UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 23 dicembre 2016

OLTRE LA DIFESA DEL NO
di Francesco Piscitello

Matteo Renzi

L
’articolo di Fulvio Papi del 6 dicembre scorso sembra dettato da un’inquietudine: quella che la classe politica non realizzi “in un tempo ragionevole provvedimenti (non finzioni) che appartengano al clima intellettuale e morale delle linee che la rivista (Odissea, ndr) ha indicato”.
L’inquietudine di Papi ha un che di profetico: non sapeva, quando la stava scrivendo, che pochi giorni, quasi poche ore, dopo la sua riflessione ci saremmo trovati di fronte una compagine governativa simile a quella soffiata via da uno stentoreo NO. Cosa dico simile? Identica: i ministri del precedente esecutivo sono quasi tutti lì. Se ne sono anzi aggiunti altri, entusiasti fautori della deprecata riforma. E hanno anche giurato sulla quella Carta che avevano tentato di scardinare.
Antonio Ingroia, su Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre, invita il popolo del NO a riunirsi in comitati permanenti per l’attuazione della Costituzione. Odissea, se è partecipe delle inquietudini di Papi, deve aderire all’invito di Ingroia, ne apprezzi o meno il pensiero e la prassi politica: su questo tema non si può dissentire. È tempo, io credo (e il tempo stringe!), di farlo. Perché quel NO non venga vanificato, umiliato, tradito. Ricordiamo le parole di Giorgio Gaber: libertà è partecipazione. Non siamo donne e uomini liberi se assistiamo inerti allo stravolgimento della nostra democrazia. Se stiamo alla finestra.
Non basta indignarsi. Odissea formi un comitato, al quale fin d’ora assicuro la mia adesione, per difendere i valori, i principi, l’idea di etica, di giustizia, di solidarietà, di libertà, quella temperie morale, insomma, quell’atmosfera emozionale interna dei milioni di cittadini che hanno pronunciato il loro NO.
Non credo però che tutto si debba esaurire nella difesa di quel voto. Per corruzione nella vita pubblica, per evasione fiscale, per malaffare e non solo mafioso siamo il paese leader d’Europa. Lo eravamo anche prima della riforma alla quale abbiamo detto NO. Siamo ai massimi livelli di disuguaglianza economica. Lo eravamo anche prima. L’attacco reiterato alle pensioni dei comuni cittadini non conosce sosta come non conosce sosta la difesa di stipendi e vitalizi della classe politica. Era in atto anche prima. Le nostre istituzioni soffrono di una cronica disfunzionalità. Succedeva anche prima. Gli interventi pubblici di solidarietà sociale - si pensi ai pazienti di malattie croniche fortemente invalidanti, come la sclerosi laterale amiotrofica, le cui famiglie sono lasciate vergognosamente sole - sono di entità pressoché irrilevante. Anche questo avveniva già prima.
La carica di delusione, di preoccupazione, di indignazione per i tentativi di restaurazione che già s’intravvedono- di cui il governo-fotocopia è eloquente paradigma -deve essere utilizzata non soltanto per difendere il sacrosanto diritto a non veder vanificato un voto ma anche per avviare, sostenere, spingere un processo rigenerativo (morale soprattutto) di questo nostro paese del quale si sente fortemente il bisogno. Dirò subito che, a questo proposito, vedo ragioni, tante ragioni, troppe ragioni, che non incoraggiano certo l’ottimismo. Ma non è un buon motivo, questo, per fermarsi. È piuttosto un motivo per accrescere l’energia, lo sforzo necessari.
È ora di smettere di essere un popolo bue. Riprendiamoci, amici, quel paio di cosette che il bue ha perduto.
BIANCO NATALE



In occasione delle imminenti festività natalizie, presentiamo un brano tratto da una lettera di Gustave Flaubert scritta al suo migliore amico Louis Bouilhet proprio durante il periodo di Natale (il 26 dicembre 1853), che ci regala una splendida e poetica immagine di uno spettacolo di artisti itineranti e di un paesaggio dolcemente innevato. 
[Chiara Pasetti]


La tomba di Gustave Flaubert, sotto la neve, al cimitero di Rouen.

