UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 3 aprile 2025

NO ALLA GUERRA E NO AL RIARMO!


 
IComitato Contro la Guerra di Milano, in linea coi suoi principi fondativi per cui è necessario creare un ampio movimento contro la guerra in grado di coinvolgere i più ampi settori della società italiana, partecipa e invita a partecipare alla manifestazione lanciata dal Movimento 5 Stelle che si terrà a Roma sabato 5 aprile alle ore 13.00.
Dinanzi agli attacchi da parte di coloro che hanno interesse nel riarmo europeo, da Calenda agli Elkann, riteniamo di vitale importanza far fronte comune per urlare NO ALLA GUERRA e NO AL RIARMO! Questa non è la fase dei distinguo ma dell'unità, volta a ridare al popolo italiano voce in capitolo su tutte le questioni riguardanti la propria sopravvivenza. Per questo, dopo aver aderito con convinzione al Tutti a Casa promosso da varie associazioni, fra cui OttolinaTV e Multipopolare, ci ritroveremo nello spezzone dietro allo striscione #TUTTIACASA che partirà dall’angolo Via Machiavelli/Via Giusti (lato parco).
Comitato Contro La Guerra - Milano

EUROPA GUERRAFONDAIA
Questa è la piazza giusta
 
 

La guerra iniziata il 24 febbraio 2022 si protrae ormai da oltre tre anni causando sofferenze inenarrabili alle popolazioni coinvolte. La Nato e i vertici dell’Unione europea non hanno fatto nulla (…). Al contrario hanno bandito ogni ipotesi di negoziato e hanno alimentato il conflitto rifornendo l’Ucraina di armi sempre più performanti, coltivando il mito di una vittoria militare impossibile da conseguire (…) La prospettiva che si ponga fine alla guerra e si giunga finalmente al cessate il fuoco, a seguito dell’apertura di negoziati fra gli Stati Uniti e la Russia ha suscitato smarrimento nei vertici dell’Ue al punto che il Parlamento europeo nella sua Risoluzione del 12 marzo 2025 ha espresso “sgomento per quanto riguarda la politica dell’amministrazione statunitense di riappacificarsi con la Russia”. La risposta dell’Ue non è stata quella di attivarsi per agevolare il percorso di costruzione della pace, ma, al contrario, quella di prefigurare la continuazione della guerra con altri mezzi. Il Piano ReArm Europe (in seguito pudicamente rinominato Readiness 2030), proposto dalla presidente della Commissione, Ursula von der Layen, propone la mobilitazione di 800 miliardi di euro per consentire un riarmo straordinario dei Paesi europei (…). In questo quadro, il vertice dei “volenterosi” convocato a Parigi, con la partecipazione dei leader europei e del presidente ucraino Zelensky, è un malcelato tentativo di ostacolare il processo di pace. Si viene così delineando un progetto politico demenziale e nefasto per tutti i popoli europei (…) Quella destinata al riarmo è una cifra enorme, sottratta alla sanità, all’educazione, alla difesa ambientale, alla lotta alla povertà (…) La sicurezza si difende costruendo rapporti pacifici fra le nazioni, attraverso il disarmo reciproco e concordato, non attraverso la corsa agli armamenti. Il processo di riarmo serve solo a identificare un nemico, ad attribuire alla Federazione russa il ruolo del nemico, dividendo l’Europa con una nuova drammatica cortina di ferro. Dobbiamo bloccare questo processo prima che divenga irreversibile. Per questo aderiamo alla manifestazione indetta dal Movimento 5 Stelle per il 5 aprile a Roma.


