IL SENSO DEL PASSATO,
FRA LA CAPRIA E PARISE
di Giorgio Bolla

Goffredo Parsise
(….) e parvemi terribil
vanitate
fermare in cose il cor che 'l
Tempo preme,
che, mentre più le stringi, son
passate.
F. Petrarca – Triumphus
Temporis - vv. 40-42
Inafferrabile
il Dio Tempo, fugace, inenarrabile, indefinito ai nostri sensi, non
catalogabile, pura parvenza. Sicuramente Petrarca aveva letto Cicerone, che
nelle Tusculane dichiara l’impossibilità per l’uomo di fermarlo, il
Signore di questa nostra realtà di vita. L’uomo ha come unica arma la memoria,
la propria. La memoria come ri-creazione di un passato (immaginato) che non
esiste più. Raffaele La Capria, che ha sempre riconosciuto in Goffredo vasti
spazi di comunanza letteraria ed umana, definisce il passato come l’invenzione
della memoria. Dunque, puramente soggettivo. Fantasia intellettuale che nasce
nel rievocare, riportare alla coscienza un odore, una visione, un’emozione che
più non sono. Dichiaratamente proustiana questa interpretazione intellettuale
del Tempo, non più identificabile secondo i parametri sensoriali ora scomparsi,
introvabili. L’intervento della memoria – ovvero della mente – crea una nuova
sensorialità atemporale, del tutto immateriale.
Come quella volta che il bambino
Raffaele, al ritorno da scuola, vide (e sentì) posarsi sulla sua spalla un
canarino, cosa che mandò il cuore del futuro scrittore “a mille”. Ma nel
ricordare alla madre, dopo pochi minuti, quell'evento strano e bellissimo il
cuore di Raffaele non provava più nessun sussulto. L’emozione non c’era più e
solo la memoria poteva reinventarla.
Il matematico Marvin Minsky
definì la memoria un’invenzione priva di prove.
Goffredo Parise nel 1983, ormai
consapevole della fine fisica vicina, scriveva: “Temo che... la sutura al
metallo non meglio identificato delle tegole, lo slancio delle cupole si vadano
ormai perdendo nel nulla se i lembi, le particelle pulviscolari dei ricordi,
simili alle basse nubi di quel delizioso ma non si sa quanto reale paesino del
Vallese, [non] prendono un minimo di corpo, una parvenza, un lampo di realtà”.
(da: Era davvero la stanza di Rilke?).
E poi i surrealistici Incipit dei
Sillabari, dove il passato è scollato dalla realtà ed è soltanto il
tempo della mente. Significa semplicemente nostalgia, quel sentimento sottile: “Un
giorno di un’estate lontana una donna di circa quarant’anni dall’aspetto però
fanciullesco e roseo, con occhi celestini (si dice sempre azzurri)” (da
Nostalgia).
![]() |
| Goffredo Parsise |

Raffaele La Capria
La domanda diventa allora: è
reale il tempo o è solo una finzione creata da un diavoletto carogna che si
prende gioco degli umani? Si vocifera che i gatti (animali mistici amici dei
poeti) non abbiano per nulla il senso del tempo. Beati loro! Non hanno bisogno
di ri-creare nulla.
Le Neuroscienze occupano quello
spazio di interpretazione della realtà che non teme di far entrare nel modello
di comprensione tutto ciò che appartiene alle emozioni, alle passioni, ai
ricordi. La memoria come il risultato di un risveglio funzionale –
neurosinaptico – di specifici, esclusivi, percorsi cerebrali. Lo stimolo
esterno – visivo, tattile, acustico, olfattivo, anche gustativo – filtrato dal
cervello antico (nella scala filogenetica), arriva al cervello nuovo – la
corteccia – e lì “risveglia” proprio quel circuito neuronale che raffigura il
ricordo. L’invenzione del passato di Raffaele La Capria.



