UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 28 aprile 2021

ZAIA E IL COVID
di Paolo Benvegnù*


Luca Zaia
pres. della Regione Veneto

Lunedì scorso su Rai3 Report la puntata sulla strage.  


4000 morti nel Veneto in zona gialla e picco dei contagi tra metà novembre e dicembre 2020. Con un quarto dei morti e degli ammalati, con un sistema sanitario molto più organizzato, Angela Merkel andava nel parlamento tedesco con le lacrime agli occhi e dichiarava il lockdown.
Zaia, invece, diceva che non si potevano fare le chiusure con i portafogli degli altri. La sottintesa volgarità non ci interessa. È un problema suo e della cultura politica da cui proviene. È un fatto, però, che siano sue e del governo centrale, interessato a non scontrarsi con Zaia, le responsabilità di una tragedia che era sotto gli occhi di tutti.
Poche sono state le voci che hanno messo sotto accusa le scelte che l’hanno determinata. Perché è giusto dirlo: ricordo che già ai primi di dicembre avevamo manifestato di fronte agli uffici della Regione Veneto per chiedere misure adeguate alla gravità della situazione.
Abbiamo anche chiesto le dimissioni di Zaia per le sue evidenti responsabilità.
Tutto questo è ampiamente documentato da interviste e comunicati che abbiamo diffuso e che poca eco hanno avuto nella stampa.
Com’è accaduto in altri casi, platealmente nella bergamasca lo scorso anno, la verità si è fatta strada con colpevole ritardo, quando i danni erano già stati fatti. Non ci resta che prendere atto che ciò che oggi diventa oggetto di dibattito e polemiche era evidente in Veneto anche nei mesi di novembre e dicembre. Dire che avevamo ragione e che non siamo stati ascoltati non ci procura alcuna soddisfazione. Ci pesa, e molto invece, non essere stati in grado di mettere in campo la forza necessaria per impedire il disastro.
Un disastro a cui altri seguiranno perché nessuno dei problemi di fondo, strutturali, che la pandemia ha messo in luce sono nell’agenda della politica che governa la Regione Veneto e l’Italia. Anzi, l'idea di fondo, coperta da una patina di green washing, è quella di riprendere al più presto la stessa strada di prima. Lo dicono i progetti di grandi opere, le olimpiadi invernali, il potenziamento degli inceneritori di Padova e Fusina, il consumo di suolo che continua, il progetto del grande ospedale di Padova est quando mancano le strutture necessarie alla sanità del territorio.
 
*
Segretario regionale Rifondazione Comunista del Veneto

 

SIPARIETTO


Cuando calienta el sol
 
là sulla playa (di Palazzo Madama)
coi senator tutti “incasellati dama”
a far cuerpo vibrar del formigon,
onorevoli son quei oppur coion?
 
Furto di milion potrà arrotondare
finché qualcun dirà “vai a cagare”!
Complice una, deciso ha “da solo”
con l’Erga Omnes l’estenderà col dolo.
 
Indossano i due la stessa veste
naturalmente è quella del “celeste”.
Nessun s’adira e ognuno tace
sulla vicenda flebile è la face.
 
Il “reddito” vocò di “cittadinanza”
per un turpe ladron sanza creanza.
Caro lettore, pur per questa via
ti sarà facile valutar messia.
 
Il cuoco prende gli ordini dalla destra
che sceglie gli ingredienti per la minestra.
Del tutto Grillo ormai perso ha la testa
e la sinistra il toscano infesta.
 
Luigi Caroli
 
 
*Si può considerare tale un compenso di settemila euro mensili?
*Caliendo è il presidente della commissione “contenziosa” del Senato.
Con l’appoggio della “complice” si è arrogato il diritto di ignorare la
Legge Severino che punisce gli onorevoli malfattori.

