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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 28 dicembre 2024
ITALO CALVINO E IL SORPASSO DEL 1976
di
Franco Astengo
Con
quasi cinquant'anni di ritardo Mondadori ha pubblicato Il sorpasso di
Italo Calvino: testo dedicato all'analisi dell'esito delle elezioni del 1976,
quelle del "bipartitismo imperfetto" (copyright Giorgio Galli) con la
DC al 38% e il PCI al 34% o giù di lì. Il testo era stato commissionato allo
scrittore cubano-sanremese da Bob Silvers della "New York Rewiew of
Books" e avrebbe dovuto rappresentare un punto di spiegazione rivolto al
pubblico americano dell'esito elettorale e della complessità (non facilmente
intellegibile negli USA) del sistema politico italiano. Silvers giudicò il
testo troppo analitico dal punto di vista tecnico e chiese a Calvino di
revisionare il testo, cosa che Calvino non fece e così quel testo è rimasto nel
cassetto fino ai nostri giorni.
Sulle
colonne de ‘il Manifesto’ (inserto Alias di domenica 22 dicembre) se ne è
occupato Jacopo Parodi con una accurata recensione; era il momento del
compromesso storico e come fa notare appunto Parodi, Calvino non era più
iscritto al PCI dal 1957 (dal famoso articolo "La grande bonaccia delle
Antille" pubblicato da ‘Rinascita’ e riferito all'esito delle vicende
ungheresi del '56 sul quadro politico italiano) ma sostanzialmente aderiva alla "soluzione dialogica" di
Berlinguer nel rifiuto del governare con l'eventuale 51% di una ipotetica
alleanza a sinistra e di offrire invece un accordo di governo alla Democrazia
Cristiana (proprio il già citato "Compromesso storico"). Quella
soluzione alla fine nel suo esito concreto: governo delle astensioni, rapimento
Moro, deluse Calvino che pur esprimendo fiducia nella democrazia, nelle
elezioni del 1979 si pronunciò per la scheda bianca. Oggi Mondadori riprende
quel testo, lo pubblica con una introduzione di Sabino Cassese: una pubblicazione
che si realizza in un momento di crisi della democrazia non semplicemente a
livello italiano dove il rischio del ritorno al fascismo e alla supremazia di
minoranze aggressive appare concreto in un clima politico- culturale (e del
costume corrente) che appare, almeno in Italia, molto simile a quello della
repubblica di Weimar. Eppure vale la pena tornare su quelle lontane elezioni
del 20 giugno 1976 cercando anche di scavare maggiormente nell'analisi storica
di quanto non possa consentire la pubblicazione del testo di Calvino.
Questo
supplemento d'analisi si rende necessario al fine di riconoscere che
quell'esito determinò il primo punto della crisi di quel sistema dei partiti
che aveva retto l'Italia dalla Liberazione in avanti. Il
tema infatti non era quello che Calvino affronta del "sorpasso" ma
quello del "sistema bloccato" e del peso del confronto tra i blocchi
sul piano internazionale. Verifichiamo allora alcune cifre.
In
quel 20 giugno 1976, gli aventi diritto al voto iscritti nelle liste elettorali
assommavano a 40.426.658 unità (non esisteva ancora la possibilità del voto
all'estero). I partecipanti che si recarono ai seggi furono: 37.755.090 pari al
93,39% (la percentuale dei votanti si manteneva costante al di sopra del 90% a
partire dalle elezioni per la prima legislatura il 18 aprile del 1948).
I
voti ritenuti validi assommarono a: 36.707.578, con 596.541 schede bianche e
1.047.512 schede nulle.
I
due più grandi partiti di massa, la DC e il PCI ottennero rispettivamente
14.209.519 voti lo scudo crociato e 12.614.650 voti i comunisti per un totale
di 26.824.169 voti pari al 73,08% sul totale dei voti validi e al 66,35% sul
totale degli aventi diritto.
Se
alla DC e al PCI aggiungiamo i 3.540.309 voti totalizzati dal PSI (risultato
giudicato molto deludente che determinò un vero e proprio cataclisma
all'interno del partito con l'avvento di Craxi alla segreteria) registriamo che
i 3 grandi partiti di massa disponevano di 30.364. 478 voti pari all'82,71% dei
voti validi e al 75,11% del totale degli iscritti.
Un
risultato che poteva davvero far pensare all'egemonia incontrastata di quella che
Pietro Scoppola avrebbe poi definito "La Repubblica dei Partiti".
Per
arrivare a quel risultato le due formazioni maggiori si erano trovate in
situazioni completamente difformi.
Il
PCI aveva conseguito un eccezionale risultato nelle amministrative del 15
giugno 1975, grazie al quale aveva esteso la propria capacità di governo locale
in situazioni nelle quali tradizionalmente si era sempre trovato in minoranza e
in particolare nelle grandi città: Torino, Roma, Napoli.
Un
risultato quello del 20 giugno 1976 per il PCI frutto di un'ondata
"lunga" di forte pressione sociale per un rinnovamento del Paese che
aveva avuto al suo centro le lotte sindacali dell'autunno caldo del 1969, il
progredire dell'estensione dei diritti dei lavoratori(fino al punto unico di
scala mobile) e di quelli sociali, la grande vittoria nel referendum sul
divorzio che aveva segnato il momento fondamentale nella modernizzazione anche
culturale del Paese, il procedere di una forma di distensione nella logica dei
blocchi a livello internazionale (però in arretramento in quel giugno '76), la
sconfitta degli USA in Vietnam, la fine delle dittature fasciste nella penisola
iberica, la decolonizzazione in Africa segnata in particolare dalla liberazione
dell'Algeria.
Vietnam
e Algeria: fatti che avevano fatto segnare, nelle nuove generazioni, una
crescita importante di un sentimento internazionalista.
