UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 26 luglio 2021

L’AFORISMA



“La cultura della vita è l’umile seme,
che fiorisce dove il suolo è capace”.
Laura Margherita Volante
 
*

CIBO E SESSO



“Il cibo, a una certa età, è un ripiego del sesso.
Ripiegato”.
Nicolino Longo

DRAGHI E I VACCINI
La parola ai lettori

 
La frase demenziale del preteso “migliore” è stata: “L’appello a non vaccinare è un appello a morire”. Sto per dimostrare che non poteva dire peggior cazzata. Dichiarazione dell’Istituto Superiore di Sanità: “Negli ultimi 30 giorni il 33% delle diagnosi di SARS-COV-2, il 45% delle ospedalizzazioni, il 71% dei ricoveri in terapia intensiva e il 69% dei decessi sono avvenuti tra coloro che non ne hanno ricevuto alcuno.
Sabato 24 luglio il testo è apparso su Internet a cura del quotidiano Il Giorno ed è stato citato dal TG2 serale. Vediamo quanti sono risultati i “non vaccinati” negli ultimi 30 giorni. I dati ufficiali dei “vaccinati” risultano i seguenti: al 21 giugno 31.918.000 pari al 52,7%, al 21 luglio 37.212.000 pari al 60,9%. La percentuale media dei vaccinati è risultata quindi 56,8.
Quella dei non vaccinati è quindi 43,2%. Se ne deve dedurre che - tra “positivi alla diagnosi” e “ospedalizzati” - il contributo dei non vaccinati è risultato addirittura inferiore a quello dei vaccinati. La variante Delta - nel periodo indicato - ha colpito maggiormente (ma non di molto) i vaccinati. Il che corrisponde a quanto rilevato e comunicato dalle autorità sanitarie di Israele il 6 luglio. Il vaccino non fa comunque la bella figura decantata dai venditori Pfizer, che - due mesi orsono - hanno affermato che il loro vaccino proteggeva anche dalla variante Delta. È una balla colossale cui Draghi fa finta di credere. Diverso è il ragionamento per le terapie intensive. Per questo settore il buon funzionamento dipende dalla presenza e dall’efficienza degli ospedali e soprattutto da chi ne deve rispondere perché incassa centinaia e centinaia di milioni. I Presidenti delle Regioni. Per ora Draghi non ha dati certificati da opporre a coloro che non vogliono vaccinarsi. Tra questi ci sono medici affermati e scienziati ben noti. A settembre 2019 la massima parte dei competenti (o quasi) del ramo avrebbe sostenuto a spada tratta che “nelle pandemie è un errore distribuire vaccini”.
Figuriamoci “imporre vaccini”. Inoculare O.G.M. (tali sono Pfizer e Moderna) ai dodicenni sarebbe stata considerata una follia. Addirittura, un vero delitto.
Sospetto che, saputa - con largo anticipo - la notizia cinese, PIG-PHARMA abbia fiutato l’affarone e - in breve tempo (troppo breve, per non dare adito a sospetti) - abbiano sfoderato un prodotto (un OGM) spacciandolo per vaccino. A guadagnare parecchio sarebbero stati in diversi. Gli enti di controllo si sono leccati i baffi anche se buona parte dei pretesi scienziati è composta da signore e la dizione “bisogna vaccinare tutti” è diventata la parola d’ordine. Naturalmente, tutti i Paesi che hanno i quattrini per acquistarli. È stata volutamente dimenticata una pratica usuale dell’economia reale. Se aumenta l’entità di un ordine il prezzo spuntato dall’acquisitore diminuisce e non aumenta. La bionda acquirente tedesca ha strapagato perché ad incassare era anche una società tedesca. Del preteso “vaccino” niente si conosce. Né quanto dura la sua efficacia, né quali potranno essere le conseguenze negative. Il bugiardino è un “bugiardone” muto.
Draghi, i “migliori” suoi ministri e il generale, di questo campo non sanno una mazza. Gente abituata ai Bitcoin e avvezza a trattare merda. Più merda si vende e più il prezzo sale. I tulipani almeno erano profumati. È così che si possono acquistare a Londra una decina di palazzi.
Se i padroni dei giornaloni e delle TV partecipano agli affari e ai banchetti si può anche essere dipinti come un messia. Si spartiranno i miliardi che Conte era riuscito ad ottenere per aiutare gli italiani a risollevarsi e non per ingrassare ulteriormente i più grossi profittatori italiani.
Il contenimento dell’infezione è stato ottenuto con le restrizioni decise da Conte e accettate dagli italiani. I suoi provvedimenti sono stati lodati e imitati dai maggiori Paesi europei. Draghi sta preparando il “salva ladri”. Non sa fare altro ma non riuscirà ad esportarlo. Restrizioni e cautele proteggono molto più dei vaccini. In alcune situazioni questi possono anche prolungare di qualche settimana la vita di alcuni vecchietti. Ma a ciascuno deve essere lasciato il diritto di scegliere se vuole o meno farsi inoculare un OGM.
Luigi Caroli  
(Ingegnere, Milano) 

 

CONFRONTI
La parola ai lettori


Al chiarissimo professor Galimberti.
 
