SCAFFALI
di Francesca Mezzadri
In equilibrio sulla linea azzurra di
Valter Manunza: una corsa esistenziale nel panorama della narrativa italiana
contemporanea.
Nel
panorama della narrativa italiana recente, sempre più orientata verso
l’interiorità e la frammentazione dell’esperienza, In equilibrio sulla linea
azzurra di Valter Manunza (Arkadia Editore 2025, pagg. 172) si colloca come
un romanzo silenzioso ma incisivo, capace di dialogare con alcune tra le voci
più significative della letteratura esistenziale contemporanea, senza perdere
una propria identità. Il protagonista, Damiano Fortuna, si prepara a correre la
maratona di New York. Ma la corsa, fin dalle prime pagine, chiarisce la sua
funzione: non è un obiettivo sportivo né un pretesto narrativo, bensì una
metafora strutturale della vita, un tempo sospeso in cui il corpo, sotto sforzo,
riporta alla luce memorie, ferite, relazioni e domande irrisolte. Manunza e
Sandro Veronesi: la sospensione come spazio narrativo. Il confronto più
immediato è con Caos calmo di Sandro Veronesi. In entrambi i romanzi,
l’azione è ridotta al minimo e la narrazione si concentra su una sospensione:
l’attesa davanti a una scuola, la preparazione di una maratona. Tuttavia, se
Veronesi affida molto al dialogo e alla dimensione sociale del lutto, Manunza
sceglie una strada più intima e lirica. Damiano non verbalizza il dolore, lo
attraversa. Il corpo che corre diventa luogo di pensiero, più che oggetto di
controllo razionale.
Manunza e Paolo Giordano:
fragilità e solitudine
Con Paolo Giordano, Manunza
condivide l’attenzione per la fragilità dell’individuo e per una certa
solitudine esistenziale. Ma mentre Giordano lavora su strutture simboliche
fortemente concettuali (la matematica, la scienza, la colpa), Manunza rimane
ancorato alla fisicità. In In equilibrio sulla linea azzurra non c’è mai
una spiegazione definitiva: il senso emerge dal respiro, dal passo, dalla
fatica. È una scrittura meno analitica e più sensoriale, che chiede al lettore
di “sentire” prima ancora di comprendere.
Il corpo come paesaggio narrativo
A differenza di altri autori
contemporanei che utilizzano il paesaggio naturale o urbano come specchio
dell’io, Manunza sceglie il corpo in movimento come vero spazio narrativo. La
famosa “linea azzurra” tracciata sull’asfalto della maratona non è solo una
guida tecnica, ma una soglia simbolica: seguirla significa tentare di restare
in equilibrio tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati. La struttura
frammentata, con capitoli numerati a ritroso, rafforza questa idea: non si
corre verso un traguardo, ma verso un’origine da interrogare. È una scelta
narrativa che può spiazzare chi cerca una trama tradizionale, ma che risulta
coerente con l’ambizione del romanzo.
Una voce discreta ma
riconoscibile
In un’epoca dominata da romanzi
ad alta intensità emotiva e da narrazioni spesso gridate, In equilibrio sulla
linea azzurra colpisce per la sua discrezione. Manunza non cerca l’effetto, non
forza il pathos, non offre soluzioni. La sua è una scrittura che procede per
sottrazione, affidandosi alla forza delle immagini e alla continuità del gesto.
È un libro che si rivolge a lettori disposti alla lentezza, all’ascolto, alla
partecipazione attiva. Non una lettura di consumo, ma di permanenza. Nel
dialogo con autori come Veronesi e Giordano, Valter Manunza dimostra che esiste
ancora spazio per una narrativa che esplori l’identità senza
spettacolarizzarla. In equilibrio sulla linea azzurra è un romanzo che
non corre per arrivare primo, ma per capire perché continua a muoversi. Ed è
proprio in questo equilibrio precario che trova la sua forza.


