CONTRO CUBA
di Eros Barone
L’aggressione contro
Cuba e la desistenza geopolitica*
(Prima parte)
L’attuale crisi energetica che
Cuba sta affrontando non è né un fenomeno naturale né un semplice deficit delle
infrastrutture: è invece il culmine di un assedio geopolitico pianificato con
precisione sistematica nel corso di sei decenni. Ciò che l’isola sta vivendo
oggi è l’intreccio micidiale tra la guerra economica tradizionale – il blocco –
e un contesto internazionale i cui protagonisti, anziché agire per ridurre lo
squilibrio dei rapporti di forza, hanno optato per quella che si può definire
una “geopolitica della desistenza”. In altri termini, Cuba affronta non solo
l’ostilità dell’Impero, ma anche l’abbandono silenzioso di coloro che, in
teoria, dovrebbero sfidare l’ordine unipolare. D’altra parte, il blocco esiste
perché Cuba sfida ancora lo ‘status quo’ e rimane un fenomeno scomodo
all’interno del sistema capitalistico globale. Se Cuba non rappresentasse una
minaccia reale, basterebbe ignorarla, ma il fatto che una simile anomalia – un
paese socialista a soli 145 chilometri di distanza da un colosso imperialista -
debba essere eliminata dimostra che la sua semplice esistenza è intollerabile
per l’ordine che quel colosso intende perpetuare.
1. Un naufragio con
molti spettatori.
Sennonché è necessario chiedersi
che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando i gesti simbolici
sostituiscono le azioni concrete? Che cosa significa davvero sostenere Cuba
quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il
soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello
schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che
resti a guardare un naufragio senza alzare un dito per soccorrere i naufraghi?
Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina
rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della
sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che
dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che
affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione
dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo
interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia,
Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno
adottato una posizione difensiva. Il loro sostegno a Cuba si è ridotto alla
deplorazione formale nelle assise internazionali e alla fornitura di
determinate risorse, senza sfidare strutturalmente il blocco. Non inviano il
petrolio necessario, non creano linee di credito che aggirino le sanzioni, non
scortano i rifornimenti all’isola con le loro navi. Se viene chiesto loro di
motivare un simile atteggiamento, la risposta è quella del politico opportunista:
il momento non è giusto, i costi superano i benefici, dobbiamo essere realisti.
Ma il realismo, in un contesto di natura bellica, è solo un altro modo di
muoversi verso una capitolazione precoce.
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| Si credono i padroni del mondo |
Comportandosi in tal modo, stanno
facendo un errore di calcolo strategico che la storia non mancherà di punire.
Ogniqualvolta uno Stato che ha un certo potere permette all’ordine egemonico di
distruggere un anello della catena senza costi, l’ordine, che su quella catena
si fonda, si rafforza e l’Impero si avvicina di un altro passo a sottomettere
coloro che credevano di essere al sicuro. Il messaggio che da coloro che
pretendono di essere realisti viene inviato alle proprie popolazioni e ad altri
Paesi dipendenti è quindi terribile: la solidarietà è un lusso che non possiamo
permetterci; occorre desistere; sappi che, quando arriverà il tuo turno, sarai
solo.
Tutto si svolge come se una sorta
di identificazione con l’aggressore fosse all’opera, un meccanismo con cui un
soggetto sottoposto a una forza superiore interiorizza i valori e la logica di
quel potere per poter sopravvivere. Non si tratta di un tradimento consapevole
ma di un adattamento che, nel tempo, diventa costitutivo della propria
identità: è la sindrome di Stoccolma nel campo geopolitico. Qualcosa di tutto
ciò si verifica con alcuni governi progressisti latino-americani; hanno
incorporato la logica del sistema imperialistico – le sue istituzioni, i suoi
mercati, le sue regole – a tal punto che non possono più immaginare un’azione
politica che rompa con quel sistema, anche se la proclamano necessaria nel loro
discorso. Brasile e Colombia dimenticano che se essi fossero oggi una vera
retroguardia strategica, ciò non sarebbe un favore che farebbero a Cuba;
sarebbe una necessità per sé stessi. Se gli Stati Uniti continuano a
condizionare l’equilibrio nella regione – come fanno con la loro politica di
sanzioni, il loro dominio del FMI, il loro controllo dell’OSA e la loro
influenza sulle forze di destra locali – su chi potranno contare Lula e Petro
quando la marea reazionaria li colpirà? Astenendosi dall’agire con decisione,
avranno bruciato quella retroguardia di cui avranno un estremo bisogno. Il caso
del Venezuela è il più doloroso, perché rappresenta la mutilazione di un
progetto che un tempo era il pilastro della solidarietà regionale. Oggi il
Venezuela ha capitolato di fronte all’attacco terroristico sferrato dagli Stati
Uniti contro la sua dirigenza politica. Il regime di sanzioni estreme e il
rapimento di Maduro e Cilia Flores hanno raggiunto il loro obiettivo. Il
Venezuela ha abbandonato Cuba perché ha abbandonato sé stesso. Se l’Impero può
soggiogare il Venezuela, che possiede le più grandi riserve petrolifere del
mondo, che speranza ha un paese più piccolo senza quella risorsa? Ma i governi
della regione non stanno traendo la conclusione corretta. Invece di unirsi per
rompere l’assedio, si disperdono, negoziano separatamente e sono destinati a
cadere uno dopo l’altro. Alcuni dei piccoli paesi che hanno ricevuto la
solidarietà cubana – medici nei loro villaggi, insegnanti nelle loro scuole,
brigate nel mezzo dei loro disastri – stanno ora voltando le spalle. Quello che
non riescono a capire è che, voltando le spalle a Cuba, stanno contribuendo a
distruggere l’unico tessuto di solidarietà che potrebbe proteggerli quando
saranno sulla linea di tiro. È sempre stato così: tutti quelli che scelgono di
salvarsi da soli finiscono isolati e poi soggiogati.

Il vorace governo imperialista






