UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 23 agosto 2017

Non solo cosmetici
di Fulvio Papi


Apro la televisione in un momento qualsiasi e apprendo, con soddisfazione di quel mercato, che la vendita di cosmetici è in sensibile aumento. Dico subito che non sono un seguace ostinato dell'acqua e sapone e che la cura esperta e intelligente del corpo è un elemento che può entrare con successo nella esperienza quotidiana, può arricchire una valorizzazione estetica, e tuttavia, se sbaglia tono e misura, può diventare una maschera grottesca, anche nel caso possa raccogliere gli applausi di interessati sconsiderati, tra i quali forse vi sono anche quei reiterati messaggi pubblicitari che restaurano la dimensione miracolosa che, cambio binario, la teologia della demitizzazione ha interpretato con saggezza.
Un cosmetico, come un giocattolo, un abito particolare, una arredamento à la mode, sottintende due cose che sembrano opposte ma sono complementari. In primo luogo la cosmesi non deve superare la frontiera della moda (come insegnava Simmel) poiché è un sistema identitario che ha un valore collettivo. Se varca quella soglia eccita il ridicolo. Ricordo che, ai tempi delle sfilate protestatarie del 68’ e seguenti, un giovane, del resto tutt'altro che privo di talento, si presentava con la bombetta (il cappello non un esplosivo) e l'ombrello. La distonia era da spiegare, anche se, in realtà non era molto difficile.
In ogni caso, ripeto, cosmesi e abbigliamento hanno un loro tempo. Il quale “guardando la storia del costume nei secoli passati” dà l'idea che per l'avvenire ci sarà una prospettiva sempre aperta e variabile, secondo i gusti collettivi, i desideri di riconoscimento, i costi di mercato. Non vorrei esagerare, ma l'uso della cosmesi ha dinanzi a sé un tempo di relativa stabilità, così le nonne (forse meno i nonni), le mamme, le felici nipoti.



Ma le cose, mi pare, non possano posare su questa certezza. Poco tempo dopo la visione televisiva infatti ho preso in mano una rivista specializzata sui problemi ecologici. Non credo che sia nello stile degli scienziati esagerare le condizioni di fatto, ma la notizia che ho letto con il suo commento diceva che di tutta la produzione di plastica nel mondo, solo il 5% veniva riciclata. Il resto veniva buttato negli oceani. In prospettiva il risultato sarebbe stato che nel 2050 gli oceani saranno formati per metà d’acqua e per metà di plastica. Relata, refero. Tuttavia qui sarebbe il caso (ma bisognerebbe farlo molto bene, non in due righe) di ripetere che fra tutte le specie viventi solo quella umana - che poteva adattarsi a più ambienti - era in grado nella sua storia evolutiva di creare le condizioni per distruggere il pianeta che, per caso o per volontà di Dio, ci era dato per vivere e, naturalmente, per conservarlo al fine nella nostra riproduzione. Nulla è eterno, ma questa circostanza, se ben regolata, apriva persino uno spazio per quella possibilità. Ammettiamo che questo pensiero sia malauguratamente inesatto, com’è nel desiderio mio e di tutti. Ma se invece avesse dalla sua una verità, e questa verità diventasse uno strisciante pensiero della propria vita, che cosa vorrà mai dire consumare più cosmetici per apparire più belli? Ci sono due risposte: una indifferente e cieca che rende il presente interminabile come una retta che percorra l’universo. L’altra insopportabile e, talvolta, il silenzio può anche essere una strategia dell’opportunità.
AL CASTELLO DI GALLIATE DI NOVARA
PROMETTENTI TALENTI RECITANO
I PROMESSI SPOSI

I gemelli Enrico ed Edoardo Borghesio

Non è vero che tutti i giovani sono ormai disinteressati nei confronti della cultura, alienati da Facebook e dai social, che non leggono i classici e che non hanno amore né passione per la letteratura, l’arte, il teatro. A Novara nel 2015 è nata una compagnia teatrale costituita interamente da un gruppo di studenti liceali e universitari. Si sono chiamati “Il Terzo Polo” e il loro obiettivo è la creazione di adattamenti letterari e del grande teatro con una reinterpretazione brillante e spesso parodistica. La produzione dello spettacolo in tutte le sue fasi, dalla stesura del testo alla regia, dalla recitazione alla parte tecnica, è interamente gestita dalla compagnia stessa senza l’intervento di professionisti. Il cuore e l’anima della compagnia sono due gemelli, Enrico ed Edoardo Borghesio, rispettivamente studenti del liceo scientifico e classico (a settembre iniziano l’ultimo anno), che brillano nel panorama dei giovani di oggi per entusiasmo, passione, umiltà, curiosità, e, diciamolo pure, intelligenza e talento. Ma tutti i ragazzi che costituiscono la compagnia “Il Terzo Polo” sono davvero speciali. Se volete verificarlo personalmente potete assistere alla loro reinterpretazione de I Promessi Sposi (testo di Enrico ed Edoardo Borghesio, regia degli stessi e di Filippo Brussino) domenica 3 settembre 2017 alle ore 21 presso il Castello di Galliate (lo spettacolo è già stato rappresentato con grande successo di pubblico al Castello Sforzesco di Novara a giugno nell’ambito del programma “Estate Novarese”). L’ingresso è a offerta libera.
Andate a vederli e applaudirli, hanno bisogno di essere incoraggiati e sostenuti in questa loro, rara e meritevole, passione!
Chiara Pasetti

La Compagnia "Terzo Polo" prima di andare in scena


La locandina dello spettacolo

[Segnalazione a cura di Chiara Pasetti]
Sui rapporti tra popoli
di Fabrizio Amadori


