UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 30 marzo 2020

CARO NEMICO TI SCRIVO…


Da settimane “Odissea” sta riflettendo sulla condizione determinatasi a seguito della pandemia, e lo sta facendo scandagliando gli aspetti più diversi. Quello della forzata segregazione in casa non è il meno drammatico. Quello dei bimbi e delle generazioni più giovani è forse il meno sopportabile. Oggi lo evidenziamo attraverso questa lettera di Eleonora Guglielmetti, una studentessa di 18 anni di Novara, e con altre riflessioni.

Sono felice di affidare ai lettori di Odissea lo scritto di una mia allieva di quinta superiore. Lo ha scritto con il cuore, senza alcun intento di pubblicazione. Ha voluto farmelo leggere e l’ho trovato molto bello; spero possa essere utile ai giovani come lei. E a tutti noi. [Chiara Pasetti]

Eleonora Guglielmetti

Novara, 27 marzo 2020
Caro, si fa per dire, COVID-19,
dato che non sembri intenzionato a fermarti, non mi resta che scriverti una lettera. Una lettera in cui possa mostrarti quella debolezza, quella vulnerabilità e quella fragilità che mi rendono così piccola di fronte alla tua grandezza, alla tua forza, alla tua inspiegabile prepotenza.
Dato che non sembri cedere di fronte a tutte quelle forme di resistenza che ognuno di noi ha cercato o, leggermente in ritardo, sta cercando di adottare per stare, in ogni modo e ad ogni costo, lontano da te, non mi resta che lasciare spazio a quella miriade di pensieri che uno strano miscuglio di sensazioni, nate in seguito alla tua volontà di renderci preda delle tue invisibili fauci, ha generato nella mia testolina.
Dato che sembri essere invisibilmente, fisicamente e psicologicamente imbattibile, non mi resta che scrivere a te e raccontare di te. Non mi resta che raccontarti, con il cuore in mano e con la mente che, un pochino lenta a causa del peso e della profondità dei pensieri che la attraversano, può continuare a scegliere di non restare a casa, come in pochi mesi tu sia riuscito a stravolgere l’esistenza di un pianeta meraviglioso e a metterne in discussione la capacità di lottare per sopravvivere, per evitare di implodere, di scomparire.
Dato che non sembri affatto disposto a permetterci di tornare a respirare, non mi resta che scriverti per dare finalmente sfogo a quella paura che ho fin dall’inizio evitato, nascosto, non palesato, convinta del fatto che ammettere di avere paura ti avrebbe reso ancora più forte di quanto tu già non sia.
Dato che la tua presenza continua a farsi strada all’interno delle nostre case, nei nostri ospedali, nei nostri polmoni e nei nostri cuori, non mi resta che scriverti per dirti quanto spesso mi venga voglia di piangere, di spegnere il telegiornale e di andare a dormire con la convinzione che in fin dei conti possa essere tutto solamente un grandissimo e bruttissimo sogno. Ma puntualmente, se apro gli occhi, se mi avvicino alla finestra, le strade deserte e la sirena delle ambulanze che vi sfrecciano sopra mi riportano alla realtà, dandomi nuovamente la certezza che pensarti come un bruttissimo sogno sarebbe forse, in questo momento, il più bel sogno che ognuno di noi abbia mai potuto desiderare tanto.
Dato che sembri immune di fronte alle suppliche di un’intera umanità abbattuta e messa in ginocchio innanzi a te, non mi resta che scriverti, per raccontarti come lavarmi le mani sia ormai diventato uno dei miei passatempi preferiti, o di come guardare fuori dalla finestra e pensare a quell’abbraccio del quale per il momento non posso più godere sia diventato ormai il modo più malinconicamente e tristemente vero per continuare a sperare e a credere che prima o poi, davvero, tutto possa tornare ad andare bene. Che tutto possa tornare a riempirci l’anima di quell’ebrezza di vita che hai saputo sottrarci, con avidità e prepotenza, all’improvviso, lasciandoci così impreparati e in balia di un destino e di un futuro totalmente incerti. Che tutto possa tornare a non farci più paura, che tutto possa tornare ad appartenerci, che tutto possa tornare a colori.
Dato che non sembri affatto dell’idea di fermarti, anche solo per un istante, in questa tua guerra di espansione e di conquista di ogni centimetro di mondo umano, non mi resta che scriverti, per dirti quanto mi spaventi il fatto di vedere ogni mattina mio padre uscire di casa per recarsi in ospedale o mia madre bardarsi per andare a lavorare, quanto mi angosci anche solo provare ad immaginare il dolore di tutte quelle persone che tu hai privato dell’affetto e del calore dei loro cari, quanto mi faccia sentire terribilmente vulnerabile e impotente la consapevolezza di questa tua invisibile capacità di distruggere tutto ciò che incontri senza mostrare anche solo un sottile ed impercettibile velo di pietà, di commiserazione, di misericordia.
Dato che la tua presenza sembra averci ormai completamente tagliato le ali della libertà e presidiato le strade della vita, non mi resta che scriverti, a nome mio e a nome di tutti coloro i quali potranno o sapranno ritrovare i nuovi se stessi in queste parole, per ricordare a me stessa, a tutta l’umanità ma soprattutto a te che, nonostante tutto, l’amore, la speranza, la forza e l’orgoglio italiani sono e saranno, in questa drammatica battaglia, gli ultimi a morire.
Eleonora




