RITORNO A PATMOS
di
Carlo Penati
Per continuare ad essere umani - Prima Parte
(Relazione di apertura della Quarta
edizione di “Poeta? no, grazie”, organizzata da Officine letterarie ChiareVoci
in collaborazione con il Comune di Legnano. Sala Previati del Castello
Visconteo di Legnano, 3 ottobre 2026)
Sono stato
molto incerto nell’articolare, con qualche suggestione iniziale, il tema di
quest’anno: “Continuare ad essere umani”. Non trovavo le parole. Ho pensato
perfino di trasporre la famosa performance di John Cage in ambito letterario:
di esordire cioè dicendo vi leggerò una nuova bellissima poesia e poi di
restare in silenzio per due minuti. Perché davvero, come ci siamo detti lo
scorso anno, nella terza edizione di “Poeta? No, grazie”, mi sembrava di non
avere “le parole per dirlo”. Per dire cosa? L’Incombente.
Non
so dipanare, con il sapere accumulato, l’intrico in cui siamo immersi. È forse
un segno di vecchiaia. La mia generazione, quella dei baby boomers, vive
l’incubo di veder prevalere tutto quello che i nostri predecessori hanno tolto
di mezzo col sangue: il Disumano, lo Sprezzante, l’Indegno. Abbiamo vissuto in
un mondo di Possibilità e adesso incombe non l’Ignoto – che l’intelligenza
artificiale potrebbe sottrarci espropriandoci anche dell’immaginazione - ma il
Già Noto, orrido camaleonte fatto di razzismi, nazionalismi, sovranismi,
egoismi, suprematismi, purismi, tutti i peggiori ISMI prodotti dall’umano. Potrebbe
essere questo allora il contenuto della nostra odierna riflessione: continuare
ad essere umani può voler dire protrarre all’infinto odio, violenza,
oppressione, riesumando la primordiale legge del più forte. Fino
all’apocalisse. Ed ecco un primo riferimento a Patmos (prediligendo come spesso
si fa la prima parte, tremenda, del libro scritto da Giovanni l’Evangelista
sull’isola greca e dimenticando che il testo evangelico si conclude con la
visione profetica di un cielo e una terra nuova). Freud diceva, a questo
proposito, che l’essere umano è il più mostruoso dei viventi: “arrivò a
definire l’umano - ricorda Massimo Recalcati nel discorso inaugurale del
festival Scarabocchi di Novara – come una corsa rovinosa verso la propria
distruzione”. [1]
“Sei
ancora quello della pietra e della fionda / uomo del mio tempo”, denunciava
Salvatore Quasimodo nel 1946, chiudendo con Uomo del mio tempo la
raccolta Giorno dopo giorno. E concludeva:
Dimenticate,
o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
La
Storia non è Magistra, evidentemente. All’inizio del lock down da Covid19
potemmo leggere:
È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo
strano. [2]
E poi è accaduto che un no-vax guidasse la
sanità della principale Potenza al mondo (o Im-potenza, perché, sotto la guida
di Trump, ottiene quasi nulla e solo con la Forza).
Sembrava che l’umanità avesse riscoperto la
bellezza della Prossimità, mentre oggi i social e le mani interessate che li
guidano erodono ogni giorno quote di Fiducia, dimenticando che le nostre
società democratiche e social-liberali si basano esclusivamente sulla Fiducia
reciproca.
La
Storia sembra oggi lo spazio anonimo, la pagina bianca, dove i corsi e i
ricorsi dispiegano meraviglia e orrore, perché questo noi siamo,
un’inestricabile, irredimibile Commistione: giani bifronte, centauri, sirene,
il Doppio di noi stessi (clone o avatar che sia) che condivide un unico corpo e
un’unica mente. È così: ma non siamo solo un doppio, siamo un intero condominio
i cui abitanti coabitano in ciascuno di noi.
Il condominio può essere divisione e scontro, ma anche comunità e
comprensione reciproca, spazio creativo.