LA NEOLINGUA


È nato un nuovo idioma: l’italo-inglese. Questa neolingua ormai la fa da padrone nel linguaggio parlato. Anni orsono, in una trasmissione radio mattutina, mi è occorso di sentire un esilarante “claimax ascendente” col che ho riflettuto sui sorprendenti effetti sulla nostra dolce ed eufonica lingua che una cieca e acritica politica anglofiliaca ha conseguito con l’addomesticare anche la nobile lingua latina e greca. Tutti inglesi allora? Inevitabile pedaggio alla globalizzazione?
Verrebbe da dire: “Che palle con ’sto inglese”. Lingua stupenda quella di Shakespeare, mica no. Ma diventata troppo invadente e troppo status symbol (rieccolo, l’inglese) con relativo cimento a chi lo mastica meglio. Ciò che implica mitragliate di esilaranti idiozie allorché per zelo si cerchi di modificare il tonico, regionale e familiare idioma della nostra lingua e del nostro sentenzioso ed armonico dialetto.
Un piccolo elenco di bischerrimi esempi di “addomesticazione” di greco, latino, italiano… e dell’inglese medesimo. Un “sine die” virato in “sain dai”. “Sub judice” in “sab giucaice”. “Limes” in “laime. “Imprimatur” in “imprimetur” e che dire di “Plus” in “plas”: le autovetture (ascoltate le propagande!) sono “plas” accessoriate.
Una società di telecomunicazioni offre “plas” connessioni. Degna di una scena di Totò: “Iter” in “aiter” (detto da una onorevole che si riferiva all’ “aiter parlamentare”. E quando il collega gli fece notare che “iter” è latino e così si deve pronunciare, lo sciagurato rispose: “Oh, scusate il lpsus”). “Hoc” in “ok” (la frase completa è: “Fatevi un orario a ok”). E che dire di un Cassibile, (in quel di Siracusa dove il 3 settembre 1943 l’Italia firmò l’armistizio) che per sbronza anglofona diventa “Chéssibol”. Sempre sotto l’effetto dell’alcol anglofilo il nome del regista Wim Wenders viene snaturato in “Uim Uender”. Il film “Mystic River” empiamente flesso in un Tg1 di anni fa in “Mystic Raiver”.
Il Petragallensis

martedì 27 aprile 2021

MILIARDI E GOVERNO
di Franco Astengo
 

Mario Draghi

La presentazione in Parlamento della bozza di Recovery Plan compiuta ieri dal presidente del Consiglio Draghi necessita urgentemente l'avvio di un dibattito a sinistra. L'intervento di Alfonso Gianni pubblicato questa mattina, 27 aprile, da “il Manifesto” può rappresentare una traccia positiva per l'impostazione di un discorso complessivo di confronto con tutti i soggetti sia associativi, sia politico - istituzionali.
Si ravvisa però una questione di fondo, ben oltre le singole tematiche contenute nella bozza di piano. Si tratta della "freddezza tecnocratica" con la quale il presidente del Consiglio ha impostato il suo discorso, unita a una "degasperiana ricerca di unità" (cito proprio Alfonso Gianni).
Una "ricerca di unità" calata dall'alto considerando il governo quasi un'entità astratta posta al di fuori dal confronto democratico e il Parlamento una semplice sede di frettoloso ascolto.
In ballo non ci sono soltanto i miliardi del Recovery ma, soprattutto, la forma di governo e la qualità (ormai abbondantemente deteriorata) della nostra democrazia. La forma di governo sembra ormai aver subito una torsione presidenzialista accentuata dalla saga dei dpcm susseguitisi nel corso dell'emergenza sanitaria. Il dibattito politico non può sottovalutare questo aspetto decisivo e limitarsi al tema della dislocazione delle poste finanziarie in un quadro che comunque è ancora del tutto ipotetico e illusorio.
A sinistra va cercato inoltre un coinvolgimento largo che, sul terreno istituzionale, oltrepassi le divisioni parlamentari che pure si erano espresse con il voto di fiducia.

 

L’IMPORTANZA DI UNA DATA
di Paolo Vincenti


Partigiani Sinti e Rom

Il 25 Aprile
 
Non c’è solo la pandemia che quest’anno impedisce le celebrazioni del 25 Aprile. Certo, il covid ha dato una spallata, ma questa era già una festa sottotono. Bastava guardare le immagini dei telegiornali negli anni scorsi, per rendersi conto di quanto le celebrazioni del 25 Aprile fossero tiepide, a dir poco, in tutta Italia. Mancava il pathos, quell’enfasi che è connaturata nella retorica di certi avvenimenti importanti come questo. Si starà forse perdendo il senso di una festa di popolo, che non è più così sentita come era in passato. Il tempo fa questi scherzi, allontanando dalla memoria certi ricordi, gioiosi o tragici, ne accorcia lo sguardo, ne fa assopire il sentimento. Un po’ in tutti i nostri paesi e città la partecipazione al 25 Aprile è ormai debole, si vedono alcune scene davvero tristi di amministratori locali intorno al monumento ai caduti che parlano davanti a quattro, cinque ottantenni e due tre cani randagi. Certo, la democrazia è un valore consolidato, si dirà, la libertà è data per scontata da chi vi è abituato fin dalla nascita, non può concepire cosa significhi la dittatura una generazione che non l’ha sperimentata sulla propria pelle, che non ne ha saggiato il sapore d’amaro, di impotenza, smacco, frustrazione (eppure dall’anno scorso, in seguito alla pandemia, qualcosa che è molto vicino al clima che si respira in una dittatura è stato provato dal nostro come da tutti i paesi democratici, anche se le misure di restrizione delle libertà personali sono causate da motivi di carattere sanitario e non certo dalla follia di un regime). Un rilassamento del senso civico, l’assenza di una grammatica di valori condivisi nelle nuove generazioni, certamente, forse una certa responsabilità ha anche la scuola perché degli insegnanti e degli educatori dovrebbe essere il compito di tramandare la memoria, di sensibilizzare i giovani. 



