UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

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martedì 28 luglio 2026

STATI GENOCIDI
di Craig Mokhiber - ex funzionario delle Nazioni Unite
 



La notizia che, proprio nel bel mezzo del genocidio in corso in Palestina, il Parlamento tedesco stia approvando questa settimana una legge che criminalizzerebbe le dichiarazioni che negano il "diritto all'esistenza" di Israele, punibili con una pena fino a cinque anni di reclusione, non ha sorpreso praticamente nessuno. Dopotutto, questo è il Paese che ha perpetrato il genocidio prima in Namibia e poi in Europa, e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente in Germania chiunque osi alzare la voce contro quest'ultimo genocidio. Di fatto, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco gode ora del dubbio onore di essere tra gli Stati più asserviti agli interessi sionisti e tra i più corrotti dall'ideologia sionista.
Lo Stato tedesco ha persino una politica ufficiale (Staatsräson) che sancisce il suo impegno a perpetuare il regime israeliano, richiedendo una dichiarazione formale del "diritto di esistere" di Israele per acquisire la cittadinanza tedesca. (Non è richiesta alcuna dichiarazione simile riguardo al diritto di esistere della Germania). Ma l'affermazione che il regime israeliano non abbia diritto di esistere non è semplicemente un'opinione legalmente protetta. È anche una verità dimostrabile, sia dal punto di vista fattuale che legale. Naturalmente, l'affermazione che Israele "abbia diritto di esistere" è sempre stata una totale assurdità, poiché priva di qualsiasi fondamento giuridico o fattuale. Ma questa affermazione sionista suona familiare a innumerevoli persone in Occidente, perché è stata ripetuta con una frequenza senza precedenti come pilastro della propaganda sionista, perché è stata pronunciata incessantemente da politici occidentali che ricevono tangenti dalla lobby israeliana e perché è stata ampiamente diffusa da società mediatiche allineate con Israele e incaricate di proteggere obbedientemente l'impunità del regime.



Chiediamoci se abbiamo mai sentito un ritornello simile, che rivendicasse il diritto all'esistenza dell'Italia, del Canada o, nel caso in questione, della Germania. Eppure, si afferma costantemente che il regime israeliano (e solo il regime israeliano) in qualche modo possieda tale diritto. La conclusione più ovvia è che il regime e i suoi rappresentanti in Occidente si sentano così profondamente insicuri circa la legittimità dello Stato israeliano, data la sanguinosa storia della sua fondazione ed espansione, entrambe condotte al di fuori dei limiti della legge, da aver ritenuto necessario imporre un'ortodossia forzata (e fittizia), radicata nell'idea di eccezionalismo israeliano e nella nozione di impunità garantita dallo Stato. Ma tale diritto non esiste nel diritto internazionale. Assolutamente no.
 
Fatti scomodi
In realtà, quando misi piede per la prima volta nelle sale delle Nazioni Unite negli anni '80, esistevano molti Stati che non esistevano più quando me ne andai nel 2023. L'URSS, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Germania dell'Est, il Tanganica, Zanzibar e la Repubblica Araba Unita avevano forse un "diritto di esistere"? No. E nemmeno Israele. Gli Stati nascono e muoiono, ma nessuno di loro ha un "diritto di esistere". Di fatto, questo è innegabile. Eppure, alcuni continuano a ripetere a pappagallo l'invenzione sionista priva di fondamento secondo cui il regime israeliano possiederebbe in qualche modo tale diritto; altri lo accettano senza porsi domande; alcuni (come la Germania) cercano persino di costringere gli altri a dichiararlo; e altri ancora proibiscono qualsiasi tentativo di contestare questa menzogna. Non esiste un "diritto di esistere" per gli Stati secondo il diritto internazionale. Israele non può, quindi, rivendicare tale diritto. Certo, gli Stati hanno alcuni diritti. Ad esempio, gli Stati hanno generalmente il diritto all'uguaglianza sovrana, all'integrità territoriale e all'autodifesa ai sensi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ma anche questi diritti, normalmente concessi agli Stati, sono soggetti a condizioni e limitazioni, molte delle quali precluderebbero la rivendicazione di Israele. Ad esempio, la Corte Internazionale di Giustizia ha ripetutamente stabilito che Israele non ha il diritto di invocare l'autodifesa nei suoi attacchi contro i territori palestinesi occupati. (In sostanza, non si può entrare con la forza in casa di qualcuno e poi rivendicare il diritto all'autodifesa quando il proprietario oppone resistenza). In secondo luogo, a parte quelli concordati nei trattati firmati con l'Egitto (1979) e la Giordania (1994), Israele non ha nemmeno confini definiti. Gran parte del territorio rivendicato e occupato dal regime israeliano è territorio su cui lo Stato di Israele non ha alcuna pretesa legale, mentre altri territori rivendicati come parte dello Stato sono a loro volta oggetto di controversia.



Il regime non può avanzare alcuna pretesa legale di integrità territoriale sui territori illegalmente occupati nel 1967 e successivamente, tra cui Gerusalemme Est, Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan. La sua "Linea Verde" del 1949 con Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza non è un confine internazionale, bensì una linea di armistizio intesa unicamente a separare le forze in combattimento. Il regime non può rivendicarla come confine legittimo. Inoltre, poiché il divieto di acquisizione di territorio con la forza è una norma imperativa (jus cogens) del diritto internazionale e un obbligo vincolante ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, lo Stato di Israele non può rivendicare nessuno di questi territori come parte del proprio territorio legittimo.



