UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 2 gennaio 2024

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada


 
L’utile (cap. I)

C’è la lettera teta (θ) che, con molte difficoltà, si stenta a riconoscere nella lingua latina, a causa delle assibilazioni e perché è omografa della tau (τ). C’è da dire anche che ricostruire il suono, quello di τ e θ, quello delle assibilazioni delle due δ e della θ, potrebbe aiutare a spiegare l’origine della esse aspra/dolce e della zeta aspra/dolce nella lingua italiana.  
Il fatto che i latini abbiano usato moltissime radici greche aiuta a disvelare la lettura della tau: αλς (prima dell’assibilazione: αλθ, da cui: αλθ-us) per metatesi σαλ, λαθ, μαθ, παθ, καθ, ωθ, θηρ, μεθ diversa da μετ, μοθ, θα, θεα/θη, ορθ, μουθ, σαθ, ραθ, θα, παρθ, εθ, ηθ ecc. ecc.
Molte di queste radici sono state decodificate e ne sono state tratte le deduzioni.
Da παθ (fa generare il crescere), i greci elaborano πάσχω: soffro, sopporto (fa generare il crescere il passare, che indica il travaglio), mentre i latini, oltre a patior, passus passus (da cui le parole della lingua italiana: passare e passato), sicuramente dedussero: pasc0, pavi, pastum, pascere: faccio pascere, faccio crescere e il deponente: pascor/pastus sum: mi pasco, mi nutro. Per quanto riguarda pascor si rammenta che questo verbo deponente esprime cosa si verifica per chi fa pascere: dà nutrimento. Da pasc-o furono dedotti: pascolare e il pascolo, mentre da past-us (ha fatto pascere) di pasco furono dedotti pastore, che è colui che ha fatto crescere pascendo, pastorizia; invece, da pastus sum: mi sono nutrito, furono dedotti: pastus pastus (pasto, nutrimento/alimento), pasta, impasto. Si ricorda che dalla radice παθ, i latini avevano già dedotto: pateo: sono aperto, sono visibile, mi estendo (man mano che mi vado formando) e, quindi, patente, nel significato originario di ben visibile.



Come espansione logica di παθ, i greci avevano formulato σπάθη (il ς si traduce: mancare): stecca larga, da cui, in italiano, spatola, spazzola, spazzare, spazzino, mentre i latini si servirono di σπαθ per formulare: σπαθium (spatium), che indica il luogo (in greco: τόπος) dove alberga la creatura, che se lo crea man mano che cresce: fa il mancare dal crescere generare la permanenza della creatura, quindi: l’ambiente che si forma man mano che cresce la creatura e in cui questa è allocata.  
I greci avevano coniato, da σπάω (fa generare il legare): tiro, il deverbale σπάθις/σπάσις: trazione, da cui, poi, σπάσμα: stiramento, rottura di fibre muscolari e σπασμός: convulsione, spasimo, quindi, in italiano: spasimare e spasimante.  
Da παθ, inoltre, fu dedotto l’aggettivo passo/appassito (uva passa), mediante questa circonlocuzione: è ciò che lega (us) il far il mancare dal crescere (pass), da cui: appassire, passola (in dialetto: passua, appassuut’).  Si aggiunge che da παθ i latini dedussero patior/passus sum (sopporto) e da chi ha sopportato fu desunta: passio Domini nostri! Anche l’italica passione, come amore totale per rimanda alla stessa radice, contestualizzando l’amore sconfinato della madre per il figlio, sentimento in parte presente in πάθος.
Da μαθ (genera il rimanere il crescere), che dette luogo a μανθάνω: imparo, osservo, interrogo, comprendo, i greci avevano dedotto: μάθημα μαθήματος: scienza, disciplina, al plurale neutro: μαθήματα (scienze matematiche) da cui μαθηματικός: matematico, astrologo. Inoltre, dedussero μαστός: mammella, μασάομαι: mastico, verbo (mastico) pervenuto, attraverso deduttivi logici, nella lingua italiana. Anche mastice è da collegare a questa radice: dal rimanere il crescere va a generare il tendere il mancare (la fessurazione) l’andare a legare (l’azione del mastice).
Nella cultura meridionale, da μαθ che rimanda a μανθάνω (imparo), fu elaborato mastro, che è colui da cui s’impara.
Incidentalmente rilevo: è peccato pensare che master degli inglesi abbia avuto lo stesso percorso logico?



In latino, da
μαθ fu dedotta materia/materies, che è la sostanza con cui sono fatte le cose (dal rimanere il crescere, durante l’incubazione, è ciò che viene assemblato), ma anche l’argomento/la materia di studio (per imparare) degli italici. In dialetto, la materia è anche il pus, in quanto, crescendo ciò che è contenuto nella bolla (in dialetto: ambull’), fuoriesce come marcia.
I latini dedussero anche: μαθ-urus, ad indicare che è maturo, ciò che, in natura, ha terminato la crescita, avendo legato/formato tutto quanto è necessario alla formazione del frutto. Nel mio dialetto, un sinonimo di maturo è fatto, nel senso che è tutto completo e, se si dice: fatt’ fatt’, si vuol indicare che è un frutto prossimo allo sfatto. Il non maturo fu reso con acer, in dialetto agrach/(g)aspr’, e con amaro, che rimanda a ciò che precede l’acerbo.
Per quanto riguarda μαθto (matto), tengo a precisare che la parola acquista sempre il significato convenuto, per cui sono del matto le mattane. Per il pastore italico è matto colui che asserisce una balzana, che non trova riscontro nei processi formativi del grembo, cioè: durante il legare avviene il mancare, non il crescere, per come dice la perifrasi. C’è da aggiungere che da questo contesto, altri dedussero: mattone, che è il λαθerizio (laterizio) per far crescere la costruzione del grembo. Anche in (plinthos) πλίνθος: mattone c’è la teta che indica la crescita!
Anche ammazzare contiene il tassello μαθ!



