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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 26 luglio 2021
DRAGHI E I
VACCINI
La parola
ai lettori
La frase demenziale del preteso “migliore”
è stata: “L’appello a non vaccinare è un appello a morire”. Sto per
dimostrare che non poteva dire peggior cazzata. Dichiarazione dell’Istituto
Superiore di Sanità: “Negli ultimi 30 giorni il 33% delle diagnosi di SARS-COV-2,
il 45% delle ospedalizzazioni, il 71% dei ricoveri in terapia intensiva e il
69% dei decessi sono avvenuti tra coloro che non ne hanno ricevuto
alcuno”.
Sabato 24
luglio il testo è apparso su Internet a cura del quotidiano Il Giorno ed è
stato citato dal TG2 serale. Vediamo quanti sono risultati i “non vaccinati”
negli ultimi 30 giorni. I dati ufficiali dei “vaccinati” risultano i seguenti: al
21 giugno 31.918.000 pari al 52,7%, al 21 luglio 37.212.000 pari al 60,9%. La
percentuale media dei vaccinati è risultata quindi 56,8.
Quella
dei non vaccinati è quindi 43,2%. Se ne deve dedurre che - tra
“positivi alla diagnosi” e “ospedalizzati” - il contributo dei non vaccinati è
risultato addirittura inferiore a quello dei vaccinati. La variante Delta - nel
periodo indicato - ha colpito maggiormente (ma non di molto) i
vaccinati. Il che corrisponde a quanto rilevato e comunicato dalle autorità
sanitarie di Israele il 6 luglio. Il vaccino non fa comunque la bella figura
decantata dai venditori Pfizer, che - due mesi orsono - hanno affermato che il
loro vaccino proteggeva anche dalla variante Delta. È una balla colossale cui
Draghi fa finta di credere. Diverso è il ragionamento per le terapie intensive.
Per questo settore il buon funzionamento dipende dalla presenza e
dall’efficienza degli ospedali e soprattutto da chi ne deve rispondere perché
incassa centinaia e centinaia di milioni. I Presidenti delle Regioni. Per ora
Draghi non ha dati certificati da opporre a coloro che non vogliono vaccinarsi.
Tra questi ci sono medici affermati e scienziati ben noti. A settembre 2019 la
massima parte dei competenti (o quasi) del ramo avrebbe sostenuto a spada
tratta che “nelle pandemie è un errore distribuire vaccini”.
Figuriamoci
“imporre vaccini”. Inoculare O.G.M. (tali sono Pfizer e Moderna) ai dodicenni
sarebbe stata considerata una follia. Addirittura, un vero delitto.
Sospetto
che, saputa - con largo anticipo - la notizia cinese, PIG-PHARMA abbia fiutato
l’affarone e - in breve tempo (troppo breve, per non dare adito a sospetti) -
abbiano sfoderato un prodotto (un OGM) spacciandolo per vaccino. A guadagnare
parecchio sarebbero stati in diversi. Gli enti di controllo si sono leccati i
baffi anche se buona parte dei pretesi scienziati è composta da signore e la dizione
“bisogna vaccinare tutti” è diventata la parola d’ordine. Naturalmente, tutti i
Paesi che hanno i quattrini per acquistarli. È stata volutamente dimenticata
una pratica usuale dell’economia reale. Se aumenta l’entità di un ordine il
prezzo spuntato dall’acquisitore diminuisce e non aumenta. La bionda acquirente
tedesca ha strapagato perché ad incassare era anche una società tedesca. Del
preteso “vaccino” niente si conosce. Né quanto dura la sua efficacia, né quali
potranno essere le conseguenze negative. Il bugiardino è un “bugiardone” muto.
Draghi, i
“migliori” suoi ministri e il generale, di questo campo non sanno una
mazza. Gente abituata ai Bitcoin e avvezza a trattare merda. Più merda si vende
e più il prezzo sale. I tulipani almeno erano profumati. È così che si possono
acquistare a Londra una decina di palazzi.
Se i
padroni dei giornaloni e delle TV partecipano agli affari e ai banchetti si può
anche essere dipinti come un messia. Si spartiranno i miliardi che Conte era
riuscito ad ottenere per aiutare gli italiani a risollevarsi e non per
ingrassare ulteriormente i più grossi profittatori italiani.
Il
contenimento dell’infezione è stato ottenuto con le restrizioni decise da Conte
e accettate dagli italiani. I suoi provvedimenti sono stati lodati e imitati
dai maggiori Paesi europei. Draghi sta preparando il “salva ladri”. Non sa fare
altro ma non riuscirà ad esportarlo. Restrizioni e cautele proteggono molto più
dei vaccini. In alcune situazioni questi possono anche prolungare di qualche settimana
la vita di alcuni vecchietti. Ma a ciascuno deve essere lasciato il diritto di
scegliere se vuole o meno farsi inoculare un OGM.