Il
PCI era stato in grado, considerato il suo radicamento nelle fabbriche e nei
territori, di capitalizzare questo forte movimento progressista senza assumerne
l'avanguardia e riuscendo anche a marginalizzare, almeno sul piano elettorale,
il complesso dei gruppi formatisi alla sua sinistra che, in quel 20 giugno,
avevano formato il cartello elettorale di Democrazia Proletaria arrestatosi ai
555.890 voti pari all'1,5%. Una
situazione che in condizioni estreme avrebbe poi avuto conseguenze non
secondarie nella stagione del terrorismo sia al riguardo della "zona
grigia" presente nell'intellettualità e nelle fabbriche, sia dal punto di
vista della "prima linea" militante (e ancora sugli orientamenti
mobilitanti di quello che poi sarebbe stato definito "movimento del
'77"). La
DC aveva invece attraversato l'inizio degli anni'70 in una fase di declino:
aggredita a destra dal MSI (rivolta di Reggio Calabria), assunta una funzione
da "legge e ordine" dopo l'attentato di Piazza Fontana, scivolata nel
primo governo Andreotti appoggiato dal PLI, verificato l'esaurimento della
prima formula di centro sinistra (alle elezioni del 1976 si andò sulla base di
un articolo apparso sull'Avanti e firmato dal segretario socialista De Martino
nel quale si affermava come il PSI non avrebbe più partecipato a governi senza
i comunisti) la DC aveva subito una dura sconfitta nel referendum sul divorzio
nel quale si era allineata con la parte cattolica più retriva e con i
neo-fascisti. Sostituito Fanfani con Zaccagnini alla segreteria e Moro alla
presidenza, nell'occasione delle elezioni del 20 giugno la DC aveva usufruito
di importanti appoggi da destra (Montanelli "turatevi il naso e votate
DC", la "maggioranza silenziosa" di Degli Occhi e Rossi di
Montelera, Comunione e Liberazione che nel 1976 elesse il suo primo deputato
Mazzarino De Petro in Liguria) recuperando il tonfo delle amministrative
soltanto attraverso il prosciugamento degli alleati centristi e in particolare
del PLI, rientrato in parlamento per un soffio (quorum per 400 voti a Torino).
Insomma:
per essere precisi nella ricostruzione, alla vigilia del 20 giugno nella DC non
appariva delineata quella linea di "terza fase" in seguito attribuita
a Moro quasi come marcia d'avvicinamento verso il PCI. Anzi,
al 20 giugno la DC era arrivata con professioni di moderatismo e parole
d'ordine anticomuniste.
Il risultato del 20 giugno aveva così segnato quella situazione di "bipartitismo imperfetto" coniata da Giorgio Galli: una DC di centro - destra e un PCI egemone a sinistra, con "l'imperfetto" a significare l'impossibilità di una alternanza. Impossibilità dovuta a un cumulo di ragioni tra le quali non esaustiva quella riferita alla situazione internazionale e alla logica dei blocchi perché presente anche una motivazione di assenza di progetto d'alternativa da parte del PCI. Il PCI era fermo alla logica dell'arco costituzionale espressione diretta della linea del "compromesso storico" elaborato dal segretario Berlinguer nella convinzione dell'impossibilità (e del rischio democratico) di un governo delle sinistre al 51%; linea del resto condivisa anche all'interno del PSI anche se non completamente ( ma nel PSI, dopo il già ricordato articolo di De Martino, il fuoco covava sotto la cenere some si sarebbe visto con l'elezione di Craxi alla segreteria nell'immediato post-elezioni) e contestata all'interno del PCI soltanto da Longo e Terracini e a sinistra dal Pdup- Manifesto. Si determinò così una situazione di sostanziale immobilismo, con la DC che mantenne un ruolo pivotale pur non disponendo più di una maggioranza centrista. Una DC collocata al centro di un sistema che non avrebbe saputo alla fine produrre altro che un monocolore del partito di maggioranza relativa sostenuto dall'astensione della gran parte del Parlamento (Andreotti ter, alla Camera 258 favorevoli, 44 contrari dei quali 33 fascisti come scrisse il Manifesto, 303 astenuti).
Il
PCI non mosse nulla sul piano della mobilitazione popolare, anzi la forza
sindacale in quel momento che era ancora di fortissima capacità di
mobilitazione sociale si rivolse alla fine contro la soluzione di governo.
Ben
prima della tragica fase contrassegnata dal rapimento e dall'uccisione di Aldo
Moro si può ben affermare che si fosse già avviato un principio di distacco del
quadro politico da parti del Paese (in particolare del mondo del lavoro) che
avevano fornito un formidabile apporto al consolidarsi di un sistema fondato
sui partiti di massa.
La
classe operaia pensava, nella sua grande maggioranza, che il sistema dei
partiti avrebbe favorito quella profonda modificazione dello stato di cose in
atto che stava nelle aspirazioni più alte di grandi masse di donne e uomini.
La
"politica" aveva toccato proprio il 20 giugno 1976 il punto più alto
nella sua credibilità, autorevolezza, consenso diffuso: dall'esito di quelle
elezioni iniziò invece un declino del sistema nel suo complesso (nonostante che
il governo delle astensioni avesse comunque impresso un'innegabile spinta
riformista: dall'equo canone, al sistema sanitario nazionale) che trovò poi il
suo primo punto di caduta, nel post-rapimento Moro, con l'esito del referendum
dell'11 giugno 1978 su "legge Reale" e legge sul finanziamento
pubblico ai partiti: esito in cui si ravvisò una forte disaffezione
dell'elettorato rispetto alle indicazioni di voto fornite dalle formazioni
maggiori (in particolare sulla questione del finanziamento pubblico ai
partiti).
Alle
elezioni anticipate del 1979 l'afflusso al voto registrò un calo del 3%
conservando a stento una quota superiore al 90%: la somma dei due maggiori
partiti assommò a 25.700.000 voti, con un calo del PCI di quasi un milione e
mezzo di voti (1.475.419) e un balzo dei radicali, in quel momento caratterizzati
come partito anti- sistema, di 800.000 voti.
