UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 26 maggio 2025

CITTÀ E SCRITTORI ALLA BIBLIOTECA OSTINATA


 
Mercoledì 28 maggio 2025, alle ore 18 alla Biblioteca Ostinata di Milano (Via Osti n. 6, fermata Missori della Metropolitana 3 Linea Gialla e Metropolitana 4 Linea Blù) Roberta De Monticelli, Angelo Gaccione e Giuseppe Langella converseranno intorno al volume collettivo: Città e scrittori (Di Felice Edizioni).
 
“Trentasei autori diversi per professione e interessi, ma tutti accomunati dalla passione per la scrittura e per l’impegno civile ed intellettuale, parlano delle loro città. Ne raccontano lati insospettati, scampoli di memorie, affetti e rivalse, in bilico fra cuore e ragione”.



Gli autori: Abati, Airaghi, Astengo, Borgna, Colombo, Cucchi, De Monticelli, Di Felice, Gaccione, Gallo, Galzio, Gardella, Guarracino, Langella, Longo, Mantiloni, Maraini, Marchesini, Mazzella, Migliorati, Morone, Pacetti, Papi, Pazzi, Pennisi, Rinaldi, Russo, Scaramuzza, Seregni, Toscani, Veltri, Vitale, Volante, Zaccuri, Zanini, Zipolini.
 


Tra le città raccontate: Torino, Milano, Firenze, Roma, Tokio, Zurigo, Trieste, Senigallia, Catania, Modena, Perugia, Alessandria, Ferrara, Piacenza, Ascoli Piceno, Siena, Brescia, Lucca, Novara, Grosseto, Savona, Salerno e poi centri minori, ma di grande suggestione: Longobardi, Bisceglie, Montichiari, Ceraso, San Nicola Arcella, Stresa, Borgomanero, Martinsicuro, Acri, Crucoli, Cinisello Balsamo…

 
Il libro può essere richiesto in libreria, tramite Amazon o direttamente alla Casa editrice: info@edizionidifelice.it

 

 

 

 

 

domenica 25 maggio 2025

SOLITUDINE
di Angelo Gaccione



“Meglio soli che male accompagnati” recita un famoso e impietoso adagio popolare, e non possiamo certo dargli torto. Ma Paul Valery ci mette in guardia: scegliere i compagni giusti è un conto, ma attenzione a non esagerare, a non estremizzare, si rischia di cadere nella trappola della diffidenza e diventare un “orso” precipitando nel baratro della solitudine. Il suo pensiero è chiarissimo in proposito: “Un uomo solo è sempre in cattiva compagnia”. Stiamo parlando di isolamento, ovviamente; un isolamento che può divenire doloroso, patologico, escludente. L’uomo è fondamentalmente un “animale sociale”, zôon politikòn lo ha definito Aristotele, e in quanto tale si unisce con i suoi simili per dar corpo alla società. Soprattutto agisce all’interno di essa con altri uomini e la trasforma in meglio; o almeno dovrebbe farlo. Di isolamento e di solitudine ne sanno qualcosa gli anziani poveri e soli che si trovano senza sostegno e senza affetti. Ognuno può immaginare come questa condizione possa diventare psicologicamente feroce per un individuo e renderlo vulnerabile. Naturalmente tutto questo non ha nulla a che vedere con quelle attività umane e sociali che obbligano a condurle nel silenzio più assoluto e nella solitudine più “piena”. Non ho usato a caso l’aggettivo piena, e ci ritornerò più avanti. Soffermiamoci intanto su alcune di quelle che non abbisognano né di solitudine, né di silenzio. Ciascuno di noi ne conosce diverse: per esempio l’attività del barbiere o del parrucchiere, del sarto, del falegname e via enumerando. Tutte queste professioni si possono svolgere sia collettivamente, sia conversando; se si vuole si può ascoltare la radio e sentire della musica. Anche il pittore e lo scultore possono lavorare godendo del piacere della musica, e soprattutto il musicista che il suono lo deve sentire mentre esegue o compone, e quindi appartiene a questa categoria dei fortunati. Così il regista di cinema e di teatro, anch’egli un privilegiato della socialità e della compagnia.

