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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 4 aprile 2026
LIBRI NOVITÀ
Esce il nuovo libro della poetessa Alida Airaghi nostra collaboratrice presso l’Editore Ignazio
Pappalardo: Decalogo. Omaggio a Krzysztof Kieślowski con prefazione di Marco Cardinali (Pagine
60 € 14). Il libro prenotabile in libreria e su Amazon può essere richiesto
anche direttamente all’editore a questo indirizzo email: ignaziopappalardoeditore@gmail.com
NASCE IL TEMPIO DELLA PACE
di Grazia Piscopo
Lecce.
Nasce a Lecce il Tempio della Pace: dove le fedi si incontrano e la pace si
costruisce Il 9 aprile 2026, nel cuore del centro storico di Lecce, in via
Madonna degli Studenti, sarà inaugurato il Tempio della Pace, un laboratorio
permanente di dialogo interreligioso e costruzione di pace nel Mediterraneo,
promosso dall’Associazione Horah APS ETS con sede a Lecce. In un tempo segnato
dal ritorno dell’antisemitismo, dei razzismi e dei linguaggi d’odio, il Tempio
della Pace nasce come luogo fisico e simbolico per disarmare le parole,
costruire ponti tra le fedi e trasformare Lecce in una città della pace
riconosciuta a livello internazionale. All’inaugurazione prenderanno parte
autorità politiche, rappresentanti delle comunità cattolica, ebraica,
musulmana, ortodossa, altre tradizioni religiose e spirituali, insieme al mondo
dell’università e dell’associazionismo. Nel corso della cerimonia verrà
presentato il “Patto di Lecce per la Pace”, un impegno comune a promuovere
iniziative culturali, educative, artistiche e solidali con al centro la dignità
di ogni persona. «Il Tempio della Pace - spiega Grazia Piscopo, presidente
dell’Associazione Horah - è la risposta concreta a una cultura dell’odio che
ogni giorno avvelena il dibattito pubblico, online e offline. Vogliamo
trasformare Lecce, città ponte del Mediterraneo, in un luogo dove le differenze
non dividono, ma diventano risorsa di dialogo, ascolto e costruzione di
futuro». Il progetto prevede, accanto al Tempio come luogo fisico, una rete
diffusa di iniziative: il Primo Forum Interreligioso del Tempio della Pace, il
programma “Tempio della Pace nelle scuole”, il Festival della Pace, laboratori
artistici, podcast, percorsi di memoria e formazione per giovani e adulti.
L’obiettivo, in un arco temporale di 5 - 7 anni, è costruire un percorso
documentato che possa candidare Lecce – o il Tempio della Pace - al Premio
Nobel per la Pace, sulla scia di altre esperienze di città e comunità
riconosciute per il loro impegno collettivo. Il Tempio della Pace invita fin
d’ora istituzioni, fondazioni, imprese e singoli cittadini a diventare “Amici
del Tempio”, aderendo all’Albo dei Benefattori e sostenendo le attività
attraverso donazioni, partnership, progetti comuni.
Per informazioni,
adesioni e interviste: Associazione Horah APS - Lecce
Email: piscopo.grazia@libero.it
APPELLO DELL’EDITORE STEFANO DONNO
Carissimi,
in un panorama internazionale dove
il conflitto sembra l’unica grammatica possibile, da Lecce arriva un
segnale in controtendenza che merita uno spazio di rilievo nella vostra
programmazione editoriale. Il prossimo 9 aprile 2026, nel cuore della
città salentina (via Madonna degli Studenti), verrà inaugurato il Tempio
della Pace. Non si tratta di una semplice iniziativa simbolica, ma di un vero e
proprio laboratorio permanente di diplomazia dal basso e dialogo interreligioso
promosso dall’Associazione Horah APS ETS.
Perché si crede rilevante questa
iniziativa:
· Contrasto ai
linguaggi d’odio: Il progetto nasce come risposta
diretta e "fisica" alla preoccupante recrudescenza di antisemitismo e
razzismo.
· Diplomazia
nel Mediterraneo e nel mondo: L'iniziativa vuole
coinvolgere attivamente le comunità cattolica, ebraica, musulmana e ortodossa,
insieme al mondo accademico, per siglare il "Patto di Lecce per la
Pace".