domenica 29 marzo 2020

TRA AMICIZIA E POESIA


In questi giorni tanto amari, per me e per tutti, sono arrivate queste affettuose parole di amicizia e di stima da parte del poeta romano Leopoldo Attolico, e del medico e pubblicista Teodosio De Bonis. Le accogliamo come buon auspicio e come sostegno morale.

Vedo che accetti il rischio (la scommessa) di giocarti tutto sulla parola, rinunciando meritevolmente alla pletora dell’apparato retorico e ai suoi simboli, troppo stantii ormai, vecchi, abusati. La poesia si deve prendere viva, e tu lo fai da sempre: la parola, dunque, per quello che si merita, nella sua valenza critica, descrittiva, ben lontana dal significante e dall’azzardo intellettuale che troppo spesso lo penalizza. Ti sono vicino, sicuro che proseguirai su questa linea. Hai la mia solidarietà, calorosa, sincera (quella che piace a noi).
Abbraccione e Buon Tutto!!
Leo



LA POESIA COME RIMEDIO 



In questi giorni così difficili e sconcertanti, può essere confortante ascoltare un po’ di musica, affidarsi alle visioni dei pittori e degli scultori o leggere una bella poesia. E cosa c’è di meglio di meglio che meditare sulle ultime liriche di Angelo Gaccione comprese nel libro Spore. L’antico scivola sul nuovo. Racconta in modo attuale antiche verità. Sicuramente, la poesia non è più al centro del cosmo letteraria a causa della caduta della funzione storico-civile di quella che Montale definiva “la più discreta delle arti”.
Ma la realtà è più articolata e sicuramente più rosea di come appaia.
La poesia di Angelo è quella senza tempo: classica voce del passato che si innesta nella turbolenza della quotidianità. Gaccione è un poeta che trasforma in versi i nostri sogni che non riusciamo ad esprimere. I suoi, sono versi di incantevole chiarità. Ed ecco apparire con levità e amara soavità le memorie dolorose e struggenti del nostro quotidiano. Li considero a livello dei lirici greci, per la profondità e la forza della loro sapienza.

Tutto il male del mondo non bastò,
a fare dei nostri cuori una pietra.

Si era seminato bene in quella stagione.
Molto bene”.