 

La lettura e lo studio obbligano, invece, ad un silenzio assoluto; e bisogna essere soli per non essere distratti. Lo scrittore è l’essere più solitario in assoluto, più del monaco e dell’eremita; costoro possono, se vogliono, pregare a contatto con la natura, deambulando, fissando l’orizzonte, facendosi inondare dal sole e dalla luce. Lo scrittore deve necessariamente stare fermo in un luogo, inchiodato su una sedia e davanti ad una tastiera, ristretto dentro uno spazio limitato, protetto da ogni voce, da ogni rumore, da ogni presenza molesta, da ogni distrazione. Da questo punto di vista non c’è condizione più derelitta di questo strano creatore. Basta un nonnulla perché un pensiero che si stava strutturando evapori, un dialogo che stava prendendo forma dissolversi, un’immagine che stava affiorando svanire… E quella frase che stava aspettando, quella parola necessaria su cui si stava dannando da ore, spegnersi per sempre alla minima intrusione esterna, come la vita di uno dei personaggi di cui ora non ricorda più nulla: inabissatosi al semplice movimento della maniglia della porta della sua stanza.


È solitario il mestiere di scrittore, come abbiamo visto, ma non è solitudine la sua. Il suo mondo è fin troppo pieno e affollato di persone, di volti, di ambienti, di parole, di eventi. Egli è costantemente in compagnia della sua immaginazione; si tratta di una solitudine creativa, visionaria, affollata di tante vite quante sono i personaggi a cui conferisce un nome e un volto, e che getta nel mare tempestoso della vita. Egli è tuttavia in pericolo come il più misero dei mortali: e muore tutte le volte che i suoi fantasmi lo abbandonano. 

INTORNO A PENSEL DI ZACCARIA GALLO 
di Anna Rutigliano
 


Quando Dante, nel suo XXVI Canto dell’Inferno, fa pronunciare a Ulisse, assetato di curiosità e animato da un profondo sentimento di scoperta e conoscenza, rivolgendosi ad i suoi compagni in procinto di oltrepassare le Colonne d’Ercole: “non dimenticate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”, il Divin Poeta lo condanna a peccatore per aver violato la volontà divina, oltrepassando il destino trascendentale: Ulisse ed i suoi compagni saranno, infatti, vittime di un violento nubifragio. Ma il destino, protagonista indiscusso e fil rouge dell’intreccio romanzesco di cui ci parla Gallo, in concomitanza con il caso, assume una semantica del tutto differente da quella presocratica, intesa come μοĩρα ειμαρμένη ossia come qualcosa di predestinato e necessario, non controllabile dall’intelletto umano. Abilmente incastrati dall’autore, secondo una struttura anulare dall’incipit all’epilogo, susseguendosi per mezzo di prolessi, analessi, anafore e flussi di coscienza di woolfiana memoria, tutti artifici retorici che rimandano alle peculiarità del romanzo modernista,  destino e caso traghetteranno il lettore in due epoche distanti poco più di due secoli, quella risalente all’attentato perpetrato dai Vandeani a danno di Napoleone, nella notte di Natale dell’800, e quella della tragedia consumatasi all’interno del Bataclan il 13 Novembre 2015, a suon di musica rock, più recente e prossima a noi, sullo sfondo di una Parigi post rivoluzionaria prima ancora che globalmente digitalizzata. Il successo da romanziere di Zaccaria Gallo, noto più per le sue sillogi poetiche, che ho avuto modo di approfondire, e le cui tracce sono ben risonanti nel romanzo in questione, a mio avviso, risulta essere un esperimento pienamente riuscito se consideriamo Pensel un’occasione letteraria per riflettere sulla Storia e la metastoria secondo Weltanschauungen differenti. È come se la storia delle due Pensel, all’interno di contesti storici distanti duecento anni, fosse analizzata secondo molteplici angolazioni dai singoli personaggi del romanzo: la trama si snoda fra perdono e considerazioni teologiche, fra innocenza abusata da chi ha solo brama di potere e profonda analisi dell’interiorità dell’individuo capace di metadiscorsi, da cui però può prender corpo una dolcissima storia d’amore o il desiderio di donare amore paterno, non ultimo il tema del sacrificio da parte di patrioti per rivendicare la propria identità di popolo. Così facendo, Zaccaria Gallo, stabilisce con il suo pubblico lettore un patto di riflessione corale che ha tutte le caratteristiche psicoanalitiche freudiane circa il destino dell’esistenza umana, considerazioni che erano state portate alla luce durante lo scambio epistolare fra Einstein e Freud nel Luglio del 1932 in Warum Krieg. Il padre della psicanalisi è dispiaciuto, quasi in modo rassegnato per non poter trovare una risposta esaustiva al quesito del premio Nobel per la Relativtà, eppure il sorriso di Pensel ci apre un varco di speranza: si può far giustizia senza spargimento di sangue, a detta dell’autore. E allora, come il padre della Relatività: Perché la guerra?

