UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 2 maggio 2025

CIVIL SERVANT
di Luigi Mazzella - ex giudice Corte Costituzionale e scrittore


 
Neutralità e imparzialità, nel linguaggio della diplomazia.
 
Quando la logica e la conoscenza del diritto sono applicate con il necessario e doveroso rigore non appaiono  possibili scappatoie; e i tentativi di eluderle si dimostrano semplicemente espedienti penosi.
Ciò, ovviamente, non accade più in Occidente dove gli irrazionalismi, che costituiscono il substrato della sua “cultura”, condannano il raziocinio alla latitanza. Per realizzare gli obiettivi di irrazionalità più aberranti e ignominiosi è in atto una vera e propria Lotta contro il Diritto, come dice il titolo di un libro di Teodoro Klitsche de la Grange. A condurla, sarebbe, a mio giudizio, quell’esercito di civil servant che il Re Sole e il suo Ministro Colbert misero secoli fa a disposizione di una classe politica che oggi è diventata, come mai prima, scadente, ignorante e prepotente e al tempo stesso servile nei confronti di chi detiene il potere. Personalmente ho già citato, in una nota precedente, un esempio di “lotta” gaglioffa di tale tipo, ricordando il caso del diritto di cronaca e dell’interpretazione data dagli impiegati pubblici, che svolgono la funzione di giudici,    dell’articolo 21 della Costituzione (quei magistrati hanno ignorato la distinzione del vocabolario italiano tra “pensiero” e “opinione” per aizzare e fomentare la rissa politica e annullare, in pratica, ogni tutela dell’onore e della reputazione dei cittadini). Oggi, ritorno sull’argomento per raccontare il caso dell’interpretazione data da altri impi
egati statali, i Diplomatici europei (soprattutto: francesi) dell’articolo 5 del Trattato sulla NATO, per favorire, questa volta, addirittura la guerra tra le Nazioni.  



In base alle norme del Trattato Atlantico, così come interpretate dai diplomatici predetti, i Paesi aderenti alla NATO non dovrebbero considerarsi in guerra contro la Russia di Putin, pur avendo mandato e continuando ad inviare a Zelensky droni non solo ricognitivi ma altamente distruttivi, navi da guerra, armi sofisticate, carri armati e altri mezzi corazzati, cannoni, mitraglie e fucili, aerei da combattimento,  munizioni, provviste militari e altro materiale bellico (direttamente o indirettamente), consiglieri militari, o concedendo sostegni finanziari,  supporti in materia di telecomunicazioni e via dicendo. Interpretando correttamente la norma, si dovrebbe ritenere che i Paesi dell’Unione Europea hanno deciso, di porsi, per loro libera scelta, come cobelligeranti a fianco dell’Ucraina. E invece no! Utilizzando i “distinguo” della diplomazia, abile nei cosiddetti “salti della quaglia”, essi sostengono che non si sono resi responsabili di alcuna violazione dell’obbligo di neutralità, compiuta, a giudizio di chi non ha il prosciutto sugli occhi, nel più palese ed eclatante dispregio dell’articolo 5 del Trattato NATO. La risibile tesi è che essi hanno compiuto una  semplice violazione dell’obbligo di imparzialità che non comporterebbe sul piano della belligeranza gli stessi effetti. Con mezzucci legulei da “pagliette di pretura”, per evitare ai loro Paesi le ritorsioni tipiche di un conflitto armato, le feluche Occidentali avrebbero lanciato il fatidico grido di “eureka”: non è stata violata la neutralità (peccato, usando il linguaggio della Chiesa, per così dire “mortale”) ma si è infranta l’imparzialità (peccato semplicemente “veniale”). Ora in che cosa si distingua la neutralità dall’imparzialità è difficile dire, se non si ha sulla testa un cappello piumato. I due termini, dai vocabolari della lingua italiana,  sono considerati perfetti sinonimi e basta avere anche solo un minimo di buon senso per capire che chi arma la mano di uno dei due contendenti ne prende le parti e non è certamente “imparziale”. Il rifiuto delle definizioni dei dizionari delle lingue europee e la cultura scolastica dei vincitori di un concorso di primo grado per neolaureati (spesso: male) in giurisprudenza fanno il “miracolo” di trasformare la “guerra” in “pace”.
Ciò consente, nel caso che stiamo esaminando, a Paesi bellicosi di continuare a violare il diritto internazionale che impone agli altri Paesi, in caso di guerra tra due o più Stati di non prendere posizione in favore di nessuna delle parti coinvolte nella controversia e di restare, quindi, “imparziali”, id est “neutrali”. La sconfessione di un tale principio di identità terminologica ha un ulteriore effetto magico: consente di perpetuare una guerra anche quando i maggiori contendenti decidono di volerla finire.
 

 

PREMIERATO FA RIMA CON... POPOLO GABBATO
di Vittorio Melandri


 
Sono passati ormai quasi cinque anni (settembre 2020), dall’uscita di due densi “volumetti”: La matematica è politica” di Chiara Valerio (Einaudi), e Helgoland di Carlo Rovelli (Adelphi).
 