Mi chiedevo, fino a due anni fa, se passando per caso dalla piazza, i ragazzi, notando un piccolo assembramento di gente, non chiedessero poi ai genitori che ci facessero il sindaco con la fascia tricolore e i vigili urbani davanti al sacrario. Avranno ben sollevato lo sguardo per vedere che quella dove stavano passando si chiama proprio Piazza Libertà?  Non si saranno incuriositi dalla presenza dei partigiani con la bandiera? Chissà che cosa avranno risposto i loro genitori, sempre che in quel momento non fossero attaccati al telefonino. Magari, come Cetto La Qualunque, gli avranno detto: “come criterio di massima, come sistema di riferimento, come atteggiamento preferenziale, tu fatti i cazzi tuoi!”. Grave cedimento all’oblio, resa alla trascuratezza, all’indifferenza, è non commemorare le date e gli eventi che hanno segnato il faticoso cammino della nostra nazione, della nascita di una coscienza identitaria. “Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente”, diceva Gramsci. Anche se le nuove generazioni sono lontane da quel ricordo, non meno importante è per loro celebrarlo, anzi proprio dal connubio fra immaginazione e memoria il passato acquista più valore, e la conquista della libertà diventa impresa epica, e può continuare ad affascinare giovani e meno giovani. “La libertà”, diceva Piero Calamandrei, “è come l’aria: ti accorgi quanto valga solo quando ti manca”.

  

SUL 25 APRILE
di Carmine Scavello
 


Pensieri sulla Festa della Liberazione.
 
Il primo impegno dell’uomo libero è quello di difendere la propria libertà; non è mai concessa per grazia ricevuta, ma si conquista anche a costo della vita. Solo Dio lo sa quante persone sono morte per la sua conquista; colui che si batte per essa, piuttosto che essere soggiogato, preferisce dare in cambio la vita. Non è vita vivere in catene ed essere limitato nei movimenti, nel pensiero e nella parola. Il 25 aprile fa parte della storia del popolo italiano che festeggia la Liberazione, anche se sulla storia ci sarebbe da dire: c’è quella dei vincitori e quella dei vinti. Gli storici sono uomini e come tali sono condizionati dalle proprie idee e dai committenti; raccontare la verità sarebbe un dovere morale, ma anche sulla moralità ci sarebbe da dire: è più soggettiva che oggettiva.
Dimenticare il passato c’è il rischio che i misfatti si possano ripresentare con più gravi conseguenze; la libertà vive sul filo del rasoio ed è facile passare dall’oppressione all’indipendenza. I nostri padri che hanno combattuto o subito la dittatura hanno affermato senza ombra di dubbio che è meglio vivere sotto la più imperfetta delle democrazie che sotto la migliore dittatura.
Non essere liberi a casa propria è come il cane che viene preso a pedate, eppure rimane accanto al suo padrone, che di padrone ha solo il potere di disporre della sua vita e di non rispettarlo e riconoscergli il suo ruolo di amico. Un lupo, anche se è trattato con i guanti, rifocillato e con una cuccia confortevole e dorata, ha sempre la faccia rivolta verso la foresta. Appena potrà, scapperà e andrà incontro al suo futuro; se pur tra mille difficoltà, non rimpiangerà le coccole del padrone e preferirà vivere libero tra i suoi simili.
Sulle colonne di marmo dei monumenti ai caduti sono incisi nel marmo i nomi di coloro che sono periti in nome della Patria e della libertà. Li chiamiamo eroi, ma sono solo esseri umani, uomini e donne, che hanno preferito morire per assicurare la libertà alle generazioni, che si sono succedute. Fermarsi un attimo e leggere quei nomi fa venire la pelle d’oca; hanno avuto solo il torto di essere nati e vissuti nel periodo sbagliato. Solo grazie alla lotta di quei combattenti, oggi, noi contemporanei stiamo vivendo un periodo di pace lunga decenni.
La libertà va difesa in tempo di pace con le unghie e con i denti; difenderla in tempi di guerra vorrà dire che è stata minacciata ed ora si combatte per difenderla. È come la salute: è meglio prevenire che curare. Se gli Americani hanno da festeggiare il 4 luglio e i Francesi il 14 dello stesso mese come feste nazionali, a noi Italiani è riservato il 25 aprile. Se mettiamo a sventolare il tricolore sui balconi non facciamo altro che ricordare che siamo un popolo unito nell’orgoglio e nell’appartenenza senza rivendicare divisioni, polemiche e reminiscenze storiche che fanno più male che bene e ricordano rancori e ferite mai rimarginate. Viviamo continuamente e senza saperlo una Resistenza in stile più moderno a difesa della libertà. Ci sono tanti attentatori che tentano a dividerci per meglio controllarci; solo restando uniti, abbiamo la certezza di essere forti; perciò, oggi difendiamo moralmente il grande dono della libertà, che è come l’aria che respiriamo; apprezziamola e godiamocela come un bene primario al pari del pane.
 

