UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 28 dicembre 2024

L’ATTIVITÀ DEGLI AGENTI PROVOCATORI 
di Luigi Mazzella
 


Le tecniche degli agenti provocatori vorrebbero rappresentare il “condensato” più raffinato e completo dello spionaggio internazionale. Le fasi sono note: quando si coglie nelle masse di un dato Paese un certo malumore e disappunto per una determinata “politica”, gli spioni di professione si adoperano per creare un partito, un movimento, un gruppo, un giornale, una televisione che, in apparenza, sposi ed esasperi le tesi del dissenso e nella sostanza tenda a neutralizzare gli oppositori, incanalando i medesimi in “luogo sicuro” e utilizzando, cinicamente, ogni strumento politico volto a “bloccare” la possibile pericolosità del fenomeno. Si vuole che in questa attività di depistaggio dei dissenzienti, la CIA statunitense abbia raggiunto insuperabili livelli anche nel nostro Paese. Si dice, infatti, che quando ci si accorse, dopo una complessa operazione tesa a ottenere la conversione all’atlantismo più sperticato dei comunisti italiani, rimasti orfani dell’Unione Sovietica dopo il suo crollo, che il partito di Togliatti e di Berlinguer nelle mani di Napolitano andava progressivamente assottigliandosi, la Centrale (detta da alcuni di Langley) profuse fior di dollari per far nascere nelle Piazze italiane un movimento più a sinistra dei comunisti per neutralizzare i suoi effetti potenzialmente sovversivi. Si vuole che anche un quotidiano, affidato a penne di persone con la passione del male e nemici della verità, serva allo stesso scopo ma la cosa, come ogni attività degli agenti provocatori, è difficile da provare. Una prova indiretta degli artifici della CIA in America del Nord e nel mondo (per non dire nel Cosmo) ce la offre, invece, un film apparso in streaming su Netflix: Fly me to the moon (Le due facce della luna), film del 2024 diretto da Greg Berlanti, un regista italo-americano poco noto, e interpretato da una irriconoscibile Scarlett Johansson. Quale è stata la scaltrezza dellèagenzia spionistica nel promuovere questo film di mediocre fattura? È noto che i Russi da tempo sostengono, dichiarando di averne le prove, che l’allunaggio di Armstrong, Collins e Aldrin è stato solo una finzione, una messa in scena e che sul nostro satellite non c’è nessuna bandiera americana. Ebbene i “furbacchioni” della CIA che cosa s’inventano? 
Sì - dicono - è vero che alla NASA fu creato un set cinematografico per dare una versione truccata dello sbarco lunare in caso di fallimento della missione, ma è altrettanto vero che dopo le prime immagini dei primi passi sulla luna degli astronauti un gatto nero irruppe sulla scena e mandò all’aria il progetto di falsificazione, rendendo necessaria la proiezione delle immagini vere malamente riprese da una cinepresa portata a bordo. 
Domanda: Ma veramente spioni e generali d’Oltreoceano ritengono che tutti gli abitanti del Pianeta abbiano la sveglia al collo? È vero che la cosiddetta cultura Occidentale ha indotto gli abitanti di questa parte del Pianeta a “credere” anzi che a “pensare” ma est modus in rebus. E poi? Due terzi del mondo non credono alle favolette mediorientali e alle utopie teutoniche: possibile che si lascino convincere dalle immagini di un film mal concepito e peggio realizzato? 

ITALO CALVINO E IL SORPASSO DEL 1976
di Franco Astengo


 
Con quasi cinquant'anni di ritardo Mondadori ha pubblicato Il sorpasso di Italo Calvino: testo dedicato all'analisi dell'esito delle elezioni del 1976, quelle del "bipartitismo imperfetto" (copyright Giorgio Galli) con la DC al 38% e il PCI al 34% o giù di lì. Il testo era stato commissionato allo scrittore cubano-sanremese da Bob Silvers della "New York Rewiew of Books" e avrebbe dovuto  rappresentare un punto di spiegazione rivolto al pubblico americano dell'esito elettorale e della complessità (non facilmente intellegibile negli USA) del sistema politico italiano. Silvers giudicò il testo troppo analitico dal punto di vista tecnico e chiese a Calvino di revisionare il testo, cosa che Calvino non fece e così quel testo è rimasto nel cassetto fino ai nostri giorni.
Sulle colonne de ‘il Manifesto’ (inserto Alias di domenica 22 dicembre) se ne è occupato Jacopo Parodi con una accurata recensione; era il momento del compromesso storico e come fa notare appunto Parodi, Calvino non era più iscritto al PCI dal 1957 (dal famoso articolo "La grande bonaccia delle Antille" pubblicato da ‘Rinascita’ e riferito all'esito delle vicende ungheresi del '56 sul quadro politico italiano) ma sostanzialmente aderiva  alla "soluzione dialogica" di Berlinguer nel rifiuto del governare con l'eventuale 51% di una ipotetica alleanza a sinistra e di offrire invece un accordo di governo alla Democrazia Cristiana (proprio il già citato "Compromesso storico"). Quella soluzione alla fine nel suo esito concreto: governo delle astensioni, rapimento Moro, deluse Calvino che pur esprimendo fiducia nella democrazia, nelle elezioni del 1979 si pronunciò per la scheda bianca. Oggi Mondadori riprende quel testo, lo pubblica con una introduzione di Sabino Cassese: una pubblicazione che si realizza in un momento di crisi della democrazia non semplicemente a livello italiano dove il rischio del ritorno al fascismo e alla supremazia di minoranze aggressive appare concreto in un clima politico- culturale (e del costume corrente) che appare, almeno in Italia, molto simile a quello della repubblica di Weimar. Eppure vale la pena tornare su quelle lontane elezioni del 20 giugno 1976 cercando anche di scavare maggiormente nell'analisi storica di quanto non possa consentire la pubblicazione del testo di Calvino. 