Il nome del secondo è quello di un luogo, come si legge nella quarta di copertina, una “spoglia isola nel Mare del Nord, luogo adatto alle idee estreme”. Entrambi i libri affrontano in modo esemplarmente divulgativo, complessi problemi scientifici, li cito perché entrambi sin dalle prime pagine propongono lo stesso concetto. Nel primo si legge: “(…) più delle cose o delle persone sono importanti le relazioni tra una cosa e l’altra, una persona e un’altra, e tra cose e persone”. Nel secondo, che si propone di farci capire almeno un poco, niente meno che la meccanica quantistica, si legge: (“…) se la stranezza della teoria ci confonde, ci apre anche prospettive nuove per capire la realtà. (…) Una realtà fatta di relazioni, prima che di oggetti”. La meccanica (la fisica) quantistica, tanto complessa, e astrusa, anche se non ancora capita fino in fondo da chi la studia, e per noi persone normali tanto controfattuale e respingente, però funziona: e anche se a nostra insaputa, la usiamo ogni giorno di più. Infatti internet, le comunicazioni, la sensoristica, la medicina che ci salva la vita, e, di sempre maggiore attualità, l’intelligenza artificiale, sono solo alcuni dei settori dove la fisica quantistica è già mutata da teoria in tecnica, in varie forme ospitata nelle nostre tasche. Non salto di palo in frasca se riprendo che Helgoland è un’isola adatta alle idee estreme, perché l’Italia è una penisola dove da sempre, almeno in politica, circola l’idea più estrema di tutte, ovvero che le “relazioni” che contano siano solo quelle di famiglia. Dalla famiglia cosiddetta naturale, alla famiglia etnica, dalla famiglia politica alla famiglia religiosa, per finire alla famiglia mafiosa che “mirabilmente” le comprende tutte. Delle relazioni tra persone e idee e cose, in Italia sembra non fregare niente a nessuno, ciascuno crede di poter muovere a suo piacimento un solo tassello, il proprio, senza che la “relazione” di quello, con il resto del mondo circostante, modifichi niente che lo possa interessare. Non lo dice il Re della poesia, di fatto lo pensano tutti, “io son io e voi non siete un c…”. Clamoroso in proposito il modo in cui si tratta la Costituzione, la cornice che racchiude il quadro che si chiama Repubblica Italiana, e che sotto la protezione della quale, si è sin qui sviluppato il nostro vivere insieme. I Costituenti l’hanno costruita con la massima cura per le “relazioni” che legano fra loro le sue parti. Noi cittadini che l’abbiamo ereditata e che abbiamo avuto il fortunato privilegio di usarla, e avremmo dovuto collaborare al meglio, al compito di attuarla, prima siamo stati indifferenti al lasciarla in gran parte incompiuta (lo diceva già Calamandrei che aveva presto capito l’andazzo), poi si è cominciato a sproloquiare sulla necessità di mutarne delle parti, senza appunto tener conto delle “relazioni” che le legano. Abbiamo chiamato “riforme” dei veri e propri “sbreghi”, alcuni dei quali ricuciti prima che facessero danni, altri, penso allo “sbrego” che la sinistra, la “mia” famiglia politica (anche con il mio stupido voto) ha prodotto al Titolo V, hanno invece arrecato danni che ci ostiniamo a non vedere. E siamo ancora una volta, come nel gioco dell’oca, alla casella di partenza. L’introduzione del cosiddetto “premierato” (fa rima con popolo gabbato), slegato da ogni “relazione” con la complessa architettura istituzionale, viene indicato come risoluzione dei problemi di governabilità, che stando ad una vulgata alimentata da destra centro e sinistra, ci affliggerebbero, ed è di fatto sbandierato come un drappo rosso, dinnanzi al popolo-toro, ferito e infuriato. Visti i numeri in Parlamento, che una demenziale legge elettorale ha sigillato, se la Corte Costituzionale non boccerà l’obbrobrio annunciato, un referendum in difesa della Costituzione, com’è, resta ancora una volta il solo strumento che come cittadini abbiamo, per sperare in un’Italia migliore domani, di quanto non sia oggi.