 

SCAFFALI
di Gabriella Galzio
 

Nota critica su L’angelo accorre allo spettacolo di Rita Morandi
 
Nel presentare l’ultimo libro di Rita Morandi, L’angelo accorre allo spettacolo, la cui prima di copertina “Pescatore d’anime” è un dipinto a olio della stessa autrice, occorre innanzitutto fare una premessa. Per accostare i lettori alla poetica di Rita Morandi, infatti, sarà necessario calarli nelle regioni dell’inconscio e dei simboli, là dove pescano i sogni messaggeri, l’arte e la poesia - come attesta l’elegante prefazione di Claudio Zanini, anch’egli poeta e artista visivo. E lo confermano gli esergo, tratti dall’opera dei grandi della letteratura e del pensiero, come Blake in primis, ma anche Rilke, Mandel’stam, Celan, La Forgue, Bachelard. Ma qui la funzione degli esergo non è soltanto di testimonianza dei motivi ispiratori dell’Autrice, piuttosto, dislocati opportunamente negli snodi della narrazione, essi forniscono delle vere e proprie chiavi interpretative dell’opera, fortemente irraggiata dall’inconscio. E dall’inconscio molto attivo di Rita, affinato nel tempo da un’assidua pratica psicanalitica junghiana, affiorano ora parole, ora immagini che danno vita al suo mondo, senza che lei sappia dapprima dove andrà a parare (salvo coscientizzarlo poi), poiché – come lei dice – la poesia l’attraversa, con un’idea, un’atmosfera, un ritmo che la muovono a scrivere o a dipingere. E spesso questi due linguaggi – arti visive e scrittura – convergono, come in alcune pagine del libro, dove i testi sono inseriti nei disegni-visioni in bianco e nero. Per Rita Morandi la poesia viene da un altrove; e che sia l’inconscio personale o collettivo o chissà quale mondo sottile, questa scrittura ha un andamento carsico. E poiché nasce così a ridosso dell’inconscio, i suoi temi sono quelli della morte e rinascita, della reincarnazione, dei déjà vus e delle seconde vite. Tutti temi che avevamo già frequentato nella precedente trilogia, ma che in questo ultimo libro trovano un loro compimento, una sintesi, un’armonica chiusura del cerchio; approdando a un’opera in cui tutto tende alla circolarità di inizio-fine-inizio, con una sospensione tra una vita e l’altra.



Il libro presenta, infatti, una struttura interna tripartita: la Sparizione, lo Spazio intermedio e l’Apparire (anche se la struttura formale è divisa in sole due parti, la Sparizione e l’Apparire). Ma questo Spazio intermedio tra la morte e la vita, dov’è felicità anche nella caduta nell’Abisso, è – a detta della stessa Autrice – il più importante, poiché è qui che l’Angelo accorre allo spettacolo (lo spazio intermedio e l’angelo essendo dei chiari riferimenti a Rilke). È l’Angelo ambasciatore tra cielo e terra, è l’Angelo testimone, testimone dello spettacolo del ciclo vitale di vita morte e rinascita. E veniamo, dunque, alla prima parte, la Sparizione. Assimilata alla morte, all’apocalisse, all’abisso che si apre per la perdita di due figure fondamentali (il compagno Greg e la madre-mare, la madre- conchiglia), la Sparizione dà avvio a una grande elaborazione del lutto. Chiude poi la prima parte, come di sospensione, lo Spazio intermedio, per aprire alla seconda parte, l’Apparire. Questa seconda parte del libro apre con il simbolismo dell’acqua e le rêveries di Bachelard, e in incipit viene posto un enigma: che legame può esserci tra una conchiglia e una cattedrale? Sciogliere l’enigma sarà l’impresa del viaggio…o forse di un rito di morte-rinascita, quale lo sparagmòs o smembramento, dove alla discesa che frantuma, seguirà la risalita che ricompone. Del rito magico, infatti, il testo contiene ripetizioni e refrains, al pari di formule magiche. Qui la figura di Greg è un continuo riapparire in forma duplice; due Greg opposti e simmetrici, due facce della stessa medaglia, laddove la dinamica dell’uno precipita verso il basso e quella dell’altro vola verso l’alto, finché – come suggerito dall’inconscio attraverso il sogno - la dualità si ricompone, e i due Greg riuniti vanno a formare una conchiglia in cima a una cattedrale. Vale la pena evidenziare che questo processo magico è presieduto dal femminile materno associato alla conchiglia: “Rannicchiata nella sabbia come feto nel grembo/ Madre… conchiglia…/ Vegliare una conchiglia chiusa/ i movimenti della vita dentro/ il sacro si compie” (p. 76). E non è dunque un caso se a coronamento di questa fiaba, dalla junghiana Melusina dalla doppia testa (come doppio era Greg), “quasi una fanciulla era sgorgata/ sul capo una corona” (p. 185). Così si conclude il libro.