I latini elaborarono, ulteriormente, μαθ, per assibilazione μας, formando mas maris: maschio, che è chi feconda, in quanto, a seguito dell’erezione (dal crescere), va a scorrere il mancare (ris), inseminando; quindi, rafforzarono il concetto, elaborando: masculus. Da mas: masturbazione, anche masnada, che è il gruppo, che si rinsalda (lega) per spadroneggiare crescendo, e masnadiero, che è un componente della combriccola.
Sembrerà strano, ma la parola maschera, molto usata nel mio dialetto con tante sfumature di significati, è una perifrasi che assembla μαθ/μας (genera il rimanere il crescere) e la radice χειρ, che aveva dato luogo a mano. L’intera perifrasi rimanda ad una gravidanza, che genera un mancare, meglio: disdoro/disonore, volendo indicare, soprattutto, il deturpare, irrimediabilmente, le sembianze, con il nerofumo delle mani. Invece, la maschera dei greci: πρός-ωπον è quella degli attori, definiti pertanto ipocriti, in quanto si coprono il volto, per impedire l’espressività naturale. I latini denominarono la maschera persona, da cui: impersonare un ruolo, un tipo.
I latini utilizzarono la teta, per esempio, formulando ut, da scrivere alla greca: εοθ, poi, per crasi/assibilazione, ουθ/ους, da tradurre qui: dall’ho il crescere, per avere la crescita, che è il fine del processo di formazione degli esseri animali e vegetali. In dialetto l’affinché viene sostituito dalla congiunzione per (fa dal generare lo scorrere).



Poi, out divenne non solo un calco, stampino fisso, come in cap-out e m-ους-tum (mustum), ma anche radice come in: ut-or/usus sum.
Quando i latini formularono cap-ut capitis, in cui la ch rimanda a χ con il significato di passare, elaborarono la seguente perifrasi: fa generare il passare dall’ho il crescere quella che tendendo/spingendo fa generare il mancare, che è la testa, che, come un ariete, fa nascere. Con mustum dissero: quando rimane il crescere (il ribollir dei tini, dice il Carducci), l’ho rimane, si ha il mosto.
Per quanto riguarda musciu, in italiano moscio, dai tanti significati: sostanza poco consistente fino ad ammosciarsi, essere moscio, lento e poco pratico o anche: essere sovrappensiero del dialetto, rimanda ai tasselli ουθ/ωθ: dall’ho il crescere, dal generare il crescere, che servono a completare la perifrasi: dal rimanere dal generare la crescita dell’essere in formazione va il legare, che, nel processo formativo, ha queste tre letture: il grembo floscio (quello appena abbozzato, perché ha legato da poco), la persona non abile, perché legata/impacciata, la persona preoccupata per un parto che si può presentare difficile: la creatura cresciuta (troppo) è legata, come statio preparto.
Anche la desinenza us (alla greca: ουθ assibilata in ους) di virtus virtutis (alla greca: ουηρτουθ ουηρτουθιδ) rimanda a ουθ: dall’ho il crescere, per cui tutta la perifrasi suona così: dall’ho lo scorrere il tendere dall’ho il crescere, che contestualizza e la crescita del flusso spermatico e la crescita della creatura prima del parto (nella stasi del preparto/travaglio), va a scorrere il generare il legare (iris). Questo legare contestualizza il legame madre-figlio che rappresenta la metafora del fare creativo: perdurando il legame, con il poco e tanta perizia, si concretizza la creatura per l’abilità di mani virtuose. Nella contestualizzazione del preparto/travaglio il legare, come morsa, evidenzia la virtus (il valore) pueri strenui. Da una parte si indica la virtù come capacità creativa (la realizzazione della creatura durante la gestazione), dall’altra come valore, in quanto il legare del travaglio prefigura il valore bellico (fino alla morte) nella lotta per la nascita.
Il concetto, espresso in pondus ponderis, rimanda al peso che porta la gravida, da cui: pondero, ponderato imponderabile. I latini dissero: è ciò che si riscontra dentro il legare (la formazione dell’essere) dall’ho il crescere, dallo scorrere il nascere/mancare. Inizialmente, onus oneris fu sinonimo di pondus, da cui: onustus, successivamente fu dedotto il significato attuale di onere, come la realizzazione (compito del grembo) costosa e di responsabilità, quindi: oneroso.
Il concetto di decus decoris: decoro, ornamento, lustro, dignità è una sorta di deverbale di deceo/decet: si addice, si confà, è acconcio, è giusto, che rimanda ad un fare per realizzare qualcosa d’importante, che si evince dal legare del grembo.