TEATRO ALLE COLONNE
Corso di Porta Ticinese n. 45 a Milano




 

giovedì 1 maggio 2025

QUALE EUROPA?
di Franco Continolo


 
Propongo l’articolo in oggetto, scritto dall’ex diplomatico britannico Ian Proud, nella traduzione di Google, perché va alla sostanza dell’europeismo, quindi è una lettura da raccomandare. La domanda sottostante è infatti la seguente: per aderire all’UE, un paese dovrebbe mostrare di condividere il progetto di unità politica dell’Europa, quindi la volontà di adeguarsi alle regole del federalismo democratico, oppure approvare la linea politica del momento delle istituzioni comunitarie? A me pare che l’europeismo si identifichi con la prima risposta, la seconda riflettendo il deragliamento del progetto europeo avvenuto con l’allargamento a Est a rimorchio della NATO, un’impresa dal carattere imperialistico, del quale la tragedia ucraina è la degna conclusione (se non avverrà di peggio grazie ai guerrafondai che oggi incredibilmente rappresentano l’UE). La questione serba è dunque emblematica, e se l’europeismo fosse ancora un movimento vivo, in Europa se ne discuterebbe animatamente; invece l’Europa è morta. Anzi ha ragione Lavrov a dire che l’Europa si sta nazificando, che è molto peggio. Questo è il risultato di ottant’anni di propaganda anglo-americana: è l’Europa che sceglie come data fondante il 6 giugno 1944, sbarco in Normandia, invece che il 9 maggio 1945, resa della Germania nazista. Vista la circostanza, varrebbe la pena di verificare quanto la questione europea sia stata al centro del pensiero di Francesco, Ciò che credo si possa dire con relativa certezza è che Egli abbia messo una pietra sopra l’Europa del suo predecessore polacco: quella delle radici, dei valori e di altra cianfrusaglia clerico-fascista. L’impressione (da verificare da parte dei biografi) è però che alla fede polacca si sia sostituita una crescente sfiducia nell’Europa.


L'esaltata guerrafondaia
Kaja Kallas

*
Mentre paesi dell’Europa centrale come la Slovacchia diventano sempre più insofferenti a causa dello strisciante autoritarismo di Bruxelles, la Commissione Europea ha aumentato la pressione su aspiranti membri dell’UE come la Serbia affinché interrompano i rapporti con la Russia e impongano invece sanzioni. Questo non è di buon auspicio per il progetto europeo. Il Primo Ministro slovacco, Robert Fico, e il Presidente serbo Aleksandar Vučić hanno in programma di partecipare alla parata del Giorno della Vittoria del 9 maggio a Mosca, per commemorare l’80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. La grande differenza è che, mentre la Slovacchia è uno Stato membro dell’UE, la Serbia spera solo di diventarlo, un giorno. Kaja Kallas, Alto Rappresentante dell’UE per la Politica Estera e la Sicurezza, ha dichiarato, dopo la riunione dei Ministri degli Esteri dell’UE del 14 aprile, che “qualsiasi partecipazione alle parate o alle celebrazioni del 9 maggio a Mosca non sarà presa alla leggera da parte europea, considerando che la Russia sta davvero conducendo una guerra su vasta scala in Europa”.


Nazifascismo e idioti

Il Ministro degli Esteri della Lettonia, Baiba Braže, è intervenuto, richiamando “la discussione sui valori e la linea della PESC, comprese le sanzioni, e le indicazioni molto chiare degli Stati membri dell’UE affinché i candidati non partecipino alla parata del 9 maggio a Mosca e non intraprendano tali viaggi, poiché ciò non sarebbe in linea con i valori dell'UE”. Jonatan Vseliov, Segretario Generale del Ministero degli Esteri estone, è stato più esplicito, affermando: “Dobbiamo assicurarci che [la Serbia] capisca che certe decisioni hanno un costo. La conseguenza è la mancata adesione all’Unione Europea”. Le procedure interne dell’Unione Europea sono state strumentalizzate a tal punto che minacce e ricatti sono diventati una normalità. Dal 2020, una modifica al processo di adesione all’UE consente ai singoli Stati membri di bloccare un paese candidato in ogni fase del processo. Gli sforzi della Serbia per progredire nel Cluster 3 del processo di adesione – competitività e crescita inclusiva – sono bloccati ormai da diversi anni, nonostante sia apparentemente in una posizione istituzionalmente favorevole per avviare i negoziati. Un tentativo dell’Ungheria di ottenere un accordo per l’avvio dei negoziati del Cluster 3 a dicembre 2024 è stato bloccato da sette paesi dell’UE, tra cui i soliti noti: Estonia, Lettonia e la vicina Croazia. Le ragioni citate sono state il rifiuto della Serbia di imporre sanzioni economiche alla Russia, il suo “orientamento geopolitico poco chiaro” e le relazioni con il Kosovo. La linea adottata dalla Serbia in equilibrio tra Europa e Russia sarà un importante punto di rottura a Bruxelles finché il Presidente Vučić sarà al potere. 


La pacifista Kaja Kallas
si prepara alla guerra


Vučić ha spesso chiesto il dialogo e una risoluzione pacifica della guerra in Ucraina. Ciò non significa che sia d’accordo con Mosca su tutto; non riconosce la Crimea come russa, per le stesse ragioni per cui la Serbia non riconosce l’indipendenza del Kosovo. Ma, come sottolinea, le relazioni tra gli stati nei Balcani e nell’ex spazio sovietico sono complesse e il dialogo è di vitale importanza, nonostante le notevoli differenze in alcuni ambiti.