Di fatto, la Commissione di diritto internazionale ha stabilito che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora in poi. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati. 
Anche i territori rivendicati dalle forze sioniste nel 1947 nell'ambito del piano di spartizione delle Nazioni Unite sono soggetti a contestazione legale. Dato questo fatto, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite non aveva alcuna autorità, né in base alla sua Carta né, più in generale, in base al diritto internazionale, per ignorare la volontà dei popoli indigeni o per creare uno stato colonialista di insediamento. Allo stesso modo, le forze sioniste non avevano alcun diritto, anche in base al diritto internazionale, di negare al popolo palestinese il diritto all'autodeterminazione o di acquisire territori con la forza. Infatti, la Commissione di Diritto Internazionale ha affermato che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati.



La Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito questo principio in relazione alla presenza del regime israeliano nei territori palestinesi occupati anche nel 2024, quando ha concluso che l'occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è del tutto illegale e che lo Stato di Israele deve porvi fine rapidamente e completamente. Ha inoltre affermato che tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere la presenza di Israele in questi territori e di adoperarsi per porvi fine. Pertanto, poiché Israele non ha un territorio definito, le sue pretese legali di integrità territoriale sono significativamente limitate. E senza confini riconosciuti (e qui non si parla di una controversia di confine di minore entità, ma piuttosto della mancanza di definizione della maggior parte del territorio statale), gli manca persino un criterio fondamentale per il riconoscimento come Stato. Attualmente, quasi trenta Stati membri delle Nazioni Unite in Africa, Asia e America Latina (compresi alcuni dei suoi vicini geografici più prossimi) non riconoscono lo Stato di Israele, mentre altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il regime durante il genocidio in corso.


 
Il Governo criminale di Israele

Non c'è sovranità senza uguaglianza.
Infine, senza una sovranità legittima, non può esserci alcuna pretesa di uguaglianza sovrana. Nel diritto internazionale, la sovranità non appartiene agli Stati, ma ai popoli. Il regime israeliano si proclama "Stato ebraico" e afferma di rappresentare il suo popolo. Ma non rappresenta gli interessi delle popolazioni non ebraiche (palestinesi musulmani e cristiani) che vivono in quel territorio o che hanno il diritto di viverci e di far parte della legittima comunità politica di quel territorio. Lo Stato etnonazionalista di Israele può anche affermare di rappresentare 7,2 milioni di cittadini (ebrei). Non può, in modo credibile, affermare di rappresentare i quasi 16 milioni di palestinesi che hanno il diritto di far parte della comunità politica di quella terra. Di fatto, anche se il regime dovesse insediare con la forza tutti gli ebrei del pianeta in quella terra, rappresenterebbe comunque solo una minoranza della popolazione, rispetto alla maggioranza palestinese. La stragrande maggioranza delle persone che hanno il diritto di far parte della comunità politica ne è esclusa in vari modi: esclusa dalla rappresentanza paritaria (i palestinesi del 1948), esclusa da qualsiasi tipo di rappresentanza (i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) o addirittura esclusa dalla possibilità di esercitare il proprio diritto legale al ritorno e alla partecipazione (i palestinesi della diaspora).



Nemmeno Israele può rivendicare una legittima autorità di governo. Questo perché il diritto internazionale stabilisce che "la volontà del popolo è alla base dell'autorità del governo", che deve essere "espressa mediante elezioni periodiche e genuine, a suffragio universale e paritario". Escludere milioni di abitanti autoctoni del territorio sulla base di criteri etnonazionalisti costituisce una violazione paradigmatica di questo requisito. Pertanto, il regime israeliano non può rivendicare una legittima autorità di governo. La Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente affermato che il regime non ha tale autorità a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma le condizioni ineguali imposte alla popolazione palestinese all'interno della Linea Verde, e la totale esclusione di coloro che vivono nella diaspora, rendono questa argomentazione ugualmente applicabile al resto della comunità palestinese. E senza tale autorità, il regime non può rivendicare una legittima sovranità. Allo stesso modo, la condotta illegale del regime è in contrasto con le sue rivendicazioni di sovranità, poiché le moderne concezioni di sovranità includono un elemento di responsabilità (soprattutto per quanto riguarda il rispetto del principio di non aggressione, dei diritti umani e del diritto internazionale), che un regime genocida e di apartheid, caratterizzato da una storia continua di aggressioni, omicidi, crimini contro l'umanità e una cronica incapacità di conformarsi alle sentenze del diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite, non può affermare di aver rispettato.



Dai diritti illusori ai doveri reali
Pertanto, sia dal punto di vista giuridico che fattuale, il regime israeliano non ha alcun "diritto di esistere". Ma l'analisi non dovrebbe fermarsi qui. Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere. La comunità internazionale degli Stati ha l'obbligo di cessare di riconoscere il regime, isolarlo e lavorare per il suo smantellamento e la liberazione del popolo palestinese. Chiaramente, nessuno oggi sosterrebbe che la Germania nazista, il Sudafrica dell'apartheid , la Francia di Vichy o i Khmer Rossi della Kampuchea avessero un "diritto di esistere". Né accetteremmo argomentazioni a favore di regimi coloniali perpetui in Algeria, India, Namibia o Kenya. Per le stesse ragioni, nessuna argomentazione giuridica (o morale) potrebbe giustificare un diritto di esistere per Israele sionista. Al contrario, il diritto internazionale richiede che, quando le violazioni di norme imperative del diritto internazionale sono parte integrante della creazione, espansione e mantenimento di uno Stato (come è accaduto nella Namibia e nella Rhodesia dell'apartheid), tali entità non debbano essere riconosciute o accettate come Stati legittimi e non debbano ricevere alcun aiuto.



