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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
martedì 27 ottobre 2026
BREVI NOTE SUL TEMPO
PRESENTE
di Luigi Russo
Gino Paoli
cantava: «Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…». Per
leggere il tempo presente immaginiamo che quei quattro amici siano la storia,
la filosofia, la sociologia e l’antropologia: strumenti utili per comprendere i
nuovi assetti geopolitici. Cicerone ricordava che la storia è magistra vitae,
un insegnamento spesso dimenticato. Sullo sfondo di molte analisi restano due
concetti: multilateralismo e multipolarismo. Il primo nasce dall’idea
illuminista di un ordine regolato da istituzioni condivise e cooperazione; il
secondo descrive un potere distribuito tra più centri concorrenti, ciascuno con
proprie razionalità strategiche. Resta aperta una domanda: in quale legge universale
sarebbe stabilito che l’Occidente rappresenti il vertice di una gerarchia tra
culture e società? La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, chiuse la logica
bipolare della Guerra fredda. Francis Fukuyama, con la tesi della «fine della
storia», vi lesse l’avvio di una progressiva omogeneizzazione del mondo; gli si
contrapposero lo scontro di civiltà di Samuel Huntington e le modernità
multiple di Shmuel Eisenstadt, che riconosceva la pluralità dei percorsi con
cui le società reinterpretano la modernità. Il 1989 fu anche un’occasione
mancata: invece di un ordine multipolare fondato su equilibrio e dialogo,
prevalse il tentativo occidentale di imporre un modello unico, sulla scia del
neoliberismo di Thatcher e Reagan, che presentava il capitalismo come privo di
alternative. Immanuel Wallerstein aiuta a comprendere queste dinamiche. Il
sistema-mondo capitalista, sviluppatosi dal XVI secolo, si struttura in una
gerarchia tra aree centrali, dotate di forza economica e tecnologica, e aree
periferiche, specializzate in materie prime e lavoro a basso costo. Il
colonialismo ha consolidato questa struttura, producendo dipendenze e squilibri
che dovrebbero essere centrali nella comprensione dei conflitti attuali. Il
tema del declino ha radici lontane. Oswald Spengler, nel Tramonto
dell’Occidente, concepiva le civiltà come organismi destinati a nascere,
maturare e declinare: un’immagine suggestiva, che è anche il limite della sua
teoria, perché i processi storici sono attraversati dall’azione intenzionale
degli individui. Resta significativa la ricorrenza delle narrazioni di crisi:
dopo il tramonto dell’Europa come centro del mondo, l’Occidente fu sostenuto
dall’America, fino al cosiddetto secolo americano. Anche Nietzsche, con la
riflessione sul nichilismo, e Heidegger, con la critica a una razionalità
tecnica priva di un orizzonte di senso, invitano a interrogarsi sui limiti
della modernità: la tecnica può organizzare il mondo, ma non basta a fondare la
vita.
La trasformazione in corso segna la perdita del monopolio interpretativo
dell’Occidente: non esiste un unico percorso storico lineare destinato a essere
universalizzato. Zygmunt Bauman ha descritto la liquidità delle società
contemporanee come dissoluzione delle strutture solide della modernità, un
processo oggi evidente soprattutto in Europa e Nord America. Come ricordava
Franco Ferrarotti riprendendo Thorstein Veblen, le vittorie storiche producono
spesso effetti di ritorno inattesi: l’egemonia occidentale è nata dalla
modernità, e le contraddizioni della modernità contribuiscono oggi al suo
logoramento. Marchi globali, musica e consumi di massa sembrano testimoniare
l’universalizzazione del modello occidentale; spesso, però, vengono
reinterpretati e adattati ai contesti locali, perdendo parte del significato
originario. Anche la nozione di Occidente va ridefinita. Costruzione
storico-culturale che attraversa il mondo greco, l’eredità romana e cristiana e
la modernità europea, ha finito per indicare un tempo, quello della modernità.
Ma sviluppo tecnologico, capitalismo e innovazione si sono diffusi su scala
globale: assistiamo alla fine della pretesa che il modello occidentale sia
l’esito naturale e inevitabile della storia. Siamo in mezzo al guado, e il guado
è il tempo presente, con le sue contraddizioni e possibilità. Riconoscere che
non esistono culture superiori, che la modernità è plurale e che l’Occidente è
una forma tra le altre non significa arrendersi o subire come le élite
globaliste e finanziarie vogliono farci credere. È piuttosto una condizione per
abitare responsabilmente un mondo senza un centro unico, che chiede più
dialogo, più ascolto e più giustizia.