Dalla lettera a Louis Bouilhet, Croisset, 26 dicembre 1853 
(per la prima volta in traduzione italiana):
Giornata piena! […] cominciamo dalla cosa più bella, i selvaggi.
Si tratta dei Cafri [una troupe di selvaggi Boscimani] che, sganciando la somma di cinque soldi, ti regalano la loro esibizione in Grande Rue 11. Mi danno l’impressione di morire di fame, e l’alta società di Rouen non si concede granché. Gli spettatori non arrivavano a sette o otto anime, in un misero appartamento pieno di fumo dove ho dovuto attendere per un po’. A un certo punto è apparsa una specie di bestia selvatica, che aveva una pelle di tigre sulla schiena e cacciava delle urla indistinte, e poi altri ancora. Sono saliti sulla pedana e si sono accoccolati come scimmie intorno a un braciere. Orribili, splendidi, coperti di amuleti e di tatuaggi, magri come scheletri, del colore di vecchie pipe ingrommate, la faccia schiacciata, i denti bianchi, gli occhi smisurati e gli sguardi persi di tristezza, di stupore e di abbrutimento, erano in quattro e si affaccendavano attorno ai carboni accesi, come una nidiata di conigli. Il crepuscolo e la neve che imbiancava i tetti di fronte li coprivano di un tono pallido. Mi sembrava di vedere i primi uomini sulla terra.
[…]. Sono rientrato alle 22, coperto dal mio tarbush, sprofondato nella mia pelliccia, fumando, con tutti i finestrini aperti. La piana di Bapeaume sembrava una steppa di Russia. Il fiume completamente nero, neri gli alberi. La luna stendeva sulla neve riverberi di seta. Le case sembravano orsi bianchi che dormono. Che calma! Come se ne infischia di noi, la natura! Mi ha fatto pensare a corse in slitta, a renne ansimanti nella nebbia e a branchi di lupi che, correndo, guaiscono dietro di noi. Le loro pupille brillano a destra e a sinistra come carboni, qua e là, sul ciglio della strada.
E quei poveri Cafri, in questo momento, cosa stanno sognando?...
Gustave Flaubert
LETTURE PER NATALE
Tre poesie inedite di Alberto Figliolia

Alberto Figliolia

Stasera, padre, berremo insieme

Stasera, padre, berremo insieme.
Berremo anche se tu non ci sei più,
Vedi, ho posato davanti a me anche il tuo bicchiere.
Ora stappo la bottiglia: un Nero d'Avola,
scuro, forte, come la terra da cui partisti,
il suolo degli avi; cogli la sua ardente fragranza,
la secolare fatica del contadino?
Senti il ruggito del sole in esso racchiuso,
il musicale rantolo del vento,
convivere con il sibillino e trasparente dono dell'acqua?
Questo vino, padre, è sangue della terra,
il nostro sangue.
Ecco, vedi, ora verso il nettare dal vetro ornato e tornito
e colmo il tuo bicchiere e il mio:
il tuo, a dire, il vero, per metà, ma ti basterà, lo so.
E ora beviamo. Beviamo a quell'assenza
che è invece, sempre, presenza.
Forse tu avresti preferito Barbera frizzante,
ma, lo sai, io amo il vino fermo, forte, antico,
come quello della tua terra,
quella dove ora – dopo le fatiche della città del nord,
da te pure così amata – sei tornato
per l'ultimo ristoro.
Però ora, padre, beviamo ancora un poco insieme.
Sarà l'ultima volta, forse.
Ti verserò un altro mezzo bicchiere
 – stasera non importa il verdetto della medicina
né quello dell'implacabile tempo  –
mentre io non avrò remore né indugi
a berne ancora e ancora.
Almeno questa sera voglio sondare il fondo della bottiglia
e misurarvi l'entità del buio,
il cuore di quel nulla che ci avvolge
 – nero primordiale cotone  –
e l'impalpabile materia dei sogni.
Ma non avrò paura grazie al calore del vino
bevuto insieme.
Almeno questa sera.
L'ultima per bere insieme, forse.

   ***

 Ascolto la tua lingua, Enna

Ascolto la tua lingua, Enna,
frugarmi dentro, nella memoria antica...
locuste al sole,
catene di monti azzurri o secchi dal Belvedere,
Calascibetta giacere in un bianco silenzio,
il morbido chiacchiericcio
di donne fasciate di nero,
la grande città del Cimitero,
Blek Macigno e Capitan Miki
(in alternanza due pagine in bianco e nero, due a colori)
letti nell'ombra,
la dolcezza dei richiami
da un capo all'altro delle strade
(sillabe soffianti, quasi francesi),
l'anguria spaccata con allegria
in una vasta cucina bianca,
la caponata del mattino,
una casa col patio e la fontana,
l'uomo che parlava nel cortile
au sceccu,
gli arancini come il sole
(dentro e fuori),
le mie nonne vive,
(e quanto manca zio Gaetano
con la perenne sigaretta fra le labbra,
il mio Yanez di San Tomasello,
il gentile avventuriero delle vigne
e dei campi ornati!),
i negozi animati,
le mandorle sulle stuoie,
le conchiglie e i conigli della campagna,
le corse d'auto a Pergusa
con il lago al centro
e quel pilota impavido
sulla vettura blu con il numero 24,
i fichi d'India succosi come pochi.
u pani cunzatu, u piacinitinu, l'anciovi...
Tutto agli occhi del bambino
pareva più grande:
a Balata era un oceano
con le strade come maree
che salivano e calavano,
i vicoli erano brulichio e riposo,
sedie posate sul divenire
dei ciottoli,
un cagnolino dalla coda vibrante,
la dignità di un mendicante senza gambe
su una tavola a ruote
e il sorriso sulle labbra
a disegnare il giorno.
Non avevo però mai veduto
il fascinoso correre
della tua nebbia,
quello sfilacciarsi ardito
e delicato, quel ruotare
dell'aria intorno a un nucleo
primigenio.
Che cosa è rimasto nel mio cuore?
E che sarà di noi tutti
in questa diaspora eterna?
Forse l'idea del risveglio
in un letto inondato di luce
per un nuovo giorno,
come bambini felici.

