UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 9 novembre 2014

ALZIAMO LA TESTA
I potenti del mondo vogliono divorare le risorse del mondo
ed il sangue dei popoli, è necessario far loro paura.









CLAUDIA AZZOLA
ACQUA

Non tormentate l’acqua delle campagne
che non sarà torrente,
solo acqua del campo, pelle del seme,
pelle di animali, anche dell’istrice,
miraggio della libellula lacustre,
non ferite acqua-vena,
acqua che brilla tra odori,
acqua-fiore- pane-mangiare,
quando tutto vacilla in un’epoca
storta; mi stendo pacificante
dove la sete è ombrosa, a lume di fosso,
peso meno di tutte le mie molecole,
di tre milioni di anni di concrezioni;
fui acqua del barone, del vescovo-feudatario,
di qualsiasi uomo violento, attivo, spezzato,
perennemente alla cerca di preda,
ma non sono acqua-nazione,
acqua della carrucola,
della forza di trazione del braccio;
non tormentate con l’uso insensibile,
anch’io mi spavento al latrato dei cani,
non scorticatemi viva
nei miei fragili insondabili nervi,
non smaterializzate la mia sostanza
simbolica, di ninfa che s’accasò in me,
me risonante, me stagnante, me fossile
libertaria come animali già stati e che sono.


Per una alleanza sull’acqua.
di Emilio Molinari


La ripubblicizzazione dei servizi idrici si è arenata in un vicolo cieco. A tre anni dal referendum solo Napoli ha trasformato il servizio da SPA in house ad azienda speciale.
I successi del movimento stanno: nell’aver fermato la Multiutility del Nord, respinto a Cremona il tentativo di far entrare i privati nella gestione in house, impedito ad ACEA di vendere altre quote, scorporato l’acqua a Trento e si spera anche a Reggio Emilia e aperto una discussione in Toscana con alcuni sindaci sullo scorporo da Acea....
L’ostilità dei governi e l’attacco allo stesso referendum erano scontati. Ma ciò non spiega il perché del vicolo cieco in cui si è arenato il movimento. Credo sia tempo di rivedere criticamente, non il contenuto della ripubblicizzazione in se, ma la strategia con la quale è stato perseguito, improntata al rigido spartiacque della coerenza al vincolo quasi ideologico dell’eliminazione delle SPA in house. Prescindendo dalla realtà, dai rapporti di forza, dalla capacità di farsi capire dalla gente, dai limiti stessi presenti nel risultato referendario che, al di la della volontà degli elettori, di certo è che fermava l’obbligatorietà all’ingresso dei privati.
Non c’è stato un percorso, dove accumulare forze, con tappe e obbiettivi intermedi da cui ripartire con le alleanze possibili.
 Anzi, alla rigidità è stata aggiunta una campagna sulla “obbedienza civile”con relativa autoriduzione delle tariffe, che non poteva che arenarsi.
In questa visione, oggettivamente tutti i Comuni, tutti i sindaci e tutte le aziende in house non potevano che diventare avversari da attaccare. E il movimento connotarsi come parte di un fronte di sacrosante “resistenze” territoriali, ( No Tav, No Mose, No Expo, No dal Molin, No al gasificatore,No alla precarietà, No agli sgomberi delle case, ecc…) tenuto assieme da un involucro politico/ideologico “ il fronte antagonista dei beni comuni” . Uno recinto, nel quale le ragioni dell’acqua, la novità della sua cultura inclusiva, si sono perse assieme all’anima universale, il linguaggio popolare, la capacità di dare passione a tanti e costruire ampie adesioni e alleanze.
Da qui l’impantanamento tra radicalità e interpretazioni giuridiche, localismi, attività sindacali sulla tariffa, ricorsi ai tribunali.


Facciamo una pausa di riflessione per ripartire.
Proviamo a pensare come nostri interlocutori e possibili alleati tutti quei Comuni e (perché no) anche a quelle aziende in house, che resistono ancora all’ingresso dei privati o quelle che vorrebbero disfarsi dei privati.
C’è una relazione profonda tra la volontà di privatizzare i servizi pubblici locali e quella di svuotare d’ogni ruolo e  credibilità i Comuni, che dovrebbe avvicinare le due condizioni. L’alleanza non sarebbe solo una opportunità, ma una strategia politica da perseguire.
Oggi tutte le istituzioni sono sotto attacco e i Comuni sono la prima linea. Vincoli economici, soppressione/privatizzazione, Sblocca Italia, ne sono l’espressione.
E sono in prima linea a reggere l’urto dei cittadini arrabbiati per la decadenza e la soppressione dei servizi, il degrado del territorio.
La sottrazione di sovranità alle istituzioni ad ogni livello è la politica di questo nostro tempo. Dalla troika al trattato USA – UE si va prefigurando un nuovo ordine mondiale che privatizza la politica e la trasferisce alle sedi finanziarie e ai tribunali arbitrari delle Multinazionali. Leggete un po’ la politica di Renzi come anticipazione di questo nuovo ordine.

Un esempio sono gli organismi extraistituzionali sull'acqua.
Le multinazionali sono diventate soggetti decisionali e attori ufficiali della “Governance”, termine che oggi sostituisce i “Governi politici e rappresentativi.”
Il Consiglio Mondiale dell'acqua, partecipato dall'ONU è presieduto da SUEZ e VEOLIA ( a loro volta controllate da Goldman Sachs).
Il CEO Water Mandate, delegato dall'ONU, con più di 100 aziende multinazionali di tutti i comparti produttive, impegnate ad assicurare acqua alle loro produzioni.
Da una parte c’è lo svuotamento delle istituzioni e dall’altra la mercificazione dei beni comuni, di tutta l’acqua, da quotare in Borsa e istituzionalizzare la compra vendita dei diritti al suo sfruttamento.
Negli USA – Canada – Cile – Australia, la compravendita dei diritti allo sfruttamento dell’acqua è già operante e per darne una idea un magnate texano  ha comprato un lago in Alaska e lo rivende all'Arabia Saudita e alla Cina.
In Cile, l'acqua dei fiumi è lottizzata e venduta all'asta e la concessione ha la priorità sui bisogni essenziali degli abitanti del luogo. Il Water grabbing è la realtà di tutta l’Africa
Nella Detroit della crisi dell'auto, 90000 persone sono private dall'accesso all'acqua perché indigenti.
In EXPO, è la multinazionale Barilla a lanciare un Protocollo Mondiale sull'alimentazione e la politica e l’associazionismo corrono ad aderivi, ribaltando ogni ruolo. A Nestlè viene delegata la piazza tematica dell’acqua mentre l’acqua pubblica di Milano viene esclusa.

C’è un contesto che correre verso il suicidio idrico.
15 milioni di persone all’anno si devono spostare nel mondo solo per effetto di scelte tecnologiche inerenti all’acqua.
Alla domanda di acqua del 2030, verrà a mancare il 40%;
Il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città e la metà degli abitanti dei grandi Centri vivrà in baraccopoli, con problemi d'acqua potabile, servizi igienici, smaltimento dei rifiuti e reti energetiche.
E’ una realtà che scarica sui Comuni e le aree metropolitane tutti i drammatici problemi di questo secolo, al contempo privandoli di ruolo, di poteri e di risorse.
La corruzione e l’impotenza screditano la politica e le istituzioni, dall’ONU in giù, fino ai Comuni e cresce nei movimenti l’idea di combatterle, lasciarle affondare poi si vedrà. Ma il nostro compito è altro. E’ quello, di riconquistarle in quanto istituzioni, alla politica, al bene pubblico, alla fiscalità generale per le opere e i servizi di interesse generale. Difendendone il ruolo con la stessa volontà con la quale difendiamo la Costituzione.


