UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 4 ottobre 2020

IL PENSIERO DEL GIORNO


Laura Margherita Volante

“C’è chi deve lasciare chi ama
perché la convivenza non è più possibile,
e chi resta senza più amore da dare”.
Laura Margherita Volante

LA BATTUTA



“Insufficienza renale:
bisogna bere un mare di acqua,
per evitare un mare di guai”.
Nicolino Longo

venerdì 2 ottobre 2020

ROMPERE CON LE VECCHIE LOGICHE


Luciano Gattinoni

Il 30 settembre scorso, il professore emerito Luciano Gattinoni, ha inviato al ministro dell’Università Gaetano Manfredi, la lettera che qui pubblichiamo. Due giorni dopo l’economista e noto intellettuale milanese, Marco Vitale, ha aggiunto la sua voce con una lettera aperta al ministro a supporto di quanto segnala Gattinoni, e aggiungendo altre importanti questioni. “Odissea” si associa a queste due autorevoli ed importanti personalità, e si aspetta dal Ministero una decisione rapida e fattiva. I lettori, e quanti condividono questa iniziativa, possono scrivere alla segreteria del ministro alla seguente email:  segreteria.ministro@miur.it  


Il ministro Gaetano Manfredi

Milano 30 settembre 2020

Egregio Ministro,

Sono Professore Emerito dell'Università degli Studi di Milano, attualmente Gast Professor in Anestesia e Rianimazione all'Università di Göttingen (Germania). Credo che l'Università Italiana, quantomeno nel mio settore, non abbia molto da invidiare a più titolate Università internazionali. È inutile sottolineare a Lei che il livello dell'Università dipende da quello dei singoli docenti, la cui qualità deriva da un'accurata selezione. Attualmente è invalso l'uso, di proroga in proroga, delle Procedure di chiamata "riservate" che, da eccezione, sono diventate regola. Sfortunatamente, l'endogamia è madre di cretinismo. Mi risulta che nella mia specialità, Anestesia e Rianimazione, tutti i prossimi concorsi, promossi da Università differenti, siano riservati. Le conseguenze devastanti sulla qualità non si vedranno subito, ma fra 5-10 anni. Incredibilmente nessuno ne parla, nessuno protesta e molti professori, anzi, sono felici di questo comodo stallo. Si è arrivati al punto che l'attuale rettore dell'Università degli Studi di Milano ha fatto della "difesa degli interni" la sua campagna elettorale. Credo sia doveroso un suo intervento a difesa della sostanza e della credibilità dell'istituzione di cui Ella è Ministro. 
Luciano Gattinoni.

P.S. Non so se mai leggerà questa lettera, ma chiunque l'abbia per le mani, rifletta un momento prima di cestinarla.   

    

Una veduta del policlinico di Milano
da via Francesco Sforza

 

Milano 2 ottobre 2020

Ministro dell’Università
Gaetano Manfredi
MIUR


LETTERA APERTA


Marco Vitale

Egregio Ministro,

ho avuto occasione di leggere la lettera a Lei inviata da Luciano Gattinoni, professore Emerito dell’Università degli Studi di Milano e, attualmente, Gast Professor in Anestesia e Rianimazione all’Università di Goettingen (Germania). Conosco il prof. Gattinoni da 25 anni, quando lui era direttore scientifico dello storico Ospedale Policlinico di Milano del quale io ero commissario straordinario. So che è una persona che dice quello che pensa e che pensa quello che dice. Per questo l’allarme che egli lancia nella sua lettera è, sicuramente, un allarme serio e fondato. Lui lo riferisce ad una disciplina che ha onorato con una attività didattica e professionale ai massimi livelli internazionali, tanto è vero che appena ha superato i limiti d’età posti improvvidamente dall’Università italiana, è stato subito invitato da una storica università tedesca dove opera da parecchi anni. Ma, forse, il suo allarme si estende ad altre discipline. Ho apprezzato il Suo lavoro come Ministro che parla poco e opera molto, come Lei ha illustrato in una recente bella intervista. È la combinazione di questi due fattori, l’antica fondata altissima stima che ho per Gattinoni e il recente apprezzamento per il Suo sobrio e da noi inusuale stile di amministratore pubblico, che mi induce a scriverLe, per sollecitare una risposta al prof. Gattinoni e ad auspicare che questa risposta sia pubblica, come il tema merita.
  
