UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

Visualizzazione dei post in ordine di data per la query crisi complessa. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
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sabato 27 giugno 2026

UN CONVEGNO IMPORTANTE
di Eros Barone
 

Ritengo che il convegno sulla poesia civile, per i contributi di notevole spessore che ha prodotto e per l’intensità delle suggestioni che ha offerto, sia stato un momento sicuramente focale del Festival di poesia internazionale di Genova Parole Spalancate. Solo alcune annotazioni per giustificare questa affermazione. La domanda che è stata posta al centro del convegno suonava in questi termini: Abbiamo bisogno oggi di una poesia civile?
I temi chiave presenti in questa domanda sono tre: bisogno, poesia civile, oggi. In tal senso è stato estremamente interessante sentire che cosa hanno detto su questi tre temi – e come lo hanno detto - i poeti che hanno partecipato alla Tavola Rotonda e al ‘reading’. Una poesia civile oggi? In un periodo storico in cui la stessa distinzione tra la letteratura e la riflessione sulla letteratura viene contestata e sono “in crisi” tutti i generi letterari consacrati dalla tradizione, non si può negare che la stessa categorizzazione di “poesia civile” risulti problematica e ci si può legittimamente domandare se essa sia adeguata ad esprimere una situazione che sfugge per più versi alla nettezza di certe precostituite categorizzazioni. Viviamo infatti – e non da oggi soltanto – un inarrestabile sgretolarsi del mondo letterario, così come degli ordini tradizionali della nostra cultura. Sta di fatto che l’essere in crisi non ha finora impedito alla letteratura e alla poesia di sopravvivere con una persistente rilevanza culturale. 



Dal canto mio, ritengo, in piena sintonia con Angelo Gaccione, che il rapporto tra la poesia in generale e la poesia civile in particolare non sia un rapporto di genere a specie, ma di inerenza o, se si vuole, di implicito ad esplicito. D’altro canto, nelle sue forme più convincenti la poesia continua a costituire un’insostituibile modalità del nostro renderci conto delle contraddizioni in cui viviamo, la testimonianza di un disagio. Forse non è molto, ma tener desta questa coscienza può sempre costituire la premessa per impegni più incisivi. Si può, d’altronde, sostenere che appartiene essenzialmente alla poesia di andare oltre la propria essenza. Molto di rado, in effetti, la riconosciuta grandezza di una poesia si situa in una dimensione puramente estetica. Ciò che in ultima analisi ne costituisce la positiva risonanza non è la sua specificità letteraria, ma la presenza, nella sua globalità, di valori esistenziali. Questo è sempre accaduto, da Dante fino ai nostri giorni, per la semplice ragione che i valori specificamente poetici non possono essere separati dai valori morali, sociali, politici, conoscitivi, esistenziali per l’appunto, in cui, di volta in volta, in relazione ai nostri autentici bisogni, tutti noi ci riconosciamo.



E infine c’è il termine “oggi”, un avverbio di tempo che, tradotto nel linguaggio di Chronos, significa: guerra, genocidio, droni, intelligenza artificiale, ritornante barbarie in cui il medioevo più tetro si fonde con la tecnologia più sofisticata, e ancora sfruttamento, degradazione ambientale, discriminazioni, pandemie incombenti, malgoverno, corruzione. Ecco la realtà opaca, dura e complessa con cui è chiamata a misurarsi, in questo “inverno della cultura”, non solo la poesia civile, ma la poesia ‘tout court’, se essa intende essere, oltre che uno specchio, una lampada e una fiaccola, e quindi soddisfare l’esigenza profondamente umana di mantenere e indicare il positivo nella rappresentazione del negativo, l’umano nella rappresentazione del disumano. Certo, la poesia può permettersi di entrare nel campo spinoso della politica e dei destini generali solo alla condizione di non snaturarsi, solo alla condizione di non rinunciare ai propri specifici caratteri, che sono quelli di un linguaggio che non cessa di interrogare sé stesso e di mettere alla prova la sua incisività – che è quanto dire la sua novità e il suo potere di sorpresa – nel confronto con argomenti che a tutta prima sembrerebbero piuttosto rientrare di diritto nel dominio della saggistica sociologica, della riflessione analitica, della polemica politica. Anche se quello di Genova, come tutti i convegni, è solo un segmento di quella retta interminabile che è la ricerca dei significati, io credo, nondimeno, che si possa dire che esso ha rappresentato un momento intensamente significativo di testimonianza, di valorizzazione e di scavo nella miniera di ferro e d’oro della nostra lirica civile e politica.

venerdì 17 aprile 2026

LO SCONCERTO DELLA POLITICA ESTERA
di Franco Astengo



Non siamo in grado di fornire un'adeguata valutazione su di un punto che appare cruciale nella complessa attualità che stiamo vivendo: su quanto, cioè, nella coalizione di governo fosse radicata la convinzione di poter fare dell'Italia il "ponte" di collegamento tra la destra USA al potere (con le sue caratteristiche peculiari ben distinguibili al di là degli umori di Trump) e un'Unione Europea vieppiù militarizzata e "orbanizzata". Se questa linea fosse stata espressa quale orientamento di fondo dell'amministrazione italiana e non come semplice approccio propagandistico allora la definizione di "Italia priva di politica estera" sarebbe stata ben giustificata. Quel che è certo è che è necessaria una valutazione quanto gli ultimi avvenimenti (guerra all'Iran, posizione di Trump e di Israele, sconfitta di Orban: il tutto in un quadro interno post-referendum di forte difficoltà) potrebbero aver mandato all'aria tutto il castello di carte costruito dalla destra in nome di un recupero sovranista e sul come potrebbe essere orientato il quadro europeo in tutto questo trambusto. Lo sconcerto che sale dall'interno del sistema politico italiano sul tema della politica estera (oggi composta dall'intreccio tra guerra e crisi energetica con prospettive di vero e proprio "arretramento storico" nel sistema delle relazioni internazionali) non riguarda soltanto la destra di governo pro-tempore. In questo contesto che sicuramente è qui analizzato in maniera a dir poco lacunosa e che, invece, avrebbe bisogno di un ampio approfondimento la sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo. Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquiescenza ai meccanismi capitalistici di finanziarizzazione dell’economia e di conseguenza della guerra.



