UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 22 ottobre 2015

MOBILITARSI CONTRO LA MORTE
TAVOLA SARDA DELLA PACE
MESA SARDA DE SA PAXI


Cagliari. A tutti i componenti il coordinamento.
Cari amici,
come deciso il 18 ottobre scorso, nel convegno della Marcia al Cineteatro di Laconi, la Tavola Sarda della Pace propone una manifestazione contro la esercitazione NATO denominata “ Trident Juncture”, da tenersi a Cagliari sabato 31 ottobre prossimo.
Per preparare al meglio tale manifestazione è convocata un'assemblea organizzativa, che si terrà sabato 24 ottobre p.v. , alle ore 16,30 , presso il centro civico comunale  (Piazza Othoca) di Santa Giusta.
Chiediamo a tutti di collaborare alla massima diffusione di questo invito, attraverso mail, fb, sms o altro.
I portavoce
Cannavera, Uda, Murgia, Cadoni, Pisu                                                                                                              



PALESTINA E POETI
Stato d'assedio
Cliccare sulla locandina per ingrandire

Sulla rappresentanza
di Giovanni Bianchi


Gestire o comunicare?
Stephen Hawking, il più famoso scienziato del mondo, vuoi per essere netto, vuoi per stupire, ha detto in un’intervista: “Credo che la sopravvivenza della specie umana dipenderà dalla sua capacità di vivere in altri luoghi dell’universo, perché il rischio che un disastro distrugga la Terra è grande”.
In effetti intere generazioni già vivono in un mondo che non è più il loro. La mia tra queste. Si tratta dei reduci del Novecento, affaticati da un problema che costituisce il congedo dal secolo alle nostre spalle. Un secolo per il quale sembra più facile la rimozione che il congedo. Le contraddizioni infatti ed anche le aporie del Novecento restano tuttora in attesa del buon scriba in grado di discernere cose buone e cose meno buone. Perché, come ci ha insegnato Le Goff, la storia dipende dalle domande che le rivolgiamo. E una delle domande centrali è quanto sia cambiata la politica.
Surfare – il nuovo verbo coniato dalle giovani sociologhe americane – è infatti la metafora (ovviamente veloce) in grado di dare conto del ritmo e della natura delle politiche in atto. Indica l'atto di chi su una tavoletta sa stare in equilibrio sulle immense onde dell'oceano. Né può ad un reduce del cattolicesimo democratico (il sottoscritto) sfuggire in proposito il riproporsi di alcuni stilemi e qualche reminiscenza (inconscia) di un italico marinettismo di quasi un secolo fa. Ma continuiamo a viaggiare per metafore con l'intento di sistemarle all'interno di un puzzle che aiuti a costruire una improbabile mappa delle politiche odierne e i suoi cartelli indicatori. Volendo quindi dare a ciascuno il suo, è opportuno ricordare che la metafora "società liquida" discende da Zygmunt Bauman. Che alla società liquida corrisponde la politica senza fondamenti (Mario Tronti), populismi ed ex-popoli compresi. E perfino la cosiddetta anti-politica, il cui confine con la politica è da sempre poroso, ossia percorribile nei due sensi: dalla politica all’antipolitica e dall’anti alla politica (Hannah Arendt).
Si può anche utilmente aggiungere che alla società liquida fanno riferimento i partiti "gassosi" (Cacciari) e che ai partiti gassosi corrisponde il dispiegarsi di politiche in confezione pubblicitaria, nel senso che evitano la critica del prodotto da piazzare ed hanno progressivamente sostituito la propaganda politica di un tempo per veicolare il messaggio pubblicitario utile a suscitare non tanto senso di appartenenza, quanto piuttosto un'emozione imparentata con il tifo sportivo (Ilvo Diamanti).
Quel che dunque manca in queste politiche è soprattutto un punto di vista dal quale osservare la realtà, anche se ci imbattiamo in una condizione inedita nella quale i conti prima che con la realtà vanno fatti con la sua rappresentazione. La rappresentazione cioè ha sussunto in sé il mondo intero e le politiche chiamate a descriverlo, e sempre meno a cambiarlo.
Ma sarebbe fuori strada chi pensasse che il problema sia soltanto e essenzialmente teorico. È invece anzitutto, come sempre quando si parla di politica, un problema urgentemente pratico. Ha ragione papa Francesco quando afferma che i fatti valgono più delle idee. Dostoevskij nell’Idiota sostiene a sua volta: "Ci si lamenta di continuo che in questo paese manchino gli uomini pratici. Di politici, invece, ce ne sono molti".
Come sempre l'ironia aiuta e svolge una preliminare funzione abrasiva, anche se è sempre papa Francesco ad avvertirci di evitare l'eccesso diagnostico, perché anche di sola diagnosi si muore. Riusciamo a prescriverci ogni volta, dopo la diagnosi, almeno un'aspirina?
Come affrontare il tema con uno sguardo non congiunturale?
Questa politica ha questa “leggerezza” perché il capitalismo finanziario e consumistico sta portando a termine la trasformazione del mondo come propria rappresentazione: un'operazione impressionante, e comunque da capire. Non ci chiediamo se il Paese sia vivibile (e come) o più giusto, ma come possa essere competitivo e politicamente scalabile. Il cittadino al quale questa politica si rivolge è sempre più un consumatore e come tale vede, ascolta e si comporta. Lo sguardo di una critica puntuale viene così escluso, per cui quello che il Sessantotto chiamava con la grossa Minerva “il sistema”, viene generalmente accettato come naturale, come naturali restano il Cervino e Portofino e Taormina. La politica postmoderna è tale perché anche le ultime radici vengono strappate. Tutta la politica italiana è oramai senza fondamenti, non solo Beppe Grillo e Casaleggio.
Per molti versi la comunicazione ha sostituito la gestione. E la comunicazione deve, in sé e per sé, rendersi attraente per piazzare il prodotto politico che propone. Per questo fa sorridere gli showman odierni un’affermazione come quella di De Gasperi, il nostro più grande statista repubblicano, per il quale un politico dovrebbe promettere ogni volta un po’ meno di quel che è sicuro di mantenere…
Non ci siamo proprio: la comunicazione, che deve stupire, attrarre, motivare, non ha tempo per queste sottigliezze etiche, e quindi ogni volta propone esattamente il contrario di quel che De Gasperi pensava dovesse essere politicamente proposto. Non di rado sfiorando la smemoratezza dell’interlocutore e il voltafaccia di chi propone.