L’avverbio frustra: invano contiene, nella perifrasi, ουθ/ους, per cui tutta la locuzione suona così: è ciò che nasce dallo scorrere il crescere, generando il tendere lo scorrere. Per il pastore latino, pensare che il processo di formazione dell’essere sia il risultato di una crescita e non di un mancare è una vacuità/ vanità, anzi, con sottile umorismo intende dire: inutilmente attendi! In latino, poi, da frustra fu dedotto: frustror/frustatus sum: inganno, rendo vano, deludo, da cui i moderni: frustrante, nel senso di chi accumula in sé la vacuità/ inanità/inutilità del suo agire, frustrato e frustrazione, che si riscontra in chi ha provato ripetutamente l’inutilità del suo operare. Si vuole ricordare che gli italici con ous formularono anche la frusta ad indicare lo scudiscio, con cui si sollecita la crescita del tendere. Invece frustum: pezzetto, boccone rimanda alla crescita graduale del grembo, per cui Dante disse: “Indi partissi povero e vetusto;/ e se il mondo sapesse il cor ch’elli ebbe, /mendicando sua vita frusto a frusto, / assai lo loda … “
I latini, coniando la congiunzione vel (ouηl: dall’ho dal generare lo sciogliere, che indica l’inseminazione da parte dei due maschi del gregge), fecero riferimento a una duplice possibilità: l’uno oppure l’altro; quando elaborarono aut aut (o l’uno o l’altro) dissero che la a (genera) e outh (εοθ: dall’ho il crescere), nel processo formativo dell’essere, si escludono, in quanto il generare è il risultato del mancare e non del crescere, per cui Cicerone disse: quod est verum, aut falsum (o è vero o è falso).



Tutti stratagemmi per arricchire e precisare gli strumenti comunicativi.
Quando i latini formularono: ut-or/usus sum: uso, adopero, mi servo, si avvalsero della seguente perifrasi: dall’ho il crescere, consegue per me pastore che, a seguito dell’incubazione, ci sia il mancare, inteso come nascita vantaggiosa. Il pastore latino, da questo verbo, dedusse: utente, utile, l’astratto: utilità, utensilis: necessario, indispensabile, formulò al plurale: utensilia: cose necessarie. Da usus (che ha usato) ricavò l’uso, l’usanza, usare, usuale, inusuale, disuso.
Da ut furono formulati: uter utris, che, per noi, è l’otre, ma anche: uter utrius (quale dei due?), che rimanda ai due maschi del gregge, da cui neuter: né l’uno né l’altro, indifferente, da cui (indifferente), poi, il dedotto neutrale e  neutralità, ma anche: utero, in greco: στέρα, da un originario: θτέρα, la cui perifrasi si può rendere: è l’organo che cresce, generando il mancare, che è sicuramente l’organo, ma anche quello che genera la nascita, dopo che si è completata l’incubazione (dal tendere lo scorrere).
Dalla radice φουθ (nasce dall’ho il crescere), per i greci φυθ di φύσις, furono dedotti il termine volgare fottere, fusus fusi, il futuro, che si evince nel divenire prestabilito della creatura in formazione, mentre da φουθ
-ao (futo futas): abbatto, fu dedotto il verbo confutare, nel senso di abbattere le argomentazioni/dimostrare la nullità, l’irrazionalità, in quanto, nella logica del pastore, non si può accettare che nasca qualcosa dal crescere e non dal mancare. Gli italici dedussero fiuto, che è proprio del pastore, che annusa l’ingravidata, quando c’è un cenno di crescita. Proseguono queste considerazioni sulla lettera teta nel capitolo intitolato: “L’ozio”.

lunedì 1 gennaio 2024

IL NUOVO ANNO

Dedichiamo questo primo numero del 2024 di “Odissea” a tutti coloro - uomini e donne - che hanno disertato. Agli obiettori totali alla guerra in ogni parte del mondo, a quanti hanno portato i loro corpi in piazza per dire no a tutti i massacri; che hanno deciso di disobbedire per restare umani. Ai disarmisti, agli antimilitaristi e ai pacifisti di ogni dove. Sono loro il sale della terra che custodiscono il seme dell’umanità, non gli Stati armati criminali che devastano e distruggono; non i Governi criminali che soffiano sul fuoco; non le Istituzioni che mettono a repentaglio la vita dei loro cittadini; non gli stupidi Guerrafondai che li supportano contro le loro stesse vite; non la Stampa compiacente che è venuta meno ai suoi princìpi e al suo ruolo di controllo dei poteri. E lo dedichiamo, naturalmente, a tutte le vittime civili che le guerre e lo sterminio subiscono. [“Odissea]

SARAJEVO
di Pierpaolo Calonaci


 
Prima parte: l’incontro.
 
«Qual è il fascino dell'Oriente che inizia a Sarajevo e al quale gli occidentali non sanno resistere? Qui non ci sono azioni pianificate che deriverebbero dal pensiero razionale, è tutta una questione di improvvisazione, frutto di idee ad hoc e necessità temporanee. Qui non puoi trovare un asse chiaro e una simmetria assoluta. Qui non si trovano nemmeno sistemi costruttivi costruiti a dovere. Qui tutto mostra la necessità di compiacere gli umani. La composizione, in Occidente, pensata e costruita secondo logica e progetto, qui diventa un agglomerato di parti, ogni volta frutto di esigenze diverse e ogni volta improvvisate in modo diverso; ma sempre in relazione ai sensi
Jurai Neidhardt
 
Vivo da 40 anni nello stesso quartiere, a Sarajevo, a due passi da un’antica chiesa ortodossa e da una moschea del XVI secolo. E salendo appena, da casa mia, raggiungo il seminario cattolico. Prima della guerra, quest’armonia, nata dalla differenza, si ritrovava nella vita d’ogni giorno. Sarajevo m’ha aperto gli occhi. Ero stupito nel vedere una città così ricca di grandi qualità umane, soprattutto la tolleranza e la generosità.
Jovan Divjak
  
