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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
venerdì 4 settembre 2026
STAMPA E GUERRA
di Angelo Gaccione
È stupefacente come da un lato l’opinione pubblica, le
associazioni, i partiti, i sindacati, gli ambienti medici, artistici,
letterari, scientifici ed intellettuali in genere, le Università, le categorie
sociali che dovrebbero essere le più avvertite e consapevoli, la comunità intera
di chi lavora ed è responsabile dei beni culturali nelle sue varie
articolazioni (direttori di musei, accademie, biblioteche, teatri, conservatori,
cineteche, fondazioni e quant’altro) resti inebetita, silente, indifferente,
davanti al vicinissimo pericolo di una guerra nucleare in Europa, e dall’altra
la categoria dei giornalisti e degli “operatori” dell’informazione (vi ricordate le parole di Hegel? “La lettura del giornale è la preghiera concreta del
mattino dell’uomo moderno. Essa ci permette di situarci quotidianamente nel
nostro mondo storico”) si è trasformata nella più bieca categoria al servizio delle
menzogne del potere, del governo e della guerra. Non è possibile aprire gli organi
del 99% della stampa italiana senza provarne disgusto. Come è stato possibile
che una categoria intera si asservisse ai mercanti di morte e divenisse il
megafono della guerra? Come è possibile che tutti questi uomini e donne, non
tutti stupidi, abbiano deciso di mortificare la loro intelligenza e mettersi al
servizio della menzogna soffiando sul fuoco di una guerra nucleare ben sapendo
che saranno distrutti essi stessi assieme ai loro familiari e ai loro beni? È
un pensiero che non mi dà requie e che la ragione non riesce ad accettare.
Eppure, basterebbe che si recassero su uno dei teatri di guerra disponibili e costatassero gli orrori con i loro occhi; vedessero le carneficine, i cadaveri
insepolti spesso sbranati da bestie, le case polverizzate, i beni artistici
inceneriti, vecchi, malati e bambini folli di terrore rimasti senza riparo,
senza cure, senza ricordi; molti di loro orfani, costretti a milioni a diventare profughi in terre straniere e lontane, in terre spesso ostili, per
avere una prova di che cosa può accadere a loro stessi e alle loro famiglie. Ma
continuano a pubblicare le veline dei governi e dei mercanti di armi: non si
pongono alcun dubbio, non avanzano alcuna critica, non fanno controinchieste
come il loro mestiere richiederebbe. Spacciatori di notizie false, questo sono
diventati i giornali del mio Paese perché vogliono l’Europa in guerra, ne
vogliono vedere la fine. E l’Ordine dei Giornalisti resta anch’esso inebetito, silente,
indifferente. Ho una tessera di giornalista da 45 anni e da giovane mi ero
illuso che la stampa, come teorizzava una nobile tradizione che annovera
personalità come Edmund Burke, Locke, Montesquieu e persino un presidente
americano come Jefferson, facesse la guardia agli altri poteri, li tenesse d’occhio,
ne denunciasse i misfatti. La strage di Piazza Fontana mi disilluse subito e non
ero ancora diventato maggiorenne; ma poi mi riconciliai con una parte di
essa, quella che fece con i mezzi che poteva, una decisa e appassionata contro-inchiesta
sugli stragisti e chi li manovrava. Senza quel tipo di stampa, avrei avuto
orrore a mescolarmi a quella cloaca. Ora
che giovane non lo sono più, questa stampa asservita ai governi e coinvolta
direttamente nella politica di guerra che la cricca al vertice delle
istituzioni europee sta irresponsabilmente perseguendo, mi suscita insieme disgusto, disprezzo,
terrore.
