UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 28 marzo 2025

POESIA TRE
di Massimo Cecconi



Il volume, con il sottotitolo “poesia e poeti nel territorio del Municipio 3”, è stato presentato il 21 marzo scorso presso la sede del Municipio. 
 
È decisamente piacevole avere per le mani una copia di un piccolo libro di 80 pagine dedicato alla poesia, a partire dalla copertina rigorosamente bianca con un segno grafico di Josef Weiss, incisore e tipografo d’arte ticinese. Come è stato stimolante presenziare alla sua presentazione nell’aula consiliare del Municipio 3 con la partecipazione di moltissimi giovani che quel libro hanno contribuito a costruire con la loro adesione al progetto “Mandaci una poesia”, dedicato a under 35 che volessero cimentarsi con un linguaggio che oggi sembra sempre più lontano dai canoni, sempre più “perversi”, della scrittura e della comunicazione. Da un’idea di Giovanni Bonoldi, che della promozione della poesia ha fatto uno scopo di vita, con il sostegno di Caterina Antola, presidente del Municipio 3, e di Valeria Borgese, già assessora alla cultura, si è sviluppato un progetto che, in pochi mesi, ha permesso, attraverso la diffusione di un apposito bando, per quanto informale, di raccogliere 150 opere alcune delle quali, selezionate da una Commissione di lettura composta da Antigone (Eugenia Giancaspro), Luigi Cannillo, Paolo Cerruto, Maddalena Loi e Paolo Massari, hanno poi trovato collocazione nel libro che stiamo descrivendo. In quarta di copertina, una nota descrive bene il progetto e le sue intenzioni:” Poesie lineari, per lo più. Alcune poesie visive (verbo visuali). Una prosa poetica. Arrivate da persone che abitano, studiano, lavorano a Milano nel territorio del Municipio 3. E testi poetici, poesie visive, opere d’arte prevenienti da fuori zona (persino da fuori città o regione) e prescindendo dall’età anagrafica. Queste le risposte al messaggio-invito “Mandaci una poesia” del Municipio 3. Questo libro ne ospita una parte, e informa su alcuni “Luoghi della poesia” del territorio. Sì, stiamo parlando di poesia”. E, quasi a sottolineare l’eccezionalità e persino l’eccentricità della proposta, la stessa quarta di copertina contiene un pensiero di Franco Loi, immenso poeta milanese che ha trascorso la sua giovinezza nelle vie del Casoretto.
“Ho cominciato a scrivere, come dire, perché sentivo il bisogno di dire certe cose, e di esprimermi, e quindi scrivevo. Perché certe cose poi sono cose che magari tu non puoi dire, ai genitori men che meno, ma anche agli amici magari certe volte, e allora le scrivi…”. Anche oggi molti giovani hanno sentito “il bisogno di dire certe cose”, come Anna Sessa che scrive: “Calde e salate scivolano sul viso/ Le rare belle affiancano un sorriso”, laddove l’espressione “le rare belle” rappresenta da sola un’esplosione di significati.
Oppure il ritmo dei versi di Alice Bulloni in ‘Tutto’: “Poesia lussuria ironia fu. E poi, qualsiasi cosa”.
Il volume ospita poi testi più articolati ma altrettanto significativi. Sono molte e contrastanti le immagini, le emozioni e le sensazioni che emergono dai versi contenuti in “Poesia Tre” che dà finalmente voce a pensieri che altrimenti sarebbero stati nascosti forse per sempre. Nel tardo pomeriggio di venerdì 21 marzo, non a caso Giornata mondiale della poesia, si è consumato il rito insolito di ascoltare parole non vane, non fini a se stesse. I numerosi giovani presenti hanno testimoniato che esistono modi e tempi per confrontarsi civilmente scegliendo con la poesia una strada non certo scontata, non certo banale. Nell ultime pagine, il volume ospita le schede di alcuni luoghi del territorio di pertinenza in cui si “pratica” poesia: le biblioteche comunali Lambrate e Venezia, la Fondazione Mudima, Officina Coviello e Quindici Palazzi. In chiusura, Filippo Rossi, il nuovo assessore alla cultura del Municipio 3, ha promesso altre puntate di questo raffinato racconto dedicato all’incanto/disincanto della parola.
P.S. Per chi fosse interessato, copie del libro sono disponibili sino a esaurimento presso la sede del Municipio 3 in via Sansovino n. 9.
Oppure il ritmo dei versi di Alice Bulloni in ‘Tutto’: “Poesia lussuria ironia fu. E poi, qualsiasi cosa”.
Il volume ospita poi testi più articolati ma altrettanto significativi. Sono molte e contrastanti le immagini, le emozioni e le sensazioni che emergono dai versi contenuti in “Poesia Tre” che dà finalmente voce a pensieri che altrimenti sarebbero stati nascosti forse per sempre. Nel tardo pomeriggio di venerdì 21 marzo, non a caso Giornata mondiale della poesia, si è consumato il rito insolito di ascoltare parole non vane, non fini a se stesse. I numerosi giovani presenti hanno testimoniato che esistono modi e tempi per confrontarsi civilmente scegliendo con la poesia una strada non certo scontata, non certo banale. Nell ultime pagine, il volume ospita le schede di alcuni luoghi del territorio di pertinenza in cui si “pratica” poesia: le biblioteche comunali Lambrate e Venezia, la Fondazione Mudima, Officina Coviello e Quindici Palazzi. In chiusura, Filippo Rossi, il nuovo assessore alla cultura del Municipio 3, ha promesso altre puntate di questo raffinato racconto dedicato all’incanto/disincanto della parola.
P.S. Per chi fosse interessato, copie del libro sono disponibili sino a esaurimento presso la sede del Municipio 3 in via Sansovino n. 9.