Ho sempre sospettato che ci sia un legame tra la politica estera di una nazione e i suoi rapporti col terrorismo. La Francia - e arrivo al dunque - ha sempre trattato l'Africa mediterranea e quella subsahariana come un proprio dominio dove spostare uomini e mezzi militari, nonché interessi economici, spesso a in maniera sbagliata. Ora, la Francia è forse il paese europeo più colpito dal terrorismo. E allora mi chiedo se non ci sia un legame tra simili atti sul suo territorio e quelli che essa fa sul territorio altrui. Mi chiedo insomma se i terroristi non colpiscano soprattutto quei paesi che suscitano maggiore odio da parte di coorti di giovani africani: i quali possono vivere benissimo in Europa, ma non per questo non mantengono contatti forti con i paesi d'origine da cui ricevono notizie di umiliazioni e soprusi da sommare alle discriminazioni che personalmente possono vivere a Parigi o a Bruxelles. Insomma, il giochino dei Governi nostrani di fare rivendicazioni morali, e dire che il terrorismo si combatte per difendere i valori occidentali non funziona più, se mai ha funzionato: la Francia sostiene Haftar non perché intenda appoggiare la democrazia in Libia ma per l'esatto opposto, per sostenere l'uomo forte che diventi un altro Gheddafi alle sue dipendenze. Da sempre le potenze occidentali - a partire dagli Usa - preferiscono le dittature alle democrazie nei paesi periferici del mondo perché le prime sono più facili da controllare. Da sempre i governi delle potenze occidentali non difendono gli interessi dei popoli periferici, ma di quelli occidentali a cui devono garantire il benessere a cui sono abituati, nonché rispondere al momento del voto. Celebre la frase ricorrente di Bush junior per cui il tenore di vita degli statunitensi, il popolo più "sprecone" del pianeta, andasse salvaguardato senza "se" e senza "ma" - leggi: sulla pelle degli altri -. In questo senso una lotta di popoli c'è, sebbene mediata.
Una lotta che perde ogni mediazione, poi, e assume i fulgidi toni della retorica è quella in atto in Occidente per evitare di spostare stabilimenti industriali fuori dai Paesi avanzati, di delocalizzare, facendo appello alle conquiste sindacali, dimenticandosi che tali conquiste sono avvenute col tempo in Occidente, passo dopo passo, e lo stesso non può non avvenire nei paesi poveri: gli occidentali, insomma, non stanno lottando perché gli altri abbiano i loro stessi diritti in modo che ci possa essere una competizione corretta tra i lavoratori del mondo. No, stanno lottando per impedirglielo, perché pretendere che gli altri ottengano sull'istante gli stessi diritti sindacali significa negare il principio di realtà: più semplicemente, non si ha alcun interesse a che gli altri facciano il nostro stesso percorso. E' il nostro percorso che va salvaguardato, non il loro.



La conclusione è che un giovane magrebino potrebbe benissimo pensare di non commettere un delitto ad ammazzare gli occidentali, che considera suoi aguzzini, i quali stanno - dispiace dirlo - pure tra la folla inerme della passeggiata di una Nizza qualsiasi, anche (e soprattutto?) se fatta di "semplici" lavoratori, perché tale folla in realtà tanto "inerme" - o disinteressata -, ai suoi occhi, non è. E del resto i suoi diretti concorrenti sono proprio questi, i semplici lavoratori, non i milionari, e tantomeno i miliardari, i quali anzi potrebbero suscitare in lui il fascino di quelli di casa sua, i ricchissimi arabi - egiziani, sauditi, etc -complici degli occidentali in molti casi, e non per questo, però, ritenuti responsabili quanto loro.
Il giovane magrebino ha ragione a pensare una cosa del genere, a non considerare cioè inermi i popoli - e gli individui - occidentali rispetto a lui? Rispondere con un no senza appello secondo me è frettoloso. Forse è il caso di lasciare ai posteri l'ardua sentenza...

domenica 20 agosto 2017

PRAGA '68 E LE CONTRADDIZIONI DELLA SINISTRA ITALIANA
di Franco Astengo

Mi auguro sia permesso avviare questo intervento con un ricordo personale. Ero a casa, in ferie forzate perché l’ufficio stava chiuso una settimana (chi mi ha conosciuto sa quanto non mi siano mai piaciute le ferie). Le 5,30 del mattino: mio padre si stava preparando per il turno in fabbrica e ascoltava, come sempre, la radio. Ad un certo punto irruppe nella stanza che dividevo con mio fratello ed esclamò (tutto il dialogo rigorosamente in dialetto, naturalmente): “I russi hanno invaso Praga”. Mi alzai seguendolo ad ascoltare il notiziario: camminavo nervosamente su e giù per la cucina e ad un certo punto, mentre stava per uscire di casa, lo appellai perentorio. “ Papà, questa volta rompiamo con Mosca"
21 Agosto 1968: i carri armati del Patto di Varsavia entrano a Praga, spezzando l'esperienza della “Primavera”, il tentativo di rinnovamento portato avanti dal Partito Comunista di Dubcek.
1968: l'anno dei portenti, l'anno della contestazione globale, del “maggio parigino”, di Berkeley, Valle Giulia, Dakar, della Freie Universitaat di Berlino: quell’anno magico vive in quel momento la svolta verso il dramma. Si chiude bruscamente un capitolo importante nella storia del '900.
Come mi accade ogni anno, e a rischio di apparire assolutamente ripetitivo, mi permetto di disturbare un certo numero d’interlocutrici e interlocutori per ricordare i fatti di Praga. Una riflessione sui risvolti che quell'avvenimento ebbe sulla sinistra italiana: si compirono, in quel frangente, scelte che poi avrebbero informato la realtà politica della sinistra italiana per un lungo periodo. Prima di tutto l'invasione di Praga spezzò lo PSIUP: a distanza di tanti anni possiamo ben dire che si trattò di un fatto politico importante. Il partito, rappresentativo dell'esperienza della sinistra socialista che aveva rifiutato nel 1963 l'esperienza di governo con la DC, aveva appena ottenuto (il 19 Maggio) un notevole risultato alle elezioni politiche (il 4,4% dei voti con 24 deputati) e su di esso si era appuntata l'attenzione di molti giovani che avevano cominciato a ritenerlo l'espressione di un avanzato rinnovamento a sinistra. 