giovedì 3 settembre 2026
RUMORE
di Angelo Gaccione
Tra i mali che
affliggono la nostra contemporaneità, il rumore è divenuto uno dei più
insidiosi e pervasivi. Praticamente
non ce ne si può difendere da quando sono stati inventati i motori, gli elettrodomestici
e apparecchi di ogni tipo. Non ci si può difendere negli spazi pubblici, e non
ci si può difendere ogni volta che mettiamo piede in un locale. A identica
sorte siamo condannati da quando sono stati inventati i condominî. Ascensori,
radio, televisori, aspirapolveri, lucidatrici, stereo, lavatrici, porte
sbattute senza criterio e ciabattare ad ogni ora del giorno, scarichi del
bagno, discussioni ad alta voce…
Mia madre ha sempre odiato i condominî e, per sua e nostra
fortuna, abbiamo abitato case modeste, ma libere da questi inconvenienti. Poi
ne ebbe una di sua proprietà, persino con un minuscolo e amato giardino a cui
rimasi affezionato anch’io e che ogni tanto mi ritorna in sogno. Rumori molesti
che assediano le grandi città e rumori molesti che assediano i centri minori:
non parliamo dei cosiddetti luoghi di villeggiatura; luoghi che dovrebbero
essere di riposo, di tranquillità, di silenzio, ed invece si trasformano in
universi caotici ed infernali. Nel luogo dove vivo il rombo degli aerei, a cui
viene permesso di sorvolare le parti centrali della città, si mescola a quello
delle ambulanze, delle linee metropolitane, degli autobus, delle moto di grossa
cilindrata, dei fuoristrada più adatti alle savane, alle steppe, al safari
nella giungla. La globalizzazione dell’informazione veicola sul Web anche gli
ultimi angoli di mondo che erano rimasti intatti; mostra i piccoli borghi dove
la vita scorreva lenta e tranquilla, e una fiumana vi si riversa puntuale
invadendo ogni anfratto e portandovi il delirio e il caos. Di giorno e di
notte. Viene da sorridere pensando al filosofo Arthur Schopenhauer che inveiva
contro “l’insopportabile” schiocco della frusta dei cocchieri che lui
paragonava alla trafittura di una lama. Nel suo celebre saggio Sul rumore lo
definisce “assassinio del pensiero”. Chissà che cosa ne avrebbe detto oggi che
le carrozze non esistono più, e allo schiocco della frusta si è sostituita
l’accelerata rompi timpani delle moto da farti rimbalzare il cuore in gola in
piena notte… Il rumore è continuo ma l’ascolto è
raro, ho letto da qualche parte. Potrebbe essere la perfetta epigrafe per
questo tempo.
CAMPI ELISI
di Alida Airaghi

Don Angelo Casati
Contrariamente ad Alida Airaghi, io l’ho
incontrato don Angelo Casati, l’ho incontrato proprio per portargli il suo dono,
una confezione di cioccolatini, che Alida non aveva potuto consegnargli a
Milano quand’era venuta il 6 giugno scorso. Gli avevo telefonato alcuni giorni
dopo e ci incontrammo la mattina di giovedì 11 nella sua abitazione di via
Montenapoleone al 22. Abitava nei locali della chiesa di San Francesco di Paola
che affaccia su via Manzoni. Mi colpirono subito i suoi occhi vivaci e il corpo
minuto che l’età veneranda aveva reso ancora più piccolo. Don Angelo era nato a
Milano nel 1931, e di anni ne aveva 95. “Siamo due Angeli” aveva detto
accogliendomi con un sorriso, ed era contento di questa visita. Lui mi
conosceva di nome e conosceva “Odissea”; era amicissimo di don Luigi Pozzoli
che per “Odissea” scriveva, ed era don Luigi a passargli le copie del giornale.
Apprezzava molto la qualità degli scritti e i tanti prestigiosi collaboratori
della testata. Abbiamo passato assieme alcune ore, e ci siamo fatti fotografare
dalla signora che lo accudiva.