· Obiettivo
Nobel: L'ambizione dichiarata della Presidente Grazia Piscopo è
quella di costruire un percorso documentato di 5-7 anni per candidare Lecce
(attraverso il Tempio stesso) al Premio Nobel per la Pace, seguendo
l'esempio delle grandi comunità di accoglienza e dialogo internazionali.
La portata dell’evento e la
caratura della rete che lo sostiene offrono spunti per interviste di
approfondimento sulla funzione delle città-ponte nel Mediterraneo e nel mondo e
sul ruolo del Terzo Settore nella prevenzione dei conflitti sociali.
Segnalo i contatti diretti per
interviste e approfondimenti con la Presidente Grazia Piscopo:
· Telefono: +39
391.119.7274
· Email: piscopo.grazia@libero.it
· Sito Web: https://tdplecce.blogspot.com/
Cordialità
Stefano Donno - Vice Presidente
Associazione Horah Aps Ets
giovedì 2 aprile 2026
ISRAELE STATO
CANAGLIA
di Qassam Muaddi
Il cielo
grigio proietta una luce pallida sull'ingresso del villaggio palestinese di
Qalandia, a nord di Gerusalemme. La strada accidentata in corrispondenza della
rotonda sembra un sito urbano abbandonato, con una torre di guardia israeliana
in lontananza e il muro di separazione israeliano che taglia il paesaggio oltre
una collina vicina. Alcune auto si affrettano a lasciare la rotonda in
direzione di Ramallah, mentre un vecchio arco su un lato reca la scritta "Benvenuti
a Qalandia". All'interno del villaggio, il paesaggio è in netto contrasto:
giardini verdi, ulivi e roulotte parcheggiate circondano case in pietra,
separate da strade strette e silenziose. Un uomo si ferma davanti a un cumulo
di macerie, salutando i visitatori. "Benvenuti in quella che un tempo era
la mia casa", dice. Samer Hamdia, un operaio edile di mezza età, cammina
sui resti della casa che ha costruito con i risparmi di una vita e dove, fino a
poco tempo fa, viveva con la moglie e i sei figli. Le forze israeliane l'hanno
demolita lo scorso dicembre nell'ambito dell'ondata di demolizioni di case
palestinesi in Cisgiordania. Il villaggio di Qalandia, adiacente al muro di
separazione israeliano, è considerato da Israele parte integrante di Gerusalemme
annessa. Questo lo ha reso bersaglio di demolizioni negli ultimi anni, con
circa 30 case abbattute a Qalandia in una sola notte nel 2016. Da allora,
Israele ha periodicamente emesso ordini di demolizione per altre famiglie del
villaggio.
Secondo Jamal Jumaa, coordinatore della campagna di base "Stop The Wall", l'area a nord di Gerusalemme "è una parte cruciale dei piani di insediamento israeliani intorno a Gerusalemme, poiché ha già circondato la città da ogni lato, isolandola dal resto della Cisgiordania". A Qalandia, l'unica cosa che separa la parte di Gerusalemme annessa da Israele dalla Cisgiordania è il muro. Ma Israele ha in programma di cambiare questa realtà. "Dal 2009, Israele ha annunciato l'intenzione di costruire un insediamento per israeliani ortodossi sui terreni di Qalandia, nell'area che prima dell'occupazione ospitava l'aeroporto di Gerusalemme", spiega Jumaa. «Per questo, è necessario creare una zona cuscinetto, che ostacolerebbe la crescita delle comunità palestinesi vicine come Qalandia». Ma questa politica di demolizione delle case non si limita al nord di Gerusalemme. A metà febbraio, il Centro di Assistenza Legale di Gerusalemme (JLAC) ha riferito che Israele aveva demolito 300 proprietà palestinesi in Cisgiordania nel primo mese e mezzo del 2026. Haaretz ha riportato che l'ondata di demolizioni israeliane stava «spianando la strada» all'espansione degli insediamenti israeliani, mentre le Nazioni Unite hanno messo in guardia contro l'irreversibile «de-palestinizzazione» di Gerusalemme, avvertendo che il genocidio di Gaza potrebbe «riversarsi in Cisgiordania». Non rilasciando permessi di costruzione, afferma Jumaa, i palestinesi sono costretti a costruire case senza permessi, che vengono poi demolite.