Lo PSIUP si spaccò in due, da un lato il vecchio gruppo dei “carristi” approvò incondizionatamente l'invasione con toni da antico Comintern (come nessun altro settore della sinistra italiana, usando un’enfasi non adoperata neppure dalla corrente del PCI vicina a Secchia); dall'altra esponenti di spicco del “socialismo libertario”, epigoni della lezione di Rosa Luxemburg, come Lelio Basso si misero da parte; ma soprattutto furono i giovani, al momento protagonisti del '68, a ritrarsi. Lo PSIUP iniziava così la china discendente, che sarebbe culminata nell'esclusione dal Parlamento con le elezioni del 1972: un evento ripetiamo di un peso rilevante sulle future sorti della sinistra, in particolare al riguardo delle possibilità di aggregazione, iniziativa politica, capacità di rappresentanza di quella che sarebbe stata la “nuova sinistra” di origine sessantottesca. Il peso più importante, però, della drammatica vicenda praghese ricadde, ovviamente, sul PCI. Il più grande partito comunista d'Occidente si trovava, in quel momento, in una fase di forte espansione elettorale (il 19 Maggio aveva raccolto 1.000.000 di voti in più rispetto all'Aprile 1963) ma in difficoltà organizzativa, in calo d'iscritti, non avendo ancora superato il trauma dell'aver svolto un congresso inusitatamente combattuto come l'XI del 1966, il primo celebratosi dopo la morte di Togliatti, e contrassegnato dallo scontro (ovattato, ovviamente, com'era costume dell'epoca, ma vissuto intensamente in una larga fascia di quadri) tra le ragioni di Amendola e quelle di Ingrao.
Inoltre il quadro europeo appariva alquanto problematico: il PCF appariva scosso dall'impeto del Maggio e si rinchiuse in una rigida ortodossia, PCE e PCP erano piccoli partiti ancora clandestini, la Lega dei Comunisti Jugoslavi obbedì, ovviamente, alla ragion di stato. La notizia dell'invasione piombò su di una deserta Roma agostana: i principali dirigenti del PCI erano in ferie, tutti al di là della cortina di ferro. Unico componente della segretaria presente in sede era Alessandro Natta che, in tutta fretta e con i mezzi dell'epoca, contattò gli altri compagni, per varare un documento, la cui prima stesura fu affidata a Giorgio Napolitano, che suonò immediatamente come un punto molto avanzato di condanna dell'invasione.


Tralasciamo, per brevità, la narrazione del fortissimo dibattito che si scatenò subito, alla base del partito, nelle sezioni, nei comitati federali di tutte le province: un dibattito dove si registrarono anche elementi di netta contrapposizione e di insofferenza, da parte dei settori più arretrati del partito, verso quelle che sembravano le scelte del vertice. Inoltre il PCI era chiamato a difendere le posizioni di apertura tenute verso il nuovo corso cecoslovacco: qualche mese prima si era svolto, infatti, un incontro tra Longo e Dubcek.
I problemi maggiori, come era prevedibili, vennero dall'esterno e, più precisamente, dall'URSS: la pressione del PCUS per un arretramento nelle posizioni dei comunisti italiani e, semplificando al massimo, un vigore di dibattito che ripetiamo risultò altissimo e del tutto inedito per la vita del partito, si arrivò, dopo un incontro Cossutta- Suslov avvenuto a Mosca a una sorta di rientro nell'alveo. Di quale alveo si trattava?
Il PCI, nella sostanza, si assestò all'interno dei confini della linea tracciata da Togliatti, dopo il XX Congresso del PCUS e l'invasione dell'Ungheria del 1956.
Il PCI, alla fine di quell’aspro confronto interno, parve rinunciare addirittura a sviluppare la capacità che lo stesso Togliatti aveva avuto nel definire un’autonomia tale da metter in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornendo la piattaforma per l’elaborazione strategica del “partito nuovo” aprendo il solco teorico su cui basare la “via italiana al socialismo” e difendendo, infine, nel clima ideologico della guerra fredda, la continuità della cultura democratica progressista italiana, conquistando una generazione di intellettuali di cultura laica, storicista e umanistica a posizioni genericamente marxiste, senza provocare “lacerazioni troppo nette”.
Non fu sviluppato, in quel momento, dal gruppo dirigente del PCI il filo rosso che legava l’intervista a “Nuovi Argomenti” del 1956 al Memoriale di Jalta, che pure Longo aveva avuto il coraggio di pubblicare.


Alla base della linea assunta, alla fine, dal PCI c'era ancora la convinzione secondo cui il modello sovietico, essendo collegato alle condizioni di arretratezza e di accerchiamento in cui si era sviluppata la rivoluzione russa, era destinato a evolvere verso la democratizzazione nella misura in cui si fosse compiuto il processo di industrializzazione, urbanizzazione e alfabetizzazione e nella misura in cui fosse avanzato il processo di distensione internazionale. Ancora più a fondo, c'era la convinzione che l'autoritarismo politico e la centralizzazione amministrativa, nei paesi dell'Est, fossero fenomeni prevalentemente istituzionali, rappresentassero un ritardo e un’incongruenza della sovrastruttura rispetto alla struttura.
Il gruppo dirigente sovietico rimase così l'interlocutore come protagonista necessario di una riforma graduale. Tale posizione fu mantenuta fin ben dentro alla segreteria Gorbaciov.
 Torniamo a Praga’68:nessun altro soggetto, anche del dissenso comunista, seppe rispondere adeguatamente su questo terreno: né trotzkisti, né maoisti, né terzomondisti.
Soltanto in alcuni settori della socialdemocrazia di sinistra (cui si accostarono, in seguito, esuli della primavera praghese riparati in Occidente) si registrarono fermenti rivolti nel senso di una ricerca più avanzati, ma il Partito Socialista di allora era troppo impegnato nella “politique d’abord” e nel definire l’area di governo per riprendere quei temi e farne oggetto di una vera riflessione rivolta verso sinistra .
Anche quei fermenti della sinistra risultarono assolutamente marginalizzati così come già in passato non avevano trovato spazio le riflessioni di Panzieri e dei “Quaderni Rossi”.
Al PCI non arrivò, in quel punto, da parte del Partito Socialista (in quel momento ancora unificato) nessuna offerta di effettivo respiro al riguardo dell’avvio di sedi di riflessione comune.

