UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 22 dicembre 2023

SPIGOLATURE
di Angelo Gaccione


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Urbis Decori
 
Il Palazzo dei Mercanti a Lucca, nell’omonima armoniosa piazzetta, mi ha riservato una piacevole sorpresa. Subito sotto il balconcino del primo piano e immediatamente sopra l’arco dell’ingresso principale, quello centrale a tutto sesto – come lo sono quelli che incorniciano le finestre – c’è una lastra di marmo su cui è incisa questa scritta in lettere stampatello: Urbis Decori A. D. MCMXXV. “Dove sta la sorpresa?” direte voi: “si tratta di una semplice scritta apposta nel 1925 del secolo scorso quando, con molta probabilità, il palazzo fu riconsegnato alla città e ai suoi abitanti, dopo un restauro conservativo necessario”. E invece la sorpresa c’è, ma dovete portarci il naso sotto, sollevarlo all’altezza del balconcino e guardare attentamente. Anche perché il nero della scritta è in parte sbiadito e non è di facile lettura. In più, il Caffè dei Mercanti che si affaccia nello slargo con i suoi tavolini e il suo tendone, tende a distrarvi. Se ci badate bene, però, vi accorgerete che sia la lettera c in corpo minuscolo della scritta decori, sia la C a stampatello maiuscola della data riportata a caratteri romani, hanno la forma molto simile alla chiocciolina che usiamo noi per formare le nostre personali email quando scriviamo a mano. Così la rappresento io, e così la rappresenta il novantanove per cento di chi la mette sul foglio usando la penna. Non sono delle c come siamo abituate a leggerle in qualsiasi scritto battuto al computer. Di sicuro nell’Anno Domini 1925 la mano che ha vergate quelle c non sospettava che molti anni dopo qualcuno le avrebbe dato quella forma a conchiglia per consegnarci un indirizzo di posta elettronica tanto veloce e tanto comodo per corrispondere in ogni dove in tempo reale, surclassando la “lumaca” delle Poste Italiane. Una lumaca velocissima questa di Internet che si è presa una sonora rivincita in fatto di velocità. Lucca ne detiene la primazia, come si dice oggi, in questa scritta del palazzo dei Mercanti, e sarebbe giusto rivendicarne il copyright. Ma come sarebbe altresì meraviglioso, se amministratori e cittadini del nostro Paese prestassero attenzione al decoro pubblico, come orgogliosamente è inciso su quel marmo…
 

 

 

 

UN ITALIANO DIMENTICATO  
di Michele Feo


 
L’italiano dimenticato è Giovanni Pioli (1877-1969), il libro che lo ricorda è del vecchianese Umberto Mugnaini, dirigente di banca in pensione, storico per passione e per amore: Giovanni Pioli. Riformatore religioso, mazziniano, antifascista, nonviolento. Un contributo alla storia della nonviolenza italiana, (Felici Ed. Pisa 2023, pp. 192, € 18,00), introduzione di Rocco Altieri, autore di un libro su Aldo Capitini, direttore del Centro Gandhi di Pisa, curatore della prestigiosa collana di studi sulla pace e la non violenza “Quaderni Satyāgraha”. Il libro è stato presentato un paio di giorni fa a un folto pubblico nella Domus Mazziniana rinnovata di via D’Azeglio a Pisa, con la partecipazione del suo direttore Pietro Finelli, del presidente dell’Associazione Mazziniana italiana Michele Finelli, dell’editore Fabrizio Felici, del giornalista Renzo Castelli, di Rocco Altieri, con un intervento dal pubblico del sottoscritto e le conclusioni dell’autore Mugnaini. Mugnaini ha nel libro tracciato finalmente una biografia di Pioli, una storia della sua vicenda intellettuale di protagonista del movimento modernista, di impegnato nell’attività del pacifismo internazionale, nella diffusione della non-violenza gandhiana, di moralista, antifascista, mazziniano e anticlericale, di studioso. Perseguitato dal fascismo per il suo comportamento non omologato alle direttive del regime, dispensato per non dire cacciato dal servizio scolastico per «incapacità educativa», stabilì rapporti idealmente con forti e alte menti della migliore cultura europea e con il nostro Aldo Capitini. Isolato, privato dell’insegnamento nelle scuole pubbliche e private, fu aiutato a sopravvivere dal Capitini e poi da Camillo Olivetti, il che gli consentì di scrivere quello che forse è il suo capolavoro, il grande libro: Fausto Socini. Vita-Opere-Fortuna. Contributo alla storia del Liberalismo religioso moderno, (Guanda, Parma 1952). Il Mugnaini è riuscito a ritrovare in Sicilia il lascito culturale di Pioli, i libri, gli appunti, le lettere, che costituiscono un patrimonio finora sconosciuto. Del 1952 è l’unico riconoscimento pubblico che io conosca, l’autobiografia pubblicata da Aldo Capitini nell’appendice al suo: Antifascismo fra i giovani, dove sono raccolte le storie di uomini e famiglie perseguitate per le idee dal fascismo, nella nuova edizione a cura di Lanfranco Binni, (Firenze, Il Ponte, 2018, pp. 175-179). Agli anni successivi appartiene il libro suo che io personalmente più amo, La religione di Gesù e la Chiesa romana, pubblicato a Manduria da quel grande editore democratico che è stato Piero Lacaita. In quel libro ho capito cosa mi turbava come cattolico, per quel libro bellissimo, nitido, storicamente e moralmente fondato, ho dato ordine alle mie idee e ho detto addio consapevolmente e con piena coscienza al mio cattolicesimo, conservando fede, con la stessa ferma convinzione di Pioli, al Discorso della Montagna. Fa parte di me, e conservo gratitudine al suo autore. Mi piace concludere attingendo dall’autobiografia alcuni pensieri, fra i più importanti, che ritengo validi anche per la formazione delle giovani menti di oggi. «Nessun uomo può arbitrarsi di imporre ad un altro i propri ideali religiosi, filosofici, sociali, politici, senza il libero consenso e l’adesione di quell’uomo; e nessuna chiesa o regime, sociale e politico, che non sia emanazione libera di un popolo, a vantaggio di quel popolo, amministrata democraticamente dal popolo, merita di sopravvivere sul nostro pianeta». «Il progresso umano non è l’opera di Regimi, ma il prodotto della stratificazione d’infinitesimi sedimenti di elaborati di coscienze individuali, che costruiscono, anche nella foschia, anche senza possedere il piano dell’intero edifizio, senza pretendere di vedere gli orizzonti lontani». In un colloquio con Filippo Turati a Parigi, a domanda sui destini d’Italia, il vecchio socialista rispose: «non vi è per l’Italia una questione di Regime: vi è un grave problema di educazione morale, di conversione morale...», e Pioli pone queste parole a chiusura della sua breve autobiografia come il connotato più forte di tutta la propria vita. Con qualche timore di immodestia aveva all’inizio concluso la sua professione di antifascismo con una frase in corsivo, come fosse la massima di un classico: «Io sono un umanista». Grazie, anche se dopo molti anni di silenzio, grazie, Giovanni Pioli.