Luigi Caroli
(Ingegnere, Milano)
CONFRONTI
La
parola ai lettori
Al
chiarissimo professor Galimberti.
Le
sue affermazioni: “I no vax sono pazzi e vanno curati. Se si crede più a
Medjugorje che alla scienza, come li si convince?” E ancora: “Io sono
per l’obbligo: per persuadere una persona è necessario che quella persona sia
disposta a mettere in dubbio le proprie convinzioni. I no vax sono strampalati
e anti-scientifici che si sentono però un grande club di opposizione, non sono
disposti a mettere in gioco le proprie convinzioni e mettono in pericolo gli
altri”. Le sue affermazioni mi stupiscono. Non solo, ma mi fanno
dubitare della sua intelligenza, della sua curiosità e dei suoi studi. La
filosofia greco-romana, quella rinascimentale, illuministica che sono alla base
della Scienza moderna fondata sul dubbio e sul confronto (Circulus et calamus
fecerunt me doctorem) vengono ex-abrupto cestinate in nome di un dogmatismo
para scientifico. Lei parla di Scienza? Ebbene, la scienza non è qualunquismo,
la scienza è la ricerca della verità. Il criterio della Scienza è il “vero” e
il “falso”, non il “sono convinto” o “non sono convinto”. È il problema che i
Greci avevano individuato come la differenza tra la “doxa” (opinione) e l’ “episteme”
(conoscenza). Quindi, in scienza, i nostri giudizi devono basarsi sulle cose
provate.
Non
possono esserci due teorie in contrasto: questa è la grande lezione galileiana
della scienza sperimentale. La terapia non è garantita dalla certezza dei
risultati ma dalla mancanza di effetti collaterali. Per tutte le terapie in cui
le prove scientifiche siano insufficienti non conclusive o incerte vale il principio
di precauzione. Ricordare in questi giorni drammatici il caso della talidomide,
farmaco sedativo, antinausea ed ipnotico che somministrato alle donne gravide,
provocava ai neonati gravi alterazioni allo sviluppo degli
arti quali l’amelia (assenza degli arti) o vari gradi di focomelìa (riduzione
delle ossa lunghe degli arti) non significa essere no vax, non significa essere
contro la scienza. Eppure era un farmaco dai rapporti rischi/benefici molto
favorevole rispetto agli altri medicinali disponibili all’epoca per lo stesso
scopo. Tolto dal commercio alla fine del 1961, nel 2009 lo Stato italiano, dopo
50 anni, riconosce un’indennità mensile alle vittime della talidomide nate tra
il 1959 e il 1965. I soldi non guariscono i danni. Un’indagine seria,
galileiana, non legata alla cupidigia del profitto, sicuramente avrebbe evitato
questi danni.
Di
vaccini, tutti, ne abbiamo fatti tanti e per renderli sicuri, gli scienziati
hanno impiegato molto tempo: ci sono voluti 28 anni per il vaccino contro l’influenza;
15 per il papilloma e quasi 40 per la varicella e 50 per l’antipolio. Da alcuni
anni, i vaccini sono oggetto di discussioni. I loro difensori ne lodano
l’efficacia e li considerano come inoffensivi nella maggior parte dei casi. I
loro avversari li accusano di provocare troppo spesso degli incidenti talvolta
anche gravi, nonché di favorire alcune malattie. Esaminare la questione sotto
tutti gli aspetti sarebbe troppo lungo in questa risposta.
Mi
limito a dirle che sono per la libertà di scelta vaccinale. Nella parola libertà
c’è tutta la nostra Costituzione e ci sono secoli di lotte che in un
battibaleno, in nome di un’artata programmazione sta facendo strame delle libertà
fondamentali dell’individuo. Sicuramente sa che la scienza moderna con il suo
istituzionalizzarsi (e quindi politicizzarsi) sta sempre più diventando molto
simile a quella contro cui dovette combattere quel drappello di idealisti e
rivoluzionari che in questo Paese realizzarono il Rinascimento ed inventarono la
Scienza moderna. Sembra che abbiate scordato che il Rinascimento si sia
sviluppato per lo più fuori dalle Università. Un esempio celebre è l’Accademia
platonica, che Cosimo de’ Medici fondò per quel grande ingegno che fu Marsilio
Ficino. Cosimo de’ Medici aveva fatto denaro e aveva capito che la sua gloria
non sarebbe venuta dall’accumulare denari e beni, ma piuttosto dalla promozione
della cultura. E che cultura! Sono convinto che il futuro della scienza si
giocherà per lo più fuori delle Università.