E veniamo allo stile. La cifra della poesia di Rita Morandi è la forma poematica, che non si lascia confinare in ben distinti poemetti, poiché la narrazione richiede una gittata più estesa; come più estesi sono i registri, poiché attinge alla dimensione simbolica, al mito e sfocia anche nella narratività fiabesca: “E così fu per giorni e notti e soli e lune…” (p. 95). Del resto, testimonia questo flusso narrativo continuo l’assenza di punteggiatura, non fosse che per i puntini di sospensione e la presenza delle maiuscole. Quanto ai tempi della narrazione, lo spettro spazia con passaggi repentini dal passato remoto al presente: es. “vidi e non vidi nella nebbia/ Ora che il sole i vetri acceca…” (p. 20). La narrazione procede spesso per continue riprese e ripetizioni espansive del verso, come questa: “Sotto ho guardato/ sotto il cappello ho guardato /.../ sento la morte tra i giorni/ sento la tua e la mia preghiera” (p. 28); e dove frequente ricorre l’anafora: “Acqua limpida come vita antica /.../ Acqua limpida solo macchiata /.../ Acqua che bagna i volti e lava/ e ritorna chiara” (p. 74). Non siamo in presenza di una versificazione - e tanto meno di una metrica – regolare. Piuttosto si assiste all’alternanza di versi più lunghi e versi più brevi, dettati dallo sviluppo stesso della narrazione. Ad es. con il ritorno fantasmatico del compagno, si apre un’altra dimensione, e anche graficamente compaiono le quartine, di versi brevi e incisivi e con la forza espressiva di immagini plastiche: “Cade il sole dalle nubi/ come un uovo dal suo guscio/ Sotto la terra i morti ballano/ terra che odora di mele marcite” (p. 36); e dove vi sono momenti di forte condensazione tra cosmo-corpo-storia come in questi pochi versi: “Dai muri scivola la luce della luna/ che versa il suo liquido veleno/ dentro la bocca/ che inghiotte tutti i secoli di storia” (p. 56). E condensato è anche l’uso del mito, incastonato - quello dello Stige – in una quartina, stretto nell’assonanza tra notte e lutto: “La notte inizia e scorrono lacrime nelle acque nere dello Stige/ pianto nello schianto furioso tra le catene/ un brivido nel ricordo dell’antico lutto” (p. 61). Talvolta il mito non è così esplicito, ma riconoscibile, come quello del vaso di Pandora, da cui si sprigiona una forza cosmogonica: “E il vaso oscuro si aprì e rovesciò ruggiti e grida/ lacrime uscirono dalle fontane e dalle cascate/ Dal vento si liberò il respiro che inondò la terra/ e il mare si fece unica onda” (p. 49).




Il suo verbo è il vedere, ma è un vedere sensitivo - “Io li vedo i morti nel giardino” (p. 22) – che dà vita a una fabula visionaria e onirica, a delle rêveries, dove le ombre si mescolano a una realtà fantasmatica. E proprio come in Blake, fanno la loro comparsa delle dramatis personae, l’Angelo, il più riconoscibile, ma anche il Poeta dell’Altrove, lo Spietato, l’Alba, i Salvatori ecc., tutti in maiuscolo. E il suo vedere è a tinte forti: “bevemmo…/ in una coppa di sangue e oro” (p. 52) oppure “Oh come si infuriarono le fiamme/ che ora ci circondano per divorarci/ Suona la campana nel paese vicino/ poi esplode nel rimbombo (p. 54). Morandi è poeta di fuoco, non le compete il passo di terra e di pianura, sua è la verticale, l’archetipo della caduta e della risalita, il volo mistico, della preghiera, “grazia e requie”. Tutt’al più affiora una poetica del giardino che la terra solleva al rito: “Con le mani nude tocco la terra e la sollevo e spero/ che di te faccia un giardino dove le stelle/ nella notte cadono e sprofondano fino a raggiungerti/ corpo lucente e fiorito in tutte le notti il rito” (p. 50). 
Dovessi dire in sintesi di Rita, direi che non è di questo mondo.