Questo supplemento d'analisi si rende necessario al fine di riconoscere che quell'esito determinò il primo punto della crisi di quel sistema dei partiti che aveva retto l'Italia dalla Liberazione in avanti. Il tema infatti non era quello che Calvino affronta del "sorpasso" ma quello del "sistema bloccato" e del peso del confronto tra i blocchi sul piano internazionale. Verifichiamo allora alcune cifre.
In quel 20 giugno 1976, gli aventi diritto al voto iscritti nelle liste elettorali assommavano a 40.426.658 unità (non esisteva ancora la possibilità del voto all'estero). I partecipanti che si recarono ai seggi furono: 37.755.090 pari al 93,39% (la percentuale dei votanti si manteneva costante al di sopra del 90% a partire dalle elezioni per la prima legislatura il 18 aprile del 1948).
I voti ritenuti validi assommarono a: 36.707.578, con 596.541 schede bianche e 1.047.512 schede nulle.
I due più grandi partiti di massa, la DC e il PCI ottennero rispettivamente 14.209.519 voti lo scudo crociato e 12.614.650 voti i comunisti per un totale di 26.824.169 voti pari al 73,08% sul totale dei voti validi e al 66,35% sul totale degli aventi diritto.
Se alla DC e al PCI aggiungiamo i 3.540.309 voti totalizzati dal PSI (risultato giudicato molto deludente che determinò un vero e proprio cataclisma all'interno del partito con l'avvento di Craxi alla segreteria) registriamo che i 3 grandi partiti di massa disponevano di 30.364. 478 voti pari all'82,71% dei voti validi e al 75,11% del totale degli iscritti.
Un risultato che poteva davvero far pensare all'egemonia incontrastata di quella che Pietro Scoppola avrebbe poi definito "La Repubblica dei Partiti".
Per arrivare a quel risultato le due formazioni maggiori si erano trovate in situazioni completamente difformi.
Il PCI aveva conseguito un eccezionale risultato nelle amministrative del 15 giugno 1975, grazie al quale aveva esteso la propria capacità di governo locale in situazioni nelle quali tradizionalmente si era sempre trovato in minoranza e in particolare nelle grandi città: Torino, Roma, Napoli.
Un risultato quello del 20 giugno 1976 per il PCI frutto di un'ondata "lunga" di forte pressione sociale per un rinnovamento del Paese che aveva avuto al suo centro le lotte sindacali dell'autunno caldo del 1969, il progredire dell'estensione dei diritti dei lavoratori(fino al punto unico di scala mobile) e di quelli sociali, la grande vittoria nel referendum sul divorzio che aveva segnato il momento fondamentale nella modernizzazione anche culturale del Paese, il procedere di una forma di distensione nella logica dei blocchi a livello internazionale (però in arretramento in quel giugno '76), la sconfitta degli USA in Vietnam, la fine delle dittature fasciste nella penisola iberica, la decolonizzazione in Africa segnata in particolare dalla liberazione dell'Algeria.
Vietnam e Algeria: fatti che avevano fatto segnare, nelle nuove generazioni, una crescita importante di un sentimento internazionalista.



Il PCI era stato in grado, considerato il suo radicamento nelle fabbriche e nei territori, di capitalizzare questo forte movimento progressista senza assumerne l'avanguardia e riuscendo anche a marginalizzare, almeno sul piano elettorale, il complesso dei gruppi formatisi alla sua sinistra che, in quel 20 giugno, avevano formato il cartello elettorale di Democrazia Proletaria arrestatosi ai 555.890 voti pari all'1,5%. Una situazione che in condizioni estreme avrebbe poi avuto conseguenze non secondarie nella stagione del terrorismo sia al riguardo della "zona grigia" presente nell'intellettualità e nelle fabbriche, sia dal punto di vista della "prima linea" militante (e ancora sugli orientamenti mobilitanti di quello che poi sarebbe stato definito "movimento del '77"). La DC aveva invece attraversato l'inizio degli anni'70 in una fase di declino: aggredita a destra dal MSI (rivolta di Reggio Calabria), assunta una funzione da "legge e ordine" dopo l'attentato di Piazza Fontana, scivolata nel primo governo Andreotti appoggiato dal PLI, verificato l'esaurimento della prima formula di centro sinistra (alle elezioni del 1976 si andò sulla base di un articolo apparso sull'Avanti e firmato dal segretario socialista De Martino nel quale si affermava come il PSI non avrebbe più partecipato a governi senza i comunisti) la DC aveva subito una dura sconfitta nel referendum sul divorzio nel quale si era allineata con la parte cattolica più retriva e con i neo-fascisti. Sostituito Fanfani con Zaccagnini alla segreteria e Moro alla presidenza, nell'occasione delle elezioni del 20 giugno la DC aveva usufruito di importanti appoggi da destra (Montanelli "turatevi il naso e votate DC", la "maggioranza silenziosa" di Degli Occhi e Rossi di Montelera, Comunione e Liberazione che nel 1976 elesse il suo primo deputato Mazzarino De Petro in Liguria) recuperando il tonfo delle amministrative soltanto attraverso il prosciugamento degli alleati centristi e in particolare del PLI, rientrato in parlamento per un soffio (quorum per 400 voti a Torino).
Insomma: per essere precisi nella ricostruzione, alla vigilia del 20 giugno nella DC non appariva delineata quella linea di "terza fase" in seguito attribuita a Moro quasi come marcia d'avvicinamento verso il PCI. Anzi, al 20 giugno la DC era arrivata con professioni di moderatismo e parole d'ordine anticomuniste.



Il risultato del 20 giugno aveva così segnato quella situazione di "bipartitismo imperfetto" coniata da Giorgio Galli: una DC di centro - destra e un PCI egemone a sinistra, con "l'imperfetto" a significare l'impossibilità di una alternanza. Impossibilità dovuta a un cumulo di ragioni tra le quali non esaustiva quella riferita alla situazione internazionale e alla logica dei blocchi perché presente anche una motivazione di assenza di progetto d'alternativa da parte del PCI. Il PCI era fermo alla logica dell'arco costituzionale espressione diretta della linea del "compromesso storico" elaborato dal segretario Berlinguer nella convinzione dell'impossibilità (e del rischio democratico) di un governo delle sinistre al 51%; linea del resto condivisa anche all'interno del PSI anche se non completamente ( ma nel PSI, dopo il già ricordato articolo di De Martino, il fuoco covava sotto la cenere some si sarebbe visto con l'elezione di Craxi alla segreteria nell'immediato post-elezioni) e contestata all'interno del PCI soltanto da Longo e Terracini e a sinistra dal Pdup- Manifesto. Si determinò così una situazione di sostanziale immobilismo, con la DC che mantenne un ruolo pivotale pur non disponendo più di una maggioranza centrista. Una DC collocata al centro di un sistema che non avrebbe saputo alla fine produrre altro che un monocolore del partito di maggioranza relativa sostenuto dall'astensione della gran parte del Parlamento (Andreotti ter, alla Camera 258 favorevoli, 44 contrari dei quali 33 fascisti come scrisse il Manifesto, 303 astenuti).