Probabilmente, anzi sicuramente, i tempi del dibattito politico non erano assolutamente maturi (in realtà non lo erano neppure dieci anni dopo, nel 1978, quando come Manifesto-PdUP organizzammo a Venezia il primo convegno sul dissenso all’Est sotto il titolo “Potere e opposizione nelle società post- rivoluzionarie), tenuto conto anche che nel Partito Socialista stava maturando la crisi dell’unificazione socialdemocratica a seguito del negativo risultato elettorale del Maggio di quell’anno.
Nel PCI si registrò, invece, un confronto inedito che diede origine a un aspetto particolare di quello che, poi, per molti anni fu denominato “caso italiano”.
Un gruppo di intellettuali che, nel corso dell'XI congresso avevano sostenuto le posizioni di Ingrao, aveva via, via, elaborato posizioni autonome in contrasto netto con la direzione del Partito, dando anche vita a una rivista teorica ”Il Manifesto”, promotrice di un ampio dibattito e seguita con molto interesse anche da settori esterni al PCI.


Tralascio, ovviamente, anche la narrazione di questa vicenda perché si tratta di un'altra storia, del resto ben conosciuta, per limitarmi alle posizioni che si espressero sulla vicenda cecoslovacca in contrasto con quelle ufficiali. Le posizioni del “Manifesto” partivano dalla considerazione che ripetere “vogliamo il socialismo nella democrazia”, magari aggiungendo che democrazia come continua espansione dell'iniziativa dei più non bastava. Era necessario, invece, partire dal dato che nei paesi del “socialismo reale” ci si trovava di fronte alla restaurazione di una società di classe, e che lì stava la radice dell'autoritarismo.
Bisognava interrogarsi sul come mai questo dominio di classe non potesse permettersi il lusso quantomeno di un pluralismo di facciata, e avesse bisogno di un soffocante apparato repressivo e di un’ideologia autoritaria, che pure gli creavano non pochi problemi.
Anche i futuri protagonisti della vicenda del “Manifesto” impostarono però il confronto in termini politicisti (scivolando tra l’altro su duna certa “considerazione” al riguardo della rivoluzione culturale cinese), non riuscendo ad allargare il fronte e far diventare le loro ragioni organicamente parte di un dibattito non ricollocabile immediatamente, come fece la maggioranza del PCI, in una logica da “frazione esterna”.


Non risultò così neppure all’altezza di quel confronto il punto  di dibattito apertosi fin dal momento della scomparsa di Togliatti e che ebbe nella vicenda cecoslovacca il suo acme (fino alla pubblicazione dell’articolo “Praga è sola” sulla base del quale scattò il meccanismo concreto dell’esclusione dal partito) ad iniziativa di quella che poi sarebbe stata definita “sinistra comunista”: iniziativa avviata essenzialmente grazie ad una riflessione di Rossana Rossanda e Lucio Magri che non riuscì però ad aprire il varco necessario nella logica complessiva di un dibattito di massa.
Al PCI, alla sinistra occidentale, sarebbe toccato rispondere compiendo uno sforzo serio per alimentare e organizzare, in un progetto consapevole, la proposta alternativa della classe operaia, traducendo gli elementi più avanzati, più radicalmente anticapitalistici presenti nei bisogni e nei comportamenti di massa in modificazioni reali dell'economia, dello Stato, delle forme di organizzazione, così che l'egemonia operaia potesse crescere e consolidarsi nella realtà, non nel cielo della politica, o all'interno delle coscienze, e soprattutto potesse via, via, vivere come dato materiale.


Per far questo sarebbe stato necessario assumere, nei confronti del blocco sovietico un atteggiamento di lotta politica concreta, prendendo atto che ormai era senza senso pensare a un’autoriforma del sistema.
Solo la crescita di un conflitto politico reale, di un'opposizione cui dar vita dall'interno del movimento comunista internazionale, avrebbe potuto costruire un'alternativa.
Queste posizioni, sommariamente ricordate in questa sede, risultarono sconfitte.
Non è ovviamente nostra intenzione ricostruire la storia con i se e con i ma: il nostro giudizio è quello che la scelta maggioritaria assunta dal PCI in quel cruciale tornante della storia causò il formarsi di alcune contraddizioni di fondo che, ancor oggi, risultano operanti, come si diceva all'inizio.
Proprio il mancato superamento di quelle posizioni ancora interne alla logica del XX Congresso e presenti in dimensione rilevante nel PCI al momento della caduta del muro di Berlino, nel 1989 e nonostante alcuni seri tentativi compiuti nella metà degli anni'70 dalla segreteria di Enrico Berlinguer (segretaria accantonata, nei suoi contenuti di fondo, dai “nuovisti” non tanto per i tanti e gravi errori politici commessi nel corso della sua gestione, ma per l'accusa di “moralismo”), consentirono agli “ultras estremisti” (ricordate ci sono anche gli estremisti di un presunto moderatismo; scambiato con la subalternità e la sudditanza psicologica nei confronti delle posizioni dell'avversario da unire alla bramosia di essere “ricevuti a palazzo”) del PDS e poi del PD di cacciare via l'intera tradizione ideale, storica, politica dell'area comunista italiana e di trasformarsi in una semplicemente componente del “cartel party” che agita, inutilmente, il teatrino televisivo e salottiero della politica italiana.


Aver mancato una vera e battaglia politica su Praga'68 causò, quindi, nel PCI una crisi (apparentemente soffocata dai grandi successi elettorali del partito negli anni'70) che esplose vent'anni dopo e agisce, ancor oggi, nella totale deriva che la sinistra italiana sta subendo sulla strada della sua estinzione quasi compiuta e rappresenta, purtroppo, un elemento di freno nella possibilità di riaprire una discussione seria su una prospettiva di sinistra capace di raccogliere il meglio dei suoi diversi filoni d’origine.
Praga rappresentò, insomma, uno snodo fondamentale nelle vicende della sinistra italiana ed europea. Il PCF, ad esempio, agì in maniera ben più storicamente arretrata dello stesso PCI, l’SPD rifiutò l’ospitalità a Pelikan, poi concessa dai socialisti italiani, con queste motivazioni  racchiuse in un’affermazione di Willy Brandt (che aveva già in mente l’Ostpolitik) “Noi non dobbiamo sostenere gli oppositori ai Partiti comunisti dell’Est. Non dobbiamo puntare su chi si contrappone frontalmente al comunismo. Al contrario, dobbiamo favorire una evoluzione positiva dei partiti comunisti, dialogando con loro e sostenendo al loro interno le correnti più moderate”. È possibile, in conclusione, che di fronte alla “Primavera di Praga” e alla sua feroce repressione le parti maggioritarie dei grandi partiti della sinistra europea occidentale compirono il primo passo di quell’accettazione del concetto di “fine della storia” su cui si sarebbero poi adagiate vent’anni dopo alla caduta del regime sovietico e del muro di Berlino.



