UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 18 marzo 2015

CORRUZIONE
Laura Margherita Volante

“Ercole Incalza i Lupi
per appalti pubblici da divorare”.

Laura Margherita Volante
PER UN MANIFESTO MILANESE
di Giovanni Bianchi

           
La solitudine dell'interrogativo
Non mi scoraggia la sensazione che proporre in questa fase una sorta di esame di coscienza sullo stato della formazione politica possa apparire l'iniziativa di un gruppo di simpatici alcolisti anonimi in un Paese se non ubriaco almeno alticcio da tempo. Né diminuisce il disagio se provo criticamente a invertire la metafora: saremmo noi gli abituati a un vino robusto e pregresso, mentre da qualche tempo va di moda una bevanda insieme energetica ed analcolica i cui effetti collaterali non sono tuttavia stati testati... Ma il riproporsi degli interrogativi e il prolungarsi del disagio né convincono né aiutano a vivere. Da qui l’iniziativa di guardare dentro al problema mentre mettiamo sotto osservazione le nostre esperienze.
Sappiamo anche che non è più tempo di manifesti, ma di umili (non modesti però nel livello e nell'ambizione) e volenterosi cenacoli.
Ovviamente le decisioni passano altrove ed abitano le immagini della pubblicità che, anche nell'agone politico, ha sostituito la propaganda. E il primo interrogativo è se abbia un senso pensare politicamente senza preoccuparsi immediatamente della decisione conseguente, ed anzi inseguendo i meandri e le pause del pensiero che sempre più raramente viene a noi e che ha tutta l'aria di perdersi nei suoi labirinti gratuiti.
C'è un interrogare politicamente la storia e la contingenza che eviti non soltanto l'inefficienza ma anche l'insensatezza? C'è una politica in grado di prescindere dalla valutazione critica e dalla ruminazione di chi medita? Può il decisionismo legittimare se stesso ed esibire quasi con sarcasmo e con il dileggio della fatica di pensare la propria potenza?
La nuova logomachia da talkshow, che ha sostituito l'antica eristica, può tradurre indefinitamente l’audere semper – che notoriamente non è un mantra della sinistra – nell'ossessione del linguaggio mediatico che ci condiziona da sopra e da fuori? È destinata a risultare eterna la stagione del narcisismo vincente? (E quanti possono vincere nel narcisismo vincente?)
Sono questi soltanto una parte degli interrogativi che ci sospingono ad una riflessione sulla formazione politica e più ancora sulla latitanza di una cultura politica, che è la condizione più evidente di questa stagione senza fondamenti.

Oltre una divisione del lavoro generazionale

Opera di Rod Dudley

Parrebbe stabilita una divisione generazionale del lavoro: alle nuove generazioni l'ossessione del fare (che si presenta come l'ultima versione del riformismo); agli anziani il rammemorare nostalgico, sconsolato e non raramente brontolone. È una condizione tale da impedire se non un lavoro almeno un punto di vista comune?
È risaputo che il realismo sapienziale afferma che comunque ogni generazione deve fare le sue esperienze. E tuttavia è il processo storico a tenere insieme e concomitanti le diverse generazioni. Lo evidenziava Palmiro Togliatti ricordando don Giuseppe De Luca a un anno dalla sua morte: "Una generazione è qualcosa di reale, che porta con sé certi problemi e ne cerca la soluzione, soffre di non averla ancora trovata e si adopra per affidare il compito di trovarla a coloro che sopravvengono. E in questo modo si va avanti".
È in questa prospettiva che ci pare abbia senso riferirsi a quello che vorrei chiamare il guadagno del reducismo. Purché il reduce abbia coscienza d'essere tale, sappia cioè che il suo mondo è finito e non è destinato a tornare. Troverà ancora in giro tra i vecchi compagni e militanti il richiamo della foresta, ma le foreste sono tutte disboscate, non ci sono più, nessuna foresta, per nessuno.
Il reduce ha anche il vantaggio di osservare come la storia abbia rivisitato le contrapposizioni del passato, rendendole meno aspre e consentendo meticciati un tempo impensabili.
Le distinzioni ovviamente non vengono meno, ma diverso è l'animo e diversa l'intenzione di chi, pur avendole vissute, le misura oggi con il senno di poi. Vale anche in questo caso l'osservazione di Le Goff e Pietro Scoppola: la storia discende dalle domande che le poniamo.
E tuttavia, reduci da che? Può dirsi in sintesi e alle spicce, dal Novecento.
È il Novecento un secolo che non fa sconti, né a chi lo giudica "breve", alla maniera di Hobsbawm, né a chi lo giudica invece "lungo", come Martinazzoli e Carlo Galli. Per tutti comunque non si tratta di un secolo dal quale sia facile prendere congedo.
Possiamo infatti lasciare alle nostre spalle il gettone e perfino il glorioso ciclostile, ma sarebbe imperdonabile scialo non mettere nel trolley Max Weber e Carl Schmitt, La montagna incantata e i Pisan Cantos, e quel patriottismo costituzionale, non ostile alle riforme della Carta, che resta probabilmente l'ultimo residuo di un idem sentire di questa Nazione rigenerata dalla Lotta di Liberazione e distesa su una troppo lunga penisola.

