo d’oro, a quelli di Franco Loi (2010), Milo De Angelis (2011), Franca Grisoni (2012), Maurizio Cucchi (2013), Giuseppe Grattacaso (2014), Franco Buffoni (2015), Umberto Piersanti (2016), Vivian Lamarque (2017), Giancarlo Pontiggia (2018), Massimo Migliorati (2019), Eva Taylor (2020), Paolo Ruffilli (2021), Alberto Bertoni (2022), Cristina Alziati (2023) e Stefano Dal Bianco (2024). Oltre ai premi assegnati dalla Giuria di cui fa parte sin dalla sua fondazione il noto poeta e critico Vincenzo Guarracino, come di consueto verrà consegnato un riconoscimento stabilito dal voto del pubblico.
Per il 2025 il premio sarà
intitolato alla memoria di Lorenzo Pataro, il poeta calabrese finalista lo
scorso anno e scomparso in febbraio a soli 27 anni. A consegnarlo saranno i
suoi familiari. Anche quest’anno la Giuria sarà chiamata ad assegnare un Premio
alla Carriera, istituito nel 2018 e che dal 2021 ha assunto la denominazione di
Premio Franco Loi-PontedilegnoPoesia alla carriera, in ricordo del grande poeta
dialettale milanese, primo vincitore a Ponte di Legno. Il Premio alla Carriera
negli anni scorsi è andato a Luciano Luisi, Giampiero Neri, Curzia Ferrari,
Elio Pecora, Emilio Coco, Eugenio De Signoribus e Gilberto Isella.
VIARIGI. POESIA IN PIAZZA
Poesia in Piazza che si terrà a Viarigi (Asti) sabato 31
maggio 2025. Sarà una giornata intera
dedicata alla poesia, con intermezzi musicali, all'interno dell'ex chiesa di
San Silverio. Il programma partirà alle
10 con la premiazione del concorso tra le scuole del territorio e proseguirà
fino a pomeriggio inoltrato con letture, interviste, proposte di poesia
dialettale astigiana. A mezzogiorno vi
sarà un aperipranzo offerto dalla Pro Loco, sarà presente un tavolo con
esposizione e vendita di libri a cui i partecipanti possono lasciare i propri
volumi. Se gli iscritti lo desiderano, possono inviare in anticipo tre loro
componimenti che verranno stampati e affissi nelle strade del paese. La
partecipazione è gratuita, occorre iscriversi
per tempo per organizzare al meglio i tempi delle letture Informazioni ed
iscrizioni: dir.comm@edizionijoker.com
Gennaro Fusco
Edizioni Joker
Cell. 393.9328879














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