LIBRI
di
Anna Rutigliano

Alida Airaghi
Il Decalogo di Alida
Airaghi
Nella
recente opera della poetessa Alida Airaghi Decalogo, Omaggio a Krzysztof Kieślowsky
(Ignazio Pappalardo Editore, Settembre 2025), l’impianto anulare della
scrittura poetica, in cui un riflesso violaceo di brace tra la cenere sparsa
apre la silloge (versi finali del primo componimento / primo comandamento:
Non avrai altro Dio all’infuori di me) e la conclude, costituendone l’epilogo
dal titolo Riflesso, insieme alla complessità delle tematiche etico-esistenziali,
complementari alle questioni teologico-religiose ed evocate per mezzo dei versi
stessi, le conferiscono, a mio avviso, un’aura di genialità e abilità scrittoria
uniche e singolari. L’originalità della Airaghi risiede, infatti, nella
sapiente ed ingegnosa coniugazione dell’immagine filmica, priva di effetti
spettacolari, ma esteticamente intrisa di luci e ombre caravaggesche, ad
esaltarne il dramma umano, tratto saliente e non sempre decifrabile della
regia-sceneggiatura di Kieślowsky/Piesiewicz, con
la parola poetica, profondamente enigmatica ma, al contempo, autentica correlata,
infine, alla parola biblica di tradizione dogmatica ebraico-cristiana. La rivisitazione/interpretazione,
in chiave poetica del Dekalog di Kieślowsky /Piesiewicz, mediometraggio in
dieci episodi, trasmesso in televisione alla fine degli anni ottanta
(attualmente fruibile sulle piattaforme mainstream), della durata di circa
un’ora ciascuno, ispirato ai Dieci Comandamenti del patto d’alleanza fra
Dio e Mosè sul Monte Sinai, trova corrispondenza simmetrica, all’interno
dell’opera di A. Airaghi, negli inserti di alcuni versetti del Salmo, “incisi”
in corsivo. Ciascuna collocazione biblica, poi, si arricchisce semanticamente della
visione personale della scrittrice, sensibilmente affine a quella del regista
polacco, entrambi i quali tentano di porvi soluzioni che smorzino L’inferno
etico dell’esistenza (argomento discusso nell’ottavo episodio Non
dire falsa testimonianza della pellicola di Kieślovsky, nell’ora di lezione
universitaria di filosofia,) originatosi dall’interazione di religiosa sacralità,
scienza esatta e morale. Esemplari a tal proposito sono i versi biblici del
quinto comandamento Non Uccidere: Tu non ucciderai…o della vita tua
chiederò conto e sarai sottoposto a giudizio. La Airaghi interviene con un
chiasmo ossimorico potente (vittoria istantanea esultante eterna
irrimediabile sconfitta) che decreta, per il ragazzo assassino, una sorte più
ignobile, dal punto di vista etico-sociale, rispetto a quella inflitta all’ebete
e grasso conducente del taxi, colpevole di nulla: grottesco il trionfo
omicida si affaccia alla mente… il ragazzo assassino pagherà la sua
colpa all’ordine sociale trasgredito. Non la corda che ha usato per strozzare,
ma un’altra lo attende più pesante: il suo corpo bambino penderà irrigidito,
burattino innocente come mai era stato.