Il PCI non mosse nulla sul piano della mobilitazione popolare, anzi la forza sindacale in quel momento che era ancora di fortissima capacità di mobilitazione sociale si rivolse alla fine contro la soluzione di governo.
Ben prima della tragica fase contrassegnata dal rapimento e dall'uccisione di Aldo Moro si può ben affermare che si fosse già avviato un principio di distacco del quadro politico da parti del Paese (in particolare del mondo del lavoro) che avevano fornito un formidabile apporto al consolidarsi di un sistema fondato sui partiti di massa.
La classe operaia pensava, nella sua grande maggioranza, che il sistema dei partiti avrebbe favorito quella profonda modificazione dello stato di cose in atto che stava nelle aspirazioni più alte di grandi masse di donne e uomini.
La "politica" aveva toccato proprio il 20 giugno 1976 il punto più alto nella sua credibilità, autorevolezza, consenso diffuso: dall'esito di quelle elezioni iniziò invece un declino del sistema nel suo complesso (nonostante che il governo delle astensioni avesse comunque impresso un'innegabile spinta riformista: dall'equo canone, al sistema sanitario nazionale) che trovò poi il suo primo punto di caduta, nel post-rapimento Moro, con l'esito del referendum dell'11 giugno 1978 su "legge Reale" e legge sul finanziamento pubblico ai partiti: esito in cui si ravvisò una forte disaffezione dell'elettorato rispetto alle indicazioni di voto fornite dalle formazioni maggiori (in particolare sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti).
Alle elezioni anticipate del 1979 l'afflusso al voto registrò un calo del 3% conservando a stento una quota superiore al 90%: la somma dei due maggiori partiti assommò a 25.700.000 voti, con un calo del PCI di quasi un milione e mezzo di voti (1.475.419) e un balzo dei radicali, in quel momento caratterizzati come partito anti- sistema, di 800.000 voti.
L'esito di quel lontano 20 giugno 1976 può oggi essere sintetizzato come quello di un avvio di un declino del sistema fondato sui partiti di massa.
Un declino che si sarebbe rivelato nella sostanza irreversibile fino all'esplosione definitiva avvenuta all'inizio degli anni'90 a causa dei fenomeni concomitanti e convergenti di Tangentopoli, della caduta del Muro di Berlino, della firma del trattato di Maastricht.
Un declino, in quel momento giugno '76, non avvertito a livello sistemico.
I grandi partiti ignorarono che si stava affermando una "logica della governabilità" e si stava profondamente modificando il quadro delle relazioni sociali ed emergevano nuovi fenomeni di costume.
Così si manifestavano tendenze individualistiche e di ripresa di fattori provocanti la crescita delle disuguaglianze, in controtendenza con quanto era avvenuto negli anni '60 - '70.
Ci si avviava così alla drammatica "festa" degli anni '80: quelli dei cancelli della Fiat e della "Milano da bere".
 

venerdì 27 dicembre 2024

BILDEBERG 2025: IL LASCITO DELLA GUERRA
di Franco Astengo



Riprendiamo dal sito dell’Huffington Post: Jens Stoltenberg, ex segretario generale della Nato, diventa il co-presidente del Club Bilderberg. Sostituisce l’economista olandese e consigliere di Goldman Sachs Victor Halberstadt, scomparso pochi mesi fa. La notizia, segnala più di altre i tempi di guerra e di tensione che vive il mondo. Dopo dieci anni vissuti alla guida dell’Alleanza Atlantica, in precedenza primo ministro della Norvegia, Stoltenberg sarà anche da febbraio il presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, altro importante simposio su difesa e diplomazia.
 


Ricordiamo di che cosa si tratta per chi avesse eventualmente smarrito memoria:
Dal 1954 e una sola volta all'anno, un gruppo ristretto di persone si ritrova per decidere segretamente il futuro politico ed economico dell'umanità. Nessun giornalista ha mai avuto accesso alle riunioni che fino a poco tempo fa si sono svolte presso l'Hotel Bilderberg, in una piccola cittadina olandese. Molti partecipanti al gruppo Bilderberg sono capi di Stato, ministri del tesoro e altri politici dell'Unione Europea ma prevalentemente i membri sono esponenti di spicco dell'alta finanza europea e anglo-americana. Gli organizzatori della conferenza, tuttavia, spiegano questa loro scelta con l'esigenza di garantire ai partecipanti maggior libertà di esprimere la propria opinione senza la preoccupazione che le loro parole possano essere travisate dai media.


 


Questa nomina sottolinea il vero lasciato di questo 2024:
È cambiato il concetto di “guerra” dal punto di vista della concezione della “modernità” e della possibilità di giustificare storicamente, e anche dal punto di vista filosofico, l’evento bellico. La fase che stiamo attraversando appare proprio quella del superamento del ruolo degli USA a disporre da soli dello “ius ad bellum”: in questo periodo la guerra è rientrata in circolazione come moneta sonante del pagamento dell’azione politica anche nell’area europea, sia a livelli sub-statuali (quella definita come “terrorismo”) intrecciati a livelli sovra-statuali (appunto il già citato “scontro di civiltà”). In questo quadro, contraddistinto proprio dall’unicità di presenza di una sola superpotenza, quella statunitense e a fronte della già ricordata palese obsolescenza del sistema di legalità internazionale fondato sull’ONU, si era ricorsi ad un uso “normalizzante” della guerra: quella “asimmetrica” contro il cosiddetto terrorismo, quella “umanitaria” che oltrepassava il principio di non ingerenza; quella “preventiva” che andava oltre il divieto della guerra d’aggressione, fino alla guerra “per la democrazia” che si fondava sull’ipotesi che vi fossero nessi cogenti fra la qualità interna di un ordine politico e la sua propensione alla guerra, e che in un mondo democratizzato” all’occidentale” le guerre sarebbero state impossibili. Dal cappello dell’apprendista stregone di questi concetti sono sorti, non tanto improvvisi, mostri dalle diverse teste: sono ormai saltati quei principi che la teoria e la filosofia politica avevano ricercato per creare le condizioni e le modalità di una possibile “guerra giusta” (un ideale inseguito fin dalla prima filosofia cristiana in Agostino e poi nella Scolastica da Tommaso): limiti dell’ingerenza in difesa dei diritti umani; proporzione degli atti di guerra rispetto alle offese da riparare; problema della liceità delle armi di distruzione di massa. 