A TRADATE




giovedì 27 marzo 2025

A TRIESTE
28 marzo ore 17 davanti alla sede Rai



D
icono che non ci sono i soldi per la sanità, per l’istruzione, per salari e pensioni, ma trovano subito un milione di euro per un giullare di regime, che va nella televisione pubblica a incensare un’Unione Europea, intenzionata a spendere 800 miliardi per preparare la terza guerra mondiale con la Russia. Per chi vuole esprimere la sua rabbia verso tutto questo, ci vediamo venerdì 28 alle 17.00 in via Fabio Severo 7, davanti alla sede della televisione. 
Coordinamento No Green Pass e Oltre

SIAM PRONTI ALLA MORTE?
di Luigi Mazzella


 

L’inno di Mameli tra dissensi e scongiuri.


Passiamo per essere un popolo di pantofolai, pacifici e sedentari, ma nessuno ci eguaglia quando cantiamo i nostri canti di guerra. A parte quelli del Ventennio Mussoliniano (“All’armi siam fascisti!”, “Vincere e Vinceremo”; “Passano i sommergibili”; e frasi come “Ridere in faccia a monna Morte ed al destino”) anche il nostro inno “nazionale” o “inno di Mameli”, quanto a desiderio di morire in guerra, non scherza! Goffredo Mameli era un giovane che sapeva “muoversi” nell’ “Italietta dei troppi Staterelli”, era mazziniano, garibaldino e come loro massone. Il suo inno era rivolto ai “fratelli muratori” da lui ritenuti i veri protagonisti del Risorgimento. Le sue “vibranti” parole furono messe in musica da Michele Novaro, il cui nome però, non passò alla storia. Per rendere l’idea di ciò che avvenne, si potrebbe dire che se Enrica Bonaccorti si fosse iscritta alla Massoneria la Canzone “La lontananza” sarebbe stata attribuita a lei e non a Domenico Modugno.
In realtà, non so se i suoi fratelli in grembiulino abbiano fatto a Mameli un vero regalo. Agli occhi degli ironici italiani del Terzo Millennio (non molti, ovviamente) la musica di Novaro piace ancora molto e i giovani, anche quelli per così dire in età di leva, la ripetono nei cadenzati suoni con orgoglio, ma stenderebbero volentieri sulle parole un velo pietoso di silenzio (addirittura, cancellando, dopo averle sottolineate con la matita rosso-blu, le parole: siam pronti alla morte! ritenute piuttosto iettatorie).
Non sembra comunque ipotizzabile che i molti testi alternativi al grido di guerra di Mameli (tra essi quelli di Bonaccorti e di Gaccione) possano sostituire un canto che a giudizio della massoneria inglese (e internazionale) ha avuto il merito di infondere negli Italiani quel coraggio che non contrassegnava, di certo, i connazionali di Don Abbondio. 