Gli esiti      

Diceva il cardinal Martini con l'abituale ironia: "La politica sembra essere l'unica professione che non abbia bisogno di una preparazione specifica. Gli esiti sono di conseguenza".
Anche la politica cioè nella stagione dell'assenza di fondamenti e dei populismi non può prescindere dalla ricerca di radici fondanti e di un progetto in grado di costituire una terrazza sull'avvenire. Di preparazione, training e selezione dei gruppi dirigenti.
Per dirla alla plebea, anche in politica non si nasce "imparati". Una condizione che costringe altrimenti a prender parte e partito alla maniera del tifoso piuttosto che del cittadino come arbitro (chi ricorda più Roberto Ruffilli?) o del militante: nel senso che lo schierarsi viene prima della critica e della valutazione, con una implementazione massiccia delle spinte emotive che si accompagnano ai poteri mediatici. Una condizione non più concessa neppure ai più assennati tra i tifosi del vecchio Torino... Una condizione costretta ad attraversare lo stretto sentiero che separa ed unisce oggi dovunque la governabilità  e la democrazia.
I conti con il ruolo della cultura politica e di una formazione specifica incominciano inevitabilmente qui. Ed è qui che il confronto con Giuseppe Dossetti torna utile al di fuori e lontano da ogni inutile intento agiografico.
Vi è infatti un'espressione, opportunamente atterrata dai cieli tedeschi nel linguaggio giuridico e politico italiano, che definisce l'impegno dossettiano dagli inizi negli anni Cinquanta alla fase finale degli anni Novanta: questa espressione è "patriottismo costituzionale".
Dossetti ne è cosciente e la usa espressamente in una citatissima conferenza tenuta nel 1995 all'Istituto di Studi Filosofici di Napoli: "La Costituzione del 1948 – la prima non elargita, ma veramente datasi da una grande parte del popolo italiano, e la prima coniugante le garanzie di eguaglianza per tutti e le strutture basali di una corrispondente forma di Stato e di Governo –   può concorrere a sanare ferite vecchie e nuove del nostro processo unitario, e a fondare quello che, già vissuto in America, è stato ampiamente teorizzato da giuristi e da sociologi nella Germania di Bonn, e chiamato 'Patriottismo della Costituzione'. Un patriottismo che legittima la ripresa di un concetto e di un senso della Patria, rimasto presso di noi per decenni allo stato latente o inibito per reazione alle passate enfasi nazionalistiche, che hanno portato a tante deviazioni e disastri".
Vi ritroviamo peraltro uno dei tanti esempi della prosa dossettiana che ogni volta sacrifica alla chiarezza e alla concisione ogni concessione retorica. Parole che risuonavano con forza inedita e ritrovata verità in una fase nella quale era oramai sotto gli occhi di tutti la dissoluzione di una cultura politica cui si accompagnava l'affievolirsi (il verbo è troppo soft) dell'etica di cittadinanza della Nazione.
Non a caso la visione dossettiana è anzitutto debitrice al pensare politica dal momento che uno stigma del Dossetti costituente è proprio l'alta dignità e il valore attribuito al confronto delle idee, il terreno adatto a consentire l'incontro sempre auspicato tra l'ideale cristiano e le culture laiche più pensose. Avendo come Norberto Bobbio chiaro fin dagli inizi che il nostro può considerarsi un Paese di "diversamente credenti".
Dove proprio per questo fosse possibile un confronto e un incontro su obiettivi di vasto volo e respiro, e non lo scivolamento verso soluzioni di compromesso su principi fondamentali di così basso profilo da impedire di dar vita a durature sintesi ideali.
Il secondo lascito dossettiano lo troviamo invece quasi al tramonto della sua esistenza terrena: "Ho cercato la via di una democrazia reale, sostanziale, non nominalistica. Una democrazia che voleva che cosa? Che voleva anzitutto cercare di mobilitare le energie profonde del nostro popolo e di indirizzarle in modo consapevole verso uno sviluppo democratico sostanziale".
Questo il fine. Interpreto così: come se il monaco di Monte Sole ci dicesse che la democrazia non è soltanto un metodo, ma un bene comune come l'acqua e come il lavoro.
Dove infatti una formazione politica all'altezza di questa crisi si distingue dall’aggiornamento tecnologico cui si dedicano con diversa competenza università ed aziende? Ripensare la formazione politica significa riscoprirne la vocazione democratica. Senza questa nota dominante ricadremmo comunque nelle regioni e nelle ragioni degli specialismi.
Dossetti si confida al clero di Pordenone in quello che mi pare possibile considerare il suo testamento spirituale: la conversazione tenuta in quella diocesi presso la Casa Madonna Pellegrina il 17 marzo 1994 e pubblicata con il titolo Tra eremo e passione civile. Percorsi biografici e riflessioni sull’oggi, a cura dell'associazione Città dell'Uomo.
E il mezzo individuato come il più adeguato per raggiungere il fine è per Dossetti l'azione educatrice: "E pertanto la mia azione cosiddetta politica è stata essenzialmente azione educatrice. Educatrice nel concreto, nel transito stesso della vita politica. Non sono mai stato membro del Governo, nemmeno come sottosegretario e non ho avuto rimpianti a questo riguardo. Mi sono assunto invece un'opera di educazione e di informazione politica."
Dunque un’azione politica educatrice nel concreto, nel transito stesso della vita politica. Un ruolo e un magistero al di là della separatezza delle scuole di formazione, nel concreto delle vicende e del confronto e – si immagina facilmente, con a disposizione la documentazione di un intero itinerario –   prendendone di petto i conflitti e le asprezze. Che appare con tutta evidenza la vocazione di una leadership riconosciuta, il ruolo che fu dell'intellettuale organico, del partito politico come in parte era e come dovrebbe essere, pur ipotizzandone impreviste metamorfosi: capace cioè di organizzare persone e gruppi intorno a un progetto e a una linea di pensiero.