Ecco, ripartire dall’acqua con i Comuni che vogliono ritrovare l’orgoglio e la volontà di “disobbedire” e non solo sui diritti civili.
Ripartire per mettere in sicurezza l’acqua potabile e i servizi pubblici come la raccolta dei rifiuti.
Per affermare il diritto all’acqua potabile e ai servizi sanitari.
Per costruire una rete di Città dell’acqua ( water policy), ma anche di imprese pubbliche e in house, che si muovano con in testa la visione di quale città progettare. Non con l’anarchia dei costruttori, ma con i cittadini, il territorio agricolo e l’acqua circostante. Con i contadini veri con i loro prodotti ( food policy). Una rete che in Italia e in Europa sia in grado di fare politica. Soggetti, capaci di strappare ai governi leggi e direttive.
Per rimuovere assieme gli ostacoli alla riappropriazione delle quote delle SPA in mano ai privati : A2A  ACEA   IREN  HERA.
Per promuovere incontri tra sindaci di tutto il mondo affinché l’ONU concretizzi quella che è stata una grande vittoria del movimento: la risoluzione del 2010 con la quale l’acqua potabile e i servizi igienici, sono diventati un diritto umano.
Per costituzionalizzare il diritto all’acqua e promuovere Protocolli, Trattati e organismi internazionali politici, garanti del diritto all’acqua e non del suo commercio, che fissino regole, principi, quantità e ne sanzionino le violazioni.
Per impedire la formazione di grandi multiutility nazionali e quotate in borsa.


Per dotarsi di una Carta dell’acqua, nella quale gli aderenti si impegnano a:
- Promuovere l’acqua pubblica del proprio acquedotto.
- Promuovere la cultura del diritto all’acqua.
- Fuoriuscire dalla logica della tariffa, garantendo il diritto ai 50 litri al giorno per ogni persona e il risparmio con una tariffa progressiva.
- Non togliere l’acqua a nessun cittadino o immigrato, Rhom o baraccato.
- Dare vita ad un fondo con le imprese, per progetti nel Sud del mondo attraverso partenariati pubblico/pubblico.
Il movimento dell’acqua ha indicato a tutti un qualcosa di straordinariamente nuovo.
Qualcosa da cui partire non solo per realizzare gli obiettivi in se, ma per riprendere a ragionare sul nostro tempo, sulla necessità di una nuova visione della politica e dei movimenti con al centro i diritti universali.
L’abbozzo per trovare la strada perduta da una politica agonizzante e per chiamarla a salvarsi e a salvare la democrazia.




SALVIAMO LA MADRE ACQUA
di Alex Zanotelli



Con questo scritto padre Alex Zanotelli ci sprona a riprendere la battaglia
per l’acqua pubblica, contro i farabutti che vogliono vanificare la grande
vittoria del Referendum del Giugno 2011.

“Tra i tanti processi di privatizzazione dei servizi pubblici in corso, quello dell’accesso all’acqua è il più criminale,” ha scritto l’attivista Roberto Lessio nel suo libro All’ombra dell’acqua.
“Un progetto folle a cui possono credere solo persone profondamente malate , ammalate del nulla”. E in questo paese sono tante le persone ‘ammalate del nulla’, che spingono di nuovo l’Italia verso la privatizzazione dell’acqua. E questo nonostante il referendum (11-12 giugno 2011), quando 26 milioni di italiani hanno sancito che l’acqua deve essere tolta dal mercato e che non si può fare profitto su un bene così fondamentale .
A tutt’oggi il parlamento italiano è stato incapace di rispondere a questa decisione popolare con un’appropriata legislazione. Eppure lo scorso anno duecento deputati hanno preparato un disegno di legge che non si riesce a far discutere in parlamento. La ragione è che il governo Renzi sta perseguendo una devastante politica di privatizzazioni. Con “Sblocca Italia” e la “Legge di Stabilità”, Renzi offrirà incentivi agli enti locali che privatizzano i servizi pubblici. È il tradimento del Referendum.
Il governatore della Campania Caldoro ha fiutato bene questo clima e il 31 luglio ha fatto votare al Consiglio regionale la finanziaria con due maxi-emendamenti: uno, sul condono edilizio e l’altro sulla privatizzazione dell’acqua. La Regione Campania affida così alle società operanti sul territorio, soprattutto alla Gori, non solo la gestione e distribuzione dell’acqua, ma anche la captazione e l’adduzione alla fonte. Per di più Caldoro ha deciso di costituire presso la giunta una Struttura di missione con grandi poteri sulla gestione dei servizi idrici, togliendoli agli enti locali.
Abbiamo reagito con forza come comitati acqua della Campania con una vivace campagna mediatica. Anche il governo ha impugnato il maxi-emendamento perché in contrasto con i principi fondamentali della legislazione statale in materia. “Troveremo un’intesa con il governo”, ha replicato Caldoro, che è deciso a procedere sulla via della privatizzazione.  Tutto questo mette in pericolo l’Abc (Acqua Bene Comune) di Napoli, un comune che è passato da una gestione Spa ad un’Azienda Speciale, uno strumento che non permette di fare profitti.
Napoli è l’unica grande città in Italia che ha obbedito al referendum ed ha dimostrato che si possono gestire i servizi idrici con un’Azienda Speciale. L’errore del sindaco De Magistris è stato che, nonostante le pressioni dei comitati, non ha “messo in sicurezza l’Abc”. Così anche l’acqua di Napoli potrebbe capitolare alla spinta privatizzatrice di Caldoro. A raccogliere i frutti di questa operazione di Caldoro sarà l’Acea (Roma) di Caltagirone che si sta espandendo in Toscana e ora tenta di prendersi l’acqua del Meridione. L’Acea detiene il 37% delle azioni della Gori, che ha una gestione molto contestata di 76 comuni dell’area vesuviana.
Al Nord sono in atto le stesse manovre di unificazione fra Iren (Torino-Genova) e A2a (Milano Brescia) a cui guarda con interesse Hera (Emilia Romagna). Rischiamo così di avere una grande multiutility, che gestirà l’acqua del Nord. Quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi è di una gravità estrema. È la negazione del Referendum. Davanti a questo scenario, mi viene spontaneo chiedermi: “Dov’è il grande movimento dell’acqua? Dove sono i 26 milioni di italiani che tre anni fa hanno votato per la ri-pubblicizzazione dell’acqua? Ma soprattutto dov’è la chiesa italiana, le chiese, le comunità cristiane su un tema così fondamentale come l’acqua, la Madre di tutta la vita sul pianeta Terra?”. La chiesa si batte contro l’aborto, l’eutanasia e la pena di morte in nome del ‘Vangelo della Vita’, così deve oggi battersi per il diritto all’acqua come ‘diritto alla vita’ come afferma la teologa americana Christiana Peppard nel suo volume Just Water.
È questo il tempo opportuno per credenti e non, per riprendere con forza l’impegno per proclamare l’acqua diritto fondamentale umano. Per questo chiedo a tutto il movimento per l’acqua pubblica di ricompattarsi e di rimettersi insieme sia a livello locale, regionale, nazionale ed europeo. Mettiamo da parte rancori e scontri e continuiamo a camminare insieme! A livello regionale dobbiamo contrastare la spinta alla privatizzazione dell’acqua e opporci alle multiutilities.
A livello nazionale, dobbiamo fare pressione sul parlamento italiano perché discuta subito la Legge sull’acqua, firmata da duecento parlamentari. E’ possibile che il movimento Acqua del Lazio si impegni a dei “sit-in” davanti a Montecitorio? Dobbiamo batterci contro le politiche del Governo Renzi contenute in  “Sblocca Italia” e nella “Legge di Stabilità”, che spingeranno i Comuni a privatizzare  i servizi pubblici.
A livello europeo, dobbiamo fare pressione sui parlamentari a Bruxelles, perché boccino il “Piano Acqua Europa 2027”, noto come “Water Blueprint” e contestino la Commissione Europea che si è rifiutata di prendere in considerazione l’iniziativa dell’Ice (Iniziativa dei cittadini europei) sull’acqua ,che ha ottenuto oltre un milione e mezzo di firme in sette paesi.
A livello internazionale continuiamo a sostenere come movimento Acqua, il vasto movimento contro il T-Tip (Partenariato Transatlantico per gli Investimenti e il Commercio tra Usa e Ue) e il Tisa (Trattato sui servizi pubblici  sotto l’egida della Wto), che spingono verso la privatizzazione di tutti i servizi pubblici.
Infine, in un momento così grave, chiediamo alla Conferenza Episcopale Italiana (Cei) di dichiarare che l’acqua è un diritto fondamentale, invitando tutte le comunità cristiane a impegnarsi a fianco del movimento per l’Acqua pubblica in Italia e a scrivere una lettera come quella del vescovo cileno  Luis Infanti della Mora: “Dacci oggi la nostra Acqua  Quotidiana”.

