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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
venerdì 26 luglio 2024
Libri
MUTO VOLO
di
Giuseppe Puma
Durante
il mio recente soggiorno a Modica la mia cara amica poetessa Silvana Blandino mi
ha offerto il suo ultimo testo di poesie intitolato Muto volo (Silent
flight) bilingue: testo in italiano con traduzione a piè di pagina in inglese. Muto
volo è qualcosa di più di una sequenza di liriche: è un viaggio d’amore
dell’anima e del corpo, della mente e dei sensi in cui ogni poesia è un pezzo
di vita vissuta, sperata e spesso sognata. I suoi versi - di facile interpretazione
- si affidano all’ascolto di lettori sensibili e disposti a coltivare i sogni:
“A fatica negli anni/ho imparato a sognare/anche quando i sogni/erano cocci
da ricomporre/anche quando i sogni/erano lacci da annodare”.
Nel
filo della precarietà dell’esistenza si scopre una luce: “nella sera
s’accende/ un raggio di luna”: il poter andare avanti nonostante
l’illusione radicata nell’essere umano; una luce essenziale ed esistenziale che,
se saremo in grado di cogliere e seguire, ci regalerà il dono dell’“abbraccio
di Dio” nel momento in cui “i tuoi occhi stanno per chiudersi”.
Vorrei
definire “civili”, alcune poesie di Silvana Blandino: sono le liriche che affrontano
le tematiche che giornalmente viviamo, dove la poetessa indaga sul valore della
vita. In “No War” mette in evidenza quanto a vuoto parlano i governanti: “Di
giorno /si parla di accordi/di notte/si lanciano missili”; e ancora: “Il
nemico invisibile/il fuoco che vuole/invade il corpo/Torniamo a pensare/Torniamo
ad essere/umani”.
Il
libro si legge volentieri ed ho avuto modo di apprezzarne sia l’armonia dei
versi che i collegamenti che intercorrono tra poesia e riflessione. Spesso si
nota un’associazione tra parola-immagine o tra parola-stato d’animo e una
propensione all’ascolto e alla visione. Nella poesia “La Cava” è in evidenza un’immagine
molto significativa, che diventa essenza quando piove, quando il torrente
“grembo della Terra” è attraversato da un “rivolo d’acqua” (…) che scorre
/sulle pietre /ora arse dal sole”, altrimenti, quando “è asciutta… è triste”.
Silvana
Blandino è una voce poetica autentica: è sincera, accurata, non artefatta, in
grado di parlare a tutti con bei versi e riflessioni genuine che ci aiutano a
capire il senso della vita e di noi stessi: leggendoli è come ascoltare lei che
li ha scritti, in quanto proposti in modo garbato, senza presunzione, ma con l’intento
di condividere. “Mentre io affranta/rimango all’ombra/seduta sul muro/duro e
a secco/nel mio tramonto”.
giovedì 25 luglio 2024
25 LUGLIO: RICORDARE IL
FASCISMO
di Franco Astengo
Nel ricordo
del 25 luglio, giorno del colpo di stato monarchico che abbatté Mussolini e
aprì la strada al momento più drammatico della storia d’Italia è’ il caso di
rammentare non semplicemente cosa è stato il fascismo ma di sottolineare quanto
persiste: veri e propri rigurgiti fascisti si avvertono anche a livello di
schemi culturali, di comportamenti a livello di massa, di opzioni politiche
concrete portate avanti da soggetti che si collocano al governo del Paese e
appaiono incontrare fortune elettorali e di consenso da parte dell’opinione
pubblica, senza ricevere quel contrasto che meriterebbero.
Ricordando
che il fascismo salì al potere pur rappresentando un’esigua minoranza
parlamentare sulla base proprio di una mancata opposizione e di un
accompagnamento “furbesco” attuato da chi pensava di addomesticarlo
anestetizzandolo nella gabbia del potere.
L’attuale situazione, nella quale si stanno riproducendo soprattutto i
temi più deteriori del razzismo deve essere affrontata attraverso l’espressione
costante della negatività dei principi che il fascismo ha rappresentato
realizzandone la costante comparazione con ciò che sta concretamente accadendo.
Il fascismo
tese a presentarsi come squisitamente “italiano” e “romano”: torna qui il tema
ricorrente del nazionalismo-bellicista.
L’alleanza con la Germania hitleriana e l’intervento nella seconda
guerra mondiale, accentuarono i caratteri ideologici propri del fascismo degli
esordi, come il bellicismo e, di converso, fecero emergere tratti ideologici
propri di quella successiva fase rimasti in ombra quali il razzismo e
l’antisemitismo. Alcuni di
questi caratteri, ma soprattutto il rifiuto della democrazia consentì di
identificare un ruolo internazionale del fascismo, attivo in Europa, e
felicemente definito da Palmiro Togliatti come “regime reazionario di massa”.
Una
definizione che ha consentito, anche dopo la caduta del regime, di leggere il
fenomeno del fascismo in senso transpolitico, come una sorta di cesarismo
tipico del XX secolo basato su di un capo carismatico.