Teodosio
De Bonis (Medico, Milano)
domenica 25 luglio 2021
FORTE BELVEDERE E PRIVATI
di Francesco Pardi
Qualche motivo per non approvare la variante proposta
per il
complesso di Costa San Giorgio.
Firenze. Un
rilievo essenziale è stato espresso dai geologi. Le bancate arenacee del
substrato hanno giacitura a franapoggio e immergono verso l'Arno. Il luogo ha
subito franosità storica messa in evidenza anche da divieti granducali a
costruire. Aprire in quel contesto l'enorme cavità ipogea immaginata per il
parcheggio sotterraneo è scelta irresponsabile.
La vendita del bene pubblico a privati affinché ne
facciano ciò che vogliono unicamente in vista del proprio guadagno è l'ennesima
sconfitta nella difesa dei beni culturali comuni. L'alienazione è tutta a
favore del privato, la collettività non riceve alcuna compensazione per il
danno subito. Anzi sarà costretta ad assistere impotente allo snaturamento di
un luogo urbano caratterizzato soprattutto dalla presenza umana rarefatta, dal
riserbo e dal silenzio. Il progetto della teleferica che vorrebbe concedere
al nuovo paradiso del capitale privato il godimento di un suo personale legame
con il Forte Belvedere è più che scandaloso. Sorvola abusivamente il giardino
di Boboli per offrire all'utente privato la scenografia di lusso stupefacente
per irretire clienti danarosi alla ricerca di emozioni esclusive. Firenze ha
già sperimentato i danni ormai irrimediabili del turismo mordi e fuggi e vuole
ora assaggiare la tentazione del turismo per soli ricchi.
Non stupisce che le autorità politiche cittadine
pratichino la più ipocrita negazione delle esigenze partecipative. La
partecipazione, inutilmente formalizzata con legge regionale, va bene solo se è
rigorosamente finta. Costruita ad hoc con interlocutori compiacenti, come i
commensali manzoniani che si limitavano ad annuire.
Sotto questo profilo l'operazione Costa San Giorgio si
iscrive nella stessa logica che guida lo smantellamento delle Alpi Apuane fino
al consumo definitivo del suo patrimonio marmifero. La Regione Toscana con la
retorica della sua incomparabile personalità storica, paesistica e culturale
nasconde invece proprio la demolizione dei suoi caratteri originali.
Post Scriptum: se i soldi guadagnati con l'alienazione
del bene pubblico saranno spesi con questa logica c'è da tremare.
BRESCIA. VERITÀ SUBITO
Per le vittime dell’uranio impoverito e di tutti i
veleni di guerra.
Moltissimi tra militari e civili che
hanno operato e lavorato presso strutture militari e poligoni di tiro
continuano ad ammalarsi di patologie tumorali gravi. La presenza di metalli
pesanti quali Torio 232, Uranio Impoverito e altre sostanze cancerogene
presenti negli armamenti e nelle munizioni autorizzate dalla NATO e dal
Ministero della Difesa, anche se non pubblicamente, sono la causa di queste
malattie.
Ad
oggi sono circa 7500 i casi accertati di contaminazione da Uranio Impoverito
per i militari che hanno prestato servizio in Iraq, Afganistan e nella guerra
dei Balcani, di cui almeno 370 sono i decessi. Sono casi che emergono anche a
distanza di molti anni: la contaminazione da metalli pesanti si sedimenta negli
organismi e causa leucemie, glioblastomi, linfomi e altri tumori gravi. A
costoro si aggiungono i marinai esposti all’amianto sulle navi militari e tutti
coloro che operano nei poligoni di tiro situati su suolo italiano (il
Dandolo in Friuli, il PISQ, Capo Teulada e Capo Frasca in Sardegna e
altri) che sono esposti costantemente alle nano-polveri prodotte dagli
armamenti utilizzati e dall’elevatissimo inquinamento ambientale che caratterizza
i poligoni di tiro, oramai giudicati “non bonificabili”. La NATO, a cui il
Ministero della Difesa italiano è supino, in questo gioca un ruolo principale:
autorizza e anzi promuove ogni tipo di attività addestrativa e di
sperimentazione degli armamenti sulle spalle della truppa e dei sottufficiali
dei diversi paesi NATO su suolo italiano.