“La crescente politica di privatizzazione è moralmente inaccettabile, scrive il vescovo Luis Infanti (che con il suo popolo ha impedito che l’Enel  costruisse 5 dighe in Patagonia), quando cerca di impadronirsi di elementi così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria: gli esclusi! Alcune multinazionali che cercano di impadronirsi di alcuni beni della natura, e soprattutto dell’acqua, possono essere legalmente padrone di questi beni e dei relativi diritti, ma non sono eticamente proprietarie di un bene dal quale dipende la vita dell’umanità. È un’ingiustizia istituzionalizzata che crea ulteriore fame e povertà, facendo sì che la natura sia la più sacrificata e che la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri in particolare”.

venerdì 7 novembre 2014

MILANO IN VERSI E NON SOLO
Non perdetevi questi due incontri milanesi,
si parlerà della città e si leggeranno versi.
Può essere una buona occasione per fare
il punto su molte cose.
Martedì 11 e Venerdì 14 Novembre 2014
ore 18, allo Spazio Culturale Emmaus
in Galleria Unione 1 a Milano (MM3 Gialla Missori)
(MM1 Rossa Duomo).



lunedì 27 ottobre 2014

Intellettuali


Con questi scritti di Angelo Gaccione e di Franco Dionesalvi,
“Odissea” apre il dibattito sulla mai sopita questione degli intellettuali

TUTTI SPARITI GLI INTELLETTUALI?   
 di Angelo Gaccione

Angelo Gaccione (foto: Fabiano Braccini, 2014)

Lo scorso 29 settembre, Luigi La Spina, ha avviato un dibattito sul quotidiano torinese “La Stampa” con un suo scritto dal titolo: “Se l’Italia non ha più intellettuali”. I giorni successivi sono seguiti altri interventi di autori diversi. Questo è quanto pensiamo noi sul problema.

Forse più semplicemente andrebbero cercati dove sono, gli intellettuali, per trovarli. Se facessimo questo ci accorgeremmo che ci sono eccome, gli intellettuali, e che il loro numero è molto più consistente di quanto si creda o si voglia far credere. Ed anche la loro influenza non è poi così marginale all’interno del corpo sociale nel suo insieme. Quelli di cui parlo io stanno con gli emarginati, con gli oppressi, e ne sono parte integrante: non si comportano come un arto separato dall’insieme. Non fanno i suggeritori di questo o quel potere per ingraziarselo, per averne un posto a tavola, o, alla peggio, le briciole che dalla tavola cadono. Mettono al primo posto l’interesse collettivo e non chiedono nulla per se stessi. Nei confronti del potere non hanno alcuna riverenza, e hanno scelto, come ebbe a dire Hegel a proposito della condanna di Socrate, “la grande collisione” con il potere.  
C’è una massima indiana che dice: “Venduta la coscienza si può commerciare di tutto”; ecco, essi rifiutano di fare mercimonio della loro coscienza. Ed anche se fuori e “contro” il potere della comunicazione istituzionalizzata, hanno i loro ambiti di espressione e di azione attiva, e svolgono da anni, come dice il mio amico filosofo Fulvio Papi, un prezioso ruolo di studio, conoscenza, interpretazione e critica, producendo, con mezzi ìmpari, il meglio dell’intelligenza sociale.
La loro elaborazione intellettuale si sostanzia e si oggettiva in quel prisma multiforme della società civile che volta a volta si mobilita sui temi più drammatici e complessi della contemporaneità. Dalla inalienabilità dei beni collettivi alla tutela del territorio;
dal conflitto fra risparmio e spreco alla cura della città; dalla tutela pubblica dell’acqua come bene primario e sacrale ai diritti; dalla minaccia atomica e nucleare alle ravvicinate possibili catastrofi. Dalla messa al centro della legalità alla difesa della democrazia e della Costituzione. Tutto quanto di più urgente in questi decenni è stato dibattuto (e per cui si è scesi in piazza), è stato elaborato da una sorta di intellettuale collettivo che dentro queste ragioni si annida. Basta prendersi la briga di sfogliare una serie di riviste, di giornali massicciamente presenti nella Rete, di blog, di ciclostilati diffusi durante eventi nazionali di rilievo o scioperi operai, manifestazioni di donne, di disoccupati, di ambientalisti, di studenti di ogni ordine e grado. Basta sfogliare i dieci anni cartacei del giornale “Odissea” per verificare la quantità di intelligenze che quelle pagine hanno ospitato; quanti materiali di primo piano, quante ragioni e quante proposte concrete. Non c’è chi possa smentire il fatto che in questi anni il gruppo di “intellettuali” di Odissea ha tenuto alto l’impegno per la moralità, per l’etica pubblica, con una critica feroce contro la corruzione pubblica e privata come poche volte si era visto in questo Paese. Parte delle idee lì prodotte, sono state fatte proprie da gruppi organizzati e anche da qualche partito politico, fosse solo per presentarsi, dopo la deriva di questi anni, con un abito meno lercio.
Non hanno calcato le scene questi intellettuali; non hanno fatto spettacolo. Hanno studiato, approfondito e hanno fatto girare le loro idee e i loro scritti nei luoghi poco frequentati dalle soubrette televisive della cultura. O si ritiene che i comitati sardi che hanno raccolto dati e prove sull’avvelenamento militare della loro isola e si battono perché i colpevoli del disastro paghino, intellettuali non lo siano? Che non lo siano le teste pensanti di Legambiente, Greenpeace, WWF, Emergency, Medici Senza Frontiere, dei comitati milanesi che hanno denunciato quanto di opaco e corruttivo c’era in certe scelte dell’Expo, noi di Odissea che abbiamo censito l’invadenza mostruosa di amianto di cui siamo sommersi, e via enumerando?
Se si crede che intellettuali siano solo i nomi di quanti affollano i talk show televisivi, allora sì, gli intellettuali sono spariti ed il loro ruolo è divenuto privo di autorevolezza e trascurabile; puramente decorativo. Se invece si sposta la traiettoria dello sguardo sulla ricchezza vitale di quella parte di società che è ancora capace di elaborare idee e di fare proposte, spesso opponendosi con decisione alle scelte sconsiderate e immorali dei gruppi dirigenti della Nazione, e a dire no a quelle scelte, di intellettuali necessari ce ne sono quanto basta, e noi siamo fra questi.