Il passato di Israele è inequivocabile. È stato fondato sulla violazione di due norme imperative ( jus cogens ): il diritto dei popoli del territorio all'autodeterminazione e il divieto di acquisire territori con la forza, nonché sui due crimini più gravi previsti dal diritto internazionale: genocidio e aggressione. Da allora, si è rifiutato di consentire il ritorno dei rifugiati e di concedere loro un adeguato risarcimento, intensificando progressivamente la sua politica di sfratti illegali, furto di terre e colonizzazione. Le Nazioni Unite e tutte le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno concluso che il regime israeliano è colpevole di apartheid e segregazione razziale, occupazione illegale, crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio. Il regime è attualmente sotto processo per genocidio dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, accuse che la Corte ha ritenuto sufficientemente plausibili da emettere una serie di provvedimenti cautelari (tutti ignorati dal regime). La stessa Corte ha dichiarato il regime colpevole di occupazione illegale, negazione forzata del diritto all'autodeterminazione, acquisizione illegale di territorio con la forza, crimini di guerra, apartheid e segregazione razziale. Inoltre, la Corte penale internazionale ha incriminato i leader del regime per crimini contro l'umanità. Nel corso dei suoi ottant'anni di esistenza, il regime israeliano ha detenuto il dubbio primato di essere il Paese al mondo che ha violato il maggior numero di risoluzioni delle Nazioni Unite e sentenze della Corte internazionale di giustizia.



Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora in poi. Affermare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana.



Oggi, il regime occupa illegalmente la Palestina, il Libano e la Siria, attacca il Libano, la Siria, l'Iran, lo Yemen e altri paesi, e perpetra un genocidio in Palestina. Ha compiuto assassinii in tutta la regione e ha ammesso (anzi, si è vantato) di aver perpetrato attacchi terroristici transnazionali utilizzando cercapersone carichi di esplosivo in Libano. Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora. Dichiarare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana. E la minaccia che rappresenta si estende ben oltre la Palestina. Il regime israeliano è governato da un'ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e biologiche. Ha varato politiche che impongono l'omicidio di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l'assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l'Opzione Sansone). Le sue spie operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l'Occidente. Un regime del genere ha forse il "diritto di esistere"? No. Anzi, smantellare questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l'umanità.

lunedì 6 novembre 2023

L’OSPITE
di Severino Vardacampi*


 
Ci sono alcune cose che vanno pur dette, e allora diciamole.

Ogni manifestazione a favore dell'esistenza dello stato di Israele che non s'impegni anche per la nascita dello stato di Palestina rischia di essere inutile.
Ogni manifestazione a sostegno del popolo palestinese che non s'impegni anche a sostegno del popolo ebraico rischia di essere inutile.
Ogni manifestazione che condanni le stragi commesse da un'organizzazione terrorista e non quelle commesse da uno stato è peggio che inutile.
Ogni manifestazione che condanni le stragi commesse da uno stato e non quelle commesse da un'organizzazione terrorista è peggio che inutile.
*
Sia il popolo palestinese che il popolo ebraico sono realmente minacciati di genocidio. È compito dell'umanità intera impedire questi genocidi, tutti i genocidi. Per impedire il genocidio del popolo ebraico è indispensabile l'esistenza dello stato di Israele. Per impedire il genocidio del popolo palestinese è indispensabile l'esistenza dello stato di Palestina.
*
Allo stato di Israele chiediamo:
1. di cessare la guerra a Gaza e il sostegno alle violenze dei coloni in Cisgiordania.
2. di cessare di occupare i territori palestinesi e di riconoscere l'esistenza dello stato di Palestina nei territori della Cisgiordania e di Gaza devolvendo immediatamente tutte le funzioni giurisdizionali ed amministrative e le risorse relative all'Autorità Nazionale Palestinese - intesa come governo provvisorio dello stato di Palestina fino alle elezioni democratiche -.
3. di sgomberare immediatamente le illegali colonie nei territori occupati, restituendo quelle aree al popolo palestinese.
4. di concordare con l'Autorità Nazionale Palestinese l'avvio di tutti i negoziati necessari per risolvere le molte questioni da affrontare come due stati sovrani in condizioni di parità.
5. di essere una piena democrazia abrogando ogni misura legislativa ed amministrativa di discriminazione razzista.


 


All'Autorità Nazionale Palestinese chiediamo:
1. di assumere immediatamente il governo della Striscia di Gaza.
2. di adoperarsi ivi per l'immediata liberazione di tutte le persone rapite da Hamas.
3. di organizzare lo stato di Palestina indipendente e democratico.
4. di concordare con lo stato di Israele l'avvio di tutti i negoziati necessari per risolvere le molte questioni da affrontare come due stati sovrani in condizioni di parità.
5. di adoperarsi affinché nessuno stato arabo o musulmano possa più proseguire in una politica antisraeliana ed antiebraica prendendo abusivamente a pretesto la causa palestinese.
*
All'Onu chiediamo:
1. un piano straordinario di aiuti per la Palestina.
2. una deliberazione dell'Assemblea Generale che riconoscendo i due stati di Israele e di Palestina vincoli tutti gli stati membri delle Nazioni Unite a cessare ogni politica di negazione dello stato di Israele, ogni politica di persecuzione antiebraica.
*
Agli stati ed agli organismi politici sovranazionali d'Europa (l'Europa che à il continente in cui si sono realizzati la bimillenaria persecuzione antiebraica e l'orrore assoluto della Shoah; l'Europa che à il continente i cui principali stati hanno oppresso i popoli del resto del mondo con il razzismo, il colonialismo, l'imperialismo fin genocida) chiediamo:
1. di risarcire adeguatamente sia lo stato di Israele che lo stato di Palestina per le sofferenze inflitte ai loro popoli sia direttamente che indirettamente.
2. di contrastare il fascismo e il razzismo, l'antisemitismo e l'islamofobia, tutte le ideologie di odio e le organizzazioni che le praticano e le diffondono, e tutti i crimini conseguenti.
*
Fermare la guerra. Fermare le stragi. Restituire la libertà a tutte le persone che ne sono state private. Riconoscere e proteggere tutti i diritti umani di tutti gli esseri umani. Salvare le vite è il primo dovere.