Nella situazione attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa come “spazio politico”, affidando alla questione della pace la necessaria centralità. Tornano così alla mente concetti che apparivano desueti quali quelli di “neutralità” o di “smilitarizzazione". Non è questa la sede per avanzare proposte immediate al riguardo di una situazione in così repentino sviluppo, ma appare proprio il caso di definire un ritorno alla riflessione su alcune concezioni di teoria politica. Potrebbe essere possibile allora avanzare una proposta di struttura politica europea fondata sulla ripresa di alcune prospettive di carattere costituzionale e al riguardo de ruolo degli organismi elettivi in un disegno di raccordo tra il lavoro dei Parlamenti Nazionali e di quello Europeo. La sinistra potrebbe tentare di muoversi per costituzionalizzare l'autonomia dell'Unione in parallelo con la nascita di uno spazio politico europeo nel quale agire in una dimensione di potestà sovranazionale. Una sovranazionalità che ritorni ad individuare un nesso con concetti come quello di campo smilitarizzato codificato in passato, tra gli altri, da Grozio, Wolff, Vattel e poi ripreso da più parti nel cuore della “guerra fredda”. Una sinistra sovranazionale che recupera la centralità del diritto pubblico europeo come proprio fondamento nel determinare l’indirizzo della propria politica e ritrovare autonomia nella contesa internazionale dominata dalle logiche cui è necessario sottrarsi pena essere travolti da una spirale distruttiva nella ricerca necessaria di una "identità europea".
A sinistra dovrebbe essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico corrispondente però ad una adeguata soggettività politica. Il punto di ripartenza potrebbe essere costituito da un’opposizione alla logica della guerra il cui senso potrebbe essere riassunto nell’indicazione, come già sostenuto in passato, di una “Zimmerwald del XXI secolo”. Un incontro tra forze diverse nel corso del quale porre le questioni fondamentali affrontando anche il tema del deficit di democrazia che affligge la vita politica del Continente.

venerdì 27 marzo 2026

DUE REFERENDUM A CONFRONTO
di Franco Astengo
 


Una delle tesi sostenute compilando questo lavoro è quella dell'importanza del voto al riguardo del referendum sul lavoro indetto dalla CGIL e svolto nel giugno 2025. Non si raggiunse il quorum ma il voto favorevole ai quesiti superò i 12 milioni di voti: non lontano quindi da quei 14 milioni di voti che hanno consentito di sconfiggere l'ennesimo attacco alla Costituzione. Un risultato accantonato frettolosamente come una sconfitta da dimenticare invece punto di raccolta di una aggregazione che ha funzionato da piattaforma per il risultato odierno. Come si vedrà le percentuali sul totale degli aventi diritto non risultano poi così tragicamente minoritarie. Abbiamo così provato a comparare il voto del No nel referendum costituzionale con il voto favorevole ai quesiti CGIL, regione per regione (percentuali sempre rigorosamente sul totale degli aventi diritto).
Le distanze percentuali minori tra il No 2026 e il voto favorevole ai quesiti CGIL 2025 si sono verificati in Piemonte e Lombardia rispettivamente con un meno 3,43% e un meno 3,76%: dimostrazione dell'esistenza di un problema operaio al Nord al di fuori da una più complessa "questione settentrionale". Appare evidente che in Piemonte e in Lombardia siano emersi settori (presumibilmente impegnati nell'industria) che hanno votato per i quesiti proposti dalla CGIL confermando soltanto parzialmente l'indicazione del sindacato nel referendum confermativo. Da notare ancora che il voto 2025 nelle due regioni ha avvicinato molto quello di Toscana ed Emilia tradizionali capofila delle cosiddette "regioni rosse" dove può essere permesso affermare che il voto segue in grandi dimensioni l'indicazione politica generale. In conclusione emergono alcune questioni di grande rilievo che dovrebbero impegnare da subito il fronte uscito vittorioso da questa contesa:
1) il considerare questo risultato del No nel referendum confermativo (considerata appieno la valenza politica) come punto d'appoggio fondamentale per la costruzione di una alleanza stabile e strutturata capace di proporre un'alternativa;
2) L'esistenza di un divario rilevante tra Centro Nord e Sud, accompagnato dell'acuirsi della diversità tra i centri urbani e le piccole città, gli entroterra, le periferie anche quale esito della crescita complessiva delle disuguaglianze;
3) La necessità di approntare una risposta alle problematiche giovanili. Il voto della generazione Z può essere stato originato, in questa occasione, da un moto per certi versi spontaneo di anelito democratico ma ha ora bisogno di consolidarsi attorno a una concreta capacità di proposta;
4) esiste una questione di "condizione materiale" (aggravata dalla crisi internazionale e dalle incertezze del governo prima di tutto intorno alla vicenda europea e della relazione con gli USA) che si riflette in particolare nelle aree più avanzate e suoi settori maggiormente coinvolti nella fase della post-globalizzazione e dell'innovazione tecnologica: il tema molto sentito dell'assenza di programmazione industriale ne fa parte appieno.

martedì 18 novembre 2025

L’ITALIA VERSO LA GUERRA


Salvador Dalì: Il volto della guerra

Quello che è successo ieri in Italia è di una gravità inaudita. Senza che nessun Paese straniero abbia attaccato i confini nazionali, senza che nessun Paese straniero concretamente lo minacci, il presidente della Repubblica Mattarella, capo delle Forze Armate, ha riunito il Consiglio Supremo di Difesa e ha prodotto il pericoloso Comunicato che qui riportiamo. Non c’è nessuna parola di saggezza in questo comunicato, nessun accenno ad una possibile via diplomatica da parte del nostro Paese per tentare una soluzione che non sia quella di gettare benzina sul fuoco. In violazione a quanto prescrive la Carta Costituzionale e al ripudio della guerra, non solo non è stato fatto alcun tentativo serio in questo senso verso il conflitto russo-ucraino, ma ci siamo schierati attivamente con uno dei due belligeranti mandando armi e danari per alimentare la guerra. Le più alte cariche dello Stato, compreso il presidente della Repubblica, stanno coinvolgendo attivamente la nostra Patria in un conflitto di cui non si vede la fine, e che potrà precipitare la nostra nazione, ed il mondo intero, in una immane catastrofe nucleare il cui esito non può che essere la fine dell’intero genere umano. Siamo scandalizzati da questo comunicato e grandemente sorpresi da un presidente che si considera un credente e un cattolico. Lo avevamo percepito come un uomo mite e prudente, ed invece si sta rivelando come un estremista privo di saggezza. Non si parla che di riarmo e di ordigni di sterminio; non si parla che di opporre a violenza altra violenza; alla barbarie altra barbarie. Come se la storia non avesse insegnato nulla; come se Hiroshima e Nagasaki fossero stati un pranzo di gala e non l’immane sterminio che conosciamo. Noi che amiamo la nostra Patria e la serviamo con disciplina ed onore, contrariamente a tanti uomini e donne che immeritatamente siedono sugli scranni delle nostre istituzioni, leviamo la voce ora perché essa non si copra di ignominia e di disonore; che non contribuisca alla cancellazione di tutti noi e della nostra straordinaria cultura alimentando la morte, e assicurandola a tutti noi e ai nostri figli e nipoti. Li avvisiamo che se persevereranno su questa strada, se non sentiremo parole di saggezza, chiederemo a uomini e donne della nostra nazione di firmare, da un capo all’altro della penisola, un provvedimento popolare per mettere in stato di accusa il presidente della Repubblica e il governo. Questo comunicato minaccia le nostre vite, questo comunicato prefigura lo sterminio dei nostri cari e dei nostri beni. [“Odissea]  

  