«Questo blocca qualsiasi progetto futuro per i palestinesi nella zona, spingendoli infine ad andarsene», aggiunge. Nel luogo dove sorgeva la sua casa demolita, Samer è raggiunto dal figlio Mahdi. Entrambi iniziano a ricordare com'era la loro casa un tempo. "Avevamo costruito due appartamenti separati in un unico edificio", dice Samer, indicando il cumulo di macerie. "Uno per tutta la famiglia e uno per Mahdi, che si stava preparando a sposarsi". Mahdi sorride, ma continua a guardare le macerie. "Ho lavorato alla costruzione di questa casa con più passione che in qualsiasi altro cantiere", continua Samer. "Dopotutto, è casa nostra. Casa mia". Ride ricordando la sua prima notte nella nuova casa. "Ho dormito come non dormivo da tempo. È stata una sensazione di pace e soddisfazione". La famiglia Hamdia ha iniziato a costruire la propria casa nel 2020, ma il sogno di possederla era nato molto prima. "Ho iniziato a lavorare a 17 anni, un'eternità fa", dice Samer. "Da allora ho risparmiato per costruire una casa. Dopo il matrimonio, io e mia moglie abbiamo vissuto a casa dei miei genitori, dall'altra parte della città". Indica verso la lontananza, dove si possono scorgere diverse case a Qalandia. Nel 2016, Samer acquistò un piccolo appezzamento di terreno per costruire la sua casa. Richiese il permesso di costruire alle autorità militari israeliane, anziché all'Autorità Palestinese (ANP), perché il suo terreno si trova nell'Area C, circa il 60% della Cisgiordania sotto il completo controllo militare israeliano.
Il restante 40% del territorio, designato come Aree A e B dagli
Accordi di Oslo del 1993, è soggetto a diversi gradi di amministrazione
condivisa tra l'ANP e l'esercito israeliano. Mentre i permessi di costruzione
vengono rilasciati dall'ANP nelle Aree A e B, le autorità israeliane raramente
li rilasciano per l'Area C. Ma Samer presentò comunque la domanda, afferma,
perché pensava di avere maggiori possibilità di ottenerla. Spiega che il suo
terreno è a pochi passi dall'Area B, il che, a suo dire, avrebbe facilitato
l'ottenimento dell'approvazione. O almeno così credeva. "Ho sbrigato tutte
le pratiche burocratiche tramite uno studio legale di Ramallah, ma poco dopo
aver presentato la domanda, l'avvocato dello studio mi ha chiamato nel suo
ufficio", racconta Samer. «Mi disse di preparare un sacco di soldi, perché
la causa legale sarebbe durata a lungo». Nel 2020, il caso era ancora bloccato
in tribunale e la famiglia aveva bisogno di trasferirsi in una nuova casa. «Sia
io che i miei genitori anziani avevamo bisogno di più spazio, e le formalità
per il permesso erano ancora in corso, quindi abbiamo pensato di iniziare a
costruire la casa», spiega. La richiesta di permesso di costruzione di Samer è
rimasta bloccata nei tribunali israeliani per 10 anni. Ha speso 10.000 NIS (3.164
dollari) in spese legali, e il permesso non è mai stato rilasciato. Ma la
minaccia alla casa della famiglia era arrivata molto prima. «Nel 2016, gli
israeliani sono venuti e hanno distribuito gli ordini di demolizione, e io
avevo già presentato la mia richiesta di permesso di costruzione, ma la mattina
dopo ho trovato un ordine di demolizione consegnato al mio terreno, quando non
era stato costruito quasi nulla», racconta Samer. «L'avvocato era perplesso e
mi disse che doveva trattarsi di un errore, che non era per me. Disse che
avrebbe portato avanti la questione in tribunale.»
«Come un martello nel
cuore»
Per gli Hamdia, costruire la casa
significava molto più che realizzare un sogno o avere più spazio. Rappresentava
la crescita della loro famiglia allargata e il radicamento sempre più profondo
nel loro villaggio. Nei villaggi palestinesi, le famiglie allargate vivono
insieme in piccoli complessi da secoli. Comunemente noti come "hosh",
questi complessi sono composti da diverse case individuali appartenenti a
fratelli e alle loro famiglie. Anche quando i nipoti si sposano e iniziano a
formare le proprie famiglie, si separano e creano un nuovo hosh. «Il matrimonio
di Mahdi e la costruzione della sua casa erano la stessa cosa», spiega Samer.