L'Università Statale di Milano
        
Oggi i nostri governanti sono quasi ebbri nell’attesa messianica dei “soldi” europei intesi come una specie di bengodi. Ma Lei che è, se non erro, meridionale dovrebbe conoscere che i “soldi” senza “software” servono a poco ed anzi possono fare danni, come ne hanno fatto al Mezzogiorno in decenni di sconsiderato assistenzialismo. I “soldi” europei (se e quando verranno) possono essere come l’ultimo tratto di corda per impiccarci se non metteremo decentemente a posto la nostra scuola, la nostra Pubblica Amministrazione, la nostra giustizia, la nostra sanità e alcune altre cose che non vanno nel nostro Paese, non per mancanza di “soldi” ma per mancanza di intelligenza, di onestà, di responsabilità.
Con auguri di buon lavoro.
Marco Vitale

 

CAPITALE E IDEOLOGIA
di Fulvio Papi

Thomas Piketty

Quando uscì nel 2013 il libro di Thomas Piketty Il Capitale nel XXI secolo, fu generalmente accolto con un certo sufficiente scetticismo che, va detto, influì anche sul livello della mia attenzione. L’uscita quest’anno della sua nuova opera (la continuazione del suo precedente lavoro, egli afferma) è l’occasione per farsi quell’opinione che latitò nella prima occasione. Capitale e ideologia (La Nave di Teseo Ed. 2020, pagg. 1176) è un’opera di proporzioni enormi che per la sua fattura ha richiesto i contributi di numerosi e accreditati studi specialistici di natura storica, economica, culturale, demografica, religiosa e, genericamente antropologica. Va però detto che la “seconda mano” non poteva nuocere per niente al lavoro tenuto conto di quale era l’obiettivo che si proponeva l’autore. La prospettiva è di ordine conoscitivo attraverso l’analisi di alcuni temi definiti un poco categoricamente: la disuguaglianza sociale, gli ordini sociali storici che preludono a quelli attuali, l’analisi dei vari campi ideologici (con una definizione generica ma operativamente condivisibile) e, infine, alcune proposte di natura politica per riparare a guasti clamorosi delle attuali forme di diseguaglianza. Le quali, nel processo di globalizzazione, ha diminuito la distanza del reddito tra i ceti più deboli e quello che si chiamava ceto medio, ma ha aumentato in maniera vistosissima la diseguaglianza tra le classi sociali medie e quelle che, al tempo felice di Veblen, erano chiamate come “classe agiata”. Questo privilegio di parte non solo delle pluralità di forme del capitale (poniamo: fondiario – che esiste ancora – e finanziario) ma anche dei ceti della gestione del capitale stesso e delle modalità sociali ad essa connesse. Fondamentale il quadro ideologico, tuttavia, forse, una attenzione particolare sarebbe stata utile anche al processo mercantile del consumo che avrebbe svelato alcune caratteristiche delle modalità produttive e distributive.  Va aggiunto, per non portare involontariamente il lettore fuori strada, che l’autore è sempre profondamente fedele ai dati statistici (che consentono di misurare la quantità nella dimensione del tempo, e trarne le conclusioni). Non esiste nessuna categoria storica che venga costruita attraverso un puro e semplice gioco concettuale. Per fare riferimento a tradizioni filosofiche ben note, non c’è alcun “oggetto teorico”, il capitale, le sue forme di impiego produttivo con i suoi effetti economici e sociali, che si presenti all’analisi senza essere costruito con un criterio quantitativo. Anche se è d’obbligo aggiungere che la quantità e le sue modalità derivate, è pure circoscritta da categorie di ordine teorico. Il che ha un senso preciso nelle attuali condizioni dell’analisi socio-economica. 


