CECCO E DANTE
Caro Professore,
le scrivo per condividerle una riflessione che mi
ha letteralmente folgorato, e di cui vorrei molto sentire il suo parere da
poeta e scrittore. Riflettendo su quel vertice assoluto di invenzione
linguistica che è il conio dei verbi dai pronomi - un’articolazione formidabile
che trova il suo apice celeste nel celeberrimo verso di Dante nel Paradiso
(«S’io m’intuassi, come tu t’inmmii», Canto IX) - sono andato a
ripensare al modo in cui la stessa identica mossa alchemica sulla lingua viene
manipolata in terra dalla voce dissacrante di Cecco Angiolieri. Mi ha colpito
in modo pazzesco come questa forzatura della grammatica diventi il campo di
battaglia di due potenze contrapposte. Da una parte Dante, che usa l’invenzione
dei pronomi fatti verbo per descrivere il simbolo supremo dell’empatia, della
comunione e della compenetrazione mistica tra le anime; dall’altra Cecco, che
in quella stessa zona d’ombra linguistica marcia con sarcasmo per marcare una
distanza feroce e un’incompatibilità radicale. Guardandoli così, mi è sembrato
di vedere due parallele opposte, ma simmetricamente uguali: due voci che, pur
puntando una al fango della taverna e l’altra all’Empireo, si compiono a
vicenda e reggono il contrappunto perfetto di quel ribollente Duecento
fiorentino. Cecco, etichettato sbrigativamente come “minore”, si rivela in
realtà un pari e controcanto formidabile del Sommo Poeta, la zavorra terrena
senza la quale la vertigine celeste di Dante perderebbe parte della sua urgenza
umana. Volevo spingere la riflessione ancora più in là, azzardando un parallelo
sul piano politico. Se guardiamo a queste due potenze poetiche come a due
visioni del mondo, esse incarnano due modi opposti di intendere il rapporto con
l’autorità: Dante è il costruttore della forma, il teorico di una politica
verticale e architettonica, che nel suo «s’io m’intuassi» immagina la
cittadinanza perfetta come comunione organica, universale e ordinata. Cecco è l’archetipo
del dissidente radicale, il padre di ogni sovversione dal basso, orizzontale e
corporale: la sua lingua sgangherata è il manifesto della crisi del legame
sociale, l’outsider che rifiuta l’assimilazione al sistema dogmatico e rivendica
il proprio diritto all’incompatibilità. Lei a chi attribuirebbe l’onore di
questa tenzone? Vede in questa polarità estetica anche il riflesso di due
diverse anatomie del potere, e quale delle due anime - il ribelle irriducibile
o il visionario del riscatto collettivo - sente più vicina alla sua
sensibilità?
Con grande Stima e un caro saluto.
Rosario Undiemi
Caro Undiemi,
un mistico e uno scialacquatore, ed io
non sono né l’uno né l’altro. Appartenente alla piccola nobiltà il primo, alla nobiltà
alta il secondo. L’Alighieri è un “alchimista” della parola e nessun artista
può fare a meno della sua lezione. Il cielo è il suo traguardo. Per Cecco il
traguardo è l’inferno. Il suo ribellismo teppistico, la dissipazione e lo
scialo sono tutti terreni, come il suo linguaggio volutamente “basso”. Hanno
entrambi avuto rapporti col potere e sono stati uomini d’armi. Entrambi colti
ed eruditi. Non credo, però, che in Cecco vi sia adesione umana verso i
diseredati o condivisione sociale. Potremmo definirlo un ribelle senza causa,
interessato fondamentalmente a sé stesso. Si tratta di due esistenze legate ad
un tempo troppo lontano rispetto al nostro odierno sentire, e dovrà passarne
molto perché compaiano sulla scena della storia donne e uomini con cui identificarci.
(a. g.)