 

 

lunedì 26 aprile 2021

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada
 


L’attualità


Il verbo (ago) ἄγω: muovo, conduco, guido, porto, spingo ebbe grande fortuna nella cultura greca, latina ed italica. C’è da ricordare che i significati furono numerosi, in quanto la perifrasi era molto generica. Sicuramente, il pastore greco si avvalse della metafora del grembo: dal nascere (è la traduzione di αγ) per indicare alcuni aspetti della sua attività: muovere dall’ovile al mattino, guidare il suo gregge, spingerlo, quando s’attardava per brucare. Per il pastore la nascita della creatura è un ri-torno, il cui cammino dura nove mesi: c’è una partenza (quando lega), c’è il tendere (la spinta) del grembo, c’è la necessità di guidare e nutrire quell’essere in formazione, per il pastore il suo gregge.

Per quanto riguarda i significati che si desumono, bisogna ricordare che alcuni si estrapolano direttamente dalla radice, altri dalla perifrasi che è servita a dare quel determinato significato, altri dal nuovo nome che si è formato.
Quindi, da ἄγω fu coniato l’aggettivo (agogòs) ἀγωγός: colui che conduce, colui che guida, da cui pedagogo; quindi, si indicò, desumendolo dall’aggettivo verbale: (aktòs) ἀκτός (chi ha condotto), il sostantivo (aktor aktoros) ἄκτωρ ἄκτορος: guida, capo. Inoltre, quando i greci coniarono il sostantivo (agòn agonos) ἀγών ἀγῶνος: lotta, gara, giochi, agone, combattimento, lotta giudiziaria, contestualizzarono una fase particolare del cammino della creatura, che è quella del travaglio, in cui c’è aspra lotta per sopravvivere, sebbene, successivamente, sia passata ad indicare anche lottare per vincere nei giochi olimpici, delfici ecc. Quindi, coniarono agonista, protagonista, antagonista, agonismo. Fu dedotta anche (agonia) ἀγωνία con i significati di lotta e di angoscia, per cui nella cultura italica passò ad indicare l’esito finale per il soccombente. Poi coniarono (agoghé) ἀγωγή: la conduzione, il trasporto anche della creatura in grembo, quindi, si ebbe (an-agoghè) ἀν-αγωγή: il condurre in alto, che è il sollevamento del grembo, poi, (an-agogòs) ἀν-αγωγός: che porta in alto, che eleva (molto simile a sublime dei latini), (an-agoghikòs) ἀν-αγωγικός: spirituale, anagogico, di mistica elevatezza. Da tutto questo contesto si ebbe l’anagogia biblica.
Dal verbo ἄγω, premettendo una epsilon (ε), il pastore greco dedusse (egheomai) ἡγέομαι: precedo, sono guida, guido, do il segnale/l’intonazione, comando, domino, facendo questa perifrasi: dal condurre ho per me quanto or ora detto. Quindi, ricavò egemone ed egemonia. Inoltre, da egheomai, con il significato di: do il segnale fu dedotta: l’esegesi, l’interpretazione del segnale.