Le sue affermazioni: “I no vax sono pazzi e vanno curati. Se si crede più a Medjugorje che alla scienza, come li si convince?” E ancora: “Io sono per l’obbligo: per persuadere una persona è necessario che quella persona sia disposta a mettere in dubbio le proprie convinzioni. I no vax sono strampalati e anti-scientifici che si sentono però un grande club di opposizione, non sono disposti a mettere in gioco le proprie convinzioni e mettono in pericolo gli altri”. Le sue affermazioni mi stupiscono. Non solo, ma mi fanno dubitare della sua intelligenza, della sua curiosità e dei suoi studi. La filosofia greco-romana, quella rinascimentale, illuministica che sono alla base della Scienza moderna fondata sul dubbio e sul confronto (Circulus et calamus fecerunt me doctorem) vengono ex-abrupto cestinate in nome di un dogmatismo para scientifico. Lei parla di Scienza? Ebbene, la scienza non è qualunquismo, la scienza è la ricerca della verità. Il criterio della Scienza è il “vero” e il “falso”, non il “sono convinto” o “non sono convinto”. È il problema che i Greci avevano individuato come la differenza tra la “doxa” (opinione) e l’ “episteme” (conoscenza). Quindi, in scienza, i nostri giudizi devono basarsi sulle cose provate.
Non possono esserci due teorie in contrasto: questa è la grande lezione galileiana della scienza sperimentale. La terapia non è garantita dalla certezza dei risultati ma dalla mancanza di effetti collaterali. Per tutte le terapie in cui le prove scientifiche siano insufficienti non conclusive o incerte vale il principio di precauzione. Ricordare in questi giorni drammatici il caso della talidomide, farmaco sedativo, antinausea ed ipnotico che somministrato alle donne gravide, provocava ai neonati gravi alterazioni allo sviluppo degli arti quali l’amelia (assenza degli arti) o vari gradi di focomelìa (riduzione delle ossa lunghe degli arti) non significa essere no vax, non significa essere contro la scienza. Eppure era un farmaco dai rapporti rischi/benefici molto favorevole rispetto agli altri medicinali disponibili all’epoca per lo stesso scopo. Tolto dal commercio alla fine del 1961, nel 2009 lo Stato italiano, dopo 50 anni, riconosce un’indennità mensile alle vittime della talidomide nate tra il 1959 e il 1965. I soldi non guariscono i danni. Un’indagine seria, galileiana, non legata alla cupidigia del profitto, sicuramente avrebbe evitato questi danni.
Di vaccini, tutti, ne abbiamo fatti tanti e per renderli sicuri, gli scienziati hanno impiegato molto tempo: ci sono voluti 28 anni per il vaccino contro l’influenza; 15 per il papilloma e quasi 40 per la varicella e 50 per l’antipolio. Da alcuni anni, i vaccini sono oggetto di discussioni. I loro difensori ne lodano l’efficacia e li considerano come inoffensivi nella maggior parte dei casi. I loro avversari li accusano di provocare troppo spesso degli incidenti talvolta anche gravi, nonché di favorire alcune malattie. Esaminare la questione sotto tutti gli aspetti sarebbe troppo lungo in questa risposta.
Mi limito a dirle che sono per la libertà di scelta vaccinale. Nella parola libertà c’è tutta la nostra Costituzione e ci sono secoli di lotte che in un battibaleno, in nome di un’artata programmazione sta facendo strame delle libertà fondamentali dell’individuo. Sicuramente sa che la scienza moderna con il suo istituzionalizzarsi (e quindi politicizzarsi) sta sempre più diventando molto simile a quella contro cui dovette combattere quel drappello di idealisti e rivoluzionari che in questo Paese realizzarono il Rinascimento ed inventarono la Scienza moderna. Sembra che abbiate scordato che il Rinascimento si sia sviluppato per lo più fuori dalle Università. Un esempio celebre è l’Accademia platonica, che Cosimo de’ Medici fondò per quel grande ingegno che fu Marsilio Ficino. Cosimo de’ Medici aveva fatto denaro e aveva capito che la sua gloria non sarebbe venuta dall’accumulare denari e beni, ma piuttosto dalla promozione della cultura. E che cultura! Sono convinto che il futuro della scienza si giocherà per lo più fuori delle Università.
Teodosio De Bonis  (Medico, Milano)

domenica 25 luglio 2021

FORTE BELVEDERE E PRIVATI
di Francesco Pardi


Qualche motivo per non approvare la variante proposta
 per il complesso di Costa San Giorgio. 
 