Oggi
presso il tribunale di Brescia si discute del caso del Maresciallo
dell’Aeronautica Militare Giovanni Luca Lepore, morto nel 2005, la cui famiglia
è ancora in battaglia per ottenere giustizia, di fronte all’atteggiamento
strafottente, menefreghista e vessatorio del Ministero della Difesa che si
rifiuta da 16 anni di ammettere la sua colpevolezza e dare ristoro non solo
alla famiglia del Maresciallo Lepore ma a tutte le famiglie delle vittime
dell’Uranio Impoverito e di tutti gli altri inquinanti bellici. Attraverso il
proprio ruolo istituzionale fanno pressione sui tribunali e trovano escamotage
affinché i processi durino anni, puntando a sfiancare le famiglie che
richiedono giustizia e ristoro nella speranza che mollino la presa, per
scoraggiare centinaia, migliaia di altri malati dall’intraprendere le vie
legali per ottenere giustizia.
Basta
con le vessazioni e le lungaggini burocratiche contro le famiglie delle vittime
dell’uranio impoverito. Verità, giustizia e risarcimenti subito. Basta con
l’utilizzo di armamenti inquinanti che devastano l’ambiente e le vite di civili
e militari.
CAP Vittime Veleni di Guerra
CentroSociale28Maggio
Donne e uomini contro la guerra
MAMME DI MODICA
di
Giuseppe Puma
La
città di Modica si prepara ad un evento eccezionale, che si svolgerà dal 31
luglio al 1° agosto. Si tratta di una iniziativa delle “Mamme di Modica” (un
gruppo di signore che, oramai da anni, si rendono protagoniste di gesti di
solidarietà) con l’obiettivo di ricoprire l’artistica scalinata della Chiesa di
San Giovanni Evangelista a Modica Alta con un’enorme coperta, costituita da 28
mila mattonelle colorate e realizzate all’uncinetto, che verrà in seguito
divisa per farne omaggio alle famiglie bisognose. Sono state tante le persone
che hanno donato gomitoli di lana per la realizzazione del progetto. Tra le
tante donazioni c’è sa segnalare quella della senatrice a vita Liliana Segre,
che per attuare l’idea ha inviato una consistente quantità di gomitoli di lana
di diversi colori. Un bel gesto quello della senatrice a vita, che ha
emozionato, oltre alle “Mamme di Modica”, l’intera comunità modicana.
sabato 24 luglio 2021
LA RIFLESSIONE
Che luna! Urla il bambino verso il padre
mentre il cuore già sussulta: spontanea ed incipiente gioia. L'adulto non
rivolge che uno sguardo svogliato al satellite, perso tra mille pensieri,
infastidito.
Non conosce più bellezza l'età della ragione ché il tempo si passa a
meditar vendette, a collezionare mostrine fasulle di potere, ad accumulare
ricchezze di carta straccia. Tutto è perduto senza un cuore che sa ancora
stupirsi.
La luna è lassù, aperta ad un mondo ormai derelitto: e l'onda del nulla ci
annega.
Federico Migliorati
DA COSTA E PORTA SAN GIORGIO
di Leonardo Rombai*
Via San Leonardo, una delle strade più belle del mondo
Il grande e
storico complesso dell’ex caserma Vittorio Veneto in Via Costa San Giorgio (già
monastero di San Giorgio alla Costa) e il suo contorno verde rappresentano
un’area sottoposta a vincolo di tutela, che si vuole trasformare in una
struttura alberghiera di super lusso, con annesse altre attività (Spa e centro
benessere, ristoranti, parcheggi sotterranei, strutture commerciali di vicinato),
e con previsione di macroscopici interventi interrati: quali due autorimesse
con accesso carrabile da Costa San Giorgio e da Via della Cava, ambienti di
stoccaggio per le cucine e ambienti di servizio per la spa e il centro
benessere, collegati tra di loro tramite un percorso carrabile interrato della
lunghezza di circa 600 metri, con accesso da Costa San Giorgio; interventi che
metteranno a rischio il fragile equilibrio idrogeologico del versante collinare
che, in passato, ha manifestato movimenti franosi di non
secondaria importanza. Nessuno ha pensato agli impatti del cantiere prima e
della gestione turistica poi sulle vie circostanti, a partire dalla contigua
San Leonardo in Arcetri, antica e lunga via collinare di circa 7 chilometri,
che mette in comunicazione la parte sud-orientale di Firenze con Poggio
Imperiale, Impruneta e il Chianti: è una strada di “artisti, innamorati” (come
la definisce su YouTube Elena Giannarelli), una strada piena di fascino, tra le
più amate dai fiorentini, una campagna dentro la città, che i cittadini
percorrono lentamente, passeggiandola. Lungo di essa si possono ammirare tanti
monumenti di età tardo-medievale, rinascimentale e moderna, a partire da Forte
Belvedere e da Porta San Giorgio (con, all'esterno, il bassorilievo San
Giorgio e il Drago di Andrea Pisano e, nell'interno, la lunetta con
affresco Madonna con Bambino fra San Giorgio e San Leonardo di Bicci
di Lorenzo), dove termina la monumentale Via Costa San Giorgio e dove ha inizio
la breve e ripida Via Belvedere, che conduce a Porta San Miniato, costeggiando
le mura. Lungo Via San Leonardo - oltre alla duecentesca chiesa omonima che
conserva il campanile a vela, affreschi quattrocenteschi e l'antico pulpito
della chiesa di San Pier Scheraggio - sorgono tante ville, spesso corredate di
storiche lapidi (tra cui San Leonardo, Razzolini o Spelman, Vecchietti,
Sant'Agnese, Il Gioiello, L'Invidiata, Il Barduzzo dove visse lo scrittore
Mario Pratesi), la casa del pittore e scrittore Ottone Rosai e il Tabernacolo
dell'Immacolata, ricordato da Giovanni Papini. Il carattere peculiare della
via, stretta e lastricata, è dato dallo snodarsi (scrive, sempre sul web,
Viaggiatrice curiosa) “fra i muri delle ville immerse nella campagna, al di là
dei quali si estendono i giardini, olivi, vigneti e cipressi. I muri riportano
ancora l'originaria decorazione graffita a motivi geometrici, realizzata
graffiando l'intonaco fresco”.