L'esito
di quel lontano 20 giugno 1976 può oggi essere sintetizzato come quello di un
avvio di un declino del sistema fondato sui partiti di massa.
Un
declino che si sarebbe rivelato nella sostanza irreversibile fino
all'esplosione definitiva avvenuta all'inizio degli anni'90 a causa dei
fenomeni concomitanti e convergenti di Tangentopoli, della caduta del Muro di
Berlino, della firma del trattato di Maastricht.
Un
declino, in quel momento giugno '76, non avvertito a livello sistemico.
I
grandi partiti ignorarono che si stava affermando una "logica della
governabilità" e si stava profondamente modificando il quadro delle
relazioni sociali ed emergevano nuovi fenomeni di costume.
Così
si manifestavano tendenze individualistiche e di ripresa di fattori provocanti
la crescita delle disuguaglianze, in controtendenza con quanto era avvenuto
negli anni '60 - '70.
Ci
si avviava così alla drammatica "festa" degli anni '80: quelli dei
cancelli della Fiat e della "Milano da bere".
venerdì 27 dicembre 2024
BILDEBERG 2025: IL LASCITO DELLA GUERRA
di
Franco Astengo
Riprendiamo
dal sito dell’Huffington Post: Jens Stoltenberg, ex segretario generale della Nato, diventa il
co-presidente del Club Bilderberg. Sostituisce l’economista olandese e
consigliere di Goldman Sachs Victor Halberstadt, scomparso pochi mesi fa. La
notizia, segnala più di altre i tempi di guerra e di tensione che vive il
mondo. Dopo dieci anni vissuti alla guida dell’Alleanza Atlantica, in
precedenza primo ministro della Norvegia, Stoltenberg sarà anche da febbraio il
presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, altro importante
simposio su difesa e diplomazia.
Ricordiamo di che cosa si tratta per chi avesse eventualmente
smarrito memoria:
Dal 1954 e
una sola volta all'anno, un gruppo ristretto di persone si ritrova per decidere
segretamente il futuro politico ed economico dell'umanità. Nessun giornalista
ha mai avuto accesso alle riunioni che fino a poco tempo fa si sono svolte
presso l'Hotel Bilderberg, in una piccola cittadina olandese. Molti partecipanti al
gruppo Bilderberg sono capi di Stato, ministri del tesoro e altri politici
dell'Unione Europea ma prevalentemente i membri sono esponenti di spicco
dell'alta finanza europea e
anglo-americana. Gli
organizzatori della conferenza, tuttavia, spiegano questa loro scelta con
l'esigenza di garantire ai partecipanti maggior libertà di esprimere la propria
opinione senza la preoccupazione che le loro parole possano essere travisate
dai media.
Questa
nomina sottolinea il vero lasciato di questo 2024:
È cambiato il concetto di “guerra” dal punto di vista della
concezione della “modernità” e della possibilità di giustificare storicamente,
e anche dal punto di vista filosofico, l’evento bellico. La
fase che stiamo attraversando appare proprio quella del superamento del ruolo
degli USA a disporre da soli dello “ius ad bellum”: in questo periodo la guerra
è rientrata in circolazione come moneta sonante del pagamento dell’azione
politica anche nell’area europea, sia a livelli sub-statuali (quella definita
come “terrorismo”) intrecciati a livelli sovra-statuali (appunto il già citato
“scontro di civiltà”). In questo quadro,
contraddistinto proprio dall’unicità di presenza di una sola superpotenza,
quella statunitense e a fronte della già ricordata palese obsolescenza del
sistema di legalità internazionale fondato sull’ONU, si era ricorsi ad un uso
“normalizzante” della guerra: quella “asimmetrica” contro il cosiddetto
terrorismo, quella “umanitaria” che oltrepassava il principio di non ingerenza;
quella “preventiva” che andava oltre il divieto della guerra d’aggressione,
fino alla guerra “per la democrazia” che si fondava sull’ipotesi che vi fossero
nessi cogenti fra la qualità interna di un ordine politico e la sua propensione
alla guerra, e che in un mondo democratizzato” all’occidentale” le guerre
sarebbero state impossibili. Dal cappello
dell’apprendista stregone di questi concetti sono sorti, non tanto improvvisi,
mostri dalle diverse teste: sono ormai saltati quei principi che la teoria e la
filosofia politica avevano ricercato per creare le condizioni e le modalità di
una possibile “guerra giusta” (un ideale inseguito fin dalla prima filosofia
cristiana in Agostino e poi nella Scolastica da Tommaso): limiti dell’ingerenza
in difesa dei diritti umani; proporzione degli atti di guerra rispetto alle
offese da riparare; problema della liceità delle armi di distruzione di massa.
La scienza politica aveva affrontato, da parte sua,
il problema attraverso i metodi e le categorie dell’idealismo e del realismo,
attraverso le nozioni di equilibrio e di egemonia. Oggi tutta questa impalcatura teorica e ideologica sembra
saltata e siamo alla guerra globale dove è saltata la distinzione fra guerra e
terrorismo, tra civili e militari, nella legittimazione evidente della
"pulizia etnica". La scena
internazionale appare così percorsa da innumerevoli conflitti di vario livello
e diversa intensità, con base su sfondi apparenti anche diversi da quelli di
tipo economico come quelli religiosi o identitari. Quale migliore occasione allora per “ripristinare l’ordine”
per via bellica da parte di chi intende affermare un nuovo multipolarismo
concepito in modo tale da usarne i meccanismi per puntare al recupero del
bipolarismo presentandosi come il propugnatore di un diverso equilibrio
rispetto a quello imperniato su di una sola superpotenza?
Potrebbe esser questo il tema all’ordine del giorno nei prossimi
mesi, attorno al quale riflettere soprattutto da parte di chi sa benissimo che
non è proprio il caso di cadere nella trappola dello “scontro di civiltà” e che
la logica dominante rimane quella dello sfruttamento dell’uomo e del pianeta e
che in gioco c’è proprio la libertà di poter disporre a proprio piacimento
della facoltà di sfruttare al massimo dell’intensità senza tener conto della
necessità di un equilibrio riguardante la presenza (ormai a rischio) del genere
umano sul pianeta.