Firenze. Un rilievo essenziale è stato espresso dai geologi. Le bancate arenacee del substrato hanno giacitura a franapoggio e immergono verso l'Arno. Il luogo ha subito franosità storica messa in evidenza anche da divieti granducali a costruire. Aprire in quel contesto l'enorme cavità ipogea immaginata per il parcheggio sotterraneo è scelta irresponsabile.
La vendita del bene pubblico a privati affinché ne facciano ciò che vogliono unicamente in vista del proprio guadagno è l'ennesima sconfitta nella difesa dei beni culturali comuni. L'alienazione è tutta a favore del privato, la collettività non riceve alcuna compensazione per il danno subito. Anzi sarà costretta ad assistere impotente allo snaturamento di un luogo urbano caratterizzato soprattutto dalla presenza umana rarefatta, dal riserbo e dal silenzio. Il progetto della teleferica che vorrebbe concedere al nuovo paradiso del capitale privato il godimento di un suo personale legame con il Forte Belvedere è più che scandaloso. Sorvola abusivamente il giardino di Boboli per offrire all'utente privato la scenografia di lusso stupefacente per irretire clienti danarosi alla ricerca di emozioni esclusive. Firenze ha già sperimentato i danni ormai irrimediabili del turismo mordi e fuggi e vuole ora assaggiare la tentazione del turismo per soli ricchi.
Non stupisce che le autorità politiche cittadine pratichino la più ipocrita negazione delle esigenze partecipative. La partecipazione, inutilmente formalizzata con legge regionale, va bene solo se è rigorosamente finta. Costruita ad hoc con interlocutori compiacenti, come i commensali manzoniani che si limitavano ad annuire.
Sotto questo profilo l'operazione Costa San Giorgio si iscrive nella stessa logica che guida lo smantellamento delle Alpi Apuane fino al consumo definitivo del suo patrimonio marmifero. La Regione Toscana con la retorica della sua incomparabile personalità storica, paesistica e culturale nasconde invece proprio la demolizione dei suoi caratteri originali.
 
Post Scriptum: se i soldi guadagnati con l'alienazione del bene pubblico saranno spesi con questa logica c'è da tremare.

 L’AFORISMA



“L’inchiostro scorre e scrive.
Il sangue scorre e grida”.
Nicolino Longo

BRESCIA. VERITÀ SUBITO



Per le vittime dell’uranio impoverito e di tutti i veleni di guerra.
  
Moltissimi tra militari e civili che hanno operato e lavorato presso strutture militari e poligoni di tiro continuano ad ammalarsi di patologie tumorali gravi. La presenza di metalli pesanti quali Torio 232, Uranio Impoverito e altre sostanze cancerogene presenti negli armamenti e nelle munizioni autorizzate dalla NATO e dal Ministero della Difesa, anche se non pubblicamente, sono la causa di queste malattie.
Ad oggi sono circa 7500 i casi accertati di contaminazione da Uranio Impoverito per i militari che hanno prestato servizio in Iraq, Afganistan e nella guerra dei Balcani, di cui almeno 370 sono i decessi. Sono casi che emergono anche a distanza di molti anni: la contaminazione da metalli pesanti si sedimenta negli organismi e causa leucemie, glioblastomi, linfomi e altri tumori gravi. A costoro si aggiungono i marinai esposti all’amianto sulle navi militari e tutti coloro che operano nei poligoni di tiro situati su suolo italiano (il Dandolo in Friuli, il PISQ, Capo Teulada e Capo Frasca in Sardegna e altri) che sono esposti costantemente alle nano-polveri prodotte dagli armamenti utilizzati e dall’elevatissimo inquinamento ambientale che caratterizza i poligoni di tiro, oramai giudicati “non bonificabili”. La NATO, a cui il Ministero della Difesa italiano è supino, in questo gioca un ruolo principale: autorizza e anzi promuove ogni tipo di attività addestrativa e di sperimentazione degli armamenti sulle spalle della truppa e dei sottufficiali dei diversi paesi NATO su suolo italiano.
Oggi presso il tribunale di Brescia si discute del caso del Maresciallo dell’Aeronautica Militare Giovanni Luca Lepore, morto nel 2005, la cui famiglia è ancora in battaglia per ottenere giustizia, di fronte all’atteggiamento strafottente, menefreghista e vessatorio del Ministero della Difesa che si rifiuta da 16 anni di ammettere la sua colpevolezza e dare ristoro non solo alla famiglia del Maresciallo Lepore ma a tutte le famiglie delle vittime dell’Uranio Impoverito e di tutti gli altri inquinanti bellici. Attraverso il proprio ruolo istituzionale fanno pressione sui tribunali e trovano escamotage affinché i processi durino anni, puntando a sfiancare le famiglie che richiedono giustizia e ristoro nella speranza che mollino la presa, per scoraggiare centinaia, migliaia di altri malati dall’intraprendere le vie legali per ottenere giustizia.
Basta con le vessazioni e le lungaggini burocratiche contro le famiglie delle vittime dell’uranio impoverito. Verità, giustizia e risarcimenti subito. Basta con l’utilizzo di armamenti inquinanti che devastano l’ambiente e le vite di civili e militari.   
   
