UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Bonomo sulla guerra. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Bonomo sulla guerra. Ordina per data Mostra tutti i post

giovedì 10 novembre 2022

IL CRIMINE DELLA GUERRA
di Giovanni Bonomo*

L'incontro alla Biblioteca
"Chiesa Rossa"

L’intervento di Giovanni Bonomo alla Biblioteca Chiesa Rossa il 26 ottobre scorso in occasione della conversazione di Angelo Gaccione il crimine della guerra.

 
Per vari secoli il diritto di ricorrere alla guerra ha costituito una manifestazione della sovranità statale. Le varie teorie sulla guerra giusta che si sono succedute nelle diverse epoche storiche non ne mettevano in discussione la legittimità giuridica, ma il carattere appunto ‘giusto’ o ‘ingiusto’, e sono definitivamente tramontate nel XIX secolo con l’affermarsi del positivismo giuridico che, fondandosi sul diritto effettivamente osservato in una società, ha evidenziato che gli Stati consideravano sempre legittimo, a determinate condizioni, e quindi giusto, il ricorso alla guerra.
Tale situazione ha cominciato a cambiare dopo la prima guerra mondiale (1915-18) e l’adozione dei primi trattati internazionali che stabiliscono limitazioni al ricorso alla guerra come mezzo per la composizione dei conflitti e la soluzione delle controversie internazionali (in particolare, il Patto della Società delle Nazioni del 1919 e il Patto di Parigi del 1928). La creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel 1945, ha poi segnato un punto di svolta: nella Carta dell’ONU non solo è vietato l’uso unilaterale della forza armata e quindi la guerra, ma anche la semplice minaccia dell’uso della forza, ad eccezione delle azioni collettive militari intraprese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’esercizio della legittima difesa individuale e collettiva da parte degli Stati. Gli Stati vengono così privati dello ius ad bellum contemplato dal diritto internazionale classico.



L’Italia ripudia la guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali e concorre con le proprie forze armate a un ordinamento internazionale che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni (art. 11 Cost.) conformandosi così al volere della carta delle Nazioni Unite.
Le disposizioni contenute nella Carta dell’ONU riflettono lo scenario geopolitico della Seconda guerra mondiale, ma, come sappiamo, a partire dalla fine della guerra fredda, negli anni 1990 si è assistito ad un’escalation di conflitti interni e guerre civili (ex Jugoslavia, Ruanda, Sudan, Somalia).
Il divieto del ricorso alla guerra è stato in seguito affermato in Dichiarazioni di principi adottate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, quali la Dichiarazione del 1970 sulle relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati, la Dichiarazione sul rafforzamento dell’efficacia del principio del non ricorso alla minaccia o all’uso della forza nelle relazioni internazionali. Oggi il divieto del ricorso alla guerra nelle relazioni internazionali è considerato come prescrizione imperativa di diritto internazionale, così che l’attacco armato contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato da parte di un altro Stato  costituisce un crimine contro la pace.
Se prima della Carta l’uso della forza era una delle forme correnti in cui poteva concretarsi l’autotutela e se nel 1945 esisteva ancora una divergenza tra il sistema dell’ONU e il diritto internazionale generale, si è poi realizzata invece una perfetta coincidenza fra i due ordinamenti. In tal senso si è espressa la Corte Internazionale di Giustizia nella sentenza sulle attività militari e paramilitari in Nicaragua e contro il Nicaragua (1986).



Ferme quindi queste forti limitazioni dello ius ad bellum, viene in rilevo lo ius in bello, vale a dire il diritto dei conflitti armati, le regole cogenti che devono essere seguite durante i conflitti armati. Inizialmente definito come leggi e usi di guerra e codificato dalle Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907, il diritto bellico è diventato “diritto dei conflitti armati” con le Convenzioni di Ginevra del 1949, che ne hanno esteso la vigenza a tutte le situazioni in cui si esercita la violenza bellica. Oggi è definito come “diritto internazionale umanitario” ed è considerato il frutto dell’influenza delle teorie dei diritti umani universali.
L’ordinamento italiano prevede che in caso di conflitti armati, così come nel corso di operazioni di mantenimento e ristabilimento della pace e della sicurezza internazionali, i comandanti delle forze armate vigilino sull’osservanza delle norme di diritto internazionale umanitario.
Dopo il processo di Norimberga (20.11 1945 – 1.10.1946) si consolida l’espressione “crimini di guerra”, che non trova però alcun riscontro nell’ordinamento italiano, essendo lo strumento per la repressione delle violazioni del diritto bellico, il Codice penale militare di guerra, dell’anno 1941. Conformemente alla terminologia dell’epoca, il codice militare di guerra contiene un titolo dedicato alla punizione dei reati contro le leggi e gli usi di guerra, titolo che si basa sulla II Convenzione dell’Aja del 29 luglio 1899, ratificata dall’Italia il 4 settembre 1900: per l’esattezza il titolo IV del libro III, poi aggiornato con le leggi 31 gennaio 2002 n. 6 e 27 febbraio 2022 n. 15.
La giurisprudenza italiana ha definito crimini di guerra le violazioni gravi delle norme di diritto umanitario dei conflitti armati poste a tutela della vita e dell’integrità fisica e psichica delle persone che non prendono parte alle ostilità, in pratica la popolazione civile. Tali norme di diritto umanitario sono codificate, secondo la nostra Corte di cassazione, oltre che nelle quattro Convenzioni di Ginevra anche nell’art. 8 dello Statuto della Corte penale internazionale, ratificato dall’Italia nel 1999 (legge 12 luglio 1999. 232).
Tali crimini si caratterizzano per violazioni particolarmente gravi dei diritti fondamentali della persona, vale a dire di dignità e libertà, che sono valori fondamentali e parte integrante del nostro ordinamento giusta il rinvio fatto dall’art. 10 della Costituzione.
Non si può non accennare infine alla legislazione italiana di guerra di cui al regio decreto 8 luglio 1938 n. 1415. In essa si trovano le disposizioni di diritto dei conflitti armati nel titolo II intitolato “Delle operazioni belliche”. Gran parte di queste disposizioni riproducono i contenuti delle Convenzioni internazionali su leggi ed usi della guerra della Convenzione dell’Aja del 1899, aventi valori vincolanti nel nostro ordinamento perché aventi rango di diritto internazionale generale (art. 10 Cost.).