*Centro di ricerca per la pace, diritti umani e difesa della biosfera, Viterbo.  

sabato 1 maggio 2021

LA TURCHIA SFRATTA LE BASI USA

Biden e Erdogan

Lo scritto, che qui pubblichiamo, ci è arrivato in più copie e da diverse parti. Quasi tutte le email che lo hanno accompagnato, esibivano un grande trionfalismo come se fosse avvenuto qualcosa di epocale. Ora, lasciando da parte la strumentalità delle vicende storiche (si potrebbe imputare a quasi tutti gli Stati esistenti di avere, nel corso della loro storia, perpetrati massacri o genocidi); lasciando da parte i due Stati super-armati e guerrafondai (l’America resta finora la nazione che ha fatto più guerre in assoluto); e lasciando da parte i presidenti (Biden ed Erdogan usano in chiave di puro consenso politico la loro finta religiosità), a noi la notizia non ha suscitato alcun entusiasmo. Ci saremmo entusiasmati se la Turchia avesse deciso di uscire dalla Nato, sciogliere il suo apparato militare per impiegare la spesa bellica a fini sociali, smettere di acquistare armi, di massacrare i curdi, di perseguitare gli oppositori, di considerare le donne turche pura spazzatura, di porre fine alle sue aggressioni esterne. Ma forse a quanti si sono entusiasmati tutto questo non importa. [A. G.]



La Turchia ha annunciato di aver proibito alla Forza Aerea degli Stati Uniti l’utilizzo delle sue basi militari e ha dato 15 giorni per uscire dal suo territorio.
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato sabato che il suo paese classifica come “genocidio”, il massacro degli armeni da parte delle forze dell’Impero Ottomano, l’attuale Turchia, durante la Prima guerra mondiale; fatto che ha portato a dure condanne da parte del governo turco.
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato sabato che il suo paese classifica come “genocidio”, il massacro degli armeni da parte delle forze dell’Impero Ottomano, l’attuale Turchia, durante la Prima guerra mondiale; fatto che ha portato a dure condanne da parte del governo turco.
La Turchia rifiuta di riconoscere il massacro degli armeni nel 1915 come “genocidio”. A tal proposito, il presidente del Partito Patriottico della Turchia, Dogu Perinçek, ha annunciato domenica che il suo Paese ha deciso di interrompere la cooperazione militare con Washington, annunciando l’espulsione dell’esercito americano dal proprio territorio e il divieto di utilizzo delle sue basi aeree dall’Aviazione militare degli Stati Uniti, anche nell’ambito della cooperazione dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), secondo il portale russo Avia.Pro. Secondo Perinçek, Washington sarà obbligata a lasciare le installazioni militari turche entro 15 giorni, indipendentemente dal fatto che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (il Pentagono) sia preparato o meno. L’alto funzionario ha spiegato che la cooperazione tra Stati Uniti e Turchia in campo militare può considerarsi conclusa. “Le forze armate turche devono stabilire immediatamente il pieno controllo della base aerea di Incirlik [nel sud della Turchia] e far tornare a casa le truppe statunitensi dispiegate lì entro 15 giorni”, ha osservato. La Turchia ha convocato l’ambasciatore Usa per le dichiarazioni di Biden. Il governo turco ha anche convocato domenica l’ambasciatore Usa ad Ankara (capitale della Turchia), David Satterfield, e ha chiarito di considerare “inaccettabili” le parole del presidente Usa.
La Turchia è pronta a dare una risposta ferma alle minacce statunitensi
Ankara ritiene che l’affermazione di Biden sia “non valida in termini di diritto internazionale” e quindi la respinge a titolo definitivo, hanno detto le autorità turche al diplomatico Usa. Intanto l’ambasciata Usa ad Ankara, così come i consolati Usa a Istanbul, Adana e Izmir, hanno annunciato che saranno chiusi lunedì e martedì 26 e 27 aprile, come “misura precauzionale” contro possibili proteste. Il massacro armeno ha avuto luogo tra il 1915 e il 1917 e si stima che abbia ucciso 1,5 milioni di persone. Questo massacro è stato riconosciuto come un genocidio da diversi paesi. Tuttavia, la Turchia sostiene che il massacro non ha seguito un piano sistematico di sterminio della popolazione armena, ma è avvenuto in scontri che descrive come una “guerra civile”, aggravata dalle carestie, che hanno ucciso diverse centinaia di migliaia di armeni e di etnia turca.
Nota: La perdita della Turchia per la NATO costituisce un grave problema proprio nel momento di maggiori tensioni nel Mar Nero.

venerdì 3 febbraio 2017

LO SCRITTORE E LA VITA
di Angelo Gaccione

Angelo Gaccione (foto: AgiPress, 2017)

Dico subito che non sono un teorico, dunque non aspettatevi da me analisi sottili e tanto meno raffinate. Sono più modestamente uno scrittore, uno che osserva gli uomini nella loro concretezza, gli uomini come sono, non gli uomini come dovrebbero essere. L’uomo con la sua umanità e la sua perversione; la sua tenerezza e la sua ferocia; la sua compassione e la sua spietatezza; la sua solidarietà ed il suo egoismo; il suo bisogno di libertà e la sua pulsione ad opprimere; il suo atteggiamento di vittima ed il suo ruolo di carnefice; la sua generosità e la sua vigliaccheria; la sua moralità e la sua corruzione; il suo cuore puro e il suo cuore corrotto. L’uomo con i suoi enigmi, il suo sottosuolo “oscuro”, la sua natura molteplice e spesso insondabile di angelo e dèmone; di creatura pacifica ma dominata altresì, da un primordiale istinto criminale. Uno scrittore che maneggia sentimenti, che indaga l’agire degli uomini, i rapporti che li relazionano o li separano, in una parola: la vita.