Ottone Rosai, che vi abitò dal 1933 al
1957, la descrive come una delle strade più belle del mondo, come “la
rivelazione più sorprendente riservatami dalla vita. Di una rarità
incomparabile per la sua forma disegnata non da ingegneri, ma dall'andamento
stesso del terreno in quanto trovasi sulla sommità di una collina […], larga
poco più di un viottolo [che] procede sinuosa e tortuosa tutta piena di segreti
e di sorprese, arrivando, con i suoi muri poco più alti di un uomo, con gli
olivi che da questi si affacciano, con alcuni cipressi secolari che annunciano
la presenza discreta e quasi intimidita di una villa - o di una vecchia casa
contadina - ogni tanto fino al grande piazzale del Poggio Imperiale”, che si
raggiunge dopo avere superato il Viale Galileo e lo Chalet Fontana, caffè
letterario fondato nel 1896, frequentato dallo stesso Rosai e da Vasco
Pratolini. “Ma è lunga questa strada e la chiesa di San Leonardo e le ville e
le case sono distribuite così armoniosamente nello spazio”.
*già professore ordinario di Geografia
nell'Università di Firenze
presidente di Italia Nostra - Sezione di Firenze
venerdì 23 luglio 2021
LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL’EUROPA
di Alfonso
Gianni
1.
Dopo una lunga attesa e
l’ulteriore ritardo determinato dall’esplodere della pandemia, finalmente il 10
marzo scorso era stato dato il segnale di partenza per una Conferenza
sull’Europa sulla base di una dichiarazione comune dei presidenti del
Parlamento europeo e del Consiglio europeo, David Sassoli e Antonio Costa, e
della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. I prodromi
della Conferenza vanno ricercati nel tentativo di Valery Giscard d’Estaing,
nella sua qualità di presidente della Convenzione europea (2002-2003), di
elaborare un progetto di Costituzione europea, nella forma di un Trattato, che
venne però affossato dal no nei referendum tenutisi in Francia e nei Paesi
Bassi. In seguito si giunse alla firma del Trattato di Lisbona (2007) che,
distinguendo con puntualità le competenze fra Stati membri e la Ue, di fatto si
frapponeva a una possibile direzione verso un’unione di tipo federale.
L’iniziativa della Conferenza ha, in tempi più recenti,
ripreso le mosse sempre dalla sponda francese. Emmanuel Macron si è molto
attivato in questo senso anche perché la Conferenza dovrebbe concludersi
proprio quando la presidenza della Ue verrà assunta dalla Francia. Le modalità
di discussione presentano effettivamente delle novità. Forse si è tratto
insegnamento dal flop del Trattato che adotta una Costituzione per L’Europa –
questa era la denominazione ufficiale del progetto costituzionale liquidato dai
referendum prima ricordati – che era stato confezionato da esperti, senza alcun
coinvolgimento né politico né emotivo da parte delle popolazioni europee. Oggi
lo svolgimento della Conferenza prevede invece un tentativo di coinvolgimento
continuo, particolarmente ricercato tra i giovani, in modo che ogni cittadina e
ogni cittadino potranno esprimere opinioni e proposte attraverso una
piattaforma digitale multilingue interattiva (“Cofe”). Mentre un meccanismo di feedback
garantirà che le idee formulate possano diventare raccomandazioni concrete per
le future azioni della Ue. Le premesse, soprattutto grazie alle innovazioni
tecnologiche, sembrano dunque essere accattivanti. Ma se dalle modalità si sale
ai possibili contenuti della Conferenza il quadro cambia di colore e di
parecchio.