E
qui possiamo scegliere: fossilizzarci o migliorare, ipostatizzarci o divenire.
Proprio
una settimana fa si è tenuto a Roma un importante convegno della Società
Psicoanalitica Italiana dal titolo “Diventare umani”. Restare umani non è
sufficiente, allora: occorre continuare a diventarlo. Continuare ad essere
umani è troppo poco, afferma Alessandro Bergonzoni, perché umana è anche la
distruzione di Gaza: dobbiamo diventare sovrumani, cioè capaci di superare i
limiti dell’umano. Si rimanda al superuomo o meglio oltreuomo di
Nietzsche? Alla ricerca di una trascendenza benefica che ci trasformi in esseri
migliori, capaci di una buona convivenza, di comprensione reciproca?
Quando
può scattare nuovamente qeusta molla del divenire? Arte combinatoria, il
cambiamento, di atti voluti e non voluti, propri e altrui, ma con una
consapevolezza: noi possiamo cambiare solo noi stessi, ma non da soli.
Ho
pensato che la prima condivisione, per continuare a divenire, sia la
consapevolezza di ciò che ci sta accadendo, con un preambolo:
Hölderlin,
in Patmos (ecco il secondo rimando all’isola greca che non è, pare evidente,
solo un riferimento geografico), scrisse due versi famosi:
“Ma dove è il pericolo
cresce
anche ciò che dà salvezza”.
Torniamo
dunque a Patmos, per trovare la strada, ricordando che:
“Colmo è di bontà. Ma nessuno comprende
da solo Dio.
(…)
Ma terribile è in verità come ovunque
Senza
fine Dio disperda ciò che vive.”
Ma
qual è il pericolo oggi? Che cos’è che dà salvezza?
«Il
pericolo è evidente, si legge sull’Economist del 20 agosto 2026 - Le
intelligenze artificiali superintelligenti dotate di diritti potrebbero
scalzare gli esseri umani dal vertice della gerarchia sociale. Nel migliore dei
casi, gli esseri umani diventerebbero animali domestici: dei labrador per le
macchine. Nel peggiore, verrebbero privati delle risorse necessarie alla
sopravvivenza o costretti a lavorare come animali da allevamento». [3]
Sembra
di esserci già inoltrati in un mondo inedito, in cui siamo costantemente e
inconsapevolmente depredati.
Un tramonto impressionista
nell’autunno precoce
del cambiamento climatico.
Tutto s’accelera nella mia mente
Il destino zoppica cianciando
profezie di dubbia provenienza.
Figure opache s’affacciano
sul prato della piccola radura.
Non so in che luogo ci troviamo
Le mappe confuse come in sogno
Raccolgo tra le braccia d’aria
quel poco che ci resta del giorno.
Ciò che non avremmo voluto sta per
accadere.
Già si sente un soffuso ronzio in lingua
disumana
L’intelligenza artificiale ha deciso.
Possiamo solo aspettare la fiammata.
Le opache figure si rivelano.
Sono predatori digitali.
Creiamo degli umanoidi per farli simili a
noi
Diventiamo
robottoidi senza neanche accorgercene. [4]
L’irragionevolezza
della poesia può aver ragione dell’Irragionevolezza che vuole dominare il
mondo? Può essere, holderlinianamente, fonte di salvezza?
Continuare
ad essere umani in un contesto in dirompente trasformazione, opponendo al kratos
computazionale l’ethos umanistico - come
suggerisce il francescano Paolo Benanti [5] - vuol dire porci una domanda oggi dirimente: “che cosa possiamo ancora
diventare?”.