PINO ARLACCHI, ELENA BASILE, PIERO BEVILACQUA, MARIA LUISA BOCCIA, GINEVRA BOMPIANI, ALBERTO BRADANINI, GIACOMO COSTA, ROBERTA DE MONTICELLI, MONICA DI SISTO, DOMENICO GALLO, CLAUDIO GRASSI, RANIERO LA VALLE, LEA MELANDRI, PASQUALINA NAPOLETANO, MONI OVADIA, ALI RASHID, FRANCESCO SYLOS LABINI, LINDA SANTILLI, VAURO

LA CULTURA CRIMINALE DELLA GUERRA



Trieste. “Sarebbe auspicabile che il Porto di Trieste diventasse una base Nato essendo posto in una regione cruciale per il contenimento cinese, sia in termini economico-commerciali sia in caso di un eventuale conflitto mondiale”. “Nelle grosse difficoltà del momento geopolitico con la guerra in Ucraina e in Medio Oriente, ci si apre la possibilità, vista la collocazione geografica e geopolitica del porto di Trieste, che questo diventi una base Nato di sicurezza. Si stanno attrezzando un po'’tutti per creare un porto importante vicino agli scenari dell'Est Europa e pronto a intervenire, a fornire merci e armi, qualora ce ne fosse bisogno in caso di escalation”.
Queste parole gravissime sono state pronunciate da Antonio Paoletti, che è sia presidente della Camera di Commercio della Venezia Giulia e sia presidente di Confcommercio, durante un convegno tenuto sul futuro dei porti di Trieste e Monfalcone, il 24 febbraio scorso, presso la sede della Camera di Commercio, in Piazza della Borsa. Pur essendo le parole più gravi finora dette sulla militarizzazione del porto di Trieste, non sono purtroppo affatto isolate. A gennaio 2023, il ministro Urso ha definito Trieste e Venezia porti di Kiev. Nel settembre scorso, il commissario dell’Autorità Portuale, Torbianelli, rispondendo alla denuncia pubblica del passaggio di mezzi militari nello scalo triestino, ha affermato che si trattava “di mezzi Nato (…) traffici che non si possono fermare”. La stampa locale, nazionale e persino internazionale oramai è chiara sul coinvolgimento di Trieste in due progetti strategici occidentali in funzione antirussa e anticinese. Il primo è il trimarium, che vuole collegare il Mar Baltico, il Mar Nero e il Mar Adriatico, anche militarmente, in funzione antirussa. Il secondo è il corridoio Indo-Mediterraneo, l’alternativa alla Via della Seta cinese, che dovrebbe partire dall’India, passare per il Medio Oriente, anche per la Palestina occupata, e arrivare al Mediterraneo e all’Europa tramite Trieste. Tutto ciò in spregio totale allo status di Trieste, secondo il Trattato di Pace del 1947, che la definisce territorio smilitarizzato, con un porto franco internazionale aperto a tutti i paesi del globo.
Le parole di Paoletti non sono dunque una sparata isolata, ma rientrano in un disegno politico preciso di coinvolgimento di Trieste nelle manovre di una sempre più pericolosa contrapposizione globale, prodromo di una possibile terza guerra mondiale. Tanto che, nel momento in cui Trump apre ad una trattativa con la Russia, l’Ue rilancia il proprio riarmo, con un piano che prevede la spesa di 800 miliardi per le industrie belliche. Dopo averci ripetuto che non ci sono soldi per sanità, scuola, pensioni, salari, servizi sociali e averci di nuovo imposto politiche di austerità!


PRESIDIO SABATO 5 APRILE ORE 10.00 IN PIAZZA DELLA BORSA DOVE HA SEDE LA CAMERA DI COMMERCIO DI PAOLETTI

No al riarmo europeo, no alla terza guerra mondiale, pace fra i popoli!
No a Trieste porto di guerra, sì alla smilitarizzazione e al porto franco internazionale!
  

Coordinamento No Green Pass e Oltre (nogreenpasstrieste@riseup.net)
Fronte della Primavera Triestina 

(primaveratriestina@gmail.com)
Confederazione “Insieme Liberi” 

(info@insiemeliberi.org)
Tavolo per la Pace FVG 

(compax@inwind.it)
Mondo Senza Guerre e Senza Violenze
(trieste@mondosenzaguerre.org
)