È semplicemente errato affermare che ogni aspetto della politica estera serba sia filo-russo. Eppure, come nel caso della Georgia, la guerra in Ucraina, unita a un processo di esportazione della democrazia andato fuori controllo, ha spinto gli eurocrati di Bruxelles a imporre alla Serbia una scelta binaria: “o sei con noi o sei con la Russia”. Pur essendo determinata a mantenere sane relazioni con la Russia, la Serbia si è dimostrata da tempo sincera nel suo impegno per l’adesione all’Europa, avendo presentato la prima domanda di adesione nel 2009 e ottenuto lo status di Paese candidato nel 2012. C’è stato un periodo in cui la Serbia sembrava avviata verso l’adesione all’UE entro il 2025, ovvero quest’anno. Il governo ha un Ministero per l’Integrazione Europea. La sua crescita economica annuale, a parte il calo dovuto alla pandemia nel 2020, è vigorosa e il Paese ha compiuto passi da gigante nell’apertura della sua economia. Tuttavia, il presidente Vučić ha recentemente lasciato intendere che è improbabile che la Serbia aderisca all’UE prima del 2030. Credo che anche questo sia un obiettivo estremamente ambizioso. Anche se la pace iniziasse a decollare in Ucraina, ci vuole molto ottimismo per scommettere sulla completa rimozione delle sanzioni dell’UE contro la Russia, con Ursula von der Leyen e Kaja Kallas nei loro ruoli fino alla metà del 2029. E la posizione della Serbia sulle sanzioni bloccherà i negoziati di adesione per tutto questo periodo. Niente di tutto ciò ha cambiato il piano di Vučić di visitare Mosca il 9 maggio. A quanto pare, un’unità militare serba prenderà parte alla Parata della Vittoria in Piazza Rossa, anche per commemorare il milione di jugoslavi caduti durante la Seconda Guerra Mondiale.

 


In una recente intervista, la Ministra serba per la Famiglia e la Demografia, Milica Đurđević-Stamenkovski, ha dichiarato: “La costante insistenza dell’UE su sanzioni e confronto con la Russia, il suo rifiuto di soluzioni razionali per quanto riguarda il conflitto in Ucraina e la sua riluttanza a riconoscere il grave deficit di legittimità democratica delle sue istituzioni: tutto ciò ha seriamente minato l’autorevolezza e l’attrattiva del progetto europeo”. Quindi, il desiderio di adesione della Serbia all’UE potrebbe raffreddarsi, poiché si sta rendendo conto che non sarà mai ammessa in Europa se non si allineerà a Bruxelles e a Stati membri come Croazia ed Estonia. E i politici dell’UE hanno prestato il loro sostegno alle diffuse proteste antigovernative che hanno portato alla caduta del governo serbo a marzo. Ciò ha fatto seguito alle accuse di corruzione e negligenza in seguito alla tragedia alla stazione ferroviaria di Novi Sad nel novembre 2024, in cui hanno perso la vita 16 persone. La situazione interna in Serbia sembra stabilizzarsi, con la formazione di un nuovo governo. Ma ci sono preoccupanti echi dell’enorme pressione esercitata sulla Georgia in vista della fine del mandato dell’ex presidente, con l’UE e gli Stati Uniti che cercavano attivamente un cambio di regime a Tbilisi. Poiché la Slovacchia è già membro dell’UE, il Primo Ministro Robert Fico, sempre più irrequieto, si è sentito meno limitato di Vučić nella sua risposta al ricatto di Bruxelles sulla sua visita a Mosca del 9 maggio. In un post su X ha osservato: “L’avvertimento della signora Kallas è una forma di ricatto o un segnale che sarò punito al mio ritorno da Mosca? Non lo so. Ma so che l’anno è il 2025, non il 1939. L’avvertimento della signora Kallas conferma che abbiamo bisogno di un dibattito all’interno dell’UE sull’essenza della democrazia. Su ciò che è accaduto in Romania e Francia in relazione alle elezioni presidenziali, sui “Maidan” organizzati dall’Occidente in Georgia e Serbia... E permettetemi di ricordarvi che sono uno dei pochi nell’UE che parla costantemente della necessità della pace in Ucraina e che non sostiene la continuazione di questa guerra insensata. Le parole della signora Kallas sono irrispettose e mi oppongo fermamente ad esse”. Non potrei essere più d’accordo.