***

Ti ho visto, madre...

Ti ho visto, madre, camminare
lungo la via, nel giorno grigio,
spento, maschera di dolore
e priva di ogni maschera
tu abbia mai indossato.
Le rughe del tuo viso eran solchi
antichi e lo sguardo vagava,
senza vederle, sulle foglie morte
di quest'autunno rovinoso
senza spiegazioni, senza ragioni.
Quali sono, madre, i confini
del vuoto dentro di noi?
Che cosa nel pallido e inesorabile
rotolare degli anni ci ha condotti
a esser ciò che siamo, ciò che non siamo?
Non mi sono fermato, madre,
né ti ho chiamato; ho proseguito
per la mia strada: troppo angosciosa
la stretta al cuore che provavo,
la morsa nello scorgerti così,
pietra di sofferenza, nocciolo di ansia
per il presente di nebbia,
per il futuro smarrito.
Due strade diverse in quel mentre
percorrevamo,
due direzioni opposte, eppure presto
ci ritroveremo in un'urna
di nubi e sassi, nel miagolio di un vento
da un misterioso mare, nella sonagliera
degli alberi di quest'autunno rovinoso
senza spiegazioni, senza ragioni,
e d'inquieta immobilità.
Poi rigiro negli occhi quella foto
color seppia, un po' smangiata al centro,
del 26 dicembre 1959, con te giovane,
gli occhi come il cielo,
il sorriso aperto al mondo che sarebbe stato,
e papà vicino a te, e io in mezzo a voi
con lo sguardo totalmente intento,
assorto: forse già ti vedevo camminare
lungo la via, nel giorno grigio,
spento, maschera di dolore...

[Cesano Boscone, 31 ottobre-7 novembre 2016]

***



                           
Proteggiamo il Monte Stella


Bentrovati tutti. In questo periodo il Comitato Proteggiamo si è molto impegnato per ottenere dal nostro Municipio 8 forme più aperte alla partecipazione dei cittadini e dei comitati, in primo luogo per quanto riguarda la manutenzione del Verde, finalizzata ad un migliore controllo in pieno spirito di collaborazione. Speriamo che con l'anno nuovo possa arrivare qualche risposta positiva...
Approfitto per aggiornarvi su quanto è emerso in Commissione 1 nell'incontro del 19/12 scorso, dove si è parlato del destino dell'area di via Silva 23, quella dell'ex Seminatore. Se non ho capito male, lì costruiranno una torre e alcuni edifici più bassi di tipo residenziale (ancora cemento!), mentre la superstite parte a verde verrà addossata al Liceo Artistico Boccioni di piazza Arduino, per ricavarne delle strutture sportive che dovrebbero essere poi condivise con la cittadinanza (ma non è ancora chiaro come).
Una seconda cosa interessante che è emersa è l'esistenza (a me finora ignota) di un vero mulino storico con tanto di ruota in zona Molino Dorino, da cui il nome (la roggia invece non c'è più però forse si potrebbe ripristinare). Pare si tratti di un edificio ancora in buono stato, che potrebbe essere messo a disposizione per attività e iniziative utili al quartiere e alla città e aiuterebbe a conservare la memoria storica della Milano agricola. Da 10 anni invece, come ci ha detto il proprietario, pende sull'edificio un'ingiunzione di sfratto da parte del Comune, il quale vorrebbe abbattere tutto per ricavare lì un deposito dei treni della MM. Per fortuna la Commissione 1 ha dato il suo appoggio all'idea di salvaguardare l'area.
Ho scambiato gli indirizzi email col proprietario, al quale ho promesso che avrei fatto circolare tra i cittadini e i comitati l'informazione sull'esistenza del suo mulino, e siamo rimasti d'accordo che a primavera ci risentiremo per organizzare una visita. Spero che la cosa possa interessarvi e vi terrò senz'altro informati.   
Un caro saluto e tanti auguri di un sereno Natale a tutti voi!
[Donatella De Col]   
POETI PER NATALE





                                          ***

BINARIO MORTO



Gli sponsor suoi maggior erano inetti
proteggere volean lor ricchi tetti
ma il grande errore o sfortuna nera
fu farsi manovrar da DAMANERA.

Poscia del grosso inciucio definito
finta fu sua chiusura di spartito
ché avviati eran sui binari
della città futura gli scenari.

Grandi bevute, abbracci e canti in coro
per festeggiare suo capolavoro.
“Champagne est modus vivendi”
se, intrallazzando, tanti soldi prendi.

Quindi affidò al modesto garzone … del prescritto
(dopo la pausa da lei non prevista)
incarico di chiuder la questione.
Lui finta fece – falso – d’ascoltare
e che potesse cive consigliare.

Ma le bugie han spesso passo corto,
s’avvia l’affare sul binario morto.
Chi vuole, può Comune denunciare
(F.S. l’ha fatto dopo la doppia bocciatura)
ma non potrà con lui chiudere affare.