Basta avere seguito il dibattito che da mesi oramai si sta
sviluppando attorno a cosa succederà quando e se la pandemia verrà piegata o
almeno contenuta in limiti controllabili, e quindi termineranno gli
allentamenti alle maglie rigoriste dei trattati europei, per comprendere che il
nocciolo della questione non riguarda soltanto il quando e il come rientrerà in
funzione il Patto di stabilità e crescita, se le sue regole verranno modificate
o reintegrate nella loro interezza, ma la stessa possibilità o meno di
modificare il Trattato di Maastricht. La polemica sull’argomento è aperta. A
margine del G20 di Venezia il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz della
Spd, in una intervista a la Repubblica del 9 luglio, ha sostenuto che le
regole esistenti «hanno dimostrato di avere tutta la flessibilità necessaria per
affrontare la situazione», ragione per cui non vi sarebbe motivo di mettere
mano innovativa al Patto di stabilità e crescita. Ma sulla necessità di
rivedere il Trattato di Maastricht si sono espresse voci autorevoli. Non mi
riferisco solo a noti economisti o esponenti politici, ma agli stessi
responsabili delle istituzioni europee. Il Presidente del Parlamento europeo
David Sassoli, per fare un solo esempio, ha affermato di non considerare
intoccabili i dettati di Maastricht. Ma alle dichiarazioni verbali non
corrispondono per ora gli atti scritti. Infatti di eventuali modifiche al
Trattato non si fa menzione nella Dichiarazione comune sulla Conferenza
europea, firmata da Sassoli, Costa e von der Leyen, che nel titolo vuole
esprimere un rapporto biunivoco con i cittadini (Dialogo con i cittadini per
la democrazia – Costruire un’Europa più resiliente). Malgrado ciò la
reazione è stata immediata. Dodici paesi (Austria, Repubblica Ceca, Danimarca,
Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Olanda, Slovacchia e
Svezia) in un loro documento hanno subito chiarito che bisogna salvaguardare
l’attuale «equilibrio inter-istituzionale, compresa la divisione delle
competenze». Per loro quindi l’impianto istituzionale deciso a Maastricht resta
immutabile.
E gli intoppi sul cammino della Conferenza non si fermano
qui. C’è ben altro. Innanzitutto il suo percorso si intreccia con le scadenze
elettorali dei più importanti paesi europei. E, in questo quadro carico di
incertezze e di instabilità, si aggiunge come elemento certamente negativo la
presidenza semestrale della Ue da parte della Slovenia iniziata il primo luglio
con l’insediamento di Janez Jansa, l’unico leader europeo a congratularsi con
Donald Trump per l’elezione che si era autoattribuito.
2.
Ma soprattutto l’elemento di maggiore novità che fa e
farà sentire il suo peso nel dibattito europeo dentro e fuori la Conferenza, è
la Dichiarazione sul futuro dell’Europa, un documento firmato da sedici
partiti di destra e di estrema destra, ispirato al più smaccato sovranismo.
Spiccano tra i firmatari il Rassemblement National di Marine Le Pen, Fidesz di
Victor Orban, il partito polacco Diritto e Giustizia (Pis), lo spagnolo Vox,
nonché la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
La Dichiarazione è un testo relativamente breve
che però merita più di un’attenzione. Il suo obiettivo è, infatti, quello di
stabilire una “carta dei valori” della destra. Coerentemente con questo scopo
viene abbandonata ogni intenzione di exit dalla Ue o dall’eurozona, quindi
dalla moneta unica.
Fin dalle prime righe viene piuttosto esaltato il ruolo
delle nazioni europee in difesa della loro sovranità e integrità territoriale.