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| Don Angelo Casati |
Ci eravamo lasciati con la promessa che ci saremmo rivisti presto. Come avviene fra persone dedite alla scrittura, ci siamo scambiati dei libri. Sia su E non avere occhi spenti che su Sconfinamenti don Angelo ha apposto delle dediche affettuose e amichevoli; ho letto il giorno stesso i suoi versi poetici e ho continuato a inviargli selezionati articoli di “Odissea”. Ho continuato a mandarglieli anche in agosto, ripromettendomi di andarlo a trovare appena questo caldo micidiale si fosse attenuato. Non ho fatto in tempo. Ho saputo che si è spento serenamente il 31 agosto. [Angelo Gaccione]

Don Angelo e Gaccione
Don Angelo Casati,
amico aldilà dei dogmi
Non ho mai incontrato fisicamente Don
Angelo Casati, “il curato di Milano”, ma ci siamo scritti abbastanza
regolarmente, soprattutto negli ultimi dieci anni, e ho recensito diversi suoi
libri, ricevendone parole addirittura troppo riconoscenti. Nel sito “Sulla
soglia”, aggiornato ogni domenica, seguivo da non credente le sue omelie,
affascinata dalla poesia purissima di cui erano intessute, colte di grande
sapienza biblica e vibranti di una passione che sapeva essere sferzante contro
la corruzione dei tempi e il tiepidume di certa Chiesa. Ci scambiavamo commenti
su amicizie e letture comuni, sui nostri reciproci entusiasmi e sulle
delusioni, condividendo l’ammirazione per grandi personaggi come il Cardinale
Martini e Padre Turoldo.
Lo scorso luglio, in
occasione di una mia breve visita a Milano, avrei dovuto finalmente andare a
trovarlo, insieme all’amico Angelo Gaccione, ma aveva declinato l’invito perché
non si sentiva bene. Oramai quasi cieco e sempre più debilitato dai tanti
malanni dei suoi novantacinque anni, aveva sottoposto però al mio giudizio –
con eccessiva umiltà – alcune composizioni da inserire in un’antologia che
uscirà in autunno presso l’editore Ignazio Pappalardo, e che lui purtroppo non
riuscirà a vedere. Ho fatto in tempo a scrivergli l’ultimo saluto, qualche
settimana fa, di due sole parole: “Ti abbraccio”.
Vorrei riportare ora, in suo ricordo,
alcune frasi di due mail scrittemi nel 2018 e nel 2025, e un breve articolo che
lo aveva reso orgoglioso e felice, pubblicato su SoloLibri il 7 dicembre 2024, la cui preparazione mi offrì
l’opportunità di approfondire due fondamentali passi evangelici, da lui
commentati con l’abituale rigore e con generosa sensibilità.
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| Don Angelo e Gaccione |
Marzo 2 ottobre 2018
Grazie per questa “Consacrazione dell’istante”, per
questo granello di sabbia. Grazie anche per l’intervista a Chandra che mi è
amica: luce buio in mescola sacra.
Con grande ammirazione
Angelo Casati
*
E se sarà un giorno
luce piena del tuo regno,
non negare, o Dio,
a questi poveri occhi
il crepitare segreto delle ombre.
Abito città
dove il sole è sempre
Una lettera di don Angelo Casati
Lunedì 17 febbraio
2025
Carissima Alida, grazie per queste sintonie dello
spirito, grazie per il tuo affetto.
Ogni volta che fai cenno agli “spionaggi” su di te da
parte del mondo cattolico vedo quanto l’incisione della ferita nel tuo cuore
crei ancora dolore e in me crea, insieme ad amarezza, uno spaesamento: ma come
è possibile trovare cupezza là dove parole aprono squarci e orizzonti alla
nostra fede a volte ingrigita, immobile, disincarnata, eppure fondata su un Dio
che si fa carne e mette la tenda tra noi, viandante? Grazie di avermi mandato
l’articolo. Mondo piccolo, meschino, quello che ti ha ferita. Ti stia nel cuore
e nella mente quello luminoso che ti ha riconosciuta e ti riconosce.
Ti abbraccio.