 

PER LA LIBERTÀ DI BOUALEM SANSAL
di Guido Salvini

Boualem Sansal

In gioventù si protestava contro la repressione nel Cile di Pinochet che colpiva anche artisti come Victor Jara, ucciso nello stadio di Santiago e qualcuno, anche se non tutti, si batteva per la libertà dei dissidenti nei paesi dell’Est europeo, ricordo gli appelli e le manifestazioni al Club Turati Milano a sostegno degli oppositori cecoslovacchi di Carta 77. Sembrano tempi lontani. Oggi il silenzio circonda la sorte di uno scrittore detenuto in Algeria, Boualem Sansal. Credo che ben pochi dei giovani che un tempo sfilavano e ora camminano con la testa china sul cellulare sappiano chi sia Sansal. È uno scrittore franco-algerino con doppia nazionalità, ha 75 anni e, come lo vediamo nelle fotografie, con i suoi capelli lunghi e gli occhiali qualche volta tondi un po’ alla John Lennon, assomiglia ad un hippy anziano. Ha scritto romanzi importanti, pubblicati anche in Italia da Neri Pozza. Uno di questi romanzi “2084 la fine del mondo”, per il quale ha vinto anche un premio dell’Acadèmie française, condanna il totalitarismo islamista e infatti riecheggia nel titolo il romanzo 1984 di George Orwell.

 


Ha voluto coraggiosamente tornare nel suo paese di origine nonostante fosse avvisato del pericolo di persecuzioni ed è stato arrestato il 16 novembre 2024 all’aeroporto di Algeri. È stato accusato di aver affermato, in occasione di una intervista ad una emittente francese, che l’Algeria, nel ridisegnare i confini nel periodo postcoloniale, si era appropriata di una parte di territorio che in realtà era marocchina. Una semplice opinione. Tutto qui. Ma per il governo di Algeri quella è una minaccia all’unità nazionale ed equivale ad un reato di terrorismo. Come se qualcuno di noi fosse arrestato e condannato perché sostiene, senza usare alcuna violenza, che l’Alto Adige dovrebbe ritornare all’Austria. In realtà le colpe dello scrittore sono anche più gravi. Ha denunciato negli anni il pericolo islamista e poi la corruzione diffusa che caratterizza l’attuale regime. Ha inoltre mostrato rispetto per Israele rifiutandosi, unico scrittore arabo, di boicottare la Fiera del libro Parigi in cui ospite d’onore era Israele. Ha fatto anche una visita in quel paese. Questa è la sua vera colpa. Su di lui pesa anche una fatwa di Hamas. Una Corte algerina lo ha condannato a 5 anni di reclusione. Una pena che per un uomo della sua età e gravemente malato lo mette a rischio. Sansal è il Dreyfus d’Algeria e rischia di fare la fine dell’oppositore russo Navalny. La speranza delle primavere arabe è stata tradita e quello di Sansal non è un caso isolato. Pochi giorni fa una Corte di Tunisi ha condannato, al termine di un processo senza garanzie difensive, 40 tra esponenti politici, avvocati, imprenditori e giornalisti accusati di cospirare contro la sicurezza dello Stato e di aver costituito un gruppo terroristico. 


In realtà sono solo oppositori del governo che, come in Algeria, è diventato regime. Ad alcuni imputati è stata contestata come “prova” della cospirazione addirittura il rapporto con diplomatici europei in Tunisia, tra cui quello italiano Per comprendere che si tratta di un processo farsa basta ricordare che tra i condannati, addirittura a 33 anni di reclusione, c’è il filosofo francese Bernard Henri- Levy. Sembrerebbe una fake news se non fosse riportata dai quotidiani. Comunque al filosofo francese conviene non andare in vacanza in Tunisia. In Francia per Sansal è iniziata per lo scrittore una forte mobilitazione che vede anche l’impegno del presidente Macron. Ma la detenzione di Boualem Sansal non è solo una disputa che riguarda la Francia e l’Algeria, animata da vecchi rancori. La sua libertà, quella di un cittadino europeo, riguarda tutto in tutti noi. L’Europa fonda la sua storia sulla libertà di pensiero e di espressione per tutti. Da questo è venuto tutto il resto: l’idea dell’uguaglianza tra gli uomini, lo sviluppo economico, il progresso scientifico, la cultura e le arti. Pur tra molti errori che tuttavia solo in un sistema che rispetta i diritti dell’uomo si possono rimediare. I libri di Sansal sono tradotti e letti in tutta Europa. Quindi quello che viene fatto allo scrittore viene fatto anche a noi e ai nostri valori, la sua libertà è anche la nostra e se l’Europa si dimentica di lui dimentica sé stessa.

                                                                                 

IN NOME DELL’IGNORANZA UNIVERSALE
di Romano Rinaldi


 
Una vecchia canzone goliardica recitava il ritornello: “(…) in nome della fratellanza universale…” a corollario di una iconoclastica e irriverente sequela di lazzi e derisioni, storpiature di litanie liturgiche al limite della blasfemia. Il significato di tale liceità era assai chiaro; gli studi superiori aprivano la mente al libero pensiero e la prima libertà si esprimeva con l’affrancamento dalla liturgia religiosa con le sue ripetizioni ossessive di frasi che proprio in virtù di quella ripetizione, diventavano ineludibili obblighi per il popolo ma apparivano come esecrandi esercizi di stoltezza per le menti pensanti. Altrettanto chiaro è il fatto che il cosiddetto “Sessantotto” e le sue rivolte anti-baronali si è portato via tutta questa contro-liturgia caratteristica della goliardia perché a quel contraltare non faceva più riscontro l’altare a cui voleva far fronte ed era giunto il tempo di liberarsene definitivamente.