 
Il Presidente Mattarella ha presieduto il Consiglio Supremo di Difesa
 

Comunicato
Si è riunito oggi, al Palazzo del Quirinale, il Consiglio supremo di difesa, presieduto dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Alla riunione hanno partecipato: il Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni; il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani; il Ministro dell'interno, Matteo Piantedosi; il Ministro della difesa, Guido Crosetto; il Ministro dell'economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti; il Ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso; il Capo di Stato maggiore della difesa, Generale Luciano Portolano.
Erano altresì presenti il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano; il Segretario generale della Presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti; il Consigliere del Presidente della Repubblica per gli Affari del Consiglio supremo di difesa e Segretario del Consiglio, Francesco Saverio Garofani.
Il conflitto in Ucraina non mostra segnali di distensione. Il Consiglio osserva con preoccupazione l’accanimento della Russia nel perseguire, ad ogni costo, i propri obiettivi di annessione territoriale. Kiev resta bersaglio di continui bombardamenti contro infrastrutture critiche e civili, con gravi interruzioni energetiche e numerose vittime; il prezzo sostenuto dalla popolazione è sempre più pesante e iniquo.
Il Consiglio ha confermato il pieno sostegno italiano all’Ucraina nella difesa della sua libertà. In questo senso si inquadra il dodicesimo decreto di aiuti militari. Fondamentale rimane la partecipazione alle iniziative dell’Unione Europea e della NATO di sostegno a Kiev e il lavoro per la futura ricostruzione del Paese.
Il conflitto ha mostrato una trasformazione nella condotta delle azioni militari soprattutto per quanto riguarda l’impiego di droni, che la Russia utilizza anche violando lo spazio areo della NATO e dei Paesi dell’Unione Europea. Se da un lato tali azioni hanno confermato la prontezza dell’Alleanza Atlantica, dall’altro evidenziano anche la necessità per l’Europa di adeguare le capacità ai nuovi scenari attraverso la definizione di progetti d’innovazione come quelli contenuti nel Libro bianco per la difesa 2030.
Sul fronte mediorientale, il Consiglio valuta positivamente il raggiungimento del cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi.
Desta grande preoccupazione il perdurare di episodi di violenza che causano un alto numero di vittime tra i civili.
Va ribadito che i sentimenti suscitati dagli avvenimenti a Gaza non possono confluire in quello ignobile dell’antisemitismo che oggi appare talvolta riaffiorare.
Il Consiglio sottolinea che una pace duratura richiede un approccio regionale e multilaterale, capace di bilanciamento tra poteri locali e impegno internazionale, e deve necessariamente garantire il disarmo di Hamas. È indispensabile l’attuazione del piano di pace di Sharm el-Sheikh, mantenendo il rispetto del cessate il fuoco da ambo le parti, con l’obiettivo finale di giungere alla conclusione dell’occupazione militare delle forze israeliane nella Striscia di Gaza e di avviarne la ricostruzione.
In questo senso l'Autorità nazionale palestinese è un interlocutore fondamentale per l'Italia e la Comunità internazionale.
L’Italia è presente nell’assistenza umanitaria nella Striscia di Gaza e farà la sua parte anche per l’addestramento delle forze di Polizia palestinesi, e nella partecipazione alle iniziative dell’Unione Europea e della comunità internazionale.
Il Consiglio ribadisce che una pace duratura nella regione è possibile solo attraverso il riconoscimento e la realizzazione della soluzione “due popoli due Stati”.
Il Consiglio ha preso in esame la situazione nel Sud del Libano, dove il quadro di sicurezza continua ad essere fragile, con perduranti violazioni della risoluzione n. 1701 del 2006 e il ripetersi di inaccettabili attacchi da parte israeliana al contingente di UNIFIL, attualmente a guida italiana.
Anche in relazione alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di concludere la missione UNIFIL, resta ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu, favorendo l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi.
È stata affrontata inoltre la situazione critica in Libia e nel Sahel. Si tratta di un’area cruciale per la sicurezza del continente europeo.
Il Consiglio esprime forte allarme per il perdurare della guerra civile in Sudan, causa di una gravissima crisi umanitaria.
L’Italia rimane impegnata per la stabilizzazione dei Balcani, in cui emergono alcune forti tensioni bilaterali.
Il Consiglio valuta che le potenziali minacce derivanti da presenze ostili nel Mediterraneo meritino attenta considerazione anche da parte della NATO.
Il Consiglio ha affrontato il tema della minaccia ibrida proveniente dalla Russia e da altri attori stranieri ostili, quale sfida complessa per la sicurezza dell’Europa e dell’Italia nonché per l’integrità dei processi democratici.
Il Consiglio ha evidenziato i gravi rischi di una minaccia in continuo incremento, basata sulla pervasività e diffusione di attività offensive fondate sulla velocità, sul volume e sull’ubiquità della tecnologia digitale, nonché sull’impiego malevolo dell’Intelligenza Artificiale.
Il Consiglio ha espresso preoccupazione per la manipolazione dello spazio cognitivo, attraverso campagne di disinformazione, interferenze nei processi democratici, costruzione di narrazioni polarizzanti e sfruttamento delle piattaforme digitali per indebolire la fiducia nelle istituzioni e minare la coesione sociale.
A ciò si affiancano le operazioni cyber che possono avere come obiettivo le infrastrutture critiche, reti sanitarie, sistemi finanziari e piattaforme logistiche, con il fine di causare interruzioni, ritardi, frizioni e sfiducia sistemica.
Il Consiglio ha condiviso la necessità, sottolineata anche in ambito europeo e dell’Alleanza Atlantica, di mantenere alta la vigilanza sulla tutela delle infrastrutture critiche nazionali, nella difesa contro gli attacchi cyber e nella dimensione cognitiva.
Alle dimensioni tradizionalmente note si aggiungono oggi anche il dominio spazio e la dimensione subacquea, due ambiti la cui importanza va crescendo in modo esponenziale.
L’insieme di queste minacce rappresenta una sfida alla quale occorre reagire con necessaria tempestività e capacità, anche attraverso la definizione di nuovi strumenti.
Il Consiglio, al termine dei lavori, ha espresso sentimenti di intensa vicinanza e gratitudine per tutti i militari impegnati nelle varie operazioni in Italia e all’estero e, in particolare, per i militari italiani impegnati nella missione UNIFIL nel sud del Libano e in quelle nel fianco Est dell’Alleanza Atlantica, aree particolarmente critiche, per l’esemplare professionalità manifestata nell’assolvimento del loro compito.
Roma, 17/11/2025 (II mandato)

domenica 19 ottobre 2025

SONATA IN DUE MOVIMENTI
di Francesca Mezzadri


 
Questa nota di Francesca Mezzadri è comparsa su “Satisfiction” martedì 14 aprile 2025. “Odissea” ringrazia autrice e Redazione per averne autorizzato la riproduzione.
 
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La rappresentazione della figura femminile nella letteratura milanese del Novecento e del primo ventennio del Duemila offre una chiave di lettura preziosa per comprendere i mutamenti sociali, culturali e linguistici di una città in trasformazione.
 
Giuseppe Marotta, con Le Milanesi (1962), e Angelo Gaccione, nei racconti contemporanei di Sonata in due movimenti (Di Felice Edizioni, 2022), seppur distanti nel tempo, rappresentano tappe fondamentali di un percorso evolutivo che riflette la trasformazione della donna e dei costumi a Milano. Questo confronto consente di analizzare come linguaggio e rappresentazione femminile riflettano le profonde tensioni tra tradizione e modernità.