All’epoca delle guerre del cosiddetto “Risorgimento” italiano, la magia di un “popolo di morti” che si era messo, secondo Carducci, “dietro” il volto tutt’altro che accattivante di Mazzini era stata compiuta dall’Inghilterra. L’Albione (pre-mussoliniana e non ancora “perfida”), avendo deciso di combattere e di ridimensionare il potere dell’Austria in Europa, con l’aiuto del suo “Sancho Pansa” abituale (la Francia era tale anche prima di Macron), aveva spronato gli Italiani ad “andare incontro alla morte” per regalare l’intero Stivale ai fidati Piemontesi, distruggendo ogni residuo collegamento italico con la casa regnante di Vienna.
Anche oggi che l’Italia è divenuta, nel corso dell’imperio del Partito Democratico nord americano (lo stesso, peraltro, di Giorgio Napolitano) grazie alla sua tendenza servizievole, filo-statunitense, il bellicismo italico è stato sollecitato da un decadente Joe Biden, anglosassone. E ciò nonostante che a palazzo Chigi fossero giunte forze politiche sedicenti “diverse” ma che, comunque, avevano, nel loro DNA politico, antichi “ardimenti” anche se di segno opposto. Con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca il bellicismo italico ha conosciuto un momento di smarrimento. E l’idea di essere pronti alla morte
non più per lo zio Sam ma per Ursula Albrecht Von der Leyen, qualche  disorientamento l’ha procurato.



Esso continua a essere il grido di mezzo Partito Democratico, di un super agitato Carlo Calenda (desideroso di portare ancora il figlio in Ucraina, sotto le bombe, come ha dichiarato in televisione), di un Matteo Renzi, avvezzo alla litigiosità contradaiola della periferia fiorentina ma desideroso di cimentarsi in più ampi campi di battaglia. È, invece, flebilmente contrastato dall’altra metà del partito che fu di Togliatti e di Berlinguer, da Giuseppi Conte, di cui Trump non ha ancora declinato il nome di battesimo al singolare, da un Antonio Tajani con i “sali da annusare” a portata di mano per non svenire nel bel mezzo del grido bellico, da Giorgia Meloni che non riesce a impossessarsi di una delle due chiavi necessarie per aprire il cor di Federico (Donald, ovviamente).



Forte del grido di Un nemico del popolo di Ibsen “L’uomo solo è il più forte del mondo”, Matteo Salvini, deciso, memore dei versi leopardiani, a “procombere” in battaglia da solo, si è dichiarato contro il “riarmo” proposto dalla neo alleanza franco-inglese-tedesca. Fedele a Trump, in odio al Partito Democratico divenuto Trasversale (o più semplicemente Occidentale, tout court).
La situazione per il già titubante segretario della Lega non è facile. Dopo gli atteggiamenti (a volere essere generosi) “cauti” di Antonio Tajani sulla guerra russo-ucraina, dopo la sua posizione chiaramente ammantata di scettica prudenza circa i tentativi in atto per giungere alla pace, compiuti da Trump e Putin, dopo il suo parere sul  riarmo proposto dalla bellicosa Von der Leyen, dopo la versione per così dire “ufficiale” di Forza Italia sulle origini della guerra diametralmente opposta a quella data da Berlusconi nel 2014 che parlava chiaramente  di massacri di filo-russi e russofoni ad opera dei battaglioni nazisti di Zelensky, dopo la sostanziale cessione da parte degli eredi del Cavaliere al sinistrismo più spinto delle reti Mediaset (per avere un minimo “contraltare” a ciò che vi si ascolta, meglio passare a “Otto e mezzo” dove qualche voce discorde “efficace” si può ancora trovare ), dopo tutto quello che si è detto si deve necessariamente desumere che i nemici dell’“indomabile Silvio” stessero proprio in famiglia. 