Rita Morandi
L’angelo accorre allo spettacolo
Prefazione di Claudio Zanini
Midgard Editrice 2024

CONSIDERAZIONI
di Francesco Curto

Claudio Boldrini: I mietitori

La Natura pittorica di Claudio Boldrini  
 
Premetto che non sono un critico d’arte di mestiere. Non rinnego però di aver fatto, nella mia vita, qualche incursione nelle opere di amici, con i quali abbiamo condiviso teoria e pratica sulla pittura e nella scrittura. Ho conosciuto casualmente Claudio Boldrini a Collepino, il 2 giugno 2022. C’ero tornato con mia moglie, dove tempo prima, c’eravamo arrivati a piedi proprio da Spello. Ho notato Claudio, seduto su un muretto, davanti al cavalletto. Io che sono attento osservatore e curioso dei creativi, mi sono fermato a lungo per vederlo lavorare su una tela che riprendeva uno scorcio di case e un infinito che si perdeva nel verde dei boschi e in un cielo di nuvole e di azzurro. Nel frattempo ho iniziato a conversare con lui e del suo tempo dedicato alla pittura, nonché della sua vita privata. Più in là sua moglie, Marcella, seguiva il nostro dialogo. Ad un certo punto gli confessai che anch’io avevo le mie debolezze da raccontare. Gli dissi che scrivevo versi e che mi dilettavo nella narrativa. Lo invitai così al mio prossimo evento all’Università per Stranieri. Da allora cominciò una frequentazione e gli feci omaggio di tutta la mia produzione poetica. E sono onorato di sapere i miei libri nelle sue mani. Anche quel quadro realizzato a Collepino finì esposto nella mia sala, con quelli degli amici artisti incontrati nella mia vita. Ma tornando all’evento che oggi Claudio ci regala dal titolo: I luoghi dell’anima, qualche considerazione ad alta voce voglio, e, anzi, devo farla. Ho visto le opere di Claudio in altre mostre e in catalogo. Quest’ultimo, un lavoro grafico ben fatto, con la raccolta antologica del percorso artistico di un pittore eclettico, così lo definisce Mario Coletti, nella sua articolata presentazione. Un pittore autodidatta, che nel tempo ha saputo conferire alle opere una notevole cifra valoriale, da arrivare al cuore di chi sa leggere la poesia dei colori, per trarne memoria dalla propria esistenza, in un mondo di oggi arido e distratto. Un’infanzia, quella di Claudio, segnata da eventi anche tragici, la morte del padre, che condizionano l’artista per il resto della propria vita. Il tempo poi delle frequenze in un mondo antico decaduto e anacronistico, dove ha conosciuto la condizione del disagio ma anche l’opportunità di fare esperienze e incontri interessanti per la vita. Così, intraprese la vita militare, fatta di regole e di rispetto, il senso del dovere e l’onore per il servizio allo Stato. Ecco allora segni e sogni che definiscono la personalità di Claudio. Riaffiorano sempre i luoghi della memoria, il ricordo dei luoghi e tutti insieme ne fanno uno scrigno ben protetto nell’anima. La vita contadina e quella borghese sono le linee tracciate nelle sue opere. L’osservazione delle piccole cose, la suggestione di trasferirle sulla tela, sono il suo impegno interiore per offrile al mondo. Il colore, sempre, è il leitmotiv di tutta l’opera di Boldrini. Sembra aver trovato quel filo magico per cucire cielo e terra. Picasso, De Chirico, e i futuristi umbri, Dottori, Bruschetti, e don Nello Palloni i suoi riferimenti. Un percorso pittorico attraverso il quale Claudio studia il passato nella storia personale, sia nelle forme che nei costumi del tempo, indagando nelle espressioni dei ritratti i sentimenti e la rassegnazione al tempo andato.  Altrettanta riconoscenza per quanti ebbero cura per lui e sua madre. Boldrini sa coniugare il paesaggio umbro e il Salento, offrendoci colline di uliveti e borghi antichi, spiagge con un mare placido e sereno o tramonti infuocati. Lega i due mondi tra umbritudine e barocco salentino l’ulivo, quale testimone da sempre dell’uomo laborioso e pacifico. Voglio concludere queste considerazioni con un mio giudizio soggettivo e spero appropriato alla pittura di Claudio. Tutta l’opera di Boldrini è la comunione laica tra l’Artista e il paesaggio che ha davanti: la metabolizzazione di un piacere di accogliere la frescura del mare/lago con i loro misteri e il silenzio religioso di un borgo/bosco che conserva gelosamente il passato e rivela la voglia di poter continuare a sognare.  Si realizza così il sogno/bisogno dell’Artista e ci concede la condivisione di un mondo di poesia che la natura ci regala. Ecco dunque il forte desiderio di trasmettere ai posteri l’amore per la bellezza, l’Arte, e la cultura. Sono onorato di avere una sua opera, I mietitori, nella mia ultima antologia, Suoni diversi, a suggellare un’amicizia sincera e fraterna. 
 