La scienza politica aveva affrontato, da parte sua, il problema attraverso i metodi e le categorie dell’idealismo e del realismo, attraverso le nozioni di equilibrio e di egemonia. Oggi tutta questa impalcatura teorica e ideologica sembra saltata e siamo alla guerra globale dove è saltata la distinzione fra guerra e terrorismo, tra civili e militari, nella legittimazione evidente della "pulizia etnica". La scena internazionale appare così percorsa da innumerevoli conflitti di vario livello e diversa intensità, con base su sfondi apparenti anche diversi da quelli di tipo economico come quelli religiosi o identitari. Quale migliore occasione allora per “ripristinare l’ordine” per via bellica da parte di chi intende affermare un nuovo multipolarismo concepito in modo tale da usarne i meccanismi per puntare al recupero del bipolarismo presentandosi come il propugnatore di un diverso equilibrio rispetto a quello imperniato su di una sola superpotenza?
Potrebbe esser questo il tema all’ordine del giorno nei prossimi mesi, attorno al quale riflettere soprattutto da parte di chi sa benissimo che non è proprio il caso di cadere nella trappola dello “scontro di civiltà” e che la logica dominante rimane quella dello sfruttamento dell’uomo e del pianeta e che in gioco c’è proprio la libertà di poter disporre a proprio piacimento della facoltà di sfruttare al massimo dell’intensità senza tener conto della necessità di un equilibrio riguardante la presenza (ormai a rischio) del genere umano sul pianeta.

MINACCE CONTRO IL CENTRO SOCIALE



 

Milano.
Da mesi ci troviamo i muri del nostro centro regolarmente imbrattate da stelle di David, frasi minacciose nei nostri confronti e ingiurie rivolte al popolo palestinese. Soprattutto a ridosso delle iniziative con Ismail e Halima Abusalama e Samah Jabr. Nella notte tra il 26 e il 27 dicembre, una squadraccia sionista, utilizzando una scala, ha strappato lo striscione attaccato sotto la grondaia e tutte le locandine contro il genocidio palestinese. Il salto di qualità della provocazione sionista che vogliamo denunciare e rendere pubblico sta nel comunicato di minaccia, in stile mafioso da “ultimo avvertimento”, che è stato infilato sotto la porta dell’ingresso. Non possiamo sapere quanto la minaccia sia reale o solo intimidatoria ma, sappiano costoro che in ogni caso non faremo alcun passo indietro nella nostra solidarietà al popolo palestinese che sta subendo un genocidio. Invitiamo tutte e tutti alla massima vigilanza rigettando al mittente questa vile provocazione nazisionista. 
Con il popolo palestinese e la sua Resistenza fino alla vittoria.
Ora e sempre resistenza. 
Come tutti i sabati ci vediamo domani per il 64esimo corteo a Milano. 
Con la Palestina nel cuore! Le compagne e i compagni del
Centro Sociale Vittoria di Via Muratori

giovedì 26 dicembre 2024

ANCHE I “GIUSTI” POSSONO SBAGLIARE
di Vittorio Melandri

Sila morta assiderata a Gaza.
Rendiamo grazia ai massacratori del
governo israeliano e alla loro fede in Dio 
 
Il dramma di Sila, la neonata morta di freddo a Gaza la notte di Natale, è il dramma più emblematico di questo nostro tempo diviso. Il 7 ottobre 2023, con il barbaro massacro di 1200 israeliani perpetrato da Hamas si è registrato anche l’inizio di un ennesimo conflitto fra chi sta dalla stessa parte. Quel giorno segna infatti anche l’inizio della progressiva divisione fra chi oggi osa usare la parola genocidio, per indicare quanto fatto a Gaza su impulso del Governo Netanyahu, da Tsahal, le forze armate di Israele, e chi assumendo l’assoluta unicità della Shoah come riferimento, rifiuta ogni possibile paragone che la parola genocidio evochi. Sono purtroppo sempre più convinto che la nostra specie sia stata e sia tuttora capace di usare l’unicità della Shoah come paravento, per nascondere la propria capacità di replicarla e fare e aver fatto in passato, anche di peggio. A Gaza è in atto un genocidio, anche i “giusti” sbagliano nel rifiutarsi di riconoscere che purtroppo è così.

LA GUERRA È CRIMINE…



e i guerrafondai sono criminali. Tutte le altre definizioni che si danno per giustificarsi, non possono cambiare questa verità.




 



 

GLI AUGURI DI “ODISSEA”
Ai massacratori del governo israeliano.





MA QUALE DIO?
Laura Margherita Volante 


Ma quale Dio potrebbe
ancora dire:
siederai uomo accanto
al Padre mio....
Dio disperato per 
il mondo crudele che 
uccide i bambini
in Suo nome...
Ipocrisia corre come
un treno su binari
di pelle umana e di
sangue annerito 
dalle necrosi del 
Male
Ma quale Dio potrebbe 
oggi nascere nel ricordo
di una stella per la 
chiamata...
Non alle armi! 
La vita è un dono di 
Pace
La culla oggi è vuota.

 

 

 

martedì 24 dicembre 2024

AUGURI ANTIFASCISTI E DISARMISTI


Brescia in piazza contro il fascismo


domenica 22 dicembre 2024

C’È DEL MARCIO IN OCCIDENTE
di Adam Vaccaro


Piergiorgio Odifreddi

Deificazione neoliberista del capitalismo globalizzato. 
 