L’omologo di ἄγω, in latino, fu duco ducis, duxi, ductum, ducere: tiro, attiro, trascino, conduco, spingo, che sono compiti propri del pastore, che diventa dux: conduttore, guida, duce, capo, condottiero. Da duc, metafora del grembo, da scrivere con grafi greci δυχ e da tradurre: lega la creatura il passare (durante l’incubazione), furono dedotti tantissimi lemmi: dotto lacrimale, ma anche duttile, conducente, condotta, condotto, conduttore, indotto, induzione, dedotto e deduzione, seducente (il pastore che attira, che trascina), sedotto (che ha sedotto, che è stato sedotto) e seduzione ecc. ecc. Questo per ribadire che non solo la radice dà il significato alla parola, ma, spesso, è l’intera perifrasi.
Inoltre, i latini conobbero il verbo ἄγω, che strutturarono così: ago agis, egi, actum, agere: metto in movimento, faccio muovere, spingo, conduco, guido. Il verbo ago ha anche altri significati: faccio, agisco, conduco a termine, effettuo, mi curo di compiere, il che induce a pensare che o i latini lessero dal generare come un fare o il gamma è da assimilare a (chi) χ, per cui la perifrasi divenne: dal passare, che indica che, durante l’incubazione, la creatura viere realizzata. Questo distinguo è necessario per tentare di spiegare i tanti significati che ha assunto la parola atto. Quindi, da ago con il significato di metto in movimento fu dedotto agile, mentre da ago con il significato di agire fu coniato agente (colui che agisce).
Tornando ai significati da assegnare ad atto, per prima cosa si esclude da queste riflessioni l’aggettivo aptus: adatto, idoneo, dedotto da questa considerazione: il legame tra madre e creatura, che determina la spinta in avanti, è adatto allo scopo. Aptus, infatti, fu mutuato da ἅπτω: connetto, annodo, lego.



C’è l’atto come gesto, che è proprio del pastore che mette in movimento il gregge. Anche, oggi, il pastore, dopo aver disposto i vari capi nello stazzo, con un cenno e con un ah! stentoreo, ordina al gregge di dirigersi al pascolo. Quindi, atto divenne qualsiasi gesto che avesse forte valenza comunicativa: una carezza divenne atto/gesto di tenerezza, battersi il petto divenne atto di supplica, cospargersi il capo di cenere significò mortificazione e richiesta di perdono, inginocchiarsi e mettere le mani in quelle del Signore divenne atto di sottomissione/sudditanza da parte del vassallo ecc.  Da questo atto era stato dedotto dai greci ἄκτωρ ἄκτορος: guida, capo, ciò che fecero anche i latini ricalcando attore, come colui che mette in movimento. Inoltre, da chi ha spinto verso/contro, in latino actus, fu dedotta actio actionis, che era anche l’arringa dell’avvocato nel foro, l’orazione del senatore nell’aula, il porgere dell’oratore, la discussione di una causa in giudizio, il discorso d’accusa o di difesa. In tutte queste actiones c’era un attore: colui che espone, colui che accusa e intenta un processo, ma anche attore come personaggio teatrale che si esprime con atti/gesti (da ricordare i mimi), con l’intonazione della voce e con il modo di porgere la parola, frutto anche degli studi di retorica.