 
L’Italia ha ratificato pressoché tutti gli strumenti di diritto internazionale umanitario creatisi a partire dal secondo dopoguerra, per cui dalla lettura delle varie norme si evince un diritto bellico nazionale che, già per l’epoca, si presenta sicuramente avanzato e rispettoso delle norme internazionali.
Ma non è questo il punto. Come dicevo in un mio articolo per Odissea, le proclamazioni scritte, apparentemente pacifiste, lasciano sempre uno spiraglio belligerante che tradisce il principio.
 Anche la nostra Costituzione, ispirata al principio umanitario e pacifista, reso evidente dall’espressione «ripudia la guerra» all’art. 11, non esclude in modo assoluto l’entrata dell’Italia in guerra, sol che si legga l’art. 78. Ecco perché tale art. 11 lascia impregiudicato, al di là della sacra difesa dello Stato, la partecipazione ad una guerra altrui se ciò derivi dalle «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni».
Il diritto alla pace, assoluto e incondizionato, dovrebbe essere quel «diritto naturale» a cui si ispira la Carta dell’ONU all’art. 51, che però prevede, anch’essa a tradimento del principio, l’autotutela individuale e collettiva e la possibilità quindi di guerra per rispondere ad un attacco armato. Ecco perché bisogna diffondere il pensiero di Angelo Gaccione e i suoi scritti contro la guerra raccolti nel libretto No War. Va da sè che in un’era nuclerare come la nostra, a 5 anni dal Trattato per la messa al bando delle armi nuclerari ratificato il 20 settembre 2017 da 53 Stati ma rimasto inattuato, ogni guerra è un pericolo grave per l’intera umanità, perché non lascerà né vinti né sconfitti ma solo distruzione per tutti. Il principio pacifista nasce sulla base delle sofferenze dell'umanità e delle macerie lasciate dalle guerre Il Sudafrica, la Seconda guerra mondiale, la bomba atomica, la Shoah. E funziona a condizione che ci sia il coraggio di difenderlo e pienamente attuarlo. Il diritto alla pace è riconosciuto oramai come un diritto fondamentale dalla comunità internazionale. Facciamo ora un salto evolutivo, riconosciamolo sul serio, attuiamolo. Come si può non mobilitare le coscienze contro ogni conflitto che porti ad una disastrosa fine per tutti? Quale altra soluzione se non il disarmo unilaterale, totale e incondizionato? Grazie per l’attenzione.
 
*Avvocato  

 

lunedì 5 giugno 2023

LA GUERRA NEL CUORE DELL’EUROPA  
di Giovanni Bonomo

 
Opinioni a confronto.
 
Sul crimine della guerra, abominio di ogni diritto, mi sono espresso in occasione della presentazione di “NO WAR. Scritti contro la guerra”, di Angelo Gaccione, mentre nell’articolo “Per la salvezza dell’umanità” spiego che l’unica strada percorribile per scongiurare una guerra mondiale con l’uso di bombe atomiche è il disarmo unilaterale e incondizionato. Bisogna riconoscere che l’Ucraina è la tragica vittima di una guerra brutale per sottomettere il Paese e sfruttarne le vaste risorse: centinaia di migliaia di soldati e civili ucraini e russi hanno già perso la vita sui campi di battaglia e nelle città. Siamo nel mese di giugno 2023 e la propaganda di guerra di entrambe le parti in conflitto è sempre in crescendo: i ministri degli esteri della NATO “per facilitare i negoziati di pace” sono stati capaci solo di stanziare un nuovo pacchetto di aiuti militari, armi e munizioni all’Ucraina da 300 milioni di dollari, palesando il loro reale intento:  prolungare ulteriormente questa guerra, il massacro e la devastazione, obiettivo primario degli Stati Uniti e del Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg. Si tratta di una guerra prolungata condotta nell'interesse delle élite dominanti e dei loro monopoli, che può intensificarsi con la minaccia di bombe nucleari tattiche. Gli ingentissimi costi economici e umani sono gettati sulle spalle della stragrande maggioranza dei cittadini europei che non vogliono la guerra, così come la stragrande maggioranza dei cittadini italiani non vogliono l’invio di armi a Kiev. La pretesa degli imperialisti statunitensi di difendere l'Ucraina è falsa tanto quanto lo sono i loro proclami sulla difesa della libertà, della sovranità e dei «valori liberali». I popoli dell'ex Jugoslavia, dell'Iraq, dell'Afghanistan e della Libia conoscono bene questi «valori». La guerrafondaia NATO è il problema, non la soluzione. Non è mai stata un'alleanza per la difesa degli Stati europei ma per salvaguardare l'egemonia degli Stati Uniti in Europa e per sopprimere qualsiasi istanza disarmista che possa minacciare le élite dominanti che ci governano.


 
La guerra è utilizzata come pretesto per un'estrema militarizzazione e riarmo dell'Europa, i bilanci della difesa vengono raddoppiati e persino triplicati, i governi europei permettono agli Stati Uniti di utilizzare i loro territori per attività militari e persino per le basi nucleari, mentre la Bielorussia sta ora permettendo alla Russia di schierare missili nucleari sul proprio territorio. 
I soldati ucraini e russi stanno pagando con la vita al fronte, mentre i cittadini europei sperimentano un'inflazione alle stelle, alti tassi di interesse, salario reale ridotto, limitazioni dei diritti democratici. Le politiche di austerità sono imposte in tutta Europa per sostenere l'ingente spesa dei bilanci della difesa. Nonostante che il popolo italiano non vuole partecipare a nessuna guerra, 
l'Italia va alla guerra e gli italiani la pagano cara, come scrive Valeria Poletti. In questo scenario non stupisce che molti sostengono l’operazione speciale russa e l'operato del presidente Putin. Perché occorre partire da un presupposto storico: Putin non ha iniziato la guerra in Ucraina. 