Questo libro di Piergiorgio Odifreddi (C’è del marcio in Occidente, Raffaello Cortina Editore, 2024, pagine 261) regala un vento benefico che irrompe in una atmosfera soffocata da smog sempre più irrespirabile, e ci aiuta a spazzarla via. È un vento di irrisione di ogni falsità spacciata come verità, dai poteri in atto, in Occidente, ma non solo, nel presente, ma non solo. E per farlo somma una impressionante dotazione di conoscenze pluridisciplinari, dalla filosofia, alla storia, alla letteratura, all’economia, ma non solo. Perché, se si vogliono smascherare i crimini e le menzogne del potere, o meglio, dei poteri storicamente articolati in Occidente, occorre dotarsi di adeguate ricchezze di conoscenze delle sovrastrutture portanti la realtà complessa in cui viviamo. La quale ci riversa verità apodittiche e ideologiche, attraverso un esercito mai così vasto di propaganda massmediatica, con la quale ci raccontano di essere i più liberi e i migliori custodi della Verità e del Mondo secolarizzati. Ne deriva un pensiero unico e assoluto, consono alla radice patriarcale di un fondamentalismo religioso su cui è cresciuto, che ha sempre ucciso socialmente e fisicamente, ogni obiezione critica, o visione altra.
Odifreddi è un esempio, tra i pochissimi, di superamento della divisione tra le due culture – umanistica e scientifica – fonte di impoverimento delle nostre possibilità di conoscenza, e conseguentemente di libertà concreta rispetto alle falsità spacciate e necessarie alla gestione di ogni potere. Tale indirizzo è seguito dall’Autore con passione, coraggio e un lavoro incessante di acquisizione di strumenti di analisi nel corso dei suoi decenni di vita, che questo libro sintetizza con efficacia, non solo di argomentazioni, ma di esposizione chiara e divulgativa, che rende la lettura delle sue 250 pagine, un attraversamento benefico dei temi e problemi intricati con cui, qui e ora, ogni persona dalla mente minimamente viva si confronta quotidianamente.
 Tuttavia, la sua apertura di ricerca, non penalizza una critica serrata rivolta a pressoché tutti i pilastri millenari della nostra identità culturale, a cominciare da quella umanistica “Gli umanisti… dall’Ottocento in avanti hanno rimosso le vere origini dei Greci, inventando il mito di un popolo unico che arrivava dal nulla, e di un sapere unico che non si basava sui nulla… di una razza pura e di un pensiero puro, senza contaminazioni biologiche e culturali. Un mito colonialista, razzista e protonazista durato quasi due secoli, che ha cominciato a essere smantellato soltanto negli anni Ottanta del secolo scorso” (pag. 141-143). È stato in effetti un frutto malsano de Le Origini rimosse, analizzate dal libro di “Martin Bernal, Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica (Il Saggiatore, 2011)”. È un tema enorme di cui mi limito qui a citare qualche spunto, con la finalità di sollecitare la lettura del libro e ulteriori approfondimenti, su questo come sul corollario di problemi complessi sollecitati da un testo spoglio di ogni connotato ideologico, motivato dalla conoscenza di un sistema di potere invisibile e presente in cielo in terra e in ogni luogo, al pari del Dio inventato dai suoi figli prediletti.


 
Ma mentre quel Dio è silente o parla solo a chi è acceso dalla sua fede, il dio dell’impero odierno continua a parlare e assordarci, raccomandano di mai disconnetterci, perché solo così diventiamo, piccoli atomi del suo corpo, alimento e merci di un circuito incessante di suoi e nostri deliri. È il più potente dio mai creato, perché è dentro di noi, anche non credenti, fatto di cose, succhiate come ostie, senza bisogno di un ministro e una messa. Perché di ministri ne ha un numero immenso e la messa non è solo la domenica, ché è di ogni giorno e notte, senza interruzioni. Una messa officiata da cori di voci trasmutate in meccaniche, fonti di una realtà virtuale, rispetto alla quale è difficile resistere e non farsi ridurre a illusi senzienti senza realtà: “Oggi viviamo infatti in un rintontimento collettivo in cui non contano i fatti, ma solo le fantasie. E non tanto quelle istituzionalizzate come la religione, la metafisica e la letteratura… Quanto piuttosto quelle… del divertimento immediato e mediatico: film, serie televisive, programmi spazzatura, talk show, videogiochi, giochi di ruolo e parchi di divertimento…Oltre al Grande Fratello televisivo, che paradossalmente ha tutto di huxleyiano e niente di orweliano” (p211). È una giostra di illusioni e divertimento, di cui è perno l’industria della pubblicità, il più parassitario, redditizio e fiorente settore economico di questa decantata era della libertà, canestro di chiacchiere, falsità e idiozie che producono soggetti omologhi, quali definiti dalle analisi del meme, delle nuove scienze: la mente fatta anche di neuroni-specchio, che la sua anima bambina, affamata spugna di immagini e suoni, trasmuta attraverso  i cinque sensi del 'cervello bagnato' (come chiamato da Rita Levi Montalcini)  in pandolce  da succhiare, prima di verificare se è un panettone inondato dalla muffa. “Questo spiega la vera e propria epidemia di stupidità che ‘per l’universo penetra e risplende’… prodotto di veri e propri virus della mente”, messi in scena “dal gran circo dei media” e “che si diffonde non perché meriti… ma perché più adatto a farlo”, che “non significa affatto ‘migliore’, e confondere le due cose può causare guai… significa soltanto ‘più contagioso’, e spesso ‘letale’” (pp. 56-57)
Se la letteratura, la poesia e la musica erano condimenti della pietanza della vita, che comunque aiutavano a sentirne il sapore e quindi a conoscerne la sostanza, tanto da poter dire che la poesia in ogni forma era ciò che dava nome alle cose, nel circo mediatico dello spettacolo contemporaneo, ogni funzione di conoscenza della realtà è polvere drogata di emozioni che – con diluvi di cartoons, serial killer, fantasy, soap opera, supereroi ecc. – devono infarcire la capacità di pensare, scodellando un polpettone che diventa la vera realtà mentale. La civiltà dello spettacolo e dell'immagine è un traghetto delizioso di arma di distrazione di massa, che senza una visione critica, castra la capacità di elaborazione conoscitiva della complessità di sé e dell’altro. Il che diventa una vera festa per il dio al potere, se “i nostri occhi sono perennemente puntati su uno schermo, del cellulare, del computer, della televisione, del cinema o dei videogiochi. Raramente interagiamo con altri esseri umani o con il mondo esterno” (p. 211).


