LA PAZIENZA DELL’ORSO
di Chicca Morone
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Alberto Casiraghy
Aprire occhi e cervello
Ascoltando la nostra vera natura.
Siamo
abituati a leggere interviste in cui i personaggi vengono interrogati sulla
loro funzione sociale, dando la precedenza a ciò che li contraddistingue in
ambito pratico esaltando o denigrando successi e fallimenti come professionisti
e non nella loro interezza: spesso succede perché le linee dei giornali
impongono un taglio piuttosto che un altro, senza prendere in considerazione il
fatto che il raggiungimento di un obiettivo è frutto delle molteplici istanze
presenti in ogni soggetto. Ricordo con una certa emozione l’intervista all’avvocato
Franzo Grande Stevens durante la quale non aveva potuto evitare il
luccichio negli occhi, nel raccontare come sua madre fosse stata imprigionata
perché sorella di Harold Stevens, il “Colonnello Buonasera” che, attraverso
Radio Londra, diffondeva coraggio agli italiani sotto il governo nazi-fascista.
A “l’Avvocato dell’Avvocato” l’impronta materna aveva fatto incontrare Giuliana
Greco, una donna fuori dal comune; conoscendola è forte il sospetto che sia
stata lei a “incontrare” lui.
E ancora Antonio Botero che a otto anni aveva incredibilmente
venduto un suo disegno per pochi spiccioli e, persi strada facendo, era giunto
dalla madre a mani vuote: ricordava il suo dolore e lo sguardo dolce di lei nel
consolarlo, seppure anche quel piccolo guadagno sarebbe stato ben investito in
cibo, di cui non abbondavano di certo! Donne di altri tempi, una definizione
che sembrerebbe sgradevole nei nostri confronti, se anche alcune di noi non sapessero
essere madri oggi in modo totale, al di là di mode o di stereotipi. Ci hanno
insegnato che dobbiamo “realizzarci” e che la maternità non è una vera realizzazione:
è diventata un episodio della nostra vita, a volte desiderato, a volte subito,
a volte impedito, a volte sacrificato. Nulla di più distorto, perché ognuna di
noi ha dentro di sé un programma che può non prevedere la maternità: non come
scelta razionale, ma piuttosto come esperienza di questa vita non necessaria
allo scopo della nostra incarnazione. Veniamo al mondo perché la nostra Coscienza
ha bisogno di esperire situazioni per noi evolutive; ma se non siamo in grado
di conoscerci abbastanza a fondo continuiamo a restare in superficie e a
commettere sempre gli stessi errori accusando il Fato o, peggio ancora, gli
altri dei nostri fallimenti. Essere madri non significa semplicemente far
germogliare dentro di sé il seme maschile: ci sono mille modi per realizzare
quel Femminile che appartiene alla donna - con buona pace di chi ci mostra
uomini con neonati fra le braccia appena partoriti con uteri in affitto - dando
luce agli aspetti così ben impersonati dalle varie paladine rimaste figure
emblematiche nella storia.
Come Ipazia, filosofa e matematica succeduta al padre nella guida del Museion, la prestigiosa accademia neoplatonica di Alessandria nel IV secolo d. C. “madre”
dei suoi
allievi; Florence Nightingale, pioniera
dell’infermieristica moderna, “madre” dei soldati feriti in Crimea; Maria
Montessori, creatrice del sistema educativo all’avanguardia, “madre” di
migliaia di allievi nelle scuole non solo italiane; Frida Kalo, pittrice dalla
volontà di ferro e madre di se stessa nel tormentato amore verso Diego Rivera; Virginia
Wolf, con i suoi “bambini di carta” impegnata nella lotta per la parità dei
sessi, in continua lotta con i suoi fantasmi interiori.
Perché la maternità non è solo biologica, ma soprattutto spirituale
e in questa connotazione è emblematica è la figura di Giovanna d’Arco, la
Pulzella d’Orleans, che guida l’esercito francese alla vittoria “ascoltando la
Voce” ma nello stesso tempo combattendo a fianco di uomini come Gilles de Rais.
Molte altre popolano la storia e non solo donne che hanno saputo
vivere la propria ricettività nell’accogliere gli in-put dall’inconscio e
realizzare quello che sentivano essere l’impulso principale di vita nella loro
vita.
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