È vero che anche la RAI, dopo la cosiddetta “conquista” del centro-destra continua a essere egemonizzata dai soliti “intellettuali di sinistra”, ma sorprende di più che ciò rappresenti la scelta degli eredi del Cavaliere. 
Conclusione: Mal comune mezzo gaudio. Schlein sta contro la metà del suo partito e in un ambiguo disaccordo-accordo con Conte; Calenda è sempre di più contro Renzi; Bonelli e Fratoianni sono contro tutti (forse anche contro se stessi); Meloni e Tajani avversano le iniziative di Salvini (con Vance). In buona sostanza, il bellicismo italiano, allo stato, appare ancora “casalingo. Il “siam pronti alla morte”, con buona pace di Mameli, risuona, allo stato, solo negli stadi.  

 

 

I POETI DI ANGELO GACCIONE
di Franco Curto



Perugia. Con la recente raccolta dal titolo Poeti, con sottotitolo, Ventinove cavalieri e una dama, (Di Felice Edizioni 2025 pagg. 56 € 10), ritorna a coinvolgere il lettore, il canto melodioso e struggente di Angelo Gaccione. L’opera, con note di Vincenzo Guarracino e Alessandra Paganardi, è un viaggio poetico attraverso tutto il Novecento, arrivando fino ai giorni nostri. L’idea geniale di Gaccione è affidarsi ai poeti, molti di loro conosciuti e frequentati, altri incontrati nello studio della nostra storia letteraria. Si dipana il suo canto su un verso iniziale di uno dei poeti nel testo; con un intimo sentire consente all’autore un dialogo nel tema che svela sentimenti, impegno sociale, il proprio privato, la strenua difesa di diritti e l’aspirazione alla libertà. Gaccione, uomo del nostro tempo, è la prova della fedeltà alla parola scritta, che in mezzo secolo, resta la testimonianza di coerenza e comunque mai sottomessa al Potere. Gaccione si chiede perché “vengono al mondo i poeti” e la risposta che egli ci dà, dopo tutto, è quella di “gravarli della pena / che solo la fatica di vivere comporta”. Ha ragione quando Caproni svela che la poesia “è il sale del mondo”, come il sole che tutto illumina e a Gaccione indica la strada seguendo la propria ombra. Con Sbarbaro, Angelo concorda nella grazia concessa ai poeti, perché anche egli è convinto che la parola genera felicità. Si riaffaccia altresì l’incubo del male. Il ricordo di Hiroshima è il fantasma che aleggia nel mondo e con Raboni si chiede allora che ne sarà della nostra stoltezza se non evitiamo che l’idea della guerra possa prevalere. Un verso che a volerlo metabolizzare spezza il cuore. Tematiche nella poesia di Gaccione affrontate con un linguaggio lieve ma incisivo, una filosofia che sa d’antico. Una celebrazione genuina di una religiosità laica della natura e la denuncia coraggiosa di tutte le offese provocate dalla nostra follia disumana. Il ricorso al ricordo e la forte nostalgia del ritorno ai luoghi dell’infanzia povera e felice, nonostante tutto, è allo stesso tempo la grande voglia di emergere per farsi parola. Nei sui versi c’è anche lo sconforto verso la meta e il bisogno di una compagnia per non restare soli. Il suo pensiero va a quell’unica dama nel volume nella voce di Antonia Pozzi. La parola è la medicina giusta per i nostri malesseri interiori che quasi sempre salva la vita. Pavese è vivo ancora oggi perché ci ha insegnato il mestiere di vivere in questa giungla che non ha più regole ma disordine. Gaccione dialoga con Ungaretti, Quasimodo e Montale, pilastri della nostra poesia, ma ama Penna e la felicità per una giovinezza interiore che non ha baricentro ma sa lasciarsi andare “come foglia in attesa di volare o cadere”. La poesia di Gaccione è musica che affascina e sconvolge, essa domanda il lettore e si domanda dando anche risposte che in verità sono segni e sogni di speranze a volte disperate per l’insensatezza di noi “Uomi…” malati di soldi e di potere. Del resto tutto quanto previsto da Pasolini di cui Angelo si era già occupato. Ma niente di nuovo oggi sotto questo cielo. Ci salverà la poesia? Nessuno è in grado di darci una risposta, so solo e lo sanno i poeti che senza poesia il mondo sarebbe più povero, forse da tempo finito. Gaccione nella sua opera canta l’amore, grida senza paura contro ogni guerra, contro l’ingiustizia e rivendica con la sua opera di scrittore, a tutto tondo, i diritti per i senza diritti, per fermare la violenza che dilania l’animo umano e annienta bambini innocenti che domani forse cercheremo. Un ritorno felice al primo amore di Gaccione per la poesia, con questa bella raccolta, che lascia un segno indelebile nel lettore per il suo stile chiaro e suggestivo, che non può che essere il rumore della coscienza per scuotere l’individuo dal proprio torpore e dall’assenza di partecipazione alla salvezza di un pianeta che rischia di questo passo di andare a rotoli.