MINACCE CONTRO IL CENTRO SOCIALE
Milano. Da mesi ci troviamo i muri del
nostro centro regolarmente imbrattate da stelle di David, frasi minacciose nei
nostri confronti e ingiurie rivolte al popolo palestinese. Soprattutto a
ridosso delle iniziative con Ismail e Halima Abusalama e Samah Jabr. Nella
notte tra il 26 e il 27 dicembre, una squadraccia sionista, utilizzando una
scala, ha strappato lo striscione attaccato sotto la grondaia e tutte le
locandine contro il genocidio palestinese. Il salto di qualità della
provocazione sionista che vogliamo denunciare e rendere pubblico sta
nel comunicato di minaccia, in stile mafioso da “ultimo avvertimento”, che è
stato infilato sotto la porta dell’ingresso. Non possiamo sapere quanto la
minaccia sia reale o solo intimidatoria ma, sappiano costoro che in ogni
caso non faremo alcun passo indietro nella nostra solidarietà al popolo
palestinese che sta subendo un genocidio. Invitiamo tutte e tutti alla massima
vigilanza rigettando al mittente questa vile provocazione nazisionista.
Con il popolo palestinese e la sua
Resistenza fino alla vittoria.
Ora e sempre resistenza.
Come tutti i sabati ci vediamo
domani per il 64esimo corteo a Milano.
Con la Palestina nel cuore! Le
compagne e i compagni del
Centro Sociale Vittoria di Via
Muratori
giovedì 26 dicembre 2024
ANCHE I “GIUSTI” POSSONO SBAGLIARE
di
Vittorio Melandri

Sila morta assiderata a Gaza.
Rendiamo grazia ai massacratori del
governo israeliano e alla loro fede in Dio
Il dramma di Sila, la neonata
morta di freddo a Gaza la notte di Natale, è il dramma più emblematico di
questo nostro tempo diviso. Il 7 ottobre 2023, con il barbaro massacro di 1200 israeliani
perpetrato da Hamas si è registrato anche l’inizio di un ennesimo conflitto fra
chi sta dalla stessa parte. Quel giorno segna infatti anche l’inizio della
progressiva divisione fra chi oggi osa usare la parola genocidio, per indicare
quanto fatto a Gaza su impulso del Governo Netanyahu, da Tsahal, le forze
armate di Israele, e chi assumendo l’assoluta unicità della Shoah come
riferimento, rifiuta ogni possibile paragone che la parola genocidio evochi. Sono
purtroppo sempre più convinto che la nostra specie sia stata e sia tuttora
capace di usare l’unicità della Shoah come paravento, per nascondere la propria
capacità di replicarla e fare e aver fatto in passato, anche di peggio. A Gaza
è in atto un genocidio, anche i “giusti” sbagliano nel rifiutarsi di
riconoscere che purtroppo è così.
![]() |
| Sila morta assiderata a Gaza. Rendiamo grazia ai massacratori del governo israeliano e alla loro fede in Dio |
MA QUALE DIO?
Laura Margherita Volante
Ma quale Dio potrebbe
ancora dire:
siederai uomo accanto
al Padre mio....
Dio disperato per
il mondo crudele che
uccide i bambini
in Suo nome...
Ipocrisia corre come
un treno su binari
di pelle umana e di
sangue annerito
dalle necrosi del
Male
Ma quale Dio potrebbe
oggi nascere nel ricordo
di una stella per la
chiamata...
Non alle armi!
La vita è un dono di
Pace
La culla oggi è vuota.
domenica 22 dicembre 2024
C’È DEL MARCIO IN OCCIDENTE
di
Adam Vaccaro

Piergiorgio Odifreddi
Deificazione neoliberista del capitalismo globalizzato.
Questo
libro di Piergiorgio Odifreddi (C’è del
marcio in Occidente, Raffaello Cortina Editore, 2024, pagine 261) regala un
vento benefico che irrompe in una atmosfera soffocata da smog sempre più
irrespirabile, e ci aiuta a spazzarla via. È un vento di irrisione di ogni
falsità spacciata come verità, dai poteri in atto, in Occidente, ma non solo,
nel presente, ma non solo. E per farlo somma una impressionante dotazione di
conoscenze pluridisciplinari, dalla filosofia, alla storia, alla letteratura,
all’economia, ma non solo. Perché, se si vogliono smascherare i crimini e le
menzogne del potere, o meglio, dei poteri storicamente articolati in Occidente,
occorre dotarsi di adeguate ricchezze di conoscenze delle sovrastrutture portanti
la realtà complessa in cui viviamo. La quale ci riversa verità apodittiche e
ideologiche, attraverso un esercito mai così vasto di propaganda massmediatica,
con la quale ci raccontano di essere i più liberi e i migliori custodi della Verità
e del Mondo secolarizzati. Ne deriva un pensiero unico e assoluto, consono alla
radice patriarcale di un fondamentalismo religioso su cui è cresciuto, che ha sempre
ucciso socialmente e fisicamente, ogni obiezione critica, o visione altra.
Odifreddi è un esempio, tra i
pochissimi, di superamento della divisione tra le due culture – umanistica e
scientifica – fonte di impoverimento delle nostre possibilità di conoscenza, e conseguentemente
di libertà concreta rispetto alle falsità spacciate e necessarie alla gestione
di ogni potere. Tale indirizzo è seguito dall’Autore con passione, coraggio e un
lavoro incessante di acquisizione di strumenti di analisi nel corso dei suoi decenni
di vita, che questo libro sintetizza con efficacia, non solo di argomentazioni,
ma di esposizione chiara e divulgativa, che rende la lettura delle sue 250
pagine, un attraversamento benefico dei temi e problemi intricati con cui, qui
e ora, ogni persona dalla mente minimamente viva si confronta quotidianamente.