Gaccione vs Marotta: l’evoluzione del linguaggio, dei costumi e della femminilità. 
Nel confronto tra i testi di Marotta e Gaccione emerge con chiarezza come la narrazione femminile e la rappresentazione linguistica diventino strumenti potenti per indagare i mutamenti culturali.
In Marotta, il linguaggio è sommesso e spesso allusivo: la donna è presenza più che parola. Il ritmo pacato e le espressioni eufemistiche creano un’atmosfera di pudore e rispetto. Desideri e sentimenti sono velati, nascosti dietro azioni quotidiane o dettagli d’ambiente, sottolineando la marginalità di una donna costretta a confrontarsi con una società conservatrice. 
Nella raccolta di Gaccione, invece, predomina un parlato colloquiale, tagliente e diretto, a volte persino rude. Frasi come “No, io non ci sto. Se dicono una sciocchezza, io sottolineo che quella è una sciocchezza” abbattono ogni diplomazia retorica. Il corpo femminile, con tatuaggi e piercing, diventa simbolo di rottura e autonomia. I dialoghi, scanditi da interiezioni, ripetizioni e frasi brevi, esprimono una vitalità nervosa e sincera che respinge ogni ipocrisia.
Questa scelta stilistica non solo trasmette l’urgenza delle nuove questioni femminili, ma rende tangibile il conflitto generazionale, l’insofferenza verso i cliché e il desiderio di raccontarsi senza filtri. 
Nel suo saggio Inclinazioni femminili, Adriana Cavarero evidenzia come la voce femminile in letteratura sia passata da un paradigma di “voce murata” a una “voce che reclama spazio e riconoscimento”. La conquista della parola è, per Cavarero, un atto di ribellione e di esistenza. 
Applicando questa lettura, Marotta rappresenta la “voce murata”, rispettosa delle convenzioni e della discrezione, mentre Gaccione incarna la “voce ribelle”, pronta a esprimere l’interiorità femminile con forza e irriverenza, scuotendo l’ordine costituito. 
L’opera di Gaccione non si limita a raccontare, ma riplasma la narrazione femminile, troppo a lungo addomesticata o marginalizzata. La sua scrittura pulsa di una vitalità anarchica, sfidando il lettore a immergersi in un’esperienza emotiva e intellettuale senza protezioni. 
Lungi dall’essere cronaca, i suoi testi evocano, disarmano e affondano con lucidità chirurgica: una scrittura a sangue freddo che lascia storditi, tattile e quasi epidermica, che scrostando la realtà mette a nudo le contraddizioni più intime e scomode.


 

La lingua e la città 
Gaccione valorizza il linguaggio diretto e vernacolare contemporaneo, sottolineandone la forza espressiva e la capacità di rompere con schemi tradizionali. Il narratore impiega dialoghi vividi e termini forti (“stronzate”, “pirla”, “sclerata”), che traducono la volontà di immediatezza e verità vissuta, mentre sotto la superficie emergono introspezione, idealismo e disincanto. I racconti si svolgono in una Milano reale e concreta – con luoghi precisi come Ticinese, Porta Romana, quartieri cittadini – che si fa anche simbolo di una vita urbana dove il nuovo (spiritualità orientale, tattoo, yoga, movimenti minoritari) convive con il vecchio (giudizio, conformismo, ipocrisia). Gaccione si conferma autore “fuori dal coro” non solo per i contenuti, ma per la sua audace e istintiva poesia del quotidiano, radicata in una Milano vivace, crudele e meravigliosamente reale. La sua scrittura è un jazz nervoso e improvvisato che, pur disturbando le orecchie abituate a melodie più dolci, rivela un’energia vitale impossibile da ignorare.


 
Le donne di Gaccione e Marotta: un confronto 
Nei racconti di Gaccione, la donna si presenta complessa, contraddittoria, desiderante: cinica e vulnerabile, ferocemente consapevole di un potere che scardina il maschile tradizionale. Diversamente dalle “Milanesi” di Marotta, tratteggiate con indulgenza e ironia, Gaccione disintegra la patina borghese e sentimentale che un tempo accompagnava la figura femminile. Le sue donne non rappresentano un’idea, ma incarnano uno scarto, un’interruzione. Il suo stile è crudo e tagliente, a tratti brutale, ma mai banale: dialoghi serrati, tensione, punteggiatura incalzante creano un ritmo teatrale che richiama un monologo interiore con musicalità post-noir. Voce narrante e personaggi si sovrappongono in un flusso interrotto da scontri e domande più che da risposte. Il linguaggio di Gaccione rompe il bon ton letterario per sondare la realtà psichica e sociale con onestà brutale, richiamando l’intensità di autori come Testori o il teatro di Fassbinder.


 
Tematiche e caratteri 
I racconti ruotano attorno a temi quali identità, desiderio, ipocrisia, solitudine, lotta contro il conformismo, rapporto corpo/potere, e uno sguardo disincantato sulla società contemporanea. Da Cornelia a Greta, da Morgana a Sandra, ogni personaggio si costruisce come specchio deformato del maschile narratore, ma mai subalterno. Vi è un rifiuto netto dei modelli sociali stereotipati. Spesso sono le donne a detonare le dinamiche di potere e smascherare imposture sociali e sessuali. La narrazione maschile, spesso filtrata da narratori interni, è segnata da una crisi profonda, una resa intellettuale di fronte al crollo delle illusioni sentimentali, politiche e culturali. L’uomo di Gaccione è spesso inadeguato, narcisista, spettatore smarrito davanti a donne che lo abitano e lo dissolvono.


 

Conclusioni
Gaccione non è un autore accomodante o indulgente. La sua scrittura, frenetica come un bisturi durante un intervento a cuore aperto, è antipatica nel senso migliore: originale, non stereotipata, lunare. Racconta la realtà riflessa, leggermente deformata, come un vecchio vinile jazz graffiato che inchioda il lettore alla sedia. Nei suoi racconti milanesi, Gaccione rifonda il racconto urbano, scomodo ma necessario, coraggioso nella forma e microscopico nell’indagine psicologica. Le sue donne non chiedono scusa, e nemmeno i suoi uomini. Per questo il lettore deve schierarsi, farsi coinvolgere o abbandonare il campo.
 Il confronto con Marotta mostra come, attraverso la narrativa, la figura femminile si sia evoluta da presenza protetta e silenziosa a soggetto attivo, capace di usare la parola per affermarsi e sfidare i tabù. Il linguaggio diventa così strumento di libertà e conflitto, e la rappresentazione della donna riflette le ambiguità di una società in trasformazione. La Milano di Marotta e quella di Gaccione sono due volti di una stessa città, due momenti di una storia che racconta non solo la donna, ma l’anima stessa di una città e di un paese in continuo cambiamento. 
Ed è proprio questa la cifra di un autore che, senza proclami, fa letteratura vera.