INTORNO AGLI INTELLETTUALI
di Franco Dionesalvi
Franco Dionesalvi

In principio furono gli anni Settanta.
A quel tempo gli intellettuali si riconoscevano nel progetto rivoluzionario che attraversava il mondo, e volevano essere parte di quel progetto. Così fustigavano i loro costumi, castigavano le loro vesti, stigmatizzavano i potenti e rivendicavano l’alternatività del loro ruolo. Poi fu il riflusso. Mancata la rivoluzione, si rinunciò pure all’impegno obbligatorio nelle canzoni, nei film, negli spettacoli teatrali.
Quel riflusso non è mai terminato; anzi, si è perfezionato. E gli intellettuali sono diventati del tutto organici a quello che Pasolini chiamava consumismo edonista, e che oggi è ipermercato totalizzante, che attraversa gli spazi, anche grazie all’evoluzione tecnologica, e prende e domina tutte le strade e tutte le case.
Non vale per tutti; ci sono poche, lucide eccezioni di intellettuali che hanno mantenuto indipendenza di giudizio, e, da angoli sempre più costretti, dicono i loro punti di vista al mondo. Ma la maggior parte sono diventati pubblicitari, declamatori di prodotti di successo, ottimizzatori di fiction televisive, ruggenti protagonisti di talk show.
Laddove non è mancato il coraggio, ha provveduto la fame. Di certo è latitante una opposizione colta alla società di Mc Donald’s e dell’Ipad 6, relegata all’eroico e molto minoritario attivismo di frange giovanili che non riescono, fra un hamburger e una puntata di “Amici”, a sentirsi felici.
Restano, per fortuna, le buone poesie, i quadri che risvegliano lo spirito eroico, le musiche che parlano alla mente e al cuore. Più forti dei loro stessi autori, più lungimiranti dei loro produttori. Capaci di tener viva quella fiammella di senso e di significato, di rivoluzione e di amore, che resta scritta nel dna degli uomini e delle donne e comunque contrasterà sempre lo strapotere dell’egoismo, della corruzione e del denaro.  



sabato 18 ottobre 2014

LA BIOGRAFIA IMPOSSIBILE                                                                     
Angelo Gaccione conversa con il filosofo Fulvio Papi sul libro
La biografia impossibile” (Ibis Edizioni, pagg. 128 € 14,00)

Fulvio Papi nel suo studio (foto: Fabiano Braccini. Archivio "Odissea"