Tuttavia, la sua apertura di ricerca, non
penalizza una critica serrata rivolta a pressoché tutti i pilastri millenari
della nostra identità culturale, a cominciare da quella umanistica “Gli
umanisti… dall’Ottocento in avanti hanno rimosso le vere origini dei Greci,
inventando il mito di un popolo unico che arrivava dal nulla, e di un sapere
unico che non si basava sui nulla… di una razza pura e di un pensiero puro,
senza contaminazioni biologiche e culturali. Un mito colonialista, razzista e
protonazista durato quasi due secoli, che ha cominciato a essere smantellato
soltanto negli anni Ottanta del secolo scorso” (pag. 141-143). È stato in
effetti un frutto malsano de Le Origini
rimosse, analizzate dal libro di “Martin Bernal, Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica (Il
Saggiatore, 2011)”. È un tema enorme di cui mi limito
qui a citare qualche spunto, con la finalità di sollecitare la lettura del libro
e ulteriori approfondimenti, su questo come sul corollario di problemi
complessi sollecitati da un testo spoglio di ogni connotato ideologico, motivato
dalla conoscenza di un sistema di potere
invisibile e presente in cielo in terra e
in ogni luogo, al pari del Dio inventato dai suoi figli prediletti.
![]() |
| Piergiorgio Odifreddi |
Ma mentre quel Dio è silente o parla solo a chi è acceso
dalla sua fede, il dio dell’impero odierno continua a parlare e assordarci,
raccomandano di mai disconnetterci, perché solo così diventiamo, piccoli atomi
del suo corpo, alimento e merci di un circuito incessante di suoi e nostri
deliri. È il più potente dio mai creato, perché è dentro di noi, anche non
credenti, fatto di cose, succhiate come ostie, senza bisogno di un ministro e
una messa. Perché di ministri ne ha un numero immenso e la messa non è solo
la domenica, ché è di ogni giorno e notte, senza interruzioni. Una messa
officiata da cori di voci trasmutate in meccaniche, fonti di una realtà
virtuale, rispetto alla quale è difficile resistere e non farsi ridurre a
illusi senzienti senza realtà: “Oggi viviamo infatti in un rintontimento
collettivo in cui non contano i fatti, ma solo le fantasie. E non tanto quelle
istituzionalizzate come la religione, la metafisica e la letteratura… Quanto
piuttosto quelle… del divertimento immediato e mediatico: film, serie
televisive, programmi spazzatura, talk show, videogiochi, giochi di ruolo e
parchi di divertimento…Oltre al Grande Fratello televisivo, che paradossalmente
ha tutto di huxleyiano e niente di orweliano” (p211). È una
giostra di illusioni e divertimento, di cui è perno l’industria della
pubblicità, il più parassitario, redditizio e fiorente settore economico di
questa decantata era della libertà, canestro di chiacchiere, falsità e idiozie
che producono soggetti omologhi, quali definiti dalle analisi del meme, delle nuove scienze: la mente fatta
anche di neuroni-specchio, che la sua anima bambina, affamata spugna di
immagini e suoni, trasmuta attraverso i cinque
sensi del 'cervello bagnato' (come chiamato da Rita Levi Montalcini) in pandolce da succhiare, prima di verificare se è un
panettone inondato dalla muffa. “Questo
spiega la vera e propria epidemia di stupidità che ‘per l’universo penetra e
risplende’… prodotto di veri e propri virus della mente”, messi in scena “dal
gran circo dei media” e “che si diffonde non perché meriti… ma perché più
adatto a farlo”, che “non significa affatto ‘migliore’, e confondere le due
cose può causare guai… significa soltanto ‘più contagioso’, e spesso ‘letale’”
(pp. 56-57)
Se la letteratura, la poesia e la
musica erano condimenti della pietanza della vita, che comunque aiutavano a
sentirne il sapore e quindi a conoscerne la sostanza, tanto da poter dire che la
poesia in ogni forma era ciò che dava nome alle cose, nel circo mediatico dello
spettacolo contemporaneo, ogni funzione di conoscenza della realtà è polvere
drogata di emozioni che – con diluvi di cartoons,
serial killer, fantasy, soap opera,
supereroi ecc. – devono infarcire la capacità di pensare, scodellando un polpettone
che diventa la vera realtà mentale. La civiltà dello spettacolo e dell'immagine
è un traghetto delizioso di arma di distrazione
di massa, che senza una visione critica, castra la capacità di elaborazione
conoscitiva della complessità di sé e dell’altro. Il che diventa una vera festa
per il dio al potere, se “i nostri occhi sono perennemente puntati su uno
schermo, del cellulare, del computer, della televisione, del cinema o dei
videogiochi. Raramente interagiamo con altri esseri umani o con il mondo
esterno” (p. 211).
Il
risultato è una massa alienata e passiva di atomi singoli senza identità e
comunità, che realizzano il sogno neoliberista di E. Thatcher: “non esiste la
società, esistono solo gli individui”. L’essere sociale è cancellato e nel suo
vuoto regnano libere le catene invisibili del dio che decide vita o morte di
miliardi di esseri viventi (umani e no) con dei clic. Il libro di Odifreddi è,
all’opposto, corpo di testo che riafferma come il processo autopoietico
dell'identità individuale è alienato, perduto e impossibile, senza l’interazione
con l’Altro, costruita entro una complessità e molteplicità sociale e
culturale. Per cui una identità individuale o è propaggine di una collettività,
o non è. Ed è solo il misticismo che fa della propria potenza di immaginazione
un illusorio colloquio e cammino con e nella Totalità personificata nell’Altro,
nell’alto dei cieli. Delle tante interazioni di cui il libro si fa scrigno di
ricchezze, c’è quella con lo scrittore portoghese Josè Saramago, del quale si
ricorda che “il suo Vangelo secondo Gesù Cristo (1991) fu censurato in
Portogallo, andò a vivere in volontario esilio nelle isole Canarie, fino alla
morte. E dopo uno dei periodici eccessi di difesa perpetrati da Israele nei
confronti dei Palestinesi, fu accusato di antisemitismo per aver dichiarato: Mi
chiedo se quegli ebrei che morirono nei campi nazisti non proverebbero
vergogna per gli atti infami che i loro discendenti stanno commettendo.