Un capo
carismatico che portava avanti la ricerca del consenso delle masse attraverso
una strumentazione di tipo propagandistico attraverso l’adozione di slogan
rivoluzionari (intesi per lo più in una direzione aggressivamente
nazionalistica) con la democrazia come nemico esclusivo, nella logica schmittiana. Il fascismo impose un modello autoritario
sulla base di un rapporto gerarchico di sfruttamento tendendo a tradursi in un
atteggiamento orientato verso il potere e di dipendenza portandolo a un
attaccamento disperato a tutto ciò che appare “forte” (il gruppo, il partito,
la legge, lo stato, la razza ecc.).
Quali contro-misure posso essere adottate per uscire dell’atteggiamento
del pregiudizio? Un tema di grande attualità se osserviamo attentamente ciò che
accade. Il
nazionalismo che rimane la matrice diretta del fascismo di allora e di oggi,
rimane prodotto dell’organizzazione totale della società, che può essere mutato
soltanto trasformando la società.
Il maieutico della
democrazia e delle riforme sociali rimane quello dell’aumento nella capacità
culturale complessiva. Una capacità
di espressione culturale fondata soprattutto sulla memoria e rivolta alla
complessiva articolazione sociale.
È necessario contrastare prima di tutto sul piano della conoscenza,
attraverso la ripresa di una funzione pedagogica dell’organizzazione politica
prima ancora della semplice concorrenza elettorale l’idea oggi, purtroppo ricorrente,
che il fascismo ritorni come “autobiografia della nazione”, ineludibile destino
di appagamento degli egoismi più retrivi.
Un’operazione culturale da condurre nel segno di un ritorno al concetto
gramsciano di egemonia.
NEL CUORE DELLA BRIXIA FIDELIS
di
Marco Vitale

Marco Vitale
Lucia e
gli altri due “pellegrini” forzati (Renzo e Agnese) amavano il loro paese, le
loro casette e le loro montagne. L’Addio ai monti di Lucia, accompagnato dalle
sue lacrime silenziose e pudiche è una delle pagine più profonde e commoventi
della letteratura italiana. Ma quando, al termine di tutte le traversie, Renzo
ritrova Agnese, a Pasturo, indenne dalla peste e le porta la buona novella di
Lucia guarita e liberata dal suo voto da Padre Cristofaro, l’esito
dell’incontro non lascia dubbi: “La conclusione fu che s’andrebbe a mettere
su casa tutti insieme in quel paese del bergamasco dove Renzo aveva già un buon
avviamento”. E anche quando Lucia si riunisce a loro non c’è in
nessuno il minimo dubbio su questa scelta verso “il paese adottivo” e
senza nostalgie per “il paese natio” ed il sopravvissuto Don Abbondio
dirà: “codesti giovani, e qui la nostra Agnese, hanno già intenzione di
spatriarsi (e io non saprei cosa dire: la patria è dove si sta bene)”. Manzoni proprio nell’Addio ai
monti sottolinea la differenza tra chi è obbligato da “una forza perversa” a
lasciare il borgo natio (come erano Renzo, Agnese e Lucia al momento della
fuga) e chi parte volontariamente, spinto dalla speranza di fare altrove fortuna
(come sono Renzo e Lucia dopo il matrimonio quando partono verso “la nuova
patria”, carichi di speranze che, pur con qualche difficoltà, troveranno felice
realizzazione).
Ma molti di noi si trasferiscono
in un’altra città o nazione per libera scelta, alla ricerca di qualcosa che non
sempre è chiaro a noi stessi. È in questi casi che si pongono delle domande
sulla nostra identità: ma qual è allora la mia città, quella nativa o quella
dove ho sviluppato i miei studi o dove ho svolto la mia attività? Quella dove
sono nato io o quella dove sono nati i nostri figli, dove ho messo famiglia? E
quanto conta il luogo e la cultura del luogo dove sono nati e cresciuti i miei
genitori, e dove è nata e cresciuta mia moglie, la madre dei miei figli? Esiste
un’identità personale legata alla cultura della città o paese dove sono nato e
cresciuto? O è più corretto parlare di una pluralità di identità e di culture,
che possono convivere nella stessa persona ed anche mutare nel tempo?
Io, padre napoletano, madre
camuna, moglie toscana, nato a Brescia, liceo a Brescia, Università al Collegio
Ghislieri di Pavia, borsa di studio in Germania e negli USA, primo lavoro breve
a Roma, secondo lavoro stabile a Milano, da oltre 50 anni, dimora sia a Milano
che a Brescia, mi trovo in una situazione di questo tipo, del resto come tanti
altri italiani che conosco, esuli volontari dalla città natia.