Milano. Gaccione al Corteo del 1° Maggio 2015

Uno scrittore che mette al centro della sua riflessione la vita e ne celebra la difesa, non può non essere un libertario. Perché si oppone, o dovrebbe opporsi, a quanti l’esistenza, la vita, mortificano, annientano, umiliano, violentano. E quando dico vita, intendo vita in ogni sua forma.
Io sono dunque uno scrittore e sono un libertario. Ho detto libertario e non anarchico: possiedo una quantità considerevole di testi di autori anarchici; conosco il pensiero e le imprese del movimento in vari paesi del mondo; soprattutto conosco la loro condotta esemplare, il loro sacrificio, la vita spesa senza risarcimenti. So, inoltre, che non sono mai stati degli opportunisti, ed io non posso non amare questi uomini e queste donne, ed ecco perché davanti alla loro grandezza di giganti io mi sento un nano, e non mi ritengo alla loro altezza. Lasciate perciò che mi dichiari semplicemente un libertario, con le sue contraddizioni e le sue difficoltà. Per un libertario è ovvio, la libertà è fondamentale; e la storia ci dice che la libertà è sempre costata sangue, in ogni epoca e sotto ogni regime: sotto gli imperi e sotto le dittature, durante il feudalesimo mercantile e sotto ogni variante assunta dal capitalismo. In ogni epoca sono state le rivolte, le disubbidienze e le insurrezioni che hanno fatto avanzare la libertà; che le hanno aperto il varco. La libertà ha avuto quasi sempre un battesimo di sangue, tanto che possiamo affermare senza alcuna smentita, che non c’è stata finora libertà senza rivoluzione. Senza rivolte, disubbidienze e insurrezioni, non ci sarebbe oggi, nel mondo, alcuna libertà; la libertà semplicemente non esisterebbe. Possiamo disquisire sui metodi che le rivoluzioni possono assumere nelle società complesse e articolate come quelle contemporanee, ma per molti secoli non c’è stata via d’uscita, e ogni progresso sociale ha richiesto il suo battesimo di sangue. Se ne rammaricava Bakunin, che tuttavia era costretto a riconoscere che non era stato ancora inventato un mezzo di progresso più pacifico. I cannoneggiamenti, le fucilazioni, le forche, erano i metodi degli oppressori; i popoli non avevano che le mani nude. Obbedire allo staffile o morire: non c’era alternativa. 

Milano, Piazza della Scala 5 giugno 2014
Gaccione protesta contro il massacro degli alberi
assieme a vari Comitati.
Nella foto col cartello Luigi Caroli

Vogliamo ricordare a chi ci legge, che sono venuti prima le ingiustizie, l’oppressione, il servaggio, le disuguaglianze, le persecuzioni, lo schiavismo, il saccheggio, l’assoluta mancanza di diritti e di libertà; dopo, ma solo molto dopo, è venuta la rivoluzione come risposta necessaria, obbligata, contro chi calpestava la vita e umiliava gli uomini. La rivoluzione ha dovuto a lungo subire prima di dispiegarsi. Ha dovuto sopportare molto sangue prima di farsi a sua volta sanguinaria. Il terrore lo hanno cominciato i governi e gli Stati, non i sudditi o i cittadini. Le guerre le hanno cominciate i governi, gli Stati e le classi dominanti, non i sudditi o i cittadini. Non è possibile trovare alcuna bilancia su cui soppesare i genocidi, le distruzioni, le ecatombe prodotti dagli Stati (fascisti, comunisti, capitalisti o teocratici) nel corso della storia. Non ve ne sono. I delitti commessi dagli Stati non potranno essere giammai eguagliati dai delitti commessi dagli individui. Gli Stati hanno assassinato e assassinano in modo indiscriminato: sono verità incontrovertibili. Quando i popoli e gli individui si sono rivoltati è stato perché nessun’altra via era più possibile.


“A chi è spogliato di tutto restano le armi”; non è stato né Marx né Bakunin a scrivere questa frase, ma il poeta satirico latino Giovenale, più di diciassette secoli prima.
Dal punto di vista di quella che io chiamo difesa della vita nelle sue molteplici forme e delle risorse, gli Stati (fascisti, comunisti, capitalisti e teocratici) si equivalgono; dal punto di vista dei morti il capitalismo ne ha fatti di più, se non altro perché la sua parabola storica è molto più lunga, dura da più tempo. Dunque l’anarchismo non ha nulla da imparare da essi. Dal punto di vista morale l’anarchismo è enormemente superiore: fonda i suoi principi sulla solidarietà e la libertà, e non scinde queste due istanze dal bene prezioso dell’uguaglianza. Senza uguaglianza le democrazie sono monche; senza uguaglianza le élites al potere si impossessano dei beni pubblici; fanno valere il loro peso economico nei confronti dei cittadini privi di risorse; schiacciano chiunque li voglia portare in giudizio, anzi, chi non ne possiede i mezzi economici non può neppure adire alle vie legali; tutelano i loro privilegi e condizionano le scelte dell’esecutivo con una pletora di giuristi, tecnici, lobbies fra le più varie. Le società liberali e capitaliste hanno portato i loro paesi alla guerra contro la schiacciante volontà dei loro popoli e in spregio ad ogni legalità, e la democrazia viene messa sotto i piedi con tracotanza, ogni qual volta “la volontà” dei governi e degli Stati, confligge con gli interessi dei cittadini.  
Da tempo oramai, nelle società liberali, il diritto di voto è diventato un voto senza diritti, e le cricche al governo sono divenute delle oscene consorterie che si destreggiano fra scandali e ruberie.