A ROMA CONTRO LA GUERRA


 
Troviamoci, tutte e tutti, a Roma, il 5 aprile, all’appuntamento già indetto dal M5S, a manifestare per un’Europa unita per la pace, fondata sulla giustizia sociale e la democrazia, come l’hanno intesa Spinelli, Colorni e Rossi, dal carcere di Ventotene. L’arresto delle stragi in atto a Gaza e Cisgiordania, in tutto il Medio Oriente, Sudan, Congo, Ucraina, Yemen e in altre parti del mondo sono la prima urgenza. Siamo dalla parte delle vittime. Rifiutiamo di essere rappresentati dal governo italiano che non riesce nemmeno a seguire l’esempio di altri governi europei che finalmente chiedono il cessate il fuoco a tutela dei Palestinesi. Un’Europa diversa da quella attuale, unita, federale, dotata di politica estera, con una difesa coerente ed indipendente -  radicalmente alternativa al riarmo sostenuto da von der Leyen - può contribuire alla pace da oggi. Serve un mondo multipolare, che abbia come obiettivo il disarmo globale, sottratto agli interessi dei fabbricanti di armi e dei risorgenti nazionalismi, pronti - come quello propagato dal governo Meloni - a sottomettersi a chi, ancora una volta, vuole spartirsi il nostro continente, a Washington come a Mosca. La strada è lunga e piena di ostacoli, ma a Roma, il 5 aprile, saremo in tanti con le sole bandiere della Pace e dell’Europa che intendiamo costruire. Ci rivolgiamo innanzitutto a tutte le libere associazioni con vocazione di pace, comunità religiose che rifiutano ogni uso aggressivo e strumentale della loro fede, sindacati (il convegno della Cgil può essere una buona occasione per unire le piazze), persone come padre Alex Zanotelli e Moni Ovadia che da tempo c’ispirano.
Cara Schlein, caro Conte, Fratoianni, Bonelli e Acerbo, fate la vostra parte, mettetevi d’accordo e poi troviamoci insieme. 
 
Luciana Castellina
Luigi Ferrajoli
Gian Giacomo Migone
 
Chi desidera aderire alla lettera può rispondere alla seguente mail: giangiacomo.migone@gmail.com
Aggiungo scuse anticipate a chi non desiderasse ricevere questi miei messaggi. Lo comunichi e sarà prontamente cancellato dall’indirizzario.
 
Gian Giacomo Migone

 

UN MIO VECCHIO ED INGENUO SOGNO
di Vittorio Melandri 

 
Intanto che scrivo questa nota, leggo che a Sara Campanella sgozzata lunedì a Messina, si deve aggiungere oggi il ritrovamento in un valigione, del corpo di Ilaria Sula, anch’essa 22enne, scomparsa lo scorso 25 marzo dalla sua casa di Furio Camillo, a Roma. Sempre più angosciato dal tristissimo fenomeno delle donne uccise da uomini, con l’assurdo movente, “per amore”, fenomeno il cui “catalogo” annovera centinaia di casi, migliaia, se si sommano anno ad anno, ovvero una strage, al punto che anni or sono su “il Manifesto” è stato speso il titolo. “La famiglia italiana fa più vittime della mafia”, mi è tornato alla mente che sempre su “il Manifesto”, ho letto un elzeviro di Giuseppe Caliceti titolato “Gli aggettivi ti spiegano le cose”, e ripropongo, forse ingenuamente diinserire nella grammatica italiana ed insegnare (soprattutto a partire dai bambini) una specifica e rigorosa variante. Quando l’aggettivo indicativo inserito nella frase è un aggettivo possessivo, ed accompagna un nome sostantivo che indica una persona umana (da distinguersi dalla persona giuridica, quando appunto umana non è), perda automaticamente il “valore” di aggettivo possessivo e mantenga solo una generica funzione indicativa. Declinato questo al femminile significa (assertivo) che mia madre, mia moglie, mia figlia, la mia fidanzata, la mia amante, la mia compagna, chiunque essa sia, come tutte le persone umane viventi, “appartiene” solo a sé stessa, e quando accosto in una frase il nome aggettivo “mia” al suo nome, è solo per indicare che essa è la persona che mi ha generato, che ha contratto matrimonio con me, o che con me ha instaurato un qualsiasi rapporto umano. Forse da qui a qualche decennio si potrebbe registrare, se non una diminuzione degli omicidi che hanno come vittime le donne e gli uomini come autori, per estirpare questa degenerazione del “patriarcato” ci vorrà più tempo ancora, almeno un cambiamento delle motivazioni, e chi verrà dopo di noi si risparmierà delle abiezioni del tipo, “o mia o di nessun altro”.