Il suicidio delle culture


Tutto il riformismo col quale ci stiamo confrontando parte dalla confusa consapevolezza di questa condizione, ossia parte da una obiettiva ottica di competitività costretta a considerare immodificabili, grosso modo, le regole del gioco reale. Quelle che stanno dietro la rappresentazione e la determinano.
Le regole del gioco le detta cioè lo statuto vincente del capitalismo globale, finanziario e consumistico. È così, per tutti e dovunque, piaccia o non piaccia. Era così perfino nel Vaticano di papa Benedetto. Prendere una distanza critica rispetto a questo quadro significa "gufare".
Allo stesso modo non esistono più i libri: esistono e-book e instant-book. Non si tratta più di fare pubblicità al libro; il libro vale la pena di essere pubblicato se ha buone possibilità di essere venduto. E tu vendi il libro se sei presente e conosciuto nel mondo pubblicitario. È la pubblicità dell'autore che legittima il libro, non la bellezza delle pagine, e non la statura dell'autore che legittimano la pubblicità e quindi la vendita. È il segno di una "civiltà" e della sua cultura. È la rappresentazione che garantisce la natura del mondo, non viceversa. E più di un esperto si è spinto a dire che la politica è chiamata a governare le emozioni degli elettori, non i problemi dei cittadini. Siamo ancora una volta all'ostracizzato, e da me invece citatissimo, mantra del Manifesto del 1848: Tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria. Anzi, si è dissolto. E noi ne contempliamo la rappresentazione. Anzi, la viviamo.
Viviamo tra macerie scintillanti e ologrammi che camminano e manifestano sulla piazza di Madrid. La rappresentazione globale infatti  svela la dissoluzione delle vecchie culture politiche, e quindi le rende inefficaci, zoppicanti, fastidiose al grande pubblico, impresentabili. Nessuno le ha uccise. Ha ragione Toynbee: si sono suicidate. La fine della politica non è ancora decretata, ma ha cessato d'essere un'ipotesi di scuola. Il "primato della politica" è invece defunto, per tutti. Anche se vigorosi reduci in carica paiono non essersene accorti. E la tardiva pietà degli ultimi intellettuali italiani prova ad abbinare nel compianto la tomba della socialdemocrazia con quella del cattolicesimo democratico.
Intorno al primato della politica si raccoglievano tutte le culture del Novecento e tutto l'arco costituzionale del nostro Paese. Tangentopoli più che una corruzione inguardabile è una sepoltura malinconica, che manda l’odore del cadavere di Lazzaro prima della resurrezione. C'è in giro ancora qualche richiamo della foresta, ma le foreste non ci sono più, per nessuno.

Le ragioni della governabilità


Il tema più urgente ma anche più ostico da affrontare è quello della rappresentanza, che non a caso si colloca tra le trasformazioni del sociale e la decadenza delle istituzioni. Un ruolo che diventa drammatico in un Paese come il nostro che vive di emergenze, le quali si succedono a ritmo convulso sull’onda di un lungo e apparentemente placido trasformismo.
Un trasformismo peraltro che non vive soltanto delle proprie inerzie, ma anche di una incredibile capacità di trasformazione: per cui le riforme in qualche modo avvengono, ma costantemente fuori progetto e per così dire fuori programma. Questo impedisce al Paese di uscire definitivamente dalle secche di una navigazione preoccupata e pasticciona, ma nel contempo riesce ad evitare di esporlo a rischi letali. Per questo si è diffusa l’idea che l’Italia ogni volta ricominci la corsa dopo l’ultima Caporetto.
A dirigere il traffico in tanta nebbia e confusione è da ultimo il principio di governabilità. Usato talvolta come una clava, dal momento che la governabilità non è pensata in termini di sviluppo coerente con la democrazia repubblicana, ma viene esercitata ogni volta “a risparmio di democrazia”, producendo di fatto un’antitesi nella polarità governaabilità/democrazia, e quindi diffondendo l’idea tra i cittadini che la democrazia così come è stata fin qui vissuta risulti uno spreco. Anche la vulgata, che racconta che negli ultimi decenni avremmo vissuto troppo al di sopra delle nostre possibilità, contribuisce a riprodurre questa distanza e questa sfiducia nei confronti della democrazia post-resistenziale.
La stessa rimozione di Berlusconi dal governo operata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano muove nella logica e nell’orizzonte di questa governabilità: si rimanda a casa l’incapace Berlusconi, che aveva ottenuto alle elezioni 18 milioni di voti. Il Paese accetta la situazione e anche gli elettori di Forza Italia si ritrovano tutto sommato dentro lo schema che punisce il loro leader: anche il loro cuore batte dalla parte della governabilità – per impulso berlusconiano – piuttosto che da quella della democrazia.
E’ in questo quadro di condivisione di un senso comune che affiora nel Paese e nel suo corpo sociale che si allarga ed emerge quella che è stata chiamata (Emanuele Ferragina) la “maggioranza invisibile”: in termini macro, 4 milioni di precari, 3 milioni di disoccupati, 11 milioni di pensionati. Un tessuto sociale non riconducibile ai classici schemi di classe, ma che rimanda all’estendersi di un tessuto di classe media impoverita, e fortemente impoverita.
I “trenta gloriosi” restano definitivamente alle spalle, mentre nella percezione ideologica e nel senso comune, così come nei programmi scolastici, continua a funzionare l’idea di un progresso e di una promozione sociale così come si presentavano nella stagione del boom economico e nella generalizzazione dell’attesa di una ascesa sociale alla portata dei più.
A questo punto le sociologie asservite alla logica dominante del pensiero unico (che è quella generale del turbocapitalismo globale, che esalta le disuguaglianze, ed è quella in termini sistemici e sottosistemici codificata da Niklas Luhmann) introducono come discriminante, fuorviante, la categoria del giovanilismo. Alla generazione spetta il compito di occultare e legittimare le ragioni economiche delle disuguaglianze crescenti.
Ovviamente, per capirne di più, è necessario accompagnare l’analisi economica e sociologica con quella storica. Fare i conti cioè con la fine del fordismo e con l’avvento in Italia del neoliberismo nel biennio 1990 – 1992. Anni nei quali anche nel nostro Paese l’economia viene sottratta al controllo dello Stato, in sintonia con quanto avviene a livello europeo con il trattato di Maastricht. Dove la logica colpisce con più mirata attenzione è nel mondo del lavoro, quando nel 1997 il cosiddetto “pacchetto Treu” apre più decisamente a una flessibilizzazione del mercato del lavoro, in seguito perfezionata dalla legge Biagi, che potrebbe essere anche firmata come legge Sacconi.
Rispetto a queste scelte decisamente strutturali, i governi, i loro programmi, le campagne pubblicitarie hanno il compito di intrattenere la platea dei cittadini- consumatori (sempre più consumatori e sempre meno cittadini) proponendo loro le coperture legittimatrici della democrazia mediatica. Nel frattempo hanno luogo le esequie silenziose della socialdemocrazia e del suo analogo cattolico-democratico. Entrano in agonia  i sindacati, che scelgono l’arrocco: difendere cioè chi ha la tessera – la maggioranza pensionati – rispetto a quanti cercano di sopravvivere, ovviamente giovani, nel mare infido dei diversi precariati.
È infatti a partire dagli anni Novanta che le classi medie vedono aprirsi al loro interno una divaricazione: una piccola parte si accoda ai ceti più ricchi, mentre la gran parte si impoverisce, diventando limitrofa a quelle che papa Francesco definirà “periferie esistenziali”. Sopra tutto questo prova a stendere un velo pietoso e pubblicitario la “terza via” blairiana, che anche tra noi trova estimatori e seguaci. È questa condizione che viene rappresentata elettoralmente dalle elezioni  del 2013, con il 56% dei precari che votano Grillo. E infatti la performance renziana non va oltre il numero di voti assoluti conquistati da Walter Veltroni in gara con Berlusconi. È questa una rapida fotografia che ci consegna il problema di come pensare una politica in grado di ricostituire le ragioni di una rappresentanza democratica.