VERITÀ E MENZOGNA
di Chicca Morone
Scendere
da un aereo e trovarti davanti a un plotone di presunti infermieri vestiti di
tute bianche, armati di termometri è qualcosa che rimane impresso nella mente
come sinonimo di ansia e menzogna: era febbraio 2020 e si stava preparando la
rappresentazione di una tragedia molto umana di cui siamo stati tutti vittime.
La temperatura del corpo poteva indicare la presenza del virus Sars Covid 2 e
la macchina bellica era stata avviata. Anni di follia e di violenza, poi
improvvisamente l’attenzione si è spostata sull’invasione dell’Ucraina da parte
della Russia e il virus si è “attenuato”. Sugli schermi è comparso ancora
l’ineffabile Mario Draghi - già ci aveva edotti sull’importanza della
vaccinazione per non morire e non mettere a rischio la vita degli altri, bufala
contraddetta dalla stessa AIFA - asserendo che l’invasore sarebbe stato
sconfitto in poche settimane, visto che la famosa Armata Rossa stava
combattendo con poche armi e totalmente sprovvista di tecnologia... inutile
qualsiasi commento.
Come aveva previsto il premio
Nobel Luc Montagnier “La menzogna prende l’ascensore mentre la verità sale
faticosamente le scale, ma alla fine emerge” e, anche nel caso di questa tragica
guerra, la terribile realtà sta palesandosi in tutta la sua chiarezza; come
l’asserzione che il vaccino fosse sicuro ed efficace, soprattutto non
sperimentale. Siamo stati tutti cavie, consenzienti e raggirati dall’aver
firmato il consenso informato. Da notare che, con la sentenza della Corte Costituzionale
199/2025 a carattere definitivo - con cui è stata confermata la legittimità di
tutti i provvedimenti presi dal governo in quel periodo - oggi i colpevoli di
tale scempio possono dichiarare innocentemente che “Tachipirina e vigile attesa
era una c****ta mostruosa” senza andare in giudizio.
Ciò che continua a essere il
motivo conduttore di questa nostra realtà è quindi la violenza, la volontà di destabilizzare,
di creare scontri per evitare che noi tutti viviamo in pace nella nostra terra,
secondo le nostre leggi e le nostre usanze.
Dalla contrapposizione tra i cosiddetti
no-vax e vaccinati, “putiniani” ed europeisti, cristiani e islamici,
palestinesi e sionisti per non parlare degli Stati Uniti, da sempre esportatori
della democrazia nelle terre ricche di petrolio... esiste una continua dinamica
di “l’un contro l’altro armati” nel caos più completo.
La domanda è “a chi giova questa
situazione?”
È utile ai soliti noti, quelli il
cui progetto di globalismo è fallito miseramente e che insistono per volerci
far sparire dalla faccia della terra. Cioè a coloro che guadagnano dalla
vendita delle armi, dei medicinali necessari per curarci dalla marea di
malattie sorte in questi ultimi anni; utile a chi specula in borsa e ha
precedenti notizie di attacchi terroristici; a chi organizza l’immigrazione
clandestina e sfrutta le “risorse” gestendole contro i privati cittadini che
pagano le tasse e vorrebbero essere tutelati, non repressi, dallo Stato.
Le ultime giornate di vandalismo
a Torino, Milano, Bologna, Brescia, Padova ecc. hanno un’unica matrice che,
partita come rivolta studentesca, ha deragliato in una sorta di danneggiamenti
a strutture urbane, distruzione di vetrine di negozi di super lusso con
relativo saccheggiamento di borse, cinture, felpe e oggetti vari tutti
rigidamente firmati, da portare al mercato “Balon” il prossimo sabato: sempre
che gli incappucciati non siano nuovamente impegnati in qualche espressione di
“disagio sociale”. Anche supermercati e negozi di alimentari hanno subito
violenza, restando senza scorte a causa della giustificatissima protesta dei
trasportatori; ma il peggior sopruso è stato perpetrato sui cittadini scesi in
piazza per manifestare per la pace e contro il caro vita, coinvolti in un intensificarsi
progressivo di azioni aggressive e conflittuali - da cui erano estranei - anche
da parte delle forze dell’ordine: il diritto di palesare il proprio dissenso è
previsto dalla Costituzione, non ovviamente in modo violento. Un video girato
durante il 17 ottobre mostra un ragazzino in tenuta d’assalto con due splendidi
occhi azzurri che spuntano dal bavero sollevato: si rivolta contro l’adulto che
lo sta riprendendo e che stupisce alla sua età e statura. Si, ha dodici anni ed
è noto nel suo quartiere per l’aggressività e il comportamento tipico da
“maranza”. Il giorno dopo il padre marocchino manda on line un filmato nel
quale si scusa vergognandosi, non giustificando il figlio; così come incredula
è la madre del quattordicenne, svegliata dal sonno alle 3 del mattino e
chiamata in questura per l’arresto del figlio.