mercoledì 16 agosto 2017

C'È CHI DICE NO
Carlo Cassola

Il 15 Settembre prossimo a Montecarlo di Lucca, dove lo scrittore Carlo Cassola è seppellito, si terrà una giornata di celebrazione per ricordarne il centenario della nascita (1917-2017), ad opera del Comitato Nazionale per le Celebrazioni. Lo stesso giorno Federico Migliorati lo ricorderà alla Biblioteca Civica di Calcinato (Brescia) parlando del carteggio inedito da lui curato assieme a Gaccione, Cassola e il disarmo. La letteratura non basta, di cui i lettori di questo giornale sanno ormai a sufficienza. Il 23 Luglio scorso il carteggio è stato presentato da Gaccione Castagneto Carducci in Piazza della Gogna, il 9 Agosto ad Acri sotto la torre civica di quella città, il 21 Settembre sarà la volta della Fondazione Corrente di Milano, dove a parlarne oltre a Gaccione ci saranno il filosofo Fulvio Papi e l’urbanista Jacopo Gardella. Numerosi saranno gli incontri su questo volume per i mesi prossimi in varie città. Montecarlo di Lucca non ha ritenuto di dare a questo volume l’importanza che merita, e non ha accolto l’invito di presentarlo anche in quel luogo così simbolico. Poco male. Lo scrittore toscano Vincenzo Pardini che del carteggio ha scritto l’introduzione, ci ha fatto pervenire questa breve nota che volentieri ospitiamo in prima pagina.  

La copertina del carteggio

Avrei dovuto esserci pure io al Centenario di Carlo Cassola, poiché ho scritto la prefazione, nella collana Oscar, a L'uomo e il cane, su invito della colta e raffinata Alba Andreini. Ma ho rifiutato. Più che un omaggio a Cassola, vedo questo festeggiamento come una presa di  giro allo scrittore che, negli ultimi anni della sua vita, fu avversato e isolato sia della destra sia dalla sinistra, coi giornali, a cui collaborava come il “Corriere Della Sera”, che gli chiudevano le porte in faccia. Al suo funerale, un giorno di pioggia, non c'era alcun politico né rappresentante delle istituzioni. Ora, da morto, lo riabilitano per tornaconto elettorale. Sia a destra (Cassola fu antifascista e prese parte alla Resistenza) sia a sinistra (i comunisti non gli furono certo favorevoli, specie quando parlò di disarmo). Quindi, non mi presto a tali giochetti. Mi sentirei sleale verso di lui, e alla sua coerenza di uomo e di scrittore. Cose che non potrei certo esporre. Il programma parla che ogni invitato ha appena a disposizione dieci minuti, dove immagino non potrà sconfinare per non guastare le uova nel paniere agli organizzatori della manifestazione. Buon lavoro, comunque.
Vincenzo Pardini

La locandina con l'incontro di Migliorati su Cassola a Calcinato (Brescia)

sabato 22 luglio 2017

LETTERA AGLI AMICI
di Angelo Gaccione


Sono arrivato al punto di non avere più tempo per me stesso; mi accorgo di essere finito in un vortice infernale che mi stritola. In fondo tutta la mia vita è stata così, sono appartenuto poco a me stesso e quasi per intero allo spazio pubblico che per me ha rappresentato, fin dal principio, un obbligo morale. Ho vissuto due vite in una. Ero giovane e non me ne rendevo conto, ma ora che le forze cedono, e riflettendoci con distacco, in questa notte affannata, mi convinco che di questo eccesso si può prematuramente morire. Oggi penso davvero che Calvino sia morto di questo eccesso. Quando anni fa mi sono recato sulla sua tomba a Castiglione della Pescaia, non ne ero consapevole, e come lo scrittore olandese Cees Nooteboom mi dicevo quanto fossero più vivi dei vivi certi morti.
Condannato dunque a questo eccesso? Ma come uscirne?
Da me non ci si aspetta che questo eccesso, questa indomabile vitalità. Lo considerano come un dato della mia natura, un dato quasi perenne, come se ad essere innaturale fosse il contrario di questo eccesso. Un eccesso permanente in grado di opporsi al dato spietato del tempo e del suo divenire.
Mi vogliono così perché senza questo eccesso non mi riconoscerebbero, ma io sento di aver dato tutto quello che potevo e che devo contenere quell’eccesso.
Lo devo a quanto resta di me, ai pochi veri affetti che mi circondano, e dunque devo contenere questa dissipazione.
Ho detto contenere l’eccesso, non rinunciarvi, perché avverto seriamente per la prima volta, il rischio concreto di una morte precoce.
[Milano, notte del 17 maggio 2017] 
AREZZO PER BERNERI
di Angelo Gaccione

La targa in ricordo di Berneri


Arezzo. È stata davvero una bella sorpresa percorrendo la via Guido Monaco, fra le Poste Centrali e il Teatro Petrarca, alla ricerca delle mie curiosità, sbucare davanti ad una scalinata, salirla e scoprire che era stata dedicata al rivoluzionario ed educatore libertario Camillo Berneri. Berneri è morto in Spagna, assassinato giovanissimo dai criminali stalinisti (vergogna eterna del comunismo) dove era accorso, come altri volontari internazionalisti, per dare man forte alla rivoluzione libertaria antifranchista. Era giusto che a questo intelligente intellettuale la città di Arezzo dedicasse una via, vi si era trasferito con la madre insegnante nel 1916 e vi aveva frequentato anche il liceo. Avendone parlato con l’amico Franco Schirone, storico del movimento libertario, ho saputo che fra i più appassionati promotori, perché tutto questo fosse possibile, c’era Giorgio Sacchetti. 