La formazione di un punto di vista


Quel che non cessa di apparire urgente è la formazione di un nuovo punto di vista.
Il processo di rottamazione ottiene una sua plausibilità dal trascinarsi di inerzie in grado di impedire ogni riforma, ma è costretto a non ignorare due circostanze dirimenti.
In primo luogo, la velocità introdotta nei processi politici in nome di una governabilità in conflitto con una democrazia incapace di decidere ha finito per attraversare tutto il quadro democratico e quello che un tempo si era usi chiamare "l'arco costituzionale". E quindi inevitabilmente – probabilmente assai prima di quando preventivato – finirà per incalzare gli stessi rottamatori.
In secondo luogo, se provvedimenti intesi a promuovere e garantire democraticamente il ricambio non verranno tempestivamente varati, si assisterà al rapido ricrearsi di una nuova casta: una sorta di burocratica "metempsicosi" che vedrà l'anima castale passare da vecchi e attempati organismi a nuovi e più energetici personaggi.
Eroi non si rimane, sta scritto nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza Europea. Probabilmente non è neppure un destino quello di restare riformatori in eterno. Le riforme sono come le sirene: prima ammaliano – anche gli elettori e le masse – con il canto e poi ti attirano tra marosi imprevisti dove ancora una volta navigare necesse est.
È a questo punto che il ruolo della cultura politica ridiventa strategico. E quello della formazione indispensabile a garantire la "plasticità" e l'ascolto democratico di un nuovo personale politico. Ed è ancora a questo punto che la creazione di un punto di vista comune e condiviso chiede di essere valutata e messa alla prova: altro del resto non chiede questa convocazione milanese.
Un lavoro ed un cenacolo (consapevole del proprio peso) che, come il buon scriba, tragga dalla cultura politica le cose utili e buone del passato per confrontarle con il presente e il futuro. Un ambito dove la vecchia generazione non faccia senza discernimento carta straccia di tutte le posizioni lungamente studiate e consenta alle nuove di appropriarsene per volgerle in decisione ed azione. Senza confusione di ruoli e furbate reciproche.
Spetta ai "reduci" sottoporre a giudizio le antiche posizioni. Spetta alle nuove generazioni l'azione riformatrice.
È palese l'esigenza di confrontarsi senza remore pregiudizievoli con lo spirito del tempo, ma anche di additare gli strumenti della critica al medesimo spirito del tempo. Tutto può fare il nuovo riformismo tranne che astenersi da una critica costruttiva. Il nuovo non è allontanamento dal vecchio e dall'antico, ma critica e superamento – non solo innovazione, ma trasformazione – di alcune tra le cose antiche e instaurazione delle nuove.
Qualora dimenticasse a casa le armi della critica, cadrebbe inevitabilmente nella sostituzione del vecchio con il vuoto e si esporrebbe al patetico della ripetizione sotto forme diverse.
Prima che un problema di ruoli, riflettere sullo stato della formazione politica vuol dire chiedere se essa sia oggi possibile e a quali condizioni. Vuol anche dire mettere in campo, magari a tentoni, nuovi tentativi e nuove esperienze.
Perché il coraggio della politica non può essere inferiore a quello della cultura.