Gli spazi vandalizzati generano
una percezione di insicurezza in tutti noi, come il pericolo del contagio
durante la pandemia, il fantasma della guerra nucleare, il rincaro delle
materie prime, il crollo del potere di acquisto della nostra moneta,
l’invasione islamica con imam che chiariscono molto bene le loro intenzioni.
Noi come ci difendiamo?
Evitando di reagire approfondendo
le reali cause di tale situazione: lasciando che il gas fornito dal Nord Stream
venga acquistato da Trump e ci venga rivenduto con i “giusti rincari”;
sovvenzionando l’Ucraina pur sapendo che l’attentato al gasdotto è stato
compiuto da un loro commando; inviando a Zelensky armi da lui rivendute al
mercato nero; avallando i pacchetti di sanzioni contro la Russia ed evitando
accuratamente di prendere posizione sui vari genocidi tutt’ora in atto. Permettendo
un tribunale che giudichi secondo la Sharia a Padova e costruendo un’enorme
struttura a Torino che prevede non solo la Moschea, ma il complesso di
islamizzazione in un quartiere ad alta intensità straniera. Qualche mente
illuminata asserisce che i poliziotti debbano imparare l’arabo, ma
dell’integrazione almeno linguistica per avere la cittadinanza italiana non se
ne parla.
Non ci vuole il generale Vannacci
per chiarire ai nostri governanti che vogliamo essere tutelati da uomini che
non permettono alle loro donne di avere gli stessi diritti che abbiamo noi e
che ci spiegano quanto cambierà l’ordinamento della nostra società quando
saranno in maggioranza e ci dovremo adattare alle loro leggi.
lunedì 26 ottobre 2026
DALLA PARTE DEI GIOVANI EUROPEI
di Antonio Montagnese
Il Governo
Italiano si è riunito e dopo uno studio approfondito e accurata analisi ha
deliberato una nuova via per le nuove generazioni in cerca di futuro: quella
delle carceri, ma solo dopo essere stati severamente malmenati.
Nel caso in cui i giovani invece
chiedessero la ragione per cui sono stati derubati del loro futuro, dovrebbero
essere bastonati a sangue.
Le nuove generazioni di tutta
Europa hanno preso consapevolezza che sono stati depredati del loro futuro ad
opera di una classe politica incompetente e incapace di intuire e costruire
politiche innovative. Una classe politica sottomessa ai voleri predatori dei
padroni: finanzieri e imprenditori.
Nel momento in cui la NATO,
sospinta dai comitati di affari americani, spostava verso Est la sfera di
influenza, non c’è stata in Europa una classe politica capace di comprendere
che avrebbero scatenato una nuova guerra, scivolando all’indietro verso gli
anni bui della storia.
Una classe politica capace
avrebbe dovuto invece coinvolgere gli stati dell’est Europa facendoli aderire
all’Unione Europea, Russia compresa. L’ingresso nell’Unione Europea era una
aspirazione delle nuove generazioni degli stati dell’Est, desiderosi di entrare
in Europa, vista come spazio di libertà, democrazia, uguaglianza e giustizia
sociale. L’Avvicinamento all’Unione Europea avrebbe rappresentato l’avvio di un
processo democratico degli stati dell’Est Europa, che peraltro rappresentava
una legittima aspirazione delle nuove generazioni, desiderosi di liberarsi
dalle politiche repressive.
L’Avvio di un processo europeo
inclusivo avrebbe evitato la guerra con i conseguenti risvolti economici che
oggi conosciamo nell’intero continente europeo. L’Europa invece ha deciso di
seguire la Nato e i comitati di affari americani, muovendo guerra ai giovani
dell’Est, desiderosi di uno spazio pacifico e di libertà, rappresentato fino ad
allora dall’Europa.