Il tema del potere

Una ricerca che non dovrebbe essere fatta a prescindere dal ruolo del potere: dove sta, e come può essere affrontato. Dov’è finito il potere e dove è finita la democrazia.
Bisognerà tornare sull’argomento con gli strumenti della teologia politica tedesca, assai più raffinati di quelli italiani. Per ora è utile osservare che la fine dei partiti distrugge in Italia la figura del “militante politico”, cui si sostituisce progressivamente il “volontario”. E le crisi che non a caso attraversano in questa fase il mondo del volontariato possono insieme alludere ai suoi rischi di decadenza, come ad inedite potenzialità di sviluppo.
Può servire la metafora riassuntiva proposta da papa Bergoglio nell’enciclica Laudato Si’: la metafora della casa comune, che raccoglie e supera quella dei beni comuni. Fare casa comune
 –pare suggerire la logica del Papa– è possibile a partire dalle periferie esistenziali, confrontandosi con le lobby di potere. Non è una sostituzione del Cristo povero al Cristo eterno, né significa procedere sulla strada dell’immanentizzazione del cristianesimo: la via per giungere al Cristo eterno è quella del Cristo povero. I Vangeli sono univoci in tal senso, e Simone Weil non a caso ricordava che  questa  terra è l’unico luogo che ci è dato per la nostra testimonianza.

