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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
martedì 5 maggio 2026
LA GENTILEZZA
E LA DOLCEZZA
di Angelo Gaccione
Sono tante le qualità che possiamo trovare in un essere umano,
tuttavia non saprei dire, fra la dolcezza e la gentilezza, quale sia più
ammirevole. La prima sembrerebbe una qualità innata, una virtù forse inscritta
nel dna e che si eredita, perciò non tutti la possiedono. È così intimamente
connaturata alla persona da formarne il carattere. La seconda attiene
all’educazione, alla propria formazione morale, e si può conquistarla solo con una
profonda consapevolezza che implichi il rispetto degli altri, la vicinanza
solidale con i propri simili, con ogni essere sensiente che ci circonda. Non ho
più dimenticato la perorazione della dolcezza che se ne fa nel brano di un
famoso racconto: “Una donna dalla bellezza conturbante può tenermi avvinto per
il tempo del mio turbamento; ma una donna dolcissima può fare quello che vuole
del mio cuore, può disporne a piacimento ed io le sarò sempre devoto” e
concludeva: “La bellezza senza dolcezza è frigida”. E la gentilezza? Ho scelto
in proposito le definizioni che ne danno tre personalità differenti: il
musicista tedesco Ludwig va Beethoven: “Io non conosco nessun altro segno di
superiorità nell’uomo che quello di essere gentile”; lo scrittore americano
Mark Twain: “La gentilezza è un linguaggio che il sordo può sentire e il cieco
può vedere”; il grande militante e teorico della nonviolenza, l’indiano Mohandas Karamchand Gandhi: “Con la gentilezza si può scuotere il mondo”. Tre visioni
che conferiscono alla gentilezza un valore enorme. Beethoven ne fa un segno di
distinzione superiore a tutti gli altri, e Mark Twain vede nella pratica
concreta della gentilezza, un linguaggio che non ha bisogno di parole. Un
linguaggio fatto di gesti che diventano cura, attenzione, disponibilità,
disinteresse. Un linguaggio silente, ma prezioso nel suo farsi, nel suo
donarsi, senza chiedere, senza contropartita. Pensiamo soltanto al semplice
gesto di aiutare un anziano ad attraversare la strada. Quanto a Gandhi, l’ha
sperimentata tutta la vita la gentilezza, offrendo persino il suo fragile corpo
agli aguzzini. E li ha scossi con la sua rivoluzione gentile, li ha costretti a
provare orrore della loro ferocia.
IDRA INVITA

Cliccare sulla locandina per ingrandire
Sabato prossimo 9 maggio, fra le 9 e le 13, a Villa Demidoff,
nel Parco Mediceo di Pratolino (locandine e programma in allegato), si tornerà
a parlare di un nodo irrisolto della sanità, dell’urbanistica e dell’ambiente,
che che
riguarda Firenze, l’intera area fiorentina e il Mugello: l’ex sanatorio Guido
Banti. Un gioiello architettonico circondato da un grande abbraccio
di conifere, un tempio della salute impresso nella memoria di generazioni di
cittadini, oggi abbandonato da decenni a dispetto del valore dei luoghi e della
crisi profonda della sanità pubblica che affligge la popolazione in tempi di
investimenti in arsenali bellici piuttosto che in salute e in granai. Attraverso una riflessione
multidisciplinare l’incontro, patrocinato dalla Città Metropolitana di
Firenze e dal Comune di Vaglia, si propone di riaprire una finestra di
attenzione sul caso-Banti e di iniziare a raccogliere un ampio e variegato
ventaglio di proposte perché quel bene sanitario, ambientale, storico e architettonico
esca dalle condizioni di degrado e di pericolosità in cui versa e torni a
rappresentare per la comunità – anche a tappe, anche a pezzi - un valore
fruibile condiviso.
Bentrovati, se anche voi ci sarete! [Idra, Firenze]
![]() |
| Cliccare sulla locandina per ingrandire |
GLI INCONTRI DI APICE
In
collaborazione con il Dipartimento di Studi storici “Federico Chabod”, APICE (Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale) organizza
il seminario L’individualismo anarchico a Milano. Politica, editoria e
arte agli inizi del XX secolo che si terrà martedì 12 maggio 2026
a partire dalle ore 14:30 in Aula 113 (via Festa del Perdono 3, Università
degli Studi di Milano). L’iniziativa si
inserisce nel contesto di valorizzazione del Fondo Giuseppe Monanni conservato
ad APICE. Il fondo comprende l’archivio e la biblioteca dell’editore anarchico
Giuseppe Monanni (1887-1952), attivo a Milano tra anni Dieci e Trenta,
insieme alla compagna Leda Rafanelli (1880-1971), alla guida di diverse
imprese editoriali. La raccolta documenta in modo significativo la cultura
anarchica del periodo, includendo anche riviste rare, materiali
redazionali, corrispondenza e documentazione relativa alla censura e alle
attività editoriali sotto il regime fascista.