Mio padre, napoletano, uno dei primi laureati alla, allora nuova, facoltà di economia e commercio della Cà Foscari, subito dopo la laurea si trasferì a Brescia, dove un ramo della famiglia Vitale si era insediato sin dalla fine dell’ ’800 e qui si sposò ed ebbe tre figli. Fu bene accolto dalla città di elezione ed ebbe un buon successo professionale. Collaborò anche a parecchie attività culturali e sociali cittadine, ma non amò mai Brescia e la sua cultura. Non l’ho mai sentito pronunciare una parola in dialetto bresciano. Ci trasmise, invece, una forte cultura napoletana: canzoni, poesie, teatro, cucina, tutto era soprattutto napoletano a casa nostra, sicché ho ereditato una notevole biblioteca e discoteca di classici napoletani, che ho di recente donato a un centro sociale di Napoli.
Mi ha colpito, in un’intervista
di Ruggero Cappuccio, l’affermazione nella quale mi ritrovo totalmente: “Posso
stare a Parigi ed essere abitato da Napoli. Una città sta dove la porti” (Il
Fatto Quotidiano 6 - 1 - 2022). Dalla famiglia materna, originaria di Montisola
(Lago d’Iseo) e Darfo (Valle Camonica), formata da artigiani onesti e
laboriosi, incominciai invece a cogliere alcuni aspetti fondamentali della
cultura bresciana del lavoro, sulle sue radici e sulla sua importanza. Io sono
nato in città, in Via Musei, nel cuore della Brixia Fidelis, la Brescia romana,
a pochi passi dal Tempio Capitolino dedicato a Vespasiano nel I secolo dopo
Cristo e dall’attuale Museo Civico di Santa Giulia, uno dei musei civici più
importanti e genuini d’Europa. Ma quando ero ragazzo il Monastero di Santa
Giulia era poco attivo e gran parte del terreno oggi dedicato al Museo era l’ex
Opera Balilla, un imponente complesso sportivo (due campi da pallone e una
pista di atletica) abbandonati, liberi e in disuso, come del resto abbandonati
erano anche i ruderi di gran parte dell’attuale parco archeologico. L’attuale
via Musei corrisponde al decumano romano ed è oggi parte del parco
archeologico, splendidamente ricostruito, valorizzato e visitato da una
presenza turistica crescente. Ma allora era una via molto trascurata e popolare
con al centro un’osteria antica (Pergolina) animata da personaggi popolari
affascinanti, con i quali imparai a giocare tutti i giuochi popolari di carte e
la dama, dove divenni un campioncino. Le nostre giornate passavano tra lotte
fra bande tra i ruderi romani con lanci di pietre che oggi farebbero allarmare
i benpensanti e finirebbero diritti su qualche giornale (ma allora i genitori
avevano altro cui pensare), partite a briscola e scala quaranta alla Pergolina
e infinite partite a calcio all’ex Opera Balilla. Erano attività che potevamo
svolgere in totale libertà, ogni tanto con qualche ammaccatura ma con un enorme
senso di libertà, di autonomia e di autoformazione. Qui presi consapevolezza
del grande valore della libertà, della cultura popolare, dell’autoformazione,
dell’amicizia. Furono anni molto felici. La scuola, una pessima media, non ci
interessava. Eravamo alla ricerca di noi stessi e del carattere della nostra
città. I primi bagliori di orgoglio bresciano nacquero, allora, tra i ruderi
romani, all’Osteria Pergolina, sugli smisurati e liberi campi di calcio dell’ex
Opera Balilla che la guerra aveva, temporaneamente, reso liberi per noi.
Questi primi barlumi di
brescianità trovarono un inquadramento più solido subito dopo le medie, grazie
ad un ginnasio e liceo classico di alta qualità ma soprattutto grazie alla
frequentazione di un centro educativo di grande spessore, che ha influenzato
tante generazioni bresciane: l’Oratorio della Pace dei padri Filippini, centro
di cultura religiosa, civile, generale di altissimo livello. Anche qui si
giocava al calcio ma ben inquadrati, con tessera (F.I.G.C. Squadra Gymnasium N.
80516) ed una guida capace e appassionata. Ma insieme potevamo ascoltare le
lezioni di veri maestri come padre Giulio Bevilacqua, padre Carlo Manziana,
padre Cittadini, padre Marcolini e altri. Capimmo allora che non c’è conflitto
tra spirito religioso e spirito libero (la Pace fu un centro antifascista
militante), così come non c’è conflitto tra spirito religioso e scienza, mentre
c’è conflitto profondo tra spirito religioso e clericalismo. Sentiremo questi
temi ritornare, con forza, nei testi del Concilio Vaticano II, ma noi li
avevamo ascoltati e interiorizzati dieci anni prima da parte di grandi maestri,
la cui vita era testimonianza autentica di quello che dicevano. Nel frattempo,
lo studio della storia veniva a incrociarsi con queste esperienze di vita e mi
convinceva che questa religiosità profonda ma non clericale è caratteristica
propria, fondante e duratura delle radici bresciane.
I tre pilastri della brescianità:
“Liberi homines Brixiam habitantes”. Profonda religiosità. Grande capacità di
lavoro e rispetto per la dignità dello stesso.