CAP Vittime Veleni di Guerra
CentroSociale28Maggio 
Donne e uomini contro la guerra
 

 

MAMME DI MODICA
di Giuseppe Puma
 


La città di Modica si prepara ad un evento eccezionale, che si svolgerà dal 31 luglio al 1° agosto. Si tratta di una iniziativa delle “Mamme di Modica” (un gruppo di signore che, oramai da anni, si rendono protagoniste di gesti di solidarietà) con l’obiettivo di ricoprire l’artistica scalinata della Chiesa di San Giovanni Evangelista a Modica Alta con un’enorme coperta, costituita da 28 mila mattonelle colorate e realizzate all’uncinetto, che verrà in seguito divisa per farne omaggio alle famiglie bisognose. Sono state tante le persone che hanno donato gomitoli di lana per la realizzazione del progetto. Tra le tante donazioni c’è sa segnalare quella della senatrice a vita Liliana Segre, che per attuare l’idea ha inviato una consistente quantità di gomitoli di lana di diversi colori. Un bel gesto quello della senatrice a vita, che ha emozionato, oltre alle “Mamme di Modica”, l’intera comunità modicana.
 

sabato 24 luglio 2021

LA RIFLESSIONE



Che luna! Urla il bambino verso il padre mentre il cuore già sussulta: spontanea ed incipiente gioia. L'adulto non rivolge che uno sguardo svogliato al satellite, perso tra mille pensieri, infastidito.
Non conosce più bellezza l'età della ragione ché il tempo si passa a meditar vendette, a collezionare mostrine fasulle di potere, ad accumulare ricchezze di carta straccia. Tutto è perduto senza un cuore che sa ancora stupirsi.
La luna è lassù, aperta ad un mondo ormai derelitto: e l'onda del nulla ci annega.
Federico Migliorati