T. Veblen

La stessa conflittualità politica viene costruita nel gioco competitivo contingente che hanno le forze sociali, nel luogo e nel modo in cui si manifestano. Si potrebbe dire che sullo sfondo vi è un riferimento marxiano (Marx è citato più volte) senza che esso possa assumere, secondo un’assoluta linearità storica, alcuna risolutiva dimensione dialettica. L’autore dà certamente per ovvia il declino definitivo di questa forma di pensiero. Ci direbbe, una volta di più, che il capitalismo, con i potenti sistemi di poteri centrali, periferici e popolari, può avere crisi ben più gravi di quelle cicliche ottocentesche, e pure non apre mai verso forme diverse di produzione (anche se esse vengono pensate e in qualche caso marginale persino realizzate). In questo quadro una politica socialista non può che essere l’addomesticamento sociale degli spontanei effetti economici e la difesa della priorità di alcune finalità nei confronti della misura del profitto che è propria di un assoluto mercato economico. Nel libro di Piketty gli elementi dominanti “la spinta del capitalismo” sono due: la proprietà (e qui mi pare un eco di Proudhon) e la diseguaglianza (e qui viene in mente necessariamente Rousseau). 



L’ideologia (non è affatto la forma repressiva dello Stato di Althusser), ma più concretamente, la forma ideale che rende visibile (e accettabile) la diseguaglianza in qualsiasi sistema sociale. Ma l’ideologia si presenta tramite modalità sociali che vanno dalle forme condivise di coazione collettive alle modalità di accessione al mercato, agli stili pubblici della identità, alla formazione stessa dell’inconscio personale (gli psicanalisti sul campo hanno a che vedere con altri fantasmi rispetto all’antico europeo   complesso edipico). E qui penso che il parlare di ideologia, doveva almeno sfiorare questi temi, secondo quella pluridisciplinarità che pure l’autore ritiene indispensabile (e che Sartre aveva rivendicato nel ’57 nelle famose Questioni di metodo contro i “marxisti” francesi dalla testa dura). Questo rapporto tra accettazione della diseguaglianza e ideologia, un poco paradossalmente, come nel Medio Evo può anche dare luogo a rivolte ma non a rivoluzioni che possano rifondare il processo storico ed economico. Poiché il grandissimo storico Cardini sostiene che il giudizio si fa proprio con i se e con i ma, userò anch’io questo criterio. 



Cosa sarebbe accaduto in Russia se la “Nuova Politica Economica” avesse proseguito il suo corso? Se le stragi di Stalin del ’37, parallele all’incremento forzoso dell’industria pesante, non fossero accadute? Avremmo avuto un’altra forma economica rispetto al neo-liberismo? Oppure l’Urss sarebbe stata impotente e distrutta dalla furia criminale di Hitler che sosteneva l’espansione ad Est della Germania?
Nel nostro mondo Piketty probabilmente accetterebbe la formulazione socialdemocratica che, tra le righe, ho proposto, almeno come idea storica. L’autore a questo proposito indica due linee parallele che contrastano il dominio del denaro. L’una è la tassazione progressiva dei redditi (che è nella nostra Costituzione) ma qui va detto che un’iniziativa sarebbe possibile solo, data la pluralità di propositi che essa richiede, da parte di una classe politica che assomigli un po’ all’Assemblea del Terzo Stato piuttosto che all’approssimazione pubblicitaria. Secondo punto, persino più grave, il dominio che i poteri delle Corporations internazionali di fatto esercitano su residui storici molto fragili, quali sono certamente ormai alcuni stati europei. Il discorso di Piketty diventa un’analisi politica.