 

giovedì 21 dicembre 2023

A TUTTE E A TUTTI


Dario Fo: Il volo dell'anarchico

Con l’incontro di Lucca (il 14°), si è conclusa la prima tornata di incontri e confronti sull’antologia poetica dedicata alla strage di Piazza Fontana e Pinelli. La seconda inizierà con l’anno nuovo, a gennaio 2024. Il 15° incontro si terrà a Gallarate (Varese), e aprirà il secondo ciclo. Molto impegno ed energie sono stati profusi, e ritengo doveroso ringraziare tutte e tutti coloro che si sono impegnati dando il loro contributo nelle forme e nei modi più diversi. Gli spazi che ci hanno ospitato, a cominciare da Casa Crescenzago e dalla sezione Anpi con il suo presidente Giuseppe Natale, dalla Banda Musicale che ha messo a disposizione la sua Sala permettendo di contenere una quantità di persone superiore a quella prevista e ai due musicisti Massimo Latronico e Fernando Buzzi che hanno vivacizzato la serata. Alla Biblioteca Ostinata e al suo direttore Paolo Prota Giurleo, e naturalmente allo scrittore Zaccaria Gallo arrivato da Bisceglie, per il suo ottimo intervento. Alla Biblioteca Chiesa Rossa e al suo personale per la collaborazione; al folto gruppo di poetesse intervenute anche da altre città, oltre che al presidente del Centro Comunitario Puecher Giuseppe Deiana e alla presidente dell’Anpi dei quartieri Stadera-Gratosoglio Michela Fiore. Alla Società Umanitaria, a Book-city e allo staff della Casa Editrice Interlinea. Alla Casa della Memoria e al suo staff, al presidente dell’Associazione Piazza Fontana 1969 Federico Sinicato, al presidente dell’Anpi provinciale Roberto Cenati, al presidente dell’Anpi Niguarda Angelo Longhi. All’Anpi di Sesto San Giovanni e al suo presidente Pier Carlo Rapetti, a Fortunato Zinni sopravvissuto alla terribile strage, alla Casa delle Associazioni di Sesto e al delegato Comunale per il saluto istituzionale. Alla libreria Claudiana e al suo responsabile Samuele Carrari, a Vittorio Agnoletto per il suo splendido intervento, alla poetessa Tania Di Malta, a Salvatore Borsellino per il suo messaggio affettuoso. Alla libreria Calusca City Lights - Archivio Primo Moroni CSOA Cox 18 e al compagno Roberto; al gruppo musicale “Uno Due Trio” Nicola Labanca, Marco Grippa e Marco Testa; al musicista e cantautore Renato Franchi, a Riccardo Dell’Orfano. Alla Proloco di Pero-Cerchiate e agli amici Nino Di Paolo, Maria Luisa Stocchi, Vittorio Alfieri; al dottor Teodosio De Bonis e al presidente del Centro Culturale Candide Giovanni Bonomo. Agli amici e compagni di Acri (Cosenza) Geppino Ritacco, Angelo Sposato e al docente dell’Università di Cosenza Oscar Greco per il ricco excursus storico-politico, al Comitato Beni Comuni, a E.T.S. Libera Accoglienza, al Caffè Letterario di Palazzo Sanseverino e agli autori ed amici che si sono collegati in diretta da varie città. Ad Area P del Comune di Milano e al medico e saggista Giuseppe Landonio, alla dottoressa Franca Schiavon, e in particolare al poeta Renato Pennisi che è venuto a ragionare con noi a Palazzo Marino nella Sala del Consiglio da Catania; all’ex presidente del Consiglio Comunale Basilio Rizzo per il suo commovente contributo, al poeta di lingua siciliana Gaetano Capuano. Alla Casa della Cultura, a Giovanna Lazzati, a Ferruccio Capelli, al tecnico che ci ha permesso di dialogare in streaming con ogni dove, al giudice Guido Salvini, allo scrittore Alessandro Bertante. Al Circolo De Amicis e in particolare a Biagio Longo, al Circolo Caldara, a El Salvadanée. Agli attori Silvano Piccardi e Aglaia Zannetti per le splendide letture. A Fortunato Zinni, a Marco Vitale, a Mario Capanna, a Pier Carlo Rapetti, a Ottavio Rossani, a Giuseppe Natale, a Piccardi, per le loro testimonianze durante l’Orazione Civile. Ai musicisti Oscar Brontesi, Antonio Ricci, Carlo Zarinelli, Florian Banda, Fabrizio Carriero. Alle poetesse e ai poeti di Milano e a quelli venuti da ogni dove. In particolare Graziella Tonon e Gian Carlo Consonni che hanno dato la loro disponibilità ad essere presenti per la lettura quasi a tutti gli incontri; assieme a Cataldo Russo, a Giuseppe Langella, a Guido Oldani, Alfredo Panetta, Antje Stehn, Maria Carla Baroni, Laura Cantelmo, Annitta Di Mineo, Tania Di Malta, Alberto Figliolia, Stefano Baldinu, Giovanni Canzoneri, Alessandro Lanzani, Santo Catanuto, Angelo Taioli.