Le premesse del conflitto 
L'inizio della “operazione speciale” è la diretta conseguenza del colpo di Stato creato in Ucraina dall'occidente nel 2014 che con la violenza di piazza ha cacciato il governo regolarmente eletto con libere elezioni. Questa guerra è nata nel 2014, dopo il colpo di stato in Ucraina sostenuto anzi spronato dagli USA (c’era Biden vicepresidente e la Clinton segretario di Stato). Poi ci sono stati le rivolte spontanee di quella parte di Ucraina filorussa che si è schierata contro il colpo di Stato. Come risposta furono emanate leggi antirusse e si crearono due repubbliche che per 9 anni si sono rese indipendenti dalla stessa Ucraina, prima con un legittimo referendum, poi con la forza delle armi. Solo che per riprendersi la Crimea la Russia non sparò un solo colpo (in esito a un referendum, perché il 90% della popolazione è russa) mentre nelle altre province non si contavano più le persecuzioni anche solo di chi parla russo, con multe e sparatorie. I dati OCSE parlano di 14.000 morti tra civili e militari nel Donbass in 7 anni. Nel 2014 avvenne anche la strage di Odessa, nel silenzio assordante degli organi di informazione, nonostante Putin avesse più volte denunciato al mondo il genocidio del Donbass: gli ucraini diedero fuoco a un sindacato pieno di anziani, donne e bambini, e coloro che fuggivano dall’incendio furono ammazzati a fucilate. 
Furono poi fatti gli accordi di Minsk - nel periodo di presidenza Trump negli USA - con il riconoscimento delle due Repubbliche da parte dell’Ucraina come regioni a statuto speciale. Si arriva così alla presidenza di Biden il cui figlio “Hunter” (nomen omen…) ha diversi gasdotti in Ucraina facendo affari milionari. Biden ha subito chiesto l’ingresso - inaccettabile per la Russia - dell’Ucraina nella NATO, con i missili puntati a 300 km da Mosca (per non parlare dei vari laboratori che producono armi chimiche, piazzati lungo tutto il confine russo). Con questi antefatti si spiega l’interesse degli USA per questa guerra non voluta da nessuno: hanno spronato Zelensky a bombardare di nuovo il Donbass per riprendersi i territori e con promesse di aiuti miliari. La Russia ha invece fatto di tutto per evitare il conflitto sedendosi al tavolo delle trattative con tutti i presidenti e i ministri degli esteri, ma sentendosi opporre l’assurda pretesa voluta da Biden, ha perfino proposto di demilitarizzare l’Ucraina per farne uno Stato cuscinetto come la Svizzera, di transito di gas e merci, per ricevere in risposta sempre un secco no. Non è difficile comprendere allora la reazione di Putin, sostenuto dalle popolazioni filorusse del Donbass, visto come un liberatore di quelle zone restituite, senza essere annesse alla Russia, alla loro libertà dopo i massacri di quegli anni. 



Una guerra non solo alla Russia 
In questi nove anni insomma la Russia ha appoggiato le Repubbliche, mentre l'occidente ha appoggiato l'Ucraina. In nove anni di finti accordi di pace le due repubbliche indipendenti hanno vissuto con il blocco della propria economia, con il blocco delle pensioni, dell'acqua, della luce da parte del governo ucraino sotto continui bombardamenti. La creazione del nemico russo era compiuta. Come dichiarato e ormai confessato dagli stessi leader occidentali, gli accordi di Minsk non servivano ad arrivare alla pace, bensì a preparare ed armare l'Ucraina in un conflitto contro le repubbliche e contro la stessa Russia. Se la Russia a febbraio non fosse entrata in Ucraina, a inizio marzo sarebbe partita l'offensiva ucraina contro le due repubbliche indipendenti, dove ormai la gran parte degli abitanti aveva la cittadinanza russa. L'Ucraina è stata usata come campo di battaglia per attaccare la Russia, perché l'obiettivo della NATO non è difendere l’Ucraina ma attaccare la Russia e dividerla dall'Europa. 
Dobbiamo comprendere che questa guerra contro la Russia indetta dalla NATO e dalle élite che la sostengono è anche una guerra contro l'Europa, tornata sotto l'asfissiante morsa statunitense. Parlando dell'Italia a noi conviene comprare materie prime dalla Russia ed esportare prodotti finiti oltre ai prodotti del nostro settore primario, non conviene avere la Russia nemica. Gli USA attaccando la Russia hanno rimesso l'Europa sotto il loro totale controllo usando come grimaldello i nuovi membri UE quali Polonia e Paesi baltici. Per avere un quadro più approfondito della materia qui accennata a grandi linee, segnalo il ricco e documentato volume: Perché il conflitto è NATO del giornalista d’inchiesta Francesco Amodeo, nel quale spiega la visione egemonica degli americani e come vogliono imporla al mondo intero. Un dominio monopolare, di cui tutti avremmo da perdere, soprattutto noi italiani che ci troviamo al centro del Mediterraneo. La cessazione della guerra, la fine delle egemonie, il disarmo e la collaborazione pacifica internazionale sono la via da seguire, per un mondo di sicurezza e di prosperità, non il riarmo irresponsabile in cui si sta avviando anche l’Europa.

 

 

mercoledì 11 maggio 2022

COSTITUZIONE E GUERRA
di Giovanni Bonomo*



Quale altra soluzione se non il disarmo unilaterale, globale e incondizionato?
 
A fronte delle immagini e dei report giornalistici radiotelevisivi che quotidianamente ci aggiornano e sconcertano  su questo tragico conflitto, su questa tragedia umanitaria che affligge la popolazione ucraina e non solo, viene spontanea la domanda se oggi, agli albori del terzo millennio della storia dell’umanità, ci possiamo ancora non rendere conto delle lezioni del passato, delle tragedie della storia che abbiamo giurato di mai più ripetere fino a sciverlo a futura memoria nelle Carte costituzionali e nei trattati internazionali.
Benché tutti sappiamo che l’armonica convivenza tra gli uomini si regga sul principio pacifista, dobbiamo constatare che tale principio, in politica internazionale, viene più proclamato che attuato, anzi viene di fatto abiurato.
Ma questo vale, purtroppo, anche per le proclamazioni scritte, che lasciano sempre uno spiraglio belligerante che tradisce il principio. Anche l’art. 11 della nostra Costituzione, ispirato al principio pacifista, reso evidente dall’espressione «ripudia la guerra», non esclude in modo assoluto l’entrata dell’Italia in guerra, sol che si legga l’art. 78. Ecco perché tale art. 11 lascia impregiudicato, al di là della sacra difesa dello Stato, la partecipazione ad una guerra altrui se ciò derivi dalle «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni».