Ma le grandi intuizioni politiche
potevano essere realizzate da menti dotati di pensiero e non invece da piccoli
cervelli mai visitati e illuminati dall’intelligenza. Era necessario impedire e
non fomentare lo scontro per evitare una guerra sanguinosa che ha anche dissanguato
l’Europa dalla ricchezza che avrebbe potuto e dovuto impiegare per costruire il
futuro delle nuove generazioni, avendo cosi anche a disposizione le risorse
energetiche provenienti a basso costo dall’Est. L’Europa avrebbe dovuto aprirsi
e offrire uno spazio di libertà e diplomazia. L’Europa avrebbe dovuto cogliere
le aspirazioni provenienti dai giovani dell’Est, costruendo un continente di
cultura democratica, un luogo di libertà e giustizia sociale, non invece un
fortino armato con le armi dei pupi americani. L’Europa si è dissanguata in una
guerra folle perché guidata dalla pochezza di una classe politica mediocre,
ricattata o ricattabile, incapace di tenere la schiena dritta nei confronti
dell’America e i suoi compagni di merenda come gli Israeliani, ma anzi
preoccupata di mostrarsi remissiva e accondiscendente verso i comitati di
affari. In questa nuova e avvilente realtà Europea, le contestazioni dei
giovani che si verificano in Francia, Spagna, Grecia, Albania, Italia,
Svizzera, rappresentano davvero l’unica novità. I vecchi incompetenti non
dovrebbero reprimere i giovani per spezzare il momento nuovo e dinamico che sta
realizzando. I giovani dovrebbero essere liberi per esprimersi e lavorare per
realizzare le loro legittime aspirazioni, come la pace, la protezione
dell’ambiente e una maggiore giustizia sociale, un mondo migliore, rispetto a
quello realizzato dalla miseria politica attuale.
TUTTO AL MACERO?
di Angelo Gaccione

Cartolina postale di Salvatore Quasimodo
L’infausta vicenda che ha colpito la mia biblioteca personale ha spinto diversi
lettori a scrivermi allarmati. Comprendo benissimo le loro preoccupazioni dal
momento che nel corso della mia vita non ho fatto che leggere libri, discutere
di libri, occuparmi di libri, scrivere di libri. Una vita fatta di libri. Di
conseguenza ne ho accumulati tanti e, come scriveva Petrarca all’amico
Anchiseo, “ne possiedo più del necessario”. In una lunga vita di
scrittura, la lettura diviene anch’essa una pratica quotidiana ineliminabile e
si finisce per occupare con i libri ogni spazio possibile. Carlo Bo li aveva
stipati dappertutto e quando mi ricevette in via Maria Teresa, le sedie su
cui sedemmo erano sovrastate da colonne di libri e l’intera stanza ne era
colma; come ogni spazio possibile della sua abitazione, e dovevi prestare
attenzione a dove poggiavi i piedi, a come muovevi un arto, per evitare che
tutto rovinasse a terra. Faceva a gara con l’amico Giovanni Spadolini: una gara
a chi ne possedeva di più. Ho raccontato quella vicenda in uno scritto sulla
rivista fiorentina “Nuova Antologia” un po’ di anni fa. Non è improbabile che
il personaggio del racconto “Il libro della staffa”, il professore che morirà
seppellito dai suoi libri per il cedimento dei pavimenti di Sonata in due
movimenti, io l’abbia concepito pensando all’appartamento milanese di Carlo
Bo. Ma lui aveva la casa paterna di via XX Settembre a Sestri Levante e i
locali dell’Università di Urbino di cui era rettore, per ricoverare le sue
sterminate creature. Ma noi? Tanti, fra quelli che mi hanno scritto, si trovano
nella mia medesima condizione: avere accumulato una quantità esagerata di libri
e ora si domandano che ne sarà di loro. “(…) Poni degli interrogativi sui libri
che sono anche i miei. A cui aggiungo: quando morirò dove finiranno i libri che
tengo anche in cantina (due librerie), oltre alle tre che ho in casa? So che
anche le biblioteche non accolgono più libri di persone scomparse… Tutto al
macero? Un’umanità al macero e da macero?” così mi scrive il saggista Franco
Toscani. Ho un nodo alla gola mentre leggo le sue parole; sposto un
volume da un ripiano e mi rianimo: dalla mia Carboneria affiora la stampa di una cartolina postale che il
poeta Salvatore Quasimodo ha spedito all’amica Lina Angioletti il 7 aprile 1960
da Atene. L’anno prima gli era stato assegnato il Premio Nobel. Ecco
il testo vergato a mano con bella grafia: “Qui, Salvatore – festeggiato come
nei trionfi, ma triste per la legge dei contrari. Qualcuno si ricordi di
mio padre felice! Salvatore e che vi abbraccia”. Quando Lina mi ha
consegnato questa stampa? Perché me ne aveva voluto far dono? Forse perché non
finisse al macero, forse perché sapeva che si sarebbe trovata bene dove l’ho a
lungo custodita.