Grazie all’Anpi di Lucca e al suo presidente Romano Zipolini, alla sua splendida collaboratrice Rosanna Ciucci, alla docente e filosofa Roberta Guccinelli, al caro amico docente e saggista Daniele Luti, al regista Paolo Benvenuti per averci fatto avere i suoi graditi saluti, ai giovani lettori di Palazzo Ducale e a tutte le antifasciste e antifascisti che ci hanno accompagnati con la loro presenza in questo lungo percorso di memoria civile e di Nuova Resistenza.
 
Grazie a Claudia e Silvia Pinelli per essere intervenute a più di un incontro, a Franco Schirone, agli ospiti Giuseppe Bruzzone, Mariella Cesena, Nino Di Paolo, Federico Sanesi, Alessandro Calabria, Carmine Scavello, a Mario Napoli che ci ha fatto sapere del vitigno piantato da Pinelli e di essersene preso cura in tutti questi anni.
 
Grazie alle belle Letture poetiche di: Rossana Bacchella, Barbara Bonazzi, Sabrina De Canio, Antonella Doria, Gabriella Galzio, Mariella Musso, Julia Pikalova, Claudia Pinelli, Serena Rossi, Pino Canta, Carlo Penati.
 
Grazie a quanti hanno scritto sui giornali del nostro libro: Federico Migliorati, Zaccaria Gallo, Ottavio Rossani, Cataldo Russo, Massimiliano Farrell, Alberto Figliolia e l’anonimo lettore che ha segnalato il libro su “Robinson” l’inserto culturale di “la Repubblica”, al giornalista del quotidiano “La Stampa” che ha firmato il suo scritto con le iniziali M. G., Francesca Fulghesu de “il Fatto Quotidiano”, Rete55, le tivù e i blog che lo hanno segnalato.
 
Grazie ai poeti che si sono aggiunti con nuovi testi a questa avventura e che abbiamo ospitato su “Odissea”: Giovanni Borroni, Antonio Ricci, Gaetano Capuano, Alfredo Panetta, Serena Accascina, Laura Margherita Volante, Stefano Torre, Maria Elena Lippi. 

BIPOLARISMO, PERSONALIZZAZIONE, RAPPRESENTANZA
di Franco Astengo
 


La campagna elettorale per le Europee 2024 appare già avviata e incastonata dentro uno schema ben preciso, alimentato dalla facile propaganda dei media mainstream: personalizzazione (al femminile) di un bipolarismo che assuma anche tratti di bipartitismo. Uno schema facile da interpretare perché permetterà di omettere i temi più difficili, in particolare quelli legati al concreto della dimensione europea, e di esaltare gli argomenti più facili da affrontare perché collegati all'immagine di un regolamento di conti interno agli immaginari schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra. Sarebbe bene che la parte (da costruire) progressista-democratico-costituzionale (evito volutamente di usare il termine centro-sinistra) non abboccasse all'amo della facile propaganda soprattutto sotto l'aspetto della composizione delle candidature (questo punto potrà valere per il PD ma non solo).
Le ragioni che sostengono questa esortazione possono essere così riassunte:
1) La reale rappresentatività di questo bipolarismo/bipartitismo personalizzato.  È questo il nodo scorsoio in cui è avviluppato il sistema politico italiano. Esaminiamo alcuni dati: elezioni 2022, la somma di Fdi e PD mette assieme 12.653. 690 (Italia esclusa Val d'Aosta) su 46.021.956 iscritti nelle liste per una percentuale del 27,49%, rimarrebbero quindi esclusi dal bipolarismo/bipartitismo il 72.51 dell'elettorato complessivo. Non va meglio se esaminiamo i dati delle più recenti elezioni regionali: Lombardia (al voto 12/2/2023) somma FdI - PD 1.982.950 su 8.010.538 percentuale 24,75%; Lazio somma FdI - PD 834.389 su 4.791.612 percentuale 17,41%. Passiamo alle elezioni Europee 2019 quando il confronto deve essere svolto sulla somma Lega - PD pari a 15.265.061 su 50.974.994 pari a 29,9%. Da notare come tra Europee 2019 e Politiche 2022 la somma dei voti dei due primi partiti lasci per strada 2.611.371 suffragi. Insomma: appare ormai acclarato che la somma dei due primi partiti non raggiunga più che poco meno del terzo del totale degli aventi diritto, una quota che può essere giudicata come assolutamente insufficiente per consegnare la forza necessaria a un bipolarismo che si vuole bipartitismo personalizzato. Tra l'altro è bene far notare che è proprio questa insufficienza strutturale la ragione per la quale sorgono le evidenti instabilità delle coalizioni all'interno delle quali emergono continue spinte a contese su leadership fondate semplicisticamente su presunti primati elettorali che si rivelano di volta in volta del tutto effimeri;
2) Premesso che il tema della formula elettorale appare del tutto fondamentale considerati evidenti profili di incostituzionalità di quella in uso attualmente per le elezioni politiche e ricordato che, di converso, le elezioni europee si svolgeranno secondo una formula proporzionale con sbarramento al 4% è necessario ribadire che l'orientamento prioritario di una possibile articolazione di uno schieramento progressista-democratico-costituzionale (tema quest'ultimo assolutamente non banale) deve rifuggire dalla competizione testa a testa per muoversi in direzione di un recupero del vastissimo territorio ormai presidiato stabilmente dal "non voto";
3) Nel senso indicato dal punto 2 dovrebbe essere necessaria la presentazione al voto di un'articolazione di presenze collegate tra loro da un punto comune, proprio quello costituzionale, e ciascheduna in grado di occupare propri spazi politici e sociali , nel tentativo di comporre poi un'alleanza sul piano istituzionale a livello europeo (laddove gli equilibri parlamentari risulteranno molto più pregnanti rispetto al passato) intesa anche come fattore propedeutico per la formazione di una coalizione competitiva sul piano nazionale.