  

SPAZIO MERINI




mercoledì 26 marzo 2025

LA PROSPETTIVA DELL’OCCIDENTE
di Franco Astengo


 
Scrivendo un brillantissimo articolo  Alessandro Portelli (“il Manifesto” 25 marzo 2025) ha affrontato il tema del ruolo storico di quello che chiamiamo Occidente (che fa coincidere con il maschio bianco tendenzialmente suprematista) riportando un passaggio dall’ultimo libro di Amitav Gosh Fumo e Ceneri (2023, non ancora edito in Italia): “un altro concetto dell’illuminismo che ha svolto un ruolo importante nel dare forma all’immagine che l’Occidente ha di sé, la Storia come una narrativa di progresso che si evolve verso certi fini trascendenti fondata su una concezione del tempo e della storia, come una narrativa di ininterrotto Progresso ascensionale”.
Proprio questo è il punto (paradigmatico) sul quale le forze progressiste -appunto - dell’Occidente (sempre inteso coincidente con il maschio bianco tendenzialmente suprematista) dovrebbero interrogarsi: la prospettiva dell’Occidente dovrebbe oggi contemplare la necessità di interrompere proprio questa narrativa di “ininterrotto Progresso ascensionale”.
Rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo occorre ripartire dall’idea dell’impossibilità di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore di una storia inesorabilmente lanciata verso “le magnifiche sorti e progressive” identificando il progresso tecnologico e militare con l’assoluta superiorità di una etnia, di un genere, di un sistema politico. Si dovrebbe interrompere proprio questa narrazione fondata sull’assoluto progresso progettando un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante e ricostruendo una nuova consapevolezza del rapporto tra individuale e collettivo: “si realizza la vita d’insieme che è solo la forza sociale, si crea il blocco storico” (Gramsci Quaderno 11).
Serve una dimensione teorica capace di comprendere quanto di “senso del limite” sia necessario acquisire proprio al fine di realizzare quel mutamento sociale posto nel senso del passaggio dall’individualismo competitivo fin qui egemone nella post- modernità verso forme di soggettività collettiva. L’obiettivo da porsi dovrebbe essere identificato nel riuscire a proporre una nuova libertà posta al di fuori della schiavitù della competizione individuale e della voracità consumistica approdando a una forma di libertà garantita dalla coscienza del singolo e dalla volontà del collettivo.
 

 

VITA DELLA POESIA  


 
Appunti di un filosofo di estetica, Gabriele Scaramuzza, e di una musicista, Tiziana Canfori, sul libretto di poesie di Gaccione presentato di recente alla Biblioteca Ostinata di Milano.


Gabriele Scaramuzza

Angelo Gaccione ci ha di recente lasciato Poeti. Ventinove cavalieri e una dama, con note introduttive di Vincenzo Guarracino e Alessandra Paganardi, edito nella Collana “La Carena” (diretta da Silvia Elena Di Donato per le Edizioni Di Felice, Martinsicuro 2025). I poeti sono per lo più grandi nomi sulla bocca di tutti, ma anche poeti meno noti, ma non per questo insignificanti. Tutti devono esser stati amati da Gaccione, “gli hanno detto qualcosa”, in modi e sotto luci diverse. 
Del tutto originale, e unico a quanto ne so, è l’impianto del libro: ogni composizione prende l’avvio da un verso di un poeta affermato, spesso grandissimo, e da lì si innescano versi personali di Gaccione. Parole che si inseriscono nella corrente di vita sprigionata da quei versi, e testimoniano la risonanza che tuttora esercitano nelle esistenze di altri. Nella fattispecie di Angelo Gaccione, che si fa qui portavoce di innumerevoli (si spera) altri, in cui tuttora si danno esistenza autori scomparsi, ma le cui voci non si sono estinte nella nostra coscienza.
Un caso particolare per me è il ritorno dell’unica donna presente nella raccolta di Gaccione: Antonia Pozzi. Figura anche a me intensamente vicina, densa di risonanze interiori pur nelle differenze che ci separano.
Gabriele Scaramuzza