VERGATI AL TEATRO DELLA MEMORIA




mercoledì 2 aprile 2025

ECCO TRE PERICOLOSI TERRORISTI ELIMINATI…


Massacrati dalla democrazia
israeliana

L’esercito “più morale del mondo” ieri, 1° aprile, ha ucciso l’ennesimo giornalista palestinese, Mohammed al-Bardawil, assieme a sua moglie e tre figli in un attacco diretto alla loro casa a Khan Younis, Il numero di giornalisti e operatori dei media palestinesi uccisi dal 7 ottobre a oggi è 209. Una mattanza cercata e voluta dai nazisti israeliani!
 
Giuseppe Salamone

IL FUTURO DEL CAPITALISMO
di Günther Thallinger


 
Günther Thallinger è un dirigente dell’Allianz, e qui spiega perché senza uno stato capace di tradurre la volontà collettiva in azione, capitalismo e mercato sono finiti. Il motivo è che i cambiamenti climatici mettono fuori gioco le compagnie assicurative, la più grande invenzione del capitalismo, e insieme il suo asse portante.
 
Le emissioni di CO aumentano direttamente la quantità di energia intrappolata nell'atmosfera terrestre. Non si tratta di un problema vago o futuro, ma di una realtà fisica. Più emissioni ci sono, più energia viene trattenuta. Più energia c'è, più l'atmosfera si comporta in modo estremo. Le tempeste si intensificano. Le ondate di calore durano più a lungo. La pioggia cade più forte. La siccità colpisce più a fondo. Questo è il primo principio. Questi fenomeni meteorologici estremi comportano rischi fisici diretti per tutte le categorie di beni di proprietà umana: terreni, case, strade, linee elettriche, ferrovie, porti e fabbriche. Il calore e l'acqua distruggono il capitale. Le case allagate perdono valore. Le città surriscaldate diventano inabitabili. Intere classi di beni si stanno degradando in tempo reale, il che si traduce in perdita di valore, interruzione dell'attività e svalutazione del mercato a livello sistemico. Il settore assicurativo ha storicamente gestito questi rischi. Ma ci stiamo rapidamente avvicinando a livelli di temperatura (1,5 °C, 2 °C, 3 °C) in cui gli assicuratori non saranno più in grado di offrire copertura per molti di questi rischi. I calcoli si interrompono: i premi richiesti superano quanto le persone o le aziende possono pagare. Questo sta già accadendo. Intere regioni stanno diventando non assicurabili. (Vedi: State Farm e Allstate escono dal mercato assicurativo per la casa in California a causa del rischio di incendi boschivi, 2023). Non si tratta di un aggiustamento di mercato una tantum. Si tratta di un rischio sistemico che minaccia le fondamenta stesse del settore finanziario. Se l'assicurazione non è più disponibile, anche altri servizi finanziari diventano indisponibili. Una casa che non può essere assicurata non può essere ipotecata. Nessuna banca emetterà prestiti per proprietà non assicurabili. I mercati del credito si bloccano. Questa è una crisi creditizia indotta dal clima. Ciò non vale solo per l'edilizia abitativa, ma anche per infrastrutture, trasporti, agricoltura e industria. Il valore economico di intere regioni (costiere, aride, soggette a incendi boschivi) inizierà a scomparire dai registri finanziari. I mercati rivaluteranno, rapidamente e brutalmente. Ecco come appare un fallimento del mercato causato dal clima. Alcuni sostengono che lo Stato interverrà laddove gli assicuratori si ritirano. 