Son del DEMANIO “scalosi” terreni (non di F.S.)
Comune espropri, cittadin sereni.
Or che manovra ha perso suo candore
se insiste, finirà a San Vittore.
A proposito …

SOSPESO… ALL’ALBER DELLA VITA!
(mentre il popolo grida sursum corda)
la ricreazion sarà presto finita
quando si scoprirà che, grasso bruco,
nelle finanze scavò enorme buco.

MOTTEXPO ERA: “CI SONO I SOLDI, OLÉ!
VI FACCIO CONTI CHE SONO IO IL RE”.

[LUIGI CAROLI]

***

STRATEGIE


La strategia manipolativa,
adottata da ogni religione,
mortifica ed offende la ragione,
che di intelligenti risposte priva.

La fede deve e vuole esser cieca
consolatrice di inconsci bisogni,
più facile la vita con i sogni,
ma non risolve i problemi che reca.

Bambini bombardati da menzogne
a ogni livello esistenziale espresse,
lo impedirebbe dio se esistesse,
non lascerebbe sguazzar nelle fogne

di un’ inconsapevole incoscienza,
l’uomo da lui creato e sofferente,
che vuole di mistero avvolto il niente,
che teme le scoperte della scienza

se non convalidano gli insegnamenti
dall’ebraismo, dall’islam inculcati,
dal cristianesimo sede di primati,
dal buddhismo blandente i non credenti.

La presunzione di tutto sapere,
proprio di una mente condizionata,
(l’intuizione repressa e schiacciata),
all’uomo non permise di vedere

la verità che intorno pur gli stava,
facente capolino da ogni scritto,
sacro soltanto perché circoscritto
a chi per ingannare lo usava.

Lorenza Franco

[Rapallo, 15 dicembre 2016]
   
LE SETTE PIAGHE DI MILANO


Se era prevista l’approvazione del Consiglio Comunale, come ha potuto F.S. Sistemi urbani impavidamente denunciare il Comune per inadempienza? Evidentemente, chi ha contrattato e firmato, in nome e per conto del Comune, ha pure tramato contro il Comune che lo aveva delegato. Nel passato di esempi ce ne sono stati a iosa.
ALTERA PARS impone e il funzionario del Comune si fa abbindolare. L’Avvocatura verrà interpellata solo dopo e soccomberà inevitabilmente per pillole nascoste (non viste?) e avvelenate. Per gli scali chi si è prestato alle imposizioni di F.S.? Commerciante e speculatore che si disinteressa di far viaggiare più decentemente sui binari milanesi e pendolari. E, se le trattative sono andate avanti per nove anni (ma solo perché la crisi edilizia morde da sette), perché questa improvvisa fretta? SENZA UN VERO PIANO?
Altri grattacieli (inevitabili per un minimo di verde fruibile) con centomila alloggi vuoti (60 mila mai abitati) e un milione e mezzo di mq. di uffici vuoti?
In questa stagione, alle 20, gli appartamenti di CITYLIFE e PORTA NUOVA sono quasi tutti bui. Perché F.S. e i suoi “complici” bramano l’affare, il grosso affare. In aprile F.S. era pronta a quotarsi in Borsa. Glielo ha impedito un manipolo di consiglieri comunali (alcuni non ringraziati dagli elettori). F.S. si apprestava a decantare favolose future plusvalenze. I milanesi hanno corso il rischio di tre FREGATURE: come “veri” proprietari degli “scalosi”, come fruitori e come risparmiatori.
FRUITORI: è stato l’arch. Emilio Battisti ad evidenziare pubblicamente il problema delle strade e degli accessi. C’è, aggiungo io, e non è meno importante, quello delle Reti: ACQUA, GAS, ELETTRICITÀ e, soprattutto, FOGNATURA. Quella attuale, per la scarsa manutenzione, è già a pezzi. Sarebbero tutte completamente da rifare, naturalmente, a spese del Comune.
A nulla è servita l’esperienza (la lezione) di M4 con la città ridotta a un cantiere a cielo aperto, commercianti falliti, cittadini fra polveri e gimcane, settecento alberi d’alto fusto massacrati (il tutto per agevolare una ditta esperta in corruzioni). Niente ha imparato il “garzone” che ora vuol salvare la faccia con tre giorni di dibattiti. Non ne basterebbero tremila! Perché chi ha firmato non è un URBANISTA (da URBS=città) e capisce ben poco di urbanistica. E’ un AFFARISTA che, probabilmente, cura gli affari suoi e degli “amici”!
Costoro non devono provocare le sette piaghe di Milano.
Si abbandoni questo insano progetto e si dia l’OSTRACISMO ai due colpevoli (ve ne ho già detti i nomi).
OSTRAKON era il coccio su cui veniva scritto il nome del cittadino che aveva meritato l’esilio. Altri bravi architetti e i pochi validi urbanisti rimasti (ars non dat panem) hanno già espresso -in ambienti più ristretti- importanti critiche e suggerimenti. Potranno riunirsi e preparare un VERO PIANO URBANISTICO. Pro CITTÀ e non pro AFFARISTI.
Solo allora -se la Regione continuerà a defilarsi- si esproprieranno i terreni. Sono del DEMANIO, non di F.S. (che è una società privata) ed è con lo Stato che si discuterà il prezzo. Ma… regia e impulso non potranno venire da un personaggio i cui collaboratori sono tutti stati o arrestati, o hanno patteggiato, o sono indagati.