Il seminario intende approfondire la
complessità dell’individualismo anarchico milanese attraverso un approccio
interdisciplinare, mettendo in dialogo storia politica, storia delle idee,
storia dell’editoria e storia dell’arte. All’inizio del Novecento Milano si
affermò, infatti, come uno dei principali laboratori dell’anarchismo
individualista in Europa. Giornali, riviste e case editrici animavano un
ambiente dinamico e stratificato, in relazione costante con la politica, il
mondo del lavoro e le arti. Nonostante questa centralità, il fenomeno è rimasto
poco esplorato dal punto di vista storiografico, risultando perciò meritevole
di ulteriori approfondimenti.
Il programma prevede interventi
dedicati a Ettore Molinari, Nella Giacomelli, Carlo Carrà, Ugo Fedeli, Bruno
Filippi, Leda Rafanelli e Giuseppe Monanni.
Introduce Gianfranco Ragona
(Università di Torino), coordina Lorenzo Pezzica (Università di
Bologna). Intervengono Elena Papadia (La Sapienza Università di Roma), Antonio
Senta (Università di Bologna), Virginia Magnaghi (Biblioteca Hertziana-Istituto
Max Planck), David Bernardini, Roberta Cesana, Nicola Del Corno (Università
degli Studi di Milano).
Link per seguire la diretta su
piattaforma Teams https://bit.ly/426XRrF
In
allegato il programma del seminario.
lunedì 4 maggio 2026
INNAMORATEVI DEI DIFETTI
di Angelo Gaccione
Sappiamo bene che la poesia d’amore gronda di aggettivi
magniloquenti in cui tutte le virtù sono esaltate, e che gli innamorati vivono
in un universo separato dove non c’è posto che per i pregi, i soli che gli
occhi del cuore sanno vedere. Nel mondo degli innamorati, almeno finché dura
l’innamoramento, non c’è posto per i difetti, e come recita un proverbio
africano: “Non è mai notte dove ci si ama”. Non si dice, del resto, che l’amore
è cieco? È più facile trovarne traccia nei testi delle canzoni. In quello di
Alberto Testa: Grande, grande, grande, musicato da Tony Renis,
arrangiato da Pino Presti e poi reso celebre da Mina, non si va leggeri. I
difetti “son talmente tanti che nemmeno tu li sai” si legge, e vengono
persino puntigliosamente elencati: bambino capriccioso, la vuoi sempre vita
tu, sei l’uomo più egoista e prepotente… Per fortuna ci sono momenti in cui
l’uomo si riscatta, si trasforma, diventa un altro, ed eccolo diventare grande,
grande, grande, come sa esserlo solo lui. E l’amore torna a fare il
miracolo. Nel lontano 1994 scrissi un testo poetico dal titolo “Mi piaci e
basta” da inserire in una raccoltina di versi amorosi rimasta finora inedita.
Chissà come la prenderanno i lettori, mi sono detto allora, trattandosi di una
difesa dei difetti. L’innamorato si rivolge all’amata e dice di piacergli proprio
“perché sei piena di difetti come me” e soprattutto perché non somiglia
all’aurora, tanto meno a un prato fiorito o a una musica. Perché non è la voce
del mare né la luce del tramonto, e soprattutto perché la luna non gli ricorda
nulla di lei. Mi piaci e basta, le dice, e non c’entrano le sciocchezze dei
poeti. “Mi piaci senza perché, perché non è necessario che ci sia un perché,
e perché ne ho piene le scatole dei perché”. Perché per ogni cosa
dev’esserci un perché? Si domanda, e conclude: “Mi piaci e basta, e vederti
mi rende più allegro, meno difficile la vita”. Qualche giorno fa, staccando
dal calendario da tavolo il foglio del giorno trascorso, vi ho letto questo
suggerimento di un anonimo: “Innamoratevi dei difetti. Dura di più”. Ho
pensato: “Vuoi vedere che è proprio per questo che il mio matrimonio è durato
così a lungo?”.