Se
lo chiede Vittorio Gallese, già membro dell’équipe dell’Università di Parma
guidata da Giacomo Rizzolatti che nel 1992 scoprì i neuroni specchio.[6]
Perché “non esiste un’essenza dell’umano da salvare, né un’origine a cui
tornare. Esiste soltanto un continuo lavoro di co-emersione, in cui il
reale prende forma a partire da relazioni incarnate, affettive, situate.”[7] Continuare ad essere umani non significa
rimpiangere forme del passato, ma immergersi pienamente, consapevolmente nel
divenire futuro. E attraversare le tre correnti (gelide? impetuose? seducenti?)
che perturbano l’oceano delle nostre esistenze collettive: disumanizzazione,
de-umanizzazione, trans-umanizzazione. Tre correnti di fronte alle quali
occorre chiedersi: quale tipo di armatura[8]
psicologica e sociale può essere utile per questa nuova avventura dell’umanità?
Disumanizzazione
Cominciamo
dalla prima, la disumanizzazione:
Sarebbe
fin troppo facile richiamare i molti processi di disumanizzazione che
imperversano in un crescendo spaventoso. Questi processi in atto decretano la
fine della sacralità della vita umana, anche in aree del globo che su di essa
avevano scritto costituzioni e sorretto assetti internazionali di buona
convivenza. Quello che per noi europei e per molti altri popoli è valso per
ottant’anni sembra sfarinarsi (la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
è stata proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948). Sacro è ciò che è
incommensurabile, e come tale, non riducendosi a misura, calcolo, non è
scambiabile. Contro questo principio di pura umanità assistiamo impotenti alla
riduzione del valore della persona a misura soggetta alle logiche del mercato:
un genocidio per qualche seggio alla Knesset o per sottrarsi al giudizio dei
tribunali; migliaia di morti in mare per un vantaggio elettoralistico; milioni
di morti per consacrarsi alla storia come capo di un sacro impero. Per
continuare ad essere umani - o per diventarlo - bisognerebbe allora
ridirsi che cosa consideriamo umano, che significato vogliamo attribuire
a questo termine, quali tratti dell’umano salvare e quali abbandonare. Mi viene
da pensare, di primo acchito, che essere umani sia abitare l’Imperfezione,
sentirsi inadatti alla vita, prendere coscienza di essere dipendenti gli uni
dagli altri. Non a caso il primo segno della civiltà, per una presunta
affermazione di Margaret Mead [9]
che ha assunto un forte valore simbolico, potrebbe essere un femore guarito.
Qualcuno si è preso cura dell’infortunato, lo ha protetto, nutrito, assistito
fino alla guarigione, fino alla sua autonomia. Per prendersi cura gli uni degli
altri occorre avere coscienza che siamo interdipendenti e che se l’avventura
umana è un continuo divenire, si diviene attraverso la relazione, liberando la nostra
capacità di trascendere gli istinti, le paure, i limiti biologici, il panico
del nuovo e del diverso; di rompere i recinti delle rigide Appartenenze, come
suggerisce Gohar Homayounpour, autrice di Una psicoanalista a Teheran,
dato con la scoperta dell’inconscio (la grande rivoluzione di Freud) sappiamo
di non appartenere neanche a noi stessi. Divenire è la nostra vera libertà
perché ci consente di pensarci in costante ricerca e apprendimento, aperti al
pieno godimento della vita e di tutte le possibilità che ci presenta.