Angelo
*
ANGELO
CASATI: IN RICORDO DI LEI
Le edizioni Qiqajon della Comunità di
Bose pubblicano nella collana Sentieri di senso un libriccino di venti
pagine, In ricordo di lei, trascrizione di una relazione che Don Angelo
Casati (Milano 1931) aveva tenuto nel maggio 2013 presso l’hospice Madonna
dell’Uliveto ad Albinea (RE).
Don Angelo nella sua lunga vita di
presbitero ha sempre lasciato in chi ha avuto occasione di conoscerlo tracce
indelebili del suo carattere dolce e benevolo, profondo e umile, insieme alla
testimonianza limpida di una fede vissuta con assoluta coerenza e appassionato
rigore, ma senza servilismi verso il potere ecclesiastico, e in polemica con un
cattolicesimo di rappresentanza.
Innamorato della poesia, e poeta lui
stesso, mantiene anche in questo testo uno stile elegante e sobrio, celebrando
con ammirata considerazione il gesto della donna che a Betania cosparge di
profumo la testa e i piedi di Gesù, asciugandoli con i suoi capelli. Ne parlano
tutti e quattro i Vangeli (in particolare quello di Marco: 14, 1-11),
incastonando l’episodio nei giorni bui precedenti la Passione, tra il complotto
dei sacerdoti e il tradimento di Giuda. L’atto di affettuosa dedizione di Maria
viene criticato dagli astanti e dai discepoli, sia perché ritenuto uno spreco
di preziose essenze, sia perché la figura stessa della donna appariva
moralmente discutibile. Gesù la difende: “Lasciatela stare. Perché la
infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me”.
Da qui parte il commento intenso e
commosso di Don Casati, che subito prende le difese della donna, e più in
generale di altre figure femminili del Vangelo, contro la durezza e l’ipocrisia
del pensiero maschile. Sarebbe fuori luogo parlare di femminismo per la
posizione assunta dall’autore, sebbene ormai si sia imposta una teologia
critica – ampiamente condivisa in vari livelli del cattolicesimo – nei riguardi
di una Chiesa tradizionalmente sessista. L’atto di Maria verrà sempre ricordato
per la sua tenerezza e gratuità, in opposizione alla mentalità mercantile degli
uomini che si scandalizzano per il prezzo del vaso di alabastro frantumato e
del prezioso contenuto sprecato: ma il profumo riempie di dolcezza la stanza, e
addolcisce la malinconia di Gesù. È un atto “bello”, e di bellezza il mondo,
così appiattito sul grigiore dei sentimenti e sul possesso economico, ha sempre
avuto e ha tuttora bisogno. Anche nella Chiesa.
“Alle spalle abbiamo stagioni della
chiesa, e ancora non sono finite, in cui la bellezza è stata inseguita, per
appannamento di memoria o per vile interesse, nei colori delle vesti, nei volti
truccati, nella pomposità dei riti, nella corposità degli apparati, nello
scambio dei favori, nell’amicizia dei potenti: teatralità vuote, coreografie
senz’anima, istituzioni in estinzione di Spirito, casa colma di cose ma senza
bellezza, senza bellezza di vangelo”.
Un altro gesto “bello” è quello
compiuto dalla vedova povera che offre al tesoro del tempio tutto quello che possiede,
una sola moneta, e la sua generosità ha per Gesù più valore delle donazioni dei
ricchi (Mc 12,41-44). Due donne, la vedova e Maria, “pure di cuore” perché
donne “della totalità”, che nel dare tutto sono diventate vangelo vero.
Per Don Angelo Casati il compito dei
cristiani di oggi è quello di detronizzare il vuoto che si è insediato in alto,
portando in luce i gesti nascosti, che nella loro semplice generosità vincono l’arroganza
volgare di chi vuole imporre pubblicamente il proprio dominio basato su
compromessi e prevaricazioni.