T. Piketty

Un secondo tema del nostro autore contro la proprietà e per la giustizia, è l’istituzione di una patrimoniale. Ma qui sarebbe necessario stabilire che cosa è un “patrimonio” dopo che per quasi mezzo secolo è aumentata la polverizzazione della ricchezza privata, mentre è aumentato (con colpe ben precise) il debito pubblico. Sono considerazioni molto generiche che andrebbero quantificate. Non vorrei che la patrimoniale fosse in concreto un reperto ideologico. Ho seguito l’autore con una esposizione critica: aggiungerò che è indispensabile una conoscenza chiara dei poteri e dei loro interessati intrighi e connessioni. Se si considera che questo è un tema centrale di Piketty,  i problemi si complicano.   

DUE OTTOBRE GIORNATA DELLA NONVIOLENZA
di Peppe Sini
 

Viterbo. Il 2 ottobre è la Giornata internazionale della nonviolenza, proclamata dall'Onu nell'anniversario della nascita di Gandhi. Dovrebbe avere la stessa importanza del 25 aprile, del 2 giugno, del 10 dicembre; dovrebbe essere celebrata in tutte le istituzioni; in tutte le scuole si dovrebbero fare iniziative di riflessione e impegno; in tutte le piazze e in tutte le case si dovrebbe festeggiare e meditare. Invece a tredici anni dalla sua istituzione da parte dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite continua ad essere negletta.
Eppure ogni persona pensante comprende l'assoluta necessità che l'umanità abbracci la nonviolenza prima che la furia della violenza da noi stessi assurdamente e scelleratamente esercitata su noi stessi esseri umani e sulla natura ci cancelli dalla faccia della Terra.
Ogni persona pensante sa che con gli armamenti attualmente a disposizione la guerra può portare all'estinzione dell'umanità.
Ogni persona pensante sa che il disastro ambientale provocato dall'avidità dei poteri dominanti e da stili di vita insostenibili sta avvelenando, devastando e distruggendo quest'unico mondo vivente casa comune dell'umanità intera e di tutti gli altri esseri viventi.
Ogni persona pensante sa che solo la scelta cognitiva, morale e politica della nonviolenza può salvare l'umanità dalla catastrofe.
Cosa si attende ancora?
Cosa si attende ancora a riconoscerci come un'unica umana famiglia?
Cosa si attende ancora a riconoscerci parte e custodi di quest'unico mondo vivente, responsabili della salvaguardia del miracolo della vita?
Cosa si attende ancora ad abolire la violenza e a far nascere la civiltà della misericordia, della solidarietà, della generosità, della responsabilità e della condivisione?
E' giunta l'ora di abolire la guerra.
E' giunta l'ora di abolire la fame.
E' giunta l'ora di abolire la barbarie della violenza e scegliere e costruire la civiltà della nonviolenza, dell'umana convivenza, dell'aiuto reciproco, del bene comune.
Cominciando dal disarmo.
Cominciando dalla cooperazione fra tutti i popoli e tutte le persone per garantire una vita degna ad ogni essere umano.
Cominciando dall'abolizione di ogni abuso e di ogni schiavitù.
Cominciando dal rispetto e dalla cura per ogni persona e per l'intero mondo vivente.
Cominciando dalla condivisione del bene e dei beni.
*
La "Giornata internazionale della nonviolenza" del 2 ottobre è un appello:
Eppure ogni persona pensante comprende l'assoluta necessità che l'umanità abbracci la nonviolenza prima che la furia della violenza da noi stessi assurdamente e scelleratamente esercitata su noi stessi esseri umani e sulla natura ci cancelli dalla faccia della Terra.
Ogni persona pensante sa che con gli armamenti attualmente a disposizione la guerra può portare all'estinzione dell'umanità.
Ogni persona pensante sa che il disastro ambientale provocato dall'avidità dei poteri dominanti e da stili di vita insostenibili sta avvelenando, devastando e distruggendo quest'unico mondo vivente casa comune dell'umanità intera e di tutti gli altri esseri viventi.
Ogni persona pensante sa che solo la scelta cognitiva, morale e politica della nonviolenza può salvare l'umanità dalla catastrofe.
Cosa si attende ancora?
Cosa si attende ancora a riconoscerci come un'unica umana famiglia?
Cosa si attende ancora a riconoscerci parte e custodi di quest'unico mondo vivente, responsabili della salvaguardia del miracolo della vita?
Cosa si attende ancora ad abolire la violenza e a far nascere la civiltà della misericordia, della solidarietà, della generosità, della responsabilità e della condivisione?
E' giunta l'ora di abolire la guerra.
E' giunta l'ora di abolire la fame.
E' giunta l'ora di abolire la barbarie della violenza e scegliere e costruire la civiltà della nonviolenza, dell'umana convivenza, dell'aiuto reciproco, del bene comune.
Cominciando dal disarmo.
Cominciando dalla cooperazione fra tutti i popoli e tutte le persone per garantire una vita degna ad ogni essere umano.
Cominciando dall'abolizione di ogni abuso e di ogni schiavitù.
Cominciando dal rispetto e dalla cura per ogni persona e per l'intero mondo vivente.
Cominciando dalla condivisione del bene e dei beni.