I conti con il cattolicesimo democratico


Dopo questa ricognizione troppo rapida diventa possibile rifare i conti con passato e futuro del cattolicesimo democratico. A partire da una discontinuità: quella prodotta da papa Francesco, che indica il superamento concreto della dicotomia, già accennata, tra il Cristo povero e il Cristo eterno. Siamo cioè ricondotti alla parabola del Buon Samaritano (Luca 10, 25-37). Un programma stilato duemila anni fa. Il dilemma, che non è soltanto di Eugenio Scalfari, verte sul rapporto tra cristianesimo e  illuminismo. In nome di esso ci si chiede se sia “politico” papa Francesco, e se lo sia in particolare quando si batte contro il potere temporale della Chiesa. Torna utile ribadire che politica e potere non coincidono. Emanuele Severino è stato il più preciso in Italia: non noi riprendiamo il potere, ma i poteri prendono noi.
Va ancora ribadito che il confine tra politico e  impolitico è un confine poroso, ossia attraversabile nei due sensi: ciò che è politico può diventare impolitico, e ciò che è anti può diventare politico (Hannah Arendt).  Rispunta il grande Hegel: sempre la politica nasce da quel che politico non è. Insomma, siamo comunque confrontati, in particolare con le posizioni di papa Francesco, con il problema di una nuova laicità. Non soltanto perché Chiesa e Stato si contendono da tempo lo spazio della coscienza e quello pubblico, ma soprattutto perché sono le condizioni della quotidianità a spostare il confine.
Anche in questo caso lo sguardo storico può aiutare. Quando e su che cosa il mondo cattolico rompe con il fascismo? Sulle leggi razziali e sul primato educativo: la Chiesa cattolica finalmente si schiera e prende le distanze da una deriva, anche interna, che aveva fin lì equivocato sui Patti Lateranensi. Magistrale in questo senso l’intervento sulla cultura democratica e l’opinione cattolica svolto da Dossetti nel “testamento” di Pordenone del 2004.
Si tratta di valutare seriamente, e perfino nei dettagli, l’utilità della tradizione cattolico democratica in vista della creazione di un nuovo “punto di vista”; un punto di vista che può anche implicare un patto generazionale tra antichi reduci e nuovi politici.
Giorgio Campanini nella sua diagnosi prova a legittimare la lunga marcia del cattolicesimo democratico verso sinistra, a partire dagli abbès démocrates francesi e da Tocqueville. Non omette Campanini di menzionare i radiomessaggi di Pio XII e la solerte e intelligente divulgazione fattane da Guido Gonella. Indi il Codice di Camaldoli e la Costituzione Repubblicana, la tragedia di Aldo Moro, la permanente esclusione del Pci dal potere.
Si tratta cioè di “non solo riconoscere, ma lealmente rispettare le diversità senza demonizzare le differenze”.
Per Guido Formigoni si tratta anzitutto di precisare i termini, di rivalutare il ruolo della Dc insieme all’impegno sociale e politico dei credenti, senza ridurre il cattolicesimo democratico a un piccolo gruppo di intellettuali autodefinitisi tali. Così pure non vanno dimenticati gli sforzi di rinnovamento e le metamorfosi della Democrazia Cristiana, la “ricomposizione” proposta da padre Bartolomeo Sorge dell’area cattolica, la fine del cosiddetto prepolitico, Le numerose riviste prodotte da gruppi intellettuali differenziati, il cattolicesimo sociale “radicalizzato sulle questioni della pace e della povertà”. Si aggiungano la grande esperienza nazionale dell’Ulivo e la fondazione del PD (2007). Quindi il ruolo dello ruinismo e la  controffensiva nei confronti della secolarizzazione operata dal Papa polacco, mentre i vescovi italiani assumevano in proprio il compito della mediazione. Per Pier Luigi Castagnetti si tratta di porsi coraggiosamente la domanda se abbia ancora un senso parlare di cattolicesimo democratico. In particolare quando ci si confronta con questi partiti à la carte. Sempre secondo Castagnetti: “Non si può parlare dunque della dissipazione di un’esperienza, ma della avvenuta re-invenzione di una modalità di presenza in un tempo storico profondamente cambiato”. Per la storica Daniela Saresella non va dimenticato nella ricostruzione storica che il primo cattolico democratico si chiama Romolo Murri, scomunicato prima come modernista e poi personalmente (1909). E quindi eletto nelle liste del  Partito Radicale. Né vanno omessi i dialoghi Murri/ Turati. L’attenzione per la questione sociale e il mondo socialista, che pone con forza la questione della laicità. Lo stesso Luigi Sturzo scrive sulle riviste di Murri. Murri poi diventa fascista confondendo il proprio itinerario spirituale con quello del fascismo. Neppure vanno consegnate all’oblio polemiche più recenti come quelle sul referendum del 1974, e quelle successive condotte dagli organi di stampa di CL con gli articoli di Fontolan e Socci. Il 1980 è l’anno dell’uccisione di Piersanti Mattarella, mentre il 1990 vede il siciliano Leoluca Orlando  fondare la Rete. L’equivoco persistente è rappresentato dall’unità politica dei cattolici. Ragione per la quale l’Ulivo risulta la migliore esperienza del cattolicesimo democratico. Secondo Savino Pezzotta va dedicata maggiore attenzione alla riflessione sull’economia odierna. Come pure va ricordato che il cristianesimo è il generatore della secolarizzazione, non l’altro rispetto alla secolarizzazione medesima.
Frattanto il governo è diventato l’unico miraggio comune a tutte le  culture del fare politica. Ad essere conseguentemente abbandonata  la tensione alla rappresentanza. Circostanza che obbliga a interrogarsi sulla natura dei processi democratici nazionali.
Mentre è finito il tempo dei movimenti, la politica sindacale si è trasformata in politica di adattamento alla fase. Ci imbattiamo in una grande indifferenza rispetto al tema delle disuguaglianze. Per cui il problema diventa sempre più come resistere alla mercatizzazione della società, che è anche mercatizzazione del lavoro. Nel quadro di un capitalismo che è sempre più cognitivo che economico. E senza dimenticare che distruggere il sindacato significa comunque distruggere un modello di società. Come pure intervenire con il piccone su quei “corpi intermedi” – secondo il lessico della dottrina sociale della Chiesa – che risultano soggetti mutevoli ma non eliminabili della partecipazione dal basso e garanzia di sussidiarietà. Dobbiamo anche chiederci se sia possibile parlare di ispirazione cristiana in una società multietnica e multireligiosa.

Ritorna il tema del che fare. E probabilmente sarà utile cominciare a fare le “piccole cose”.
CITTADINANZA ATTIVA
PER IL BENE COMUNE



NO GUERRA NO NATO
Tutti alla Camera del Lavoro di Corso di Porta Vittoria
Oggetto: Iniziativa del 23 ottobre a Milano contro le esercitazioni NATO
Appello di Maria Carla Baroni e dei Comitati No Guerra No NATO
e Comitato Contro la Guerra Milano. Anche “Odissea” aderisce all’iniziativa

Cari e care
le guerre e le esercitazioni militari spargono nell'ambiente uranio impoverito, altri metalli pesanti e sostanze chimiche tossiche. Non basta COP 21 per fermare il disastro ambientale e morti atroci. Non basta fermare il Trattato Transatlantico sul commercio e sugli investimenti - TTIP : bisogna fermare anche la NATO. Non serve sognare un diverso modo di produrre, di lavorare e di consumare se non si ferma la produzione di armi. VI ASPETTO.
Cari saluti 
Maria Carla Baroni

Venerdì 23 ottobre 2015, presso la Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, il Comitato contro la Guerra Milano ha organizzato l’iniziativa che ha per titolo “La guerra è alle porte”. Si terrà lì perché il nesso tra la guerra e i lavoratori è lampante, le sanzioni contro Siria e Russia lo dimostrano, quelle della Russia contro l’Italia anche. È inoltre stretto il legame tra il TTIP e la politica della NATO, che dal 28 settembre ha iniziato le più ampie esercitazioni mai viste dalla fine della “Guerra” fredda, il “Trident Juncture”, che terminerà il 6 novembre.
Vedere volantino allegato.









SOPRA IL NUDO CUORE

Manoscritto di Antonia Pozzi

Spazio Oberdan Milano
Viale Vittorio Veneto 2

Sopra il nudo cuore.
Fotografie e film di Antonia Pozzi
Dal 23 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016