Due elementi di prospettiva


Esiste un orizzonte di breve termine? Due indicazioni mi paiano in questo senso utili.
La prima riguarda l'inarrestabile sviluppo delle tecnologie della comunicazione, in particolare quelle elettroniche. Una democrazia postmoderna ed efficiente non può semplicemente ripararsi da esse. Le frizioni tra governabilità e democrazia trovano anche su questo piano le occasioni di confronto così come le modalità delle soluzioni partecipate.
Si tratta di fare conti inevitabili con la cultura delle reti, che riguarda più da vicino la politica rispetto alle altre discipline. In particolare non sono pensabili la comunicazione politica e la partecipazione, anche sul territorio, a prescindere da un confronto serrato, critico e creativo con le nuove generazioni dei media. Esse non possono pensare di consistere al posto della democrazia rappresentativa, ma la democrazia rappresentativa non può ostinarsi ad ignorarle.
In secondo luogo penso vadano positivamente valutate le iniziative recenti che sembrano rompere un lungo indugio – addirittura uno stallo – per mettere testa e mano alla riorganizzazione del partito. Considero infatti tali gli incontri che dichiarano di avere come scopo la costruzione di nuove correnti intorno a un idem sentire e a un nucleo culturale condiviso.
Credo rappresentino l'occasione per riaffrontare il tema della partecipazione e dell'organizzazione politica, in un Paese che – unico in Europa e al mondo – ha azzerato dopo Tangentopoli tutto il precedente sistema dei partiti di massa.
Oltre la pratica opportuna delle primarie, che comunque hanno costituito la surroga di un mito originario, l'organizzazione partitica ribussa alla vita democratica quotidiana. Il partito cioè torna ad essere lo strumento intorno al quale si riorganizzano la ricerca, la partecipazione, la formazione della classe dirigente. In una prospettiva che, in sintonia con le dichiarazioni dei padri fondatori – qualcuno  di loro arrivò a dire che la nostra era una Repubblica fondata sui partiti – riproduce la fisiologia costituzionale e rimette al centro dell'attenzione i corpi intermedi.
Il partito moderno (e anche postmoderno) infatti si costruisce attraverso le correnti. Correnti in grado pluralmente di alludere e lavorare oltre se stesse alla strutturazione di  una comune compagine. Con la coscienza diffusa che così come il partito è parte di una democrazia complessa e dialettica, la corrente è parte di un partito plurale ma unitario.
Il solito vecchio Togliatti amava ripetere che i partiti sono la democrazia che si organizza. I partiti, ma non solo: non si possono dimenticare i corpi intermedi. Quelli tradizionali e quelli nuovi, che contribuiscono a costruire quella rete di relazioni democratiche che, creando senso e relazioni, concorrono a costituire quel tessuto che negli Stati Uniti d'America viene solitamente definito civil religion e che da noi rappresenta e insieme indica il bisogno di un'etica di cittadinanza.
Riempire di contenuti, senso, relazioni,  reti organizzative il contenitore partito è un modo per andare oltre i populismi che si sviluppano nelle politiche senza fondamenti. Non per fermare il vento con le mani, ma per tornare a far viaggiare venti – condivisi – di speranza.