Milano, 27 giugno 2014 Gaccione con Morandini
(foto: Fabiano Braccini)

L’anarchismo è moralmente superiore perché pone al primo posto la vita degli esseri umani senza distinzioni di razze, di religioni, di tendenze sessuali; non esiste pensiero più tollerante di quello libertario. Perché non comprende l’idea di guerra, di eserciti, di corpi speciali, di servizi segreti, di segreti di stato. Una società libertaria abolirebbe immediatamente tutta questa criminosa zavorra e userebbe le risorse per eliminare la povertà, per favorire l’educazione, per tutelare le tre risorse fondamentali dell’esistenza (aria, acqua e suolo) oggi minacciate da un uso mercificatorio e rapinoso da parte del capitalismo liberale e dai regimi imperanti in ogni dove.
L’anarchismo è superiore perché non è, per sua fortuna, né una scienza né un sistema; è molto di più: è un metodo e un’esperienza pratica di vita e di lotta, fra i più umani fra quelli finora conosciuti. Un metodo che risiede nelle mani di coloro che agiscono e lo mettono in pratica, non sta al di fuori di essi, non è delegato a corpi separati ed estranei. Un metodo denso di contenuti, di proposte concrete, di istanze fattibili qui e ora.  


Il capitalismo ha vinto? Io non ne sono del tutto sicuro. Ad ogni sua crisi sono le finanze pubbliche, cioè il sangue dei cittadini, a rianimarlo dal coma. Questo sangue tiene in vita banche e aziende, perché la logica del mercato selvaggio che pone il capitalismo in una guerra perenne e sleale, ne fa il teatro di quello che si svolge nel fondo del mare: il pesce grande divora il più piccolo. E senza sensi di colpa e di pietà per i suoi stessi membri: per chi fallisce, fa bancarotta, si toglie la vita. Non mi pare proprio che questa logica sia moralmente superiore a quella anarchica. Al contrario, mai come in questo tempo di fallimenti dei sistemi sul piano planetario, c’è bisogno di un’etica libertaria, di innervare le sue istanze migliori in queste società, per impedire che tutto venga ridotto a merce ed a consumo. Ho scritto una volta che la società consumista è per sua natura una società cannibalica, dopo aver divorato la natura mangerà se stessa. È questo che vogliamo? O vogliamo invece riconciliarci con la natura e le sue risorse, preservando per le generazioni che ci succederanno un ambiente in cui è possibile continuare a vivere? La logica dei capitalismi è quella derivata dalla concezione disumana della nobiltà francese riassunta nella celebre frase: “Dopo di noi il diluvio”. 

Milano. Gaccione alla libreria "La Tramite" di Porta Romana
col libraio Giancarlo Benzoni

No, un libertario questo non può accettarlo né permetterlo. La nostra visione della vita non è uguale alla loro, ecco perché dobbiamo fare in modo che le rivoluzioni (ce ne saranno in ogni tempo perché dove c’è oppressione ci sarà rivolta) siano quanto più umane possibili, clementi e compassionevoli soprattutto con i nemici. Certo non si potrà impedire che i più odiosi e criminali cadano sotto la furia dei primi momenti, ma dobbiamo sempre ricordare che non sono i corpi che devono sparire nelle costruzioni di società più giuste, ma le funzioni che rendono gli uomini oppressori e malvagi. Le liquidazioni a freddo non appartengono alle idee libertarie, è questa la nostra diversità. Ho più volte scritto, in età più giovane, che la complessità delle società moderne si regge sul consenso volontario di massa; ne sono vieppiù convinto. La disubbidienza generalizzata e di massa e la non collaborazione attiva, sono metodi molto più efficaci ed umani per piegare qualsiasi regime. I dominatori potranno produrre del sangue con la repressione, ma non potranno prevalere sullo sdegno popolare, sul senso di umanità, sulla determinazione e la volontà di uomini e donne disposte a cambiare le cose.  

Milano, Centro Culturale Candide" Gaccione col filosofo Escobar
(Foto: Giovanni Bonomo)

Dunque anarchismo o barbarie, questo possiamo affermarlo con decisione. Il paradosso delle democrazie liberali, soprattutto in tempo di crisi, è che si trovano davanti ad un bivio piuttosto serio per sopravvivere come tali: accogliere alcuni contenuti del pensiero libertario, o piegarsi ad orrende e disumane conversioni. In passato è prevalsa questa seconda via. L’abbraccio mortale con il nazifascismo e le dittature militari, sono lì a dimostrarlo.

martedì 1 gennaio 2019

NUCLEARE E VENTI DI GUERRA:
IL LASCITO DEL 2018
di Franco Astengo



In occasione della Giornata per la pace.

1) Russia: Putin, "Ritiro Usa da Inf. Garantiremo nostra sicurezza"
Stiamo assistendo al collasso del sistema internazionale di deterrenza" e c'è un pericolo di "catastrofe globale" nell'idea che prende piede in Occidente di "usare armi nucleari di bassa potenza". Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin, nella conferenza stampa di fine anno, aggiungendo che "la superiorità russa nella difesa missilistica è un elemento di deterrenza nella corsa globale agli armamenti e serve a mantenere la parità strategica". "C'e' una tendenza, ad abbassare la soglia per l'uso di armi nucleari", ha avvertito, sottolineando che in Occidente "è apparsa l'idea di usare armi nucleari a bassa carica, che potrebbe portare a una catastrofe globale". "Se arriveranno i missili in Europa poi l'Occidente non strilli, se noi reagiremo", ha detto, auspicando che "l'umanità abbia abbastanza buon senso per evitare il peggio". "È molto difficile immaginare come evolverà la situazione" dopo l'uscita degli Usa dal Trattato sull'eliminazione dei missili a raggio corto e intermedio (Inf.), ma la Russia dovrà "garantire la propria sicurezza". Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin, nella conferenza stampa di fine anno. "Ora gli Stati Uniti stanno facendo un altro passo, stanno lasciando l'Inf. Cosa accadrà? È molto difficile immaginare come evolverà la situazione", ha dichiarato, ribadendo che se i missili americani verranno dispiegati in Europa, Mosca "dovrà rispondere e garantire la propria sicurezza".