Solo una lettura conforme al diritto internazionale permette di chiarire che cosa si intenda per «guerra difensiva», alla luce del fatto che il diritto internazionale riconosce il diritto di legittima difesa individuale e collettiva, e che la nostra Costituzione conferisce un rango gerarchico superiore alla legge ordinaria (e quindi un limite all’esercizio del potere esecutivo e di quello legislativo), tanto al diritto internazionale generale all’art. 10, quanto ai trattati internazionali, richiamati dall’art. 117. Ci troviamo in una situazione in cui la legalità costituzionale è strettamente correlata al rispetto del diritto internazionale.
Viene in gioco, in particolare, l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, che prevede il « diritto naturale di autotuela individuale e collettiva nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Paese membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale».
Questo è valido anche per le costituzioni degli altri Stai aderenti alla NATO. Si spiega perché, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, tali Paesi aderenti, tra cui l’Italia e l’Unione Europea, hanno stabilito di fornire armi alle forze armate ucraine.


Copertina libro Gaccione

Il diritto alla pace, assoluto e incondizionato, dovrebbe essere quel «diritto naturale» a cui si ispira la Carta dell’ONU all’art. 51, che però prevede, a tradimento del principio, l’autotutela individuale e collettiva e la possibilità di guerra per rispondere ad un attacco armato. Ecco perché bisogna diffondere il pensiero di Angelo Gaccione e i suoi Scritti contro la guerra raccolti nel libretto appena pubblicato da Tralerighe Libri di Lucca e quello degli altri pacifisti autentici che vanno fino in fondo alla questione. Va da sè che in un’era nuclerare come la nostra, a 5 anni dal Trattato per la messa al bando delle armi nuclerari ratificato il 20 settembre 2017 da 53 Stati ma rimasto inattuato, ogni guerra è un pericolo grave per l’intera umanità, perché non lascerà né vinti né sconfitti ma solo distruzione per tutti.



Il principio pacifista nasce sulla base delle sofferenze dell'umanità.  Il Sudafrica, la II guerra mondiale, la bomba atomica, la Shoah. E funziona a condizione che ci sia il coraggio di difenderlo e pienamente attuarlo. Il diritto alla pace è riconosciuto oramai come un diritto fondamentale dalla comunità internazionale. Facciamo ora un salto evolutivo, riconosciamolo sul serio, attuiamolo. Come si può non mobilitare le coscienze contro ogni conflitto che porti ad una disastrosa fine per tutti? Quale altra soluzione se non il disarmo unilaterale, totale e incondizionato?
  
*Avvocato - Centro Culturale Candide

 

 

lunedì 19 febbraio 2024

PER ASSANGE. ORA O MAI PIÙ
di Giovanni Bonomo


Julian Assange
 
L’ultimo appello al governo britannico è anche l’ultima occasione per mobilitarci e difendere la sua e la nostra libertà!
 
Se le guerre possono essere avviate dalle bugie,
esse possono essere fermate dalla verità”.
Julian Assange 
 
Questa la frase citata nell’introduzione del film documentario Ithaka, proiettato il 15 febbraio al C.I.Q. di Milano sulla vicenda ancora in atto del giornalista e fondatore di WikiLeaks. Il film, documentata testimonianza del padre che caparbiamente combatte per la liberazione del figlio, è anche, al di là delle vicende personali, un accorato appello a tutti noi e alla nostra coscienza di cittadini responsabili nel difendere il diritto fondamentale di espressione del pensiero e di informazione.
Ad oggi Julian Assange, informatico, giornalista e attivista australiano, fondatore nel 2006 di Wikileaks, è perseguitato e privato della propria libertà: prima rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e poi negli ultimi tre anni recluso in una prigione inglese di massima sicurezza. Ora la sua estradizione verso gli USA sembra inevitabile, alla quale seguirà la pena detentiva a vita, a meno che tutti noi prendiamo coscienza che la libertà di Assange è anche la libertà di tutti noi, che dobbiamo mobilitarci così come conoscenti, familiari e legali di Assange si sono mobilitati e non si sono mai arresi.
In questi giorni la lotta di Assange contro l’estradizione negli Stati Uniti sta raggiungendo una fase critica, con le udienze di appello che si terranno presso l’Alta Corte del Regno Unito il 20 e 21 febbraio p.v. e anche il sottoscritto fa parte, ancor prima della pubblicazione dell’articolo https://ilvelodimaya.eu/non-possiamo-ignorare-assange-e-il-dirittodisapere, dei tanti giornalisti, associazioni, media e testate indipendenti, scrittori e intellettuali che sostengono Julian Assange e WikiLeaks, in difesa delle libertà di espressione nell’interesse di tutti, come imperativo morale prima ancora che di diritto. Ma nello scenario attuale con le due efferate e disumane guerre che si stanno combattendo, una nel cuore dell’Europa e l’altra in Medioriente, viene spontanea  una domanda: le democrazie occidentali difendono ancora il principio costituzionale di libertà di informazione come proprio pilastro fondamentale?