Ma questo presuppone che lo Stato, ovvero il contribuente, possa permetterselo. Tale presupposto sta già cadendo. Coprire il costo di tre o quattro grandi incendi boschivi o inondazioni in un solo anno mette a dura prova i bilanci pubblici. Se si verificano più eventi ad alto costo in un arco di tempo breve, come previsto dalle proiezioni climatiche, nessun governo può realisticamente coprire i danni senza austerità o collasso. (Vedi: 30 miliardi di euro di aiuti per le inondazioni in Germania nel 2021; aumento dei costi degli aiuti per le calamità in Australia nel 2020-2023). C’è anche il falso conforto dell'adattamento, poiché molti rischi non si prestano a un adattamento significativo. Non c'è modo di adattarsi a temperature oltre la tolleranza umana. C'è un adattamento limitato ai mega-incendi, se non quello di non costruire vicino alle foreste. Intere città costruite su pianure alluvionali non possono semplicemente riprendersi e spostarsi in salita. E man mano che le temperature continuano a salire, l'adattamento stesso diventa economicamente impraticabile. Una volta raggiunti i 3 °C di riscaldamento, la situazione si blocca. L'energia atmosferica a questo livello persisterà per oltre 100 anni a causa dell'inerzia del ciclo del carbonio e dell'assenza di tecnologie industriali scalabili per la rimozione del carbonio. Non esiste un percorso noto per tornare alle condizioni precedenti ai 2 °C. (Vedi: IPCC AR6, 2023; NASA Earth Observatory: "The Long-Term Warming Commitment"). A quel punto, il rischio non può essere trasferito (non c’è assicurazione che tenga), il rischio non può essere assorbito (nessuna capacità pubblica) e il rischio non può essere adattato (limiti fisici superati). Ciò significa niente più mutui, niente nuovo sviluppo immobiliare, niente investimenti a lungo termine, niente stabilità finanziaria. Il settore finanziario come lo conosciamo cessa di funzionare. E con esso, il capitalismo come lo conosciamo cessa di essere praticabile. 



Il capitalismo deve ora risolvere questa minaccia esistenziale. L'idea che le economie di mercato possano continuare a funzionare senza assicurazione, finanza e protezione patrimoniale è una fantasia. Non esiste capitalismo senza servizi finanziari funzionanti. E non esistono servizi finanziari senza la capacità di stabilire un prezzo e gestire il rischio climatico. Esiste una sola strada da seguire: impedire qualsiasi ulteriore aumento dei livelli di energia atmosferica. Ciò significa tenere le emissioni fuori dall'atmosfera. Ciò significa bruciare meno carbonio o catturarlo nel punto di combustione. Queste sono le uniche due leve. Tutto il resto è ritardo o distrazione. La buona notizia: abbiamo già le tecnologie per passare dalla combustione fossile all'energia a zero emissioni. Solare, eolico, accumulo di batterie, idrogeno verde, elettrificazione, modernizzazione della rete, efficienza dal lato della domanda: queste sono soluzioni mature e scalabili. (Vedi: IRENA Global Renewables Outlook 2023; McKinsey: "Net-Zero Transition" 2022; ONU: "Raising Ambition on Renewable Energy"). L’unica cosa che manca è velocità e scala. E la consapevolezza che non si tratta di salvare il pianeta. Si tratta di salvare le condizioni in cui i mercati, la finanza e la civiltà stessa possono continuare a funzionare. Mi piacerebbe conoscere le vostre prospettive su come migliorare la velocità e la scala della transizione verso l'energia verde. Condividete i vostri pensieri nei commenti.
 
 

APRILE 2025
 

Ottantesimo dalla Liberazione, democrazia, referendum.   
 