DA COSTA E PORTA SAN GIORGIO
di Leonardo Rombai*  

 
Via San Leonardo, una delle strade più belle del mondo
 
Il grande e storico complesso dell’ex caserma Vittorio Veneto in Via Costa San Giorgio (già monastero di San Giorgio alla Costa) e il suo contorno verde rappresentano un’area sottoposta a vincolo di tutela, che si vuole trasformare in una struttura alberghiera di super lusso, con annesse altre attività (Spa e centro benessere, ristoranti, parcheggi sotterranei, strutture commerciali di vicinato), e con previsione di macroscopici interventi interrati: quali due autorimesse con accesso carrabile da Costa San Giorgio e da Via della Cava, ambienti di stoccaggio per le cucine e ambienti di servizio per la spa e il centro benessere, collegati tra di loro tramite un percorso carrabile interrato della lunghezza di circa 600 metri, con accesso da Costa San Giorgio; interventi che metteranno a rischio il fragile equilibrio idrogeologico del versante collinare che, in passato, ha manifestato movimenti franosi di non secondaria importanza. Nessuno ha pensato agli impatti del cantiere prima e della gestione turistica poi sulle vie circostanti, a partire dalla contigua San Leonardo in Arcetri, antica e lunga via collinare di circa 7 chilometri, che mette in comunicazione la parte sud-orientale di Firenze con Poggio Imperiale, Impruneta e il Chianti: è una strada di “artisti, innamorati” (come la definisce su YouTube Elena Giannarelli), una strada piena di fascino, tra le più amate dai fiorentini, una campagna dentro la città, che i cittadini percorrono lentamente, passeggiandola. Lungo di essa si possono ammirare tanti monumenti di età tardo-medievale, rinascimentale e moderna, a partire da Forte Belvedere e da Porta San Giorgio (con, all'esterno, il bassorilievo San Giorgio e il Drago di Andrea Pisano e, nell'interno, la lunetta con affresco Madonna con Bambino fra San Giorgio e San Leonardo di Bicci di Lorenzo), dove termina la monumentale Via Costa San Giorgio e dove ha inizio la breve e ripida Via Belvedere, che conduce a Porta San Miniato, costeggiando le mura. Lungo Via San Leonardo - oltre alla duecentesca chiesa omonima che conserva il campanile a vela, affreschi quattrocenteschi e l'antico pulpito della chiesa di San Pier Scheraggio - sorgono tante ville, spesso corredate di storiche lapidi (tra cui San Leonardo, Razzolini o Spelman, Vecchietti, Sant'Agnese, Il Gioiello, L'Invidiata, Il Barduzzo dove visse lo scrittore Mario Pratesi), la casa del pittore e scrittore Ottone Rosai e il Tabernacolo dell'Immacolata, ricordato da Giovanni Papini. Il carattere peculiare della via, stretta e lastricata, è dato dallo snodarsi (scrive, sempre sul web, Viaggiatrice curiosa) “fra i muri delle ville immerse nella campagna, al di là dei quali si estendono i giardini, olivi, vigneti e cipressi. I muri riportano ancora l'originaria decorazione graffita a motivi geometrici, realizzata graffiando l'intonaco fresco”.
Ottone Rosai, che vi abitò dal 1933 al 1957, la descrive come una delle strade più belle del mondo, come “la rivelazione più sorprendente riservatami dalla vita. Di una rarità incomparabile per la sua forma disegnata non da ingegneri, ma dall'andamento stesso del terreno in quanto trovasi sulla sommità di una collina […], larga poco più di un viottolo [che] procede sinuosa e tortuosa tutta piena di segreti e di sorprese, arrivando, con i suoi muri poco più alti di un uomo, con gli olivi che da questi si affacciano, con alcuni cipressi secolari che annunciano la presenza discreta e quasi intimidita di una villa - o di una vecchia casa contadina - ogni tanto fino al grande piazzale del Poggio Imperiale”, che si raggiunge dopo avere superato il Viale Galileo e lo Chalet Fontana, caffè letterario fondato nel 1896, frequentato dallo stesso Rosai e da Vasco Pratolini. “Ma è lunga questa strada e la chiesa di San Leonardo e le ville e le case sono distribuite così armoniosamente nello spazio”.
 
*già professore ordinario di Geografia
nell'Università di Firenze
presidente di Italia Nostra - Sezione di Firenze