Un preambolo devo in tutta onestà asserire prima di raccontare ciò che ho potuto osservare in Sarajevo la prima volta nel 2005; ché il fatto che la Jugoslavia fosse stata comunista, non allineata, guidata da un partigiano che l’ha governata, in Europa, nell’intellighenzia di oggi e di allora procura ancora molti e disparati pruriti. In primis nella Chiesa cattolica, che nel processo di dissolvimento della Jugoslavia e delle guerre etniche conseguenti ha giocato - è la sua natura politica - un ruolo più che elusivo. Tali prurigini, più o meno intime, ho riscontrato un po’ dappertutto negli articoli letti da varie fonti dove stranamente questo dato viene omesso. Lungi dal fare un’apologia del modello titino di multiculturalità, l’appellativo di città multietnica per antonomasia lo si deve ad una struttura politica e culturale che l’aveva promossa. Sino al 1992, anno d’inizio della guerra, Sarajevo era composta dal 49 per cento di musulmani, il 30 per cento di serbi e il 7 per cento di croati; un terzo dei matrimoni era costituito da coppie miste. C’era anche una comunità ebraica, l’11 per cento si dichiarava “jugoslavo”, c’era una minoranza Rom (numeri che per il loro portato davvero multiculturale farebbero orrore in quasi tutte le città progressiste europee!). A prescindere da cosa si pensi, comunque Tito ha provato a implementare un modello di convivenza multiculturale con i suoi enormi limiti ovviamente; sapendo benissimo che all'interno della sua Jugoslavia convivevano storicamente etnie con sentimenti religiosi estremamente differenti e sempre sull’orlo della scintilla. I Balcani, soprattutto le regioni a prevalenza mussulmana, nei confronti della cristianissima Europa, sono stati e sono problema (da sfruttare per coprire interessi determinati storicamente, la vicenda esemplificativa dei martiri di Otranto del 1480) invece che ponte di riflessione e dubbio. Quando poi il loro capo è stato addirittura un comunistaccio...
A tal proposito, in un’intervista di qualche anno fa, Kermal Pervanic, fondatore dell’organizzazione benefica “Most mira”, ricorda, come monito di cui né allora né oggi si capisce la verità, che il professore di storia durante una lezione a metà degli anni Ottanta (attenzione alle date!) chiese agli studenti di identificarsi con la propria nazionalità, dichiarandosi o bosniaco o serbo o croato. La maggior parte di bambini chinò la testa per l’imbarazzo (percepivano quale fosse il fine di quella domanda) in quanto ognuno si sentiva jugoslavo. Continua Pervanic che le cose rapidamente cambiarono (in peggio) perché questa “domanda” fu poi ripresa dagli intellettuali e dagli accademici che cominciarono a propagandare l’idea che il popolo jugoslavo non fosse fatto per vivere a fianco.
Per inciso, ciò spiega cosa sia, come funzioni e quale sia il fine della funzione sociale dell’insegnante in un sistema educativo organizzato in un dato modo quale luogo privilegiato della riproduzione del dominio, e dello sterminio, che lo stato, detentore della verità ufficiale, diffonde con il linguaggio della retorica politica (non sono queste affermazioni anarcoidi o anacronistiche di una sociologia francese démodé!). Altrettanto non lo è il saggio critico di Gramsci circa il problema della funzione sociale degli intellettuali nell’organizzazione della cultura. Eppure oggi la potente macchina critica della sinistra si dirige unicamente verso la Ferragni poiché trova in lei l’imbelle sfogo moralista.


 
La prima volta che incontrai Sarajevo (uso questo verbo perché allegoricamente attiene al sentimento di timore e di fascino che si provano quando si è al primo appuntamento amoroso e non si sa cosa accadrà) fu nel 2005 a seguito di un caro (oggi defunto) amico, Pierluigi Ontanetti che ancora dopo dieci anni dalla fine dell'assedio della città (che durò tre anni) si recava da alcune famiglie che conobbe durante il tempo della guerra per portare loro qualche sostegno economico. Perché Gigi (così per gli amici) insieme ai “Beati Costruttori di pace” e al compianto Moreno Locatelli che, sul ponte Vrbanja sulla Miljacka lasciò scritto col proprio sangue la sua visione del mondo e la sua indomita ribellione contro ogni forma di ingiustizia, decise che nell'assedio non poteva né voleva lasciare sole quelle persone. Gigi faceva fuoriuscire dalla città le lettere di quanti erano in essa intrappolati per recapitarle alle rispettive famiglie rifugiate in Italia.
Il primo incontro l’ho trascorso in casa della famiglia Trezner; il loro nipotino (Damir che adesso è un adulto e credo viva ancora a Milano) fuggì da Sarajevo in braccia ai genitori prima che l'aeroporto chiudesse con i risparmi della famiglia nel pannolino. Insieme ai suoi nonni, che rimasero nella città lungo tutto l’assedio, ho ascoltato le conseguenze psicologiche di un bombardamento incessante sui civili; infatti mi spiegarono che dovettero vivere in cantina perché il giardino, come la casa, erano altamente pericolosi. Nel primo perché ci cadevano i colpi di mortaio, nella seconda in quanto le case antiche di Sarajevo erano fatte non di cemento e così in caso di bomba le schegge potevano trapassare all’interno, uccidendo chi vi abitasse. I due coniugi vissero tre anni nello scantinato, senza acqua, luce e con scarsità di cibo. Ricordo una foto dove il nonno Trezner era ritratto intento a ricavare dalle barbe di un albero qualche scheggia di legno per riscaldarsi, col pericolo che un cecchino lo centrasse. Ricordo che ancora i grattacieli portavano distintamente i segni dei bombardamenti; che le strade dove furono ammazzati centinaia di bambini bosgnacchi erano contrassegnate da piccoli crateri creati dal colpo mortale dei cecchini.
Quando incontrai Sarajevo vidi che le trincee erano ogni casa; nessuna latebra esisteva. L’oppressione esercitata dall’oppressore poté allora manifestarsi con tale crudeltà contro la maggioranza della popolazione perché l’oppressore era chiunque. Quando si ricorda la strenua difesa dell’allora presidente bosgnacco Izetbegović e delle sue forze armate si dimentica che mentre gridava al mondo lo scandalo dell’embargo occidentale delle armi ai bosgnacchi rafforzava il suo potere militare nella città, con l’appoggio a bande criminali che impunemente razziavano, stupravano e uccidevano la propria gente. Nessun tribunale lo ha condannato.