Camillo Berneri



Sacchetti è a sua volta uno storico del movimento libertario, nato a Castelfranco di Sopra, uno dei più belli borghi italiani, insegna da anni all’Università di Padova. Che splendido gesto, mi son detto, ecco gente che sa come si deve custodire la memoria. Sempre da Franco Schirone ho avuto il suo numero telefonico e naturalmente l’ho chiamato subito. Franco doveva avergli anticipato la mia telefonata, perché era già informato della mia intenzione di stendere questa nota, e ci siamo dati immediatamente del tu. Sacchetti mi ha raccontato come nel 2007 ad Arezzo, in occasione del settantennale della morte, il Comitato Berneri e l’Archivio Berneri avessero promosso un importante convegno internazionale sulla sua figura. 

lo storico Giorgio Sacchetti

In quella occasione era nata l’idea di fargli dedicare una via da parte del Comune. Il Comitato che si formò annoverava cittadini, studiosi, intellettuali e militanti di vari luoghi. Passarono tre anni, ma nel 2010, finalmente, fu apposta la targa con la dedica della scalinata di cui vedete qui le foto. Ci fu una vera e propria festa, allegra e piena di vino e di canti. Non ci crederete, ma questa targa per Berneri mi ha reso Arezzo molto più simpatica. 


APPARENTI BANALITÀ E GESTIONE DEL POTERE
di Franco Astengo


L’evidente crisi delle strutture formali ma anche della sostanza di quella che è stata definita “democrazia occidentale” porta con sé elementi di vera e propria involuzione nella gestione del potere politico, in relazione all’egemonia della tecnica e del prevalere dell’economia nella formazione delle decisioni collettive. Il processo di formazione delle decisioni appare così condizionato sempre più fortemente dal peso dell’intreccio tecnica (compresa quella relativa ai mezzi di comunicazione di massa e di nuova socializzazione virtuale) ed economia, attraverso cui si esprime una forte tendenza alla centralizzazione del potere e alla costruzione di soggettività politiche incentrate sulla figura del “Capo” e sviluppate attorno a quello che si è cercato di definire come “individualismo competitivo”.
 Appare necessaria , questo punto, una discussione proprio attorno al tema della concezione generale del potere e degli equilibri che è necessario mantenere in uno Stato democratico di diritto. A  questo proposito e a modesto giudizio di chi scrive è necessario riaprire una riflessione di fondo attorno al concetto di “potere”, alle forme e alle modalità di detenzione dello stesso, sulla distinzione tra “potere” e “governo” così come oggi può essere realizzata e vissuta nel mutamento di struttura dello Stato e di crisi della cosiddetta “democrazia occidentale”. La concentrazione dello sviluppo tecnologico in funzione quasi esclusiva della comunicazione mediatica, collettiva e individuale, ha portato a uno spostamento nella percezione di quello che può essere definito “immaginario del pubblico” incidendo fortemente sui meccanismi di accumulazione del consenso e di conseguenza di espressione del potere che si realizza così -appunto- attraverso l’immagine, al di là del campo di riferimento sia questo la politica, l’economia, lo spettacolo. Sono nati così fenomeni molto significativi che hanno dimostrato una crescita esponenziale del concetto di “personalizzazione” spinto quasi al limite del “divismo”, nel trionfo dell’apparire in luogo dell’essere e di una nuova forza dell’effimero nel nascondere la realtà complessa del potere reale.


Forse vale la pena riflettere al meglio su questi elementi di novità al fine di comprendere davvero ciò che sta accadendo attorno a noi. L’obiettivo dovrebbe essere quello di attrezzarci al meglio sul piano teorico: sicuramente, sotto quest’aspetto il concetto e la conseguente percezione esterna del potere sono mutati nella valutazione di larga parte dell’opinione pubblica, almeno in Occidente. Un elemento sul quale, con ogni probabilità, il fattore globalizzazione ha inciso in maniera inferiore rispetto ad altre tematiche come, invece, quelle riguardanti la finanziarizzazione dell’economia, la standardizzazione dei meccanismi comunicativi, l’apertura ai flussi di migrazione: tutti fenomeni che nell’ultimo ventennio hanno registrato un forte incremento nel loro peso specifico sulla realtà politica, economica, sociale. Nello sviluppo del pensiero umano il concetto di potere è sempre stato suddiviso in “comparti” (per così dire). Aristotele distingueva nella “Politica” tre tipi di potere in base all’ambito nel quale esso era esercitato: il potere dei padri sui figli, il potere dei padroni sugli schiavi, il potere dei governanti sui governati (vale a dire il potere politico in senso stretto).
In età moderna Locke riprese la classificazione aristotelica allorquando, aprendo il secondo dei suoi “Trattati sul governo”, ribadisce la distinzione tra il potere del padre sui figli, del capitano di una galera sui galeotti e del governante sui sudditi. Ancora Max Weber in “Economia e Società” distingue tra potere “costituito in virtù di una costellazione di interessi” (dunque il potere specificatamente economico) e il potere costituito in virtù dell’Autorità, includendo in questo il potere del padre di famiglia, dell’ufficio o del potere del principe. Nella modernità attorno al concetto di potere abbiamo trovato espressi fattori come potenza, forza, influenza tutti utilizzati al fine di realizzare il condizionamento sociale per trovare obbedienza a un comando che contenga un determinato contenuto.