2) Trump vuole uscire dall'accordo con la Russia sul disarmo nucleare
Il presidente Usa accusa Mosca di aver violato l'intesa.
Gli Usa vogliono uscire dal Trattato sul disarmo e sul controllo delle armi nucleari con la Russia. Lo ribadisce il presidente americano Donald Trump che accusa Mosca di averlo violato. "La Russia non ha aderito all'accordo, quindi concluderemo l'accordo", ha detto Trump ai giornalisti a Elko, in Nevada, dove è impegnato in una visita elettorale per le elezioni di medio termine.
"La Russia ha violato l'accordo, lo violano da molti anni, non so perché il presidente (Barack) Obama non ha negoziato o non si è ritirato, e non lasceremo che violino un accordo nucleare e continuino a costruire armi mentre a noi non è permesso".

3) Verso una nuova corsa agli armamenti?
Il Trattato sulle forze nucleari intermedie (INF) sulle armi nucleari a raggio intermedio fu sottoscritto nel 1987 dagli Stati Uniti e dall'Unione sovietica i cui presidenti all'epoca erano Ronald Reagan e Michail Gorbaciov. "Lo hanno violato per molti anni", ha detto Donald Trump, aggiungendo che gli Stati Uniti ora "svilupperanno queste armi".
L'accordo sino a oggi è stato una delle pietre miliari del disgelo che portò alla fine della guerra fredda. Grazie all'accordo furono distrutti 2.692 missili, 846 americani e 1.846 russi. L'Inf., frutto di uno storico vertice a Reykjavik tra Reagan e Gorbaciov l'anno prima della firma, servì a limitare il numero dei missili dispiegati in Europa. Se è vero che Mosca da anni ormai viola gli impegni presi 31 anni fa, lo strappo di Washington rischia di riaprire la corsa agli armamenti e di innescare una nuova "guerra fredda" con Mosca e Pechino.
Il ritorno all’immediato pericolo nucleare nel confronto tra le superpotenze rappresenta il lasciato più drammatico di questo 2018 che si sta concludendo in queste ore. Intendiamoci bene: non che, nel corso di questi anni, si sia vissuti in un’era di pace, tutt’altro come storia e cronaca ci hanno insegnato ma nelle condizioni descritte dagli interventi sopra riportati si tratterebbe di un ritorno diretto a quell’equilibrio del terrore che contrassegnò la guerra fredda a partire dai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki dell’agosto 1945.

4) Il nuovo quadro mondiale e l’impegno prioritario per il movimento
per la pace
Il quadro mondiale sta mutando rapidamente di segno rispetto alla fase contraddistinta dalla caduta dell’URSS, dall’accelerazione della globalizzazione, dall’assunzione da parte degli USA del ruolo di “gendarme del mondo”.
Le guerre esplose in diversi punti del pianeta, e di nuovo in Europa, presentano un segno diverso: quello della possibilità di essere propedeutiche o anticipatrici di un nuovo conflitto globale tra superpotenze, asimmetriche tra loro dal punto di vista della forza militare ma entrambe impegnate nello svolgimento di una funzione di tipo imperialista. L’obiettivo della pace assume una valenza prioritaria, quasi di sintesi delle contraddizioni di questa fase della modernità: di sintesi e di riassunto al riguardo delle stesse prospettive di permanenza in vita dell’umanità sul pianeta. Prospettive messe in discussione dall’assalto capitalistico alle risorse naturali, al territorio, all’ambiente. Assalto spinto fino al punto di alterare equilibri millenari e far presagire una vera e propria “espulsione” della vita umana dal globo nel giro di qualche generazione.
Senza la pace non vi può essere “politica” ed è questo il motivo perché bisogna far ritornare questo punto in cima ai nostri obiettivi in qualunque punto del Pianeta si lotti per il superamento del capitalismo. Sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sfruttamento dell’uomo sulla terra, sull’acqua, sull’aria, genocidi, stermini di massa: un intreccio mostruoso che trova proprio il suo punto di saldatura nell’idea di guerra globale. Il pericolo di guerra è tornato avere una sua logica razionale e strumentale all’interno del concetto e della pratica della modernità.
Dentro la globalizzazione era venuta a mancare la distinzione tra guerra e terrorismo, fra civili e militari, fra Stati e gruppi armanti “privati” e questo aveva fatto smarrire il senso della piena internazionalizzazione del conflitto.

5) Conclusione
Oggi è mutata la qualità di fondo della presenza della guerra in questa fase della storia ed è il caso di riprendere la riflessione su tre punti : la lotta per la pace come priorità di un’agenda che non dobbiamo farci imporre da nessuno; l’internazionalizzazione immediata del movimento; la connessione, sul piano teorico e politico, dell’idea della pace con il complesso delle contraddizioni riguardanti lo sfruttamento del genere umano (senza dimenticare la sopraffazione del genere femminile che dura e perdura nella maggior parte degli angoli del mondo), della natura, della vita.
È questo l’impegno prioritario da indicare per il 2019.