(p.215). E, a tale proposito, Odifreddi ricorda che “Per difendersi dal
disdegno nei confronti delle disumane azioni israeliane, soprattutto quelle dei
governi di ispirazione nazifascista del Likud di Begin, Sharon e Netanyahu, gli
ebrei hanno iniziato a confondere ad arte “l’antisionismo contro la politica
israeliana e l’antisemitismo contro il popolo ebraico” (p.120).
Il pensiero critico di Saramago
evidenziava come la democrazia politica,
diventa illusione democratica entro
una struttura con un “unico indiscutibile potere: la finanza mondiale”. Per cui
concludeva: se la “democrazia economica ha ceduto il passo a un mercato
oscenamente trionfante” e la “democrazia culturale” rientra anch’essa tra i
prodotti sussunti dalla “massificazione industriale” della giostra dello
spettacolo, rischia di aggiungersi ai fiori di arredamento di una
sovrastruttura priva di capacità dialettica di incidere sulla realtà
dell’invisibile potere dominate, talché “Noi non stiamo progredendo, ma
regredendo” (pp.216-217).
Odifreddi,
attraverso le parole e gli sguardi delle centinaia di Autori citati, ci spinge
a ri-vedere e a ripensare il rovescio anche delle nostre convinzioni più
radicate, riattivando così la dinamica e la riappropriazione culturale di libertà
autentica del processo autopoietico. Che è tale se rifiuta di rendere
indiscutibili ogni termine, a cominciare da potere,
democrazia, libertà, termini fondanti ogni polis, di cui l’Occidente pretende di essere il detentore unico e assoluto.
E cita a tale proposito anche alcune dichiarazioni di papa Bergoglio: “Dobbiamo
tutti ripensare alla questione del potere umano, al suo significato e ai suoi
limiti”; “La logica del massimo profitto al minimo costo, mascherata da
razionalità, progresso e promesse illusorie, rende impossibile qualsiasi
sincera preoccupazione per la casa comune, e qualsiasi attenzione per gli
scartati della società”.
Purtroppo l’approccio di un
pensiero unico, dogmatico e religioso, spacciato dal potere occidentale, non
consente tale salutare riflessione autocritica. Quando ad esempio crollò in
Unione Sovietica il sistema staliniano di capitalismo di Stato, teorizzato
dallo stalinismo come socialismo in un
paese solo, e per la propaganda pro e contro quale socialismo reale, la CIA finanziò con giubilo “un famoso libro
collettivo”, dal titolo Il dio è fallito. Ma non finanzierebbe mai un
libro che dimostrasse la possibilità teorica del socialismo ideale, e tantomeno
un libro come quello del premio Nobel Kenneth Arrow, che “ha dimostrato
matematicamente l’impossibilità della
democrazia ideale, che è dunque irrealizzabile” (p.195).
D’altronde, quale democrazia può
essere possibile, con una struttura economico-sociale che, “in base agli
annuali rapporti del Comitato di Oxford per la lotta contro la Fame (OXFAM),
l’uno per cento della popolazione mondiale possiede il 60 per cento della
ricchezza del pianeta, e il 10 per cento ne possiede il 90”, vale a dire gli
800 milioni dell’Occidente (Europa e Usa), rispetto all’attuale popolazione
mondiale di 8 miliardi? Ma è un crimine sociale
che prosegue anche in questa area del paradiso del 10%, in cui le sperequazioni
e le diseguaglianze crescono anziché diminuire o attutirsi, con milioni di
poveri assoluti mentre una minoranza naviga nell’oro e predica la favola della percolazione, secondo la quale l’oro dei
più ricchi arricchirà anche i più poveri. Rispetto a tale immane e plateale
latrocinio, quali sono le proposte e i programmi dei politici (di destra e di sinistra)
che dicono di rappresentare il popolo? Dichiarazioni retoriche, di un ceto
parassitario e ricco di privilegi feudali, asservito come mai alla visione
neoliberista, che declama per i poveri la novella della libertà: siete liberi
di andare dove volete! atomi nudi di ogni dignità, che incarnano quanto detto
da Schopenhauer: Un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che
vuole”. È un aforisma su cui Odifreddi, chiosa: “mi ha vivamente ispirato
fin dalla giovinezza” (p.32), con il senso implicito di tutto il libro, di
ripresa del senso del limite e del sacro, dei quali il potere neoliberista di
quell’1% fa strame, pur sapendo che il desiderio e la volontà sono dettati
prima di tutto dai bisogni primari, di cui i più poveri urlano al mondo, spinti
a vagare verso aree dove potersi sfamare. L’1% sa che diventano così merce dell’esercito di riserva (già analizzato
da Marx) di manodopera, votato a offrirsi a basso costo, favorendo caos, guerre
tra poveri, illegalità e criminalità, purché contribuiscano a tenere alto il
saggio di profitto. Moti migratori di cui le destre fanno predicazioni di
paura, e le sinistre di commossi buonismi. Ma per entrambi il vertice dell’1%
rimane immune, proni allo status quo,
che offre ai miliardi di affamati, miliardi che, anziché riequilibrare la
distribuzione della ricchezza, finanziano organizzazioni per salvarli dal loro
mare di disperazione.
Si
innescano, ahinoi e inevitabilmente, anche speculazioni orrende, legali e
criminali, propaggini della coda del problema, cui pare non ci sia altro
rimedio che organizzare mille iniziative di aiuti e carità, nell’inutile
insegnamento della storia della loro inadeguatezza a eliminare le ignobili
cause. Non solo, ma dato lo tsunami umano
prodotto dalla logica, innescata da tale esplosivo contesto storico e privo di
possibili punti di equilibrio, non può che sfociare in crescenti violenze
orizzontali, tra ultimi e penultimi – fino a quando non si coagulasse una
coscienza sociale con una massa critica sufficiente di guida adeguata a una
azione verticale contro i responsabili.