mercoledì 20 dicembre 2023

MOSTAR
di Pierpaolo Calonaci


 
Quando nel numero di Odissea (https://libertariam.blogspot.com/2023/04/attraverso-i-balcani-da-sarajevo-gramsh.html) iniziai a raccontare il viaggio attraverso la terra e la storia dei Balcani cominciai opponendo al mezzo dello star system turistico tanto in voga (quello di girare i video e poi subito postarli) quello del racconto costruito fidando sulla capacità di osservazione. Credo che una funzione pedagogica che Odissea possa svolgere criticamente nei confronti dello stato attuale del pensiero, ossia il pervertimento della corruptio optimi pessima, sia dare possibilità all'osservatore di relazionarsi all'oggetto osservato, idea e ideato, con cui manifestare quel desiderio dialettico che coglie dalla strada la vita nella propria nuda sofferenza, nella propria poesia umana sempre lacerata, nell'utopia che in quella forza dialettica si possa riconciliare la sofferenza umana, oggi più che mai alienata dalla conoscenza di sé, più che mai in cerca di un oggetto “nemico” su cui vomitare il proprio odio represso. Affinché il pensiero cerchi l'errore, sintomo di umanità, la dialettica soggetto-oggetto, la sua razionalità, sono la via di pace che prepara la pace. Iniziai perciò un resoconto, una specie di fotogramma a parole formatesi lungo il viaggio circa la natura della subalternità e del dominio. La prima parte terminò con l'affermazione che la guerra dei Balcani fu una guerra di religione. Debbo precisare che la categoria “guerra di religione” la utilizzo cum grano salis, solo quindi se funge da rivelatore di determinati interessi economici e politici legati ad una forza egemonica su un'altra ben più fragile. Non uso quella categoria come false flags, che deformano la storia.



Entrare a Mostar suscita quel tipico effetto della familiarità: la piana che la precede, circondata da colline e montagne, è come vuole l'architettura dello spazio sociale dell'area produttiva occidentale, uno spazio “artigianale” che di artigianale non ha ovviamente nulla: l'organizzazione produttiva del lavoro industrializzato ha oramai perso la relazione estetica coll'oggetto prodotto. Infatti, a guisa di consolazione c’è pure il McDonald’s, spazio artigianale per eccellenza! Non è un paradosso in quanto è questo contrasto che cancella il contrasto tra regimi produttivi storicamente diversi e leggi di lavoro e economiche siffatte. Lo schiaffo letteralmente emotivo, fisico arriva lasciata la zona artigianale e i suoi significati eterodossi. Poiché entrare nella piccola Mostar attraverso l'unica direttrice significa piombare nel baratro che la guerra portò con sé: edifici tutt'oggi pericolanti perché allora bombardati vicino a case abitate, palazzi anneriti dalle bombe vicino a negozi, muri tenuti su da vecchi ponteggi e puntelli che tengono ancora vivo il segno che in Mostar la guerra fu fratricida, intestina come in tutti i Balcani. Questa è la zona mussulmana. Avevo fermato la motocicletta a lato della strada per chiedere un'informazione (voglio che mi rimanga sconosciuta l'intelligenza artificiale di Google maps e le sue conseguenze sulla capacità di orientamento...) e il palazzo sovrastante cadeva a pezzi (pareva fossero lasciati lì a monito). Questa direttrice di entrata, che da Ovest punta a Est verso Sarajevo, corre parallela alla strada che è per antonomasia quella dei negozi turistici. La distanza tra le due è di poche decine di metri ma la distanza, qui davvero paradossale e incolmabile, risiede nel fatto che lungo la prima ci sono tutt'oggi evidenti segni di ciò sotto cui la vita dovette cadere, nella seconda regna l'ordine a cui adesso la vita è risorta, respirando un ossigeno non suo. Nella strada del commercio, dei ristoranti, dei bazar, sovrastata dall'imponenza storica del ponte di Mostar (ricostruito), tutto si svolge come se in quel piccolo spazio il ricordo della guerra sia lontanissimo; in realtà all'inizio dei due accesi del ponte sono poste in basso due pietre su cui è scritto: per non dimenticare. 



Ma è tale l'ordine economico che adesso fa funzionare quello spazio che spesso si vedono turisti che si fanno foto sorridenti vicino a quelle pietre che, anche se fossero d'inciampo, quell'ordine ne ha reso così naturale il messaggio (che avrebbe dovuto essere di rompere definitivamente con la logica della legge del taglione) tanto da cancellare il suo monito in futuro. Il ponte di Mostar fu tirato giù non da eserciti stranieri ma dai combattimenti delle due etnie contendenti il controllo della città (quella croata e quella mussulmana); che si esplodevano colpi da un muro ad un altro, da una casa verso l'altra, da una sponda del fiume verso quella opposta. A pensarci bene all'inizio della guerra il nemico comune di quelle due etnie era l'esercito regolare di Serbia, che puntava alla grande Serbia quale erede dell'Urss appena caduto; una volta che quel progetto anacronistico fu sconfitto il seme della divisione e del nazionalismo che da decenni dominava nel cuore della gente di Mostar “fiorì”, e la sponda destra (quella a tutt'oggi croata, per inciso quella più ordinata, più benestante...ops cristiana) s'incapricciò contro la rivale sinistra (a tutt'oggi quella di cui sopra ne ho descritto lo stato... ahi, mussulmana). Qui si potrebbe cadere vittima della false flag. Francamente la tentazione di cedere a questa semplificazione di come i fatti si svolsero è forte; e la perplessità tanto quanto il disgusto crescono davanti a quella enorme croce (come se il contenuto metafisico di questa stesse nella potenza, detto digrignando i denti...) eretta sul fianco di una collina che sovrasta il quartiere croato. La parte mussulmana è disseminata di moschee. Se uno volesse esser cattivo, apologeta del marcio dappertutto, le costruzioni religiose sembra siano orientate l'una contro l'altra ostilmente, toponimi di una guerra che non si è affatto spenta.