«Questa sarebbe stata la prima costruzione dell'hosh dei Samer Hamdia, che
avrebbe incluso altre case per i fratelli di Mahdi quando si sarebbero sposati
anche loro».
La moglie di Samer, Najla, si
unisce alla conversazione con la figlia minore, Mira, di 11 anni. Camminano tra
le macerie, osservando ogni dettaglio. "Non sono più tornata da quando è
stata demolita fino ad ora", dice Najla. "Mi si spezza il cuore a
vederla ridotta in macerie. È come rivivere la perdita ancora una volta". "Costruire
la casa è stato il progetto più importante che abbiamo mai realizzato come
famiglia, un traguardo di una vita", spiega. "Abbiamo emesso assegni
a mio nome per pagare i materiali da costruzione, sono andata decine di volte a
Ramallah per depositare denaro sul mio conto in banca e ho persino dato in
pegno i miei gioielli da sposa in una gioielleria. Siamo ancora indebitati".
Nelle ultime settimane prima del trasloco, Najla ha smesso di lavorare a casa
dei suoceri e ha trascorso tutto il suo tempo nella nuova casa, sistemando ogni
dettaglio delle decorazioni e dei mobili insieme alle figlie. La famiglia si è
trasferita nella nuova casa il 18 gennaio 2024, il giorno del compleanno di
Samer. «Da gennaio 2024 a gennaio 2025, ho vissuto in pace nella mia casa»,
ricorda Najla. «Mi svegliavo al mattino con il canto degli uccelli, poi
preparavo la colazione per tutta la famiglia e per la maggior parte della
giornata rimanevo a casa, cercando di renderla il più bella possibile». Quella
pace iniziò a svanire all'inizio del 2025, quando l'avvocato chiamò Samer per
dirgli che le autorità israeliane non avrebbero rilasciato il permesso di
costruzione. Mancavano dei documenti alla richiesta, disse. «Fu allora che
sentii che il conto alla rovescia era iniziato, ma l'avvocato disse anche che gli
israeliani non sarebbero venuti a demolire senza preavviso», racconta Samer.
«Eppure, lo fecero».
La mattina del 16 dicembre 2025, la famiglia Hamdia si
svegliò con il rombo dei motori israeliani. Una jeep della polizia era arrivata
nella strada dove abitavano gli Hamdia, seguita da un bulldozer. Samer capì
immediatamente che era il momento che temeva.
«L'ufficiale israeliano mi disse
senza mezzi termini che erano venuti a prendere casa mia», ricorda Samer.
«Disse anche che avevano inviato un avviso, che io non ho mai ricevuto, e poi
disse che sarebbe andato dall'altra parte del villaggio per consegnare un
ordine di demolizione a un'altra famiglia, e che poi sarebbe tornato per
supervisionare la demolizione della mia casa». «Un'agente di polizia è entrata
in casa e ha iniziato a bussare sui muri per capire di che materiale fossero
fatti», racconta Najla. «Ha ordinato a me e alle mie figlie di uscire. Le ho
detto: "Questa è casa mia" e le ho urlato di andarsene. Ma lei ha
messo la mano sul fucile e ha urlato, così siamo uscite in pigiama senza
portare via nulla».
Quando l'agente israeliana è
tornata, centinaia di residenti di Qalandia si erano già radunati e avevano
iniziato a portare via i mobili e gli altri effetti personali. «Sono rimasto sorpreso
dalla rapidità della reazione dei vicini», dice Samer. «E quando sono arrivati i giornalisti, gli agenti di
polizia hanno iniziato a ordinare a tutti di disperdersi prima di sparare gas
lacrimogeni». La polizia israeliana ha
sparato così tanto gas lacrimogeno che la giornalista di Al Jazeera Tharwat
Shaqra si è messa a piangere in diretta mentre seguiva la demolizione.