 

 

 

PONTEDILEGNOPOESIA 2025

 

Vincenzo Guarracino
tra i fondatori del Premio

La Giuria dovrà designare i sei vincitori della Selezione dei 76 libri in concorso che si contenderanno il premio nella fase finale dal 1° al 3 agosto. Domenica 3 è prevista la premiazione. Il suo nome andrà ad aggiungersi, nell’albo d’oro, a quelli di Franco Loi (2010), Milo De Angelis (2011), Franca Grisoni (2012), Maurizio Cucchi (2013), Giuseppe Grattacaso (2014), Franco Buffoni (2015), Umberto Piersanti (2016), Vivian Lamarque (2017), Giancarlo Pontiggia (2018), Massimo Migliorati (2019), Eva Taylor (2020), Paolo Ruffilli (2021), Alberto Bertoni (2022), Cristina Alziati (2023) e Stefano Dal Bianco (2024). Oltre ai premi assegnati dalla Giuria di cui fa parte sin dalla sua fondazione il noto poeta e critico Vincenzo Guarracino, come di consueto verrà consegnato un riconoscimento stabilito dal voto del pubblico. 


Per il 2025 il premio sarà intitolato alla memoria di Lorenzo Pataro, il poeta calabrese finalista lo scorso anno e scomparso in febbraio a soli 27 anni. A consegnarlo saranno i suoi familiari. Anche quest’anno la Giuria sarà chiamata ad assegnare un Premio alla Carriera, istituito nel 2018 e che dal 2021 ha assunto la denominazione di Premio Franco Loi-PontedilegnoPoesia alla carriera, in ricordo del grande poeta dialettale milanese, primo vincitore a Ponte di Legno. Il Premio alla Carriera negli anni scorsi è andato a Luciano Luisi, Giampiero Neri, Curzia Ferrari, Elio Pecora, Emilio Coco, Eugenio De Signoribus e Gilberto Isella.

 

VIARIGI. POESIA IN PIAZZA



Poesia in Piazza che si terrà a Viarigi (Asti) sabato 31 maggio 2025. Sarà una giornata intera dedicata alla poesia, con intermezzi musicali, all'interno dell'ex chiesa di San Silverio. Il programma partirà alle 10 con la premiazione del concorso tra le scuole del territorio e proseguirà fino a pomeriggio inoltrato con letture, interviste, proposte di poesia dialettale astigiana. A mezzogiorno vi sarà un aperipranzo offerto dalla Pro Loco, sarà presente un tavolo con esposizione e vendita di libri a cui i partecipanti possono lasciare i propri volumi. Se gli iscritti lo desiderano, possono inviare in anticipo tre loro componimenti che verranno stampati e affissi nelle strade del paese. La partecipazione è gratuita, occorre iscriversi per tempo per organizzare al meglio i tempi delle letture Informazioni ed iscrizioni: dir.comm@edizionijoker.com 
Gennaro Fusco
Edizioni Joker
Cell. 393.9328879 

sabato 24 maggio 2025

LO STATO DI DIRITTO SOTTO I PIEDI
di Luigi Mazzella



Il comportamento dell’Europa lo ha dimostrato chiaramente con il conflitto russo-ucraino.
 