domenica 3 maggio 2026
LIBERTÀ DI STAMPA
di Zaccaria Gallo
3 maggio 2026 “World Press
Freedom Day”
Caro amico
Direttore di giornale o di telegiornale, caro Redattore o semplice Giornalista,
caro Operatore televisivo o Reporter fotografo, so che la tua missione risponde
a queste parole: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di
espressione, incluso il diritto a non essere molestato per la propria opinione
e a quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, attraverso
ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Ecco perché, oggi, io voglio essere
accanto a te, in questa Giornata che promuove la libertà di stampa e ricorda
coloro che hanno perduto la vita nel perseguire questo diritto fondamentale. Nella
storia moderna, una comprensione comune del principio di libertà di stampa è
nella dichiarazione Universale dei Diritti umani che contiene appunto anche il
diritto alla libertà di espressione: punto di svolta contro la manipolazione
delle informazioni e di tutte le forme di ostacoli che cercano di sopprimere
questa libertà. Tu, sei un mio preziosissimo amico, perché mi consenti, con il
tuo lavoro (e, ormai più spesso, con sacrifici grandissimi) di ottenere giuste
notizie sulla società in cui viviamo. Senza di te mi sarebbe difficile, o
talvolta impossibile, poter discutere liberamente e apertamente su come vanno
guardate le cose e su come dovrebbero cambiare: quando ti leggo o ti ascolto, o
guardo le tue foto, intesso quel dialogo che è alimento della democrazia. E
tutto questo è possibile se esiste la libertà di stampa. Quella libertà che mi
consente di ricevere informazioni che non siano manipolate o al servizio di una
particolare persona, organizzazione, interesse; perché, quando sei libero, io
so che puoi indagare sulle persone di potere, sui governi, che puoi sempre
porre domande difficili e cercare di scoprire cosa stia realmente accadendo,
indipendentemente dalle conseguenze politiche.
Con il tuo lavoro, consegni nelle mani del popolo la forza della democrazia: lo rendi consapevole su quali debbano essere le giuste decisioni da seguire nel momento in cui è chiamato ad esprimersi con il suo voto. E, anche dopo aver votato, mi dai la possibilità di poter controllare se le promesse elettorali di coloro che io ho ritenuto degni di portare avanti idee e progetti, siano diventate realtà vive e vere e non sono, invece, rimaste solo vuote parole. Io e te sappiamo bene che i governi autoritari vogliono mantenere il potere sopra ogni cosa. Avere conoscenza del fatto che siano spesso incredibilmente corrotti, quanto incompetenti, dovrebbe effettivamente mettere in pericolo la loro presa sul potere, a condizione che ai cittadini venga detta la verità. Ma, quando non c’è una stampa libera, quella che tu garantisci ogni giorno, quando il flusso delle informazioni è controllato dal governo o dagli oligarchi, io sono destinato a ricevere una immagine distorta di quello che accade. Però, questa è la mia grande fortuna (ed è per questo che oggi con te celebro questa giornata mondiale): è sapere che tu, nonostante innumerevoli difficoltà, non deroghi all’impegno che ti sei assunto nell’informarmi e nel fermarti dall’indagare per fare emergere la verità. Ho parlato di difficoltà? Scusami! Non ci sono solo le difficoltà, ma c’è sempre il pericolo di perdere la tua libertà personale e tanto spesso, ormai, la stessa tua vita.
Quanto è lungo l’elenco dei tuoi colleghi uccisi, fino a ieri, in ogni parte del mondo, e non solo per un incidente di guerra, ma anche per la proterva decisione di ridurti al silenzio. Le mafie, le oligarchie di ogni colore, hanno paura del giornalismo, hanno paura delle domande: loro quando possono scappano dalle domande, scappano dalle inchieste e, se proprio sono costretti, possono arrivare anche a toglierti la vita. Chi compie il male o compie misfatti ha bisogno di oscurità e silenzio. È quello che accade sotto i nostri occhi negli Stati Uniti di Trump, nella Striscia di Gaza, nei territori palestinesi della Cisgiordania ad opera dei coloni e dell’esercito israeliano, in Turchia, in Ucraina e in Russia, in Messico e in tantissime altre parti del pianeta. Tu sei considerato un pericolo, soprattutto quando operi negli scenari di guerra e diventi un obiettivo: sparano prima a te e poi al nemico. Perché sei un testimone scomodo, soprattutto se fai luce su crimini e genocidi.