[Luigi Caroli]  
Operai morti per amianto:
assolti i 9 manager imputati nel processo Pirelli bis.


Per il tribunale di Milano nessuno è colpevole della morte e delle lesioni gravissime per i 28 casi di operai morti o ammalatisi a causa dell'amianto, che hanno lavorato negli stabilimenti milanesi dell'azienda tra gli anni '70 e '80. Lo ha deciso il giudice della V sezione penale, Annamaria Gatto, che ha assolto i nove manager Pirelli accusati di omicidio colposo "perché il fatto non sussiste” e per “non aver commesso il fatto”. Una decisione antioperaia gravissima perché, andando anche contro la perizia del consulente da lei stessa nominato, ha sancito così l’impunità per i responsabili della morte di 28 lavoratori. Il nostro Comitato, parte civile insieme a Medicina Democratica e all’Associazione Esposti Amianto, dopo le proteste in aula alla lettura della sentenza, ha sfilato per i corridoi del Palazzo dell’ingiustizia con due striscioni, uno  che recitava "gli operai sono stati uccisi due volte: dai padroni e dai giudici"." e un altro che ricordava le vittime del profitto.
Le testimonianze degli operai, dei consulenti del pm Ascione, e in particolare dei nostri consulenti, il  Dott. Luigi Mara (deceduto a maggio di quest’anno, grazie al cui lavoro si è potuto intentare questo, e altri, processi) e l’Ing. Bruno Thieme, i documenti prodotti dal nostro avvocato Laura Mara, avevano ampiamente ricostruito e dimostrato la verità storica delle condizioni di lavoro alla Pirelli e delle ragioni di tutte queste morti a causa dell'inalazione delle fibre di amianto presenti negli stabilimenti milanesi tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, l’inesistenza di protezioni adeguate e di tutele antinfortunistiche e di protezione della salute.  La verità giuridica, in un paese che conta più di 1.000 morti all’anno sul lavoro (4.000 altre provocate solo dall’amianto e altre decine di migliaia di malattie professionali) è un’altra: quello che non si può mettere in discussione è il profitto, il fatto che le aziende devono poter continuare a produrre senza lacci e lacciuoli. Le morti operaie non devono essere un costo, neppure giudiziario. Gli eventuali investitori stiano pure tranquilli.
Il segnale politico che sta dando il tribunale di Milano è chiaro: questi processi non si devono più fare. Ma noi non ci fermeremo. Non accettiamo che la legge sia sempre con i padroni; anche se sappiamo di vivere in un paese dove la legge è di classe, noi continueremo a lottare perché vogliamo giustizia, una giustizia vera che dica chi e perché ha ucciso questi operai e non fermeremo la nostra lotta finché i responsabili di questo genocidio non saranno fermati e puniti.  Questo non riporterà in vita i morti e non guarirà il dolore dei loro famigliari e dei malati ma senz’altro ne eviterà altri. E questa è una mancata responsabilità che il tribunale di Milano si è presa: non si può sancire l’impunità per padroni e manager affermando nella pratica che uccidere i lavoratori non è reato.

[Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio]
Lettura di Natale
7 ANGELI DALLI ALI SPEZZATE
IL CANTO DELLA VESTALE