Dal 23 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016 presso Spazio Oberdan, Fondazione Cineteca Italiana in collaborazione con Città metropolitana di Milano e Centro Internazionale Insubrico “C. Cattaneo” e “G. Preti”, presenta SOPRA IL NUDO CUORE. FOTOGRAFIE E FILM DI ANTONIA POZZI, una grande mostra a cura di Giovanna Calvenzi e Ludovica Pellegatta dedicata a una delle più alte voci della letteratura novecentesca, una poetessa ancora tanto da scoprire di cui saranno svelati soprattutto la passione e il talento per la fotografia.
A settantasette anni dalla prematura scomparsa, dopo le numerose riedizioni delle poesie e la loro traduzione in varie lingue, dopo convegni, pubblicazioni, biografie, dopo molti film e spettacoli, interpretazioni e polemiche sulla sua poesia e sulla sua vita, la parola torna alla grande poetessa milanese, che parla di sé e del suo mondo attraverso film e fotografie, finora inediti. Un viaggio nella sua poetica e nei luoghi a lei cari. Di Antonia Pozzi (Milano 1912-1938) si svelano la passione e il talento per l’immagine e il suo interesse per la relazione tra parola scritta-immagini-immagini in movimento. Accanto alle lettere, tanto amate, Antonia Pozzi infatti coltivò, nella sua breve ma intensa vita, anche l’arte della fotografia, non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché convinta che le cose, le persone, la natura avessero un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere.
“Il massimo di intensità per immagini rapide” è uno dei nodi del pensiero poetico che Luciano Anceschi – come la Pozzi, allievo del filosofo Antonio Banfi – sviluppa nella prefazione a Linea Lombarda, in cui teorizza una vera e propria “dottrina dell’immagine” capace di rinnovare la poesia. Antonia Pozzi dimostra con le sue poesie e ora anche con le fotografie e i suoi filmati inediti, di saper passare dalla poesia per immagini alle immagini poetiche.
La Mostra è l’occasione per presentare una serie di materiali fotografici, e non solo, inediti, custoditi dall’Università degli Studi dell’Insubria, che ne detiene la tutela. Del corpus fotografico estremamente ampio e variegato saranno esposte circa 300 fotografie realizzate da Antonia nell’amata Pasturo, sulle Dolomiti, e anche nei suoi viaggi, a Milano, in città e nei circoli culturali ma anche nelle zone povere e periferiche, tra i bambini, i mercati e le botteghe degli antichi mestieri. I visitatori potranno così immergersi nel suo mondo, nei suoi ambienti che rivivranno anche grazie a postazioni interattive. Inoltre, la mostra presenterà anche 6 film inediti in formato super8 girati da Antonia stessa.
Per inaugurare la mostra, la Cineteca ha scelto la cornice delle giornate di Bookcity Milano 2015, sicuramente adatte in quanto Bookcity coinvolge ogni anno migliaia di appassionati di lettura, di arte, di bellezza e crea un circuito virtuoso di passaparola e interesse. Quella del 2015 sarà un’edizione particolare, che coincide con gli eventi di chiusura di EXPO 2015 e dell’anno “Milano città del Libro 2015”.
La mostra sarà inoltre accompagnata da tanti eventi correlati: la proiezione del documentario Poesia che mi guardi di Marina Spada, che per quell’occasione sarà editato nella collana I Tesori del MIC a cura di Cineteca e troverà una distribuzione nazionale in libreria con Cecchi Gori Group; una rassegna tematica su poeti e poetesse; incontri e laboratori di poesia sia per adulti che per bambini e ragazzi; un concerto jazz del musicista Antonio Zambrini “Per Antonia” e tanti incontri per il pubblico e per le scuole con le curatrici della mostra.

La campagna di crowdfunding
Per sostenere la creazione del Catalogo integrato e digitale dedicato ad Antonia Pozzi - progetto che presenta la voce originale della poetessa attraverso l’opera complessiva (quella conosciuta e quella finora inedita) con poesie, scritti, lettere, foto, filmati - la Fondazione Cineteca Italiana ha scelto di realizzare su www.eppela.com la campagna di crowdfunding che partirà mercoledì 23 settembre. É un nuovo modo per coinvolgere e premiare il pubblico, che deciderà di sostenere il progetto, con ricompense preziose ed esclusive.
“Il progetto del Catalogo integrato e digitale – dice il Direttore della Fondazione Cineteca Italiana, Matteo Pavesi – nasce dal desiderio di diffondere tra un pubblico giovanile la sensibilità di Antonia Pozzi proprio attraverso il suo sguardo”. È un progetto importante perché consente di emozionarsi non solo attraverso l’opera poetica ma anche conoscendo la vita, i travagli esistenziali, le foto, le riprese filmiche e le riflessioni filosofiche di Antonia Pozzi. Nel comprendere la genesi di un testo, il lettore può sentirsi emotivamente più vicino alla poetessa, stabilire un legame personale e non solo intellettuale, oppure, attraverso la conoscenza di tutti gli aspetti della vita della poetessa, può appassionarsi alla poesia in generale.

INFO:
Tel. 02.87242114 / info@cinetecamilano.it / www.cinetecamilano.it
Spazio Oberdan, tel. 02.7740 6302/6300

ORARI D’INGRESSO
Da martedì a giovedì: 12 – 19.30
Venerdì: 12 – 21.30
Sabato: 12 – 19.30
Domenica 10 – 19.30

MODALITÀ D’INGRESSO:
Biglietto d’ingresso: intero € 6,00
Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera o studenti universitari o over 65: € 4,00
Cinetessera annuale: € 6,00, valida anche per le proiezioni al MIC – Museo Interattivo del Cinema - e all’ Area Metropolis 2.0 – Paderno Dugnano.
UFFICIO STAMPA:
Fondazione Cineteca Italiana / Margherita Giusti Hazon ufficiostampa@cinetecamilano.it – M 3403543419

martedì 20 ottobre 2015

IN MORTE DI MORANDO MORANDINI
Ricordi per un amico
di Angelo Gaccione

Morando Morandini (Foto: Fabiano Braccini - Odissea)