venerdì 23 luglio 2021

LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA
di Alfonso Gianni

 
1.
Dopo una lunga attesa e l’ulteriore ritardo determinato dall’esplodere della pandemia, finalmente il 10 marzo scorso era stato dato il segnale di partenza per una Conferenza sull’Europa sulla base di una dichiarazione comune dei presidenti del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, David Sassoli e Antonio Costa, e della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. I prodromi della Conferenza vanno ricercati nel tentativo di Valery Giscard d’Estaing, nella sua qualità di presidente della Convenzione europea (2002-2003), di elaborare un progetto di Costituzione europea, nella forma di un Trattato, che venne però affossato dal no nei referendum tenutisi in Francia e nei Paesi Bassi. In seguito si giunse alla firma del Trattato di Lisbona (2007) che, distinguendo con puntualità le competenze fra Stati membri e la Ue, di fatto si frapponeva a una possibile direzione verso un’unione di tipo federale.
L’iniziativa della Conferenza ha, in tempi più recenti, ripreso le mosse sempre dalla sponda francese. Emmanuel Macron si è molto attivato in questo senso anche perché la Conferenza dovrebbe concludersi proprio quando la presidenza della Ue verrà assunta dalla Francia. Le modalità di discussione presentano effettivamente delle novità. Forse si è tratto insegnamento dal flop del Trattato che adotta una Costituzione per L’Europa – questa era la denominazione ufficiale del progetto costituzionale liquidato dai referendum prima ricordati – che era stato confezionato da esperti, senza alcun coinvolgimento né politico né emotivo da parte delle popolazioni europee. Oggi lo svolgimento della Conferenza prevede invece un tentativo di coinvolgimento continuo, particolarmente ricercato tra i giovani, in modo che ogni cittadina e ogni cittadino potranno esprimere opinioni e proposte attraverso una piattaforma digitale multilingue interattiva (“Cofe”). Mentre un meccanismo di feedback garantirà che le idee formulate possano diventare raccomandazioni concrete per le future azioni della Ue. Le premesse, soprattutto grazie alle innovazioni tecnologiche, sembrano dunque essere accattivanti. Ma se dalle modalità si sale ai possibili contenuti della Conferenza il quadro cambia di colore e di parecchio.
Basta avere seguito il dibattito che da mesi oramai si sta sviluppando attorno a cosa succederà quando e se la pandemia verrà piegata o almeno contenuta in limiti controllabili, e quindi termineranno gli allentamenti alle maglie rigoriste dei trattati europei, per comprendere che il nocciolo della questione non riguarda soltanto il quando e il come rientrerà in funzione il Patto di stabilità e crescita, se le sue regole verranno modificate o reintegrate nella loro interezza, ma la stessa possibilità o meno di modificare il Trattato di Maastricht. La polemica sull’argomento è aperta. A margine del G20 di Venezia il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz della Spd, in una intervista a la Repubblica del 9 luglio, ha sostenuto che le regole esistenti «hanno dimostrato di avere tutta la flessibilità necessaria per affrontare la situazione», ragione per cui non vi sarebbe motivo di mettere mano innovativa al Patto di stabilità e crescita. Ma sulla necessità di rivedere il Trattato di Maastricht si sono espresse voci autorevoli. Non mi riferisco solo a noti economisti o esponenti politici, ma agli stessi responsabili delle istituzioni europee. Il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, per fare un solo esempio, ha affermato di non considerare intoccabili i dettati di Maastricht. Ma alle dichiarazioni verbali non corrispondono per ora gli atti scritti. Infatti di eventuali modifiche al Trattato non si fa menzione nella Dichiarazione comune sulla Conferenza europea, firmata da Sassoli, Costa e von der Leyen, che nel titolo vuole esprimere un rapporto biunivoco con i cittadini (Dialogo con i cittadini per la democrazia – Costruire un’Europa più resiliente). Malgrado ciò la reazione è stata immediata. Dodici paesi (Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Olanda, Slovacchia e Svezia) in un loro documento hanno subito chiarito che bisogna salvaguardare l’attuale «equilibrio inter-istituzionale, compresa la divisione delle competenze». Per loro quindi l’impianto istituzionale deciso a Maastricht resta immutabile.
E gli intoppi sul cammino della Conferenza non si fermano qui. C’è ben altro. Innanzitutto il suo percorso si intreccia con le scadenze elettorali dei più importanti paesi europei. E, in questo quadro carico di incertezze e di instabilità, si aggiunge come elemento certamente negativo la presidenza semestrale della Ue da parte della Slovenia iniziata il primo luglio con l’insediamento di Janez Jansa, l’unico leader europeo a congratularsi con Donald Trump per l’elezione che si era autoattribuito.