Chi siamo in fondo noi umani: persone che divengono attraverso un continuo farsi, nel rispecchiamento con gli altri e con il mondo, in un oceano di possibilità e - in questo consesso di poeti e di amanti della poesia - in un oceano di parole. C’è un altro «fare» che non sia alla fine furioso e distruttivo, che non sia un fare senza limiti? Sì, verrebbe da dire: è la Poiesis (Ποίησις), il fare poetico, generativo, che Aristotele distingue dalla Praxis (Πρᾶξις), il fare morale fine a se stesso. Poiesis è infatti «fare dal nulla», estrarre, creare e aggiungerei - se non fosse per se stessa una iperbole - un «fare per nulla», non finalizzato a un interesse appropriativo: il fare che si fa poesia, che si fa «oro». Poiesis è aprire incessantemente opportunità, cogliere i Kairòi, proiettarsi nei tempi opportuni, contrastare le avversità. Ecco un’avversità incombente: l’AI ci toglie il disturbo e la meraviglia dell’ignoto, frangendo con la predittività l’esperienza della scoperta personale, riducendo a formula, a calcolo, ad algoritmo, l’apprendimento dall’esperienza, (il confronto con l’imprevedibile), la possibilità di costruire, nella relazione, il proprio modo di stare nel mondo. Scrive a questo proposito Musil: “Se esiste il senso della realtà, deve esistere anche il senso della possibilità”. [10] La possibilità è una realtà differita o un continuo esperire il diverso da ciò che è (o che sentiamo come tale). È la continua trasfigurazione della relazione con l’alterità, luogo di confine che è esattamente la casa della poesia. Lì abita l’immaginazione che sceglie la strada della sensibilità incarnata, della esplorazione senza meta, dell’inconsapevole intreccio con l’intenzione. Fermare in un punto la nostra esperienza del reale - scrive ancora Musil - è “come piantare un chiodo nello zampillo d’una fontana.” Precludere la possibilità dell’ignoto è l’opposto della funzione poetica, che consente di esplorare l’inaudito, il nuovo attraverso il comporsi, da una insondabile sorgente originaria, dei versi scritti. Può darsi crescita umana senza esplorazione dell’inatteso, che apre nuove prospettive di esistenza ampliando le possibilità, per il sé e per il mondo, di un continuo arricchimento? Può darsi divenire senza l’esperienza autentica dell’errante che incontra e si confronta con ciò che non si aspetta per quanto possa desiderare l’ignoto?
La
fine del desiderio dell’incontro inaspettato - come spazio indefinito in cui si
formano i versi poetici - non designa uno stato mortifero?
Lo
sconosciuto: Si può essere morti senza saperlo?
Il
medico: I morti pare che non se ne accorgano, della differenza. [11]
Sembra
che molte forze convergano, umane e sovrumane, per mortificarci, impedire il
divenire nella relazione, spingerci nell’immobilità dell’Indistinto.
Prima che
tutto finisca
nell’indistinzione del dato. [12]
Là
dove l’unicità di ogni persona vivente si fonde in un tutto indistinto.
Mi
sovviene una poesia di Giorgio Caproni che sembra introdurci nei mondi che si
stanno delineando:
La
morte della distinzione.
Del
falso.
Del
vero.
È
un terreno selvaggio.
Il
piede incespica.
Il
viaggio
mai cominciato (il linguaggio
lacerato) ha raggiunto
il
punto della sua incoronazione.
La
nascita.
La
demolizione
Il linguaggio lacerato, fatto a brandelli, incapace di comunicare… Che cos’è del resto il linguaggio se non lo strumento che abilita a distinguere sensi e significati, a differenziare le cose tra di loro, a discernere tra mille possibilità, a inneggiare alla infinita poliedricità umana? Emblematica è la diffusa e coartata paura dello Straniero, dimenticando che solo se diveniamo stranieri a noi stessi possiamo conoscerci, perché è lo sguardo dell’altro che ci rivela pienamente chi siamo. E senza questo rispecchiamento che blocca ogni divenire, ciechi alla simulazione incarnata che si infiltra nella nostra mente-corpo, rinsecchiamo, vuoti di meraviglia e di senso. Ecco la disumanizzazione computazionale. La disumanizzazione non è generata solo dal disprezzo del valore intrinseco (della sacralità) di ogni persona (dove la sacralità, come detto, va attribuita alla non scambiabilità perché ogni esistenza è incommensurabile), ma anche dalla ricerca indotta (o favorita, sollecitata) dall’universo digitale che indulge alla Visibilità invece che alla Verità (per quanto relativa possa essere). Che cosa c’è di più umano che cercare di attribuire un senso (la propria “verità” o desiderio di pienezza) all’esistere? Abdicare all’umanità più profonda per limitarsi ad apparire, a vivere in una superficie luminosa a specchio, è un altro elemento che impoverisce le possibilità, le esperienze umane. [13] (Aprire centinaia di volte in un giorno la porta di accesso al multiverso per trovare un riconoscimento, per non essere tagliati fuori. Estroflessione della consapevolezza di sé. Quasi l’opposto del movimento della terapia psicoanalitica che spinge a cercare le risposte dentro di sé, un sé sociale e interdipendente capace di elaborare il “mondo” e i nostri rapporti con esso. La prevalenza dell’apparire (per essere riconosciuti e dotati di senso eterodiretto) comporta quasi inevitabilmente la falsificazione del sé, per ottemperare a mode, schemi, criteri apprezzabili da un pubblico indefinito e “misterioso” della rete (le cui tracce andrebbero propriamente cercate dentro di sé). L’inautenticità eretta a sistema di disumanizzazione nel senso che sacrifica l’identità più profonda e vera, alla spettacolarizzazione di se stessi. Nell’inautenticità - ricordiamo Umberto Saba che invitava a fare “poesia onesta” [14] - si solidifica il secondo trend disruptive: la de-umanizzazione.