Conosco le aggressioni e le violenze, non solo verbali, ma
fisiche e psichiche alle quali ti sottopongono, agli arresti e agli
interrogatori che sfociano spesso in vere torture, agli agguati che si
concludono con l’omicidio (non abbiamo dimenticato Ilaria Alpi). E non possiamo
non tacere la preoccupazione che ci assale se pensiamo al nostro paese, all’Italia,
che quest’anno è retrocessa dal 49° posto del 2025 al 56° posto della
graduatoria Reporters sans Frontieres (RsF, dati ANSA). Il comportamento
dell’attuale maggioranza di governo, la compresenza purtroppo anche di tuoi
colleghi, apertamente adusi a propagare notizie e opinioni false e
dichiaratamente prone verso finanziatori palesi o occulti, ci fa ogni giorno intravedere
quante volte si cerchi di evitare il confronto con opinioni divergenti, quante
volte si eviti il contradditorio con la stampa, e non si tratta solo di un
fastidio, quante volte si orienti l’opinione pubblica in direzioni diverse da
quelle sostenute dalla verità dei fatti. Per questo condivido la tua
preoccupazione (che da cittadino deve essere anche mia): questo approccio
riflette una volontà di controllare fin dove è possibile l’informazione e di
evitare il confronto delle opinioni. Allora, mi rivolgo a te, oggi, che è la
Giornata Mondiale per la Libertà di stampa, per dirti grazie. Senza la tua
libertà non c’è democrazia e senza democrazia non c’’è la mia libertà.
UN BILANCIO
DI LUNGO CORSO
di Carmine
Tedeschi
Angelo
Gaccione, Una gioiosa fatica.
A cura di Giuseppe Langella, La scuola di Pitagora,
Napoli 2025.
Questa
recensione è apparsa lunedì 26 aprile 2026 sulla Rivista letteraria “Incroci”.
Odissea ringrazia l’autore Carmine Tedeschi e il direttore Lino Angiuli per
averne autorizzato la pubblicazione su “Odissea”.
Le due
date del sottotitolo (1964- 2022) individuano un bel
pezzo di vita illuminato dalla scrittura poetica. In pratica, dalla giovinezza
alla piena maturità dell’Autore. Limiti ampi, entro i quali si immagina
facilmente l’operazione selettiva che gli ha permesso di pescare fra le sue
poesie quelle più adatte a formare questa raccolta antologica con un intento
tematico unitario. Raccolta che somiglia molto ad un bilancio di lungo corso.
«Posso con semplicità affermare che la poesia ha riempito la mia vita e me ne
sono nutrito. In maniera discreta, ma continua, l’ho sempre praticata». Così
Gaccione informa il lettore nell’Incipit.
L’esplicita
confessione viene ripresa quale premessa di lettura anche da Franco Loi e da
Tiziano Rossi, rispettivamente ne l’Ouverture e nell’Introduzione,
in capo alla raccolta. Ma se ne ricava anche una conferma implicita
dalla prima occhiata al Sommario, dove i titoli delle sezioni,
tutti al femminile, raggruppano le poesie per sottotemi, in base a diverse
situazioni registrate dalla voce poetante: Le ritrovate, Le illuminate,
Le straniere, eccetera. L’effetto curioso è che a prima vista viene
spontaneo riferire gli attributi a donne sconosciute, per cui ci si aspetta una
lirica d’amore. Ma ti accorgi subito dell’abbaglio: si riferiscono alle poesie
stesse. Le quali con le donne amate hanno tuttavia qualcosa in comune, ed è
l’amore consumato, la memoria, la nostalgia. Perché scrivere poesie è sempre un
atto d’amore, verso qualcuno o qualcosa non importa.
Qui
l’oggetto d’amore esplicato diffusamente nei versi si profila vasto, ma non
indeterminato. Si definisce man mano che la lettura procede. Nasce però da un
bisogno morale già chiaro fin dall’inizio (Loi lo segnala in due poesie di
esordio), che si può identificare nella sete di giustizia, nell’avversione alla
prepotenza e all’inganno, nella pietà per il dolore altrui e quindi umanamente
di tutti. La visuale si allarga perciò dal Sé alla società tutta, agli ultimi,
al travaglio storico attraversato, al presente intossicato dall’odio in dimensione
globale. È questa, la tematica comune a tutte le sezioni, che rende la raccolta
nell’insieme un esemplare di poesia civilmente “impegnata”, come si diceva
caparbiamente una volta (ma perché mai non si deve poterlo dire ancora?).