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IL LEGAME DELLA POESIA DI GACCIONE CON LA MUSICA


Tiziana Canfori

Un incontro di poesia potrebbe svolgersi nell’imbarazzo, sotto la cappa sinistra della citatissima frase di Croce secondo cui chi scrive poesie dopo i 18 anni è un poeta o un cretino. L’autore potrebbe infatti sentirsi a disagio nel dirsi “poeta” e lottare fra l’amore per le proprie creature e la necessità di mantenere un profilo convenientemente umile e basso; il pubblico potrebbe rimanere impantanato fra mille schemi per decidere se collocare il protagonista fra i poeti o fra i cretini. Per evitare di inciampare in questa trappola ricordo che Fabrizio De André, si affrettava a rifuggire da ogni chiamata in causa come poeta, con il dichiarato timore (maniman… avrebbe detto lui da genovese) di poter passare nell’altra ridicola schiera crociana.
Niente di tutto ciò alla Biblioteca Ostinata di Milano nell’incontro con Angelo Gaccione: complice un ambiente nato per la condivisione attiva della cultura, in cui si convive con i libri in modo confortevole, la presentazione di Poeti. Ventinove cavalieri e una dama è stata una serata piena di energia e di vero piacere. Alessandra Paganardi, che ha presentato il libro, ce ne ha saputo proporre la cifra più autentica, offrendo all’autore la possibilità di raccontarci con sincerità il suo rapporto con la scrittura poetica.
Da musicista, ho apprezzato profondamente il legame di questa poesia con la musica, e non solo dal punto di vista del ritmo e del colore sonoro delle parole, ma più sottilmente nell’atteggiamento dell’autore. Gaccione ci propone infatti un saggio d’interpretazione, simile a quello che porta a termine uno strumentista, un cantante o un direttore d’orchestra: sceglie una schiera di poeti del Novecento fra i suoi preferiti, ne propone un verso come incipit e da quel verso prosegue in un approfondimento nel quale la sua vita e la sua scrittura si esprimono tenendo conto della personalità e dello stile del poeta con cui dialoga.
In musica, se non si potesse fare questo, non varrebbe la pena di accostarsi allo strumento; nello stesso tempo, qualsiasi opera musicale nascerebbe morta, costretta ad essere uguale a se stessa ovunque e per sempre. Simile al diciottenne crociano, il musicista dovrebbe chiedersi costantemente “che diritto ho, proprio io, di far rivivere Bach o Puccini o chiunque altro?”.
Invece bisogna avere l’istinto di riprendere in mano quei mattoni e il coraggio di riutilizzarli per dire una cosa personale, di nuovo unica e viva. Questo è l’insegnamento di Gaccione, che dialoga con la propria sensibilità poetica fin da ragazzino e la nutre di letture ed esperienze per restituircela in questo gioco di specchi in cui ci invita. L’arte non è un processo lineare, con sviluppi e scadenze obbligati, ma un misto di intuizione, scuola, fatica, che si sviluppa attraverso la capacità di filtrare il pensiero di altri e la realtà. È da questo presupposto che l’arte, e quindi anche la poesia, diventa cibo nutriente da condividere: perché il cibo va condiviso, non solo celebrato. Gaccione ci ha servito, con gentilezza e autentica passione, un cibo molto nutriente di cui lo ringrazio.
Tiziana Canfori


 
Poeti. Ventinove cavalieri e una dama contiene 30 testi poetici ispirati ai versi di altrettanti grandi maestri della poesia del Novecento: Caproni, Santucci, Barile, Sbarbaro, Sereni, Raboni, Pavese, Loi, Betocchi, Calogero, Bertolucci, Pozzi, Quasimodo, Tessa, Sanesi, Pasolini, Rebora, Montale, Testori, Sinisgalli, Ungaretti, Fortini, Roversi, Saba, Luzi, Turoldo, Gatto, Penna, Zanzotto, Giudici.

ROTTE SOLIDALI
Circolo Caldara via De Amicis 17 a Milano




TRIESTE PER GAZA




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