È scritto nel vento che spira
su foglia caduca…



L’universo, attraverso gli occhi della fantasia, ha giocato con i fantasmi come fanno i bambini con i coriandoli e le stelle, tanto da acchiapparne i fili colorati per dipanarne gli orrori o il buio della notte su squarci di cielo marino. Quanti scorci di vita andavi cercando come la vispa Teresa fa con il suo noto retino…
Ogni persona una stella vibrante di poesia, ogni luogo una fotografia, ogni montagna solitaria, ogni spiaggia desolata, ogni campo bruciato come per incanto diventavano pennellate di sole al primo alito di brezza. E che dire degli immensi spazi del cielo, del mare infinito che corre dietro all’orizzonte sulla vela che scivola via, delle piane e dei colli di colori chiari e surreali, oppure dei monti boschivi, rocciosi, cespugliosi, vellutati o nevosi: un incanto da mozzare il fiato. Sentirsi in un tutto dentro e fuori, quasi a voler nascere, vivere, morire, rinascere in una nuova luce, piena d’ombre ancora da svelare. A volte pensi di essere in un altro mondo o forse lo sei: attorno le nuvole si allontanano per spaziare il blu che s’apre in uno squarcio d’infinito.
I ricordi s’affacciano alla mente come rondini in cerca del nido, di quel nido sicuro, lasciato per volare verso lidi irraggiungibili. Quel nido non c’è più, s’è spezzato in un volo di primavera. Nemmeno una piuma è rimasta attaccata alla sua anima. È rimasto il dolciore d‘ambrosia.
Così ti guardi intorno e vedi altre figure vaganti. Sono esseri trasparenti che si muovono leggiadri diffondendo luce diafana.
I
“Il mio nome era Vera. Vivevo in un paesino sperduto fra i monti. Ogni giorno saltavo la corda, da sola e non sapevo nemmeno il perché. Passavo il tempo con il volto trasognato e innocente. Una voce mi chiamava sempre per riportarmi alla realtà. Ma quale fosse la realtà nemmeno sapevo: il salto alla corda o la corda sulla mia pelle già piena di ematomi e di croste, che mi grattavo fino a far uscire il sangue, godendo di quel dolore in un grido soffocato di libertà.
Giorno dopo giorno diventavo grande mentre il corpo mutava forme, che prorompenti mi impedivano la scioltezza dei movimenti. I grossi seni mi riempivano le ascelle, che goffamente cercavo di nascondere sotto le braccia.
Ciò che credevo sgraziato attirava gli sguardi, troppi sguardi, che furono il mio tragico destino.
Ho rimosso quel male ricevuto tra carezze lascive e botte. Ho partorito figli di nessuno trovando pace dopo l’ultimo vagito. Ho lasciato orfani chi di cui non so neppure il nome.
- Tu chi sei? Cosa fai qui? La rarefazione è di questo aldilà del mondo. E tu sei viva di una vita ancora legata ad un filo di ricordi. I ricordi qui sono cancellati per sempre!” -
Mi muovo fra gruppi di esseri trasparenti e luminosi, le cui sembianze sono profili di luce ad intermittenza al dolce suono di parole che mi giungono dalla mente.
Mi si avvicina una emanazione di luce alta e sottile; mi si rivolge con una dolcezza indescrivibile, mai conosciuta prima.
II
“Mi chiamavo Ester. Vivevo in una grande città. Non ricordo il nome. Qui non esistono nomi, ci chiamiamo con onde sonore. Ognuno ha la sua ed è riconoscibile. 
Sono cresciuta fra gli agi e ricchezze materiali, ma in tanta solitudine. I miei amici di gioco ero io che li impersonavo di volta in volta con la fantasia. Era un gioco divertente, mentre la realtà era monotona e noiosa. Mi annoiavo e da questa noia uscì un mondo pieno di personaggi. Appena ebbi imparato a scrivere iniziai a comporre piccole frasi dove esprimevo la malinconia del tempo negli spazi dell’invisibile. L’invisibile è stato il compagno della mia vita: quando parlavo nessuno ascoltava, quando entravo in un luogo nessuno mi vedeva. A tre anni un signore distinto mi prese in braccio per darmi carezze, coccolarmi fino a toccarmi… C’era lui col suo atto infame, ma io non c’ero.  Ero invisibile quanto lui era assente alla vita.
Divenni una giovane donna desiderabile, ma invisibile. Chiunque si avvicinasse voleva qualcosa, ma non me...
Ora i ricordi si sono persi in quel venticello che discorre con acque di sorgente.  La sorgente torna sempre sorgente. Sono in questo luogo dove l’invisibile s’è spogliato per restare nudo di tutto, dove le parole sono onde che emanano luce, la luce della presenza.
-Cosa fai qui? Chi sei? Tu hai ancora le vesti dell’invisibilità. Qui le spoglie dell’invisibile sono sepolte per sempre.”-
Mi tolgo di dosso gli abiti, ma una figura nell’avvicinarsi mi manda le sue onde che sussurrano armoniosamente “qui non serve togliersi gli abiti”. Cammino in mezzo a loro attraversandoli mentre sento la luce nutrirmi di spirito.