Teodosio De Bonis

VIRUS E NON SOLO
di Giuseppe Bruzzone



A proposito del virus e dei suoi risvolti

Partirei da un assunto di base. Ci stiamo "interessando" del virus perché "scopriamo" che riguarda tutti i Paesi in varia misura, e perché ha un carattere di urgenza, considerato i morti e i contagiati. Posso dire che ci sono anche altri due fattori che hanno aspetto complessivo, nel senso che, come il virus, riguardano tutti i Paesi del mondo? Mondo-Terra che, per inciso, ricordo che si muove nello spazio e, noi che ci abitiamo, non sappiamo dove stiamo andando, e ci sembra di restare fermi (è questo che dà l'illusione di essere i padroni di esso, se non dell'Universo?).
Uno è la necessità della Pace, addirittura, anche come garanzia di salvezza della nostra specie. Una guerra con le armi che la nostra violenza data allo Stato e da questa capitalizzata e trasformata (ciascuno di noi, nei fatti, non l' ha delegata?) sarebbe una distruzione generalizzata di tutti i contendenti, civili compresi. Cioè non ci sarebbero vincitori, ma solo vinti. Per questo i gruppi Stato, chi guida tali gruppi, pensa che attaccando per primi, non ci sarebbe la distruzione del proprio gruppo. Possiamo dire che qui siamo al delirio? C'è un obbligo alla guerra? Certo bisognerebbe rivedere la propria posizione personale di fronte agli oggetti d'amore, capire che forse è vero quello che dice la psicanalisi che noi amiamo, ma anche odiamo nel profondo, visto che se volessimo "difendere" la Patria, potremmo invece distruggerla?
Il secondo motivo generalizzante è il Clima. Non avrebbe molto senso adottare determinate misure di salvaguardia solo in qualche Paese. Abitiamo tutti nella stessa Casa, i venti, le nuvole supererebbero i confini, come quelli radioattivi, provocati da una eventuale guerra nucleare, da qui la necessità di scelte riguardanti i vari Paesi, con i propri abitanti, umani e no. Al Clima correlata, dovremmo aggiungere la Natura. Ci ricordiamo che come uomini e donne, siamo un suo prodotto? Che prima di diventare figli dello Stato, abbiamo abitato in caverne, cacciato animali, mangiato foglie di qualche pianta, preso il sole senza la volontà di abbronzarsi, attraversato fiumi, con qualche albero abbattuto dal vento?
Dovrebbe esserci questa contemporaneità di generalizzazione. Perché appunto siamo esseri umani, tutti figli della Natura. Non dobbiamo rinnegare nulla dell'essere anche figli dello Stato di appartenenza, per la Storia diversa, per il Clima diverso, per la conformazione geografica dei luoghi dove siamo cresciuti. Ma sempre in questa Palla rotonda che ci ospita e che dovremmo riscoprire nell' interesse di tutti noi cittadini di questo mondo. È evidente che adesso siamo inseriti in una situazione di urgenza, per la pesantezza dei fatti che accadono. Per cui è lì che dobbiamo andare a parare, prima di tutto. Ma credo che la riflessione, la spinta che può determinare il proprio agire oggi, debba permanere nel tempo e non sottostare alle urgenze dei momenti. Certo vuol dire cambiare parecchio, ma la realtà storica in cui ci troviamo lo richiede soprattutto per non uscirne sconfitti, e con il compito molto umano, di lasciare alle persone cui vogliamo bene la possibilità di vivere il più possibile decentemente la loro vita.
[Milano 28 marzo 2020]