Ma di questa impresa viene menzionata solo quella dei paesi che dopo la Seconda
guerra mondiale hanno dovuto lottare contro «il dominio del totalitarismo
sovietico». La garanzia della sicurezza e delle condizioni ottimali per lo
sviluppo sarebbe stata fornita dal Patto atlantico. Con il che non fanno che
sfondare una porta aperta, visto il piatto atlantismo che la Ue ha incentivato
nel dopo Trump. Il processo d’integrazione – proseguono – ha portato al
mantenimento della pace e alle buone relazioni tra Stati, un lavoro che «deve
essere mantenuto come un valore di importanza epocale. Tuttavia la serie di
crisi che hanno scosso l’Europa negli ultimi dieci anni hanno dimostrato che la
cooperazione europea sta vacillando, soprattutto perché le nazioni si sentono
lentamente spogliate del loro diritto a esercitare i loro legittimi poteri
sovrani». Da qui la necessità di una profonda “riforma”, basata sulla
contrarietà alla creazione di un superstato europeo che distruggerebbe le
istituzioni sociali di base e i principi morali. Le istituzioni europee sono
accusate di un «iperattivismo moralista» che va di pari passo con l’intenzione
di imporre un «monopolio ideologico». Contro tutto ciò i dichiaranti rilanciano
i valori della tradizione, il rispetto dei fondamenti giudaico-cristiani
dell’Europa. La dichiarazione continua riproponendo il ruolo della famiglia quale
«unità di base» delle nazioni europee. Anche qui siamo nel classico, ma questa
volta alla famiglia viene attribuito un ruolo politico che viene giocato in
chiave anti- immigrazione, sostenendo che la crisi demografica dovuta a bassi
tassi di natalità e l’invecchiamento della popolazione europea dovrebbero
spingere a politiche a sostegno della famiglia «piuttosto che a favorire
l’immigrazione di massa».
La parte finale del documento lamenta l’erosione della
sovranità nazionale operata nei decenni precedenti attraverso una
«reinterpretazione sostanziale dei Trattati». A questa bisognerebbe opporsi
stabilendo le competenze inviolabili degli Stati e valorizzando il primato
delle loro Costituzioni. Il consenso – in altri termini l’obbligo della
unanimità nelle decisioni – dovrebbe restare l’unico metodo per raggiungere
posizioni comuni. Altrimenti – si afferma in chiusura della Dichiarazione – si
arriverebbe a inibire di fatto la funzione degli organi costituzionali, tra cui
«governi e parlamenti ridotti alla funzione di approvare decisioni già prese da
altri». Da qui l’invito, rivolto a chi condivide il documento, a «un lavoro
culturale e politico comune, nel rispetto del ruolo degli attuali gruppi
politici».
Le ultime parole escludono, per ora, la creazione in tempi
prevedibili ovvero programmati di un gruppo unico dell’estrema destra nel
Parlamento europeo. Ma non per questo la mossa dei firmatari del documento va
sottovalutata. Il loro intento, niente affatto mascherato, è quello di influire
e pesare direttamente nel dibattito su una possibile riforma delle istituzioni
e del sistema di governance europei. Il punto specifico, nell’immediato,
è il mantenimento del criterio dell’unanimità, quindi la difesa a oltranza del
diritto di veto. Quello che ostacola il cammino della Ue verso l’approvazione
della global minimum tax, vista l’opposizione manifestata da
Irlanda, Ungheria ed Estonia; quello che è stato messo in atto proprio contro
l’Italia per bloccare la redistribuzione dei migranti approdati sui lidi del
nostro paese, malgrado la decisione a maggioranza da governi e Parlamento, per
l’ostinazione dell’Ungheria e della Polonia.
Ma i sovranisti coltivano un obiettivo di ben più lungo
respiro: quello di impedire qualunque soluzione o passo in avanti in senso
federalista da parte dell’Unione europea. A ciò sono finalizzate tutte le frasi
del documento che si riferiscono ai poteri sovrani dei singoli paesi e alla
necessità di fissare limiti invalicabili per le competenze della Ue. La difesa
dei poteri di Governi e Parlamenti nazionali che sarebbero ridotti a meri
esecutori delle volontà assunte dalle oligarchie europee viene proclamata in
questa chiave. Ovvero, la perdita di autorevolezza e di potere reale da parte
dei parlamenti non derivano dal processo di ademocratizzazione da tempo in atto
da parte delle modalità di governance attuate dal capitalismo globale,
ma dalla prevaricazione degli organi europei. Da qui, per dirla con le stesse
parole di Giorgia Meloni: «Adesso o credi nell’Europa federale o sei tacciato
di antieuropeismo e non è così: c’è anche l’opzione dell’Europa confederale che
era l’idea di De Gaulle». L’obiettivo non è la fuoriuscita dall’Europa ma il
mantenimento della stessa in un’orbita puramente confederale.