 
Il risultato è una massa alienata e passiva di atomi singoli senza identità e comunità, che realizzano il sogno neoliberista di E. Thatcher: “non esiste la società, esistono solo gli individui”. L’essere sociale è cancellato e nel suo vuoto regnano libere le catene invisibili del dio che decide vita o morte di miliardi di esseri viventi (umani e no) con dei clic. Il libro di Odifreddi è, all’opposto, corpo di testo che riafferma come il processo autopoietico dell'identità individuale è alienato, perduto e impossibile, senza l’interazione con l’Altro, costruita entro una complessità e molteplicità sociale e culturale. Per cui una identità individuale o è propaggine di una collettività, o non è. Ed è solo il misticismo che fa della propria potenza di immaginazione un illusorio colloquio e cammino con e nella Totalità personificata nell’Altro, nell’alto dei cieli. Delle tante interazioni di cui il libro si fa scrigno di ricchezze, c’è quella con lo scrittore portoghese Josè Saramago, del quale si ricorda che “il suo Vangelo secondo Gesù Cristo (1991) fu censurato in Portogallo, andò a vivere in volontario esilio nelle isole Canarie, fino alla morte. E dopo uno dei periodici eccessi di difesa perpetrati da Israele nei confronti dei Palestinesi, fu accusato di antisemitismo per aver dichiarato: Mi chiedo se quegli ebrei che morirono nei campi nazisti non proverebbero vergogna per gli atti infami che i loro discendenti stanno commettendo. (p.215). E, a tale proposito, Odifreddi ricorda che “Per difendersi dal disdegno nei confronti delle disumane azioni israeliane, soprattutto quelle dei governi di ispirazione nazifascista del Likud di Begin, Sharon e Netanyahu, gli ebrei hanno iniziato a confondere ad arte “l’antisionismo contro la politica israeliana e l’antisemitismo contro il popolo ebraico” (p.120).
Il pensiero critico di Saramago evidenziava come la democrazia politica, diventa illusione democratica entro una struttura con un “unico indiscutibile potere: la finanza mondiale”. Per cui concludeva: se la “democrazia economica ha ceduto il passo a un mercato oscenamente trionfante” e la “democrazia culturale” rientra anch’essa tra i prodotti sussunti dalla “massificazione industriale” della giostra dello spettacolo, rischia di aggiungersi ai fiori di arredamento di una sovrastruttura priva di capacità dialettica di incidere sulla realtà dell’invisibile potere dominate, talché “Noi non stiamo progredendo, ma regredendo” (pp.216-217).

 
Odifreddi, attraverso le parole e gli sguardi delle centinaia di Autori citati, ci spinge a ri-vedere e a ripensare il rovescio anche delle nostre convinzioni più radicate, riattivando così la dinamica e la riappropriazione culturale di libertà autentica del processo autopoietico. Che è tale se rifiuta di rendere indiscutibili ogni termine, a cominciare da potere, democrazia, libertà, termini fondanti ogni polis, di cui l’Occidente pretende di essere il detentore unico e assoluto. E cita a tale proposito anche alcune dichiarazioni di papa Bergoglio: “Dobbiamo tutti ripensare alla questione del potere umano, al suo significato e ai suoi limiti”; “La logica del massimo profitto al minimo costo, mascherata da razionalità, progresso e promesse illusorie, rende impossibile qualsiasi sincera preoccupazione per la casa comune, e qualsiasi attenzione per gli scartati della società”.
Purtroppo l’approccio di un pensiero unico, dogmatico e religioso, spacciato dal potere occidentale, non consente tale salutare riflessione autocritica. Quando ad esempio crollò in Unione Sovietica il sistema staliniano di capitalismo di Stato, teorizzato dallo stalinismo come socialismo in un paese solo, e per la propaganda pro e contro quale socialismo reale, la CIA finanziò con giubilo “un famoso libro collettivo”, dal titolo Il dio è fallito. Ma non finanzierebbe mai un libro che dimostrasse la possibilità teorica del socialismo ideale, e tantomeno un libro come quello del premio Nobel Kenneth Arrow, che “ha dimostrato matematicamente l’impossibilità della democrazia ideale, che è dunque irrealizzabile” (p.195).
D’altronde, quale democrazia può essere possibile, con una struttura economico-sociale che, “in base agli annuali rapporti del Comitato di Oxford per la lotta contro la Fame (OXFAM), l’uno per cento della popolazione mondiale possiede il 60 per cento della ricchezza del pianeta, e il 10 per cento ne possiede il 90”, vale a dire gli 800 milioni dell’Occidente (Europa e Usa), rispetto all’attuale popolazione mondiale di 8 miliardi? Ma è un crimine sociale che prosegue anche in questa area del paradiso del 10%, in cui le sperequazioni e le diseguaglianze crescono anziché diminuire o attutirsi, con milioni di poveri assoluti mentre una minoranza naviga nell’oro e predica la favola della percolazione, secondo la quale l’oro dei più ricchi arricchirà anche i più poveri. Rispetto a tale immane e plateale latrocinio, quali sono le proposte e i programmi dei politici (di destra e di sinistra) che dicono di rappresentare il popolo? Dichiarazioni retoriche, di un ceto parassitario e ricco di privilegi feudali, asservito come mai alla visione neoliberista, che declama per i poveri la novella della libertà: siete liberi di andare dove volete! atomi nudi di ogni dignità, che incarnano quanto detto da Schopenhauer: Un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole”. È un aforisma su cui Odifreddi, chiosa: “mi ha vivamente ispirato fin dalla giovinezza” (p.32), con il senso implicito di tutto il libro, di ripresa del senso del limite e del sacro, dei quali il potere neoliberista di quell’1% fa strame, pur sapendo che il desiderio e la volontà sono dettati prima di tutto dai bisogni primari, di cui i più poveri urlano al mondo, spinti a vagare verso aree dove potersi sfamare. L’1% sa che diventano così merce dell’esercito di riserva (già analizzato da Marx) di manodopera, votato a offrirsi a basso costo, favorendo caos, guerre tra poveri, illegalità e criminalità, purché contribuiscano a tenere alto il saggio di profitto. Moti migratori di cui le destre fanno predicazioni di paura, e le sinistre di commossi buonismi. Ma per entrambi il vertice dell’1% rimane immune, proni allo status quo, che offre ai miliardi di affamati, miliardi che, anziché riequilibrare la distribuzione della ricchezza, finanziano organizzazioni per salvarli dal loro mare di disperazione.