lunedì 15 settembre 2025

MA CHI È DONALD TRUMP?  
di Luigi Mazzella


 
Sarebbe del tutto irrazionale pensare che nella parte di mondo dove imperano le cinque scemenze, elette, dalla stragrande maggioranza degli abitanti, a sistema di vita individuale (privata) e collettiva (pubblica), possa assurgere al livello di Capo di uno dei tanti Stati che compongono la costellazione Occidentale una personalità politica che ragioni e si muova conseguentemente “a fil di logica”. Un tale errore di valutazione si compie, quotidianamente in Occidente, quando si tenta di dare un giudizio sull’operato del neo eletto Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. L’uomo è figlio del marasma che ormai caratterizza tutta la vita politica della parte Ovest del Globo e le sue contraddizioni, i tergiversamenti, gli stop and go, i cincischiamenti, i giri a vuoto, gli sbalzi incomprensibili di umore e di decisioni sono la necessaria conseguenza di un uomo dal pensiero non libero dai cinque condizionamenti (religiosi e politici) dell’Occidente. Per fare degli esempi:
1) Se Trump si sente disgustato dall’azione che Netanyahu sta compiendo in Palestina, in Cisgiordania, in Libano e persino nel Qatar, l’elevato numero di Ebrei e il potere esercitato dagli stessi negli States, soprattutto nel settore finanziario (Wall Street) ed industriale (costruzione di armi), non può che indurlo a chiudere gli occhi e a tapparsi bocca e orecchie di fronte ai massacri di Gaza. Alla domanda se Trump sia in buona sostanza sensibile ai genocidi di tipo nazista, si può solo rispondere che l’ideologia fascista è tra le cinque componenti del DNA di tutti i figli dell’Occidente ma che la sua virulenza dipende solo dalle circostanze.
2) Se Trump non ama Zelensky (e la sua “tenuta” di topo d’albergo) è certamente in grado di dimostrarglielo, trattandolo come uno straccio da cucina nel luogo ormai a ciò deputato (la sala ovale della Casa Bianca) ma il suo istintivo disprezzo e la sua “naturale” ostilità non possono estendersi a tutti quelli che lo sostengono dissennatamente in Europa. Si tratta (e ormai dovrebbe essere chiaro anche agli imbecilli) di vere e proprie “filiazioni” estere composte da uomini politici che sono stati convinti (!) dalla CIA e dal Deep State americano (a tacere delle Mafie) a schierarsi contro di lui (i salamelecchi della presidente del Consiglio italiana a Trump, per la loro scarsa rilevanza, non fanno “storia’).
3) Se Trump cincischia giocando come su una sorta di “pallottoliere” per bambini ritardati con le percentuali dei dazi da imporre al mondo intero è da giudicare (come si canta in “Madame Butterfly”) un po’ per celia e un po’ per non morir!
Conclusione: È difficile immaginare che le cose possano cambiare. Se Trump fosse un uomo libero  direbbe: a) Netanyahu è un criminale di guerra e non ci devono essere veti del Consiglio di Sicurezza a operazioni di pace disposti dall’ONU per ristabilire un minimo di ordine in una zona tormentata e in preda a odi religiosi feroci; b) Putin è il Capo di un Paese Europeo e ha ragione nel sostenere che il vecchio Continente non può generare per la seconda volta il Nazi-fascismo in una terra che fu già di collaborazionisti filo-hitleriani ed è oggi zona di coltura dei battaglioni Azov, dichiaratamente neonazisti; c) l’Unione Europea si dissolva, abbandonando la sua dispotica forma attuale per far luogo a un ordinamento veramente politico e democratico che racchiuda tutti i Paesi geograficamente Europei. 
Domanda finale: E la NATO? In claris non fit interpretatio!

 

domenica 26 aprile 2026

MILANO INDOMITA
di Angelo Gaccione
 



Non espugnerete mai Milano, non piegherete mai questa città!
 
M
ilano, la città medaglia d’oro della Resistenza è insorta anche questo 25 Aprile del 2026. È insorta pacificamente, gioiosamente, ma anche, come era necessario, fermamente. E così è stato. Ha celebrato la sua liberazione in maniera allegra, commovente, gentile. Una fiumana interminabile per ore ed ore ha attraversato la città prima di giungere in piazza del Duomo. Una fiumana fatta di una sterminata quantità di uomini e donne con i capelli bianchi come me, ma dallo spirito giovane e indomabile. Di uomini e donne più anziani di me, persino spinti da carrozzine, muniti di bastoni, leggermente claudicanti, ma fieri. Fieri di esserci, fieri della loro città, fieri della loro consapevolezza civile. 



Una fiumana di genitori e di bambini perché lo spirito di libertà, di antifascismo, di rifiuto della guerra, di partecipazione, deve essere educato presto se vogliamo impedire barbarie future. E soprattutto una fiumana di giovani e giovanissimi (ragazze e ragazzi) allegri, festosi, decisi, che ci hanno commosso, che ci hanno trasmesso vitalità, che hanno preso nelle loro mani il testimone dell’antifascismo e della difesa della vita per dirci che si opporranno ai guerrafondai, ai mercanti di armi e di morte, ai Governi e agli Stati genocidi, e che il nostro impegno intellettuale e civile che ha accompagnato le nostre vite, non è stato vano, come non è stato vano il sacrificio dei martiri della Resistenza che ha educato moralmente la mia di generazione. 



Possiamo andarcene da questo mondo reso infame da governanti criminali e da classi sociali disumane, se non pacificati, almeno con il conforto che non saremo traditi da queste generazioni così giovani e così consapevoli che a noi seguiranno. Che si batteranno per le idee della Resistenza come ci siamo battuti noi.

 


Questa grande prova civile di Milano ha spaventato i conformisti e gli indifferenti, come ha spaventato i gazzettieri divenuti la voce servile del padrone. Il corteo era così vasto e partecipato che alle 19,30 non aveva finito del tutto di entrare in Piazza del Duomo. I telegiornali, che ho controllato personalmente, su questa marea umana milanese ha sorvolato. Hanno avuto paura di mostrare i nostri corpi per impedire che in tutta Italia e all’estero vedessero, capissero.



Hanno cercato di cavarsela insistendo sulla ridicola scusa che un drappello di provocatori con in mano un paio di bandiere dello Stato genocida di Israele, fosse allontanato dal corteo. Hanno sfilato liberamente manifestanti che inalberavano cartelli neri con su scritto i nomi dei vari campi di sterminio e la folla li ha applauditi. Io e i miei amici eravamo lì ed abbiamo applaudito. Se non volevano essere considerati provocatori avevano un modo molto semplice per dimostralo. Portare un cartello con la scritta: “Il Governo di Israele ha le mani sporche di sangue e non ci rappresenta”. Così avrebbero fatto i sopravvissuti ebrei ai campi di sterminio, ne sono certo.














 

  

 
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