 
Si può immaginare quale speranza potesse avere un popolo in questo stato di totale offesa e nocumento? Quando di nessuno ti puoi fidare?
Un giorno insieme all’amico Gigi andammo a trovare una famiglia di giostrai che viveva in una casa in collina; avevano perso tutto e vivevano in grande indigenza. Portò loro una piccola somma di denaro che alcuni gruppi scout avevano raccolto in Italia; mi offrirono qualcosa da mangiare, rimasi stupito (allora ero giovanissimo) che siccome non ne avessero comunque lo offrissero. Ero così imbarazzato, avvolto da un sentimento, lo ricordo bene, di repulsione per tutto quanto stavo vedendo che rifiutai quel povero cibo; provai una vergogna che credo di non avere mai più sperimentato in vita.
Un pomeriggio conobbi una ragazza di una delle famiglie che durante l’assedio poterono rimanere in contatto, tramite epistole, con i propri cari in Italia grazie all’azione che “I Beati costruttori di pace” misero in piedi. E ricordo che quella giovane mi inchiodò con questa domanda: perché venite qua a chiederci della guerra invece di stare con noi così come siamo? Mi assestò, involontariamente, un secondo colpo dopo quello dal cibo da me rifiutato della famiglia di giostrai. Non seppi risponderle se non barcamenandomi in un borghesissimo quantomai triviale “voglio capire”. Ero prigioniero dei muri dorati della mia missione “umanitaria” che non vedevo il bisogno di quanti mi stavano davanti e cercavano di comunicarmi altro.
Una sera insieme a Damir andammo in una birreria storica poco oltre la Miljacka. Tutt’oggi questo edificio conserva la sua maestosità grazie alla bellezza di spazi interni lignei con alle spalle il birrificio: la Bosnia è una regione ricca di acqua. Mi fu spiegato che durante l'assedio, i saraievesi continuarono a sfidare la morte, riempiendo il locale, non per glorificarsi ma proprio per restare vivi. In generale, la città resistette in quanto continuò a vivere, brulicando letteralmente di vita, rifiutando di essere ridotta al silenzio. Ecco perché i cecchini poterono far strage perché la gente usciva, andava al mercato, voleva incontrarsi. Già il mercato di Sarajevo, dove accadde uno dei tanti massacri e intorno al quale era di pattuglia un blindato dell’Onu... una foto che mi mostrò Gigi rivela che dopo lo scoppio delle bombe nel mercato le forze Onu egiziane lì di stanza scapparono. Ma ben più grave è ciò che scrisse il Guardian a riprova di cosa erano (e sono) i soldati Onu. “A Sarajevo - affermò il giornale inglese - i soldati Onu banchettano sui resti di una città morente” riferendosi al lucro della vendita di merci al mercato nero.



L’ultimo giorno di permanenza decidemmo di andare a Srebrenica. Non avevo letto nulla dell'etnocidio del 1995 che il popolo mussulmano subì a causa dell’esercito serbo e della complice negligenza (ma forse è stare sotto le righe) del contingente olandese dell’Onu che era lì per proteggerlo (quando sento oggi invocare seraficamente per la Palestina il rispetto delle risoluzioni Onu in favore di quel popolo - che sarebbero certo importanti quanto meno per un cessate il fuoco! - forse si dimentica il formalismo di cui l’Onu è composta!). Formalismo che mostrò a Srebrenica la sua completa inefficacia sia sul piano strategico-militare quanto sul piano umanitario. E la sua connivenza con gli assassini. Arrivammo in una città silenziosa, di un silenzio che solo il genocidio permea di sé, quello dei cancellati, degli invisibili verso i quali non ci sarà mai alcuna giustizia (sempre che riusciamo a liberarci dal bisogno di ridurre la giustizia alla mera condanna di qualcuno; condanna che talvolta sazia quel bisogno legittimo seppur talvolta troppo analogo a quello del sangue espiato con altro sangue e che non placa certo la sete di giustizia). Andammo a visitare il Memoriale che raccoglie le tombe di quelle 8372 persone. Ricordo che nonostante fossero passati dieci anni dal genocidio le persone vivevano in case fatiscenti o peggio ancora negli scantinati. Incontrammo una pattuglia dei Carabinieri della forza di “pace” che ci chiese perché viaggiassimo in una regione così martoriata; non ricordo cosa rispondemmo ma ce ne ritornammo a Sarajevo con il cuore gravido di rabbia per ciò che Onu e Occidente lasciarono che accadesse ai mussulmani.