Alida Airaghi [«SoloLibri», 7 dicembre 2024]
L’ABRUZZO NEL CUORE
di Federica Vennitti

Federica Vennitti
La sera del 9 agosto scorso,
sulla piazza San Rocco di Torrevecchia Teatina, si è tenuta la serata
conclusiva del Premio Internazionale “Lettera d’Amore” organizzata dal Museo
omonimo diretto dal poeta e critico letterario Massimo Pamio. Al Premio e al
Museo “Odissea” ha dedicato un ricco servizio pubblicato sabato 22 agosto. Ora
ospitiamo l’intervento fatto quella sera da Federica Vennitti a nome
dell’Associazione Italiana Giovani per l’Unesco, e una “lettera d’amore” al suo
Abruzzo di Cristina Orlandi. È ammirevole che dei giovani amino profondamente
la loro terra e se ne prendano cura, anche se a volte ci fa soffrire o ci
delude. [A. G.]
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| Federica Vennitti |

Il Museo della Lettera d'Amore
Buonasera
a tutte e a tutti,
sono Federica Vennitti,
rappresentante per l’Abruzzo dell’Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO, e
oggi ho il piacere e l’onore di portarvi il saluto di tutto il nostro Gruppo
regionale. Devo confessarvi che farlo proprio qui mi emoziona particolarmente. Un po’ perché parlare a nome dei giovani
della propria terra porta sempre con sé una responsabilità speciale. Ma
soprattutto perché oggi non siamo qui semplicemente per presenziare a
un’iniziativa: siamo qui al termine - o forse sarebbe più bello dire all’inizio
- di una collaborazione nella quale ci siamo sentiti accolti davvero. E per
questo, prima di ogni altra cosa, voglio dirvi grazie. Grazie per aver aperto a
noi giovani non soltanto le porte di questo Museo, ma uno spazio concreto nel
quale poter partecipare. Grazie per averci coinvolti nelle visite guidate,
realizzate dalla nostra Cristina Orlandi, che tra poco ascolteremo anche in una
veste diversa. E grazie per la disponibilità, la fiducia e soprattutto per
l’amore che mettete in ciò che fate. Credo che sia proprio questo amore ad
averci fatto riconoscere. Perché noi siamo “Giovani per l’UNESCO”, ma prima
ancora siamo giovani che hanno scelto di dedicare una parte del proprio tempo a
conoscere, raccontare e provare a proteggere ciò che hanno ricevuto.
E qui, in Abruzzo, questo
significa inevitabilmente confrontarsi anche con una parola che riguarda
profondamente la nostra generazione: ritorno.
Forse è proprio l’amore di chi
ritorna ciò che più ci lega a questo luogo.
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| Il Museo della Lettera d'Amore |
Questo Palazzo nasce nel
Settecento come luogo di cultura, di incontro e di produzione intellettuale.
Quella storia, a un certo punto, si interrompe. Passano generazioni, cambia il
mondo e, dopo circa duecentocinquant’anni, questo luogo torna alla cultura
attraverso il Museo della Lettera d’Amore.
Anche questo Palazzo, in qualche
modo, è tornato. Ed è tornato per custodire qualcosa che, a sua volta,
continuamente ritorna: parole scritte decenni fa, sentimenti che sembravano
destinati a scomparire, memorie private che qualcuno ha avuto la cura di
salvare e che oggi possono essere nuovamente lette, ascoltate, condivise. Credo
che ci sia qualcosa di profondamente vicino ai valori UNESCO in tutto questo. Perché
tutelare un patrimonio non significa chiuderlo nel passato. Significa
permettergli di attraversare il tempo e continuare a parlare a chi verrà dopo
di noi. Significa riconoscere che il patrimonio non è fatto soltanto di monumenti:
è fatto di persone, storie, parole, tradizioni e memorie che una comunità
decide di non perdere.