“Ma tu, Morando, quanti anni hai?” gli chiese Ugo Ronfani. Eravamo usciti dall’Osteria dell’Acquabella di via San Rocco, nel quartiere di Porta Romana, dove eravamo andati a cenare. Eravamo cinque in tutto: Morandini, Ronfani, Giuseppe Bonura, io e Francesco Piscitello: una discreta colonna del giornale “Odissea” che veleggiava a gonfie vele, e che in quel quartiere aveva la sua “Carboneria”. Ronfani abitava alla Maggiolina, il quartiere dei giornalisti, e Morandini stava ancora in piazzale Biancamano al numero 1 e li stavamo accompagnando entrambi. Bonura era autonomo, aveva la macchina e poteva agilmente rientrare in via Delle Camelie, un quartiere periferico dove si è sempre sentito in esilio: basta leggere con quanta ironia ne scrive in quel fortunato libro che è stato “Milano. La città narrata”, che avevo curato alcuni anni prima. Anche Morandini aveva scritto per quel libro ed aveva raccontato i suoi spostamenti nelle varie zone della città, a partire dal 1951 dopo il matrimonio. Ma poi era rimasto in via Tasso per trent’anni, come ricorda nel libro, una via blasonata in un quartiere alto-borghese. Ironia della sorte, qualche anno dopo quella cena Morandini verrà ad abitare proprio a ridosso delle mura spagnole, a due passi dalla Porta e a due passi dall’Osteria. La risposta di Morandini era stata spiazzante e ci aveva anche divertiti per la laconicità: “Non ne ho più -disse- mi godo i tempi supplementari.” Io sapevo che era del 1924 ed aveva già allora una bella età; ma io ho sempre considerato l’intelligenza e la sensibilità dei miei amici postuma e giovanilissima, e dunque separata dal fardello che il tempo accumula sulle loro spalle. Per me amici come il poeta e studioso d’arte Arturo Schwarz, il filosofo Fulvio Papi, il critico letterario Gian Carlo Ferretti, per fare qualche nome, sono ora così giovani nelle idee e nel lavoro che continuano a produrre, più di quando avevano vent’anni, e dunque non riesco ad entrare nell’idea che possano invecchiare. Il tempo li può abbattere, come ci abbatte tutti, ma invecchiare proprio no. Forse Morandini, nella sua saggezza, voleva dirci che era preparato al peggio e che non è possibile farsi troppe illusioni davanti alla minaccia delle Parche; dunque accogliere il tempo residuo con distaccato scetticismo e una dose di sana ironia. Preparando anche qualche contromisura: perché come ognuno di noi temeva l’imponderabile, e non avrebbe accettato, se gli fosse accaduto, di sopportare più del necessario. Lo so per certo perché un paio di anni fa mi consegnò una specie di testamento biologico perché lo conservassi, e che, mi disse, aveva dato anche ai suoi figli. Ha continuato a lavorare, Morando, con la stessa lena e senza risparmiarsi, ed ha continuato ad andare al cinema per le sue puntuali note critiche: a volte vedeva tre film in una sola giornata, e poi batteva con la sua macchina da scrivere dai nastri consumati. Dove diavolo riuscisse ancora a trovarli era un mistero. Per tutti i 10 anni di “Odissea” in edizione cartacea, ha battuto i testi della sua Rubrica con quei nastri. A volte le parole erano sbiadite e si faceva fatica; ero sempre io che li trasferivo al computer, ed ero sempre io che andavo da lui in via Ripamonti se qualche passaggio risultava poco chiaro. Abitavamo vicini e per me era una semplice passeggiata. Ha continuato a lavorare senza risparmio e ha continuato a fumare senza risparmio. Il suo studio galleggiava di fumo e quando ne uscivi ne eri impregnato in ogni anfratto. Ricordo quando nel 2011 pubblicammo nelle edizioni della Piccola Biblioteca di Odissea il suo libretto antiberlusconiano: “Litania per il signor B.”; arrivato a casa, mia moglie completamente intollerante all’odore del fumo, prese la busta con il dattiloscritto che aveva cosparso tutta la casa con il suo acre odore di tabacco e lo appese fuori dalla finestra. Ho sempre pensato, guardandolo fumare, che fosse dotato di una fibra invidiabile e che se avesse smesso, avrebbe superato i cent’anni di vita. La sua è stata davvero “una vita al cinema”; ha vissuto parte al buio (il buio della sala cinematografica) e parte “immobile” (seduto alla sua macchina per scrivere). Ma le sue idee immobili non lo erano, perché Morandini non era un semplice recensore di film, era un critico nel senso pieno della parola, cioè uno che sta da una parte e sa bene che ogni prodotto estetico (un film in modo particolare), vive dentro un contesto storico, sociale, politico, economico, di costume, e dunque non va mai isolato da quel contesto, pena l’incomprensibilità, l’inutilità della tua lettura, il servilismo. Questa consapevolezza Morandini ce l’ha chiarissima, come documenta in quel magnifico libro che è “Non sono che un critico” (e dove Morandini c’è tutto intero: come intellettuale e come uomo), e senza mezzi termini annota: “ Nello scrivere su un giornale mettiti dalla parte dei poveri, non dei ricchi e dei potenti”. Con la stessa determinazione aveva rintuzzato quella fallace visione che vuole un’arte priva di idee e scrive: “È  vero: da Henry James in poi è considerato volgare per un narratore avere  - abbassarsi ad avere – delle idee. E allora? Anche questa è un’idea, e da snob. Bisogna cominciare a parlare della volgarità degli snob”. È una vera e propria miniera di concetti e di intuizioni profonde quel libro, e bisogna tenerlo a portata di mano. Per Morando la critica è anche un’opera di resistenza all’establishment, all’arte-industria oggi dominante: “(…) Per il critico, se ha la schiena dritta, vengono i rari giorni della rivalsa, effimeri deliri di onnipotenza. Mentre mette fine alla stroncatura di una bufala ad alto costo, gli viene in mente il produttore e pensa: maneggia miliardi, ha la villa al mare e lo yacht, si sposta da un continente all’altro, riceve attrici famose e divette formose pronte al suo squillo, ma contro la recensione, contro la macchina da scrivere o il Modem di qualcuno come me, a magro stipendio fisso, non può fare niente”. Perché Morandini era rimasto quel che era sempre stato “un liberalsociaslista con un retroterra cristiano, un fondo di scetticismo critico e risvolti anarchici-libertari” come scrive di sé, ed era per questo che sulle pagine di “Odissea” si sentiva a casa. Ora se n’è andato e la città è più vuota; è più vuoto il cinema ed è più vuota la cultura. È più vuoto anche un modo d’essere della cultura: serio, rigoroso, coerente, lontano dai divismi e dalle mode effimere. Se n’è andato prima di potergli fare una sorpresa che avrebbe di certo gradito. Avrei voluto portargli una copia del numero monografico della rivista “Capoverso” dedicato ai quarant’anni della scomparsa di Pasolini. Un fastidioso contrattempo ne ha tardato l’uscita e sarà pronta per i primi di Novembre. Vi avrebbe trovato, fra le tante, la foto di un incontro al Circolo Turati di Milano in via Brera nel novembre del 1972. In quell’infuocata serata si parlava di libertà d’espressione, di pornografia e di censura cinematografica; la pietra dello scandalo era, ancora una volta, il regista bolognese. Al tavolo assieme a Pasolini ci sono il poeta Giovanni Raboni, il critico Gian Carlo Ferretti e Morandini. A Ferretti e alla vedova di Raboni (la poetessa Patrizia Valduga) avevo mandato in anteprima quella preziosa foto, a Morando volevo portare la rivista di persona. Le Parche sono arrivate prima. 