 
Si innescano, ahinoi e inevitabilmente, anche speculazioni orrende, legali e criminali, propaggini della coda del problema, cui pare non ci sia altro rimedio che organizzare mille iniziative di aiuti e carità, nell’inutile insegnamento della storia della loro inadeguatezza a eliminare le ignobili cause. Non solo, ma dato lo tsunami umano prodotto dalla logica, innescata da tale esplosivo contesto storico e privo di possibili punti di equilibrio, non può che sfociare in crescenti violenze orizzontali, tra ultimi e penultimi – fino a quando non si coagulasse una coscienza sociale con una massa critica sufficiente di guida adeguata a una azione verticale contro i responsabili.
Solo, se e quando, si concretizzasse questa possibilità, o utopia, si potrà sciogliere questo nodo, perché 
“nel capitalismo esiste un’asimmetria strutturale tra produttori e compratori, venditori e consumatori, speculatori e lavoratori, evasori e contribuenti, in ultima analisi, tra ricchi e poveri,”. Con governi “conservatori” e “progressisti”, “alla fine dei conti, i soldi si trovano sempre per salvare le banche, finanziare le industrie e combattere le guerre, e mai per sostenere le pensioni, il lavoro e i servizi. E il motivo è, semplicemente, che in Occidente contano i valori economici, e non i valori etici” (pp.194-195). Ma è un’asimmetria squilibrante, costitutiva dell’attuale struttura imperialistica globale, che non coinvolge solo i rapporti tra capitale e lavoro, ma ogni ambito della vita umana e no, dal crescente squilibrio ecologico all’alimentazione con allevamenti intensivi che assorbono il 60 % delle coltivazioni dedicate a un malsano consumo di carne dei Paesi più ricchi, in primo luogo dell’Occidente. È provato che in “un intestino lungo, da erbivori”, come il nostro, “la carne fermenta e provoca il cancro al colon” (p.179), ciò nonostante, mentre mancano alimenti vegetali per miliardi di persone, “Le cifre dell’eccidio” di “animali sono spaventose… vengono uccisi”, tra “animali terrestri e pesci… 3 miliardi al giorno” (p118).

 

Bertrand Russell

Questo libro di Odifreddi è anche il racconto del percorso autopoietico della propria identità culturale nello spazio e nel tempo del Paese-Mondo, attraverso i crinali storici e intellettuali, emersi e condivisi o meno, e fatti oggetto di critica impietosa e serrata. Il suo è stato un percorso consolidato in viaggi, non da turista, ma di lunghe soste di lavoro in Paesi decisivi del mondo contemporaneo, a cominciare dagli USA alla Russia, e non solo. Ma ogni esplorazione, quanto più se inesausta come la sua, definisce il proprio punto di partenza, una Itaca reale e mentale, che diventerà il paradigma di giudizio, la pietra miliare cui rapportare gli altri ceppi significativi – positivi o negativi – incontrati e trasmutati in materia di sé. Ci racconta così, tra gli anni ’60 e ’70, da ragazzo sollecitato anche dalla musica di George Harrison dei Beatles, del suo iniziale “interesse per la musica, la letteratura, la filosofia, la matematica e la scienza indiane, che contribuì ad allentare le pesanti catene dell’occidentalismo che allora mi imprigionavano”. Precisa che le sue “ispirazioni non si fermavano alle canzonette, per quanto socialmente e politicamente impegnate”, infatti: “Nel 1969 mi apprestavo arditamente a iscrivermi a ingegneria”, quando “trovai per caso su una bancarella di libri usati l’Introduzione alla filosofia matematica (1919) di Bertrand Russell”, che lo spinse non solo a iscriversi a matematica, con laurea in logica, ma “divenne il mio maestro intellettuale”, a partire da quel libro scritto “in carcere nel 1918, durante la Prima Guerra mondiale per propaganda antibellica”.
Al maestro Russell unì poi Einstein, in particolare col Manifesto Russell-Einstein contro la proliferazione atomica e del movimento Pugwash degli scienziati contro la guerra, insegnamenti capaci di “introdurmi all’utopia matura di un mondo senza chiese, senza stati, senza possessi e senza armi” (pp.249-251).
 