 
2.
Ma soprattutto l’elemento di maggiore novità che fa e farà sentire il suo peso nel dibattito europeo dentro e fuori la Conferenza, è la Dichiarazione sul futuro dell’Europa, un documento firmato da sedici partiti di destra e di estrema destra, ispirato al più smaccato sovranismo. Spiccano tra i firmatari il Rassemblement National di Marine Le Pen, Fidesz di Victor Orban, il partito polacco Diritto e Giustizia (Pis), lo spagnolo Vox, nonché la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
La Dichiarazione è un testo relativamente breve che però merita più di un’attenzione. Il suo obiettivo è, infatti, quello di stabilire una “carta dei valori” della destra. Coerentemente con questo scopo viene abbandonata ogni intenzione di exit dalla Ue o dall’eurozona, quindi dalla moneta unica.
Fin dalle prime righe viene piuttosto esaltato il ruolo delle nazioni europee in difesa della loro sovranità e integrità territoriale. Ma di questa impresa viene menzionata solo quella dei paesi che dopo la Seconda guerra mondiale hanno dovuto lottare contro «il dominio del totalitarismo sovietico». La garanzia della sicurezza e delle condizioni ottimali per lo sviluppo sarebbe stata fornita dal Patto atlantico. Con il che non fanno che sfondare una porta aperta, visto il piatto atlantismo che la Ue ha incentivato nel dopo Trump. Il processo d’integrazione – proseguono – ha portato al mantenimento della pace e alle buone relazioni tra Stati, un lavoro che «deve essere mantenuto come un valore di importanza epocale. Tuttavia la serie di crisi che hanno scosso l’Europa negli ultimi dieci anni hanno dimostrato che la cooperazione europea sta vacillando, soprattutto perché le nazioni si sentono lentamente spogliate del loro diritto a esercitare i loro legittimi poteri sovrani». Da qui la necessità di una profonda “riforma”, basata sulla contrarietà alla creazione di un superstato europeo che distruggerebbe le istituzioni sociali di base e i principi morali. Le istituzioni europee sono accusate di un «iperattivismo moralista» che va di pari passo con l’intenzione di imporre un «monopolio ideologico». Contro tutto ciò i dichiaranti rilanciano i valori della tradizione, il rispetto dei fondamenti giudaico-cristiani dell’Europa. La dichiarazione continua riproponendo il ruolo della famiglia quale «unità di base» delle nazioni europee. Anche qui siamo nel classico, ma questa volta alla famiglia viene attribuito un ruolo politico che viene giocato in chiave anti- immigrazione, sostenendo che la crisi demografica dovuta a bassi tassi di natalità e l’invecchiamento della popolazione europea dovrebbero spingere a politiche a sostegno della famiglia «piuttosto che a favorire l’immigrazione di massa».
La parte finale del documento lamenta l’erosione della sovranità nazionale operata nei decenni precedenti attraverso una «reinterpretazione sostanziale dei Trattati». A questa bisognerebbe opporsi stabilendo le competenze inviolabili degli Stati e valorizzando il primato delle loro Costituzioni. Il consenso – in altri termini l’obbligo della unanimità nelle decisioni – dovrebbe restare l’unico metodo per raggiungere posizioni comuni. Altrimenti – si afferma in chiusura della Dichiarazione – si arriverebbe a inibire di fatto la funzione degli organi costituzionali, tra cui «governi e parlamenti ridotti alla funzione di approvare decisioni già prese da altri». Da qui l’invito, rivolto a chi condivide il documento, a «un lavoro culturale e politico comune, nel rispetto del ruolo degli attuali gruppi politici».
Le ultime parole escludono, per ora, la creazione in tempi prevedibili ovvero programmati di un gruppo unico dell’estrema destra nel Parlamento europeo. Ma non per questo la mossa dei firmatari del documento va sottovalutata. Il loro intento, niente affatto mascherato, è quello di influire e pesare direttamente nel dibattito su una possibile riforma delle istituzioni e del sistema di governance europei. Il punto specifico, nell’immediato, è il mantenimento del criterio dell’unanimità, quindi la difesa a oltranza del diritto di veto. Quello che ostacola il cammino della Ue verso l’approvazione della global minimum tax, vista l’opposizione manifestata da Irlanda, Ungheria ed Estonia; quello che è stato messo in atto proprio contro l’Italia per bloccare la redistribuzione dei migranti approdati sui lidi del nostro paese, malgrado la decisione a maggioranza da governi e Parlamento, per l’ostinazione dell’Ungheria e della Polonia.
Ma i sovranisti coltivano un obiettivo di ben più lungo respiro: quello di impedire qualunque soluzione o passo in avanti in senso federalista da parte dell’Unione europea. A ciò sono finalizzate tutte le frasi del documento che si riferiscono ai poteri sovrani dei singoli paesi e alla necessità di fissare limiti invalicabili per le competenze della Ue. La difesa dei poteri di Governi e Parlamenti nazionali che sarebbero ridotti a meri esecutori delle volontà assunte dalle oligarchie europee viene proclamata in questa chiave. Ovvero, la perdita di autorevolezza e di potere reale da parte dei parlamenti non derivano dal processo di ademocratizzazione da tempo in atto da parte delle modalità di governance attuate dal capitalismo globale, ma dalla prevaricazione degli organi europei. Da qui, per dirla con le stesse parole di Giorgia Meloni: «Adesso o credi nell’Europa federale o sei tacciato di antieuropeismo e non è così: c’è anche l’opzione dell’Europa confederale che era l’idea di De Gaulle». L’obiettivo non è la fuoriuscita dall’Europa ma il mantenimento della stessa in un’orbita puramente confederale.
Ma proprio qui sta forse il pericolo maggiore contenuto dalla mossa della destra. Il suo effetto, già in parte in atto, può essere quello di costringere il dibattito, dentro e fuori la Conferenza, in un alveo puramente neoliberista, riducendolo a uno scontro interno fra reazionari ed élite interpreti della storia e della tradizione dell’Unione europea lungo i suoi vari passaggi, entrambi sordi a qualsiasi alternativa fino ad espungerla dalla discussione stessa. Con l’aggravante del fatto che la destra sfida sul terreno dei valori. Per quanto negativi e distorti, risulta difficile respingerli, come fa Enrico Letta, richiamandosi ai “valori della Ue”, così evanescenti a fronte delle regole di una governance che, anche quando allenta i cordoni della borsa, persiste nel mostrare un’algida lontananza dalla più elementare umanità in tema di accoglienza dei migranti o di sospensioni dei brevetti sui vaccini. E ciò mentre lo stato della sinistra non certo entusiasmante, neppure allargando lo sguardo all’insieme del quadro europeo, la spingerebbe obiettivamente a una sorta di alleanza auto annichilente con le élite di comando contro una destra capace di trovare consensi anche in ampi ambiti popolari.