                                                                        
                         
                                                                                                          








domenica 15 marzo 2015


L’INFAMIA DI UN GRANDE FILOSOFO
La foto che qui riproduciamo, è giunta alcuni giorni fa alla nostra Redazione. È proprio così come la vedete, in bianco e nero e con la testa di Heidegger circondata da un cerchio giallo. Da quando hanno fatto la comparsa i “Quaderni Neri”, diverse foto di Heidegger stanno uscendo fuori e lo ritraggono a convegni nazisti (come quello di Lipsia del novembre del 1939, anno della nomina di Hitler a cancelliere del Reich) o a raduni come questo della foto, in cui sfila, sperduto, ridicolo, minuto, addobbato con la toga universitaria, accanto ad altri colleghi universitari che lo sovrastano in statura, e quasi schiacciato dalla teutonica imponenza dei militari in divisa. Siamo in Germania, forse a Monaco (non ne abbiamo la certezza), dalle finestre degli edifici pendono le bandiere con la croce uncinata del nazismo. Di certo è invece che l’adesione al nazismo del filosofo è inequivocabile, come il suo pregiudizio antiebraico (la fatalità del loro destino sarebbe inscritta nella stessa cultura ebraica) anche se in questo corteo vi appare come un asino in mezzo ai suoni. Abbiamo chiesto al prof. Trimarchi di commentare questa foto. (a.g.)

Nella foto cerchiata di giallo, il filosofo Martin Heidegger ad una sfilata nazista 
Qui vediamo un uomo di piccola statura, con baffetti hitleriani, circondato da imponenti e tronfi colleghi, che si sente a disagio durante una cerimonia accademica; questa sembrerebbe quasi non riguardarlo, benché egli porti, come gli altri, la toga accademica. A prima vista, non si direbbe che l’ometto in questione sia Heidegger, maestro della Arendt e in certa misura anche di Sartre e di Marcuse. Heidegger diede una nuova e significativa lettura del fenomenologico «andare direttamente alle cose», che egli fonda sull’«esserci» nella sua dimensione storica e non sulla «soggettività trascendentale».
Fu peraltro anche il fautore di un “ritorno alle forze della natura” e in questa prospettiva egli definì non soltanto il marxismo, ma anche l’illuminismo come una degenerazione.
Già in tempi remoti, Adorno dichiarò che il pensiero di Heidegger era “impregnato di fascismo sin nella fibra più interna”. In effetti, anche a prescindere dalle dichiarazioni teoriche, alcune sue espressioni sono molto chiare:
Gli ebrei tuttavia non sono stati uccisi, e del resto la loro scomparsa non è degna di esser chiamata morte”.
I “Quaderni neri” ci inducono ulteriormente a riflettere con orrore sugli aspetti intrinseci ed estrinseci del pensiero di quello che fu tuttavia un grande filosofo.
Gianni Trimarchi



venerdì 13 marzo 2015

GINA LAGORIO IN UN RICORDO DEL FOTOGRAFO 
BRUNO MURIALDO

Le dodici foto di Gina qui pubblicate, Murialdo le ha scattate a Cherasco
in due distinte epoche: nel 1986 e nel 1991.
Sono un documento bellissimo ed eccezionale e ci restituiscono Gina 
carica di tutto il suo fascino di donna. 
Un regalo ai lettori ed agli estimatori di Gina per ricordarne i 10 anni dalla scomparsa.