Ma proprio qui sta forse il pericolo maggiore contenuto
dalla mossa della destra. Il suo effetto, già in parte in atto, può essere
quello di costringere il dibattito, dentro e fuori la Conferenza, in un alveo
puramente neoliberista, riducendolo a uno scontro interno fra reazionari ed
élite interpreti della storia e della tradizione dell’Unione europea lungo i
suoi vari passaggi, entrambi sordi a qualsiasi alternativa fino ad espungerla
dalla discussione stessa. Con l’aggravante del fatto che la destra sfida sul
terreno dei valori. Per quanto negativi e distorti, risulta difficile
respingerli, come fa Enrico Letta, richiamandosi ai “valori della Ue”, così
evanescenti a fronte delle regole di una governance che, anche quando
allenta i cordoni della borsa, persiste nel mostrare un’algida lontananza dalla
più elementare umanità in tema di accoglienza dei migranti o di sospensioni dei
brevetti sui vaccini. E ciò mentre lo stato della sinistra non certo
entusiasmante, neppure allargando lo sguardo all’insieme del quadro europeo, la
spingerebbe obiettivamente a una sorta di alleanza auto annichilente con le
élite di comando contro una destra capace di trovare consensi anche in ampi
ambiti popolari.
3.
Già qualche mese fa si era rilevato come il tema della
difesa dello Stato di diritto avesse fatto la parte della cenerentola nel testo
finale che sanciva il “compromesso storico” raggiunto dalla Unione europea nel
luglio 2020. Ne abbiamo una riprova nello scontro in atto tra la Ue e
l’Ungheria e la Polonia sul grande tema dei diritti Lgtbi. Ursula von der Leyen
ha indubbiamente usato parole molto dure al riguardo: «Non possiamo restare a
guardare quando ci sono regioni che si dichiarano libere dagli Lgtbi. Non
lasceremo mai che parte della nostra società sia stigmatizzata a causa di
quello che si pensa, dell’etnia, delle opinioni politiche o credi religiosi»
(Giovanni Maria del Re, Omofobia. Ungheria, in vigore la legge. La Ue
assedia Orban (e Varsavia) in L’Avvenire del 8 luglio 2021). Ma a
queste parole non sono finora seguiti atti efficaci.
Il Parlamento europeo, il 24 giugno scorso, ha adottato a
maggioranza una risoluzione assai puntuale e articolata sulle tematiche della
libertà e dei diritti sessuali, contro la quale naturalmente hanno votato i
gruppi dei Conservatori (di cui fa parte Fratelli d’Italia) e di “Identità e
democrazia” (di cui fa parte la Lega di Salvini) e si è espressa anche la
Commissione delle Conferenze episcopali Ue (Comece). Ma si è trattato di una
semplice risoluzione non avente forza di legge. La Ue sta in realtà combattendo
da anni con Polonia e Ungheria sulle questioni relative alle violazioni dello
Sato di diritto, ma con armi se non spuntate assai poco affilate. Finora le
procedure non hanno portato a punizioni concrete, né a un cambio di atteggiamento
dei Governi polacco e ungherese. Inoltre, Orbán e i suoi hanno alleati
importanti anche in paesi della Vecchia Europa e il primo tra questi è
l’Italia. Giovedì 1 luglio Matteo Salvini ha rivendicato con una lettera al Corriere
della Sera (Salvini: le nostre alleanze in Europa? Contro l’austerità
non per ideologia) la sua affinità con i governi di Ungheria e Polonia, una
posizione in questo caso praticamente identica a quella esposta da Giorgia Meloni.
Anche in questa materia la minaccia di fare venire meno
dei vantaggi economici per garantire dei diritti mostra la corda, troppo
esposta sia alla critica che non si possono fare ricadere su un popolo intero
le colpe dei suoi governanti sia alla difficile praticabilità, se non altro per
l’intreccio di interessi economici che già si sono venuti creando o che vengono
fortemente attesi.
Per uscire da questa costrizione non vi è che una strada,
per quanto impervia. Quella di puntare con decisione, pur considerando
attentamente tutti i vari passaggi necessari alla riuscita dell’impresa, alla
costruzione di un’Unione europea su base federale che poggi la sua
autorevolezza non tanto sul consenso dei Governi dei singoli paesi membri, ma
su un processo costituente capace di coinvolgere a ogni livello e in tutte le
sue espressioni la società reale e civile per giungere a una Costituzione che
raccolga e valorizzi il meglio delle costituzioni europee esistenti e che non
si presenti come un prodotto già chiuso e confezionato al giudizio popolare, ma
inglobi nel processo della sua definizione i popoli europei.
Non c’è dubbio che un processo verso il federalismo e la
definizione di una Costituzione europea condivisa sia già difficile da pensare
oltre che da attuare. Ma bisogna “cercare ancora” perché esso ci appare come
l’unica via d’uscita all’implosione del progetto europeo implicito non tanto
nell’avanzata delle posizioni di destra, anche se più affinate rispetto a un
rozzo e primigenio antieuropeismo, quanto nei meccanismi economici del moderno
capitalismo che non tollera la democrazia e che si affida sempre più a gestione
di élite tecno-oligarchiche del potere.
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