Samer e
i suoi figli hanno assistito alla distruzione della casa che avevano costruito
con tanta fatica, ma la scena era troppo forte da sopportare per Najla. «Ogni
colpo del bulldozer era come un martello nel mio cuore», ricorda. «Avevo
investito così tanto di me stessa in quella casa, e non potevo semplicemente
guardare i nostri mobili finire in strada». Per Samer, la demolizione della sua
casa è stata come buttare via «un'intera vita di lavoro». «Non so come faremo a
uscirne», esclama. «Una cosa è certa: se si aspettano che ce ne andiamo, si
sbagliano di grosso. Resteremo qui, a qualunque costo».
mercoledì 1 aprile 2026
L’ULTIMA RESISTENZA
di
Israel Shamir
Gerusalemme è diventata il palcoscenico dell'ultima
resistenza dell'umanità. Gli ebrei (padroni della gloriosa città dal 1967)
hanno chiuso il Santo Sepolcro, la chiesa più venerabile sul luogo in cui
Cristo morì sulla croce e risorse. Non è stata mai chiusa, per centinaia di
anni, dal 1009 d.C., quando fu distrutta dal folle califfo al-Hakim. Questo
sacrilegio diede inizio alle Crociate, fino a quando Gerusalemme non fu
liberata dai valorosi crociati e la chiesa fu ricostruita dalla regina
Melisenda. Ora la Chiesa è chiusa ai fedeli e non se ne parla minimamente: i
media (di proprietà degli ebrei) non ne fanno nemmeno menzione. I numerosi
giornalisti di Gerusalemme mantengono la bocca chiusa, come le porte della
chiesa. Probabilmente non ne avete mai sentito parlare. Sebbene Trump e Hegseth
affermino di combattere per la cristianità, non menzionano il Santo Sepolcro. I
cristiani hanno combattuto a lungo contro i musulmani per ottenere il possesso
della Chiesa. Ora però gli ebrei hanno vinto su entrambi i fronti. La moschea
più importante di Gerusalemme, al-Aqsa, con la sua splendida Cupola della
Roccia dorata, è anch'essa chiusa. Nonostante fosse la festività musulmana più
importante, il Ramadan, e l'Eid al-Fitr, ai fedeli musulmani è stato impedito
l'accesso al Haram ash-Sharif. Ora il mondo ebraico si sta imponendo, con i
non ebrei che hanno perso il loro accesso all'Onnipotente, mentre gli ebrei lo
hanno mantenuto: tutte le sinagoghe sono aperte. La distruzione del Santo
Sepolcro è più probabile che mai. È imminente. Gli israeliani hanno diffuso una
foto di quello che hanno definito un missile iraniano sul tetto del Santo
Sepolcro. Si tratta di un falso evidente, molto simile all'immagine di "un
missile russo sul tetto di una struttura polacca", universalmente
riconosciuta come falsa. Un tetto del genere non può resistere all'impatto di
un missile.
Israele afferma che le porte della chiesa e della moschea vengono chiuse per impedire un colpo diretto di un missile persiano. Se ciò fosse vero, perché le sinagoghe rimangono aperte? E come possiamo credere alle buone intenzioni israeliane subito dopo il genocidio di Gaza e la distruzione di Beirut? Il punto è togliere la protezione divina ai gentili, siano essi musulmani o cristiani. Sì, le persone moderne non dovrebbero credere in queste cose. Ma ci hanno creduto per migliaia di anni, e non credo che avessero torto. In un saggio intitolato L'Apocalisse adesso ho scritto: Fin dai tempi antichi, l'uomo ha saputo che la cosa più importante al mondo è il suo rapporto con il Sublime. Ci sono stati molti re, ma solo i templi sono sopravvissuti all'abisso annientatore dei secoli. Navigando lungo il fiume Irrawaddy, nelle desolate distese dell'Alta Birmania, si nota una flotta spaziale atterrata sulle colline in corrispondenza di un'ansa del fiume. Sono numerosi santuari che puntano verso il cielo. Sulla sponda opposta del Nilo, il tempio di Dendera innalza le sue colonne, a guardia della preziosa e fugace immagine di Nut, la dea della Notte. Il suo corpo scorre come un fiume nel cielo; la sua curva forma un angolo retto. Al di là del fiume, a sud, due file di sfingi conducono ai templi di Karnak. Gli Egizi costruirono le piramidi eterne perché sopravvivessero all'umanità e alla devastazione. Costruirono i templi per ricordarci che la cosa più importante al mondo è il nostro rapporto con il Sublime. Il problema è che gli ebrei pensano che sia una cosa riservata solo a loro, mentre i gentili offendono la Divinità intromettendosi nella Sua attenzione. Nell'ideale ebraico, i goyim dovrebbero essere privati delle proprie chiese e moschee; dovrebbero adorare gli ebrei, mentre questi ultimi fungerebbero da mediatori presso il Divino. Ron Unz ha scritto: "Gli israeliani sono certamente gli assassini più audaci e abili del mondo, probabilmente portando le arti oscure a livelli mai visti prima nella storia umana. L'ebraismo tradizionale, sempre più praticato in quel paese, considera tutti i non ebrei come esseri subumani, semplici bestie in sembianze umane, con rabbini di alto rango che arrivano persino a dichiarare che "mille vite di non ebrei non valgono un'unghia di un ebreo". Questa prospettiva religiosa ha ovviamente liberato le forze israeliane da qualsiasi vincolo tipico dell'esercito americano o della maggior parte degli altri paesi."