Oggi gli occidentali infantili o adolescenziali credono che un mondo senza dèi, senza frontiere, senza multinazionali e senza atomiche sia solo una pia illusione. Forse un giorno gli occidentali maturi si accorgeranno che altrettanto illusorie apparivano le nazioni ai tempi delle città-stato, le confederazioni e gli imperi ai tempi degli stati nazionali e le superpotenze prima della guerra fredda. Purtroppo, come le nazioni si sono costituite con guerriglie tra le città, le confederazioni e gli imperi con guerre tra le nazioni, e le superpotenze con la Prima e la Seconda Guerra mondiale, anche il nuovo ordine mondiale si costituirà con la Terza Guerra Mondiale, combattuta tra l’Occidente e il resto del pianeta. La Quarta, come disse Einstein, si combatterà poi tra bande armate di pietre e bastoni. Osservandolo dal di fuori, sembra che l’Occidente stia effettivamente preparando e fomentando la guerra atomica… Ma sa, o dovrebbe sapere dalla sua Bibbia che ci sono due possibili esiti: la fine di Sansone (insieme a tutta l’umanità), e la fine di Golia (per mano del mondo sottomesso)”. Una soluzione alternativa sarebbe ammettere “le proprie secolari malefatte”, rami della radice e del tronco, connessi al Principio, di un dio unico che ha creato il Tutto col solo fiat verbale, e che indicava, “crescete e moltiplicatevi” senza limiti, dominate Natura e ogni altro essere vivente, quale popolo eletto tra tutte le altre razze, create al solo scopo di essere asservite.
Odifreddi, nell’immenso bosco di forme viventi, e lungo le teorie di ere e tempi che alternano favole, follie, deliri di onnipotenza e vertici di sapienza umana, raggiunge la sua baia “razionalista”, paradossalmente ricongiunta al “monaco medievale Ugo di San Vittore, che additava l’ecumenica via di un superamento di tutte le divisioni”: “capisco per credere”, in luogo del fideistico “credo per capire”, dettato da Anselmo e ogni adepto al dettato fondamentalista di una delle religioni monoteiste, giudaica, cristiana o musulmana.
La visione aperta di Odifreddi non è dunque di razionalismo contrapposto al fideismo, con affermazioni altrettanto apodittiche e dogmatiche che squalificano a priori la sensitività diversa altrui. Per cui, nei due capitoli che chiudono il libro, Coro finale e Accordo conclusivo (pp.215-253), raccoglie per così dire nella rete riassuntiva, voci disparate che vanno da José Saramago a papa Bergoglio – passando per il palestinese Edward Said, l’americano Al Gore, l’australiano Julian Assange, l’uruguaiano Pepe Mujica, il nigeriano Wole Soyinca, l’indiano Subrahmanyam Jaishankar, ma includendo dichiarazioni di Osama bin Laden e dei leader russo e cinese, Vladimir Putin e Xi Jinping. È dunque un magistero antifondamentalista, che rigetta la logica del pensiero unico, di verità indiscutibile, benedetta dal Dio, Gott mit uns, padre e radice di razzismo, legittimazione di infiniti genocidi, di centinaia di milioni di esseri umani, numeri che rendono piccoli gli orrori nazisti contro ebrei, zingari e omosessuali. Un tragitto infinito di sangue, guerre, schiavismi e massacri, che gli Occidentali hanno perpetrato contro i nativi americani, gli africani, gli australiani e non solo, con cancellazioni di etnie e civiltà, definite subumane, quindi da eliminare o asservire con pieno diritto. Croci e Crociate di una catena di violenze disumane, benedette da predicazione civilizzatrice di popoli inferiori.
Ciò considerando, “Quanto a male, L’Occidente non ha infatti niente da invidiare al nazismo”, anche se “oggi in Occidente il nazismo ha un volto umano, o almeno una maschera umana. Ma chi pensasse che certi eccessi non torneranno”, dovrebbe ricordare “Robert Musil, che alla fine degli anni Trenta meditava: Molto tempo prima dei dittatori, la nostra epoca ha prodotto la venerazione spirituale dei dittatori” (pp.66-67).


 
Permane il fulgore dell’alba di questo millennio, del capitalismo ipertecnologico, finanziario e globalizzato, che non ha più bisogno della benedizione di Dio, per proseguire nella nobile e santa missione di salvare gli esseri inferiori. La salvezza sono io, qui e ora, e non nella promessa di una paradiso ultraterreno. Sono io il Dio atteso, con in mano il decalogo della libertà e della democrazia, illusionista che maschera ogni verità, compresa quella della propria identità patriarcale. È mia la Democrazia declinata in forma di religione assoluta, di cui vendo la Bibbia. E chi non è d’accordo è un eretico, voce del demonio, da ricacciare nell’inferno del Nulla. Per cui, persino una canzone di “utopia ingenua… antireligiosa, antinazionalista, anticonvenzionale e anticapitalista” come Imagine di John Lennon, finì “nella lista di titoli ‘antiamericani’, da non trasmettere dopo gli attentati alle Torri Gemelle”. Le due rive del paradiso promesso e trionfalmente realizzato dal-nel capitalismo sono: il regno reificato nel diluvio di cose, e quello della surreale infinita e immanente fantayland, su cui dondola un gonfiabile Gott Mit, solo per noi – e che gli altri siano dannati! Che, beninteso, non sono i brulicanti sottofondi costitutivi di droghe, mafie e corollari. I dannati da combattere fino alla loro radicale eliminazione, sono le presenze di chi non si sottomette al dominio schizofrenico: idolatrare la sua essenza e reificare ogni essenza umana. Quanto alla deificazione, è in linea anche con quanto promesso dalla “la religione dell’amore” di Cristo, “versione non violenta del giudaismo… se il Gesù predicatore non fosse incorso in un grave errore: incitare gli apostoli ad ‘andare e predicare a tutte le creature’, e minacciare che ‘chi non crederà sarà dannato’ (pp.76-77). Ma per il processo di deificazione e glorificazione del paradiso in terra non contano più le predicazioni apostoliche. Il suo universo va ben oltre la magia di rendere consustanziale nell’ostia il corpo del Cristo, rendendo in ogni istante consustanziale la sua anima nel corpo dei viventi a lui asserviti. Per cui non è facile vederne i sottofondi, i sortilegi e prodigi de “La rimozione della realtà”, di un multiverso, nel quale paradossi e ossimori sono rozze figure retoriche per una realtà iperreale e imprendibile come il Vero Dio – capace di convincere i poveri di spirito, raffinati sapienti di idiozia di un politicamente corretto, per i quali “non esistono i fatti”, ma “solo le interpretazioni” (pp.163-164). E si può chiosare che è una interpretazione che viene applicata anche a livello sessuale dai furori del fondamentalismo neoliberista, per cui il dato bio-fisiologico è azzerato, rispetto al volatile momentaneo moto percettivo (Postmoderno degenere, pp. 158-163). Pochi gli interrogativi e i dubbi su questo splendido servizio offerto al sogno di eternizzazione dello stato di fatto e del relativo potere, che così chiude il cerchio tra immanenza e inesistenza, per cui non è possibile combattere ed eliminare ciò che non appare e, pare, non esista!
Ciò nonostante, il libro non trasmette disperazione perché è su un crinale ossimorico di tragicità serena, eticamente pacificato dalla coscienza e canoscenza di continuare a dare tutto sé stesso. Il che gli fa lucidamente concludere: “Chi vivrà vedrà. Ma scommetto che non sarà una bella visione, comunque andrà”. Che non gli cancella il lampo irridente di Spengler (“Il tramonto dell’Occidente”) e di Eliot, di un mondo che finisce “Non con il botto ma in una lagna” (p.214). E questo, da parte mia e per tutti noi, lo prendo come augurio.
 

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