La cosiddetta “cultura” che è venuta fuori, in Occidente, dalla sovrapposizione pacifica degli irrazionalismi religiosi Mediorientali e di quelli  filosofici di Platone rispetto all’empirismo, allo sperimentalismo e al razionalismo dei Sofisti e Presocratici si è cimentata, attraverso i suoi rappresentanti, a elaborare, nei secoli, slogan di indubbia efficacia (Vera e unica Democrazia al mondo, Stato di diritto, Tutela dei diritti umani) che solo ora, nel Terzo Millennio, stanno dimostrando appieno la loro falsità tipicamente propagandistica. Della “Democrazia” abbiamo (plurale majestatis) già scritto più volte: sullo “Stato di diritto” anche; ma dopo il chiaro e lucido articolo di Elena Basile su “il Fatto
Quotidiano” non è male ritornare sul tema per ribadire i concetti. La guerra russo ucraina ha, infatti, determinato il  crollo nella nostra Italia (ma anche altrove in Occidente) del mito dello “Stato di Diritto”, locuzione  che esprime la necessità che tutti, non esclusi i poteri dello Stato, compreso il Governo, agiscano per l’osservanza del dovere di agire sempre entro i limiti fissati dalla legge. Ciò significa che nessuno, neppure le più alte autorità statali, i sommi rappresentanti dei tre poteri pubblici, i funzionari di grado gerarchico più elevato, oltre ai comuni cittadini, sono al di sopra delle leggi che devono essere sempre applicate e rispettate.



Vediamo, allora, le norme che disciplinano l’entrata in guerra del nostro Paese. L’articolo 11 della nostra Carta Fondamentale recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli (mentre la guerra a difesa della Patria è fatta salva dal successivo articolo 52 che la definisce “sacro dovere del cittadino”) e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. A Napoli (ma forse anche altrove) si dice: “fatta la legge, si trova l’inganno” (in altre parole, c’è sempre un “paglietta” che dice il contrario). E difatti, v’è chi ha rilevato che: a) Nello stesso articolo 11 si consentono esplicitamente (le misure necessarie: id est le limitazioni di sovranità) per un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni (leggasi: installazione sul proprio territorio di missili, armi distruttive e quant’altro) e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo (leggasi: O.N.U. ma anche NATO); 
b) Nell’articolo 117 della Costituzione, comma 1 si sancisce che lo Stato italiano è soggetto al rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Ciò detto, c’è da chiedersi se gli argomenti portati dai guerrafondai che trovano sempre legulei disposti a giustificare  i loro istinti bellici per supportare l’invio di armi a Zelensky siano meritevoli di considerazione. A mio giudizio non lo sono.



1) Non è certamente un valido elemento di elusione del ripudio della guerra sancito dall’art.11 il successivo art. 78 Cost. che prevede l’istituto della dichiarazione dello stato di guerra da parte delle Camere perché esso si può ben rapportare all’ipotesi della necessità di una guerra difensiva e non, quindi, necessariamente offensiva. 
2) Non rappresentano una adeguata motivazione di co-belligeranza le norme NATO di cui ho già scritto su questo giornale e non mi ripeto.
3) Meno che mai ha senso riportarsi alle norme sull’ ONU, considerato che il Consiglio di Sicurezza non ha mai fatto alcun cenno alla Russia come aggressore dell’Ucraina né ad altre consimili considerazioni di responsabilità dello scontro bellico, limitandosi solo a chiedere la rapida fine della guerra. Il precedente, anteriore alla costituzione dell’ONU, degli aiuti americani forniti all’Inghilterra nella Seconda guerra mondiale in violazione dell’obbligo di neutralità, motivata da alcuni sedicenti esperti con la rottura del patto Briand-Kellog, sarebbe nel caso in esame un boomerang perché è stato proprio Zelensky a violare gli accordi di Minsk 1 e 2.
Conclusione: Se in Italia la gente non va a votare è perché tutta intera (o quasi) la sua classe politica si è dimostrata guerrafondaia e non rispettosa delle norme interne e internazionali sulla guerra (altro che Stato di Diritto!); e ciò in aperto contrasto con la volontà pacifista del popolo chiamato a votare.

 

LENZUOLA PER GAZA



LIDIA SELLA A NAPOLI
Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.


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