Satana sostiene (o genera) idee
che escludono la Grazia di Dio dalla nostra vita. Il suo obiettivo principale è
profanare il mondo, mentre l'obiettivo principale di Dio è riempirlo di
santità. Nel mondo di Satana, l'amore è una merce; nel mondo di Dio, il sesso è
una manifestazione dell'Amore Cosmico. Il Principe del Mondo vuole che l'Uomo
dimentichi la vita spirituale; Dio vuole che l'Uomo si elevi a Lui. Dio non è
indifferente al nostro destino; ha compiuto un'opera incredibile incarnandosi
come Uomo, soffrendo, morendo e risorgendo per noi. Anche il suo grande
protagonista, a noi noto dal Libro di Giobbe, non si arrende. Continuano a
giocare con nuove idee sulla grande scacchiera. Satana può pervertire ogni idea
di Dio; Dio può trasformare ogni idea di Satana in qualcosa di meraviglioso. Ad
esempio, l'amore per la terra di Cristo ha causato le sanguinose Crociate, ma
il Comunismo materialista ha portato una grande elevazione spirituale. Gli
attuali protagonisti non agiscono direttamente, quindi è nostro compito umano
fare le mosse giuste e, in tal modo, aiutare Dio a vincere la partita. I
guerrieri arroganti di un tempo dicevano: "Dio è con noi". Noi,
pensatori umili di oggi, dovremmo dire: "Siamo con Dio". Sono molto
preoccupato che un istinto così fondamentale come il desiderio di adorare Dio
stia scomparendo dal mondo. Se nessuno si preoccuperà della chiusura della
Chiesa e della Moschea, i Gentili (o meglio, l'umanità) possono considerarsi
estinti. Il Terzo Tempio non compenserà le nostre perdite. Piuttosto, il Nuovo
Ordine Mondiale è, in termini religiosi, l'inizio del Regno dell'Anticristo,
basato sull'eliminazione di ogni elemento spirituale dalla nostra vita. In
termini pratici, è un ambizioso tentativo di asservire completamente l'uomo.
POSTE - TIM
di Franco Astengo
Il rischio di un’operazione
soltanto commerciale.
Trent'anni
dopo la sciagurata privatizzazione (ricordate i "Capitani Coraggiosi"
così appellati da Massimo D'Alema?) lo Stato torna azionista di Tim. Si
tratterà di una operazione di "sovranità digitale" fondamentale per
l'innovazione tecnologica del Paese favorendo lo sviluppo delle comunicazioni e
della piattaforma italiana dell'AI oppure semplicemente della messa in comune
di grandi clientele e quindi di una semplice operazione commerciale?
Come scrive il "Corriere
della Sera Economia": la sovranità digitale non si decreta soltanto con le
partecipazioni azionarie e le integrazioni di businnes.
Su tutta l'operazione grava
infatti la spada di Damocle delle infrastrutture.
Attualmente l 'Italia infatti ha
due reti in fibra ottica in costruzione:
1) Open Fibra: controllata al 60%
da Cassa Depositi e Prestiti e al 40% Macquarie Asset Management (Fiber Network
Holdings) gruppo finanziario con sede a Sidney in Australia. Open Fibra sta
costruendo la rete FTTH;
2) FiberCop: al 37,8% in capo al
fondo di investimenti globale KKR con sede a New York, il 17,5% al fondo
pensioni canadese CPP, al 17,5 al fondo sovrano di Abu Dhabi, il 16% al MEF e l'11,2%
al fondo infrastrutturale italiano F2i.