Gigi si oppose a farmi partecipare al progetto dei Beati durante la guerra, per la mia giovane età di allora. Avvolto in un oceano di emozioni, ho potuto, nell'incontrare Sarajevo per la prima volta, vedere gli effetti della retorica politica del dominio e della guerra che lo stato detiene e con cui rende succube il pensiero. Per capirli davvero ho dovuto aspettare di maturare. Ecco perché sento oggi dopo diversi anni da quell'incontro il bisogno di mettere per iscritto non il ricordo di Sarajevo, ma la memoria della parola razionale dei fatti sociali che quella città ha vissuto drammaticamente.
Per entrare in medias res nel meccanismo retorico dell'odio amministrato istituzionalmente pongo un parallelismo tra l’“eredità” di Auschwitz e la sfida che i popoli e gli stati “democratici” post Seconda guerra mondiale, affinché ciò che Auschwitz fu non dovesse mai più accadere, avrebbero dovuta raccogliere. Inizio perciò con un esempio che dimostra quanto la retorica politica, da Auschwitz in poi, dietro la parola educazione, condizioni il pensiero; basta leggere come siano scritti i manuali di storia per le scuole dove i fatti storici e sociali sono sottomessi al pensiero per cui c'è uno giusto e uno cattivo, decontestualizzandoli. Il giusto identificato col bene = democrazia, voto, lavoro, benessere; il cattivo identificato col male = solo uno quale colpevole di distruggere la società “buona”. Con questa educazione manichea, guerrafondaia, Auschwitz non tornerà mai più? È così che quella sfida è stata raccolta?
Il fatto acclarato che la morte, il terrore, la minaccia là a Sarajevo fossero diventati quotidianità e routine di cui la banalità del male si serve per farsi servire non è utile, per rompere con il modello Auschwitz cominciare - perché non mi pare proprio che dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi ci siano stati spazi capaci di voler fare un lavoro siffatto - a riflettere sulla natura dei rapporti sociali che quella banalità del male tutt’oggi costruisce?



Intendo, per chiarezza, non la banalizzazione del male, sarebbe scurrile, ma la sua dogmatizzazione, o purificazione, ovvero del male farne una realtà compiuta, un pane quotidiano appunto, di cui nutrirsi tramite la totale obbedienza ad una forma di stato che lo amministra e lo diffonde con i suoi rituali retorici. Onde il male perda ogni connotazione metafisica e possa venire assunto a principio guida di determinate azioni istituzionali; se poi queste mirano alla pulizia etnica, ad esempio, o ad un tipo di subalternità culturale, chi osa mettere in dubbio la parola ufficiale dello stato che ha purificato il male? La parola scientifica dell’Accademia ha un ruolo dirimente in questo processo. Norimberga rese palese che tutti i gerarchi nazisti obbedissero agli ordini e nessuno di questi sentisse di esser stato trasformato in un agente disumanizzato del male. E i politici, i generali, i soldati nella guerra di Bosnia come si comportarono? E quelli israeliani nel genocidio palestinese? Hamas? E Putin e i vari Zelensky?
Tale retorica a Sarajevo senza soluzione di continuità dalla seconda guerra mondiale ha prodotto la morte dell’individuo, il suo annientamento ontologico. Il sospetto quindi che dalla fine di Auschwitz il terrore, quale modello politico di amministrare i rapporti produttivi che necessitano ad ogni forma di società, non si sia dissolto. E soprattutto, dopo Auschwitz nessuna solida alternativa sia stata creata. Certo, la democrazia; una democrazia armata fino ai denti, disfatta dietro ai propri fili spinati, irrimediabilmente astenica, dissanguata nel voler “curare” profitti e finanze dei ricchi e dei loro interessi non mi pare un’alternativa davvero valida alla cultura del dominio di Auschwitz.
Se dopo Auschwitz, l'individuo fosse stato posto al centro dell’ideale democratico nato dopo l’eclissi totalitaria, la natura delle istituzioni - quale frutto di relazioni sociali nate da quel connubio - avrebbe rappresentato un modello etico da opporre alla ferocia degli stati della ex-Jugoslavia al palo del revanscismo etno-nazionalista. Ma di nazionalismi gli stati europei risuonano eccome, come di patria. Invero la probabilità di una catastrofe atomica non rappresenta altro che la continuazione della minaccia assoluta che da Auschwitz non si è affatto interrotta ma si è rafforzata; probabilità che in Bosnia si è verificata, sebbene nessuna atomica l'abbia offesa. L'atomica quale retorica della sicurezza dello stato, non è solo una bomba ma un modello di dominio: è questo che mi pare abbiamo dimenticato della morte dell'individuo in Bosnia.
Non è un caso che l’assedio di Sarajevo cominciò con l’uccisione di due ragazze (Suada Dilberović e Olga Sučić) che manifestano sul ponte di Vrbanja contro la guerra. Entrambe rappresentavano l’ideale umano dell’individuo, il suo spirito maturo e indomito che è stato eliminato perché ricordava allo stato che la banalità del male serve per trasformare l'individuo in numero, in oggetto, in ostacolo. Contro il cui male la giustizia del diritto può nulla. 