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
 
Sergio Mattarella

L’epidemia del Coronavirus rappresenta un dramma umanitario a cui si aggiungono enormi danni al sistema economico e produttivo del nostro paese.
All’emergenza sanitaria si accompagnano quelle economiche e sociali.
È nostro auspicio che se ne esca in avanti, valorizzando fino in fondo le risorse disponibili, allargando il welfare, migliorando la sanità pubblica, l’assistenza per i soggetti più fragili e cogliendo l’occasione per dar vita a quella grande riconversione ambientale e sociale dell’apparato produttivo necessaria al fine di vincere la sfida posta dalla questione ambientale.
Ne possiamo però anche uscire all’indietro, peggiorando le condizioni attuali con un ulteriore ricorso a politiche liberiste di austerity: quelle politiche che tanti danni hanno fatto in questi decenni e che sono alla base dell’indebolimento del sistema sanitario pubblico, pagato a caro prezzo dalla popolazione e dal personale sanitario in queste settimane.
Il tempo di questa discussione è oggi.
Mentre il paese attonito piange i suoi morti, i governi dell’Unione Europea stanno discutendo sul da farsi.
Le scriviamo perché le notizie che circolano non sono per nulla rassicuranti.
Si parla di aumentare la spesa in deficit ma prevedendo che il maggior esborso oggi dovrà essere recuperato con maggiori tagli domani.
Si parla di accedere oggi a prestiti su scala europea e nel contempo si prevede la necessità di restituire domani questi prestiti, sommando questa restituzione alla necessità di tagliare il debito in essere e quello che verrà fatto in virtù di un aumento della spesa in deficit.
In altre parole, dietro acronimi esoterici come MES e dietro un linguaggio iniziatico il cui significato reale sfugge ai più, si nasconde la concreta possibilità che la crisi del coronavirus si traduca in un nuovo cappio al collo dell’economia e del popolo italiano. Pagheremmo con ulteriori tagli e privatizzazioni nei prossimi anni decisioni sbagliate assunte oggi.
Noi riteniamo ottusa e criminale questa prospettiva.
Le scriviamo in quanto garante della Costituzione e dell’unità della nazione per chiedere con forza che vigili e intervenga al fine di impedire al Presidente del Consiglio Conte di sottoscrivere - nel prossimo Consiglio europeo o nei prossimi giorni - accordi per prestiti condizionati che avrebbero unicamente la funzione di porre il nostro paese in mano ai creditori e non più al popolo italiano. Il MES e il Patto di stabilità non possono essere attivati per risolvere la crisi economica perché i loro meccanismi intrinseci sono la fonte della crisi. Nessun accordo in sede europea è meglio di un suicidio del paese.
Parimenti intendiamo indicare una strada alternativa, sulla base di quanto avviene in tutto il mondo:
proponiamo che venga posta con forza la necessità di dar vita all’unico provvedimento sensato in un momento come questo e cioè che la BCE, che ha la funzione istituzionale di creare moneta e di garantire lo sviluppo economico e un adeguato tasso di inflazione all’Europa, concorra direttamente e con risorse proprie alla creazione di una grande piano per il welfare e la riconversione dell’economia in modo da creare milioni di posti di lavoro e salvaguardare quelli oggi a rischio. Mille miliardi di euro all’anno sarebbero una cifra congrua al fine di permettere all’Europa di sortire dalla crisi e di sortirne insieme, evitando che proprio le politiche europee riproducano quei meccanismi infernali che dopo la Prima Guerra Mondiale posero le basi per la seconda.
La preghiamo di usare tutta la sua autorevolezza per indirizzare il confronto tra le forze politiche e i partner internazionali in una direzione costruttiva per tutti. 

Maurizio Acerbo, segretario
Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Paolo Ferrero, vicepresidente del Partito della Sinistra Europea

TRA IL DIRE E IL FARE



Gabriella Galzio commenta quanto apparso il 23 marzo scorso su “il Fatto Quotidiano” a firma di Ettore Boffano e Filippo Di Giacomo, a proposito del comportamento della chiesa cattolica.

Si comincia a intravedere una certa pigrizia (chiamiamola pure così,
si tratta pur sempre di un 'vizio capitale') nelle gerarchie che guidano
la Conferenza episcopale italiana: i vertici della nostra Chiesa”.
Numeri alla mano, quelli del Dipartimento delle Finanze, facendo una
media ponderale di quanto l'Unione buddista italiana e la Chiesa valdese
hanno versato per l'emergenza coronavirus, in rapporto a quanto hanno
ricevuto dall'8 per mille nell'anno 2019 sui redditi ripartiti nel 2015,
emerge un dato del 20,33 per cento: i valdesi, infatti hanno ricevuto
43.198.823 euro e hanno donato sinora 8 milioni di euro (il 18,52 per
cento), mentre i buddisti hanno donato 3 milioni di euro contro i
13.549.941 ricevuti (il 22,14 per cento)
.

Ma ecco che si arriva al punto che maggiormente ci interessa. Se quella
media fosse applicata al gettito dell'8 per mille arrivato alla Chiesa
italiana nello stesso periodo (un miliardo, 131 milioni, 196.216 euro),
l'ipotetica donazione all'Italia potrebbe raggiungere la cifra di 229
milioni, 972.190 euro. Cifra mai raggiunta. Stando a quanto riferito sul
sito della Cei, al momento risulta un'unica donazione ufficiale per
coronavirus di 10 milioni: affidati alla Caritas italiana. Insomma,
numeri che non si avvicinano minimamente a quanto in realtà la Chiesa
potrebbe elargire
”.