 

Angelo Gaccione
Sonata in due movimenti
Di Felice Edizioni - 2022
Pagine 254 - € 15,00
 
L’Autrice


Francesca Mezzadri

Francesca Mezzadri lavora come ricercatrice di Filologia e Letteratura italiana in ambito universitario. Collabora, come critico letterario e narratore con la rivista Satisfiction. Ha pubblicato in “Archivio Storico per le province parmensi”, Parmenio Bertoli, la drammaturgia dell’Ottocento, Edizioni Biblioteca Palatina, Parma, 1995. Collabora con il quotidiano La Gazzetta di Parma e altri numerosi organi di stampa. A Milano ha lavorato come organizzatore di eventi d’arte contemporanea presso la celebre Galleria Marconi. Nell’ambito di tale attività ha curato la pubblicazione del volume Artwave a rightwave 2001 - Rassegna d’arte contemporanea, Rimini Fiera 2001. Nel 2019 ha curato una mostra fotografica di inediti del Maestro Mario De Biasi patrocinata dal Comune di Foggia presso il Palazzetto dell’Arte Andrea Pazienza. 

martedì 23 settembre 2025

ECONOMIA E INDUSTRIA
di Franco Astengo
 


Riportiamo dall'inserto economia del "Corriere della Sera" (22 settembre 2025), la parte iniziale di un articolo che illustra la classifica delle prime 500 aziende a livello globale secondo l'analisi di Kpmg sui fatturati:
"Prendiamo l'Italia. Le uniche cinque imprese nella classifica dei 500 big mondiali esprimono due settori, energia e servizi finanziari e vengono dopo centinaia di altre aziende d'altra geografia".
Constatato che le due aziende energetiche rappresentano derivati delle antiche nazionalizzazioni facciamo un salto all'indietro di 25 anni: all'epoca le presenze italiane nelle prime 500 posizioni erano 10 e fra queste 4 rappresentanti di settori industriali strategici (Fiat, Olivetti, Iri, Montedison: auto, elettronica, siderurgia, chimica) e due nel campo energetico (sempre Enel ed Eni) mentre le aziende di servizi finanziari si trovavano in ben altra posizione di classifica (nel corso di questi 25 anni Generali è scesa dal 35° posto al 104°).
Nel frattempo il fenomeno si è ripercosso a livello mondiale: il primato infatti è passato dalla General Motor a Walmart (distribuzione) seguita da Amazon, State Grid Corporation China (la più grande distributrice di elettricità nel mondo) e Saudi Aramco (petrolio).



Le ragioni di questo mutamento sono dovute sia al fattore finanziarizzazione dell'economia (protagonista della grande crisi 2007-2008) sia al fattore "energivoro" reso sempre più strategico nella transizione digitale (non sviluppiamo qui, per ragioni di economia del discorso, la riflessione sulle esigenze idriche che saranno moltiplicate dall'avanzata dell'IA).
L'Italia con l'UE si trova ormai ai margini dell'economia globale: altro che "pranzo della domenica" e "made in Italy", anche il "militare" dalle tecnologie più sofisticate ormai è compreso all'interno di intese con Stati a democrazia limitata come la Turchia (succede con evidenza nell'industria militare ligure e a livello strategico nelle principali reti di relazione stabilite da Leonardo).
In questi 25 anni abbiamo vissuto la vera e propria tragedia della privatizzazione della siderurgia, la completa sparizione degli altri settori dell’industria di base ad alta concentrazione di mano d’opera dalla chimica all’elettromeccanica all’elettronica. Appare ormai completo il depauperamento di una realtà che era fatta di produzione, know-how, ricerca. Pensiamo soltanto alla proprietà della rete digitale, con il passaggio alla KKR della maggioranza nella rete TIM (KKR è un fondo di investimento USA).



È interamente vincolato dall'esportazione (e quindi oggetto la cui stabilità deriva dalle impennate daziarie) il “secondo modello” della nostra produzione industriale: quello geograficamente concentrato sulla dorsale adriatica e nel Nord-Est, fatto di medie aziende, di prodotti manifatturieri finiti, di marchi di grandissimo prestigio.
È la fine di un modello sul quale  da più parti, nella politica come nel sindacato, si era molto forzato  fin dagli anni’80: quello dei “distretti”, della specializzazione, dell’intensificazione esasperata dello sfruttamento operaio, tragicamente beffato  con “chiusure” meramente speculative e “delocalizzazioni”  (anche fatte alla chetichella, di notte, trasferendo i macchinari in condizioni analoghe alla fuga della Casa Reale a Brindisi dopo l’8 Settembre).



Da Natuzzi a Berloni a Ideal-Standard, a tantissimi altri, le nuove condizioni di competitività internazionale e la complessità della crisi colpiscono il lavoro operaio risparmiando soltanto la voglia di profitto dei soliti “padroni del vapore”. L’attenzione su questi fatti è intenzionalmente resa minima, del tutto insufficiente rispetto alla loro gravità: l'establishment al comando della politica e dell'economia sembra proprio non avere la capacità di vedere le grandi questioni nella loro interezza, nella loro prospettiva nazionale e internazionale nel frattempo resa ancora più complessa dalla crescita dei pericoli di guerra in un quadro complessivo di vera e propria tragedia ancora sul piano umanitario
Premessa la necessità di un quadro di riferimento a livello europeo potrebbe apparire velleitario proporre una "Vertenza Industria" fondata su di un ruolo diverso dello Stato attraverso una ripresa "forte" di capacità di coerente programmazione prioritariamente rivolta alle infrastrutture, all'utilizzo delle aree industriali, all'innovazione tecnologica, alla competitività di settori strategici nei quali la mano pubblica svolga davvero una funzione di regia e di propulsione produttiva?


 

mercoledì 23 luglio 2025

ELEZIONE DIRETTA
di Franco Astengo


Il sindaco di Milano Sala
 
Il sistema politico italiano sta attraversando una fase molto complessa e difficile da interpretare, in particolare sul versante dei livelli di "governance" teoricamente più vicini ai problemi concreti del territorio: Regioni e Comuni.
 Stiamo assistendo alla vicenda "Milano" (evidente esplicitazione dell'esistenza di una corrente "Sinistra per ricchi") al balletto per la scelta delle candidature per le prossime regionali sia sul versante del centro-sinistra sia della destra e altri episodi sparsi come quello riguardante l'ex-sindaco di Pesaro che confermano però una tesi generale che vorremmo esporre.
L'elezione diretta di Sindaci e Presidenti di Regione (erroneamente definiti "Governatori" con una impropria attribuzione giornalistica) da elemento di stabilità (come nelle intenzioni delle leggi istitutive) si è trasformata in fattore di blocco della dinamica democratica, formazione di gruppi separati (con l'intreccio politica/amministrazione favorita da un altro tipo di legislazione, come quella "Bassanini", presuntamente modernizzante), contribuendo a svuotare i partiti politici riducendoli - in pratica - a comitati elettorali cui approdano di frequente carrieristi di vario stampo.
L'elezione diretta ha stravolto il rapporto tra personalizzazione ed etica della responsabilità a vantaggio della prima modificando anche la relazione tra il soggetto investito del ruolo e la coalizione di diversi che è necessario costruire per fronteggiare in un sistema politico articolato come quello italiano la logica del maggioritario. Vediamo gli effetti di questo stato di cose di cui Milano (ma non solo) rimane punto emblematizzante. Sono in atto fenomeni che richiederanno profonde trasformazioni proprio nella capacità d’indirizzo nel governo della cosa pubblica. Sviluppo alcuni esempi: lo spostamento “fisico” nella possibilità di utilizzo di servizi sociali; l’innalzamento di qualità nella sostenibilità ambientale dei centri urbani; l’adeguamento dei centri storici alle esigenze di un turismo di qualità e dimensione diversa rispetto a quello rutilante del consumismo di massa; un tipo di ristrutturazione urbana per costruire un’offerta di case in modo tale da rendere appetibile la possibilità di trascorrervi molto più tempo di quanto non fosse in passato; un’attrezzatura culturale e sociale adeguata a una inedita offerta di tempo libero; la fluidità dei trasporti collettivi; l’equilibrio tra il centro e le periferie cittadine.