Su queste basi era maturato il concetto fondamentale di separazione dei poteri (Locke, Montesquieu, Sieyès) destinata a diventare il cardine dello Stato di diritto. In particolare l’abate Sieyès, con la sua teorizzazione dei rapporti tra potere costituente e poteri costituiti, pone le basi per la teoria moderna della Costituzione. Il testo della Costituzione deve essere così inteso come atto normativo mirante a definire e disciplinare la titolarità e l’esercizio del potere sovrano. Da questa concezione del potere e del suo esercizio che, a questo punto, potrebbe essere definita come “classica” è derivata concretamente l’attuazione del principio della separazione dei poteri: tra potere legislativo e potere esecutivo da un lato, e tra potere giudiziario e potere legislativo dall’altro.
Su queste basi prendeva corpo l’idea della centralità del Parlamento, che sovraintende -tra l’altro- all’intero impianto istituzionale previsto dalla Costituzione Italiana del 1948.
Oggi, non soltanto in Italia, questo schema si sta rapidamente modificando.
Lo Stato legislativo ha ormai lasciato il posto allo Stato governativo che produce una sorta di “inflazione normativa” nella forma di decreti e decisioni particolaristiche (è sufficiente esaminare il lavoro del Parlamento Italiano nel corso degli ultimi trent’anni).
Nello stesso tempo la Magistratura ha svolto sempre di più funzioni di supplenza al riguardo della determinazione degli equilibri politici e degli stessi orientamenti legislativi, intervenendo addirittura su temi di diretta pertinenza al riguardo delle fonti stesse di legittimazione delle sedi legislative: si pensi al tema della legge elettorale.
Inoltre i confini del potere politico appaiono confusi rispetto a quelli del potere economico: su questo punto è avvenuto, sempre per restare nell’ambito dell’Occidente e ancor più in specifico del “caso italiano”, una surrettizia (e non completata) “cessione di sovranità” verso le istituzioni monetarie e finanziarie dell’Unione Europea (queste, tra l’altro, prive di una legittimazione politica complessiva che è proprietà soltanto del Parlamento Europeo, provvisto però di una capacità d’incidenza concreta molto limitata).


Uno spunto di riflessione ulteriore può essere suggerito, a questo punto, da un aggiornamento d’analisi al riguardo della teoria della “microfisica del potere” elaborata a suo tempo da Michel Foucault per rispondere proprio all’evidenziarsi di quella “confusione tra i poteri” cui si è appena accennato. La teoria del filosofo francese considera il potere come una risorsa che circola attraverso un’organizzazione reticolare. Si tratta di un punto sul quale l’analisi non si è ancora soffermata abbastanza a fondo e che vale la pena riprendere all’interno di una riflessione dettata dall’attualità di questi giorni. Una riflessione sulla folle corsa che la modernità impone alla ricerca di un verticismo assoluto nella detenzione del potere, nell’assolutismo dell’io come essere esaustivo della finalità umana come punto di ricerca dell’assolutismo politico. Emerge un contrasto evidente, si sente uno stridore terribile proprio tra questa ricerca della verticalità del potere assoluto e l’orizzontalità piatta dello scorrere della vita umana. Un’orizzontalità perenne, che si perpetua nonostante le deviazioni improvvise che un itinerario di vita trova strada facendo. Questi frangenti impongono di tornare a riflettere proprio sull’appiattirsi delle relazioni, sull’impossibilità di riconoscere un ordine e un comando che appaiono inutili nel loro vano dimostrarsi. L’orizzontalità dell’essere reclama il collettivo, il “noi”, e respinge l’io. Il potere non si concentra più al vertice ma si disperde nella società attraverso gli individui: è la tesi della “inflazione del potere” cui Luhmann risponde considerandola come fonte dell’ingovernabilità con la teoria della riduzione del rapporto tra politica e società, e di conseguenza con una sorta di ritorno a forme “decisionistiche” di tipo quasi assolutiste La presa d’atto, in sostanza, della necessità di un potere sovraordinato rispetto al venir meno di confini netti tra potere economico, politico, ideologico, tra poteri costituenti e poteri costituiti oppure ancora tra esecutivo, legislativo, giudiziario. Sorge però a questo proposito una domanda cruciale: come potrà costituirsi, nel concreto, questo potere sovraordinato? Una possibile risposta può venire proprio dall’analisi dell’attualità del caso italiano. La risposta può venire dalla finzione, dalla messa in scena di un potere esclusivamente immaginario esercitato in via personale da un attore capace di interpretare il flusso degli strumenti mediatici (orientati, tra l’altro, sempre più verso il consumo individuale di notizie e di fittizi rapporti sociali e di trasmissione di idee). Una finzione, quella attuata prima da Berlusconi e adesso da Renzi e dai suoi epigoni e/o apparentemente avversari ma in realtà appartenenti alla stessa famiglia politica.


Una finzione sulla quale l’opinione pubblica si adagia avendo introiettato sul piano culturale l’idea della governabilità quale sola sponda possibile per l’esercizio della funzione politica e ricevendo in cambio il “via libera” a una sorta di “anarchismo diffuso” sul piano sociale esplicitato nell’assenza di regole e nel ritorno alla possibilità di esercitare una sorta di “potere privato” su chi s’incontra sulla nostra strada in posizione subalterna.
Una nuova concezione del potere : “di finzione” sul piano del pubblico e “privato” nella concezione, ormai apparentemente egemone, dell’individualismo quale sola fonte di rapporto verso gli altri. L’interrogativo alla fine è questo: quanto tempo potrà reggere questa finzione? Che tipo di replica potrà verificarsi al momento del suo disvelamento? Torno su argomenti già esaminati proprio in questi giorni in una riproposizione che mi pare urgente e di bruciante attualità. Sarà difficile, al momento proprio del disvelamento della finzione, evitare un rinnovamento del nichilismo, come forma estrema della propria soggettiva affermazione di fronte alla “collettività del dramma sociale”.
Costruire un’alternativa sarà compito lungo e arduo: avremo bisogno soprattutto di motivare un senso, un indirizzo, un destino, sfuggendo alla banalità dell’ovvio, alle litanie delle inutili alternanze. Emerge così una nuova qualità della contraddizione governanti/governati con una sostanziale ridislocazione del potere nella definizione delle regole: sarà bene tenerne conto fino in fondo nella progettazione di un possibile divenire politico.

*Per redigere questo testo sono stati consultati: Max Weber “Economia e Società”, Milano 1974; Michel Foucault “Microfisica del potere” Torino 1977, Niklas Luhmann “Potere e complessità sociale” Milano 1979, Roberto Esposito e Carlo Galli, “Enciclopedia del pensiero politico”, Roma-Bari 2005.