 
Perché non possiamo dirci oppositori delle autocrazie, dei governi “autoritari”, come li chiamiamo, se non sappiamo o non vogliamo difendere la libertà di informazione che in tale autocrazie viene violata. Perché non possiamo dirci oppositori delle dittature - ripeto - se non sappiamo o non vogliamo difendere il tratto più distintivo della nostra democrazia: la libertà di informazione. Qualsiasi discussione sul conflitto, sulle responsabilità e sulle speranze di pace deve partire da tale riflessione. Se vogliamo condividere la semplicistica - ma teoricamente corretta - narrazione che ci presenta la guerra come uno scontro tra democrazie - l’Ucraina e i Paesi occidentali che la supportano - e le autocrazie - la Russia e i suoi alleati - occorre ricordare che un pilastro delle democrazie moderne è costituito, storicamente, dalla libertà di stampa e di informazione. Altrimenti le “democrazie di diritto occidentale”, come vorrebbero farsi chiamare e presentarsi al mondo, commetterebbero gli stessi errori - e li stanno commettendo non solo in questo caso di Assange ma anche in molte altri casi meno clamorosi - di azzerare e impedire il pensiero e l’accesso alle informazioni proprio come fanno le dittature. Ma questo vale anche per l’informazione distorta, manipolata e propagandata, invece che diffusa, a senso unico come avviene per la sanguinosa guerra tra USA e Russia a tutt’oggi combattuta  sul terreno della martoriata Ucraina e a discapito dell’intera Europa: https://libertariam.blogspot.com/2023/06/la-guerra-nel-cuore-delleuropa-di.html
Non si possono nascondere i crimini di guerra senza tradire gli stessi pilastri su cuoi si fonda uno Stato di diritto. Solo se difendiamo la libertà di informazione possiamo indignarci per la chiusura da parte delle autorità russe del periodico indipendente Novaja Gazeta diretto dal premio Nobel per la Pace Dmitrij Muratov, rivista in cui erano apparse le inchieste della giornalista Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca nel 2006 per il suo impegno a descrivere e denunciare, anche al mondo occidentale, gli odiosi crimini commessi durante la guerra in Cecenia.


 
La vicenda umana e giudiziaria di Julian Assange è un grave segnale di allarme di come sta degenerando la nostra tanto proclamata democrazia quando i governi sono il risultato di una politica intesa non al benessere dei cittadini e al bene pubblico, ma al potere personale e agli interessi privati dei politici, con spese destinate più agli armamenti che alla ricerca scientifica e alla sanità pubblica. Wikileaks è ancora viva, nonostante le varie persecuzioni, grazie ad apposite tecnologie - prima fra tutte la crittografia - che protegge sé stessa e le sue fonti, perché Assange è anche un esperto informatico, sosteniamola! Essa è divenuta di interesse globale, giova ricordare, quando nel 2010 iniziò a pubblicare informazioni riservate riguardanti le operazioni militari statunitensi in Iraq e Afghanistan. Il 5 aprile del 2010 Assange e i suoi collaboratori pubblicano un video del pentagono Collateral Murder, divenuto subito virale, nel quale si vede una scena risalente al luglio del 2007: un elicottero americano Apache mentre stermina civili inermi a Bagdad. Nel saggio di Stefania Maurizi “Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks” si legge la storia di WikiLeaks e del suo fondatore. L’Autrice si batte da anni per la liberazione di Assange e per fargli avere giustizia, perché la sua libertà personale è anche la nostra libertà di informazione. Altrimenti Democracy Dies in Darkness, la democrazia muore nell’oscurità, come recita il sottotitolo al The Whasington Post, riferendosi implicitamente oltre che al fumo delle bombe e al fuoco delle armi, a tutti quei segreti, a quelle menzogne, a quelle falsità che nascondono le atrocità commesse nelle guerre. Viviamo in uno scenario globale con distruzioni compiute da uomini armati contro altri uomini anche disarmati che coinvolgono ormai la stessa esistenza del pianeta per la minaccia nucleare: la guerra diventa di per sé intollerabile e impone ormai rimedi immediati, con l’eliminazione di ogni violenza per la ricostruzione di ogni rapporto umano. Non resta che tornare alla storia, al diritto e all’etica, i tre prodotti della nostra vicenda terrena, che attendono di essere ancora più difesi e propagandati, questi sì, per realizzare la giustizia nel mondo, come osserva Remo Danovi nell’articolo “Intorno al diritto di guerra e pace”, su La Previdenza Forense n. 3/2023 p. 39.
Come a Londra domani 20 febbraio si manifesterà davanti alla Royal Courts of Justice, (un’inviata di “Odissea” è partita per Londra), nello stesso giorno a Milano manifesteremo in piazza del Liberty davanti al Consolato britannico.  

 

 

domenica 11 marzo 2018


GUERRE E PACE.
di Giovanni Bonomo*


Una legge nazionale per ricordare
e una ricorrenza annuale per mobilitare le coscienze