Gaccione: Se permetti vorrei cominciare dal titolo del tuo libro: La biografia impossibile. Tu dai ragione di questa impossibilità nella nota introduttiva. Nella prefazione scrivi: “Si possono scrivere biografie intellettuali, mondane, sociali e politiche perché in questo caso è l’oggetto che seleziona la narrazione. Ma biografie che immaginino di raccontare la verità di una esistenza sono impossibili”. È perché nessuna esistenza è lineare; perché ogni vita appartiene ad altre vite; perché l’io non fa che selezionare e ricordare solo alcuni frammenti rimuovendone altri, o per la sua propensione alla menzogna? Per restituire un’immagine di sé sempre e solo positiva, cioè mistificante e mistificatoria?
Papi: “È possibile che una autobiografia selezioni dalla propria esperienza quelle memorie che al pubblico possono parere esemplari, o almeno possono riuscire esemplari a se stessi. Si sceglie una immagine prediletta, quella che avrebbe costituito la “realtà” delle ragioni che danno un particolare rilievo alla stima di sé. Non credo alle menzogne costruite volutamente: penso che non siano accettabili nemmeno da chi le scrive. È certo che c’è sempre una memoria che valorizza e c’è sempre una rimozione. E tuttavia un tentativo di verità può tentare di superare questi ostacoli. Tuttavia è sempre un tentativo perché ogni vita è fatta da congiunture che si combinano tra di loro e ciascuna di esse è costruita da elementi relativamente casuali che nel momento che accadono mostrano una loro necessità, ma in quanto generano combinazioni nel tempo, provocano una serie di linee spezzate, ciascuna delle quali può guardare al percorso come appartenesse a una propria essenza, ed è da questo punto di vista che nasce il pregiudizio di aver trovato la verità della propria vita. Questo non significa che in assoluto non si possa scrivere, ma anche la scrittura, con tutti i problemi che pone, è un problema congiunturale che può essere risolto in modi molto diversi, ponendosi il problema della verità. Ma in questo caso si dà luogo a una selezione che deriva da uno stile piuttosto che da un altro e conduce a una forma di verità che è lo stile veritativo di chi scrive. In breve si possono sempre scrivere autobiografie, ma si deve sapere che esse sono a loro volta un frammento congiunturale della vita e che può essere costruito con diverse e ottime intenzioni, ma non può immaginare di essere lo specchio veritativo di un’esistenza che nel tempo abbia una sua finalità unica e lineare”. 
Gaccione: Io sono un appassionato lettore di biografie e di epistolari: mi piacciono soprattutto quelli degli artisti, dei letterati e dei musicisti. E anche quando so che mentono spudoratamente, perché hanno l’occhio rivolto ai posteri, vi trovo comunque frammenti utili, tratti psicologici preziosi, notizie indispensabili. E se sono letterariamente valide, le biografie, ne apprezzo il fascino dello stile che le riscatta come genere, e non mi preoccupo della mancata verità o della menzogna aperta. Però il carteggio fra Van Gogh e il fratello Theo, per esempio, scava in profondità dentro un’esistenza di dolorosa verità umana, senza infingimenti. La biografia di Bonura Le radici del tempo, per citare un autore nostro contemporaneo, fa altrettanto. L’autore si racconta con la spensierata ingenuità poetica di un fanciullo. Quando ciò avviene, noi troviamo in quelle pagine, elementi utili non solo per conoscere risvolti che servono ad illuminare il percorso di uno scrittore, le sue manie, le sue idiosincrasie, ma finiscono per irrobustire le nostre moralità per l’esemplarità in cui quelle vite si sono svolte, per la tensione che le anima. Personalmente quando ho delle rovinose cadute depressive, quando dubito che si possano cambiare le cose, rileggo le vite umanissime ed esemplari di uomini come Carlo Cafiero o Errico Malatesta, e mi ritempro. Sopporto con maggior forza le mie avversità. Penso, ad esempio, che ogni pittore che non ha avuto il successo che merita, dovrebbe leggere le vite degli artisti di Montmartre al Bateau-Lavoir nel primo decennio del Novecento, o le biografie dei tanti musicisti la cui vita è passata attraverso mille traversie. Ne trarrebbero insegnamenti salutari e giovamenti.
Papi: “Le lettere sono molto importanti e possono essere documenti molto rilevanti per costruire una biografia, tuttavia ogni lettera ha un suo tempo e una relazione con l’esperienza. È il biografo che ordina, secondo un criterio che gli pare pertinente, questo tessuto epistolare come documento veritativo di una vita. Il che è del tutto normale; del resto nessuno crede che una storia della battaglia di Stalingrado dia tutta la verità di quello che è accaduto, ma solo un senso o più sensi che erano connessi con la battaglia. Le consolazioni antidepressive con la lettura di importanti biografie è una tecnica molto personale, efficace quando è efficace. Dal canto mio spesso penso alla casuale nullità della mia esperienza proiettata nelle tragiche dimensioni del mondo che mi invitano ad accettare quelle che sono (o credo di essere) piccole circostanze del tutto casuali”.                                                       
Gaccione: In una delle tante nostre conversazioni, facendo riferimento a questo libro, tu hai usato un verbo che mi ha molto colpito, tant’è vero che mi è rimasto in mente in maniera vivida e non l’ho più dimenticato. Mi ero sempre ripromesso di chiedertene ragione. Il verbo è scorticato. La frase completa era più o meno questa: “Scrivere questo libro mi è costato molto, mi sono scorticato”. È per quella sorta di pudore personale che ogni biografia che si fa pubblica deve vincere, superare, o per qualcosa di più intimo, di più privato, di più esistenziale?
Papi:Scorticato (che per la verità ha un suono un po’ eccessivo) vuol dire solo che ho cercato di togliere la corteccia protettiva al mio albero della vita e vedere i fatti e le persone al di là del modo in cui le ho metabolizzate nei due modi opposti: con una disattenzione pragmatica o con una elaborazione mitologica”
Gaccione: Il tuo libro mi è piaciuto molto per la sobrietà; per il modo austero con cui tiene a bada l’enfasi dell’io, che in molte biografie tende a debordare. Pericolo mortale che rischia di inficiare qualsiasi buona intenzione.
Papi: “Dalla precedente riflessione deriva necessariamente un “io” che accetta le sue varianti, le sue insufficienze, la sua povertà e il senso che ebbero le sue azioni. Un io senza sintesi e senza divenire mai un personaggio”.
Gaccione: La prospettiva da te scelta, in questa composizione, mi è parsa molto efficace; l’indice stesso la chiarisce. Procedere per segmenti, desideri, sensazioni, a volte per semplici impressioni, per scarti.  Un modo completamente diverso di strutturare una biografia: più da montaggio filmico che da lineare canonico genere letterario.
Papi: “Non ho affatto una conoscenza approfondita del genere filmico. Penso tuttavia che un montaggio con un personaggio che è uguale e del tutto diverso possa essere un poco sconcertante. Letterariamente mi pare più facile ottenere questo risultato, basta abbandonare il genere ‘storia di’”.
Gaccione: Vorrei chiudere questa nostra conversazione con un episodio che nella biografia tu racconti nel capitoletto intitolato Vergogna. È un episodio che io trovo molto toccante e che mi ha particolarmente emozionato. È quel mancato contatto su un tram  affollato (non so dire quanto volontario o quanto spensierato, ma pur sempre colpevole), fra te giovane e tuo padre ormai anziano. Non vi dividevano che pochi passi. Il fatto che tu vi ritorni con la memoria a distanza di tanti anni e in un’età così matura, credo sia un gesto di risarcimento e che quel senso di colpa ti abbia accompagnato a lungo. Non ti nascondo che mi ha fatto frullare nella mente l’idea per un racconto. Mi ha fatto anche pensare alle mie di distrazioni, per il tempo che ci divora, per aver rimandato certi incontri come se il tempo concesso alle nostre vite fosse eterno. Mi porto dentro anch’io molti di questi rimorsi. Ma soprattutto mi ha fatto pensare a certi atteggiamenti meschini (questi sì, apertamente e deliberatamente colpevoli) di miei conoscenti, figli di genitori umili. Divenuti studenti universitari o migliorato lo status sociale -grazie ai tremendi sacrifici dei loro padri onestissimi ma poveri, spesso analfabeti e dai mestieri umili,- ora si vergognavano di loro, da piccoli borghesi in cui si erano trasformati. Essere cresciuto in una famiglia comunista, mi ha almeno preservato da questo ipocrita “decoro” piccolo-borghese. Io partivo dal principio che la loro povertà fosse il segno tangibile della loro onestà. Di non aver sottratto nulla a nessuno. Da giovane ne ebbi la certezza leggendo Balzac: “Dietro ogni grande fortuna c’è il delitto”. I libri dei filosofi e dei teorici delle rivoluzioni, me ne daranno in seguito la conferma.
Papi: “L’episodio che tu ricordi quando un ‘me stesso’ egoista, stupido, privo di riconoscenza, per il comodo della propria solitudine, evita per pochi passi, di salutare il padre ormai anziano che si reca al lavoro, ha il giusto titolo di ‘Vergogna’. Più passano gli anni, più è vivo in me un senso di insufficiente e colpevole disattenzione per quanto mio padre, con una silenziosa donazione, ha contribuito alla mia ‘crescita’. La sua vita piena di onestà morale (da socialista sfuggì tutti i lavori anche più qualificati che richiedevano la tessera fascista) e di dedizione al benessere familiare, e, principalmente al mio, mi appare oggi un esempio di rettitudine e di donazione dell’esistenza. Che ho compreso (tardi) quando l’io ‘romantico’ concentrato su di sé, perdeva le sue proporzioni enfatiche e si comprendeva sostanzialmente nel dovere come professore e nel lavorare come filosofo, cercando di fare l’una cosa e l’altra al mio meglio, forse in questo comportamento, c’era un po’ il ricordo del padre. Tuttavia troppo tardi per riconoscergli il merito che del resto non avrebbe voluto riconoscere, tanto generosa e schiva era la sua attitudine alla vita. Per questo, comunque siano andate le cose, devo ritenere quell’episodio una vergogna”.  


BOOKCITY MILANO 2014





BIBLIOTECA VIGENTINA
  
CORSO DI PORTA VIGENTINA 15
Tel:02 -88 46 65 799 -MM3- CROCETTA

VENERDI 14 NOVEMBRE 2014 : ORE 17.00

LA FORMA E L’ASPETTO
ANNO VI
 
Incontro con gli autori:
Silvio Aman
Alessandro Boccardi 
Cesare Vergati

Seguirà rinfresco

                     



Grande successo per la IV edizione del Mese della Cultura e Lingua Italiana nel Principato di Monaco. Ha partecipato anche il Principe Alberto II. Forte affluenza di pubblico e istituzioni.L’Ambasciatore Antonio Morabito: “il Made in Italy conquista ogni confine”



 Monaco.“La cultura vince sempre e il Made in Italy non conosce confini”. Si è espresso così l’Ambasciatore d’Italia Antonio Morabito, tracciando il bilancio della IV edizione del Mese della Cultura e Lingua Italiana nel Principato di Monaco che si è svolto dal 1° al 31 ottobre, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica italiana e di S.A.S. Alberto II e del supporto delle istituzioni monegasche, in primis Governo del Principato di Monaco – Direzione Affari Culturali e Direzione Turismo e dei Congressi. “Questo Mese, da me ideato quattro anni fa, nonché la straordinaria partecipazione di istituzioni pubbliche private e di cittadini è la testimonianza più evidente della volontà di far avanzare l'Italia e le sue energie migliori” ha aggiunto l’Ambasciatore, sottolineando che tutti gli eventi in programma sono stati autofinanziati, grazie al contributo di istituzioni pubbliche e private monegasche, associazioni, sponsor e aziende italiane, senza alcun aggravio per il bilancio dello Stato italiano. Arte, moda, design, cinema, teatro, musica, letteratura, artigianato, enogastronomia, imprenditorialità e innovazione, rigorosamente Made in Italy, sono state le protagoniste di un ottobre nel Principato di Monaco, vissuto con intensità ed entusiasmo da parte del pubblico e di importanti istituzioni italiane e monegasche. S.A.S Il Principe Alberto II ha visitato, con grande interesse, le mostre “Il Mondo degli Anni ‘50” di Fabrizio La Torre e la “Collettiva di artisti contemporanei italiani” - allestita presso lo Yacht Club Monaco.