La "Giornata internazionale della nonviolenza" del 2 ottobre è un appello:
che l'umanità lo ascolti.
Che ogni giorno sia il 2 ottobre, che ogni giorno si contrasti la violenza con la scelta della nonviolenza, che ogni giorno la nonviolenza sia in cammino.
Salvare le vite è il primo dovere.
Sii tu l'umanità come dovrebbe essere.
 
[*Responsabile del "Centro di ricerca per la pace,
i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo]

 

INNAMORAMENTO


Opera di Vinicio Verzieri

“L’innamoramento arriva come un temporale,
per andarsene con l’ultimo debole tuono”.
Laura Margherita Volante
 

giovedì 1 ottobre 2020

LA “GUERRA FREDDA” DIGITALE
di Franco Astengo
 
Opera di Vinicio Verzieri

Deficit digitale e deficit cognitivo: c’era una volta 
la “contraddizione principale”.
 
Mi permetto di cogliere soltanto una frase estrapolata dall’importante intervento di Vincenzo Vita apparso oggi, 30 settembre, sul “il Manifesto”, sotto il titolo “Editoria il buio oltre la siepe”.
Riporto allora questo passaggio: “Come se il sistema cross-mediatico non fosse una componente cruciale del capitalismo cognitivo e delle piattaforme”.
Rilevo questo punto per affermare come, nel tentativo di ridefinire la centralità delle grandi contraddizioni sociali nell’intreccio tra moderno e post-moderno, il deficit digitale corrisponda ormai per intero al deficit cognitivo.
L’avvio di un principio di colmatura di quella soglia deve diventare centrale nell’elaborazione di un progetto di alternativa. Nell’articolo in questione ci si limita a scrivere di editoria ma da lì, dal punto rilevato delle componenti del “capitalismo cognitivo” è obbligatorio partire per sviluppare un ragionamento sull’insieme dell’attualità nell’approccio alla conoscenza.
Il tema della conoscenza digitale va affrontato allo stesso livello della contraddizione relativa al rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del genere umano. Un tema che deve essere affrontato attraverso l’elaborazione di un modello che mi sono permesso di definire, pur nelle critiche, di una “società sobria”. Proprio la coda della globalizzazione ripiegatasi in emergenza sanitaria ci impone di pensare per l’elaborazione di un nuovo “socialismo della finitudine” in cui il tema della capacità cognitiva, intesa in termini di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale, ha assunto una funzione centrale nell’elaborazione di una progettualità alternativa.
Non possiamo limitarci ad assistere allo scontro tra le grandi potenze che sulla base della lotta per il dominio in questo campo stanno rimodulando termini che richiamano direttamente alla “guerra fredda”.
In uno dei momenti più terribili mai attraversati nel corso della modernità la ricerca dell’uguaglianza nel “conoscere” e nel “sapere” attraverso lo sviluppo della tecnologia digitale, diventa fattore centrale di un progetto di cambiamento a livello sistemico.
Il gap tecnologico tende ad allargarsi e a rendere strutturali le disuguaglianze: una grande questione politica, che equivale a quella della guerra, del clima, dello sfruttamento, al riguardo della quale non sono più ammessi ritardi sul piano della progettualità e dell’impegno diretto.