O l’umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l’umanità. Ormai il mix tra la tecnologia attuale e l’aggressività dell’essere umano rappresenta una vera minaccia per l’umanità. Si è celebrata, in data 9 febbraio 2018, la prima “Giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo” presso l’Hotel Cavalieri di Milano, organizzata dalla ANVCG Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra sez. di Milano e Lombardia, di cui è presidente Rossana Mondoni, che è stata anche la moderatrice di questo convegno intitolato “Guerre e Pace”. Intellettuali di spessore e figure istituzionali tra i partecipanti, in primo luogo i relatori: Giuseppe Castronovo, Marco Cuzzi, Giorgio Galli, Luciano Garibaldi, la stessa Rossana Mondoni, Nicola Walter Palmieri, Tito Lucilio Sidari, Carmelo Giuseppe Tribunale. Gli studenti del gruppo di lavoro del Liceo classico Manzoni per il concorso ANVCG hanno presentato il cortometraggio “La vita è un capolavoro, la guerra un folle salto nel buio”. Dicevo che è stata la prima, e non poteva che essere così, dato che la legge istitutiva di tale giornata nazionale è dell’anno scorso (legge 25 gennaio 2017 n. 9 “Istituzione della giornata nazionale delle vittime civile delle guerre e dei conflitti del mondo”), con un titolo che riprende quello dell’associazione, istituita nel 1947 come ente morale, ampliandone la portata con l’aggiunta “dei conflitti del mondo”. E proprio dei conflitti del mondo si è parlato nel convegno, mettendo in luce che la nozione di “guerra”, come usata nei trattati internazionali e nella nostra Costituzione, e così anche di “difesa nazionale”, è ormai divenuta riduttiva nello scenario attuale di conflitti che chiunque, avvalendosi della tecnologia di questo secolo, è in grado di creare. Basti pensare alla imprevedibilità degli atti di terrorismo: non c’è più allora la distinzione tra vittima civile e vittima militare perché tutti siamo potenziali vittime. Non illudiamoci che, se ora viviamo nel più lungo periodo di pace del nostro Paese e dell’Europa, a differenza di tanti altri luoghi nel mondo meno fortunati, non siamo esposti anche noi a questo pericolo di annientamento, come è stato detto, tra l’altro, dal nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno 2017.  Il 27 marzo 2017 sono iniziati all’ONU i lavori per la scrittura e l’approvazione di un Trattato per la messa al bando delle armi nucleari. Il governo italiano votò contro l’apertura dei lavori nell’autunno 2016. Valga quindi come resipiscenza questa nuova legge dello scorso anno che istituisce la ricorrenza, il 1° febbraio, di questa giornata annuale delle vittime dei conflitti del mondo.  Io spero che, dopo la celebrazione del 60° anniversario dell’Unione Europea, l’Europa si renda ora coerente con i suoi trattati fondativi e sappia valorizzare il premio Nobel per la pace che le è stato assegnato nel 2012. Vorrei anche dire che lo stato di guerriglia permanente e la conseguente miseria  in cui si trovano certe nazioni, di cui fanno le spese i più innocenti, donne e bambini, ha provocato inarrestabili flussi migratori, di cui risentiamo gli effetti nefasti in Europa e soprattutto nella nostra amata nazione. Come non si può non mobilitare le coscienze contro ogni conflitto che porti a tali tragedie umane? Quale altra soluzione se non il disarmo totale e incondizionato? Lo storico Marco Cuzzi, tra i relatori al convegno, ha usato l’espressione “guerra totale” il cui scopo diventa l’annientamento dell’altro, che viene demonizzato e contro il quale si può fare qualsiasi cosa senza alcuno scrupolo morale e al di là di ogni principio umanitario. Ma come non si può non riflettere allora su ciò che abbiamo conquistato con grandi sacrifici anche di vite umane: la libertà, la democrazia, i diritti, la pace, valori essenziali dello Stato di diritto. Lo scenario che ora il mondo ci offre rende quanto mai attuale e urgente la celebre frase che Einstein disse nel 1955, nel pieno della corsa agli armamenti tra USA e URSS: O l’umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l’umanità. Ma vorrei ripetere anche ciò che ha recentemente affermato il più noto scienziato contemporaneo, Richard Hawkins: il mix tra la tecnologia attuale e l’aggressività dell’essere umano può rappresentare una vera minaccia per l’umanità. Una conclusiva riflessione: la sede del convegno, l’Hotel Cavalieri di piazza Missori, è la stessa della storica conferenza con dibattito sul tema del disarmo avvenuta il 14 febbraio 1978 con Angelo Gaccione, Carlo Cassola e David Maria Turoldo. Fu proprio lo scrittore Cassola il più tenace assertore del disarmo totale, tra ostilità varie anche da parte della critica letteraria, proprio perché l’opera cui teneva di più, che resta incompiuta, non era un romanzo. Angelo Gaccione, da me subito chiamato a partecipare al convegno di ieri, che con Cassola fondò a Firenze nel 1978 la Lega per il disarmo dell’Italia, ha pubblicato lo scorso anno con l’editore Tra le righe “Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Lettere a Gaccione 1977-1984” e ricorda la scomoda posizione dello scrittore nel difficile clima della guerra fredda. Nella significativa intervista in https://altreconomia.it/cassola-disarmista in occasione del trentennio della morte dello scrittore, Angelo Gaccione ci ricorda con quale tenacia Cassola voleva sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi di una guerra nucleare e la conseguente scomparsa della vita umana sulla Terra. Restiamo tutti in attesa della pubblicazione, a cura dell’ANVCG di Milano, degli interventi dei relatori, sperando che si possa già vedere su YouTube la registrazione di ogni singolo contributo.
[* Centro Culturale Candide]





lunedì 5 giugno 2017

CONFRONTI
Creatività, Condivisione, Conoscenza.
Le tre C di Candide per la vera rivoluzione del pianeta
di Giovanni F.F. Bonomo*

Giovanni Bonomo

È in corso una rivoluzione silenziosa, tramite i collegamenti in orizzontale, cioè al di fuori dell’informazione di regime o di qualsiasi autorità, tra gli abitanti del pianeta: grazie a Internet e ai social network iniziamo a comprendere che il potere dell’uomo sull’uomo, la gerarchia, lo sfruttamento avido dell’altro, la tortura e l'eccidio sistematico di altri esseri senzienti, la distruzione dell'ecosistema, la competizione, la guerra, la rapina del forte sul debole, l'isolamento, presto apparterranno solo al passato. Si tratta di una Rivoluzione, con la R maiuscola, che non si associa più ad alcuna ideologia, né di tipo politico né religioso, perché passa semplicemente attraverso la consapevolezza di più menti interconnesse volte alla realizzazione di un’unità sostanziale di evoluzione e cooperazione tra gli abitanti della Terra.
Questa energia rivoluzionaria preme sempre di più in tutti noi e nessuno può restarne indifferente. Non è un caso che tutte le credenze che hanno sino ad ora animato e dilaniato l'umanità siano in profonda crisi: politica, economia, religioni, famiglia, finanza, etc. Questo nuovo sentire, questa Intelligenza Collettiva che sta emergendo, non può più accettare le innumerevoli credenze religiose, ideologiche, nazionali, etc. che gli esseri umani hanno finora coltivato ingenerando tra loro divisione e portando ad un mondo violento, avido e conflittuale.
Qualsiasi credenza, dogma, fede, necessita di continue conferme e rassicurazioni. La storia ha dimostrato che le credenze non possono che basarsi sull'ansia, sulla paura della confutazione, sul panico della mancanza, manifestazioni tipiche della coscienza egoica. Per questo i fedeli di una qualsiasi religione, partito o movimento organizzato, hanno un drammatico bisogno della compagnia degli altri fedeli e militanti: per rassicurarsi tra loro avversano in tutti i modi coloro che mettono in discussione le loro credenze e riflettono.
L’Intelligenza Collettiva nasce e si evolve, invece, quando non ci fondiamo più su niente, trovando la nostra naturale sicurezza in quanto dimoriamo nella totale apertura. Non avendo più ideologie, nazioni, dogmi da difendere, né "dèi" da cui ricevere rassicurazioni, possiamo essere finalmente leggeri e vasti come l'intero universo. Non c'è maggiore sicurezza infatti dell'avere nulla da difendere. E l’intelligenza avanzerà sempre di più in quanto il pensiero, finalmente libero di esprimersi, non si fonderà su nulla ma abbraccerà ogni cosa.
Questo progresso nel pensiero porterà ad una società solidale, anti-gerarchica, basata sul consenso e non sulla dittatura della maggioranza, inevitabile nelle democrazie rappresentative, armonicamente basata sul rispetto e sull'uguaglianza reale di tutti gli esseri. L’unica religione sarà la celebrazione della Terra, del Cosmo, della Vita.
Questo nuovo sentire è rivoluzione nel senso più profondo e positivo del termine in quanto si compie innanzitutto sul piano della coscienza collettiva, formata dall'insieme delle idee, emozioni, fantasie, miti, scoperte scientifiche, vissute e proiettate in questo momento dall'umanità: è questa coscienza condivisa che permette ora di andare avanti, ma nella direzione giusta, per tutti.
Pensiamo all'enorme potere creativo del pensiero quando si somma in più individui: l'unico modo per ottenere un mondo più equo, pacifico, libero e solidale è iniziare a pensarlo come tale. La storia ha dimostrato che pensare al mondo come un posto terribile, spesso in contrapposizione a un aldilà beatifico, produce il solo risultato di farlo diventare in effetti un disastro. Ci stiamo rendendo conto che siamo noi ad accettare, in modo più o meno conscio, il ruolo di carcerati, facendo in questo modo il gioco dei carcerieri. Il fenomeno, per ciò che riguarda la nostra politicamente disastrata nazione Italia è spiegabile con la nostra atavica italica abitudine a Credere anziché a Pensare. In fondo qualsiasi sistema di potere in mano a pochi soggetti non è altro che un'idea fortemente condivisa da un largo numero di esseri umani controllati. Quando viene a mancare l'appoggio a tale idea il sistema non può che dissolversi, collassare su se stesso, venendo a mancare l'energia mentale su cui si sostiene. Non c'è infatti alcun potere che possa dominare chi ha realizzato la propria sostanziale libertà.