Quest’anno le città ospiti sono state il Comune di Isernia, Matera, pochi giorni prima di essere scelta Capitale Europea della Cultura 2019, Cuneo e Mondovi. Particolare spazio e importanza sono stati riservati all’Arte, con una “Collettiva di artisti contemporanei italiani” in collaborazione con Yacht Club Monaco, nel contesto dell’evento Yachting&art “YA! 2014”,  prodotto da Bernard d’Alessandri e curato da Paola Magni. Lo scultore Arnaldo Pomodoro, al cui “Portale” si è ispirato il logo di questa quarta edizione del Mese (collezione privata Timm Bergold), ha inaugurato presso Palazzo Barclays un proprio percorso di sculture. Per la Fotografia, si sono svolte le mostre: “Il mare” di Riccardo Varini, “Luci” di Davide Bramante, J&PEG e “ Le monde des annees 50”, di Fabrizio la Torre, valente artista italiano scomparso lo scorso agosto. Per la Moda, la Camera Nazionale della Moda ha presentato una collezione di creazione di giovani designer e l’Accademia di Belle Arti di Cuneo ha sfilato con le creazioni dei Maestri Vetrai degli “Ori di Venezia. Per il Cinema e Documentari, è stato proiettato “Il Marchese del Grillo”, un omaggio ad Alberto Sordi al Théatre des Variétés e il corto METAMORFOSI “…non chiamarmi amore” curato dal Ministero dell’Interno-Italia, per la regia di Gilles Rocca. Per il Teatro, il Comitato Dante Alighieri ha proposto “Dall'Inferno all’Infinito” con Monica Guerritore e  lo Spazio Teatro No’hma ha messo in scena la pièce “La danza degli alberi” di Teresa Pomodoro. Per la Musica,  si è esibita la “World Youth Chamber Orchestra”, diretta dal Maestro Damiano Giuranna”, in collaborazione con COMITES e Fondazione Flying Angels Foundation Onlus. Per Editoria e Libri, nel contesto del Mese, si è svolta anche la XIV Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, promossa del Ministero degli Affari Esteri e dedicata al tema: “Scrivere la Nuova Europa: Editoria italiana, Autori e Lettori nell’Era Digitale”. L’artigianato d’eccellenza è stato protagonista di una mostra di aziende umbre, degno esempio della qualità della manifattura italiana. Infine, a chiusura della manifestazione, non sono mancati momenti dedicati all’Enogastronomia, in collaborazione con Accademia Italiana della Cucina, Delegazione di Monaco.
Il Mese ha voluto inoltre valorizzare l’estro dei giovani italiani, affidando agli studenti del Corso Multimediale dell’Accademia di Belle Arti di Cuneo la realizzazione di una serie di mini-spot sulla manifestazione. Lo scopo del Mese della Cultura e della Lingua italiana è, infatti, quello di permettere agli artisti italiani di promuoversi a livello internazionale, offrendo un vetrina per dare risalto alla creatività dell’Italia e alle punte di diamante dei prodotti del “Made in Italy”.


Antonio Moabito

“Ringrazio quanti mi sono stati vicini e mi hanno sostenuto nella mia azione e attività diplomatica in questi intensi anni e in particolare per la realizzazione della IV edizione del Mese della Cultura di lingua italiana. È stata davvero un'esperienza straordinaria” ha dichiarato l’Ambasciatore Antonio Morabito. “Come non mi stancherò mai di ripetere: la Cultura promuove i valori più alti dell’Italia, unisce, vince su ogni egoismo e ogni faziosità e traccia l’immagine più bella e composita del nostro Paese”.

Ufficiostampa:FrancescaRomanaDiBiagio                      
(Francesca.dibiagio@gmail.com)

                                       

Cedette il posto sulla scialuppa a un bambino

Giuseppe Girolamo

Medaglia ad un eroe silente. Si parte da qui per cambiare un mondo dai valori rovesciati.
Giuseppe Girolamo era un trentenne che per vivere della sua passione, aveva accettato di lavorare sulla Costa Concordia come musicista. Il 13 gennaio 2012 la Costa Concordia finì su uno scoglio mentre si tentava stupidamente di farla passare a poche centinaia di metri dalla riva. La gente a bordo stava cenando. Giuseppe, con la sua band, stava suonando. Quando fu dato l'ordine di abbandonare la nave, questa ormai si stava piegando su un lato e una parte delle scialuppe non era più utilizzabile. Giuseppe quindi decise di lasciare il suo posto in scialuppa ad un bambino. Quel giorno non ce l'hanno fatta una trentina di persone, tra le quali Giuseppe Girolamo. Il 22 marzo, due mesi dopo il naufragio, è stato trovato il suo corpo.
Mi chiamo Antonio, ho insegnato per tanti anni ai giovani, sforzandomi di far capire quali sono i valori positivi. Non ce la faccio a vedere Schettino distribuire autografi e tenere lezioni nelle università mentre dello sfortunato ma eroico Giuseppe Girolamo nessuno parla. Nonostante abbia offerto il massimo esempio di solidarietà, cioè dare la propria vita per salvare un bimbo, Giuseppe è un eroe silente e senza voce. Quali valori trasmette la nostra società? Bisogna tornare ad offrire ai giovani esempi di valori positivi quali la solidarietà, l’altruismo, la fraternità tra esseri umani. Bisogna assegnare la medaglia d'oro al valor civile al musicista della nave Concordia, Giuseppe Girolamo, morto a trent’anni per cedere il suo posto sulla scialuppa ad un bambino.
Antonio Nisita



                                         