Perché il Papà, anziché cavarsela con le sue benedizioni, non comincia a
fare delle serie donazioni? Quelle famose opere di bene, che oggi
chiedono a tutti! A 500 infermieri offrono una misera diaria giornaliera
per rischiare la vita, e la Chiesa non fa donazioni, non paga le tasse,
non mette a disposizione i suoi alberghi e le sue cliniche, chiede a noi
le elemosine, e continua ad essere intoccabile! Si fregia della Caritas,
ma oggi avremmo voluto vedere un segno tangibile ulteriore, quando sono
necessarie cifre da capogiro per affrontare emergenza e ricostruzione.
Persino Berlusconi con i suoi 10 milioni rifulge al confronto, rispetto
a tanta assordante assenza del Papa e della sua ipocrita omelia, ha
detto “nessuno può salvarsi da solo”, bene, è il momento di dimostrarlo.
   


A PIÙ VOCI

 Elaborazione grafica
di Giuseppe Denti

Proseguono su Odissea gli interventi sulla interrogazione 
“Cosa ci ha insegnato la tragica esperienza del coronavirus?”. Risponde: Adam Vaccaro
   
Il miglior regalo che potrebbe farci questo terribile coronavirus sarebbe quello di far saltare in aria la costruzione neoliberista dell’EU, che infiniti lutti addusse e dolori, e ancor più addurrebbe, ai popoli europei. Questo virus sta evidenziando oltre ogni dubbio le ingiustizie, le barbarie e le contraddizioni insanabili che permangono tra i vari interessi nazionali, risolti sempre a danno dei più poveri e a favore di una élite ristretta.  
Anche a tanti fiduciosi iniziali sostenitori, appare evidente l’impossibilità di procedere con questa dittatura finanziaria (propagandata come massima libertà), sostenuta da un mainstream mediatico gigantesco e asservito alla ideologia dominante del pensiero unico. La forma di globalizzazione economica, messa in atto e che ne deriva, non tollera limitazioni democratiche e nazionali di ogni genere. Ogni relazione che sia conformata al dio profitto, interessato a ridurci solo a merce e a consumatori, senza differenze identitarie. È un contesto che moltiplica la difficoltà, ma esalta insieme la necessità, di un pensiero critico che sappia recuperare un disegno umano, degno della nostra migliore civiltà culturale, magistralmente sintetizzata nella nostra Costituzione.
Questo 2020 ci pone dunque davanti a due virus - corona e neoliberismo - e non so proprio quale dei due ci farà pagare il prezzo più alto! Dobbiamo dunque cercare di mettere in atto, singolarmente e collettivamente, sufficienti energie di autodifesa sociale che riescano a impedire ai poteri nazionali e internazionali del neoliberismo di utilizzare senza freni questa terribile occasione, per imporre arretramenti sociali ben più feroci di quelli che abbiamo finora visto. E, al tempo stesso, non va ovviamente tralasciata la necessità di elaborare tutti i mezzi possibili che ci consentano di resistere psichicamente e fisicamente, se l’attuale condizione di carcerazione domiciliare dovesse continuare - come penso - diversi mesi.
[28 marzo 2020]

A PIÙ VOCI
Elaborazione grafica
di Giuseppe Denti

Proseguono su Odissea gli interventi sulla interrogazione “Cosa ci ha insegnato la tragica esperienza del coronavirus?” Risponde: Alessandro Calabrìa

Ci ha insegnato che il mondo è irreversibilmente globale; che siamo tutti inestricabilmente connessi; che i nazionalismi sono profondamente sbagliati e stupidi.

Ci ha insegnato che la tecnologia è il vero futuro dell’umanità; che il suo uso corretto ci aiuterà a vincere crisi finora ritenute insuperabili; che, ad esempio, l’ampliamento della tecnologia in remoto, nell’ambito della stessa diagnostica sanitaria, diminuirà drasticamente anche il pericolo epidemiologico, poiché la gente potrà essere curata a casa propria.

Ci ha insegnato che lo sforzo sociale, politico e scientifico di tutto il mondo per sconfiggere il virus è l’esempio migliore dell’immensa forza che l’umanità unita può esprimere per sconfiggere qualsiasi avversità; che nelle persone vi sono capacità umane di generosità e abnegazione straordinarie; che gli esseri umani sono migliori di quello che molti credono.