In pratica, l’Università si stava appropriando definitivamente del ruolo di libera istituzione che era l’esatta cifra della sua fondazione, pur avendo avuto come levatrici le chiese e gli ordini monastici non solo cristiani ma anche delle altre religioni, a partire probabilmente dal buddismo e dall’islamismo.
Cosa sta ora avvenendo all’istituzione universitaria negli Stati Uniti d’America? E in quale misura dobbiamo attrezzarci per evitare la solita emulazione “culturale”? Quali sono i motivi per cui la presente e da pochissimo insediata nuova amministrazione si sta producendo in un osceno attacco alle più blasonate e antiche università private di quel Paese, meta delle migliori menti (spesso sostenute dalle famiglie più abbienti) dei giovani provenienti da ogni parte del mondo, oltre che naturalmente da tutti gli Stati dell’Unione? In nome di quale mai principio superiore, l’attuale dirigenza politica americana ha scatenato una tanto scriteriata opposizione alle Istituzioni di più elevata educazione, perno e fucina del pensiero e della evoluzione scientifica, tecnica, giuridica, economica, medica e di tutto lo scibile per cui si sono distinte nei secoli? Quale mai ragione possono accampare con la sottostante pretesa di ridare all’America la grandezza a cui ambiscono, decantata in coro negli slogan elettorali, soffocando la libertà delle istituzioni che annoverano il più alto numero di premi Nobel tra i loro docenti ed ex discenti? Quale arcano timore di perdere il potere conquistato col voto popolare scuote l’attuale dirigenza politica americana, nei confronti delle libere istituzioni di educazione superiore che vantano il diritto di discutere la dottrina del maestro come principio per l’avanzamento della conoscenza e della civiltà?



Se e quando ognuno di noi avrà trovato una ragionevole e convincente risposta in senso positivo e migliorativo a queste poche, essenziali domande, allora e solo allora, in nome dell’ignoranza universale, avrà conquistato il pieno diritto di spalleggiare a casa propria e negli stati Uniti d’America il corso politico che ambisce a questa regressione. Se non altro in nome della libera scelta e del consapevole libero arbitrio.
Con tanti auguri per il raggiungimento delle mete interplanetarie di cui vanno blaterando e persino per il mantenimento del primato tecnologico delle comunicazioni e dei satelliti coi quali credono di poter governare un mondo sempre più inviluppato nei conflitti che contribuiscono con le loro stolte politiche a fomentare. Altroché Pace! Tantomeno nelle prime 48 ore o 48 giorni dall’insediamento alla presidenza della meno probabile autorità culturale e politica del secolo.

IL TORMENTONE DELLA DETERRENZA
di Lidia Sella


 
Ospitiamo un duro intervento contro il riarmo e i guerrafondai della giornalista e scrittrice Lidia Sella.  
 
La “sinistra” pacifista è pervenuta alla conclusione che armarsi sino ai denti sia funzionale alla pace: un’opinione assurda, al limite della dissonanza cognitiva. Una convinzione che sembrerebbe germogliata dalle pagine di 1984, il romanzo distopico pubblicato dal massone George Orwell nel 1948. Un testo dove si illustrano la “neolingua” e il “bipensiero”, le tecniche per il condizionamento e il controllo mentale, la mistificazione della realtà e della Storia, cioè gli stessi meccanismi di propaganda e manipolazione psicologica di massa che, nelle cosiddette democrazie liberali, trovano ampia applicazione.
“LA GUERRA È PACE”, “Il nemico contingente incarna sempre il male assoluto”… Un decennio dopo l’altro, quasi tutti gli scenari prospettati in 1984 si sono in effetti avverati. Per una semplicissima ragione. Il messaggio nella bottiglia che l’autore ci ha trasmesso non costituiva una profezia. Quanto piuttosto un’anticipazione. E un avvertimento. George Orwell, affiliato alla Fabian Society, era tenuto all’impegno del silenzio. Per aggirare l’ostacolo, ricorse al sotterfugio della finzione narrativa. Riuscì così a mettere in guardia i posteri contro il folle progetto di predominio del Nuovo Ordine Mondiale, orchestrato dalle élite cosmopolite, a danno dei popoli, quelle medesime consorterie finanziarie che hanno instaurato la “Dittatura Europea” (a coniare tale espressione fu l’antropologa Ida Magli). 