PETIZIONE AL MINISTRO DEGLI INTERNI
PROMOSSA DA PISA DA GRABRIELE DE ANGELIS

Ministro degli Affari Interni: Impedire il reintegro nella polizia
degli autori delle violenze di Genova (G8 2001)


Alla cortese attenzione del Ministro degli Affari Interni, Dott. Marco Minniti
Caro Signor Ministro,
Sarà certamente di Sua conoscenza che nel mese di luglio 2017 sono scaduti i termini della sospensione dai pubblici uffici comminata ad alcuni degli ufficiali protagonisti di violenze, lesioni, sequestro di persona, costruzione di prove false, falsificazione di verbali: in breve, di quella che uno stesso funzionario definì una "macelleria messicana". Una serie di gratuite violenze e violazioni dei più elementari diritti che durante e dopo il G8 di Genova del 2001 rese un'importante porzione le nostre forze dell'ordine tristemente famosa nel mondo - una fama certamente non mitigata dalle lentezze giudiziarie e processuali, dalle carriere e promozioni, nonché dalle assoluzioni morali che larga parte della nostra classe politica accordò ai maggiori responsabili di quegli eventi, dimostrando così la fragilità dello Stato di diritto e la precarietà del rispetto dei diritti fondamentali nel nostro Paese.
È notizia di questi giorni, Signor Ministro, che alcuni di costoro, i cui nomi sono facilmente reperibili sui quotidiani, ma che gradiremmo che Lei, dall'alto della Sua posizione, ci confermasse, potrebbero ora essere reintegrati nel servizio di Pubblica Sicurezza. Altri non lo hanno mai lasciato.
La Sua immaginazione Le dirà, Signor Ministro, l'impressione che tutto ciò fa sui cittadini e le cittadine del nostro Paese (per tacere dell'estero), il senso di sconcerto, di disorientamento, di insicurezza proprio di fronte a coloro che la nostra sicurezza dovrebbero garantire, la coscienza dell'arbitrio impunito che ha caratterizzato questa vicenda in tutte le sue fasi, e infine il silenzio di coloro che, con responsabilità di governo, dovrebbero vigilare e far sì che i diritti e il Diritto (il diritto sostanziale, Signor Ministro, non il diritto formale e cavilloso che vediamo all'opera in questa triste faccenda) regnino nel nostro Paese.
Siamo certi, Signor Ministro, che Lei abbia ben presente la portata e il significato dell'eventuale reintegro di queste persone nelle forze di polizia, nonché la permanenza nelle stesse di coloro che una giustizia manchevole e un'opera carente dei governi mai ha colpito con i dovuti provvedimenti.
Siamo altresì certi, Signor Ministro, che Lei vorrà rassicurare i cittadini e le cittadine di questo Paese del fatto che mai e poi mai un tale reintegro diventi reale, né adesso né, per quanto è in Suo potere, in futuro.
Con un cordiale augurio di buon lavoro, i/le sottoscritti/e cittadini/e
Firma la petizione
https://www.change.org/p/ministro-degli-affari-interni-impedire-il-reintegro-nella-polizia-degli-autori-delle-violenze-di-genova-g8-2001/sign?utm_source=action_alert_sign&utm_
RIUNIONE COORDINAMENTO NAZIONALE AMIANTO

Un momento della riunione

Si è svolta  in data 20/21 luglio 2017 nei locali del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi  di Lavoro e nel  Territorio di Sesto San Giovanni , la riunione del Coordinamento Nazionale Amianto per esaminare e discutere la bozza del DDL N. 2602 (Testo Unico in materia d’amianto) elaborato su iniziativa della commissione d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro e malattie professionali . Erano presenti le seguenti associazioni: AEA di Bologna; EARA di Trieste; ContrAmianto di Taranto; AICA di Savigliano CN; Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio di Sesto San Giovanni, Comitato Permanente Esposti Amianto e Ambiente di Milazzo, Gruppo Aiuto Mesotelioma di Lecco, un rappresentante SI Cobas del Piccolo Teatro di Milano;  Sportello Amianto.
Sulla base delle osservazioni inviate da altre associazioni e in base alla discussione dei presenti rappresentanti delle Associazioni, emerge quanto segue.
La nostra valutazione è  assolutamente negativa in quanto il T.U. non rispecchia quanto negli anni richiesto dalle Associazioni e Comitati delle vittime; costituisce un arretramento rispetto ad alcune normative vigenti conquistate.
In particolare il nostro giudizio negativo si incentra su:
1.Ruolo dell’INAIL per il suo evidente conflitto di interessi, essendo sia ente accertatore delle malattie professionali che ente erogatore; quindi noi chiediamo che sia un altro ente ad accertare e certificare le malattie professionali.
2.Il TU non specifica la necessità di un protocollo di sorveglianza sanitaria nazionale, cosa che ha già dato luogo a grandi sperequazioni tra regione e regione, provincia e provincia, con gravi danni per i lavoratori coinvolti; la nostra richiesta è quindi un protocollo nazionale uguale per tutto il paese;
3.Il TU mantiene l’ammissibilità del limite delle 100 fibre litro per l’esposizione all’amianto; noi chiediamo invece che si operi per giungere al rischio zero; per noi “Amianto zero = rischio zero”;
4.Per quanto riguarda il tema della giustizia verso le vittime dell’amianto e non solo, noi chiediamo:
a) abolizione dei termini della prescrizione per i procedimenti che li riguardano;
b) esenzione e abolizione del contributo unificato indifferentemente dal reddito sia per i ricorsi
previdenziali ed assistenziali che per i risarcimenti danni;
c) modifica delle norme procedurali relative all’onere probatorio a tutela vittime;
d) gratuito patrocinio per tutti i soggetti ed esenzione dalla condanna alle spese processuali e legali in caso di sentenza negativa o di rigetto.
Per questi motivi le Associazioni ritengono necessario svolgere alcune iniziative di lotta per rivendicare un’equa giustizia per le vittime. Sui punti di cui sopra chiederemo quindi un incontro alla Commissione che ha redatto il TU
Inoltre, in considerazione delle numerose sentenze di assoluzione dei responsabili della morte di centinaia di lavoratori e della reiterata negazione dei diritti degli esposti ed ex esposti, chiederemo quindi anche un incontro urgente al Ministro della Giustizia e al Consiglio Superiore della Magistratura.   
AEA di Bologna ; EARA di Trieste ; ContrAmianto di Taranto ; AICA di Savigliano CN ; Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio di Sesto San Giovanni , Comitato Permanente Esposti Amianto e Ambiente di Milazzo , Gruppo Aiuto Mesotelioma di Lecco , un rappresentante SI Cobas del Piccolo Teatro di Milano;  Sportello Amianto.  
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