O
ccorre quindi non cedere a questa lettura ideologica dei fatti. Ricordare invece, questo è il punto dirimente, il ruolo della comunità internazionale (Usa in testa) e dei suoi interessi egemonici - Fondo monetario internazionale, banche, indebitamento dei paesi poveri grazie alla guerra, risorse da sfruttare, modelli culturali alloctoni da implementare rispetto ad un'organizzazione della cultura storicamente impregnata da polisemia religiosa e politica, commercio sempiterno di armi e tecnologie correlate, sistemi di produzione del lavoro omologhi al modello imperante, sistema educativo da irregimentare al regime di verità occidentale, turismo - quando, nella prima fase di attacco dell'esercito regolare di Serbia, invece di sanzionarne il tentativo di occupazione di Mostar come di tutta la Bosnia, ne convalidò l'oppressione. Niente di nuovo: fare si che che il popolo si spacchi e si odi con una lotta armata e nel frattempo preparare la base per il dominio futuro (“pace” di Dayton). La classica ipocrisia dell'equazione esportata dai sedicenti piani di pace occidentali; che poggiava (poggia) quindi sul denominatore, la pace, che deve essere frazionato in svariati numeratori in cui la storia di ogni popolo divenga aliena da questo, affinché questo non possa rivendicare nessuna autodeterminazione. Laddove la storia è frazionata a suon di colpi di pace (imposta) dal dominio occidentale, che tutto rappresenta meno che unità e identità (è quello che succede tutt'oggi in Bosnia Erzegovina), la vita reale è dissanguata dal di dentro. La pulizia etnica che subì la popolazione bosniaca fu il precursore della subalternità alla politica Usa di tutta l'Europa dell'Est.



Al di fuori di questa strada turistica c'è la vita vera, fatta da palazzi con alcuni grandi disegni colorati che cercano di dare armonia; sono dipinti dei fiori, dei volti, dei segni di amore che evocano, forse, il senso di legame umano reciso dalla guerra. Fatta da caffè dove i bosniaci ti guardano incuriositi e forse ancora in modo spaesato. Lungo queste strade non c'è ombra di turisti, non hanno nessun souvenir da offrire ma percorrendole mostrano quanta enorme difficoltà Mostar abbia tutt'oggi a ridefinire un senso di appartenenza con sé e col mondo, che allora l'abbandonò.
Due giorni dopo il nostro arrivo lasciammo Mostar e il suo ponte affollato dallo sradicamento che l'industria turistica sa compiere. Da quella cittadina a Sarajevo si percorre una strada che s'incunea tra le montagne e che costeggia sempre la Neretva. Una strada sinuosa accompagnata dalle acque fredde di un blu intenso. Sarajevo è la, in mezzo alle montagne, in una piana a 550 metri sul livello del mare.

martedì 19 dicembre 2023

AUDITORIUM LATTUADA

 


Mercoledì 20 dicembre alle ore 21 con ingresso gratuito, l'Auditorium Lattuada di Milano, Corso di Porta Vigentina n. 15/A ospita l’Orchestra della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado diretta da Carlo De Martini.

BachMozart, Haydn - Inno alla gioia è un concerto il cui filo conduttore è l'dea di festa, di gioia, come sottolinea il ricco organico. 

 

Carlo De Martinidirettore 

 

Il Programma:


J.S. Bach, Ouverture n. 3 in re 

2 oboi, 3 trombe, timpani, archi, continuo 

W. A. Mozart, Die Zauberflöte - Ouverture (Vienna, ottobre 1791) 

2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, 3 sax, 3 clarinetti bassi, timpani, archi 

F. J. Haydn, Sinfonia in mi bemolle n. 103 “Drumroll” (Londra, primavera 1795) 

2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi 

 

 

   

L'Ouverture dalla terza suite di J.S. Bach apre il programma. Le quattro suite per orchestra furono composte tra il 1718 e il 1726 e aderiscono compiutamente al modello settecentesco francese con il loro vivace carattere di intrattenimento, secondo gli stilemi elaborati da Lully. In quegli anni Bach ricopriva la carica di maestro di cappella nella cittadina di Köthen, presso la corte del principe Leopold, discreto organista e appassionato mecenate, interessato, come molti altri sovrani, a rendere la propria vita di corte sfarzosa e mondana, secondo l'esempio di Versailles. Il modello francese è però applicato da Bach con una grande libertà di rielaborazione inventiva: l'Ouverture si distingue per maestosità e tono solenne, ma anche per la limpida e preziosa melodia. Contraddistinta da una grande vitalità e brillantezza, varietà di tinte, pluralità di stili e un carattere fiabesco che ci trascina in un modo immateriale, è Il flauto magico di Mozart, composto nel 1791, la cui Ouverture, accuratamente progettata, si apre a una rielaborazione continua, fluida e sempre diversa del tema iniziale. E si conclude con un tripudiante finale: è questo l'inizio di una delle opere più celebri e originali, l'ultimo capolavoro teatrale di Mozart. Entrambe in mi bemolle maggiore, nel concerto dell'Orchestra della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado la composizione di Mozart e la seguente di Haydn scivolano l'una dentro l'altra, senza interruzione, come se l'Ouverture de Il flauto magico di Mozart fosse una sorta di introduzione alla Drumroll di Haydnundicesima delle dodici sinfonie londinesi, composta a Londra nel 1795. Il nome della Sinfonia, tra le più amate del compositore, deriva il suo nome dal lungo rullo dei timpani con cui inizia. La “Drumroll” venne eseguita per la prima volta nell'ambito di una serie di concerti chiamati "Opera Concerts" al King's Theatre. L'orchestra, insolitamente grande per l'epoca, era composta da circa 60 elementi. La prima fu evidentemente un successo se il recensore del Morning Chronicle scrisse: "È stata eseguita un'altra nuova cioè sinfonia del fertile e incantevole Haydn, che, come al solito, presenta continui colpi di genio, sia nell'aria che nell'armonia". Lo stesso spirito di ammirazione permea la recensione del Sun: "La nuova Ouverture di Haydn è stata molto applaudita. È una bella miscela di grandiosità e fantasia." 