Falchi italiani precipitano in Congo     
di Antonio Mazzeo



Ennesima figuraccia in terra d’Africa per i droni di produzione italiana. Il 20 ottobre scorso un velivolo senza pilota “Falco” delle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite è precipitato in una regione orientale della Repubblica democratica del Congo. “Il drone, per ragioni sino ad ora ignote, è precipitato al suolo in un’area disabitata e senza provocare alcun danno, a tre chilometri a nord della città di Goma, dopo essere decollato dall’aeroporto locale”, ha riferito Charles-Antoine Bambara, portavoce di MONUSCO, la missione militare Onu in Congo. Realizzato da ES Selex - gruppo Finmeccanica - negli stabilimenti di Ronchi dei Legionari (Gorizia), il “Falco” era uno dei cinque velivoli senza piloti ordinati nel luglio 2013 dalle Nazioni Unite per rafforzare le capacità operative dei reparti schierati al confine orientale della Repubblica Democratica del Congo con il Ruanda e l’Uganda. La consegna dei droni (il cui valore è superiore ai 50 milioni di euro) era stata avviata a metà dicembre e si era conclusa lo scorso aprile. I cinque “Falco” sono giunti in Congo a bordo dei velivoli cargo C130J “Hercules” della 46^ Brigata aera dell’Aeronautica militare italiana di Pisa, dopo scali tecnici a Luxor, Egitto e Nairobi, Kenya. Azionati dal personale tecnico di Selex presente nello scalo aereo di Goma, i droni hanno un raggio di azione di 250 km e un’autonomia superiore alle 12 ore di volo; possono trasportare carichi differenti tra cui, in particolare, sensori radar ad alta risoluzione che consentono di individuare obiettivi in tempo reale e a notevole distanza. Il “Falco” è stato progettato per operare in qualsiasi condizione meteorologica e per un’amplia serie di missioni. Tra le sue capacità figurano il decollo e l’atterraggio corti completamente automatici, il volo e la navigazione diurna e notturna ed una stazione di controllo a terra realizzata secondo i requisiti previsti dalla Nato, che permettono di pianificare e ridefinire i compiti operativi e la condivisione dei dati. Nel rapporto in cui sono analizzate le “positive” performance dei “Falco” italiani in Congo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riferisce che i droni-spia sono utilizzati particolarmente nella regione orientale del North Kivu per “monitorare” i movimenti dei gruppi armati antigovernativi e gli spostamenti delle popolazioni civili. “Sin dalla loro entrata in funzione, questi sistemi aerei hanno assicurato a MONUSCO una fonte d’informazioni controllate e appropriate per supportare gli sforzi del contingente militare nel settore dell’intelligence, della sorveglianza e del riconoscimento, contro le attività illegali dei gruppi armati”, ha dichiarato Hervé Ladsous, responsabile Onu per le operazioni di peacekeeping. “Oltre a effettuare missioni di sorveglianza nella giungla, i “Falco” hanno assistito un convoglio del World Food Program che portava aiuti alimentari in territori minacciati dai ribelli”. In un’occasione, il 5 maggio 2014, i droni sono stati impiegati per il salvataggio dei passeggeri di un’imbarcazione naufragata nel lago Kivu. L’avvistamento dei naufraghi da parte di un “Falco” consentì al personale di MONUSCO di salvare 14 persone, ma altri 11 passeggeri furono dati dispersi. Quello del 20 ottobre non è l’unico incidente accaduto nella Repubblica Democratica del Congo ai velivoli di Selex-Finmeccanica. A gennaio un altro “Falco” è precipitato a poca distanza dalla pista dell’aeroporto di Goma. Secondo le forze armate congolesi, il drone al rientro da una missione avrebbe completamente mancato la pista d’atterraggio, andando a schiantarsi al suolo. Anche in quel caso l’incidente non ha provocato vittime o feriti ma il velivolo è rimasto completamente distrutto a seguito dell’impatto. Probabile causa dell’incidente un “problema tecnico” agli apparati di bordo.

L’acquisto dei droni italiani da parte delle Nazioni Unite era stata oggetto di polemica a New York nell’agosto 2013. In particolare, Inner City Press aveva denunciato l’inappropriata affidabilità e sicurezza dei “Falco”. “Questi droni sono stati al centro di gravi incidenti, dal Pakistan al Galles”, riportò l’agenzia stampa. “Lo scorso anno un SG Falco - Selex dell’Aeronautica militare pakistana è precipitato dopo il via dalla base aerea di Mureed durante una prova di volo a causa di problemi tecnici, a qualche chilometro di distanza dal distretto di Mianwali in Punjab. In precedenza, un altro aereo-spia Falco era precipitato nel Galles occidentale, dopo essere decollato dal centro di sperimentazione UAV di Parc Aberporth, vicino l’aeroporto di Ceredigion”. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu preferì non commentare quanto pubblicato e confermò la commessa dei cinque “Falco” per MONUSCO. Il 29 maggio 2014, in occasione della Giornata mondiale dei Caschi Blu, il dipartimento delle Nazioni Unite per le missioni di peacekeeping utilizzò l’immagine del drone italiano per il poster ufficiale dell’evento. “Il mondo ha di fronte nuove minacce e il peacekeeping dell’Onu si sta evolvendo per farvi fronte”, si legge nel comunicato ufficiale. “Per questo si sta studiando come farsi aiutare da tecnologia e innovazione, come nel caso dei droni non armati, per avere successo in ambienti sempre più difficili e con un buon rapporto tra costi e benefici”. Un mese prima era stata l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Samantha Power, a enfatizzare l’uso delle nuove tecnologie “come i droni attualmente dislocati con la missione MONUSCO in Congo” nella “lotta contro i nuovi genocidi”. Nonostante l’assai discutibile esito dei Falco in Congo, a luglio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha reso noto che pure i caschi blu della missione MINUSMA in Mali saranno dotati di quattro velivoli teleguidati di Selex. I Falco saranno schierati nelle basi di Gao e Timbuctù dove già operano elicotteri da guerra francesi e olandesi e saranno gestiti per tre anni da una società privata che curerà anche la manutenzione e l’elaborazione delle immagini raccolte a beneficio di MINUSMA. Ma presto l’Onu potrebbe acquistarne di altri da schierare in Costa d’Avorio, Darfur, Sud Sudan e Centrafrica.

                                              


