L’URANIO
ARRICCHITO DELL’IRAN
di Alessandro
Pascolini - Università di Padova
Una delle maggiori
incognite relative alle capacità nucleari dell'Iran è la sorte delle sue riserve di esafluoruro di uranio arricchito al 60% nella componente
fissile uranio-235 (U235). Gli ultimi dati certi risalgono alla relazione
dell'Agenzia atomica di Vienna (IAEA) del 31 maggio 2025, che riferiva di una
quantità di 604,4 kg di esafluoruro di uranio (UF6) arricchito al 60%, contenente 408,6 kg di uranio
arricchito (U60%). Dopo i
bombardamenti americani dei siti del programma nucleare iraniano a Natanz, Isfahan e Fordo della notte
del 21 giugno 2025 (operazione Midnight Hammer) si sono succedute dichiarazioni
contraddittorie da parte degli USA sulla distruzione o
sopravvivenza delle scorte di uranio arricchito; la
IAEA non ha potuto compiere ispezioni, ma il suo direttore generale Rafael Grossi ha indicato lo scorso 9
marzo che
la metà della scorta si potrebbe trovare nei tunnel sotterranei del complesso
nucleare di Isfahan. Il governo iraniano preferisce
mantenere la massima ambiguità in proposito.
L'eliminazione
di tale materiale compariva fra le
motivazioni della guerra scatenata da Israele e USA lo scorso 28 febbraio (Operation Epic Fury); Trump nel suo messaggio del primo
aprile scorso ha più volte richiamato il problema nucleare iraniano e, il 30 marzo,
il segretario di stato Marco Rubio indicava come obiettivo
primario dell'operazione americana
che “il regime iraniano non possa mai avere armi
nucleari".
Tuttavia, lo scorso 8 aprile il segretario della
guerra Pete Hegseth dichiarando
il pieno raggiungimento di tutti gli obiettivi dell'operazione non ha inserito nell'elenco
l'eliminazione delle capacità nucleari iraniane, e in particolare delle riserve
di uranio arricchito. Eppure, i negoziati in Pakistan dell'11 e 12 aprile sono
falliti proprio sulle questioni nucleari iraniane, come ha confermato il vicepresidente
James
David Vance: “la semplice
realtà è che abbiamo bisogno di vedere un impegno esplicito che [gli iraniani] non cercheranno di ottenere un’arma nucleare e
che non cercheranno gli strumenti che consentirebbero loro di raggiungere
rapidamente un’arma nucleare”, e quindi in primis l'uranio arricchito. Ciò fa
pensare che le scorte di U60% risultino ancora nella disponibilità dell'Iran.
Bombe con
uranio arricchito al 60%?
La via canonica per un arsenale nucleare è la creazione
di una significativa disponibilità di uranio arricchito a oltre il 90% (WGU),
20-25 kg del quale sono sufficienti per realizzare una bomba dell'energia di una decina di kton (come quella su
Hiroshima).
Se l'Iran dispone di (o può costruire) una
cascata di un centinaio di centrifughe nascosta in qualche capannone nel paese, le sue
riserve attuali di U60% possono produrre in
poche settimane WGU sufficiente per otto-dieci
testate nucleari. Il passo successivo richiede la conversione dell'UF6
in uranio metallico e la sua lavorazione metallurgica in una forma adatta alle armi; la struttura per la conversione e la metallurgia dell'uranio realizzata presso il sito di Isfahan è stata distrutta, ma un
laboratorio può venir costruito in segreto. Infine, è ragionevole ritenere che siano sopravvissute in Iran sufficienti competenze nucleari
scientifiche e tecniche per la confezione degli ordigni, nonostante gli assassinii mirati di scienziati
operati da Israele. Accanto a questa via canonica alle
armi nucleari, alcuni osservatori hanno ricordato che si possono realizzare
esplosioni atomiche anche con uranio arricchito a tassi inferiori all'ideale
del WGU, a prezzo di una minore efficienza; già la bomba "little boy"
che distrusse Hiroshima impiegava uranio con un arricchimento medio dell'81% ed
ebbe un'efficienza attorno all'1,3%. Sono stati dunque ripresi studi condotti
nel contesto del problema del terrorismo nucleare per esaminare la possibilità
di ordigni con appunto uranio arricchito al 60%. La presenza di una
significativa quantità di uranio-238 (l'isotopo principale dell'uranio naturale
– U238) nel nocciolo esplosivo ha due effetti negativi principali: il più
importante è che riduce la probabilità che l'interazione dei neutroni con i
nuclei del materiale fissile produca una fissione, liberando nuovi neutroni per
la reazione a catena; il secondo effetto è che aumenta enormemente il rischio
di predetonazione a causa di eventi di fissione spontanea, 1000 volte più
frequenti in U238 rispetto a U235.