Solo, se e quando, si
concretizzasse questa possibilità, o utopia, si potrà sciogliere questo nodo,
perché “nel capitalismo esiste un’asimmetria strutturale tra produttori e
compratori, venditori e consumatori, speculatori e lavoratori, evasori e
contribuenti, in ultima analisi, tra ricchi e poveri,”. Con governi “conservatori”
e “progressisti”, “alla fine dei conti, i soldi si trovano sempre per salvare
le banche, finanziare le industrie e combattere le guerre, e mai per sostenere
le pensioni, il lavoro e i servizi. E il motivo è, semplicemente, che in
Occidente contano i valori economici, e non i valori etici” (pp.194-195). Ma è
un’asimmetria squilibrante, costitutiva dell’attuale struttura imperialistica globale,
che non coinvolge solo i rapporti tra capitale e lavoro, ma ogni ambito della
vita umana e no, dal crescente squilibrio ecologico all’alimentazione con
allevamenti intensivi che assorbono il 60 % delle coltivazioni dedicate a un
malsano consumo di carne dei Paesi più ricchi, in primo luogo dell’Occidente. È
provato che in “un intestino lungo, da erbivori”, come il nostro, “la carne
fermenta e provoca il cancro al colon” (p.179), ciò nonostante, mentre mancano
alimenti vegetali per miliardi di persone, “Le cifre dell’eccidio” di “animali
sono spaventose… vengono uccisi”, tra “animali terrestri e pesci… 3 miliardi al
giorno” (p118).

Bertrand Russell
Questo
libro di Odifreddi è anche il racconto del percorso autopoietico della propria
identità culturale nello spazio e nel tempo del Paese-Mondo, attraverso i
crinali storici e intellettuali, emersi e condivisi o meno, e fatti oggetto di
critica impietosa e serrata. Il suo è stato un percorso consolidato in viaggi,
non da turista, ma di lunghe soste di lavoro in Paesi decisivi del mondo
contemporaneo, a cominciare dagli USA alla Russia, e non solo. Ma ogni
esplorazione, quanto più se inesausta come la sua, definisce il proprio punto
di partenza, una Itaca reale e mentale, che diventerà il paradigma di giudizio,
la pietra miliare cui rapportare gli altri ceppi significativi – positivi o
negativi – incontrati e trasmutati in materia di sé. Ci racconta così, tra gli
anni ’60 e ’70, da ragazzo sollecitato anche dalla musica di George Harrison
dei Beatles, del suo iniziale “interesse per la musica, la letteratura, la
filosofia, la matematica e la scienza indiane, che contribuì ad allentare le
pesanti catene dell’occidentalismo che allora mi imprigionavano”. Precisa che
le sue “ispirazioni non si fermavano alle canzonette, per quanto socialmente e
politicamente impegnate”, infatti: “Nel 1969 mi apprestavo arditamente a
iscrivermi a ingegneria”, quando “trovai per caso su una bancarella di libri
usati l’Introduzione alla filosofia
matematica (1919) di Bertrand Russell”, che lo spinse non solo a iscriversi
a matematica, con laurea in logica, ma “divenne il mio maestro intellettuale”,
a partire da quel libro scritto “in carcere nel 1918, durante la Prima Guerra
mondiale per propaganda antibellica”.
Al maestro Russell unì poi Einstein,
in particolare col Manifesto Russell-Einstein
contro la proliferazione atomica e del movimento Pugwash degli scienziati
contro la guerra, insegnamenti capaci di “introdurmi all’utopia matura di un
mondo senza chiese, senza stati, senza possessi e senza armi” (pp.249-251).

Oggi gli
occidentali infantili o adolescenziali credono che un mondo senza dèi, senza
frontiere, senza multinazionali e senza atomiche sia solo una pia illusione.
Forse un giorno gli occidentali maturi si accorgeranno che altrettanto
illusorie apparivano le nazioni ai tempi delle città-stato, le confederazioni e
gli imperi ai tempi degli stati nazionali e le superpotenze prima della guerra
fredda. Purtroppo, come le nazioni si sono costituite con guerriglie tra le
città, le confederazioni e gli imperi con guerre tra le nazioni, e le superpotenze
con la Prima e la Seconda Guerra mondiale, anche il nuovo ordine mondiale si
costituirà con la Terza Guerra Mondiale, combattuta tra l’Occidente e il resto
del pianeta. La Quarta, come disse Einstein, si combatterà poi tra bande armate
di pietre e bastoni. Osservandolo dal di fuori, sembra che l’Occidente stia
effettivamente preparando e fomentando la guerra atomica… Ma sa, o dovrebbe
sapere dalla sua Bibbia che ci sono due possibili esiti: la fine di Sansone
(insieme a tutta l’umanità), e la fine di Golia (per mano del mondo
sottomesso)”. Una soluzione alternativa sarebbe ammettere “le proprie secolari
malefatte”, rami della radice e del tronco, connessi al Principio, di un dio unico che ha creato il Tutto col solo fiat
verbale, e che indicava, “crescete e moltiplicatevi” senza limiti, dominate
Natura e ogni altro essere vivente, quale popolo eletto tra tutte le altre
razze, create al solo scopo di essere asservite.
Odifreddi, nell’immenso bosco di
forme viventi, e lungo le teorie di ere e tempi che alternano favole, follie,
deliri di onnipotenza e vertici di sapienza umana, raggiunge la sua baia
“razionalista”, paradossalmente ricongiunta al “monaco medievale Ugo di San
Vittore, che additava l’ecumenica via di un superamento di tutte le divisioni”: “capisco per credere”, in luogo del
fideistico “credo per capire”, dettato da Anselmo e ogni adepto al dettato
fondamentalista di una delle religioni monoteiste, giudaica, cristiana o
musulmana.