Il primo pilastro è una
spiccata vocazione alla libertà ed alla autonomia temperata dal realismo e dal
buon senso. Non è un caso che il primo documento certo della comunità di
Brescia in formazione, datato gennaio 1038, si intitoli: “Liberi homines
Brixiam habitantes”. In quel documento il vescovo Olderico I si obbliga
solennemente nei confronti dei “liberi homines Brixiam habitantes” a non
costruire sul colle Cidneo e a consentire l’uso dei monti Degno e Castenedolo
per il pascolo, il taglio della legna e altri bisogni. L’atto ha ancora la
forma di una concessione feudale, ma nella sostanza traspare l’assunzione di un’obbligazione
precisa alla quale il vescovo dovette essere costretto con metodi decisi.
Olderico infatti precisa che per: «(…) vivere in pace e in letizia come un
padre con i suoi figli, ho deciso di eliminare ogni occasione di litigio e di
contesa». Ma i bresciani non si fidarono della soave prosa vescovile e con
sano realismo pretesero che l’obbligazione fosse garantita da una somma di 2000
libre di oro puro, una cifra enorme, a fronte della quale essi ringraziarono
offrendo l’omaggio simbolico di una pelliccia, secondo la tradizione
longobarda. Questo episodio di Olderico I è particolarmente significativo per
iniziare un discorso sull’identità dei bresciani. Sono i primi segnali di un
sistema dove la proprietà, e la disciplina del suo corretto utilizzo, cominciano
a diffondersi tra la popolazione con il fine dello sviluppo, della mobilità
sociale, dell’elevazione economica e culturale. Rileggendo la storia di Brescia
viene in mente l’interpretazione della storia italiana di Vasco Pratolini, che
scrive: “Le cronache d’Italia sono un susseguirsi di faide, di scontri di
fazioni, di lotte civili… Se di tali cronache si giovasse la storia, il volto
d’Italia apparirebbe mutato. Ma è pur questo, mascherato, il voto dell’Italia.
È il segreto della sua forza, per cui il più ignorante e sprovveduto degli
italiani non si sente, ma è, cittadino del mondo. E consiste
[tale volto, ndr] nella capacità del suo popolo di ricominciare sempre
daccapo”.
Brescianità è forza di ricominciare sempre da capo. È in questa chiave che vanno riletti: il rinnovamento dell’agricoltura bresciana all’inizio dell’Ottocento, nella fascia pedemontana e collinare; lo sviluppo, nella stessa epoca, dell’industria in Val Trompia e Val Sabbia; lo sviluppo dell’industria del cotone dopo la grande crisi della sericultura del 1846; il poderoso sviluppo industriale del ventennio 1890-1910, dopo la prolungata recessione del primo periodo unitario. L’attuale forza economica bresciana viene dunque da lontano. E viene, non da questo o quel ceto, ma da tutta la popolazione, dal saper fare diffuso, frutto di lotte molto dure. È quindi forza vera.
Il secondo pilastro è quello
di una profonda religiosità non clericale e sempre accompagnata da un forte
impegno per i temi dell’assistenza sociale e della formazione. Basti pensare a
quattro figure fondamentali: il vescovo Gaudenzio (366-420 d.C.); il monaco
Petronace (670-750 d.C.); Arnaldo da
Brescia (circa 1100-1155; Albertano da Brescia (circa 1194-1250).
Il terzo pilastro è un
grande rispetto per il lavoro e la dignità del lavoro e una grande abilità
manuale ed organizzativa di risolvere i problemi pratici apparentemente più
difficili. Qui il rinvio è alle tante testimonianze contenute nel mio libro: Città
di Brescia. Culla d’intrapresa.
Questi erano i tre pilastri
dell’orgoglio bresciano che si erano andati formando ed organizzati in me sia
attraverso la conoscenza di persone di eccezionale qualità che attraverso lo
studio della storia. Sicché quando in una mattina dell’autunno 1955, il sindaco
di Brescia Bruno Boni, giovane
proveniente dalla Resistenza (a venti anni era nella cella 101 di Canton
Mombello insieme ad altri prigionieri politici tra cui mio padre e sulla parete
della cella era scritto: “quando nel mondo l’ingiustizia impera la patria degli
onesti è la galera”) e che guiderà
mirabilmente la città come sindaco dal 1948 al 1975, mi telefonò per informarmi
personalmente che ero stato ammesso al prestigioso Collegio universitario
storico Ghislieri di Pavia (fondato nel
1567 da papa Pio V Ghislieri),
grazie a una borsa di studio del Comune di Brescia, intitolata a Zanardelli, ne
fui lieto e commosso ma non intimidito. L’orgoglio bresciano che avevo, pian
piano, consapevolmente, sentito crescere in me mi dava conforto e coraggio. Il sindaco Boni chiuse la breve telefonata
con queste parole, che mi hanno sempre accompagnato: “ed ora lavori sodo e si
faccia onore, anche per la città”. Ed è soprattutto questo terzo pilastro che
mi fa sentire più legato a Brescia che ad altre città che pure ho amato e amo.