Il Rearm Europe Plan, da poco ribattezzato Readiness 2030, approvato dal Parlamento Europeo il 2 aprile 2025, ribadisce il diritto di Israele all’autodifesa, fa riferimento a una fantomatica “minaccia senza precedenti di un’aggressione russa sul territorio dell’UE” (art.160), richiede un investimento di 800 miliardi di euro e, sulla carta, si prefigge di garantire all’Europa una “pronta difesa”. Nei fatti, con ogni probabilità, servirà invece a depauperare ancor di più l’Europa. O, forse, a trascinarla in un conflitto atomico. E, mentre sul Vecchio Continente infuriano venti di guerra, i media allineati gettano benzina sul fuoco. Michele Serra, che il 15 marzo 2025 ha promosso a Roma la manifestazione “Una piazza per l’Europa” – vergognosamente finanziata dal Comune di Roma con 350 mila euro prelevati dalle casse capitoline – è un famoso opinionista di la Repubblica, testata del Gruppo GEDI, che fa capo alla Exor, una holding controllata della famiglia ebraica Elkann. A onor del vero, Exor non fabbrica direttamente armi. Però detiene partecipazioni in aziende attive nel comparto della difesa. Attraverso la multinazionale Iveco Group, Exor possiede Iveco Defense Vehicles (IDV), divisione specializzata nella produzione di veicoli militari, quali blindati e mezzi per le forze armate. Iveco Defense Vehicles (IDV) ha anche collaborato con Leonardo, leader italiana nel settore difesa, dando vita al Consorzio Iveco - Oto Melara (CIO), per sviluppare e immettere sul mercato blindati come il centauro II e il VBM freccia. Exor ha altresì investito nella Rolls-Royce, industria che sforna motori sia per aerei civili che per veicoli militari, e partecipa al Tempest, programma per lo sviluppo di caccia di ultima generazione.



Nulla insomma accade per caso. E quando i lacchè della stampa di regime scodinzolano per promuovere i desiderata del padrone, di solito un motivo c’è. D’altronde i grandi burattinai – detentori di immensi capitali, proprietari dei maggiori mezzi di informazione e giocolieri della menzogna – per sedurre l’opinione pubblica non si avvalgono di metodi violenti, Un semplice lavaggio del cervello è più che sufficiente. Orwell ci aveva avvisati.
Occorre poi tener presente che, per i fabbricanti di armamenti, la guerra rappresenta un affare alquanto redditizio. Perciò, adesso come in passato, dietro le quinte dello scacchiere internazionale c’è chi preferisce incrementare la tensione, anziché agire per attenuarla. Mayer Amschel Rothschild (1744-1812), per esempio, non si fece scrupoli a dichiarare: “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo le conferenze di pace. Le guerre vanno condotte in modo che le nazioni sprofondino sempre più nei loro debiti, e risultino così sempre più soggette al nostro potere”. Un’attitudine che il filosofo Hegel definì nei seguenti termini: “Gli Ebrei vincono senza aver combattuto”.



Oggi l’Europa continentale è una colonia, soggetta al giogo anglo-atlantico, schiacciata sotto il tallone militare della NATO, strozzata dal cappio dell’usura, chiusa nella morsa del “libero mercato” e delle Borse e, siccome non è sovrana, la facoltà di autodeterminarsi le è preclusa. Di conseguenza non ha neppure la libertà di optare per la pace.
Solo se un giorno i popoli europei sapranno dunque affrancarsi da questo
vassallaggio multiplo, potranno allora riprendere in mano le redini del proprio destino politico, sociale, economico e culturale. E inaugurare magari un futuro Rinascimento, nel solco delle nostre millenarie radici greco-romane. E, tutt’al più, cristiane. Origini però non certo riconducibili a una matrice talmudica, come viceversa la Van der Leyen ha di recente avuto la sfrontatezza di sostenere.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

INATTUALITÀ DELLA NATO
di Luigi Mazzella



 
 
È contestato solo dai suoi fautori più oltranzisti, portati all’offesa più che alla difesa il fatto che la NATO ha fatto il suo tempo! Essa è stata voluta, nel 1949, dagli Stati Uniti d’America, in primis, e poi da altri Paesi dell’Occidente; e ciò per una duplice paura: a) la minaccia della guerra fredda, aggravata dalla presenza del Patto di Varsavia del 1955 e b) l’espansione de Comunismo per effetto dell’avanzamento dell’Unione Sovietica.
Oggi: 1) La Guerra Fredda è generalmente considerata conclusa tra il 1989 e il 1991, con l'implosione del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica; 2) Il Patto di Varsavia si è sciolto, essendo finita lacontrapposizione politica, ideologica e militare tra l’Occidente e l’Unione Sovietica; 3) Il Comunismo è solo nei programmi di qualche partito politico Occidentale, nostalgico del marxismo e portato agli estremismi (che sono in pari misura di destra e di sinistra, perché originati dalla stessa matrice filosofica teutonica di fine Ottocento).
Orbene, i napoletani che hanno normalmente una buona attitudine psicologica, utile per capire la gente, non a caso, nella “smorfia” hanno dato il numero 90 (la punta più alta nel gioco del lotto) alla “paura”. 