Orlandi, Pamio, Vennitti
E poi ci siamo noi, i giovani. Una
generazione alla quale molto spesso viene chiesto di partire. Partiamo per
studiare, per lavorare, per conoscere il mondo e qualche volta perché sentiamo
di non avere alternative. Ma partire non significa necessariamente smettere di
appartenere. Anzi, qualche volta è proprio la distanza a insegnarci quanto profondamente
apparteniamo a un luogo. Si può andare via e continuare a raccontare da dove
veniamo. Si può imparare altrove e desiderare di restituire qualcosa qui. Si
può partire e continuare, ostinatamente, a tornare. E forse il nostro compito
non è chiedere ai giovani semplicemente di restare. È fare in modo che possano
scegliere di tornare, portando con sé ciò che hanno imparato, nuovi sguardi,
nuove competenze e nuovi modi di prendersi cura della propria terra.
Ed è da questa idea di amore e di
ritorno che nasce il piccolo pegno che, come Gruppo Abruzzo di AIGU, abbiamo
voluto consegnare oggi al Museo.
Ci siamo chiesti: che cosa
possono lasciare dei giovani a un luogo che custodisce migliaia di lettere
d’amore?
La risposta, in fondo, era già
qui.


Verdoliva, Vennitti, Orlandi, Pamio
Una lettera d’amore.
E abbiamo deciso di scriverla
proprio a lui: al nostro Abruzzo.
È una lettera nata dalla penna e
dalla sensibilità di Cristina, ma che abbiamo voluto fare nostra e firmare
insieme, perché nelle sue parole abbiamo riconosciuto qualcosa che appartiene a
molti di noi.
L’amore per una terra che qualche
volta abbiamo lasciato.
Che qualche volta ci fa
arrabbiare.
Che vorremmo vedere più
conosciuta, più ascoltata, più tutelata.
Ma alla quale, in un modo o
nell’altro, continuiamo a tornare.
Per questo oggi affidiamo questa
lettera al Museo: come un piccolo pegno, ma anche come una promessa.
La promessa di una generazione
che vuole continuare a conoscere il mondo senza dimenticare da dove viene; che
vuole custodire senza avere paura di innovare; e che vuole imparare che si può
partire senza smettere di appartenere.
Perché forse alcuni dei patrimoni
più preziosi sopravvivono proprio così:
qualcuno li ama abbastanza da
tornare a cercarli. E adesso, dopo aver parlato tanto d’amore, credo sia
arrivato il momento di lasciare parlare una lettera.

CARO ABRUZZO
di
Cristina Orlandi

Cristina Orlandi
![]() |
| Cristina Orlandi |
Caro
Abruzzo, Abruzze me,
Eccomi
qui, ancora una volta torno da te come la peggiore delle amanti.
D’altronde,
come potrebbe essere altrimenti? Sei bello da togliere il fiato...
Lo
sei nel tuo essere selvaggio e incontaminato, al punto da avere cervi e orsi
che passeggiano nei tuoi borghi. Lo sei nei borghi stessi, che profumano di
tradizioni antiche, di mastri artigiani, di mani che ancora forgiano,
intrecciano, cuciono, plasmano. Lo sei nei paesini di pescatori, negli eremi
nascosti, nei castelli e nelle abbazie che vegliano sulle tue montagne e sul
tuo mare. Prima ancora di sapere di
amarti, ho imparato a sciare sulla Maiella e a nuotare nelle acque della costa.
Non si contano le volte che da ragazzina ho visto l’alba su una delle tue cime
e nuotato al tramonto del tuo mare.
Eppure
ti ho tradito. Figlia di una generazione martoriata e stanca, come molti dei
ragazzi che rappresento qui sono dovuta andare via e ho vissuto per anni
immersa nelle storie di altre regioni e altri patrimoni da tutelare. Quando mi
chiedevano di te, provavo a raccontarti con gli occhi che brillavano, ma
finivano sempre col chiedermi perché non tornassi da te. Intere estati senza
mai sentire il desiderio di fare una vacanza in altri posti, perché a me eri
mancato tu, volevo stare con te. E quella famosa foto, di quella famosa frase:
“Lo sai che noi possiamo sciare guardando il mare?”.