Gina colta di spalle mentre guarda verso l'esterno
Cherasco, ci andavo quando avevo diciotto anni perché avevo conosciuto una ragazza del Podio che abitava in San Biagio. I fine settimana li passavo a esplorare insieme a lei il paese, affascinante e misterioso, quelle mura che facevano da protezione ci regalavano sicurezza e andavamo spesso agli orti  a trovare i contadini, a comprare le verdure per il pinzimonio che la mamma di Marina ci preparava la sera sulla terrazza che guardava il rione. Cherasco era per definizione la città delle campane perché  quando smetteva di suonare una campana e poco dopo ne iniziava un'altra, erano pronte  a ricordarci che una messa o una comunione era sempre a nostra disposizione. Tra le mura stellate raccontate da Gina Lagorio noi ci vivevamo bene. Cherasco infondo era quella fortezza romantica che ho sempre sognato, una fortezza di ricordi e di passaggi illustri, Napoleone, la sindone, i cavalieri di Aleramo, le lezioni di Teologia, il passaggio dei viandanti verso Santiago, gli allevamenti di lumache. Nel mio archivio oltre le tante foto di Marina e del paese giacevano quelle di Gina la mia scrittrice del cuore. Gina era inavvicinabile, per colpa di una mia forte timidezza, finché un giorno di un’estate calda e afosa arrivai davanti alla sua porta, suonai il campanello e mi annunciai. Forse non amava i fotografi o forse non gli importava di essere fotografata ma mi aprì, mi fece salire e le spiegai che desideravo tanto cogliere qualche momento di lei, del suo lavoro così affascinante. Puoi fare quello che vuoi mi disse, io continuerò a scrivere mentre tu scatti qualche fotografia. Era come la immaginavo, forte, decisa e soprattutto amante di quella Cherasco che taceva quando cantavano le cicale. Lei così piena di fantasia immaginava e raccoglieva, raccoglieva e scriveva. Poi mi regalò qualche posa di quelle che si intonavano alla sua casa, così dolce e accogliente piena di giornali, libri e ritagli di argomenti che avranno suscitato la sua attenzione. Mi fece visitare la sua casa parlandomi del paese, di quanto amasse poter passare un po’ di tempo lì tra quelle sue mura. Quando si fermò davanti ad una vetrata a guardare fuori nacque una delle foto di lei che amo di più, lei di spalle e fuori il mondo tutto da raccontare, da immaginare con la sua forza e le sue debolezze, con quella politica che a lei non piaceva per nulla. Tornai più volte a trovarla e più volte ebbi l’occasione di fotografare il suo mondo. L’ultima volta fu per il suo 81° compleanno che festeggiammo con una bellissima torta, ma poi non la vidi mai più.
Bruno Murialdo  
ALBUM: LE 12 FOTO DI GINA