mercoledì 24 luglio 2024
IL RITIRO DI BIDEN
di Luigi
Mazzella
Sono
anni che mi ostino a sostenere la tesi secondo cui una vera democrazia è incompatibile con la
cultura occidentale fondata su un groviglio di assolutismi religiosi e
filosofici. So bene che i fautori della tesi opposta (peraltro quasi
universalmente condivisa) si richiamano alla democrazia ateniese ritenendola
all’origine di quella attuale. Essi sostengono che risulta solo ampliata la portata numerica del diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e i
governanti, estesa a tutti i cittadini
di uno Stato (suffragio universale) e non soltanto a una parte di essi. Ritenere
il sistema di governo di Atene legato da un fil
rouge al nostro, è solo un ignobile artificio da rigettare. La democrazia
ateniese era figlia di un pensiero monistico empiristico, concreto e
razionalista, radicamente annullato e distrutto dagli autoritarismi dualistici, assolutistici, astratti, metafisici
congiunti del seguaci del filosofo iperuranico
Platone ( e della sua schola, l’Accademia,
giunta, con l’obbligo del giuramento in verba magistri, a bloccare lo
sviluppo del pensiero, sino all’idealismo tedesco di fine Ottocento) nonchè dei
“fedeli”, seguaci delle tre religioni monoteistiche mediorientali. Gli uni e
gli altri hanno consentito, in Occidente per circa due millenni solo un sfliza
di monarchie, tirannidi, dispotismi di varie forme (laiche o religiose) e
diverse denominazioni che di democratico avevano ben poco.
Solo
nel 1893, infatti, la Nuova Zelanda ha introdotto, primo Stato al mondo,
in maniera stabile e solida il suffragio
universale (id est: maschile e
femminile e indipendente dal censo); e ciò, dopo i vari conati e fallimenti di
Pasquale Paoli in Corsica (nel 1755 e nel 1769), dei Rivoluzionari francesi
(nel 1792) e dei fautori della Repubblica Romana (nel 1849). Inoltre, negli
Stati del mondo Occidentale, e soprattutto negli Stati Uniti d’America, grazie
alla riforma della pubblica Amministrazione operata da Colbert per il Re Sole, i
meccanismi dell’esercizio del potere di governo della polis risultano, secondo testimonianze sempre più insistenti e
diffuse, profondamente alterati dal potere conquistato da pubblici dipendenti
di particolare qualificazione (agenti segreti, militari, magistrati, poliziotti
e diplomatici) rispetto a quello dei cosiddetti rappresentanti del popolo,
eletti nelle pubbliche elezioni. Alcuni fatti storici (il Pentagono che
impedisce a Trump il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan negli utili
tempi del suo mandato presidenziale, i processi cui è stato sottoposto il
medesimo Trump per impedirgli di ripresentarsi alle prossime elezioni) e
numerose denunce del cinema statunitense
sul coinvolgimento della CIA e dei servizi segreti Occidentali ad essa
strettamente collegati (se non del tutto dipendenti) nel narco traffico con
favoritismi, aiuti logistici ai contrabbandieri in cambio di informazioni e
finanziamenti occulti e fuori del bilancio pubblico, fanno dubitare molto
seriamente che gli strumenti interpretativi tradizionalmente adottati per
valutare la democraticità di un Paese conservino ancora un loro residuo valore.
Sotto questo profilo, infatti, a
parte le ipotesi di utilizzo della droga come strumento per favorire ribelli e
sovversivi contro i nemici degli statunitensi (quelli del momento e sono stati
tanti a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale) tutti citati con
dovizia di particolari in Wikipedia (V. sotto la voce CIA e traffico di
Droga: i comunisti in Afghanistan, i
guerriglieri nazionalisti in Birmania, e ancora in Bolivia, ad Haiti, in Italia
con l’Operazione Blue Moon per fini
di destabilizzazione dei movimenti di contestazione giovanile, nel Laos, in
Messico, in Nicaragua, a Panama, in Turchia e in Venezuela), lo scambio di
accuse tra i servizi segreti americani e russi circa le ultime elezioni
presidenziali americane dimostrano che l’intervento degli opposti servizi
segreti per il risultato delle elezioni, è tutt’altro che marginale. Questa
lunga premesssa per dire a una destinataria intelligente ed acuta delle mie mail (che mi ha chiesto se il ritiro di
Biden dalla competizione elettorale non complichi ancora di più l’esito già
incerto delle prossime “presidenziali
Statunitensi”) che non mi è facile risponderle. Una volta nelle
democrazie occidentali (non ancora definibili “cosiddette”) era possibile
capire, nel corso delle manifestazioni della competizione elettorale, da che
parte tirasse il vento popolare e azzardare delle previsioni sui risultati. Ora,
a parte gli hackeraggi digitali già di per sé di enorme rilievo per lo
strapotere di particolari pubblici dipendenti più potenti dei loro committenti
(come gli agenti della Cia, dell’FBI del Pentagono), c’è da aggiungere che in
quel mastodontico Paese, già caratterizzato da un melting pot etnico e culturale, è straripante, più che in altri
Paesi dell’Occidente, la massa di un’aurea
mediocritas dei self made men che
rende un vero e proprio handicap la presenza
di una personalità eventualmente prorompente in un contendente e favorisce, di
converso, l’uomo comune di media intelligenza (Truman, Carter, Biden ne sono
gli esempi più eclatanti). Et de hoc
satis!