SPIGOLATURE
di Angelo Gaccione


 
Vicolo della Felicità
 
Di luoghi curiosi se ne trovano in ogni sperduto angolo di mondo, figuriamoci in Italia e nelle nostre splendide città. A Lucca, per esempio, c’è un Vicolo della Felicità. Ci sono approdato, assieme allo studioso e docente universitario Giuseppe Langella, sciamando tra il Fillungo e il perimetro delle Torri. In genere i visitatori tirano dritto per salire sulla Torre Guinigi con la sua chioma alberata, ed è improbabile che vadano alla ricerca deliberata di un vicolo medievale privo di importanza come questo. Stretto e corto, troppo corto; e se non fosse per la mattonella di maiolica che lo indica, non ci badereste nemmeno. “La felicità è breve” ha detto Langella appena gliel’ho indicato, e non ha tutti i torti. Breve, troppo breve, come i pochi metri di questo vicolo.
Se li si interroga sulla felicità gli uomini e le donne hanno pronta la risposta: il denaro, la salute, l’amore. Di denaro e di salute in questo vicolo medievale doveva essercene ben poco; privo di luce e maleodorante come doveva presentarsi ai suoi abitanti, e allora non rimane che l’amore. Ma che tipo di amore? È molto probabile che il nome al vicolo glielo abbiano affibbiato gli uomini e forse qui venivano a cercare l’attimo effimero della loro felicità a pagamento. Chi l’amore era costretto a venderlo non doveva provare felicità, e il “mestiere” era dura sottomissione alla sopravvivenza. Lo so, è una ipotesi amara e poco romantica, e forse vi aspettavate una storia dal finale edificante dalla mia immaginazione di scrittore. Per non lasciarvi nella più totale delusione ricorrerò alla leggenda, questa sì dal finale edificante, riferita sul suo blog da Marco Vignolo Gargini. Siamo negli anni della peste, quella del Trecento, e la falce della Dama Nera miete vittime a gogò. Un aristocratico lucchese non meglio identificato, temendo per la sua sorte, promette di cambiare condotta di vita e si reca a pregare con ritrovata devozione (cosa non può la paura della morte…), nell’Oratorio di Santo Atanasio. Le preghiere e la fede salveranno l’uomo, e finita la peste, muterà sul serio il suo stile di vita. Comportamento morigerato, rinuncia all’avidità, buon cittadino e buon cristiano, prende persino moglie e mette al mondo dei figli. Ma veniamo al colpo di scena finale così come riportato da Gargini: “Una mattina improvvisamente, dopo il battesimo del suo primo figlio, una voce disse all’uomo: Vieni con me, porta la tua famiglia a vedere cosa può fare la fede. Un passaggio fatto a L accanto all’Oratorio di S. Atanasio si spalancò davanti a lui e alla sua famiglia. La voce continuò a parlare: La felicità è un vicolo molto corto, ma se perdi la speranza perdi anche questa piccola salvezza. Il Paradiso non si raggiunge camminando su viali alberati. La via verso la Felicità è fatta di mille insignificanti stradine. Ricorda questo”. Dal Vangelo sappiamo che la fede muove le montagne, e questa leggenda non si discosta dal sentire medievale. Non avrete la felicità su questa terra, ma almeno vi guadagnerete il paradiso.  

 

ANTIFASCISMO E PLEBISCITO
di Franco Astengo


 
L'accurato lavoro di Simona Colarizi che ha assunto forma concreta nel volume: La resistenza lunga: storia dell'antifascismo 1919-1945 è risultato purtroppo carente in un passaggio che, a giudizio dello scrivente, ha rappresentato un momento di grande interesse nella dimostrazione di una diffusa presenza antifascista, in ispecie nella classe operaia delle grandi concentrazioni industriali: il riferimento è all'esito del plebiscito voluto dal regime in occasione delle elezioni per la camera dei deputati del 1929.
È il caso di ricordare: vinte le elezioni del 1924 grazie alla legge maggioritaria “Acerbo” e alle violenze squadriste, assunte le vesti di una vera e propria dittatura dopo il delitto Matteotti, costituito il Tribunale Speciale, il fascismo modificò in senso plebiscitario il sistema elettorale chiamando gli italiani alle urne il 24 marzo 1929. Il progetto della nuova legge elettorale, preparato da Alfredo Rocco, rimarcò a chiare lettere la negazione, da parte della dottrina fascista, del dogma della “sovranità popolare”, affermando al suo posto quella della “sovranità dello Stato” e dell’identificazione diretta dello Stato in un solo Partito, in conseguenza di sua natura totalitario. Secondo questo principio i deputati diventarono meri organi dello stato emanazione di un partito e non rappresentanti del corpo elettorale. Si pose quindi fine a quelli che Mussolini definì in Parlamento come “ludi cartacei” e si ratificò un progetto che pose la scelta dei futuri deputati nelle mani di due organi: la prima selezione a opera delle organizzazioni sindacali intese come scheletro dello stato fascista corporativo e da parte del Gran Consiglio del Fascismo, cui fu demandato il compito di compilare la lista dei 400 nomi da sottoporre al corpo elettorale affinché esso esprimesse il proprio consenso.
 La legge era basata sul suffragio universale maschile, già previsto sin dal 1912. Il diritto di voto per i soli cittadini maschi era però subordinato al rientrare in una delle seguenti categorie:
A: coloro che pagavano un contributo sindacale o erano soci di una società o ente che pagasse tale contributo, oppure da almeno un anno possedessero azioni nominative di società in accomandita per azioni o di società anonime
B: coloro che pagavano almeno 100 lire d’imposte dirette allo Stato, alle province o ai comuni
C: coloro che percepivano uno stipendio, un salario o una pensione a carico dello Stato
D: membri del clero cattolico o di altro culto ammesso dallo Stato