Foto 1
Foto 2

Foto 3


Foto 4

Foto 5
Foto 6

Foto 7

Foto 8
Foto 9
Foto 10
Foto 11
Foto 12



giovedì 12 marzo 2015

CONSIDERAZIONI INATTUALI
CONFIDENZA
di Fulvio Papi
Karl Kraus
Le mie ricerche cercano di portare qualche contributo di conoscenza sul nostro “modo di essere uomini”, e proprio per questo sono considerate inattuali. Così ho ripreso in mano Karl Kraus. Se avete desiderio di trovare qualcosa di interessante su quello che avviene oggi, leggete (o rileggete) “Detti e contraddetti” di Kraus. Un divertimento un poco acido, ma senz’altro un piacere della mente. Un grandissimo come Musil diceva nel suo “Diario” che già negli anni Trenta, Kraus era in parte dimenticato. Tuttavia oblio e memoria sono, a loro volta, variabili dei tempi e delle sensibilità, per questa ragione posso ripetere l’invito alla lettura. Dal canto mio c’è un aforisma di Kraus che mi ha un poco inquietato. Esso dice: “Ho sempre considerato come massima aggravante il fatto che uno non abbia potuto farci niente”. Se le cose stanno proprio così quasi tutti coloro che hanno creduto giustificabile la loro impossibilità di azione, dovrebbero portare con sé quel metafisico senso di colpa del tragico protagonista de “Il processo” di Kafka. Dal canto mio, protetto dalla “effettualità” di Hegel ho pensato più di una volta che proprio “non potevo farci niente”. Tuttavia a Kraus devo almeno un perché le cose stavano così. E qui non risponderò alla svelta che ci sono troppi potenti per noi che non siamo nemmeno alla lontana parenti in miniatura degli dèi come poteva far intendere un umanesimo dell’Ottocento. E non lo siamo, e qui riprendo proprio Musil: perché siamo fatti nella nostra forma di “essere uomini” da un mondo che, nell’estensione delle sue condizioni, ha certamente costruito anche noi stessi: questo è il finito, una qualità che le esagerazioni dell’io tendono a nascondere. Eppure, al di là dell’intransigenza di Kraus, abbiamo trovato qualche volta la risposta corretta. E altra volta siamo rimasti muti, prigionieri di una inevitabile lontananza tra il pensare e il fare. Situazione che si aggrava con il passare del tempo. Per questo guardo sempre ai ragazzi che qualche strada la troveranno e non sarà più nel mio mondo.


Ricordando Gina
Sono passati 10 anni dalla scomparsa della scrittrice Gina Lagorio, ma chi l’ha amata ha la memoria lunga. Accogliendo l’invito delle figlie Simonetta e Silvia, un nutrito gruppo di amici di Gina si è dato appuntamento al Teatro Franco Parenti di Milano, domenica 8 marzo, per ricordare, nella giornata della donna, una donna che di impegno civile ne sapeva qualcosa. Da Vivian Lamarque a Lella Costa, da Fulvio Scaparro, a Nando Dalla Chiesa, da Giulia Lazzarini a Lella Ravasi a Mussapi, ecc, tante voci si sono alternate sul palco del teatro per la lettura di quello che resta l’ultimo e il più struggente dei libri di Gina: Càpita. Benedetta Centovalli ha aperto l’incontro leggendo il bellissimo testo che qui pubblichiamo. La ringraziamo sentitamente per averne voluto fare dono ai lettori di “Odissea” .
Nel foyer del teatro una sezione di splendide foto in bianco e nero scattate a Gina dall’amico fotografo Bruno Murialdo. Le foto di Murialdo e un suo ricordo saranno pubblicate domani sulla prima pagina di “Odissea” (a.g.)

 LE VERITÀ ELEMENTARI
 di Benedetta Centovalli

Gina Lagorio (foto:Bruno Murialdo)

C’è una paginetta di Càpita a cui non avevo prestato attenzione. Quando Elza prepara Gina per il giorno di Natale e invece dei pantaloni le fa indossare una gonna. Gina annota: “avevo delle gambe niente male, dico con modestia, in realtà penso che erano ‘inappuntabili’. L’ho scritto in un racconto che spiega tutto di me” (p.77).
Si intitola Felicità, ed è il racconto in prima persona di una studentessa sfollata in un paese delle Langhe, Cherasco forse dove Gina fu mandata per studiare durante la guerra. In questo paese la ragazza/Gina prepara la sua tesi di laurea e intanto osserva la vita che la circonda. La proprietaria della sua stanza in affitto, che si affaccia in un cortile, ha un amatissimo cagnetto multirazza, Fido, un po’ volpino, un po’ chissà, ma che viene preso in giro quando esce a spasso con la padrona perché oramai vecchio. La giovane decide allora di sfidare il paese e di fare una passeggiata con Fido sulla via principale mettendo alla prova tutta la sua “potenza di felicità” del momento: la sua gioventù, la bellezza, la libertà e il gusto per l’avventura.
Così comincia l’insolita passeggiata della ragazza vestita di tutto punto con gli abiti della festa e il rossetto delle grandi occasioni insieme al cagnetto che la segue dubbioso.
“Eravamo sulla strada che taglia il paese in lunghezza: camminavo consapevole di portare con me il mio bagaglio di gioventù; Fido mi seguiva un po’ zoppino sulle gambette storte, io pensavo alle mie, decise e INCENSURABILI, e procedevo, eretta, mentre dentro mi scoppiettava un’impertinente allegria.”
Incensurabili, aveva scritto Gina, non inappuntabili, come ricorda in Càpita, con un senso ancora più netto e più forte, qualcosa che non si può reprimere, contenere, nascondere. Incensurabili. Le belle gambe incensurabili di Gina, ecco.
Superato il bar con tutti i campioni del bel mondo locale, indenni da commenti, Gina e Fido cominciarono a correre per il viale che sapeva di menta, lei gridando di felicità, il cagnetto starnutendo per l’imprevista avventura. Corrono corrono felici e senza fiato fino alla porta di casa.