III
“Mi chiamavo Selene. Vivevo in campagna fra galline e pulcini. Giocavo con le farfalle  rincorrendo il cane che abbaiava nell’aia di casa. Ero felice e spensierata. I miei genitori erano sempre nei campi. Divenni giovinetta e data in sposa ad un ricco vecchio e barbuto. Fu la fine di qualcosa che non tornò più. Rimasi gravida come una mucca e partorii tre figli, di cui uno infelice. Mi ammalai e morii tra i pianti dei bambini e le botte di un vecchio ubriaco. Ora non so la fine dei miei figli, non ricordo i loro nomi. Li aspetto in questo luogo di pace.”
-Cosa fai qui? Chi sei? Tu non sei di questo luogo. L’attesa nei ricordi sarà lunga, solo l’oblio aprirà il tuo varco…-
Si allontana cantando melodie di sfere celesti mentre mi viene da svenire.   
IV 
“Il mio nome era Talita. Un guizzo della mente soffia da dentro un vento di tempeste; così è stata la mia vita: un turbinio di vicende dove una bambina cresce tra disordini, urla e bestemmie. Come una cagna affamata accoglievo le carni di chi mi prendeva con forza e violenza trovando in quel male una specie di quiete. Stordita, livida e sanguinante facevo di tutto come una docile schiava. Poi venne il sangue dalla vagina, maledizione e punizione divina, perché colpevole di essere al mondo nel modo sbagliato, come un’edera avvinta alla propria indelebile sorte.
Il gioco di un destino infame tra uomini che di uomo non avevano niente: il ripetitivo rito bestiale era la roulette, i cui colori non davano scampo…
Un giorno morii tra stenti stordita dall’alcool, bramato come un fuoco che brucia le viscere placando le fiamme di quell’inferno. Fui strisciata a pedate sino alla buca del campo, dove il mio corpo giace. Da quella terra grassa ogni anno nascono viole, il cui profumo è la preghiera dei Santi.
La mia anima è la più nuda di tutte e il mio colore è il chiarore della luna la cui via ornata di stelle indica la cometa.”
-Cosa fai qui? Chi sei? Il tuo colore è vivo di ricordi. Lì c’è una fonte di luce dove bagnarti il capo.-
 E lieve sparisce in una spirale luminosa sulla scia di una musica lontana, che tutta m’invade.    
Il risveglio è all’ombra del salice dove pende la cetra dell’anima attonita e spaventata. Un raggio di luce ferisce il buio per dire che il giorno s’apre alla vita delle donne il cui nome è scritto nel firmamento.
La giornata inizia con un velo di malinconia davanti a una lapide dove sta scritto: “Fiordiloto  è il suo nome per celare le vergogne dei tempi di tutti i tempi”.
In un giorno sereno di bambina insegue sulla spiaggia, per un inno alla fantasia, un aquilone.
Colleziona conchiglie creando sogni su castelli di sabbia.
Così è finito un sogno per lasciare spazio ad un altro, perché i sogni vanno a finire nel buio per risvegliarsi nel cuore della notte.
   

V
“Il mio nome era Alina. Mi piaceva cantare e un canto di sirena m’ammaliò perdutamente. M’imbarcai per lidi sconosciuti con il vento nei capelli, rapita dal mio amante. Mi sussurrò voci di stelle e mi parlò di terre magiche il cui fascino ne era l’ignoto padrone. Mi fece sua schiava con catene di lacrime, luminose come falsi diamanti. Le parole divennero pietre acuminate e i sogni fantasmi. Il canto della sirena mutò in urlo sgozzato di morte.
Scappai naufraga non trovando più il suono armonioso della mia anima. Perduta e smarrita vagai senza meta finché una mano mi prese, poi un’altra e un’altra ancora. La stretta era dolente, sempre più dolente. Ero morta e non sentivo più niente, nemmeno la morte riuscì a svelarsi per l’ultima preghiera.”
-Che fai qui? Chi sei? Tu non sei di questo luogo. C’è impurità nei tuoi occhi, lavali nelle acque lucenti di sorgente.-
Per un attimo non vidi più nulla, mentre zampilli d’acqua lavarono i miei occhi con la luce della misericordia.  Per incanto quella figura trasparente era svanita tra le onde chiare dell’alba.
VI
“Il mio nome era Lia. Fui data in adozione, strappata a mia madre dai Servizi Sociali. Mio padre   adottivo un uomo di potere, mia madre adottiva, una donna fragile, che beveva di nascosto, ma io sapevo. Mi sentii sola. Mi furono assegnati un altro nome e un’altra età, quindi chi ero, se la Stella di prima o quel nome imposto -non lo ricordo- non sapevo più. Potevo fare ciò che volevo e ogni giorno mio padre mi dava dei soldi: -prenditi ciò che vuoi- mi diceva, andandosene via, mentre lei barcollava ubriaca. Le cene con gli amici origliavo dalla scala: le loro risate, la musica mentre il cameriere serviva sotto un enorme lampadario di cristallo. Di cristallo anche le mie lacrime inghiottite in gola con la voglia di urlare e di schiaffeggiarmi. Rientrata in camera quante sberle per soffocare quel dolore di non poter toccare la pelle della mamma; non potevo nemmeno più sfiorare l’immagine del suo viso, cancellata dalla mente. Cercavo il suo viso, la sua figura, ma tutto si perdeva nella nebbia. Me ne andai senza un soldo e senza un documento. Vagai senza meta. Non ricordo più niente, come quel niente da cui ero venuta. Nullità fu il mio nome finché una luce mi prese per mano per condurmi in questo luogo d’amore. Sì, qui ho conosciuto l’amore tra archeggi di cielo e arpeggi celesti.”
-Ma tu chi sei? Non sei di questo luogo. La tua bocca è piena di parole e qui è il luogo del silenzio dove le parole si fanno onde di luce nell’anima viva. Bevi alla fonte d’amore per nutrirti di luce. –
 La mia bocca beveva, ma non si dissetava mai abbastanza ed il viaggio non era ancora finito.
VII
Il mio nome era Elsa. Penso ai nostri giorni trascorsi a Parigi mentre respiravamo un’aria romantica, magica e venata di nostalgia per il tempo perduto, così, senza esserci l’uno per l’altra.
Ora tu vivi lontano da me, eppure sento che mi parli.
In questo tempo senza spazio la memoria è impressa di cose sfuggite. Sfuggiamo dall’assenza di noi stessi per cedere al vuoto cosmico. Precipitai nel pozzo della mia anima, inerme, con lo sguardo fisso verso un punto invisibile come l’oblio del vento che scompare nel silenzio. 
Cosa fai qui? Chi sei? Tu non hai la luce della presenza e i tuoi occhi hanno il buio dello smarrimento. Vai sul ciglio di sorgente dove la rugiada disseta l’anima dell’aurora promettente.
Mi avviai al ciglio mentre copiose gocce di rugiada lavavano i miei occhi ancora sporchi.
Mi svegliai ritrovandomi sul ciglio del fiume, le cui acque correvano all’indietro verso la sorgente dove risuona l’eco d’un canto, il canto della Vestale:

Sarò Tua con la gentilezza del bulbo
Sarò Tua con il rispetto dell’essenza
Sarò Tua con la lealtà dell’animo
Sarò Tua con la comprensione della mente
Sarò Tua con la fede del pazzo
Sarò Tua con il dialogo dell’amicizia
Sarò Tua con l’intelligenza dei giusti
Sarò Tua con la generosità del sorriso
Sarò Tua con la sensibilità del turbamento vivo
Sarò Tua con l’umanità del perdono
Sarò Tua con la semplicità della parola
Sarò Tua con i silenzi dello sguardo.

[Laura margherita Volante]


venerdì 16 dicembre 2016

ABBIAMO DETTO NO
di Carlo Smuraglia*


Un commento del Presidente Smuraglia
dopo il risultato del referendum

Ancora una volta ha vinto la Costituzione, contro l'arroganza, la prepotenza, la mancanza di rispetto per la sovranità popolare e i diritti dei cittadini. Hanno usato tutti gli strumenti possibili, il denaro, la stampa, i poteri forti, gli stranieri; sono ricorsi al dileggio e alla diffamazione degli avversari, ma il popolo italiano non si è lasciato convincere e ha dato una dimostrazione grandiosa di maturità. Noi che abbiamo fatto una campagna referendaria rigorosa, sul merito, con l'informazione e il ragionamento, siamo felici e orgogliosi di questo successo. Ora finalmente si potrà pensare di attuare la Costituzione nei suoi principi e nei suoi valori fondamentali, per eliminare le disuguaglianze sociali, privilegiare lavoro e dignità della persona, per
riportare la serietà, l'onestà e la correttezza nella politica e nel privato. Alle sorti del Governo provvederà il Presidente della Repubblica e noi ci rimettiamo alla sua saggezza. La cosa importante è che riprenda
il confronto politico e democratico e che prevalga su ogni altra cosa la partecipazione dei cittadini. Questa è una vittoria anche dell'ANPI che tanto si è impegnata per la difesa dei valori costituzionali, ma è soprattutto una vittoria della democrazia e ripeto, con forza, della Costituzione.
*Presidente Nazionale ANPI
LETTERA APERTA A RICCARDO MUTI
di Ugo Giannangeli

Riccardo Muti

Veniano (Como). 
Illustre Maestro Riccardo Muti,
ho letto il Suo articolo sul Corriere della sera di ieri nel quale annuncia il Suo concerto a Tel Aviv il prossimo 20 Dicembre nell’80° anniversario del primo concerto di Arturo Toscanini nel 1936 con l’Orchestra di Palestina, oggi Filarmonica di Israele. Lei ricorda l’impegno antifascista di Toscanini nonché il suo senso altissimo di libertà, di dignità umana e di uguaglianza. Le chiedo: è certo che oggi Toscanini, portatore di questi valori, andrebbe a Tel Aviv e non piuttosto a Ramallah o a Gaza a portare la sua solidarietà ai Palestinesi che lo storico Bruno Segre ha definito “ gli ebrei del nostro tempo”? Lei ricorda anche la lettera di ammirazione di Albert Einstein nei confronti di Toscanini. Si rilegga la bella lettera di Einstein, Hannah Arendt ed altri intellettuali ebrei al New York Times nel Dicembre 1948 dopo la strage di Deir Yassin. Il partito di Begin è definito senza mezzi termini “fascista”. E si era solo all’inizio della storia di Israele, oggi Stato fiero della sua etnocrazia realizzata attraverso l’apartheid e la pulizia etnica dei Palestinesi! Lei con la sua presenza contribuisce al decoro di immagine di questo Stato. Lei sa che molti artisti si sono rifiutati di esibirsi in Israele raccogliendo l’appello del movimento BDS. Vorrei rivolgere anche a lei questo appello. Ma se proprio non volesse o non Le fosse possibile rinunciare all’impegno, le chiedo: vada almeno anche a Ramallah e a Gaza. Per Gaza occorre l’autorizzazione di Israele, carceriere di due milioni di persone. Le diranno che ci sono problemi di sicurezza. Non gli creda, non è vero. Il popolo di Gaza La accoglierà festoso e grato e sicuramente ci sarà anche là un’orchestra onorata di essere diretta da Lei.
Un cordiale saluto.


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