Da anni si discute di come
realizzare una rete unica per colmare il ritardo accumulato: la copertura in
fibra dell'Italia resta al di sotto della media europea e le scelte
strategiche, come abbiamo visto, restano ad un livello di decisionalità molto articolata
(per descriverla attraverso un eufemismo).
![]() |
| Come il Governo spreca il denaro pubblico Le Poste fanno finanza non il compito per cui sono nate |
Così si dimostra ancora una volta tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologica. Da allora si è creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza proprio sul terreno delle strategie di fondo, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell'intervento pubblico in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l'Europa).
lunedì 30 marzo 2026
PER IL PARCO DEL PORO
di
Francesco Pugliese
Petizione
popolare alla Regione Calabria Per l’istituzione
del Parco naturale dei valloni del Poro tra Capo Vaticano, Tropea e
Vibo Valentia.
Link per firmare
https://www.ioscelgo.org/ petizioni/un-parco-naturale- sul-poro-vv-per-vivere-meglio/
Oppure mandate una email:
cdt1905@libero.it
È da tempo che sono impegnato per la tutela e la valorizzazione di territorio
e ambiente di uno spettacolare angolo di Calabria, mia terra d’origine che
porto nel cuore e nella mente, senza retorica, da cui sono partito oltre 40
anni fa per il cammino della vita. L’ultima iniziativa avviata è una Petizione
per proporre alla Regione la costituzione di un Parco e ai cittadini di
impegnarsi in questa direzione. Sostenere la Petizione è una prospettiva di
impegno; significa anche schierarsi e chiedere una politica diversa, non
chiacchiere e clientelismo ma valorizzazione delle risorse locali per un futuro
vivibile qui, senza dover emigrare. Significa chiedere alla politica impegno
vero per il diritto alla salute che comincia proprio dalla tutela della natura
non dal suo avvelenamento con discariche e spazzatura ovunque. È urgente e
vitale per tutti fare la propria parte per curare la natura proprio dove si
vive e si può, e per cambiare modelli di sviluppo che massacrano la Terra, le
relazioni umane e le esistenze e sono alla base della crisi ecologica che mette
in pericolo lo stesso Pianeta.
Occorre
fare dell’ambiente una priorità anche nella nostra zona e operare di
conseguenza magari imparando da tante bellissime esperienze attive in tutta
Italia. L’ambiente è la nostra principale risorsa. La proposta mira a
sollecitare e proporre un percorso nuovo, una strada nuova perché altrimenti
qui si parlerà sempre e solo di sottosviluppo, emigrazione, malasanità, mafia,
degrado, clientelismo. Abbiamo una miniera d’oro, spetta a noi saperla
valorizzare. Dobbiamo cambiare mentalità, dobbiamo amministrare pensando al bene
pubblico, con idee e progetti nuovi.
Occasione storica e sfida per la politica
Il Parco può essere
un’occasione storica per paesi massacrati dall’emigrazione e dalla marginalità,
un’occasione di sviluppo e di crescita di qualità, nei fatti e non a
chiacchiere. Una sfida per le popolazioni perché siano protagoniste del loro
futuro e capaci di valorizzare il proprio territorio e le proprie risorse senza
depredarli. E una sfida per le classi dirigenti locali e i partiti. Il Parco
potrebbe costituire occasione preziosa per arricchire e qualificare l’offerta
turistica della Costa degli Dei. Potrebbe essere laboratorio privilegiato di
turismo e sviluppo sostenibile, di educazione ambientale e strumento di
promozione di tutto il territorio della provincia di Vibo Valentia; potrebbe
avere davvero un valore inestimabile per le popolazioni locali, rappresentare
una svolta di portata storica. Anche lievito di una nuova cultura. Una sfida
perché siano protagonisti del proprio futuro valorizzando il proprio territorio
e le proprie risorse senza depredarli. A patto che ci sia condivisione delle
popolazioni e gestione efficace; a patto che si sia capaci di farsi ispirare
dalle esperienze migliori d’Italia e ci si creda fino in fondo e non si faccia
diventare un carrozzone clientelare. L’area che si propone a Parco è uno
spicchio di territorio del promontorio del Poro e cioè le aree dei principali
valloni del promontorio, in provincia di Vibo Valentia. Il promontorio noto per
il litorale e per un mare da leggenda, ma l’interno è tutto da esplorare. Sua
peculiarità è la diversità che tanto contribuisce a determinarne fascino e
ricchezza. In pochi kmq. abbiamo un
concentrato di beni e bellezze paesaggistiche e ambientali con pochi eguali:
flora e fauna di pregio (anche le orchidee spontanee), un prezioso scrigno di
biodiversità, antica civiltà contadina, il villaggio rupestre di Zungri,
Mesiano Antico, Briatico vecchio (piccola Pompei), Papaglionti e la grotta di
Trisulina, Alafito. La civiltà di Torre Galli; la meravigliosa grotta di Santu
Liu. Mulini e trappeti, carcare, architetture rurali, le vecchie miniere
di carbon fossile, siti paleontologici (Zungri, Cessaniti), il paese dei
murales (Favelloni), graziosi piccoli borghi (San Marco, San Cono, Mandaradoni,
Brattirò, Daffinà). Una morfologia assai diversificata compone scenari che
arricchiscono il territorio e i sensi di suggestioni e fascino particolari. Ma
c’è da fare un serio lavoro di risanamento da discariche e micro discariche.