PER PIAZZA FONTANA E PINELLI  
di Giulia Contri Piscopo



Perché la poesia non dimentica…
 
È uscito, in occasione del cinquantaquattresimo anniversario della morte di Giuseppe Pinelli, un egregio libro a cura di Angelo Gaccione*, che ci porge una silloge di testi di poesia di decine d’anni fa e di oggi, di pensatori-poeti che non hanno mai smesso di ragionare su quella morte di un innocente, vittima, ricorda a memoria di tutti il magistrato Salvini che presenta il libro, di “una giustizia solo di dolore e cecità”.
La raccolta di versi, a cominciare da quelli di Pasolini e di Raboni, ma poi di tanti altri meno noti ma altrettanto significativi, è preceduta da una testimonianza di Edgar Lee Masters da Spoon river, impressa sulla lapide di Pinelli, che ci parla della Giustizia come di una donna bellissima, “che non rispetta gli uomini” e che,  armata di spada, uccide i deboli, e che, liberata della benda, mostra ciglia corrose, palpebre imputridite e pupille bruciate, con la follia di un’anima morente scritta sul volto”.
Il magistrato Salvini parla di Pinelli come vittima di una “persecuzione illegale” operata da una giustizia in conclusione ingiusta: giustizia ingiusta di cui parla anche in poesia la figlia di Pinelli Claudia, che ha voluto, in suo padre, “distruggere una persona che voleva farsi plurale” senza omologarsi all’opinione comune degli omologati.
Pensiero questo concluso da un’altra sopraffina poetessa, Laura Cantelmo, che ci dice oggi che “nell’insidia del volo” - dalla finestra da cui son convinta che fu defenestrato, ovviamente - Pinelli “fu aquila che chiese pietà al mondo intero per la vergogna di cotanto oltraggio”.
‘Oltraggio’ subìto del resto allora da tutti noi cittadini - pensati, nel caso, dalle Istituzioni come degli idioti cui far credere qualsiasi cosa: ci fu venduta infatti spudoratamente dalla Questura la panzana, subito dopo la caduta di Pinelli dalla finestra della stanza in cui lo stavano interrogando, di un suo ‘malore attivo’, che gli avrebbe permesso di attraversare quella stanza affollata da forze dell’ordine, verso la finestra, e di lanciarsi nel vuoto, senza che nessuno lo potesse fermare. Le voci dei poeti che Gaccione ci riporta dai tempi che furono a oggi sono voci di un’élite culturale e politica di base fatta di persone che non intendono assoggettarsi, facendosene vittime, ad una presunta élite di vertice che intende spossessarla del proprio giudizio, individuale e sociale, sugli eventi: e di spossessarla, come è avvenuto per Pinelli, oltreché attraverso una giustizia ingiusta, anche attraverso tentativi ignobili di convincimento irrispettosi della sua intelligenza, come quello del ‘malore attivo’ di Pinelli, che sarebbe stato all’origine della sua morte e di tutta la storia successiva che le è stata costruita sopra.


 
*Autori Vari
Piazza Fontana. La strage e Pinelli
La poesia non dimentica
Antologia poetica a cura di Angelo Gaccione
Introduzione di Guido Salvini
Testimonianze di Roberto Cenati, Federico Sinicato, Silvia Pinelli
Copertina di Dario Fo

Interlinea 2023, pagg. 170 € 14,00

 

 

POETI E GUERRA
di padre David Maria Turoldo


David Maria Turoldo
 
Salmodia contro le armi
(appello a tutti gli operai)
 
L’America fabbrica armi
la Russia fabbrica armi
tutta l’Europa fabbrica armi.
L’America vende armi
l’Inghilterra e la Svezia vendono armi
la Francia e il Belgio e l’Olanda vendono armi
perfino l’Italia – il più festoso paese
d’Europa – vende armi…
Di chi sono le armi del Medio Oriente e d’Israele?
Di chi sono le armi del Sud-Africa,
dell’Angola, del Mozambico?
Di chi erano le armi del Biafra?
Di chi sono le armi del Vietnam,
del Vietcong, della Cambogia, dell’Indonesia?
Armi nucleari, armi atomiche,
missili, contromissili, armi chimiche,
gas nervino, armi batteriologiche,
armi psicologiche, armi
armi armi!
E torture!
Due volte distrutta la terra, tre volte
distrutta la terra, dieci volte
cento volte distrutta la terra.
E va bene: distruggeteci subito e sia
finita. Ma non dite:
noi siamo per la pace.
Purché nessuno più dica: la pace, la pace!
La civiltà, il futuro, il progresso,
l’unità del mondo!
È vero il contrario; il dominio del mondo!
Il prestigio, la tua ricchezza
e la mia fame. La fame di due
miliardi di uomini, di cinque
miliardi di uomini, domani
di dieci miliardi di uomini:
questo oceano oscuro e ancora immobile.
Almeno esplodesse questo oceano cupo
e immobile; e Dio scendesse
ad agitarlo. Perché da soli
non possiamo, non possiamo!
Nessuno ci libera dai nuovi Faraoni
se Dio non scende a liberarci.
E a comperare armi sono sempre i poveri
e a fare le guerre sono sempre i poveri:
i potenti vendono, i poveri comperano.
E saranno sempre più poveri
mentre loro saranno sempre più ricchi.
I poveri non posseggono armi
i poveri non hanno diritti!
Almeno gli operai di tutto il mondo
capissero, almeno essi: tutti gli operai!
Che hanno da guadagnare gli operai
a costruire armi?
Tutte armi di morte contro di loro:
costruiscono la loro morte
con le loro stesse mani.
Mai visto le armi uccidere i padroni,
i molti Krupp del mondo;
io ho visto uccidere solo i poveri
e gli operai. Almeno gli operai capissero!
Anche in Russia è avvenuto,
anche in Ungheria è avvenuto;
così in Cecoslovacchia, così in Corea
e nel Vietnam e in varie parti dell’Africa
ed ora in tutta l’America del sud.
Armi dei ricchi e guerre dei poveri.
Tutto il resto è un nulla di nulla
anche la religione senza questo
è un correre dietro il vento.
L’obiezione di coscienza:
un lusso inutile;
il movimento per la pace,
una componente al sistema;
non valgono queste contestazioni:
moti di inutili disperazioni.
Solo l’Utopia porta avanti il mondo.
Vale solo questo: la nuova salvezza
deve venire da voi operai.
Inutili sono le barricate
da lunedì sera a venerdì mattina
perché dopo viene il weekend.
Non vedete che vi comperano
con una seicento e un televisore?
E intanto vendono le armi che voi fabbricate
perché sparino contro di voi.
Né vale più dire guerra di offesa
guerra di difesa: sono sempre guerre.
Queste idee sono sempre micidiali
quando giungono al potere.
Perciò Cristo non vuole il potere.
“Caino, che hai fatto di tuo fratello?”
Ma intanto bisogna ammazzare Caino!
Invece, “non uccidete Caino:
sarà ucciso sette volte
colui che uccide Caino!”
È stato così, è sempre stato così.
La spirale della violenza doveva
essere distrutta fin dall’origine.