Forze armate italiane in Kuwait per la guerra all’Isis
di Antonio Mazzeo



Parte dal Kuwait l’avventura militare italiana contro le milizie del Califfato. Nei giorni scorsi, un velivolo tanker Boeing KC-767-A in dotazione al 14° Stormo dell’Aeronautica di Pratica di mare (Roma) è stato trasferito nella base aerea di Kuwait City per rifornire in volo i cacciabombardieri della coalizione internazionale a guida Usa impegnati contro l’Isis in Iraq e Siria. Sempre in Kuwait, petromonarchia che ha contribuito ad addestrare, finanziare ed armare  i gruppi di miliziani in lotta contro il regime di Bashar Assad poi confluiti nell’esercito del Califfato, l’Aeronautica rischiererà entro un paio di settimane due droni-spia “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia). Perché siano pienamente operativi, i velivoli senza pilota dovranno essere riconfigurati per la nuova missione bellica e sarà necessario allestire in loco le necessarie infrastrutture logistiche. Secondo quanto dichiarato in Parlamento il 16 ottobre scorso dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti, il contributo italiano alla Coalizione internazionale prevede pure il dispiegamento di 200 addestratori e 80 “consiglieri” militari, molto probabilmente a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per addestrare le unità locali e i battaglioni dei peshmerga curdi. Alcuni ufficiali italiani saranno distaccati infine a Tampa (Florida), sede del Comando centrale che guida l’Operazione Inherent Resolve, com’è stata chiamata dal Pentagono la nuova campagna di guerra in Medio Oriente. “Il contributo dell’Italia alla lotta contro lo Stato islamico deve proseguire e in tale contesto hanno preso avvio lo studio e la pianificazione di altri interventi, come la fornitura di ulteriori stock di munizioni e armi di cui potranno far parte anche controcarro e blindati in uso all’Esercito Italiano”, ha spiegato la ministra Pinotti. Le autorità militari prevedono inoltre d’inviare “altri assetti pilotati per la ricognizione aerea” come i cacciabombardieri AMX e Tornado, ma c’è da immaginare che inevitabilmente saranno impiegati in azioni di attacco e bombardamento. Secondo l’agenzia Adnkronos, militari curdi potrebbero essere ospitati infine in Italia nei centri dell’Esercito di Cassino (Frosinone) e Persano (Salerno) e nei poligoni di Monteromano (Viterbo) e Capo Teulada (Cagliari) per essere addestrati all’uso dei sistemi d’arma che il nostro paese ha ceduto nei mesi scorsi al “governo regionale” del Kurdistan irakeno (200 mitragliatrici 42/59 calibro 7,62 ed M-2 Browning calibro 12.7 e 2.000 razzi per Rpg). Il trasferimento di velivoli da guerra e droni spia in Kuwait contribuirà a rafforzare la partnership tra le forze armate italiane e quelle locali e offrirà sicuramente nuove opportunità d’investimento e affari per il complesso militare-industriale-finanziario (Finmeccanica). L’11 dicembre 2003, Italia e Kuwait hanno sottoscritto un Memorandum d’Intesa sulla cooperazione nel campo della difesa (ratificato con legge n. 147 del 18 luglio 2005) che promuove lo “scambio di conoscenze specialistiche” nei settori dell’addestramento della tecnologia informatica, di osservatori in esercitazioni militari e d’“informazioni tecniche sui mezzi militari in costruzione”; la realizzazione di programmi e corsi d’istruzione militari; l’assistenza tecnica sugli equipaggiamenti e sui sistemi di difesa. Un Memorandum of Agreement concernente la cooperazione nel campo della difesa è stato firmato il 18 luglio 2012 a Kuwait City dal Segretario Generale della difesa italiano, gen. Claudio Debertolis e dal Capo di stato maggiore del Kuwait, Khaled Jarrah Al-Sabah. Con questo memorandum, Italia e Kuwait si sono impegnate a collaborare più strettamente nelle fasi basiche ed avanzate dell’addestramento al volo. Gli ultimi due anni hanno visto un crescendo d’incontri, visite ufficiali e corsi addestrativi bilaterali. Nel marzo 2013, una delegazione della Marina militare kuwaitiana è stata ospitata nella base di elicotteri di Luni (La Spezia) per visitare il Centro di Simulazione e Missione della Marina italiana e “conoscere le caratteristiche degli elicotteri EH101 e SH 90”, attualmente in forza rispettivamente al 1° e al 5° Gruppo Elicotteri. “Alla delegazione è stata offerta la possibilità di decollare virtualmente da bordo delle navi Cavour e Caio Dulilio, eseguendo degli appontaggi su alcune piattaforme petrolifere posizionate in prossimità della costa”, ha riferito il Ministero della difesa italiano. Gli alti ufficiali del Kuwait si sono trasferiti poi presso il Comando delle forze di contromisure mine a La Spezia, dove vengono svolti “corsi di sicurezza per la lotta antincendio” a favore di equipaggi di unità navali estere (tra gli altri, gli Emirati Arabi Uniti). “Fortemente interessata alla componente cacciamine italiane, la delegazione kuwaitiana ha potuto approfondire la visita a bordo di Nave Gaeta, prima unità ammodernata dell’omonima classe”, ha aggiunto il portavoce della Difesa. Due mesi più tardi è stato il Capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare del Kuwait ad essere ricevuto a Roma dall’omologo italiano, gen. Pasquale Preziosa. Il generale kuwaitiano si è recato poi in visita a Torino Caselle presso gli stabilimenti dell’industria aeronautica Alenia (gruppo Finmeccanica) e al 61° Stormo dell’Aeronautica militare di Galatina, Lecce, sede della scuola internazionale di addestramento al volo e al pilotaggio di cacciabombardieri (sei allievi piloti kuwaitiani ne sono ospiti). Il 7 luglio 2013 l’allora ministra degli esteri Emma Bonino si è recata in visita ufficiale in Kuwait per incontrare l’emiro Sabah Al Ahmad Al Jaber Al Sabah e il Primo Ministro Sheikh Jaber Al-Mubarak Al-Hamad Al-Sabah. “La fitta agenda del Ministro degli Esteri s’inquadra nell’alveo della visita del Presidente del Consiglio Monti il 6 novembre 2011, seguita alla visita di Stato in Italia dell’Emiro del 2010 e ha tra i suoi pilastri il rafforzamento dei rapporti tra i due governi nel campo della Difesa e in quello economico”, si legge nel comunicato emesso dalla Farnesina. Nell’occasione, la Bonino si è riunita anche con i vertici della Kuwait Petroleum Corporation, proprietaria in Italia di una vasta rete di distributori di benzina e gasolio e della grande raffineria siciliana di Milazzo (in società quest’ultima con il gruppo Eni). A fine settembre 2013, sono stati l’allora sottosegretaria alla Difesa, Roberta Pinotti, e il Capo del Segretariato Generale della Difesa, gen. Enzo Vecciarelli a recarsi a Kuwait City. Il 14 febbraio 2014, l’ambasciatore in Italia del Kuwait, Sheikh Ali Khaled Al-Sabah, è stato accolto dai comandanti del 61° Stormo di Galatina per una visita ai simulatori di volo del caccia-addestratore Aermacchi MB339, alle strutture del Ground Based Training System - G.B.T.S., il sistema integrato di addestramento aereo basato sul nuovo velivolo T346A (prodotto da Alenia Aermacchi), e al cosiddetto R.E.S. (Representation and Elaboration System), il sistema che consente, in maniera automatizzata e computerizzata, di ricostruire la complessa dinamica delle missioni di volo. A fine dicembre, il 30° gruppo navale della Marina militare con la portaerei “Cavour”, l’unità rifornitrice “Etna”, la fregata lanciamissili “Bergamini” e il pattugliatore d’altura “Borsini” hanno fatto tappa in Kuwait durante il lungo tour promozionale in Africa e Medio Oriente pro sistemi d’arma made in Italy. Nel corso del contemporaneo “salone della difesa” di Kuwait City, i manager di Selex ES, azienda del gruppo Finmeccanica produttrice di sistemi radar, sorveglianza, intelligence, ecc., hanno annunciato l’apertura in loco di una sussidiaria, Selex ES Kuwait. Quest’ultima ha stipulato una joint venture con la compagnia kuwaitiana al-Safwa Security and Defence Systems per avviare progetti nel settore dell’elettronica militare e navale.

                                                   

“OMAGGIO A VALENTINO DIONISI”
Dall’ 11 ottobre al 5 novembre

 Alzano Lombardo (Bergamo). La Mazzoleni Art Gallery ospita dall’11 ottobre al 5 novembre una mostra antologica dedicata al pittore e scultore Valentino Dionisi. Il critico e storico dell’arte Arturo Schwarz ha detto di Dionisi che “ è un pittore molto interessante”.
Nato a Milano nel 1939, Valentino Dionisi prende parte attiva ai fermenti artistici del capoluogo lombardo degli anni ‘60/’70 frequentando amici pittori come Usellini (Direttore dell’Accademia di Brera), Milani, Chighine, Segota, e il gruppo del Bar Jamaica, tra cui Crippa e Dova. Dopo diversi soggiorni a Parigi, Madrid, Londra e Roma torna a Milano trasferendosi successivamente, nel 1992, a Borgo di Terzo, in provincia di Bergamo, dove muore nel 2013 all’età di 74 anni.
Valentino Dionisi torna a Bergamo con questa importante mostra antologica organizzata da Mazzoleni Art Gallery con Antonino Ponte.
Un omaggio per ripercorrere le tappe della sua ricca produzione artistica sempre ispirata alla grande letteratura, alla mitologia e alle sacre scritture, come nelle serie illustrate dell’Odissea e del Don Chisciotte presenti tra le 50 opere selezionate per la mostra.
Dove:
Mazzoleni Art Gallery
Via Locatelli 1
Alzano Lombardo (Bergamo)
Tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00
sabato e domenica su appuntamento



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