La copertina del libro
Se
ne rileva facilmente il percorso incontrando le poesie in tal senso più
esplicite, disseminate come pietre nei guadi in tutte le sezioni. Poesie che
fanno affiorare la tematica in modo sempre più chiaro, e si fanno sempre più
numerose col procedere della lettura. Fino ad arrivare a Le incivili e Le
Ultime, segnate tutte dalla passione civile, dove il dettato abbandona
le allusioni, i toni smorzati, i temi relativi a sentimenti e rimembranze
personali, il compianto per le vittime di stragi e attentati avvenute nel
passato, per assumere la forma dell’accusa diretta, del sarcasmo,
dell’invettiva, segnando così il punto di arrivo di un climax che
va dal disincanto e dall’amarezza, all’irritazione, all’indignazione, alla
rabbia.
Proviamo
ad appendere al filo tematico appena descritto qualche testo esemplare.
Pensosità
ed esortazione politica durante i terribili anni Settanta: «Non sparate, /cessate il fuoco per raccogliere i morti/ le coppe di sangue sono ormai colme.
[…] Il nemico dà ordini alle vostre spalle», (Senza titolo, 1977, da Le
Illuminate). «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza/ può fugare i
nostri dubbi./ Ultimi illuministi cadiamo sconfitti/ sotto la morta ragione»
(Senza titolo, 1978, ancora da Le illuminate).
Sentimenti
e affetti privati, proiettati in una amata compagine urbana, tratteggiata a
forti contrasti: «Stupenda notte di Milano/ bella per noi poeti/chi osa ancora
oltraggiarti?/ Dacci la tua musica che ci appartiene/ e i tuoi figli violenti/ La
notte è degli artisti/ il giorno è dei mercanti.» (Mia città mio
cuore, 1982, da Le Milanesi).
Un
monito ad aprirsi alla solidarietà civile in nome di antichi valori in un’epoca
che li ha dimenticati; facile intravedervi il fenomeno dell’immigrazione
osteggiata. «Perché, figli della Magna Grecia,/ vi siete inimicati gli dèi/ rinunciato
alla pietà/ obliato la sacra ospitalità dell’amicizia…?» (A voi figli della
Magna Grecia, 1989; da Le Arrabbiate).
Una
rivendicazione aperta della propria poesia civile: «Ed ora va’ parola mia/ libra
le tue ali sul mondo/ e se ti mettono in catene/ tu mettiti a cantare» (Va’
parola mia, 2000; da Le arrabbiate).
Ancora
contro i benpensanti, schifati dalla presenza sempre più invadente di immigrati
e barboni. Qui, con efficace e feroce antifrasi, i versi fanno il verso
all’orrore, alla ripugnanza che questi “alieni” destano nei beneficiari della
civiltà dei consumi, i quali arrivano ad augurarsi che affoghino nel “mare
grosso”: «Uno sconcio/ davvero un intollerabile sconcio/ avete ragione da
vendere./ Se ogni tanto quei barconi…/ se ogni tanto il mare grosso…/» (Cinquantanove
versi, 2010; da Le dolenti).
Stessa
postura sarcastica dinanzi all’indifferenza generale per i drammatici segni del
cambiamento climatico: «Che farete quando sparirà l’inverno?/ E quando dalle
nuvole non scenderà una goccia/ per anni ed anni,/ che farete, di grazia?» (Poesia
impertinente, 2022; da Le Incivili).
Sono
solo poche citazioni esemplari della tematica portante, purtroppo insufficienti
a significare l’impegno civile nel tempo, sempre più spoglio di riferimenti
espliciti al Sé e sempre più prepotente verso il suddetto ‘oggetto d’amore’.
Tuttavia la poesia dedicata agli affetti intimi, benché minoritaria, non è del
tutto assente dalla raccolta. Solo un esempio: «Parto./ Siate lieti./ E voi che
restate dite:/ “Non è passato invano sulla terra”». (Addio, 2014; da Le
diverse). Ricorda tanto la lirica, affine per soggetto ma molto diversa per
atteggiamento psicologico e resa stilistica, di Caproni: Congedo del
viaggiatore cerimonioso.
In
definitiva, si capisce perché questa raccolta sia stata pubblicata nell’ambito
della collana inventata da Giuseppe Langella per dare man forte alla poesia
cosiddetta “civile”.
https://incrocionline.wordpress.com/2026/04/26/angelo-gaccione-una-gioiosa-fatica-1964-2022/#more-6189

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