IDEOLOGIA E POLITICA
di Marcello
Campisani
I
Di fondo, l'entelechia
genericamente liberale si sviluppa nella libertà, quella comunitaria
nell'uguaglianza. Entrambe secernono patologie politiche di diverso grado. Il
liberalismo, accentuando la libertà a scapito della parità, comporta
fisiologicamente un continuo stato di belligeranza ed una sistematica rincorsa
dei principi giuridici. Tende a degenerare nel liberismo, dove non esistono più
le ragioni dell'essere, ma esclusivamente quelle dell'avere. Le due guerre
mondiali -specialità tutta occidentale- non hanno insegnato, in proposito,
alcunché. Già con la dottrina Monroe, gli U.S.A. si sono attestati nella zona
grigia tra liberalismo e liberismo, pretendendo di insegnare all'universo mondo
come vivere, fino ad assumersi il compito di esportare, a suon di bombe, la
loro presuntiva democrazia. Parafrasando Hegel, che a Jena aveva visto in
Napoleone lo spirito del mondo a cavallo, io vedo in Trump la personificazione
del liberismo. Se avesse con sé la maggioranza degli statunitensi saremmo
addirittura nell'iper-liberismo.
In
tal caso la fine della vita sulla terra sarebbe solo questione di tempo.
Come
egregiamente ci ha spiegato Gunter Anders, (primo grande amore, ma più profondo
e acuto filosofo, di Hannah Harendt) fascismo e nazismo, non rappresentano
altro che l'herpes giovanile del liberismo.
Il
comunismo, per converso, fonda su una irreprensibile teoria, le cui radici
affondano nel pentalogo pitagorico e di poi nella predicazione di Cristo che
con Pitagora ha moltissimo in comune. L'insegnamento evangelico, nella sua
proiezione laicale, sfocerà, in forme cruente e contraddittorie, nella
rivoluzione francese. Verrà di poi, nei suoi cardini essenziali, codificato nel
codice napoleonico. Codice che, a fuochi finiti e a guerra perduta, rivoluzionerà
comunque l'economia e sconvolgerà, con la sua ventata di giustizia, l'assetto
sociale, avendo abolito la legge del maggiorasco e con essa il perpetuarsi del
latifondo. Quest'ultimo veniva integralmente ereditato dal figlio primogenito,
lasciando ai cadetti l'opzione della carriera militare o di una vita debosciata
ed alle sorelle il matrimonio o il convento. La parità dei diritti dei figli legittimi
comportò il frazionamento di quella che era da sempre rimasta null'altro che
una riserva di caccia, dando luogo alla coltivazione dei terreni suddivisi,
rivoluzionando così la primaria fase della catena economica, quella data dai
frutti della terra. Napoleone stesso ne andava più orgoglioso che delle sue
quaranta battaglie, forse consapevole che solo il diritto e null'altro può
salvare il mondo.
La stessa nostra Costituzione è, nei suoi capisaldi, di
matrice comunista. L'articolo tre, che ne costituisce il baricentro, è opera di
Lelio Basso, giurista di eccelsa caratura morale e culturale e tanto comunista
da aver presieduto il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria).
Il comunismo peraltro, malgrado l'ineccepibile teoria, spesso degenera in spietate
dittature. In tal caso è simile al nazismo. Stalin ne costituisce l'esempio più
eclatante ed abominevole, avendo annientato le libertà e massacrato, a milioni,
i suoi stessi cittadini. Lasciò peraltro intonsa la teoria, limitandosi ad aggirarla,
tanto che non cancellò, né alterò l'ottima Costituzione sovietica.
Gli
bastò dire che la stessa “non si applica ai nemici della rivoluzione”,
mandando così a crepare nei campi di lavoro forzato, i famigerati gulag
siberiani, i cittadini ostili o... superflui.
Il
comunismo tuttavia, per quanto degenerato, non ha l'analoga esigenza
nazi-fascista di inventarsi dei nemici. Soprattutto non esterni. Quelli interni
gli possono bastare. La marxiana lotta di classe vive infatti del dualismo hegeliano
servo/padrone. Non dispone perciò di un sistema da esportare con la forza e
quindi non ha mire espansionistiche. Ogni proletariato deve affrancarsi da sé. Anche
per tale ragione, l'attribuire alla Russia di Putin, che è già più vasta di
qualche continente, tanto di doversi avvalere di ben 11 fusi orari, non può che
essere una menzogna, dettata dalla necessità di disporre sempre di un nemico,
dipinto come pericolo imminente, quale elemento indispensabile a trasformare i
cittadini in sudditi.
Da
simili degenerazioni è sempre rimasto immune il comunismo italiano, casomai
aggredito e mai aggressore, e contro cui vennero addirittura organizzate
formazioni para-militari segrete, come le tre su cui non mi soffermo,
rispettivamente presiedute da Licio Gelli, Francesco Cossiga e Giulio
Andreotti, tutte pronte ad intervenire militarmente, agli ordini degli USA, in
caso di vittoria elettorale del partito comunista.
Di
fatto, la martellante propaganda destrorsa è riuscita a far identificare il
termine comunismo con quello di stalinismo, nell'identica accezione negativa.
Basti
ricordare, come l'ex ministro (ahimè della cultura) Gennaro Sangiuliano,
richiesto di proclamarsi anti-fascista, sfidò il proprio interlocutore di
dichiararsi lui, per primo, anti-comunista, così identificando, nella sua
ignoranza, i due ismi. Nella sostanza, comunista italiano equivale a cristiano
italiano, avendo analogo fondamento teorico. Vertici comunisti furono infatti
personaggi di alta caratura morale, quali l'irreprensibile Enrico Berlinguer e
Palmiro Togliatti. Quest'ultimo approvò, pro bono pacis, (e fece male,
lo stesso De Gasperi era contrario) quell'obbrobrio giuridico che è l'art.7 ,
che ha costituzionalizzato i Patti Lateranensi e che, essendo in contrasto con
i principi fondamentali, andrebbe da un governo finalmente laico, espunto dalla
Carta costituzionale, con la quale è in stridente contraddizione.
Palmiro
Togliatti concesse, come primo atto da presidente del Consiglio, l'amnistia ai
reati di fascismo, alla fine della guerra. Subì un attentato che stava per
provocare, stante il clima politico e la forte indignazione popolare, una
guerra civile e si prodigò, dal letto d'ospedale, in tutti i modi, riuscendo a
scongiurarla, anche per merito dell'entusiasmo per la bella impresa di Gino
Bartali, che in quel giorno vinse prodigiosamente il tour de France.
Recatosi
in Russia, dai compagni sovietici, fu tanto poco gradito a Stalin da
rischiare la pelle.