Albert Camus

Sempre più esseri umani stanno ora comprendendo, grazie ai nuovi social media, l'enorme potere co-creativo e trasformativo dei loro pensieri. E stanno anche prendendo coscienza di come l'identificazione con credenze e ideologie, intese come idee non-verificabili o verità assolute, abbia un risultato sostanzialmente frammentante e frustrante per il pensiero e l’intelligenza. Si sta comprendendo come partendo da una totale apertura all'unità, da questo fondarci sul Nulla che ci apre al Tutto, possiamo iniziare ad operare nell’Intelligenza Collettiva una trasformazione dell’intera società umana, operare un radicale alleggerimento e unificazione delle menti, che si rifletterà su un mondo più unito, solidale, equo, basato su dinamiche sociali totalmente differenti.
Nel mio scritto Dell'armonia universale e dell'universale giuridico sostengo che il cammino dell’uomo non è altro che un processo di unificazione. È una mia prima intuizione, ora più consapevole, dell’Intelligenza Collettiva. Crescere ed evolversi significa discernere, distinguere ciò che è bene da ciò che è male. E per fare questa distinzione non occorre essere filosofi: è bene tutto ciò che costruisce, vale a dire tutto ciò che l’uomo fa per l’uomo nella dimensione dell’apertura e della condivisione; è male tutto ciò che si rivela portatore di divisione e di distruzione, anche se all’inizio può apparire benevolo.
È ormai scientificamente dimostrato che il sentimento e l’emozione umana sono fattori che influenzano la materia di cui è fatta la realtà: è il nostro linguaggio interiore che cambia gli atomi,
gli elettroni e i fotoni del mondo esterno. Questo è l’unico segreto che le religioni e le ideologie ci nascondono. Segreto che riguarda non tanto le precise parole che pronunciamo – altrimenti basterebbe un manuale del mago Merlino e “abracadabra…” oppure il manuale best seller, non molto diverso, The Secret – quanto il sentimento che esse creano dentro di noi. È il linguaggio dell’emozione che parla alle forze quantistiche dell’universo. E per tradurre in realtà una possibilità quantistica dobbiamo impersonare nella vita di ogni giorno ciò che desideriamo.

Pensiamo a come una stessa particella atomica si comporta in stati diversi a seconda di come viene osservata, come dimostrano gli studi di fisica quantistica. Pensiamo al fenomeno dell'entanglement. Segno che viviamo in un universo partecipativo. Possiamo però, in quanto parte dell’universo e universalmente collegati, modificare o cambiare piccole parti di esso attraverso il modo in cui viviamo la nostra vita. Nel regno delle possibilità quantistiche sembriamo essere creati per partecipare alla creazione. Siamo fatti per creare. Dobbiamo prima avere in noi il sentimento dell’abbondanza, della pace, della guarigione, dobbiamo evocare nell’animo le risposte alle nostre richieste di benessere come se fossero già avverate, prima di vederle diventare realtà nella nostra vita. Grazie all’ologramma della coscienza, un piccolo cambiamento che avviene nella nostra vita si rispecchia ovunque nel mondo. Noi esseri umani, dal DNA che costituisce il corpo fisico fino alla struttura atomica del mondo che ci circonda e al funzionamento della memoria e della coscienza, sembriamo essere parte di un’Intelligenza Collettiva che solo ora stiamo iniziando a comprendere.
Nell’articolo Il salto oltre la specie prevedo che l’uomo si staccherà dalle proprie origini biologiche e si affrancherà dai propri limiti fisici scoprendosi il costruttore di se stesso e dell’universo, entrambi manifestazioni della stessa energia, entrando nella singolarità tecnologica.
Ma è importante comprendere fin d’ora che ogni cosa nell'Universo, dalla nostra abbondanza materiale al successo nelle relazioni, dalla pace nel mondo alla guarigione del nostro corpo, è parte di un campo intelligente di energia che unisce le cose, la Matrice, il Campo Unificato. Esso funziona in modo simile a un Computer Cosmico Cosciente, che usa le nostre emozioni e credenze per creare la Realtà in cui viviamo. Per questo è importante rendersi conto dell'inganno delle religioni e dell'importanza di pensare invece di credere.
Non è un caso che il sottotitolo del mio Centro Culturale Candide indichi già, nelle tre C, Conoscenza, Condivisione, Creatività, l’essenza di tutto il discorso, l’insieme delle nostre menti per comprendere l’universo e creare la nostra realtà.
*Centro Culturale Candide