martedì 23 luglio 2024
SCONFINAMENTI
di Angelo Gaccione

Carlo Cassola
Le
terre lontane di Cassola
Ottimo lavoro
questo su Carlo Cassola messo assieme da un robusto gruppo di ammiratori ed
estimatori dello scrittore romano, ma come ha sempre egli stesso rivendicato,
toscano di adozione. Questo prezioso volume dal titolo Sconfinamenti. Le
terre lontane di Cassola (Effigi edizioni pagine 208) è una miniera
preziosa. Curato da Alba Andreini (di Alba Andreini è anche il ponderoso
Meridiano Mondadoriano) annovera diversi contributi: Mimma Carratù che firma
l’introduzione, Stefano Montefiori che ci informa sui rapporti fra Cassola e la
Francia, Leonardo Vilei che ci documenta sulle traduzioni in lingua spagnola de
La ragazza di Bube e su questo romanzo fissa l’attenzione anche Manuel
Carbonell Florenza, mentre la stessa Andreini firma un contributo dando ragione
dei materiali contenuti e della “indiscutibile popolarità mondiale di Cassola”.
Per i materiali si è attinto all’Archivio personale di Cassola, di Barbara e
Valeria Cassola, del Centro Fortini, della Fondazione Mondadori e della vedova
Pola Natali. Sono stati, altresì, necessari ben venti traduttori perché le
lingue in cui le opere di Cassola sono state tradotte sono davvero tante. Ma di
cosa si compone esattamente questo volume?
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| Carlo Cassola |

La copertina del volume

Si va dalla riproduzione delle copertine dei libri cari a Cassola e che lo hanno influenzato nel suo itinerario artistico e nella sua poetica: da Lawrence a Thomas Hardy, da Joyce a Tolstòj a Flaubert… alle copertine dei libri di autori stranieri di cui ha scritto l’introduzione. Sono presenti molte fotografie che lo ritraggono all’estero e in Italia, articoli di giornali stranieri (recensioni e interviste, soprattutto), copertine dei suoi libri pubblicati nei vari paesi del mondo e nelle varie lingue: giapponese, coreana, vietnamita, francese, inglese, croata, greca, spagnola, portoghese, russa, bulgara, tedesca, bosniaca, cinese, svedese, finlandese… che danno la misura della notorietà e dell’apprezzamento di questo singolare autore italiano il cui percorso è stato tanto più solitario quanto più personale. Sono riportate anche alcuni fogli manoscritti su cui Cassola annotava le traduzioni dei suoi libri nei vari paesi e il quaderno dalla copertina rossa dove registrava in ordine cronologico e progressivo tali traduzioni con accanto le lingue.

Cassola con Claudia Cardinale

Appare singolare questa rigorosa registrazione e la conservazione dei ritagli dei giornali, perché da un certo punto in poi Cassola tentava di eliminare e aveva dato ordine alla signora che si prendeva cura della casa di buttare tutto ciò che lui lasciava cadere a terra. Ne fece le spese anche un dattiloscritto che a terra c’era finito in maniera involontaria. Diverse le lettere dei suoi traduttori stranieri e quelle dell’editore Giulio Einaudi, ma anche alcune arrivate dai responsabili delle varie case editrici italiane e delle Collane come quelle del poeta Vittorio Sereni, di Giansiro Ferrata, di Marco Forti, di Evaldo Violo. Ne esce un ritratto profondo, dell’uomo e dello scrittore, e quasi tutti i critici e i giornali stranieri ne sottolineano il carattere serio, gentile, misurato, lontanissimo dall’esibizionismo e dall’impetuosità italiana. Un carattere quasi nordico. E, per contro, un autore che pur non riconoscendosi in alcuna definizione e linea letteraria, viene percepito come un precursore della poetica dello sguardo, del Nouveau roman italiano, antiretorico, cantore dell’esistenza e della vita di personaggi comuni, e addirittura, in anni molto più tardi, come antesignano dei minimalisti.
Scrive di lui James Ramoni: “(…) egli descrive lo spessore di un’esistenza riportandone lentamente, con una fedeltà scrupolosa, i mille e un momento di cui tale vita è intessuta. Nessuna concessione alla letteratura. Certi capitoli non sono che dialoghi in cui è inutile cercare la benché minima belluria stilistica. Vi è un costante obiettivo di realtà…”. E Joseph Bertrand: “(…) ciò che si apprezza di più è il pudore dello scrittore […] Se Carlo Cassola ci commuove, è grazie a questo dono di riservatezza, di allusione, che accenna un’ombra di tragedia sull’apparente banalità del quotidiano fatto romanzo”. Alieno al romanzesco e sempre attento a non concedere nulla all’intellettualismo, in favore di una più profonda ed umana verità, Franco Fortini gli riconosce, invece, “la più sottile e furiosa formazione intellettuale che si possa incontrare in Italia”. Sugli aspetti esistenziali aveva invece insistito il poeta Mario Luzi: “Il meglio di Cassola si ha quando il respiro e il flusso esistenziali passano all’interno dei suoi personaggi, identificandosi con la loro umile consapevolezza umana e con il loro destino”; personaggi umili, si è detto, spesso dimessi che “misurano gli acquisti e le perdite della loro vita sul metro della vita stessa, così come è stata e sarà per tutti, così com’è in se stessa”, secondo l’acuta e puntuale osservazione di Luzi.