TEMPI FORMIDABILI
di Maria Antonietta Montella
Questo è
un racconto di una carriera lavorativa partita dal basso: dalla mia posizione
di immigrata assunta in una grande impresa del Nord. Mai avrei immaginato di
ritrovarmi in una delle più grandi aziende di comunicazione, in una direzione
strategica che tuttavia nasce e muore praticamente con me. I miei ricordi in
questa stupenda prigione che sembra una gabbia si sfogliano come un mazzo di
carte. Ho incontrato grandi e piccoli personaggi - alcuni di sicuro, altri di
discreto, altri ancora di incerto talento - che hanno lasciato un segno dentro
di me. Li ho visti senza paraocchi, impietosamente, non ho risparmiato
impressioni neppure de visu, quando
ne ho avuto l’occasione.
Sono arrivata a Milano per un
pesce d’aprile, fresca di laurea in sociologia ed esperienza didattica, avevo
ventidue anni. Avrei visto un po’ il mondo e me ne sarei tornata nella mia
terra, in Toscana a fare l’insegnante - era quello che in fondo volevo fare. Lo
stage me lo avrebbe permesso.
Ci sono rimasta 40 anni,
pazzesco. Dopo lo stage e l’avventura come copy fino alla maternità, sono diventata
molto determinata a rimanere a Milano. Al rientro, dopo la pausa per la nascita
del figlio, insoddisfatta della mia posizione - la nuova direzione pensava non
ritornassi e mi avevano inserito ultima in un nuovo gruppo - mi sono inventata
un nuovo lavoro. Ho sfruttato l’esperienza universitaria fatta durante il corso
di Cinema e spettacolo tenuto dal mio professore, Pio Baldelli. Erano gli anni ’70,
Baldelli era un mito come esperto di Comunicazione e come direttore
responsabile di Lotta Continua. Così ho creato, su suggerimento della nuova
diarchia direttiva che mi aveva messo alla prova, l’ufficio cinema che mancava
alla nostra direzione.
Lì, ho fatto di tutto. Ho scritto
sceneggiature televisive, diretto video commerciali, creato e prodotto filmati
per eventi e road show.
Ho fatto l’executive producer, la
regista, il direttore creativo, la problem solver - in un corso
ad hoc per dirigenti ho preso il massimo dei punteggi - la facilitatrice di
rapporti tra la mia azienda e le agenzie.
Quando sono diventata
responsabile di tutta la comunicazione pubblicitaria della Casa Editrice, la
maggior parte dei miei colleghi se l’aspettava.
Bene, diciamo che su una
quarantina di persone - tanti eravamo a quel tempo - il rapporto di quanti non
hanno amato essere scavalcati da una pari era di uno su quattro. Da questi
quattro totali - eccetto una, ma non per motivi di riconoscimento - non ho mai
avuto in seguito problemi. Come responsabile ho fatto anche la tutor per
quattro studenti (uno all’anno) del Master di Comunicazione: un percorso di
formazione superiore con probabile inserimento in azienda dove era necessario
essere seguiti, oltre che dai docenti, da manager delle aziende che facevano
capo alla galassia Fininvest.
Ho fatto risparmiare tanti soldi
alla mia azienda. Una volta mi sono divertita a quantificarli con il mio
gestore del personale: la cifra si aggirava intorno ai 130 mila euro l’anno, di
risparmio vero. Non male, eh?
Durante questa lunga avventura ho
visto fare, e ho fatto, cose che i nati nel terzo millennio non possono
lontanamente immaginare. Testi battuti tramite pulsanti di metallo su nastri
rossi e blu, errori sbianchettati col pennello. Illustratori dipingere con
bottigliette di vetro dalla punta di spugna piene di inchiostro colorato, le
indispensabili Ecoline. Grafici spennellare cartoncini di una speciale colla
rimovibile e dall’odore stordente, la Cow, e appoggiarvi sopra con estrema
precisione striscioline di parole. Montatori - oggi si chiamano editor,
all’americana - tagliare metri di pellicola alla moviola - ma anche centimetri
- e riattaccarla con lo scotch.
Sono passata dalla pellicola al
digitale. Sono stata testimone dei primordi di nuove tecniche video, di effetti
speciali che prima inventavamo con accrocchi manuali. Prima del Mirage e dei
suoi figli che hanno reso tutto facile. Fin troppo. Quarant’anni. Volati via in
un soffio. Come la vita.
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