Tutte queste vere e proprie necessità sono negate dalla logica della concentrazione di capitali sul piano speculativo che alla fine rendono ricchezza privata e negano ricchezza pubblica. Sono cambiate troppe cose in una misura molto ampia e occorre ripensare anche i riferimenti istituzionali: la governabilità rappresentata dalla personalizzazione minaccia di rappresentare il grimaldello da cui può passare lo svuotamento della democrazia fondata sulla rappresentanza e di conseguenza agevolare il salto verso l'autocrazia. Sarà necessaria una seria rivisitazione dell'impianto istituzionale riflettendo, anche a livello locale, su alcuni punti essenziali che rendono fragile l'insieme del nostro sistema politico: ruolo dello Stato e rapporto centro /periferia; deficit di rappresentanza politica e crisi della governabilità; funzione decisionale e di orientamento sociale e culturale degli strumenti dell'innovazione comunicativa fin qui usati dalla politica in esclusiva funzione propagandistica nel quadro generale di trasformazione della democrazia rappresentativa in democrazia del pubblico fino a "democrazia recitativa" (in un quadro sociale egemonizzato dall'individualismo competitivo). Nel dibattito che a sinistra dovrà necessariamente aprirsi sarebbe utile che trovassero spazio i temi della strutturazione istituzionale e una riflessione, finalmente attenta, sui guasti della personalizzazione della politica e della conseguente elezione diretta in vista anche della costruzione necessaria di una forte opposizione al premierato che, in caso di referendum, dovrà riguardare l'intero corpo elettorale nelle sue articolazioni e sfaccettature culturali e sociali.

sabato 3 maggio 2025

PIAGGIO - LEONARDO - BAYKAR
di Franco Astengo



Questo intervento è stato elaborato sulla spinta di almeno due (si ritiene legittime) preoccupazioni: 1) la stretta vicinanza (che non data da oggi) tra il governo italiano e un'autocrazia militarista al limite della dittatura come quella turca; 2) la collocazione strategica degli stabilimenti liguri di Piaggio dopo l'accordo tra Leonardo e Baykar che ha allargato il campo dopo l'acquisizione di Piaggio. Sorgeranno sicuramente problemi di management, direzione operativa, tecnologia, linee produttive e di carattere geopolitico (riferimento in tutti i campi del governo di questa destra populista, corporativa e soprattutto preoccupata di estendere le maglie del proprio potere clientelare).



L'accordo Baykar-Leonardo che segue l'acquisizione di Piaggio Aerospace da parte dell'industria militare turca va seguita con grande attenzione, in particolare in Liguria. Il colosso turco dei droni Baykar ha firmato un accordo preliminare storico con il gigante della difesa italiano Leonardo, segnando un nuovo capitolo nei crescenti legami strategici tra Turchia e Italia, e nella crescente influenza turca nel settore globale della difesa. L'accordo - che si concentra sulla cooperazione nello sviluppo e nella produzione di veicoli aerei senza pilota (UVA) e tecnologie avanzate - è stato uno dei numerosi protocolli firmati durante il Quarto Vertice Intergovernativo Türkiye-Italia, co-presieduto dal Presidente Recep Tayyip Erdogan e dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Roma martedì. Baykar, noto soprattutto per la produzione dei droni Bayraktar TB2, già testati in combattimento, e dei più avanzati droni Akinci, è emerso come un attore di primo piano nelle esportazioni globali di UAV. L'azienda ha venduto i suoi sistemi a oltre 30 Paesi e ha attirato l'attenzione internazionale per l'efficacia dei suoi droni in conflitti come quelli in Ucraina, Libia e Karabakh. La joint venture coinvolgerà anche gli stabilimenti di Tonchi dei Legionari, centro specialistico nel settore unmanned (senza equipaggio), Roma Tiburtina per lo sviluppo delle tecnologie integrate multi-dominio e Nerviano per l'offerta di soluzioni congiunte per il settore Spazio. L'acquisto di Piaggio Aereospace secondo quanto riportato includeva infrastrutture di produzione di valore e competenze nel settore aeronautico, è stato ampiamente interpretato come parte della strategia più ampia di Baykar per stabilire una presenza in Europa e ottenere accesso al mercato della difesa dell'UE.


 
Ora si tratta di verificare prima di tutto il ruolo dell'industria pubblica italiana nel campo degli armamenti. Per quel che riguarda Piaggio le questioni relative alle fabbriche di Villanova d'Albenga e Sestri ponente appaiono essenzialmente due:
1) La questione tecnologico-strategica. Andranno verificate le prime dichiarazioni dei dirigenti turchi sul "preservare l'identità storica di Piaggio" soprattutto alla luce dell'accordo Baykar-Leonardo. Non è questione semplicemente di richiedere chiarezza sugli eventuali piani industriali. Il punto risiede sullo sviluppo della capacità tecnologica dello stabilimento Aerospace in rapporto al tipo di produzione che sarà sviluppato: ristrutturazione delle linee, sedi di elaborazione dello sviluppo tecnologico. Sono questi i nodi del tipo di sviluppo produttivo che si intende perseguire da cui dipendono - ovviamente - i livelli occupazionali. Senza contare come si presenti un problema di indotto e di eventuale adattamento. Nessuno nega che l'Italia debba costruire droni ma che questa produzione strategica debba dipendere da una autocrazia militarista armata fino ai denti e fortemente aggressiva nella sua strategia nazionalista dovrebbe far riflettere;
2) Il tema territoriale. Va ricordato che lo stabilimento Piaggio Aerospace di Villanova d'Albenga assieme ad Alston di Vado Ligure (trazione ferroviaria) risulta essere uno degli ultimi baluardi della presenza industriale nella provincia di Savona, la più anziana d'Italia, 69° posto nella classifica della vivibilità stilata dal "Sole 24 ore" e 94a rispetto al tema del lavoro. Appare fin troppo evidente che siamo ad un delicatissimo passaggio nella stessa prospettiva economica e produttiva della provincia di Savona: un passaggio che (considerati anche i ritardi accumulati con la debolezza dimostrata dal progetto di crisi industriale complessa che ha lasciato in sospeso il tema della reindustrializzazione della Val Bormida e del Vadese) potrebbe anche rappresentare un momento di definitiva cesura in una prospettiva di recupero industriale necessario per far sì che la provincia di Savona non sprofondi definitivamente in logiche di servizio speculativo, corporativo, di "lavoro povero".