Di lettere autografe di Cassola ce n’è solo una, quella
riprodotta a pagina 43. È indirizzata all’amico Franco Fortini, è datata 20
febbraio (1956) ed è stata spedita da Grosseto dove allora abitava. Di sicuro
recuperata presso il Centro Fortini. In quella stessa pagina un curioso disegno
a penna di Fortini del 1955 che ha ritratto l’amico Cassola mentre dorme. Ma
torniamo alla lettera perché vale la pena riportarne qualche stralcio: “(…) Ma
intanto non posso fare a meno di scriverti per esprimerti la mia (la nostra)
gioia per quanto sta avvenendo al congresso del PCUS. Le aperte critiche a
Stalin, al culto della personalità, al conformismo soffocante, alla mancanza di
democrazia, alle falsificazioni storiche ecc. Ti saresti aspettato niente di
meglio?”. Come il piccolo gruppo di letterati ed intellettuali di sinistra
nemici delle dittature e del militarismo comunista, Cassola e Fortini guardavano
con speranza ai mutamenti che avrebbero potuto verificarsi in Unione Sovietica.
Ne rimarranno presto delusi: pochi mesi dopo quello stesso anno, il 23 ottobre, i carri armati sovietici invaderanno l’Ungheria schiacciando nel sangue il
tentativo di riforme e di cambiamento.
CONRAD. UNA VITA SENZA CONFINI
di Anna Lina
Molteni

Joseph Conrad
Una
biografia per il centenario.
Il
23 maggio 1869 l’affollato e commosso corteo funebre di un patriota polacco
perseguitato dal regime zarista attraversa il centro di Cracovia. Davanti a
tutti, solo, cammina suo figlio, un ragazzino di dodici anni già orfano di
madre. È Józef Teodor Konrad Nalęcz Korzeniowski, che entrerà nella storia della
letteratura come Joseph Conrad. Questa immagine di composta e consapevole
solitudine è il primo suggestivo ritratto che ci offre la recente biografia di Giuseppe Mendicino, Conrad – Una vita senza confini,
pubblicata da Laterza nell’anno del centenario della morte dello scrittore (3
agosto 1924), ed è un’anticipazione di quello che sarà il suo destino. Prima lo
sradicamento dalla sua terra e dall’ambiente familiare con l’esilio in Francia,
necessario per sottrarsi alla lunga ferma militare nell’esercito zarista, obbligatoria
per i figli dei dissidenti, poi i lunghi anni di navigazione come ufficiale
della Marina mercantile inglese. Infine l’approdo definitivo in Inghilterra, che
elegge a sua patria d’adozione e non abbandona più, se non per un viaggio in
Polonia nell’estate del 1914, proprio nei giorni in cui scoppia la Prima Guerra
mondiale, e uno in America nel 1923 sull’onda della notorietà che Chance gli ha procurato oltreoceano.
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| Joseph Conrad |
E con i luoghi
cambiano anche le lingue. Il polacco sopravvive nei vagheggiamenti notturni e
nelle lettere con la famiglia d’origine, in particolare con lo zio materno
Tadeusz Bobrowski, suo tutore fino alla maggior età, ma anche in seguito solido
punto di riferimento per il giovane Józef, incline a facili entusiasmi seguiti
spesso da cocenti disillusioni. Al francese, appreso da bambino secondo la
tradizione delle famiglie aristocratiche e coltivato nelle letture di scrittori
amati, come Hugo, Flaubert, Maupassant, si affianca l’inglese. Imparato a
vent’anni, diventa la lingua in cui scrive, tanto che Conrad è ancor oggi
annoverato tout court tra gli
scrittori anglosassoni.
Nella sua
biografia, Mendicino ripercorre i momenti salienti di questa vita senza confini, ma poi sceglie di
raccontare l’autore soprattutto attraverso le sue opere, con l’obiettivo, non
facile ma centrato, di superare l’insidia di cadere nella ricerca di
rispondenze tra la vita reale e il romanzo e nell’identificazione tra
personaggio e narratore.