F. Vennitti e C. Orlandi
Più
che un vanto era un modo per provare a raccontare quanto tu sia speciale per
chi ti conosce.
Ti
ho lasciato in balia di… influencers
incoscienti che chiamavano a te orde di turisti senza sapere quanto sei
fragile. A politici che spesso ci usano per fare propaganda, ma poi non
ascoltano davvero cosa vorremmo per te, quante idee abbiamo per prenderci cura
di te e gridare al resto del mondo quanto sei bello. Non che non lo abbia
fatto: nel mio tradimento spudorato, ti ho anche usato senza vergogna per
continuare a tenere accesa la passione. Perché quando dovevo scegliere come
concludere gli anni universitari, ho scelto di capire una volta per tutte
quanto fosse grande e profonda la ferita che ti ha scosso il 6 aprile 2009. Non
ero preparata a scoprirlo. Ricordo di aver passeggiato nelle tue macerie senza
essere riuscita a poggiare la matita sul foglio. Eppure, ti ho tradito ancora.
Con quella tesi ho vinto un premio e ho usato quei soldi per continuare a
studiare… ma l’ho fatto ancora lontano da te.

Nella
biblioteca di Torino mi distraevo dai miei doveri di ricercatrice sfogliando
disegni di trabocchi e costruzioni pastorali. Nella mia libreria hanno iniziato
a sgomitare i volumi storici scritti dai tuoi figli più appassionati. Il tuo
richiamo era sempre più forte. Per tutta la durata di quell’ultimo percorso,
ogni volta che si trattava di dover fare ricerca per prendere un voto, io sceglievo
te. Non mi importava più del voto: a 30 anni ti puoi prendere il lusso di
studiare per il piacere di farlo. Mi importava di te, di capirti sempre di più,
ero affamata d’Abruzzo.
Ho
studiato la pietra della Maiella in tutte le sue sfaccettature, ho finto di
poter valorizzare in via ufficiale i tuoi calanchi, così unici e così poco
conosciuti altrove. Non scorderò mai lo sgomento di una professoressa,
piemontese doc: di fronte alle foto di quelli che per me sono “solo” i terreni
dove i miei nonni mi hanno insegnato la bellezza contadina, rimase senza
parole: “Un territorio fragile, senza dubbio, ma davvero bellissimo” disse.
Eppure, persino nella finzione non avevamo gli strumenti adatti per tutelarti e
dovemmo prenderli in prestito da un’altra regione.
In queste sere ho ascoltato grandissime
personalità che, con sfaccettature anche molto diverse, provano a fare
conoscere al resto del mondo quanto sei straordinario, quanto sei valido. Mi sono
commossa, ma anche sentita piccola piccola di fronte a ciò che meriti.
Io
sono ancora lontana, e quando i miei alunni dopo le prime tre parole iniziano a
tirare a indovinare la mia regione, tu non ci sei mai. Conoscono la Puglia, la
Campania, la Sicilia, ma non dicono mai Abruzzo. Questo mi fa male, io parlo
loro di te, ma non basta. Vorrei poter insegnare ai giovani abruzzesi, e se mi
fanno arrabbiare poter dire loro una frase in dialetto, una di quelle che in
italiano è intraducibile. Poterli accompagnare a visitarti. Potermi
interfacciare ancora con la genuinità e il cuore grande della nostra gente,
perché solo in un posto così poteva nascere un museo dedicato alle lettere
d’amore.

Federica e Cristina
Perdonami
se non sono brava a volerti bene come meriti, ma ci sto provando. Resto la tua
amante appassionata e adesso non sono più sola: la lettera d’amore te la scrivo
io, ma l’amore per te adesso lo condivido con tutti i membri di AIGU, i
“giovani per l’UNESCO” che ti vogliono bene e stanno provando con impegno e
sacrifici a dimostrartelo.
Ti
vogliamo bene,
tuo
AIGU Gruppo Abruzzo
Torrevecchia
Teatina, 9 agosto 2026

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