Gina Lagorio (foto: Bruno Murialdo)

Le pagine ultime di Càpita (2005), fogli di diario dei giorni bui della malattia legati insieme dalla musicale ripetizione della parola “Càpita”, sono il personale congedo dalla vita di Gina. Un vaso, quello della vita, andato in pezzi, dove il racconto si affida solo a frammenti, perché l’intero non c’è più, e non si può ricostruire.
Càpita è un bilancio dolceamaro, una scrittura tragicomica che affronta senza uscite di sicurezza il punto maledetto dell’esistenza, dove il pensiero si guasta e il senso si disfa: “Càpita che si viva tutta una vita senza imbattersi in una malattia che invece a un certo punto prenderà per te la faccia del destino”. Quello da cui si è soliti distogliere lo sguardo, quello che appartiene di norma al rimosso, sono oggetto di una scrittura che sa di non poter contare sulla grazia e neppure sulla giustizia. La malattia mortale resta uno scandalo senza ragione, non addomesticabile, raccontarlo vuol dire restituire alla letteratura il suo senso indicibile, la sua verità impossibile.
Càpita è una lettura scomoda, orticante, non salva, non concilia, non offre risarcimenti, ma resoconta l’inferno ad occhi aperti. E’ un diario di guerra lucido, coraggioso, un diario anche sui diritti di chi è malato, sul diritto alla dignità. Un testo dove la corda civile di Gina risuona e si tende fino quasi a spezzarsi.
Gina Lagorio ha rubato queste pagine alla sua infermità, gliele ha portate via di nascosto, le ha ordinate con fatica e con ostinazione per una irrinunciabile “decenza quotidiana”: l’ictus, l’ospedale, le terapie, la dipendenza, la disabilità, comode e padelle, la vecchiaia. Libera da ideologie e retorica, si è occupata soprattutto della tragedia della propria biologia (“mi viene da scrivere solo partendo dalla piattaforma coatta del mio male”) e ha cercato con il contrappunto di una vitalità infinita di contrastare la notte: l’amore delle figlie e delle nipoti, le amicizie, un film o un libro goduto, la musica sempre desiderata, o la dolcezza di alcuni ricordi come la lettura di Dante.
In un’inversione di destini, Càpita raccoglie il testimone di Approssimato per difetto (1971), dedicato alla prematura scomparsa del marito Emilio Lagorio, romanzo bruciante sulla malattia e sull’amore, acuto come una preghiera. Un modo di abitare la scrittura a cui Gina resterà fedele, quell’approssimarsi per difetto a una verità necessaria che la morte rende più urgente. Approssimato per difetto e Càpita formano un dittico, due poli entro i quali si compie la vita e l’opera di una grande scrittrice.
E l’intatta magia di queste pagine postume è quella di farci oltrepassare le leggi irrevocabili dell’orologio biologico per introdurci in quella “camera del cuore” dove Gina, eterna ragazza, continua a correre leggera con il cane Fido nella sua stellata Cherasco.
Privacy Policy