In conclusione sul piano più generale: le scelte di politica industriale del governo e le strategie produttive di Leonardo e degli altri protagonisti del settore hanno portato a più alte quotazioni di Borsa e a maggiori dividendi per gli azionisti, ma fanno delle produzioni militari un “cattivo affare” per l’economia e l’occupazione in Italia. In Italia come in Europa, un allargamento del “complesso militare industriale” non fa che alimentare il riarmo e i rischi di estensione dei conflitti, mentre il governo di destra oscilla privo di un qualsiasi riferimento di politica estera che non sia quello di un richiamato antistorico ad una sorta di "interventismo di ritorno" contrabbandato come interesse nazionale e addirittura del "nazionalismo occidentale". In questo senso l'accordo Leonardo-Baykar e il passaggio di Piaggio Aerospace non fa che alimentare legittime preoccupazioni: vocazione bellica, finanziarizzazione, interessi azioni intrecciati a quelli geopolitici potrebbero rappresentare un ulteriore punto di sviluppo di crisi industriale nella rinuncia a una capacità di riconversione e questo avviene mentre ulteriori produzioni strategiche stanno abbandonando il Paese come nel caso di Portovesme, dove si producono principalmente zinco e piombo. Su tutto questo fin qui descritto continua a stagliarsi l'ombra fosca del nucleare. 

venerdì 28 marzo 2025

ODESSA, VITA QUOTIDIANA E BOMBARDAMENTI
di Christian Eccher



In centro

Il bagliore delle luci gialle del centro si riflette sul selciato bagnato e sulle nuvole basse, da ore sospese e immobili sulla città; lungo la via pedonale “Primorskaya”, luccicante e pulita, che inizia nei pressi del Teatro dell’Opera e del Municipio, ci sono poche persone a passeggio, quasi tutti giovani. Sulla sinistra si ergono maestosi e fieri palazzi, che, con i loro stucchi e gli eleganti balconi, guardano al mare: in passato, Odessa si presentava così ai naviganti, con l’orgoglio e la fierezza di una ricca e gentile architettura. La parte destra della passeggiata è invece aperta e, come da una terrazza, permette la visione dell’intero golfo e del porto, da cui sopraggiungono rumori di camion che scaricano le merci, di treni in arrivo e di gru che caricano container carichi di grano su navi invisibili: a causa dei continui attacchi dei russi all’infrastruttura portuale, le imbarcazioni ancorate ai moli tengono spente l’illuminazione di bordo.



Tranquillità e poi droni

Le giornate trascorrono tranquille, Odessa è una città viva e la guerra sembra lontana, relegata alle zone più orientali dell’Ucraina. La gente va a lavorare, i tram gialli e rossi si scuotono al passaggio lungo gli spaziosi boulevard che portano in periferia e tutto sembra essere normale e in perfetto ordine. Quando però cala la sera e la notte si distende sul Mar Nero e sui territori stepposi del sud dell’Ucraina, l’ululato sinistro delle sirene antiaeree ricorda alla gente, già chiusa nelle proprie case e nei propri appartamenti, che il conflitto è presente, e che si combatte anche qui. In una sera di marzo, in cui l’aria di brezza dal mare profuma già di primavera, proprio nei giorni in cui i primi teneri germogli sbocciano sugli alberi che costeggiano la scalinata Potemkin, la Russia scaglia l’ennesimo attacco contro Odessa, questa volta con droni di tipo “Shahed”. Fra l’urlo delle sirene, si sentono distinti i colpi di contraerea che rimbombano in tutta la città. Nel cielo, compaiono le scie rosse dei proiettili della contraerea, come fossero stelle cadenti che hanno però origine dal mare e che vanno verso il cielo. Un boato scuote la zona dell’aeroporto: un drone o i resti di un drone hanno colpito un edificio civile della periferia, un deposito di giocattoli e una zona in cui si trovano anche dei depositi di carburante. Dopo mezz’ora di dura battaglia celeste, l’allarme aereo finisce e la città ritrova la calma della notte. Al mattino, il cielo è cupo e un sole pallido fa capolino a est. Non si tratta di nuvole ma della coltre di fumo proveniente dalla zona bombardata. Una colonna altissima e nera si alza da un punto indefinito all’orizzonte e il vento in quota la disperde ad alta quota. L’odore di bruciato è ovunque e l’incendio e il fumo rimarranno visibili per altre 24 ore.



Il porto
La colonna di fumo si estende verso la periferia orientale della città, spinta dai venti occidentali. Nella zona del porto, sormontata dalla coltre di foschia nera, c’è un gruppo di case unifamiliari incassate fra la periferia e i moli. Ci si arriva con il tram che segue la strada magistrale per Mykolaiv. In prossimità del porto, ci sono edifici distrutti e incendiati; Odessa è stata colpita più volte dai russi con droni e missili proprio nel suo punto nevralgico, il porto appunto. Dopo il mancato rinnovo dell’accordo sul grano, nel 2023, il Cremlino ha continuato a bombardare quest’area della città, che comunque continua a essere produttiva e funzionale. A livello infrastrutturale, solo il 30-40% degli edifici del porto è in funzione, ma l’export è tornato quasi ai livelli prebellici. Da Odessa partono soprattutto grano e prodotti siderurgici.



La periferia e la casa di Maria
Cala la sera e subito appare chiaro il contrasto fra la periferia e il centro della città. Qui le vie sono poco illuminate, la strada principale è molto trafficata e, verso l’interno, dalla parte opposta del porto, si vedono soltanto le luci fioche delle case unifamiliari a un piano. In una di queste vive Maria con la mamma Irina e i suoi due figli Vladimir e Anna (i nomi sono inventati). L’abitazione è molto vecchia, è stata costruita dai tedeschi che abitavano a Odessa negli anni ’40 e all’interno ci sono tre stanze e un bagno, composto soltanto da un cesso e un lavandino. Non ci sono né la doccia né la vasca da bagno. “Sono tornata a vivere qui con mio figlio dopo che mio marito è morto in guerra, per abbattere i costi e per non lasciare sola mia madre” dice Maria, mentre beviamo un tè alla luce fioca del soggiorno. Accanto al tavolo, c’è un divano letto su cui dorme la madre, che in questo momento riposa perché non si sente bene. Le chiedo di parlarmi delle circostanze in cui è morto il marito. “È partito volontario per il fronte ed è ufficialmente scomparso senza lasciare traccia nel luglio scorso. Per lo Stato non è morto, per questo non prendo neanche la pensione che spetta alle vedove”. Le chiedo come faccia a essere certa della morte del marito: “Per prima cosa, se un soldato finisce prigioniero dei russi, si viene sempre a sapere. Seconda cosa, basta guardare le mappe di avanzata del fronte: il giorno in cui mio marito è morto, ci sono stati dei combattimenti furiosi proprio nella zona in cui si trovava, che non è controllata da nessuno degli eserciti. Mio marito è rimasto lì, né lo hanno catturato né è tornato indietro. Probabilmente non è stato neppure sepolto...”. 