La questione del libero arbitrio
dell’individuo, della sua incapacità di compiere una scelta moralmente giusta,
nonostante gli imperativi religiosi, che da millenni accompagnano il travagliato
percorso interiore e storico dell’umanità, costituisce, dunque, il filo
conduttore delle esistenze che si intrecciano nel condominio di undici piani, del
complesso periferico residenziale del quartiere di Śródmieście, nella Varsavia
cupa e fredda post caduta del Muro di Berlino, catturate con sguardo pietistico
e mai di biasimo, dall’obiettivo cinematografico di Kieślowsky.
Di riflesso, ad ogni comandamento,
seguono le poesie della Airaghi, i cui incipit violano il comandamento stesso,
come nel caso del settimo comandamento Non rubare, i cui versi
d’apertura (Cosa rubano ai bambini i ladri di bambini? Sogni senza lupi
cattivi… le storie della nonna, la mano della mamma), sono rivolti
al pubblico lettore, sotto forma di quesito, per il quale non esiste risposta
alcuna per via del secolare perpetuarsi dell’azione del rubare, esplicitato nei
versi anaforici finali del componimento: ladro chi ruba e chi tiene il
sacco, ladro chi froda e chi si approfitta…chi lucra, ricatta, annusa le prede.
La sfera etica, d’altra parte, è
saldamente connessa al tema dell’innocenza e alla sua salvaguardia,
rappresentando una questione altrettanto costante del Dekalog di Kieślowsky/Piesiewicz,
omaggiato dal Decalogo di Alida Airaghi. A partire dal primo episodio/comandamento
Non avrai altro Dio all’infuori di me, in cui il piccolo Pawel,
appassionato di matematica, quanto il suo papà, docente universitario, prova
terribile tristezza per un cane morto assiderato, giacente sul laghetto di
ghiaccio.
Nulla può l’elaboratore elettronico
di casa, altamente preciso, pronto ai calcoli (nell’episodio televisivo, si
osserva sul display del Computer, a chiare lettere, la scritta “I am ready…”)
ma non ai sogni, incapace di rispondere all’innocente interrogativo, affidato
magistralmente da Kieślowsky al piccolo Pawel, dagli occhi celeste candido, sul
perché esista la morte e su cosa sia l’anima, lui, così dispiaciuto per
l’animale e che tanto sogna un saluto dalla sua mamma che più non c’è e con la
quale si riconcilierà, in seguito ad un tragico incidente sul laghetto
ghiacciato, fuori da ogni previsione matematica paterna e del calcolatore: (La
macchina non decreta inizio e fine, se pure è pronta a tutto, disponibile a
coniare parole, miniare icone, simulare coscienza e volontà: non sa sognare,
non sa desiderare…Il ghiaccio del laghetto così compatto può creparsi sotto il peso di una piuma?).
Ma è nell’ottavo
episodio/comandamento Non dire falsa testimonianza, che religione,
filosofia etica ed innocenza si incastrano saldamente sino a deciderne le sorti
di Elzbieta, rinomata giornalista ebrea emigrata a New York, scampata ai lager
nazisti nel lontano 1943, dunque a morte sicura, per volere di Dio o per falsa
testimonianza di Zofia, di fede cattolica? Nello scorrere della pellicola del Dekalog,
apprendiamo che Zofia, l’insegnante di filosofia, sarebbe stata la signora che
avrebbe dovuto salvare la piccola Elzbieta, falsificandole il certificato di
battesimo, per sfuggire alle persecuzioni naziste. Il rifiuto dell’ultimo minuto, da parte di
Zofia, di aiutare la piccola Elzbieta, è frutto del suo non voler contravvenire
alla fede cattolica, a cui appartiene, o alla sua scelta etica di sacrificare
una vita per salvarne altre? (così leggiamo nei versi della Airaghi: Destinato
a salvare il generoso non avrà gratitudine da colui che ha salvato. Gli basti
il pregio del soccorso offerto al vinto, allo sconfitto. Lui applaudito
magnanimo, l’altro costretto al quotidiano inferno della riconoscenza). Il
caso (?) vuole che le due donne si riconcilino e si perdonino vicendevolmente a
distanza di anni.
Le prospettive filmico-poetiche
del Dekalog Kieślowsky/Piesiewicz e del Decalogo di Alida Airaghi
assurgono a straordinario capolavoro intellettuale, nella misura in cui la
riflessione etico-religiosa è inserita nell’attuale contesto della società
ipertecnologica e consumistica, caricandosi, da un lato di anelante
spiritualità, necessaria, dall’altro, di attaccamento materiale dell’individuo
moderno, nelle sue fragilità e imperfezioni, all’ordinario, quale prodigiosa manifestazione
del divino (o del caso/del destino?).

La copertina del libro
Non è un caso che la Airaghi citi
ad esergo dell’opera, i versi tratti dal poema Gerontion di T. S. Eliot e
che a sua volta si richiama ai versi 12:3409 del Vangelo secondo Matteo: Signs
are taken as wonders (I segni sono scambiati per meraviglie). Il
riferimento al secondo episodio/comandamento del Decalogo in cui l’insetto
affogato nel bicchiere si arrampica sul vetro, un semaforo da rosso si fa
verde, segnale di ripartenza, potrebbe esser segno di rinascita del malato
terminale in ospedale che può sperare di vivere ancora. Esattamente
all’opposto, la boccettina di inchiostro blu, che si riversa sulla scrivania
del papà di Pawel, nel primo episodio/comandamento, rappresenterebbe presagio
di morte.
Sia Kieślowsky che la Airaghi non
offrono soluzioni etiche per lo spettatore / lettore, semmai riflessioni: abbiamo
la conferma ulteriore, attraverso l’arte, che, qualunque azione dell’essere
umano, possa essere il frutto sia del libero arbitrio, sia della manifestazione
del divino imperscrutabile, sia dell’irrazionalità del caso. E come il
testimone silenzioso e triste, che compare nella pellicola del Dekalog Krzysztof
Kieślowsky, così l’angelo fallito o involontario demone del Decalogo di
Alida Airaghi è ombra dei nostri piedi, inclemente memoria, imprescindibile,
anche quando la nostra fede è in bilico.




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