Ricordiamo che i processi elementari di interazione
fra neutroni e nuclei sono di natura quantistica e quindi caratterizzati da probabilità
di occorrenza, probabilità che conviene caratterizzare mediante "sezioni
d'urto", grandezze misurate in unità chiamate barn. L'enorme numero di
processi elementari prodotti rende di fatto le probabilità elementari a livello
microscopico frequenze effettive a livello macroscopico. Nonostante l'uranio
metallico sia particolarmente denso, i nuclei atomici sono così piccoli che un
neutrone emesso all'interno dell'uranio "vede" lo spazio pressoché
vuoto con rari nuclei dispersi: ha così la possibilità di percorrere un tratto
significativo prima di interagire con un nucleo, un "cammino libero
medio": se questo supera il raggio del materiale il neutrone viene perduto.
Nell'interazione neutrone-nucleo possono avvenire molteplici
processi: qui interessa distinguere l'assorbimento con fissione dai processi
alternativi. La differenza dell'U238 rispetto all'U235 emerge dal confronto
delle corrispondenti sezioni d'urto per neutroni dell'energia rilevante.
sezioni
d'urto (barn)
U235 puro
U238 puro
U60%
fissione
1,24
0,100
0,784
processi
alternativi
4,52
6,098
5,151
Già da questi dati
sintetici si evince come la fissione sia sempre un processo sfavorito rispetto
a quelli alternativi; mentre la creazione di una reazione a catena esplosiva è
comunque affrontabile con l'U235, ciò è totalmente impossibile nell'uranio
naturale, e le prospettive peggiorano notevolmente se l'arricchimento si riduce
al 60%. Va inoltre osservato che diminuuisce anche il numero medio di neutroni
generati nella fissione da 2,57 in U235 a 2,55 in U60% a 2,28 in U238,
impoverendo la densità neutronica nel materiale fissile. Per poter avere una
sufficiente frazione di neutroni che producano fissione occorre un adeguato volume
(e quindi massa) di materiale fissile a seconda del suo arricchimento; le masse
critiche per una reazione esplosiva di una sfera di uranio arricchito crescono
da 52 kg per U235 puro a circa 120 kg per materiale arricchito al 60%. Per
ridurre la massa critica si circonda il nucleo fissile con uno spesso guscio di
materiale inerte che rifletta nel nucleo parte dei neutroni che ne erano
sfuggiti, in modo da aumentare le fissioni. Questo rivestimento (tamper – borraggio) ha un ruolo aggiuntivo: la
sua stessa inerzia ritarda l’espansione del materiale fissile. Infatti, al procedere della reazione, viene
liberata energia in quantità crescente che riscalda il materiale a temperature
sempre più alte, fino a farlo passare dalla fase solida a quella liquida, per
poi vaporizzarlo e infine trasformarlo in un plasma; la densità del materiale
e, conseguentemente, la frequenza
degli urti neutrone-uranio diminuiscono, e viene meno
la condizione di criticità. A seconda della borra, la massa critica diminuisce
sensibilmente: per esempio, uno strato di carburo di tungsteno (WC) spesso 3 cm
riduce la massa critica di U235 puro a 11,3 kg, mentre uno di 2,5 cm di berillo
permette una massa critica di soli 8,6 kg.
Calcoli eseguiti recentemente per un'arma rudimentale con innesco
a incastro, del tipo "little boy", producibile anche con limitata
tecnologia, impiegando uranio arricchito al 60% hanno fornito varie soluzioni
con masse di materiale fissile da 35 kg in su, utilizzando borraggi di carburo
di tungsteno, spessi da 25 cm a 65 cm. Per esempio, un ordigno da 40 kg di U60%
con uno strato di WC spesso 55 cm avrebbe una resa di 0,81 kton TNT
equivalenti, con un'efficienza del 3 per mille. L'ordigno avrebbe una massa superiore
a 10 tonnellate e richiederebbe un container per venir trasportato: si tratta
quindi di un sistema analogo a quelli a suo tempo considerati come possibili
per attacchi terroristici nucleari, ben lontano da una "bomba"
lanciabile da un missile. Di fatto l'effetto sarebbe analogo all'esplosione
avvenuta nel porto di Beirut nel 2020 (dovuta alla combustione di 2750 t di
nitrato d'ammonio), ben lontano dalla distruzione associata a un attacco
nucleare. Per raggiungere una resa di una decina di kton servirebbero almeno 60
kg di U60% con adeguati tamper, una quantità elevata del prezioso materiale
fissile. Anche se fattibili, ordigni con U60% rimangono quindi nell'ambito del
terrorismo nucleare più che in quello di un progetto nucleare statale, per il
quale le scorte di U60% vanno invece considerate come uno stadio avanzato nella
prospettiva dell'arricchimento a WGU.
sezioni
d'urto (barn)
U235 puro
U238 puro
U60%
fissione
1,24
0,100
0,784
processi
alternativi
4,52
6,098
5,151