Ci sta insegnando, nello specifico europeo, che questa è l’occasione imperdibile perché gli stati dell’Unione Europea realizzino una definitiva unità politica e finanziaria, che può dare all’Europa quella leadership mondiale non solo nel campo economico-finanziario, ma nella pratica dei valori di libertà, democrazia e giustizia sociale compiute, che né gli USA né tantomeno gli stati asiatici (dalla Russia alla Cina) posseggono.

Ci sta insegnando, nello specifico italiano, che questa è l’occasione per ricentralizzare alcune funzioni essenziali ora demandate agli enti locali (regioni, province e comuni) in nome di un malinteso e interessato federalismo; che occorre riscoprire l’interesse comune nazionale oltre le sguaiate, pregiudiziali, contrapposizioni politiche; che è urgente semplificare la burocrazia e debizantinizzare la legislazione e la giurisprudenza, ritornando a chiarezza e linearità logico-giuridica comprensibili a tutta la cittadinanza.

Come diceva Macchiaveli: “Dove c’è una grande volontà, non possono esserci grandi difficoltà”. 
                                              
         

sabato 28 marzo 2020

NAZIONALIZZARE SUBITO PER SALVARSI"
intervista al Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena


Paolo Maddalena
Cliccare sul link per vedere il video


È GIUNTA L’ORA
di Angelo Gaccione



La pandemia provocata dal coronavirus che ha investito il mondo intero, obbliga a prendere una serie di decisioni ultimative e indilazionabili. È arrivato il momento di lanciare una campagna internazionale per imporre a tutti gli Stati ed ai Governi la distruzione degli arsenali militari e delle armi chimiche e batteriologiche accumulate. La fine immediata delle esercitazioni militari; l’urgenza della conversione delle industrie belliche in industrie sanitarie; la sospensione di ogni ricerca batteriologica ai fini di distruzione di massa; l’impiego della immensa spesa militare per fini sociali, sanitari, culturali, e di istruzione; la trasformazione delle Forze Armate in supporto della Protezione Civile per aiutare lo sforzo sanitario, tutelare il territorio, prevenire gli incendi e la difesa del patrimonio ambientale.

Non abbiamo ventilatori e componenti sanitarie indispensabili, ma in compenso trabocchiamo di armi di ogni sorta: cacciabombardieri, sommergibili, portaerei.

Mancano stanze di ospedali, mascherine, letti, respiratori, farmaci salvavita, personale medico e paramedico, ma continuiamo a bruciare miliardi per spese militari e di distruzione.

Abbiamo caserme militari vuote e inutilizzate in ogni dove che dobbiamo trasformare in presidi sanitari, come dobbiamo riaprire gli ospedali in tutti quei paesi dove sono stati chiusi e lasciati al completo abbandono.

Non abbiamo sentito finora un solo medico che abbia avanzato una sola di queste misure; nessun giornalista, intellettuale e opinionista esprimere una sola di queste idee: ci troviamo di fronte ad un conformismo generale ed alla completa mancanza di immaginazione.

Queste sono misure da adottare subito; questo è quanto ci richiede il momento storico; o facciamo questo o non abbiamo imparato nulla. Dobbiamo uscire dalla pigrizia che ottunde le nostre intelligenze.


BIOPOLITICA, STATO, SISTEMA POLITICO
di Franco Astengo


Una riflessione sul tema dominante nella più stretta attualità: quello dell’emergenza sanitaria.

Alcuni passaggi meritano di essere rimarcati proprio perché sollevano questioni di fondo:

1) Il mutato rapporto tra autonomia della scienza e della tecnica (in questo caso sanitaria) e i diversi livelli di decisionalità politica. L’egemonia della scienza e della tecnica appare fattore determinante nel definire gli equilibri a livello geopolitico;

2) L’intreccio tra politica e vita biologica (l’autore affronta l’argomento nella prima parte del suo testo) finisce con il provocare uno spostamento delle procedure democratiche ordinarie verso disposizioni di carattere emergenziale. Ciò avviene in una fase di forte crisi della democrazia liberale dovuta al processo di cessione di sovranità da parte dello “Stato-Nazione”. Cessione di sovranità avviato fin dagli anni ’90 in due direzioni: verso il decentramento interno e verso la sovranazionalità.