 
3.
Già qualche mese fa si era rilevato come il tema della difesa dello Stato di diritto avesse fatto la parte della cenerentola nel testo finale che sanciva il “compromesso storico” raggiunto dalla Unione europea nel luglio 2020. Ne abbiamo una riprova nello scontro in atto tra la Ue e l’Ungheria e la Polonia sul grande tema dei diritti Lgtbi. Ursula von der Leyen ha indubbiamente usato parole molto dure al riguardo: «Non possiamo restare a guardare quando ci sono regioni che si dichiarano libere dagli Lgtbi. Non lasceremo mai che parte della nostra società sia stigmatizzata a causa di quello che si pensa, dell’etnia, delle opinioni politiche o credi religiosi» (Giovanni Maria del Re, Omofobia. Ungheria, in vigore la legge. La Ue assedia Orban (e Varsavia) in L’Avvenire del 8 luglio 2021). Ma a queste parole non sono finora seguiti atti efficaci.
Il Parlamento europeo, il 24 giugno scorso, ha adottato a maggioranza una risoluzione assai puntuale e articolata sulle tematiche della libertà e dei diritti sessuali, contro la quale naturalmente hanno votato i gruppi dei Conservatori (di cui fa parte Fratelli d’Italia) e di “Identità e democrazia” (di cui fa parte la Lega di Salvini) e si è espressa anche la Commissione delle Conferenze episcopali Ue (Comece). Ma si è trattato di una semplice risoluzione non avente forza di legge. La Ue sta in realtà combattendo da anni con Polonia e Ungheria sulle questioni relative alle violazioni dello Sato di diritto, ma con armi se non spuntate assai poco affilate. Finora le procedure non hanno portato a punizioni concrete, né a un cambio di atteggiamento dei Governi polacco e ungherese. Inoltre, Orbán e i suoi hanno alleati importanti anche in paesi della Vecchia Europa e il primo tra questi è l’Italia. Giovedì 1 luglio Matteo Salvini ha rivendicato con una lettera al Corriere della Sera (Salvini: le nostre alleanze in Europa? Contro l’austerità non per ideologia) la sua affinità con i governi di Ungheria e Polonia, una posizione in questo caso praticamente identica a quella esposta da Giorgia Meloni. 
Anche in questa materia la minaccia di fare venire meno dei vantaggi economici per garantire dei diritti mostra la corda, troppo esposta sia alla critica che non si possono fare ricadere su un popolo intero le colpe dei suoi governanti sia alla difficile praticabilità, se non altro per l’intreccio di interessi economici che già si sono venuti creando o che vengono fortemente attesi.
Per uscire da questa costrizione non vi è che una strada, per quanto impervia. Quella di puntare con decisione, pur considerando attentamente tutti i vari passaggi necessari alla riuscita dell’impresa, alla costruzione di un’Unione europea su base federale che poggi la sua autorevolezza non tanto sul consenso dei Governi dei singoli paesi membri, ma su un processo costituente capace di coinvolgere a ogni livello e in tutte le sue espressioni la società reale e civile per giungere a una Costituzione che raccolga e valorizzi il meglio delle costituzioni europee esistenti e che non si presenti come un prodotto già chiuso e confezionato al giudizio popolare, ma inglobi nel processo della sua definizione i popoli europei.
Non c’è dubbio che un processo verso il federalismo e la definizione di una Costituzione europea condivisa sia già difficile da pensare oltre che da attuare. Ma bisogna “cercare ancora” perché esso ci appare come l’unica via d’uscita all’implosione del progetto europeo implicito non tanto nell’avanzata delle posizioni di destra, anche se più affinate rispetto a un rozzo e primigenio antieuropeismo, quanto nei meccanismi economici del moderno capitalismo che non tollera la democrazia e che si affida sempre più a gestione di élite tecno-oligarchiche del potere.

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