Piccolo Album Morandiniano
Proponiamo ai lettori di “Odissea” una serie di foto che ritraggono Morando Morandini.
Quelle nel suo studio sono state scattate dal fotografo di “Odissea” Fabiano Braccini il 27 Giugno 2014 e fanno parte di un gruppo molto più nutrito, conservate nell’archivio del giornale. Le altre portano nella didascalia, data e indicazioni di chi le ha eseguite. Quella scattata nella casa di don Luigi Pozzoli (anch’egli collaboratore di “Odissea” fino alla morte), assieme ad altre sono state pubblicate in appendice al volume di Giuseppe Bonura: “Satyricon” (Ed. Odissea 2011). La foto è stata eseguita la sera dell’8 Giugno 2007 dalla nipote di don Luigi, Elena Zappa. Quella sui gradini del monumento a Pertini a Milano, il 25 Ottobre del 2014, per festeggiare il 1° anniversario in Rete del giornale, è stata scattata da Livia Corona (altra fotografa e collaboratrice del giornale). Infine quella con Pasolini, è stata scattata la sera del 10 Novembre 1972 al Circolo Turati di Milano, da Letizia Battaglia ed è stata pubblicata nel numero monografico della rivista “Capoverso” (2015) in occasione del 40° della morte di Pasolini (Ed. Orizzonti Meridionali) in uscita.

Foto 2

Foto 3



Foto 4

Morandini alle sue spalle Gaccione
Gaccione, Morandini e la sfinge
Morandini mentre legge
Morandini consulta un suo testo
Morandini terzo a sin. con Ronfani, Bonura, don Pozzoli,
Piscitello e Gaccione in fondo (8 Giugno 2007)
Un gruppo di naviganti di "Odissea". Morandini col cappello
in prima fila, si piega per accendere l'ennesima sigaretta.
Milano 25 Ottobre 2014



Ultima foto in basso. Da sinistra il poeta Giovanni Raboni
con al suo fianco il critico letterario Gian Carlo Ferretti, 
il poeta e regista P. P. Pasolini e Morando Morandini.
Milano, 10 Novembre 1972. Circolo Turati di Milano.
 

Ricardo Hausmann, un economista nel paese dei campanelli
di Claudio Zanini


L’economista venezuelano Ricardo Hausmann, intervistato da Il foglio dell’8 luglio, cita la seguente frase di papa Francesco (dal discorso tenuto nel suo viaggio in luglio in America Latina):
“Sappiamo che tale sistema (capitalistico) ha imposto la logica del profitto, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura. (…) Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i villaggi. E non lo sopporta più la Terra”.
Secondo Hausmann, il papa sbaglia perché, all’opposto, ci vorrebbe più capitalismo e più mercato per debellare la povertà. A suo parere, “il mercato è un sistema in cui tutti cercano di vivere facendo cose che altre persone vogliono e ritengono utili.”
Ci si chiede se Hausmann, pur insegnando a Harvard, non viva nel paese dei campanelli, o forse parla del suo mercatino di quartiere.
L’Africa, per esempio, è stata dal XIX secolo un magnifico mercato. La cartina geografica di quel periodo e fino alla seconda metà del ‘900, mostra come sia suddivisa in tante aree multicolori. Non sono tendoni di bancherelle. A ogni colore corrisponde uno stato europeo: Francia, Inghilterra, Germania, Belgio, Portogallo, Spagna e Italia; stati che si sono serviti del grande mercato africano di materie prime e prodotti pregiati. Naturalmente l’acquisizione di tale immenso mercato non è stata ottenuta attraverso eque trattative, bensì con l’occupazione armata, brutali genocidi e l’espropriazione fraudolenta. Il saccheggio non è si è esaurito con la fine della colonizzazione, ma continua tutt’oggi, con il pagamento del debito contratto negli anni dagli ex governi coloniali. Debito che aumenta, poiché le rate sono pagate con ulteriori prestiti, che aumentano il debito e così via, in un’oculata operazione di strozzinaggio messa in opera dalle banche e dalla finanza internazionale (dal Capitale finanziario mondiale). L’esito di tale politica è consistito (consiste) nello smembramento di equilibri etnici e politici, nel soffocamento di culture, nella riduzione alla miseria e alla morte per fame di intere popolazioni.
L’occupazione imperialista dell’India da parte della Gran Bretagna, con la distruzione dell’industria tessile e del mercato (dell’economia) locale per imporre il proprio; e le guerre dell’oppio del Regno Unito contro la Cina per conquistarne i mercati, sono due esempi, tra gli infiniti che si potrebbero fare, di imperialismo economico. Allora, professor Hausmann, qual è il mercato giusto? Quello inglese, quello indiano o quello della Cina? Lei non potrà negare che è quello che impone il suo dominio sugli altri attraverso la forza degli eserciti. Ma, allora la democrazia e la libertà che (a Harvard) celebrate, tanto da volerla imporre agli altri, a cosa si riduce?
Il professore potrebbe protestare, obiettando che qui si mette in luce solo la parte negativa del colonialismo, misconoscendo i suoi lati positivi. Replico con le parole della nota scrittrice indiana Arundhati Roy: «discutere di colonialismo è un po' come dibattere i pro e i contro dello stupro».
Questo, vagheggiato da Hausmann, è il sistema del mercato che, secondo molti economisti, si dovrebbe autoregolare da sé (pretesa metafisica!). Il fine, purtroppo, non è “un sistema in cui tutti cercano di vivere facendo cose che altre persone vogliono e ritengono utili”, come vorrebbe il candido professor Ricardo Hausmann, ma un sistema in cui è dominante la logica del profitto a ogni prezzo: dal feroce sfruttamento umano delle cosiddette dislocazioni, al disboscamento della foresta Amazzonica, alla deforestazione di vaste zone del sudest Asiatico e dell’Africa in favore di monoculture industriali (olio di palma, soia, agrocombustibili, ecc.). Sarebbero questi l’utile e ciò che si desidera, professor Hausmann, economista venezuelano?
Direi che questo corrisponde all’interesse privato di pochi (le multinazionali e il capitale finanziario). Marx scriveva che l’essenza del capitalismo consiste nel fatto che gli interessi del Capitale e del lavoro sono diametralmente opposti (affermazione non astratta, bensì verificabile ogni giorno). Si può aggiungere che il profitto è l’essenza della formazione del capitale, sua potenza, e della sua trasformazione in capitale finanziario, che non produce merci utili (quelle che Hausmann ritiene giuste), ma denaro virtuale) da parte di soggetti privati (cioè estranei a ogni etica sociale e civile e svincolati da essa)). Il perseguimento del profitto a ogni prezzo è, dunque, opposto alla vita della comunità vivente sulla terra. È omologo alla cupiditas di cui parlava Machiavelli, già nel 1500.
“Il capitale non è una potenza personale: è una potenza sociale” (“Manif. del partito comunista”) poiché prodotto da un’unione di forze diverse e dall’impiego di risorse e condizioni che tutti contribuiscono a creare (infrastrutture, istruzione, ricerca, sanità pubblica, giustizia, ecc.). Quindi, l’appropriazione, rivolta a fini privati, da parte di pochi è, oltre che uno stravolgimento della logica, un abuso criminale. Questo ha condotto (conduce) a una diseguaglianza sempre maggiore, alla tragedia di coloro che muoiono di fame e di guerre, alla distruzione del pianeta.
A proposito della cupiditas (potenza ed energia istintive), Machiavelli, già nel ‘500, affermava che dev’essere imbrigliata e indirizzata a favore di un nuovo ordine delle cose, diventando fondamento di una società virtuosa (di uno stato) per l’uomo.