In Italia il quadro complessivo è condizionato inoltre dalla debolezza del sistema ormai da molto tempo in forte difficoltà di legittimazione.
Una difficoltà di legittimazione dovuta a ragioni molto complesse legate al mutamento nella struttura politica, in particolare al riguardo del sistema dei partiti su cui si era basata per lunghi decenni la nostra identità repubblicana e la nostra vita istituzionale sia a livello parlamentare sia nelle autonomie locali.
In questi giorni il nodo della decisionalità d’emergenza è apparso quanto mai intricato da sciogliere rispetto alla relazione “centro-periferia”.
Quella tra “centro” e periferia è apparsa come una frattura tornata a definirsi come “dominante” nel quadro di un modificarsi non ancora sufficientemente analizzato dell’insieme di stridenti contraddizioni che stanno emergendo nella “modernità”.
In questi giorni si è anche tentato di proporre una “Costituzione materiale” fondata sul rimodellamento della struttura dello Stato nel senso di un riaccentramento dei poteri. Un riaccentramento dei poteri addirittura minacciato da un Presidente del Consiglio capace di perpetuare sé stesso cambiando maggioranza, senza mai essere passato da una prova elettorale.
Ovviamente, negli anni scorsi, sul terreno del decentramento dello Stato e del cosiddetto “federalismo” sono stati commessi degli errori, valutando malamente proprio il riaffacciarsi della frattura “centro-periferia”. Si prenda ad esempio la frettolosa modifica del titolo V della Costituzione attuata dal governo di centrosinistra nella fase finale della legislatura 1996-2001 e la messa in moto dell’infernale macchina (mascherata dalla ricerca della stabilità di governo) dell’elezione diretta di Presidenti e Sindaci, una modifica rivelatasi fonte di sprechi immensi e di ulteriore distacco tra i cittadini e le istituzioni. Adesso, però, è in atto un tentativo di passaggio verso una situazione nella quale le leve del potere principale, quello di erogazione delle risorse, ritorna come elemento competitivo tra il potere centrale e quello locale. Entrambi i soggetti intendono usarlo - ancora una volta - in funzione di una proposta di contrattazione da “scambio politico”.


Le ordinanze amministrative, emanate approfittando della presunta emergenza, stanno già (provvisoriamente?) modificando quei rapporti tra la prima e la seconda parte della Costituzione Repubblicana che avevamo, a suo tempo (referendum costituzionali 2006 e 2016), giudicato intangibili proprio per via del sottile equilibrio esistente tra diritti, doveri e attuazione delle norme in materia delle strutture operative dello Stato e della società.
Si sono così mutate le condizioni della vita quotidiana variando i canoni stabiliti della relazione tra ii necessari riferimenti di governo della cosa pubblica.
L’emergenzialità imposta dalla prevalenza della biopolitica capace di imporre una sudditanza alla politica che ha “sbiadito le proprie coordinate ideologiche” ha così determinato uno scontro inedito tra l’esercizio del potere di decisionalità e l’incombenza dettata dai bisogni del territorio. Uno scontro sul quale si sono misurati i diversi livelli istituzionali con andamenti ed esiti perlomeno opinabili. Emergono così tutte le storture di modelli di sviluppo posti in maniera sbagliata sul piano della competizione interna e internazionale (come nel caso del Veneto).
Nel sistema politico italiano non sembrano stare più al loro posto i soggetti di intermediazione sociale, di aggregazione del consenso, di formazione dell’opinione pubblica realizzata attraverso l’esercizio di una funzione di pedagogia di massa. Formazione dell’opinione pubblica, funzione di pedagogia di massa, aggregazione del consenso, intermediazione sociale: tutti compiti ormai affidati ad agenzie “esterne” al sistema politico.
Agenzie “esterne” operanti prevalentemente nel campo dell’illusionismo mediatico che rispondono a proprie specifiche sollecitazioni socio-economiche e agiscono per interessi di carattere sicuramente particolare, corporativo se non addirittura di natura individualistica come avviene attraverso l’utilizzo dei social network.
Tutto questo si sta verificando in assenza - tra l’altro - di quegli organismi sovra-nazionali cui erano state demandate nel tempo una parte delle prerogative statuali. Ci sarebbe da discutere a fondo su questi temi ma pare ci si stia riducendo a schermaglie per arrivare semplicisticamente all’esercizio di un potere quanto mai effimero e inconsistente rispetto al velocissimo mutamento in atto nella realtà delle cose concrete.

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