 

ULIVI DI PALESTINA 
di Claudio Zanini
 


F. Goya

Un profondo cordoglio hanno suscitato le vittime della brutale azione terroristica di Hamas, del 7 ottobre scorso, ai danni della popolazione civile ebraica. Azione cui ha corrisposto una reazione di “vendetta” (così Netanyahu) contro la popolazione civile palestinese, tuttavia, già soggetta, da più di mezzo secolo, a continue violazioni del diritto internazionale. Dalla Nakba (“catastrofe”), cioè dell’esodo forzato degli arabo/palestinesi nel corso della guerra del 1947/48, quando più di 400.000 persone abbandonarono città e villaggi o ne furono espulse e, successivamente, si videro negare ogni loro diritto al ritorno nelle proprie terre subendo l’incessante occupazione di nuovi territori, la discriminazione etnica e religiosa, la privazione della libertà e ogni altro diritto; all’attuale brutale genocidio dei civili commesso dal regime neocoloniale e fascista d’Israele con bombardamenti indiscriminati, la distruzione di abitazioni, scuole, ospedali. “Gaza è un inferno in terra”, afferma l’ONU. Fino a quando la “biblica vendetta”? All’annichilimento dell’intera Palestina e del suo popolo? E poi?... la “Grande Israele”? A quando, invece, la Pace tra questi due popoli semiti. Per tutto questo mi sento di riproporre questi miei versi, scritti qualche anno fa.
 

F. Goya
 
Ulivi di Palestina
 
Morenti gli ulivi di Palestina
schiacciati entro mura inespugnabili;
latrano ancora i cani del deserto*
premuti sotto il cielo basso
lampeggiante d’infuocate ferite.
 
L’orrore negli occhi dei bambini di Palestina
è lo stesso che bruciava 
in quelli dei bambini di Auschwitz
eguali i loro corpi straziati a Gaza
a quelli degli assassinati da Hamas,
non diverso il pianto delle madri.
 
Dov’è la tua memoria, Israele?
Non ricordi il Golgota
del Male assoluto dei tuoi figli
quando il coltello del carnefice
affondava nella loro gola pulsante?
Non ti sovviene l’abominio
nell’avvento triste d’una nemesi,
ora che la medesima lama
lacera la gola innocente
dei bambini di Palestina?
 
Ricorda Israele, come fermò
il suo gesto Abramo
vinto dallo sguardo dell’Angelo
salvando la stirpe d’arabi e giudei,
salvando i semiti tutti;
qui, la stessa mano impugna
ancora l’arma dell’assoluta infamia,
mentre l’angelo volge la testa.
 
Rifletti, Israele, prima
che sia troppo tardi – e anche noi
dobbiamo sempre aver presente –
quanto sia labile
la memoria dell’uomo.
Non ti consoli come anche
il nostro silenzio
sia macchia indelebile
nelle nostre torpide coscienze.
 
* I cani del Sinai di Franco Fortini (Quodlibet, 1967)
 

 

UNA RONDINE IMPAZZITA
di Donato Di Poce


Donato Di Poce
 
Se si potesse conservare
L’Amore selvaggio della lontananza
O l’odore bagnato dell’aria
Allora potrei parlarti
Dei miei azzurri pensieri
E da bocca a bocca
Da cuore a cuore
Potrei scriverti sul corpo
Il mio delirio carnale.
Se si potesse conservare
Il sudore di un’anima capovolta
Potrei svelarti le visioni di un Poeta
Perché solo i Poeti sanno rivivere
Un Amore mai vissuto.
E girarti attorno nel vuoto
Come una rondine impazzita.
 

Da: Nelle vene del mondo,
I Quaderni del Bardo, Lecce, 2023.


La copertina del libro





 

A NOVARA E TRIESTE PER LA PACE




TRIESTE IN PIAZZA PER LA PACE
Lunedì 1° gennaio 202, Marcia della pace.


 
 

Parteciperemo anche noi, dietro lo striscione Fermiamo il Genocidio, alla tradizionale marcia della pace, che si terrà lunedì 1° gennaio con ritrovo alle 15.30 in Piazza Unità a Trieste. Lo faremo in solidarietà del popolo palestinese, vittima di un massacro che sembra non avere fine. Auspicando ampia partecipazione, cogliamo l’occasione per augurare a tutti un buon 2024 di lotta!
Nogreenpass Trieste

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