lunedì 28 dicembre 2020

GIORGIO GALLI
di Daniele Vittorio Comero

Giorgio Galli al Salotto Bonomo
 
Una vita spesa a capire la politica
 
Giorgio Galli è stato il più intelligente osservatore della vita politica italiana per alcuni decenni, prima con la sua rubrica su Panorama, poi con libri e interviste, con interventi coerenti e precisi. Non si è mai fatto fuorviare da condizionamenti ideologici e ha sempre affidato l’elaborazione del suo pensiero e la produzione dei suoi scritti a una accurata documentazione e ad analisi disincantate che vengono puntualmente confermate dai fatti. In Affari di Stato del 1991 aveva dipinto un affresco drammatico della corruzione, dei misteri e degli scandali che hanno costituito la “storia sotterranea” dei partiti politici e della società. In ultimo con Storia d’Italia tra imprevisto e previsioni, Mimesis ha svolto un bilancio. Nel Il Golpe invisibile - Kaos Edizioni, 2015 - spiega la degenerazione italiana, riassunta nel passaggio di potere dalla classe imprenditoriale alla borghesia finanziario-speculativa. Questi ceti burocratici parassitari, secondo Giorgio, hanno avviato un processo che può vanificare lo stato di diritto. Infatti, oggi stiamo assistendo a questo diluvio di decreti e dpcm, che dobbiamo consultare per uscire di casa.
 

Daniele V. Comero
al Salotto Bonomo

Quella di Giorgio Galli è una vita vissuta intensamente fino all’ultimo giorno, senza mai mollare, sempre attivo su progetti nuovi, idee di studio per il miglioramento della società, con eleganza e sobrietà. Giorgio Galli è un esempio per tutti, di tenacia e forza di spirito. A chi si meravigliava di tanta energia aveva risposto così: “L’energia mi deriva da una vita fortunata, nel contesto di un’Italia (anni Cinquanta e Sessanta) che dopo i traumi del fascismo, della sconfitta e della guerra civile valorizzava la volontà di ripresa e la meritocrazia (della quale oggi si parla a sproposito). Le scienze sociali mi hanno aiutato nel processo di formazione. Avevo vissuto a Milano, da ragazzo, il terribile inverno 1944 e sembrava impossibile che pochi anni dopo si sarebbe parlato di “miracolo italiano” per il dinamismo economico. Così come, ne parlo nei miei libri, nel 1858 era imprevedibile l’unità italiana nel giro di un triennio. Dalle scienze sociali ho imparato le possibilità previsionali, ma anche il tener conto dell’imprevisto, di fattori ipotizzabili, ma imponderabili. Non il caso e non la necessità, ma probabilità, maggiori o minori. Per l’Italia: o il rassegnato impoverimento (più probabile), oppure la percezione dell’impoverimento (la Fiat in Usa, la Pirelli ai cinesi)....

 
Profetico, i fatti gli hanno dato ancora una volta ragione. Socialista di formazione culturale, aveva iniziato a lavorare all’ENI di Mattei, quando raccoglieva i più brillanti laureati per la sua squadra. Laureato in giurisprudenza si era subito dedicato allo studio della politica favorito da quell’incarico. Scrive un libro sulla storia del Pci, poi sulla sinistra democristiana, allora fucina dei “migliori” della Dc. La battaglia politica è sempre stata misurata con i voti, per cui si è interessato alle elezioni e a tutti i meccanismi connessi. Nei primi anni Sessanta un colpo di fortuna lo porta a Bologna e a dirigere il Mulino e l’Istituto Cattaneo, che aveva avuto una donazione cospicua per svolgere una innovativa ricerca sul comportamento elettorale in Italia. Un progetto complesso e ambizioso, guidato anche da Giovanni Sartori, che ha fatto da fucina ad una scuola bolognese che ha poi gestito, con Andreatta, Prodi e Parisi, un pezzo della futura politica italiana. La ricerca è stata pubblicata in numerosi volumi, con l’utilizzo per la prima volta di tecniche di analisi statistiche avanzate favorite dall’impiego di calcolatori. L’estratto della ricerca è stato pubblicato da Giorgio Galli per Il Mulino nel 1966 con il titolo “Il bipartitismo imperfetto”. Ebbe subito una risonanza incredibile per l’efficacia del titolo, che riassumeva in due parole la monumentale ricerca. Questa capacità di sintesi l’ha mantenuta sino alla fine, come testimoniano i suoi libri e gli interventi pubblicati sul sito www.istitutostudipolitici.it, esercitandola con maestria. Negli anni Settanta è rientrato a Milano, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università Statale, assumendo anche per un anno la presidenza della Società Umanitaria.
Ci siamo incrociati a Napoli nel 1988 ad un convegno della SISE di studi elettorali, da lì è nata una collaborazione insolita durata oltre trent’anni, complementare tra uno storico e uno statistico, con quattro libri scritti insieme e numerosi convegni su temi di analisi politica ed elettorale. L’ultimo impegnativo progetto è la creazione dell’ISPIG, l’Istituto di studi politici diretto e presieduto da Giorgio, nel 2018. Voleva che qualcuno proseguisse le sue ricerche, che si superasse il conformismo accademico, che non tocca mai nulla di veramente importante del nostro sistema politico

 
Giorgio Galli (10 febbraio 1928 - 27 dicembre 2020)
Storico e saggista, già docente di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Milano, è stato uno dei massimi politologi italiani. Già Presidente dell’Umanitaria (1978) e direttore del Mulino. Tra le sue opere: Hitler e il nazismo magico (Rizzoli 1989), Storia dei partiti politici europei (Rizzoli 1990), Partiti politici italiani (1943-2004) (Rizzoli 1991), Mezzo secolo di Dc (Baldini Castoldi Dalai 2004), Esoterismo e politica (Rubbettino 2010), L’impero antimoderno (Bietti 2013), Il golpe invisibile (Kaos 2015). Presidente dell'ISPIG -Istituto di Studi Politici dal 2018.
 

Privacy Policy