PER SPORE
di Michele Brancale


Michele Brancale

C’è in Angelo Gaccione un lungo allenamento nell’arte dell’epigramma e del gusto del paradosso grazie al quale riesce a dare ai suoi versi, contenuti simili a quelli espressi dalle parabole (come nella lirica 26):


Beati i poveri perché…

quello che lasceranno da morti

ai vivi non nuocerà”.


La scioltezza raggiunta in Spore è frutto di una riflessione seria e affettiva sulla vita, con un tratto esistenzialista che si coniuga con un’ironia mai caustica, depositando verità che come quei batteri che si chiamano, per l’appunto, “spore”, resistono in condizioni estreme fino a rigenerare una vita:


“(…) Ero padre anch’io,

ma me ne accorsi

quando persi te”.


Questo accade a non poche piante.


La copertina del libro

Le spore di Gaccione germinano sulla pianta del tempo dell’autore, dal ricordo materno dell’infanzia al distacco paterno, alla soglia raggiunta della quasi anzianità, fino a una linea di confine che lascia intravedere un’altra durata oltre quella che sperimentiamo in questa vita.
Si può portare il carico della comprensione di quanto vissuto e di quanto si potrà vivere anche con l’apparente leggerezza dell’epigramma e Gaccione riesce a farlo con capacità magnetica e affettiva e con una cura stilistica che predilige prevalentemente settenari, ottonari e novenari in una media di due strofe.