Maria ha lo sguardo duro, gli occhi vitrei di chi è abituato alle difficoltà. Da bambina, la madre alcolizzata l’ha abbandonata; lei è cresciuta in un internato sovietico, dove ha vissuto violenze di ogni tipo. Una volta maggiorenne, la madre, che è riuscita a disintossicarsi, l’ha cercata e lei l’ha perdonata. A 20 anni ha partorito Vladimir, che adesso ha 24 anni, e si è sposata. In un secondo tempo è nata Anna, che ora ha 15 anni. Ironia della sorte, i genitori del marito vivono in Russia, a Mosca, e non sanno della fine del congiunto. Sono anziani e non reggerebbero al dolore. Il marito di Maria, prima di partire per la guerra, aveva esclamato: “Vado a sparare addosso ai miei, e i miei spareranno addosso a me!”.
Maria lavora come donna delle pulizie per un’azienda di Odessa e presta servizio anche in case private. Nella fabbrica per cui lavora, guadagna 900 grivenj al giorno (circa 20 euro). “Adesso stiamo abbastanza bene economicamente, ma io devo lavorare 14 ore al giorno - continua Maria - vorrei ristrutturare questa casa, ma Vladimir non vuole, dice che è meglio aspettare la fine della guerra”.



Progetti futuri e il missile Iskander
Mentre la mamma parla, Vladimir entra nella stanza. Un fisico atletico, la barba lunga e rossa e un tatuaggio sul braccio destro, con scritte indecifrabili. “Mamma, te l’ho già detto! Devi essere razionale: viviamo vicino al porto, un missile potrebbe distruggere tutto da un momento all’altro. Ristruttureremo a guerra finita!”. Maria risponde prontamente: “Io dico che dobbiamo ricostruire ugualmente. È un modo per essere attivi e per non arrendersi alla guerra. Continuare, continuare, continuare, se poi ci danneggiano la casa, lo Stato ci aiuterà a ristrutturarla di nuovo!”. “Se invece il missile ci colpisce direttamente, il problema è risolto per sempre”, dice Vladimir, mentre ride e prende una bottiglia di rum dalla credenza appoggiata sul muro antistante al letto. Vladimir è uno dei tanti giovani che si nasconde per non essere arruolato nell’esercito. “Ho perso molti amici e mio padre, mia madre insiste perché io non mi arruoli. Ci avevo pensato, ma credo di avere delle responsabilità nei confronti della mia mamma, di mia sorella e di mia nonna”. 



Alla domanda sul perché volesse arruolarsi, risponde con lo sguardo serio di chi ha riflettuto a lungo: “Vedi, ritengo che l’invasione della Russia vada fermata, ma non è per questo che avevo preso la decisione di andare al fronte. Se vai in guerra, devi prima di tutto risolvere il tuo rapporto con la morte, e, di conseguenza, anche con la vita. Una riflessione interiore, lunga e dolorosa, che ti porta ad accettare il fatto di andare incontro a ciò che noi esseri umani continuamente rimuoviamo, a cui non vogliamo pensare: alla morte. Bene, io avevo risolto questo nodo ed ero pronto a morire. Poi, mia madre - mentre pronuncia queste parole si alza e la abbraccia - mi ha fatto capire che avevo delle responsabilità e che per questo era più importante che io vivessi. Lo devo soprattutto a mia sorella”. Maria è riuscita anche a raccogliere i 15.000 euro necessari per ottenere il passaporto (illegalmente, l’Ucraina non ha ancora del tutto risolto la piaga della corruzione) e per permettere a Vladimir di lasciare il Paese, ma il figlio non li ha accettati. Rimarrà a Odessa fino alla fine del conflitto. La discussione continua, finché le sirene antiaeree non cominciano a suonare. “I soldi messi parte li utilizzeremo per pagare l’istruzione per mia sorel...”. Un tuono sordo e cupo interrompe Vladimir. Una fortissima onda d’urto spalanca la finestra appena accostata, nelle orecchie si sente la pressione dell’aria, come quando il treno entra di colpo in galleria. Un missile russo, un Iskander, è caduto sul porto. Sapremo solo dopo qualche ora che ha colpito una nave algerina carica di grano. 4 uomini dell’equipaggio sono morti, 3 siriani e un ucraino.



Geopolitica e speranze
Nella zona denominata Fontana, sul lungomare, vicino al grattacielo in vetrocemento che qualche tempo fa è stato colpito da un drone e mostra ancora gli ultimi piani sventrati, mi aspetta Arthur, un professore dell’Università di Mykolaiv, a Odessa per un incontro di lavoro con alcuni colleghi. Parliamo della situazione politica non certo felice in cui si trova l’Ucraina. “Gli ucraini non hanno voltato le spalle al proprio Presidente, come alcuni media occidentali vogliono far credere. Zelensky è sempre popolare, anche e soprattutto dopo lo scontro con Trump. Ha sempre dimostrato coraggio e non ha mai abbandonato il Paese”. Gli chiedo quale sia lo stato d’animo suo e della popolazione ucraina in questo momento e lui conferma l’impressione che ho avuto in questi giorni parlando con la gente di Odessa: “Siamo stanchi, siamo tutti molto stanchi. Vorremmo che questa guerra finisse. Missili, droni, se non ci sono esplosioni urlano le sirene, non si riesce mai a dormire per una notte intera!”. Questa, infatti, è anche una guerra del sonno: spesso, i russi fanno alzare droni da ricognizione a tarda notte solo perché sanno che così suoneranno le sirene in tutta l’Ucraina e che la gente si sveglierà, cosa che, alla lunga, può portare a problemi di salute e a crisi di nervi. 



Chiedo al professore se fra la gente regnino anche pessimismo e disperazione dopo il rifiuto di Trump di aiutare l’ucraina: “Pessimismo c’è, disperazione no. Il quadro geopolitico cambia molto rapidamente, non è escluso che Trump litighi con Putin e che torni ad aiutare gli ucraini. In ogni caso, Zelensky si sta muovendo bene, continua a intessere rapporti diplomatici con Washington, sa che senza l’aiuto degli americani l’Ucraina è persa”. E l’Europa?. “Sull’UE non possiamo ancora contare. A Bruxelles si parla di riarmo, ma il processo è lento e a noi le armi servono subito. Sarebbe utile dar vita a un esercito comune europeo che, nell’ottica di una vera e propria confederazione di Stati europei di cui un giorno farebbe parte anche l’Ucraina, difenderebbe gli interessi comuni del nostro continente”.
Si fa buio, la notte scende e insieme a lei un manto di nebbia fitto che arriva dal mare e nasconde la sommità del grattacielo in vetrocemento, sfregiata dal drone.



Erwartung
Nel rifugio del Teatro dell’Opera, a cui si accede attraverso corridoi e scale misteriose che portano nel sottosuolo, va in scena un’opera di Arnold Schönberg, Erwartung, ‘Attesa’. Il rifugio antiaereo diventa palcoscenico e platea e le note del Maestro austriaco, intonate dal soprano Yulia Tereshchuk, ricordano ai presenti che la realtà in cui viviamo è estremamente complessa e che può essere descritta (e quindi compresa) solo grazie a un linguaggio altrettanto complesso, quello che ci offre l’arte, appunto. La musica e l’arte danno un senso e riempiono l’attesa che stanno vivendo in questo momento Odessa e l’Ucraina. L’attesa della fine della guerra e dell’inizio di un nuovo mondo, che stenta a nascere, mentre quello vecchio, fatica a morire.
 
[Odessa, Primorskyi raion, 14-16 marzo 2025]

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