In questo mese di aprile 2025 si apre la campagna referendaria posta in coincidenza con le celebrazioni dell'ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo. L'anniversario del 25 aprile capita in un momento oscuro dove la realtà della guerra minaccia di deflagrare nella dimensione di un conflitto globale, la democrazia appare a rischio in molte parti del mondo mentre si allargano le disuguaglianze e si accentuano vessazioni e ingiustizie. Lo stesso rapporto tra scienza, tecnica e politica non sembra più muoversi nel senso della liberazione dell’umanità ma piuttosto evocando pericoli oscuri di espropriazione delle coscienze. Limitiamo il nostro raggio di riferimento all’Europa e all’Italia: tante cose, in questi giorni, sono state dette e scritte a proposito e a sproposito della realtà storica che rimane comunque il solo parametro utile per stabilire criteri effettivi di verità e di giustizia. È necessario ricordare che per l’Europa la liberazione dal nazifascismo (che avvenne in tempi diversi e con esiti diversi senza dimenticare che gli eserciti di tutto il mondo marciavano sul suolo del continente) rappresentò comunque un momento fondamentale di svolta della storia della quale non vanno assunti i retaggi in maniera unilaterale: occorre continuare a studiarne le sfaccettature e le contraddizioni se si intende cercare di capire cosa accadde allora e interrogarsi su quanto ciò che si verificò ottant'anni fa pesi ancora sulla complessa realtà dell’oggi.


Ma anche un po' di rivolta
non guasta

Per l’Italia la valutazione di ciò che accadde deve mantenersi chiara: dalla Liberazione, dalla lotta al nazifascismo, dalla capacità dei partigiani di liberare in autonomie le grandi città industriali del Nord, nasce la Costituzione e - di conseguenza - la democrazia con tutte le sue difficoltà passate e presenti. Una democrazia repubblicana da intendersi sempre come bene prezioso non semplicemente da conservare ma da arricchire giorno per giorno con il pensiero e l’azione della parte migliore del nostro popolo. Alla qualità della democrazia repubblicana va agganciato il momento politico: un momento politico così difficile contrassegnato da un governo della destra che intende rovesciare i criteri di fondo del nostro agire democratico muovendosi nel solco di quelle che paradossalmente sono definite “democrazie illiberali” oggi ben presenti in tutti gli scacchieri geo politici, ad Est come ad Ovest.
Il tema dei referendum sui temi del lavoro e della cittadinanza che si svolgeranno l’8 e il 9 giugno prossimi non risultano alieni rispetto a questa necessità di esaltare la democrazia repubblicana: anzi vanno considerati parte integrante di un disegno che è necessario porre all’ordine del giorno allo scopo di invertire una tendenza retrograda e oscurantista che sembra prevalere nel nostro dibattito politico avanzando addirittura pretese di egemonia. Non si tratta semplicemente di contrastare il disegno della destra ma di esprimere la capacità di un progetto alternativo di dimensione sistemica riferito sia all’interno delle dinamiche nazionali sia a un quadro sovranazionale. Appaiono indispensabili riferimenti unitari tra le forze che intendono richiamarsi alla democrazia pluralista e al progresso dell’uguaglianza e della solidarietà. L’avvio di questo mese di aprile così intenso nelle scadenze riguardanti l’oggi e il passato ci richiama ad un impegno straordinario su diversi fronti: appuntamenti da non mancare pena il compimento di quell’arretramento storico di cui già stiamo individuando i segni pesanti e pericolosi.
 
