CIVILE O INCIVILE?
di Angela Passarello
(Ignoro i contenuti e le
conclusioni dei relatori, invitati al convegno di Genova, Abbiamo bisogno di
una poesia civile oggi?)
Caro
Angelo Gaccione,
leggendoti, stamattina, su
Odissea (mercoledì 24 giugno), sono d’accordo con quanto affermi. Sì, la
scrittura, come tutte le forme espressive dell’umano, aiuta a stare nel mondo.
Tra le forme espressive, giustamente, ne citi diverse, fino a concludere con Addio
Lugano bella o con Il disertore, che, secondo te, durante le
manifestazioni, nelle piazze, sono tra i momenti più emozionanti. Sarei d’accordo
con te, se non fosse che, nell’ultima manifestazione per la Palestina, chi ha
emozionato più delle canzoni storiche, è stato un bambino palestinese con il
suo slogan, ben ritmato “giù le mani dai bambini”. La sua voce e la sua
presenza hanno risvegliato emozioni profonde, riportandoci all’essenza
originaria di cui tutti siamo origine e parte. Nessuna poesia, in quel momento,
avrebbe dato ristoro, forza e vitalità al corteo, come la presenza di quel
bambino, la sua parola, l’innocenza della sua voce, il suo sorriso. Vista la
brevità di questa mia riflessione, ricordo i concerti e le manifestazioni
poetico-militanti del passato, seguite da migliaia di giovani e di meno giovani.
Nessuno, mi pare le abbia etichettate come civili. Forse incivili, sì, dai
benpensanti, sempre scandalizzati dal diverso. Tra le varie, mi viene in mente
il concerto di Laurie Anderson, che ho avuto modo, poche settimane fa, di
apprezzare, insieme a centinaia di persone, alla Triennale di Milano. Un
concerto che definirei totale, sia per i contenuti poetici e narrativi che per
i suoni, la voce, le immagini. Un concerto civile? No, non amo la definizione
“civile”, non la amo perché è riduttiva, come lo è la definizione “poesia civile”.
Eppure il concerto di Laurie Anderson, oltre a emozionare, ha posto
domande, denunciando il potere economico, a livello mondiale, e lo stato
attuale della condizione umana. I nuovi generi e le identità plurali dell’umanità
robotizzata. Un excursus dal passato al nostro presente, gridato, urlato con
ironia, bellezza, con pause e meditazioni. Come sappiamo, tanti sono gli
autori, i poeti, i musicisti, gli artisti che, pur non definendosi civili,
hanno contribuito a nutrire la cultura, a risvegliare le coscienze, tra i
tanti, Dario Fo. Certamente la poesia, come tutte le arti, a noi presenti,
racconta l’esistere: vita e morte. Enigmi. Complessità. Poteri occulti e
sfacciatamente evidenti. Così, in questa nostra epoca di sconvolgimenti, di
grandi trasformazioni terrestri, anche la poesia è uno dei possibili strumenti,
necessari, al risveglio dal sonno o dall’incantamento, provocati dai potenti
mezzi dei poteri mondiali. Concludo questa mia breve riflessione con un verso
di Philippe Jaccottet: (...) e la parola non è più o meno utile /
degli amenti di salice in palude: se
anche si sfanno non importa, brillano, / altri verranno in questi boschi/ che
morranno,/ marcirà la bellezza, e non importa, / poiché risiede in ciò che acceca,
e splende. (Da: Il Barbagianni ignorante, 1992).