Note
[1] Massimo Recalcati, Superare lil limite
sveglia il mostro che è dentro di noi, in la Repubblica, venerdì
18/9/26, p. 39.
[2] Nove marzo duemilaventi, di
Mariangela Gualtieri
[3] Scrive così l’Economist
il 20/08/2026 con un articolo dal titolo Could AIs become conscious? Even if they don’t, they might be treated as such - to humanity’s great
cost (Le intelligenze artificiali potrebbero acquisire
coscienza? Anche
se non dovesse accadere, potrebbero comunque essere trattate come se ne fossero
dotate, con gravi conseguenze per l’umanità).
[4] Carlo Penati, I
predatori digitali, poesia inedita.
[5] Cfr. Paolo Benanti, La
nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana,
Editori Laterza. Bari-Roma, 2026.
[6] Vittorio Gallese, Il
sé digitale, (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2026, p. 244
[7] Ibidem, p. 244.
[8] L’armatura è qui
intesa come l’intreccio tra ordito e trama sui telai delle
aziende tessili. Metaforicamente l’ordito (i fili verticali) rappresenta
la capacità di scendere nella profondità delle cose per coglierne il senso,
mentre la trama (i fili orizzontali) designa la capacità di correlare
tra loro gli elementi che compongono il nostro mondo relazionale cogliendone
correlazioni e interdipendenze.
[9] Nei testi scritti dalla
celebra antropologa non vi è alcun riferimento che attesti la veridicità
dell’attribuzione a lei di questa visione compassionevole della formazione
della civiltà umana.
[10] Robert Musil, L’uomo
senza qualità, Einaudi; Torino, 1957 (IV ed.), p. 14
[11] August Strindberg, Verso
Damasco, Adelphi, Milano, 1974, p. 163
[12] Carlo Penati, L’indistinto
digitale, versi inediti.
[13] Cfr. Olivia Ninotti, La
scimmia antropomorta, p. 121.
[14] “Ai poeti resta da fare
la poesia onesta”, scriveva Umberto Saba. L’onestà è l’aderenza a se stessi,
alla propria visione, ai propri principi, ai propri sentimenti. In un suo
scritto del 1911, ritrovato soltanto nel 1959, il poeta triestino così definiva
l’onestà letteraria: “(…) prima un non sforzare mai l’ispirazione, poi non
tentare, per meschini motivi di ambizione o di successo, di farla parere più
vasta e trascendente di quanto per avventura sia”. (Umberto SABA, Quel che
resta da fare ai poeti, Edizioni Henry Beyle, Milano, 2012, p. 12). È
nell’essere se stessi, e scrivere se stessi, dunque, la fonte di versi
originali. Ma ogni sé stesso è necessariamente molteplice. E si deve
inevitabilmente riconoscere, se onesti, che l’origine di ogni poesia è plurale,
in quanto sintesi di molteplici contributi e interferenze.



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