E di paura in Occidente vivono i “guappi di cartone” (come dicono sempre a Napoli): ve ne sono molti in Europa tra gli esponenti della classe politica. Questi governanti (al tempo stesso versipelle e guasconi) dopo l’attacco sferrato dalla Russia contro l’Ucraina dei battaglioni nazisti Azov di Zelensky per arrestare il genocidio di filorussi e russofoni nelle zone di confine ( e ciò a dispetto di ben due accordi sottoscritti a Minsk) hanno ritenuto di interpretare a modo loro l’articolo 5 del Trattato del Patto Atlantico.
Non essendovi, infatti, la condizione di un attacco contro uno Stato membro della NATO (che legittimava un intervento militare “difensivo”) hanno deciso, con un cavillo da “pagliette” di pretura di provincia, di poter sopperire all’invio di uomini (spesso del tutto privi di addestramento e soprattutto di volontà bellicosa) con la fornitura di missili, carri armati, aerei e bombe di ben più rilevante potenza distruttiva e di facile agibilità da parte di militari istruiti da Azov. Allo stato, dato che nonostante l’opposto orientamento degli Stati Uniti, per quei governanti “la guerra continua” (come per Badoglio, ai suoi tempi) quegli invii di armi altamente distruttive fatti di Meloni, Crosetto Macron & co, rappresentano un ostacolo evidente per una pace che alla Russia risulta non voluta dai Paesi Europei. 



Con buona evidenza, non si può firmare un trattato di pace se un co-belligerante, sia pure subdolamente mascherato, si sente e dichiara di essere tuttora in guerra. In realtà Trump dovrebbe seguire il suggerimento di Elon Musk non solo per l’abolizione dei dazi ma anche per l’uscita dalla NATO. È comprensibile che egli, probabilmente, intenda farlo dopo la sottoscrizione della pace in Ucraina, ma se il comportamento dei governanti europei (compresa la Presidente sedicente “sua amica”) ritarda quel momento, non credo che debba attendere molto tempo ancora prima di venire incontro al desiderio di pace (e finalmente di neutralità) che sembra prevalere ormai in un Occidente che ha già sofferto tanto per l’irrequietezza ricorrente e ciclica dei suoi governanti Europei.
 

UN POPOLO IN CROCE
di Tayeed Dibiee



Pubblichiamo questo scritto accorato della nostra collaboratrice Tayeed Dibiee scritto nella notte della Domenica delle Palme, perché il suo popolo è stato crocifisso e non si vede alcuna resurrezione.  
 
La notte è quella della Domenica delle Palme, che commemora l’entrata di Gesù a Gerusalemme, quando è stato ricevuto dagli abitanti con le fronde delle palme, quando gli abitanti hanno steso i loro mantelli sulla strada al suo passaggio e altri hanno steso i rami degli alberi. Allora la folla gridava: “Osanna, benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Osanna vuole dire liberaci, liberaci questa notte stessa. Invano, proprio in questa notte Israele ci attacca di nuovo, calpestando ogni legge internazionale, calpestando l’umanità di cui aveva parlato il palestinese Gesù Cristo, figlio della città di Nazaret. 



In questa notte gli occupanti israeliani ci obbligano ad evacuare l’ospedale Mamadani: l’unico che ancora funzionava parzialmente nella città di Gaza. Dopo 20 minuti da quando è arrivato l’ordine di evacuare, Israele ha bombardato le sale operatorie e il reparto dell’ossigeno. In questo modo ha ucciso numerosi ricoverati malati e feriti che lottavano per la vita, tra di loro anche il piccolo Haten Alnabia. Ora la città di Gaza è senza l’ospedale Mamadani, che era stato costruito dalla Chiesa Anglicana anche a Gerusalemme per aiutare i malati palestinesi. Israele ha circondato Gaza e vieta l’ingresso di ogni genere di materiale medico e medicinale, inoltre ha ucciso e arrestato numerosi medici e operatori sanitari. 



Ha compiuto un terribile massacro di persone che si erano rifugiate nell’Ospedale Mamadani credendosi al sicuro. Israele ha fatto esplodere una bomba MK84 di produzione americana. L’ospedale era pieno di bambini e famiglie, sono state uccise 500 persone e centinaia sono rimasti feriti o mutilati e tanti di loro continuano a vivere soffrendo senza alcuna cura. Ma nessuno ha fatto niente per fermare Israele! Anzi molti paesi appoggiano Israele, mandano armi micidiali, solo per uccidere i civili. Quindi, a questo punto, perché Israele dovrebbe smettere di fare massacri e di compiere un genocidio? Tutto il mondo tace! Tace pur vedendo i massacri, pur vedendo il genocidio, tutto il mondo fa finta di niente... Nella notte della Domenica delle Palme, Gaza ha gridato: “Oh Dio salvaci, il mondo ci sta sgozzando, è un genocidio...”, ma sembra che non ci sia salvezza alcuna per il popolo palestinese.


 

A CAZZAGO SUL MINCIO
Per la Palestina  




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