                                                                                           






lunedì 19 ottobre 2015

Impediamo alla Monsanto di realizzare il suo sogno
di Dalia Hashad 

Dodici paesi hanno appena firmato un accordo segreto che regala alle multinazionali enormi poteri sul 40% dell’economia mondiale. Ma prima deve essere approvato dal Congresso americano dove sempre più senatori tra Repubblicani e Democratici si oppongono: diamogli tutto il sostegno possibile, da tutto il mondo. Firma e condividi sulla Rete.

Cari avaaziani,
dodici Paesi hanno appena firmato un accordo segreto che regala alle multinazionali enormi poteri sul 40% dell’economia mondiale. Ma se agiamo rapidamente, possiamo impedire che il Congresso Americano lo approvi.
Si chiama TPP: un accordo commerciale che potrà censurare internet ma soprattutto regalare a Monsanto e alle altre grandi multinazionali tutto quello che hanno sempre sognato. La buona notizia è che nel Congresso USA sta crescendo una opposizione sempre più ampia: se loro lo bloccano, il trattato è finito. E anche il dibattito su un accordo molto simile per l’Europa potrebbe subire un duro colpo. Avaaz ha la possibilità unica di far arrivare fino ai senatori del Congresso USA il sostegno di cui hanno bisogno da parte dei cittadini di tutto il mondo per fermare l’assalto delle multinazionali alle nostre democrazie. Unisciti all’appello e condividilo con tutti:

https://secure.avaaz.org/it/tpp_2015_loc/?bhvKTcb&v=66289

Questo trattato avrà un’influenza enorme sulla vita dei cittadini di mezzo mondo. Eppure è stato scritto in larga parte in segreto, direttamente dalle multinazionali, senza nessuna trasparenza. Qualche mese fa grazie a WikiLeaks sono filtrati alcuni punti, e quello che ne è venuto fuori è agghiacciante: Se uno Stato vieterà un prodotto tossico, o deciderà di etichettare i prodotti geneticamente modificati, o vorrà proteggere l’ambiente, il TPP permetterà alle multinazionali di fargli causa e farlo giudicare da tribunali speciali controllati da loro stesse! E i contribuenti dovranno rimborsare miliardi di “mancati profitti” a queste compagnie;
Con il TPP, i giganti della farmaceutica diventeranno così potenti da poter bloccare le medicine a basso costo che possono salvare la vita di malati di cancro e AIDS;
Addirittura, chi denuncerà online le attività illegali delle multinazionali potrà essere perseguito.
E questa è solo una parte dell’accordo. Di tutto il resto che le multinazionali possono averci messo dentro non sappiamo nulla perché i governi si sono rifiutati di pubblicarne il testo. Gli accordi commerciali possono essere importanti per l’economia mondiale, ma non è possibile che vengano concordati senza che i cittadini sappiano nulla del loro contenuto. Abbiamo combattuto questo tipo di accordi per anni, e spesso abbiamo vinto. Dal Congresso USA ci dicono che “si può ancora fermare”, ma per farlo hanno bisogno di tutto il sostegno pubblico possibile. Aiutaci a diffondere questo appello, c’è bisogno di tutti noi:

https://secure.avaaz.org/it/tpp_2015_loc/?bhvKTcb&v=66289

È facile sentirsi piccoli e impotenti di fronte a questi enormi giochi di potere che controllano le nostre vite. Ma ricordiamoci le nostre vittorie: quando con un accordo simile volevano toglierci la libertà di internet, quasi 3 milioni di avaaziani hanno contribuito con le loro azioni a fermare un accordo che sembrava già fatto. I cittadini, non i soldi, sono e devono essere il motore della democrazia. Ricordiamolo a chi ci governa.
Con speranza e determinazione,
Dalia, Nataliya, Alice, Mais, Emma, Danny
e tutto il team di Avaaz

FONTI

WikiLeaks rivela l'attacco alle società pubbliche attraverso il Tpp (Espresso)
http://espresso.repubblica.it/internazionale/2015/07/30/news/wikileaks-rivela-l-attacco-alle-societa-pubbliche-attraverso-il-tpp-1.223310

Rivelazioni di WikiLeaks sul trattato TPP, fratello del TTIP (Pressenza)
http://www.pressenza.com/it/2015/03/rivelazioni-di-wikileaks-sul-trattato-ttp-fratello-del-ttip/

Dal Tpp al Ttip. Fatto un patto se ne fa un altro? (Left)
http://www.left.it/2015/10/05/tpp-ttip-ue-usa-pacifico/

Obama, il TTIP e la liberalizzazione dei trattati commerciali (Panorama)
http://www.panorama.it/news/oltrefrontiera/obama-il-ttip-e-la-liberalizzazione-dei-trattati-commerci...

Dal TPp al Ttip, il libero commercio nuoce al mercato (di Joseph Stiglitz)
http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Dal-Ttp-al-Ttip-il-libero-commercio-nuoce-al-mercato-29418

Senatori USA potrebbero bocciare accordo TTP raggiunto da Obama (Sputnik)
http://it.sputniknews.com/politica/20151007/1317174/Lavoro-Disoccupazione-Commercio-Economia.html#ixzz3nyQ2QEIg



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