 
Nel complesso risultarono iscritti nelle liste elettorali 9.638.859 cittadini rispetto ai 12.069.336 del 1924.
Il 24 marzo 1929 furono così aperti i seggi per l’elezione della nuova Camera dei Deputati.
La partecipazione al voto risultò altissima con l’89,86%, ben superiore a quella del 63,1 del 1924. In molte parti del Paese i fascisti incolonnarono gli elettori e li scortarono militarmente al seggio facendoli votare collettivamente con la deposizione della scheda del “Sì” nelle urne. Infatti le due schede, del “Sì” e del “No” dovevano essere ritirate preventivamente all’ingresso del seggio consentendo così l’identificazione del voto. In queste condizioni il “Sì” ottenne 8.517.838 voti pari al 98,34% dei voti validi. Ci furono 8.209 voti nulli pari allo 0,09%. I “No” furono 135.773 pari all’1,57%.
L’Italia era costretta in un regime dittatoriale ormai da quattro anni, i componenti dei gruppi dirigenti antifascisti erano stati assassinati, messi in galera, costretti all’esilio (in quel momento in Francia si trovavano circa 25.000 rifugiati antifascisti): ciò nonostante 135.773 elettori, da considerare veri e propri “eroi della democrazia”, trovarono il coraggio di rendere palese (visto il sistema di voto) il loro rifiuto non tanto del listone ma del regime, con grande rischio personale. Si trattò di un gesto di estrema coerenza morale e politica, agito in condizioni di difficoltà estrema. Un gesto del quale ci si è ormai dimenticati e che, invece, è ancora proprio il caso di esaltare.
La composizione di quel “No” dal punto di vista geografico e politico ci svela molte cose sull’origine di quel rifiuto. Oltre a una consistente opposizione di natura etnica, i tedeschi in Alto Adige e gli sloveni in Istria e in Venezia Giulia, la gran parte dei voti contrari si concentrò nel “triangolo industriale”, tra Lombardia, Piemonte e Liguria. Le regioni delle grandi fabbriche meccaniche, metallurgiche, elettromeccaniche e chimiche fornirono infatti 69.226 voti al fronte del “No”, pari al 50.98% del totale.
Oltre il 2% dei voti contrari si ebbero soltanto nelle regioni del Nord, mentre al Centro si superò l’1% soltanto in Toscana e in Umbria. Al Sud e nelle Isole (dove il fenomeno dell’incolonnamento degli elettori risultò generalizzato) si registrano complessivamente: 5.416 “No” pari al 4% del totale. In tutta la Basilicata si registrarono 10 voti contrari e in Calabria 74. Dal punto di vista della consistenza del No, considerata la collocazione geografica, lo schema di riferimento fu comunque quello già osservato con le elezioni del 1924. In quell’occasione le liste di opposizione alla lista fascista, suddivise in 11 formazioni politiche, ottennero complessivamente il 35,1% dei voti ed egualmente nel triangolo industriale Genova - Milano - Torino il fascismo ebbe il minimo dei consensi.


 
Di grande interesse, da questo punto di vista, la dislocazione dei voti del Partito Comunista e dei due Partiti Socialisti: il Partito Comunista d’Italia ottenne, infatti, nel 1924 il 3,7% (una flessione minima rispetto al 1921 dove aveva ottenuto il 4,6%): i due partiti socialisti avevano ottenuto rispettivamente il 5.0 e il 5,9 (nel 1921 il 24,5% cedendo quindi oltre il 13%).
Rispetto al voto del plebiscito del 1929 diventa quindi di grande interesse notare che le sole regioni dove i partiti socialisti avevano superato il 10% e i comunisti il 6% fossero proprio la Lombardia, il Piemonte e la Liguria.
Si può quindi affermare come il “No” al listone nel 1929 fosse di origine diretta dal voto dei partiti della sinistra, socialisti e comunisti, e dalla loro capacità di mantenere l’organizzazione dell’opposizione nelle grandi fabbriche e così sarebbe stato per tutto il ventennio. Per concludere ecco il dettaglio del voto per il “No” regione per regione in cifra assoluta e in percentuale:
Piemonte 20.881 2,58%
Liguria 11.217 3,82%
Lombardia 37.128 3,06%
Trentino Alto Adige 7.902 6,55%
Veneto 20.587 2,58%
Friuli Venezia Giulia (con Zara) 4.080 2,14%
Emilia Romagna 14.843 2,01%
Toscana 7.251 1,04%
Marche 1.665 0,67%
Umbria 1.783 1,23%
Lazio 3.020 0,72%
Abruzzo e Molise 616 0,19%
Campania 2.417 0,34%
Puglie 165 0,04%
Basilicata 10 0,01%
Calabria 74 0,02
Sicilia 861 0,10%
Sardegna 1.273 0,71%

 

MERCATO DELLA CONOSCENZA E NON CONOSCENZA
di Antje Stehn


 

Un evento importante per Milano.
 