Associazione “Il rosso non è il nero” Savona
 

SU PRODI E L’EUROPA
di Stefano Vannucci


Romano Prodi

Ho letto l’articolo di Giacomo Costa su Prodi e l’Europa su Odissea del 19 Marzo. Concordo con le sue osservazioni, ne ho tratto allo stesso tempo un senso di desolazione nel leggervi il resoconto dell’intervista di Prodi rilasciata al Fatto del 15 Marzo, che non avevo letto. Quel senso di desolazione mi è suscitato non tanto da quello che Prodi dice - che è almeno in buona parte corretto - ma da quello che omette, e dalla conseguente debolezza ed inconsistenza del messaggio politico che trasmette. Come fa osservare Giacomo Costa alla conclusione del suo articolo, la cornice di riferimento condivisa per raggiungere e consolidare una situazione di pace e sicurezza condivise non può che essere qualcosa che assomigli ad una ‘legge internazionale’: che non può che essere allo stato attuale la carta dell’ONU. 
Ma la rilevanza - per non dire l’efficacia - della carta dell’ONU presuppone che gli stati aderenti - a cominciare innanzitutto e soprattutto dai membri dotati di armi di deterrenza termonucleare - riconoscano la piena legittimità e la rilevanza dei reciproci interessi, e la necessità di concorrere a negoziare soluzioni reciprocamente accettabili in caso di controversie suscettibili di generare conflitti. Dunque, in sostanza, il comune riconoscimento della realtà di un mondo multipolare. Ed il comune riconoscimento della legittimità degli interessi di sicurezza di ciascuno dei ‘poli’, come minimo. Espressi nel concreto dalle rispettive politiche estere. 
Per dimensioni di economia e popolazione complessiva, l’Europa (intesa nel senso usuale, come entità che esclude la Russia) ha tutti i numeri per essere uno di questi ‘poli’. Ma esercitare tale ruolo richiede la capacità di articolare una propria politica estera, che a sua volta richiede una istituzione di governo unitaria rappresentativa (dunque in pratica legittimata dal voto): che l’UE tuttora non ha, o almeno non ha ancora. Ed è solo sulla base di una comune politica estera, che ha senso parlare seriamente di una difesa comune. Ed è inoltre proprio dalla natura della politica estera prescelta che dipendono necessariamente caratteristiche e dimensioni appropriate della difesa comune. Ora, una UE che rinuncia ad articolare una propria politica estera accettando al contrario di esercitare un ruolo vassallo di un altro ‘polo’, e per di più di un ‘polo’ non disposto a riconoscere la realtà multipolare perché determinato ad affermarsi come unico ‘polo’ dominante sugli altri, è una UE che scommette tutte le sue carte sulla realizzazione della aspirazione del suo polo-guida alla ‘uni-polarità’. E accetta di farlo sebbene sia chiaro che quella aspirazione ‘unipolare’ del polo-guida di cui la UE ha scelto di farsi entità vassalla si è sempre più concretizzata in un accantonamento di fatto della carta ONU e nel conseguente discredito della ‘legge internazionale’. 

E nel concomitante tentativo di rimpiazzarla con un ‘ordine basato su regole’ o ‘ordine liberale’ ossia con un ‘ordine unipolare’.



Questo tipo di entità-vassalla a cui la UE ha di fatto accettato di ridursi non può ora aspettarsi di avere un ruolo significativo sulla scena internazionale senza neanche cominciare a liberarsi dalla condizione di ‘vassallaggio’ (e dal suo polo-guida come tale, non dall’uno o dall’altro dei leaders politici di quel ‘polo’). Tanto più quando il suo polo-guida si trova a sua volta costretto a riconoscere suo malgrado la realtà multipolare delle relazioni internazionali. 
Sono tutte connessioni abbastanza ovvie che ci si aspetterebbe emergessero almeno implicitamente nel ragionamento di un politico esperto e di ‘lungo corso’ come Prodi. E che naturalmente suggeriscono che, una volta riconosciuto infine anche dagli USA che il conflitto ucraino è di fatto essenzialmente un caso di guerra per procura degli USA contro la FR (ed un caso estremo del genere, oltretutto, per la significativa partecipazione diretta di personale tecnico-militare USA), una entità non dotata di una politica estera autonoma dagli USA non può sensatamente essere coinvolta nella trattativa di pace. Niente politica estera propria (cioè autonoma), niente ruolo possibile nella trattativa. E, allo stesso tempo, nessun possibile ritorno di credibilità per la legge internazionale senza un pieno riconoscimento della realtà multipolare da parte di tutti. Eppure, queste connessioni piuttostoovvie sono evidentemente assenti nel ragionamento di Prodi. Che, in particolare, insiste a rivendicare un ruolo negoziale per la UE senza sollevare il problema della costruzione di istituzioni europee in grado finalmente di identificare un interesse comune europeo, e di articolare sulla base di tale interesse una politica estera europea autonoma. Come minimo, molto ma molto deludente. La via da fare per un ritorno alla ragionevolezza dei paesi europei sembra ancora lunga. E spero di sbagliarmi, ma i destini della UE mi sembrano al momento ancora più grami.
 
[Siena 31 Marzo 2025]
 

 

 

 

 

 

 

 

 

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