La visione aperta di Odifreddi
non è dunque di razionalismo contrapposto al fideismo, con affermazioni
altrettanto apodittiche e dogmatiche che squalificano a priori la sensitività
diversa altrui. Per cui, nei due capitoli che chiudono il libro, Coro finale e Accordo conclusivo (pp.215-253), raccoglie per così dire nella rete
riassuntiva, voci disparate che vanno da José Saramago a papa Bergoglio –
passando per il palestinese Edward Said, l’americano Al Gore, l’australiano
Julian Assange, l’uruguaiano Pepe Mujica, il nigeriano Wole Soyinca, l’indiano
Subrahmanyam Jaishankar, ma includendo dichiarazioni di Osama bin Laden e dei
leader russo e cinese, Vladimir Putin e Xi Jinping. È dunque un magistero
antifondamentalista, che rigetta la logica del pensiero unico, di verità
indiscutibile, benedetta dal Dio, Gott
mit uns, padre e radice di razzismo, legittimazione di infiniti genocidi,
di centinaia di milioni di esseri umani, numeri che rendono piccoli gli orrori
nazisti contro ebrei, zingari e omosessuali. Un tragitto infinito di sangue,
guerre, schiavismi e massacri, che gli Occidentali hanno perpetrato contro i
nativi americani, gli africani, gli australiani e non solo, con cancellazioni
di etnie e civiltà, definite subumane, quindi da eliminare o asservire con
pieno diritto. Croci e Crociate di una catena di violenze disumane, benedette
da predicazione civilizzatrice di popoli inferiori.
Ciò considerando, “Quanto a male,
L’Occidente non ha infatti niente da invidiare al nazismo”, anche se “oggi in
Occidente il nazismo ha un volto umano, o almeno una maschera umana. Ma chi
pensasse che certi eccessi non torneranno”, dovrebbe ricordare “Robert Musil,
che alla fine degli anni Trenta meditava: Molto tempo prima dei dittatori, la
nostra epoca ha prodotto la venerazione spirituale dei dittatori” (pp.66-67).
Permane il
fulgore dell’alba di questo millennio, del capitalismo ipertecnologico,
finanziario e globalizzato, che non ha più bisogno della benedizione di Dio,
per proseguire nella nobile e santa missione di salvare gli esseri inferiori.
La salvezza sono io, qui e ora, e non nella promessa di una paradiso
ultraterreno. Sono io il Dio atteso, con in mano il decalogo della libertà e
della democrazia, illusionista che maschera ogni verità, compresa quella della
propria identità patriarcale. È mia la Democrazia
declinata in forma di religione assoluta, di cui vendo la Bibbia. E chi non è d’accordo è un
eretico, voce del demonio, da ricacciare nell’inferno del Nulla. Per cui,
persino una canzone di “utopia ingenua… antireligiosa, antinazionalista, anticonvenzionale
e anticapitalista” come Imagine di
John Lennon, finì “nella lista di titoli ‘antiamericani’, da non trasmettere
dopo gli attentati alle Torri Gemelle”. Le due rive del paradiso
promesso e trionfalmente realizzato dal-nel capitalismo sono: il regno
reificato nel diluvio di cose, e quello della surreale infinita e immanente fantayland, su cui dondola un gonfiabile
Gott Mit, solo per noi – e che gli
altri siano dannati! Che, beninteso, non sono i brulicanti sottofondi
costitutivi di droghe, mafie e corollari. I dannati da combattere fino alla
loro radicale eliminazione, sono le presenze di chi non si sottomette al
dominio schizofrenico: idolatrare la sua essenza e reificare ogni essenza umana.
Quanto alla deificazione, è in linea anche con quanto promesso dalla “la
religione dell’amore” di Cristo, “versione non violenta del giudaismo… se il
Gesù predicatore non fosse incorso in un grave errore: incitare gli apostoli ad
‘andare e predicare a tutte le creature’, e minacciare che ‘chi non crederà
sarà dannato’ (pp.76-77). Ma per il processo di deificazione e glorificazione
del paradiso in terra non contano più le predicazioni apostoliche. Il suo
universo va ben oltre la magia di rendere consustanziale nell’ostia il corpo
del Cristo, rendendo in ogni istante consustanziale la sua anima nel corpo dei
viventi a lui asserviti. Per cui non è facile vederne i sottofondi, i sortilegi
e prodigi de “La rimozione della realtà”,
di un multiverso, nel quale paradossi
e ossimori sono rozze figure retoriche per una realtà iperreale e imprendibile
come il Vero Dio – capace di convincere i poveri di spirito, raffinati sapienti
di idiozia di un politicamente corretto,
per i quali “non esistono i fatti”, ma “solo le interpretazioni” (pp.163-164).
E si può chiosare che è una interpretazione
che viene applicata anche a livello sessuale dai furori del fondamentalismo
neoliberista, per cui il dato bio-fisiologico è azzerato, rispetto al volatile momentaneo
moto percettivo (Postmoderno degenere,
pp. 158-163). Pochi gli interrogativi e i dubbi su questo splendido
servizio offerto al sogno di eternizzazione dello stato di fatto e del relativo
potere, che così chiude il cerchio tra immanenza e inesistenza, per cui non è
possibile combattere ed eliminare ciò che non appare e, pare, non esista!
Ciò nonostante, il libro non trasmette disperazione perché
è su un crinale ossimorico di tragicità serena, eticamente pacificato dalla
coscienza e canoscenza di continuare
a dare tutto sé stesso. Il che gli fa lucidamente concludere: “Chi vivrà vedrà.
Ma scommetto che non sarà una bella visione, comunque andrà”. Che non gli
cancella il lampo irridente di Spengler (“Il
tramonto dell’Occidente”) e di Eliot, di un mondo che finisce “Non con il
botto ma in una lagna” (p.214). E questo, da parte mia e per tutti noi, lo
prendo come augurio.
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