SULLA POESIA CIVILE
di Adam Vaccaro

Il dir. Claudio Pozzani apre l'incontro
In occasione
della 32° edizione del Festival Internazionale di Poesia di Genova 2026, un
confronto sulla poesia civile si è tenuto alla Biblioteca dell’Università.
Questa è la riflessione di Vaccaro.
Identità
espressiva e degrado della Polis
Cercherò di motivare perché sono grato
a Donatella Bisutti e agli organizzatori del Festival, del rilievo e dello
spazio dati al tema di questa Tavola
rotonda, profondamente interconnesso alla mia ricerca poetica, riassunta
peraltro nell’Antologia critica dell’anno scorso, Percorsi di Adiacenza. È stato un percorso interdisciplinare, entro
una visione dantesca e leopardiana, di molteplicità dei linguaggi che impedisce
alla poesia di chiudersi in un parnaso.
Talché G. Vico arrivava a parlare di fisica o chimica poetica, di una poesia che
può cioè essere attributo di ogni attività umana, se ha forma e sostanza libere
da ogni mercificazione, e si articola in una tensione di Apertura, Diversità e Complessità che supera divisioni tra ambiti e
discipline, quali le due culture, e sintetizzabile nell’immagine dell’Uomo vitruviano di Leonardo.
Come si
innerva allora tale tensione alla totalità nel tema di questa Tavola Rotonda? Per
me attraverso due poli di sensi complessi: da un lato, le dinamiche dell’identità
individuale, dall’altro quelle della collettività che definiscono la Polis. L'identità del singolo, senza interazioni,
nel e col, corpo sociale tende a
degradare in deliri individualistici o si deprime, come già intuiva Epicuro
analizzando i corpuscoli elementari da lui chiamati clinàmen. Nei quali il grado di energia può crescere o decrescere,
in relazione a qualità e quantità di scambi con gli altri. L’identità può essere
dunque concepita in termini molto diversi, di apertura o di chiusura, con sensi
retrivi o come radice di pensiero critico della falsificazione ontologica della fase storica attuale, del
neoliberismo che concepisce un universo liquido di entità singole indistinte,
autonome, falsamente libere e separate.
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| Il dir. Claudio Pozzani apre l'incontro |

In a piedi Barbara Garassino
al microfono Claudio Pozzani

al microfono Claudio Pozzani
È noto che l’avvento dell’ideologia neoliberista fu incisa da M. Thatcher con l’apodittica, “La società non esiste, esistono solo gli individui”, diktat che nega il soggetto come essere sociale e il valore etico-conoscitivo dell’alveo socioculturale. Viene cioè negato il processo complesso di costruzione autopoietica di una identità, con scambi dialettici positivi/negativi entro una collettività, cosicché l’identità soggettiva, per me, o è collettiva o non è. Ma se una dinamica ontologica è negata, ripiega in forme insane, cui ahimè assistiamo, e acutizzate in una caoslandia, autoritaria e distopica, generata da estreme concentrazioni di ricchezze. Sintetizzando, il ponte di scambi e arricchimenti reciproci tra identità individuale e collettiva è crollato, sostituito da Avatar socio-tecnologici, socialmedia e la mitica IA (Intelligenza o Idiozia artificiale?), battute a parte, sono prodigi che, senza una adeguata cultura critica, diventano dipendenze patologiche e strumenti di poteri elitari invisibili che ne hanno il controllo, riducendo a maschera ideologica la stessa democrazia.

Donatella Bisutti e Adam Vaccaro
Ma è da
qui che nasce il bisogno e la risposta alla domanda di questa decisiva Tavola rotonda, di un’arte, una cultura
e una poesia che aprano a un’altra visione, di esseri umani che vogliono
rimanere umani, ai quali non bastano i propri orticelli individuali. È un
bisogno connesso a genesi conoscitiva della realtà e al suo possibile oltre,
non in cieli iperuranici, ma qui, in questo giardino pur devastato della Terra.
Può
allora la poesia incarnare una paideia
di prassi e pensiero critico, di etica ed emotività reattivi al degrado antropologico
del contesto contemporaneo?
Credo che oggi sia doveroso
tentarlo, sia pure lungo un crinale molto difficile, contrario sia a fondamentalismi
ideologici, sia a ogni pretesa di disimpegno. Credo che nel contesto attuale
diventino ancora più preziose e necessarie le testimonianze e le voci che
esaltano la Re-sponsabilità etica di restituire
le ricchezze ricevute di virtute e
canoscenza.
Con un senso civile che in tal
modo diventa anche critica politica, non rispetto al politichese, ma a una polis, sempre più dominata da visioni
teocratiche, tecnocratiche e imperialistiche, fonti di guerre incessanti, fino
a far temere sbocchi apocalittici. Ed entro tali orizzonti, realistici o meno, che
fare? Farsi squallidi e illusori affari propri, o farsi corpi di coscienza
critica, con una parola poetica leopardiana, materiale e lirica? Che può innervarsi in ogni forma, tema o
registro, entro una visione di umanità da salvare. Credo che la risposta imponga
una scelta, che per me è premessa necessaria come l’aria. Che, tradotto, è fame
di comunità.