Domenica 17 dicembre è stato presentato il Mercato della conoscenza e non conoscenza, un evento artistico coinvolgente e unico nel suo genere, in cui si parlava di temi urgenti, cosa significa muoversi all’interno di una complessità urbana? Quali azioni di adattamento e innovazione generano un cambiamento? E se in tutto questo accade l’imprevedibile… quali domani urbani ci aspettano?  Si tratta di un progetto ideato dall’artista, curatrice, drammaturga, berlinese Hannah Hurtzig, del Mobile Akademie Berlin, promosso dall’ associazione milanese ZONA K. Nello grande spazio La Pelota Jai Alain via Palermo , con l’atmosfera di una sala di lettura e il rumore di un mercato, 85 esperte/i – urbaniste/i, artiste/i, storiche/i, architette/i, sociologhe/i, cittadine/i, attiviste/i, economiste/i – hanno presentato la loro esperienza di vita, lavoro e pensiero nella città metropolitana in dialogo one to one con il pubblico che poteva prenotare la conversazione di una durata di 30 minuti per il prezzo simbolico di un euro. Il pubblico seduto sulle gradinate intorno all’Arena, invece si poteva sintonizzare su uno dei canali della Radio del Mercato per ascoltare ciò che veniva detto. Si è creato un’esperienza a scelta multipla, in cui ogni spettatore sceglieva se partecipare, osservare o fare entrambe le cose. Si è creato un bellissimo spazio comunicativo a tutti i livelli, tutti parlavano con tutti, sui temi che spaziavano da Milano non è in vendita o è già venduta? alla memoria della città; dalla violenza degli anni Settanta al caporalato urbano; dai rifiuti (dove finiscono?) ai Draghi verdi; da Seveso e siccità alla mappa dell’acqua; e poi la controcultura nei centri sociali, i rave, e così via. Purtroppo l’evento è durato solo una serata, abbiamo bisogno di un Mercato della conoscenza e non conoscenza permanente, per ridare la parola agli abitanti della nostra città. Presentato per la prima volta nel 2004 è stato messo in scena 34 volte in 13 diversi paesi. In ogni città che lo presenta, il Mercato è creato ex novo, con un focus tematico diverso legato al contesto urbano contemporaneo.  Altre informazioni su https://www.zonak.it/mercato/
 

lunedì 18 dicembre 2023

GIANI E GUAI ALTA VELOCITÀ
di Ass. Idra
Eugenio Giani

18 dicembre, Palazzo Vecchio, ingresso di via dei Gondi, ore 14.30
 
A Firenze schizzano fuori per strada da sottoterra a metà pomeriggio di martedì 12 dicembre, su un passaggio viario strategico, il Ponte al Pino, piccoli geyser di fango che rendono impraticabili le carreggiate. La nuova ‘talpa’ della TAV blocca per ore e ore il traffico e la città - già stressata dai cantieri della tramvia - si ingorga. “È fisiologico, dichiara il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, gran patrono del doppio sottoattraversamento della città Unesco. Ma a che titolo lo afferma? Con quale diritto? Fisiologia del cantiere o patologia del potere? Dopo lo sgradevole problema oggettivo registrato sul Ponte al Pino, il sindaco di Firenze Dario Nardella dichiara: Noi non possiamo tollerare ulteriori problemi di questo carattere. Ma anche: C’è un programma con il quale verranno informate dettagliatamente tutte le persone interessate, senza motivo di allarme o di eccessiva preoccupazione.
Verranno, appunto: modo indicativo. tempo futuro. Ma i cantieri sono già partiti da un pezzo. E finora si è visto un solo incontro, il 23 novembre. I residenti di via delle Ghiacciaie e via Cittadella, unici invitati, non hanno fatto mancare vibrate proteste per i disagi subiti! Fortuna (dell’Amministrazione) che la custode dell’Infopoint abbia chiuso le porte e mandato tutti a casa dopo i pochi minuti lasciati al dibattito. E il resto della città, poi, non sono persone interessate? Studenti, lavoratori, abitanti, visitatori, non hanno forse diritto a sapere cosa succederà alla loro vita quotidiana nei prossini cinque anni minimi programmati per i lavori fra Campo di Marte e Castello? Non hanno diritto a sapere se e quanto sarà sicura la città che abitano o frequentano? Cosa hanno fatto per metterne al corrente la popolazione la giunta Nardella e l’Osservatorio ambientale, presieduto dal direttore generale del Comune? Lo sa, il sindaco, che questo progetto è privo persino di un piano di emergenza? Sì, il sindaco lo sa, perché i cittadini gli hanno trasmesso da mesi la segnalazione, su carta intestata e protocollata, del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco, tenuti all’oscuro di tutto. Lo sa, il sindaco, che la prima galleria costruita per l’Alta Velocità a Castello (il cosiddetto ‘Scavalco’) è già un colabrodo, perché perde acqua da tutte le parti? E che è priva del collaudo tecnico-amministrativo?


Nardella, Renzi, Salvini
Giani, Luzzato, Ferraris

Sì, il sindaco lo sa, perché i cittadini gli hanno trasmesso da mesi le foto e la documentazione di quell’edificante degrado. Lo sa, il sindaco, che l’ultimo incontro pubblico organizzato dalla giunta comunale di Firenze per informare la popolazione sul progetto Alta Velocità risale al 15 dicembre 1998, nella Palazzina presidenziale di Santa Maria Novella, col sindaco Mario Primicerio e gli assessori all’Urbanistica Enrico Bougleux, ai Lavori pubblici Giovanni Bellini e all’Ambiente Sergio Paderi? Lo sa che l’unico altro incontro pubblico informativo organizzato dal Comune era stato il 14 dicembre 1998, all’SMS di Rifredi, con gli assessori al Traffico Amos Cecchi, all’Urbanistica Enrico Bougleux e all’Ambiente Sergio Paderi? Da allora sono passati 25 anni di acque d’Arno, Mugnone e Terzolle sotto i ponti della città alluvionata nel 1966 e nel 1992; una stazione-squalo su viale Belfiore bocciata e sostituita da una stazione sotterranea progettata accanto al torrente Mugnone (tracimato nel 1992), e approvata senza nessuna presentazione alla città e senza nessuna Valutazione di Impatto Ambientale; una gigantesca inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia con sequestro dei cantieri, della talpa ‘Mona Lisa’ e dei conci da costruzione per le gallerie; due grandi imprese costruttrici fallite una dopo l’altra (Coopsette e Condotte); una lunga e laboriosa rivisitazione-aggiornamento di tutto il progetto di sotto-attraversamento, completata nel 2022, ma mai raccontata ai cittadini. Questa dunque la qualità democratica della capitale della culturaSi può parlare di trasparenza? legalità? cura della comunità? O piuttosto di informazione monca e addomesticata, con la graziosa collaborazione dei media che tacciono?

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