Che Conrad
attinga alla sua esperienza sui mari è fuori dubbio, ma i suoi scritti sono l’elaborazione
di un vissuto che si trasforma in opera di finzione, e come tale si regge. Ha
viaggiato nel Congo e visto con i propri occhi la violenza del colonialismo belga
ma non è il Marlow che la racconta in Cuore
di tenebra; ha sperimentato la paura di una tempesta e la necessità di
affrontarla - Do or die è
l’imperativo sovrano di fronte alle difficoltà - ma non è il cocciuto capitano
MacWhirr di Tifone che, contro tutti i
dettami della navigazione, decide di entrare nell’occhio del ciclone invece di
aggirarlo. Non c’è gusto dell’esotismo, ma ambientazioni in mondi esotici; c’è
l’avventura ma non il gusto dell’avventura fine a se stessa, semmai il banco di
prova che questa costituisce per il protagonista, una delle tante linee d’ombra che ogni uomo è chiamato a
varcare nel corso della sua esistenza, e che mettono in luce sentimenti e
pulsioni entro i quali si dibatte da sempre l’animo umano. “Conrad naviga
l’abisso, ma non ci affonda” ha scritto Italo Calvino. Con uno sguardo
profondo, ma spesso velato di sottile ironia, mette in scena buoni e cattivi,
coraggiosi e pavidi, violenti e buoni, idealisti o uomini “che aspirano solo a
una sobria epopea del fare”, come scrisse ancora Calvino, con Cesare Pavese e
Primo Levi tra i suoi grandi estimatori. Come lo furono molti critici e
scrittori contemporanei, con alcuni dei quali Conrad coltivò legami di amicizia,
tali Stephen Crane, Herbert George Wells, Ford Madox Ford, Henry James, Jack
London. Hanno subito il fascino conradiano anche i registi che si sono ispirati
alle sue opere e le hanno tradotte in film. Tra questi due capolavori: Apocalypse Now di Francis Coppola e The duellists di Ridley Scott.
Affrontando e
intrecciando fatti, luoghi, personaggi e uomini del vasto universo conradiano, Mendicino
costruisce una documentatissima biografia critica, ma lo fa con una narrazione
e una scrittura che, pur nella precisione e accuratezza, non perdono mai di
vista la chiarezza e la capacità di coinvolgere e incuriosire il lettore. È lo
stesso incitamento alla lettura che Virginia Woolf scrisse il 14 agosto 1924
sul Time Letterary Supplement: “Leggete Conrad (…) e potrete dire davvero che
ha perso il significato della parola chi non sente in quella musica piuttosto
rigida e tenebrosa, con la sua riservatezza, il suo orgoglio, la grande e
implacabile integrità, quanto sia meglio essere buoni piuttosto che cattivi e
quanto contino la fedeltà e l’onestà, e il coraggio, anche se in apparenza
Conrad si preoccupa solo di mostrarci la bellezza di una notte sul mare”.
ALTA VELOCITÀ
Caos ritardi treni a
Firenze, con il Passante TAV ci saranno ugualmente.
Il Comitato No Tunnel TAV legge per
l’ennesima volta le esternazioni
del Presidente regionale Eugenio Giani a commento dei ritardi e dei disagi per
i viaggiatori dei giorni scorsi dovuti a guasti e persone sulla linea.
Ancora una volta Giani
racconta che con i nuovi tunnel TAV sotto la città non sarebbe successo nulla.
Ma Giani sa cosa è successo e dove? Nessuno glielo ha spiegato? Il guasto
all’infrastruttura ferroviaria è avvenuto a Rovezzano, la persona che aveva
invaso la sede ferroviaria era ben oltre Rovezzano. In quel posto i nuovi
tunnel TAV non ci sono e non ci saranno mai, se accadrà di nuovo un guasto
oltre Campo di Marte si avranno gli stessi disagi.
Resta da capire perché
Giani continua a dire tali madornali imprecisioni; visto che la stampa si
limita a riportare i virgolettati di Giani senza verificare la veridicità di
ciò che viene detto, ci prova il Comitato a fare delle ipotesi:
Giani è stato mal informato
dalle Ferrovie dello Stato su quel che è accaduto?
Giani non conosce la
geografia del territorio di Firenze?
Giani usa ogni problema al
sistema dei trasporti per giustificare la realizzazione dei tunnel e lo
sperpero di tre miliardi di euro?
In tutti i casi la
situazione politica, oltre che trasportistica, è grave; le dichiarazioni fatte
sono un problema perché non corrispondono al vero.
Il Comitato ci tiene anche
a mettere in risalto altre contraddizioni macroscopiche, ma pudicamente
taciute: Giani ha nuovamente cantato le lodi della “nuova talpa” che si inizia
a montare a Campo di Marte. C’è un particolare non da poco: secondo il
crono-programma delle ferrovie la “nuova talpa” avrebbe dovuto iniziare a
scavare già dal 6 luglio. C’è un bel ritardo.
Le ferrovie e
Giani ci raccontano che con il nuovo Passante si avranno ben 200 treni
regionali in più; sulla carta è possibile, ma questi nuovi treni dove sono? Non
si trovano notizie di nuovi treni per un tale servizio, ma solo di sostituzione
di quelli ormai obsoleti.
Comitato No
Tunnel TAV Firenze
338 - 3092948
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