Gli italici da atto, ad indicare chi ha agito/ha realizzato dedussero azione, mentre da atto, ad indicare la spinta, si ebbe reazione. Gli italici, inoltre, da (aktòs) ἀκτός (chi ha condotto), che è il risultato della seguente perifrasi: dal generare la spinta in avanti la creatura manca (nel senso che diviene, recuperando gradualmente quanto le manca), fu dedotto dal filosofo atto come ciò che si realizza (divenendo): in atto, in contrapposizione a: in potenza, parola dedotta da potente, che è colui che può fare certe cose, avendone la potenzialità. Inoltre, da questo atto come processo in divenire fino al compimento, la cultura italica dedusse attuare, che è la realizzazione della creatura, che, divenendo, recupera tutto quello che le manca per essere. L’italico, inoltre, da questo particolare atto dedusse attuale e, quindi: attualità, che era il discutere del nato del giorno. Incidentalmente, si ricorda che actualis, in latino, significò: pratico, che è la qualità posseduta da chi ha fatto.  Quindi, nella cultura italica, da actus actus: moto, spinta, operosità, fu dedotto attivo, come colui che determina il movimento, la spinta ed è fattivo. Poi, attività e attivare. I latini, infine, coniarono acta actorum: atti, azioni come testimonianze (gli atti degli Apostoli), come documenti ufficiali (atti parlamentari), come processi verbali (atti giudiziari) ecc.
Da ago, i latini dedussero cogo (da un originario coago) coegi, coactum, cogere: costringo, da una perifrasi che si può rendere così: mentre spingo. Il pastore latino dedusse il concetto di costrizione e dal grembo (la creatura ristretta) e dal fatto che pungolava gli animali poco inclini ai suoi richiami. Da questo verbo sono rimasti nella nostra lingua: cogente, cogenza, coatto e coazione.
Infine, da ago: pongo in moto e significati affini fu dedotto: agito agitas: spingo, incalzo, sconvolgo, turbo, scuoto, sbatto, dibatto, discuto, esamino, ho in mente, medito (agitare in animo bellum, nel senso che incomincio a farmi frullare questa idea che mi ossessiona). Come ben si sa la parola con l’uso diviene e acquista nuovi significati, per cui da agito fu dedotto cogito: considero, pondero, penso, rifletto, che indica un pensare frutto di lunghe, dibattute e contrastanti meditazioni. Poi, da chi ha cogitato furono dedotte le cogitazioni e fu rappresentato con cogitabondo il modo di porsi di chi è tutto perso nei suoi pensieri.
 

domenica 25 aprile 2021

Per il 25 Aprile


 
Uscimmo da una primavera di sangue,
ma era comunque primavera.
 
Se il rosso bagnò i campi,
non fu nostra la colpa.
 
Uomini innamorati della morte,
noi non lo fummo mai.
 
Angelo Gaccione
[Da: Spore, Interlinea, 2020]

NUOVA RESISTENZA
Niguarda. Oggi alle 15,30 davanti al grande murales




TIMIDI EROI
di Angelo Gaccione


Papi è un filosofo che ha sentito spesso la necessità e l’urgenza di misurarsi con la narrativa, come egli stesso mi ha di recente confermato. “La filosofia mi serve per comprendere una serie di fenomeni, però se mi trasferisco sul campo delle relazioni umane devo usare la letteratura, altrimenti l’oggetto mi respinge”. Ho trascritto questa confidenza di Fulvio Papi durante uno dei nostri assidui colloqui telefonici, ora che la pandemia ci vieta ogni contatto fisico. L’ho trascritta perché si sarebbe evaporata come succede sempre quando parliamo in maniera informale con qualcuno. Il pensiero di Papi mi dava la conferma di un postulato che ho sempre tenuto presente: “La filosofia per capire, la musica per sentire”; qui bastava sostituire musica con letteratura. E di letteratura si parlava perché avevo appena finito di leggere il suo recente Timidi eroi. Tre racconti di un’altra era, pubblicato dalle Edizioni Mimesis (pagg. 98, € 8,00).
Non sempre una disciplina che si è scelta come strumento di indagine è adatta a dissodare e a fecondare tutti i terreni. E così nel suo percorso di scrittura, le opere di questo filosofo teoretico “contaminate” dalla letteratura (in chiave critica, o in chiave apertamente creativa come sono questi tre racconti), hanno raggiunto un discreto numero. Gli anni in cui le vicende si snodano sono compresi nel biennio 1944-1945. Protagonista è Lelio, adolescente milanese costretto, come tanti giovani di altre famiglie, a sfollare altrove, per sfuggire ai bombardamenti che devastano la città. 


Papi a destra con Giorgio Bocca
durante un dibattito

Lelio approderà a Stresa dove potrà, seppure nelle forme precarie imposte dal conflitto e dai rastrellamenti nazifascisti, frequentare il suo corso di studio assieme ad altri studenti della zona. Quella di Lelio è un’età difficile in cui tutte le incertezze, le timidezze, i primi sentimenti amorosi, gli slanci, il riserbo, le adesioni sentimentali e quelle politiche si sommano e prendono corpo, divenendo sempre meno evanescenti. È un io, il suo, che si va via via strutturando verso una personalità sempre più solida e consapevole, alimentato sia dalla situazione oggettiva che dal rapporto con le diverse componenti sociali delle sue frequentazioni. Il clima socialista e antifascista che si respira in famiglia, contribuirà, e non poco, alle sue simpatie verso la Resistenza partigiana.
 

 

 

 

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