DANTESCA
di Franco Toscani


 
 2. Il tema della superbia nel Purgatorio dantesco
 
Nel X Canto del Purgatorio alle anime dei superbi è imposta la meditazione dei due opposti dell'umiltà (la virtù) e della superbia (la colpa che si purga), dove l'insistenza dell'autore è particolarmente sulla vanità dell'umana superbia. In Dante è sempre vasto tanto il campo delle colpe e dei vizi umani come la superbia, l'alterigia, l'iracondia, la violenza, la protervia, la megalomania, la vanità, l'orgoglio, la presunzione, il disprezzo, la gloria, etc. quanto il campo delle virtù come l'umiltà, la pietà, la giustizia, la misericordia, l'amore, la bontà, etc.
Dante sottolinea ad esempio la giustizia e la pietà dell'imperatore Traiano, il suo gesto di maxima humiliatio nei confronti del dolore materno di una "vedovella" "miserella" (cfr. Purgatorio, X, 77, 82, 93), gesto così commentato dal Benvenuto: "Certe maxima humiliatio fuit quod altissimus princeps ita inclinaret imperatoriam maiestatem ad audiendam mulierculam plorantem sub superbis signis, in campo martio superbo, inter equites superbos".
Ma proprio caratteristiche e qualità umane mirabili come l'umiltà, la mitezza, la cortesia, la gentilezza, la generosità, la pietosa sollecitudine, la bontà vengono considerate dai superbi e dai prepotenti come inequivocabili e vergognosi segni di debolezza. I superbi sono forti, sprezzanti coi deboli e sono deboli, servili coi forti, perciò sono esseri spregevoli e ignobili, come la prepotente consorteria degli Adimari: "L'oltracotata schiatta che s'indraca/ dietro a chi fugge, e a chi mostr 'l dente/ o ver la borsa, com'agnel si placa" (Paradiso, XVI, 115-117. Sulla stirpe degli Adimari e su tutti coloro che sono animati da spirito di sopraffazione e di prepotenza si veda lo sdegno di Dante anche in Inferno, VIII, 31-63).
Nel X Canto del Purgatorio, bassorilievi marmorei propongono esempi di umiltà esaltata e di superbia punita. Il contrasto e la tensione fra l'antica superbia e l'umiltà riscoperta sono avvertiti con una forte e drammatica intensità.
I superbi sono una schiera di anime procedenti lentamente e faticosamente, curve, sotto il peso di enormi macigni. I volti, un tempo superbi e altezzosi, ora sono costretti a chinarsi verso terra; i superbi si piegano e contorcono, la loro grandezza falsa e proterva è scomparsa completamente.
Dante insiste sulla stupida vanità della superbia umana, dei "superbi cristian, miseri lassi", infelici dimentichi della miseria comune a tutti gli uomini, ciechi di mente ("de la vista de la mente infermi", cfr. Purgatorio, X, 121-122), che ripongono la loro fiducia in cose effimere e vane, illudendosi di salire in alto, ma ripiombando in realtà nella disgrazia. Anche altrove il Nostro conferma la sua critica più volte ribadita del comportamento reale dei cristiani e l'esigenza pressante di un ritorno alla pratica evangelica genuina: "Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:/ non siate come penna ad ogne vento,/ e non crediate ch'ogne acqua vi lavi./ Avete il novo e 'l vecchio Testamento,/ e 'l pastor de la Chiesa che vi guida:/ questo vi basti a vostro salvamento./ Se mala cupidigia altro vi grida,/ uomini siate, e non pecore matte,/ sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!/ Non fate com'agnel che lascia il latte/ de la sua madre, e semplice e lascivo/ seco medesmo a suo piacer combatte!" (Paradiso, V, 73-84).
Riferendosi al paragone dell'uomo col verme, un tema biblico e patristico presente anche in Agostino d'Ippona (il quale rileva in un importante trattato esegetico del 416, In Iohannis Evangelium, I, 13: "Omnes homines de carne nascentes quid sunt nisi vermes?"), Dante scrive: "non v'accorgete voi che noi siam vermi/ nati a formar l'angelica farfalla,/ che vola a la giustizia sanza schermi?" (Purgatorio, X, 124-126).
Il poeta sottolinea che l'anima umana, come "angelica farfalla" (Purgatorio, X, 125), si ritrova nuda di fronte alla giustizia divina, rispetto alla quale non può sperare alcun vantaggio da tutti quei beni terreni - come le ricchezze, il potere, gli onori, la fama - che garantiscono solo una gloria vana e sono transitori; soltanto sulla terra essi sono ragione di orgoglio e danno l'illusione della potenza. Non vi è invece alcuna ragione di insuperbire, dato che siamo "entomata in difetto" (cfr. Purgatorio, X, 128), ossia come insetti imperfetti, come bruchi che non hanno ancora compiuto il loro sviluppo.
Grande è la pena e la sofferenza dei superbi ("qual più pazienza avea ne li atti,/ piangendo parea dicer: 'Più non posso' ", cfr. Purgatorio, X, 138-139), perché grave è la loro colpa, grande il loro peccato, con cui vengono letteralmente rovinate le vite degli individui e va drammaticamente sprecato il senso stesso della vita umana.
Grande è la "caligine del mondo" (cfr. Purgatorio, XI, 30) provocata dalla superbia, caligine perché offusca la mente dei mortali quando intendono fare dell'uomo l'Onnipotente, qualcosa di simile a un Dio. La nebbia del peccato e del male offusca la purezza delle anime e oscura l'orizzonte della nostra esistenza.
Già per il pensatore presocratico Eraclito di Efeso la βρις fu il peggiore dei mali umani, in quanto misconoscimento del senso della misura e trasgressione insensata/rovinosa dei limiti posti agli uomini. Infatti egli scrive nel frammento 43 (Diels-Kranz): "βριν χρ σβεννύναι μλλον πυρκαϊήν" ("Bisogna spegnere la superbia ancor più di un incendio").
 

L’AFORISMA


Opera di Vinicio Verzieri


Il piacere di avere torto è l’occasione per crescere
chiedendo scusa”.
Laura Margherita Volante

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