Lavoro e sviluppo
ecosostenibile
Offrire
alle popolazioni del Poro uno strumento nuovo per la crescita (anche civile) e
per uno sviluppo ecosostenibile a dimostrazione che anche qui possono nascere
idee ed esperienze di avanguardia e di ampio respiro ideale, economico e
culturale. Anche capaci di recepire quanto di meglio si produce a livello
planetario come la Convenzione sulla Biodiversità, firmata a Rio anche
dall’Italia, nel 1992, la quale dice tra l’altro che “Le Aree protette possono
offrire opportunità allo sviluppo locale e all’utilizzo razionale delle terre
marginali, generando reddito e occupazione, per la ricerca e il monitoraggio,
per l’educazione alla conservazione, per la ricreazione e il turismo…”. L’istituzione del Parco risponde a bisogni globali e
locali; con la protezione di un’area, anche piccola, si contribuisce a
proteggere l’intero Pianeta. Si pensa ai benefici per le popolazioni locali ma
anche ai benefici per il mondo.
“Mi ci sono voluti
degli anni - ha
scritto Giuseppe Berto - per capire il paesaggio terrestre nel quale vivo… E
anni che mi sono stati necessari per capire la bellezza di queste piante aspre
e contorte del sud… degli anni ed ora sono infine arrivato a capire che il
fascino di questo posto non sta solo in una costa bellissima… ma nella
combinazione del paesaggio marino con quello agreste, la rusticità e la umiltà
del campo a contatto con la gloria del mare, la circostanza che i buoi e le
macchine che arano i campi vanno avanti e indietro sospesi tra due golfi”.
In gran parte è l’area solcata dalle fiumare
Ciappetta-Murria e Spadaro con relativi valloni. Aree di selvaggia macchia
mediterranea si alternano ad aree coltivate così come i profondi valloni sono
intervallati da piane, pianori, terrazzi. La gran parte dell’Area protetta è
rappresentata da incolto e macchia. Alcuni angoli in specie sono di grande
pregio naturalistico, nicchie naturali come nascosti negli anfratti dei valloni
dove la natura sembra esprimere il meglio di sé; paradisi botanici preziosi e
habitat vitali per la fauna, aggredita com’è da pesticidi, caccia, immondizia.
Angoli salvi per miracolo dai periodici e puntuali incendi.
La petizione è rivolta ai cittadini, alle
istituzioni locali, al mondo della scuola, della cultura, agli enti religiosi,
alla Regione Calabria
Hanno aderito tra gli altri lo
scrittore Corrado Stajano, lo storico dell’arte Tomaso Montanari, il prof.
Salvatore Settis, padre Alex Zanotelli, Fulco Pratesi (presidente onorario del
WWF), gli economisti e ambientalisti Tonino Perna e Michele Boato (direttore
della rivista Gaia di Venezia e dell’ecoistituto “Alex Langer”), Rocco Altieri
(Centro Gandhi di Pisa), Luigi Casanova (già presidente di Mountain
Wilderness), Demetrio Fortugno (università Mediterranea di Reggio Calabria);
Vito Teti, antropologo e scrittore; don Filippo Ramondino (direttore Archivio
storico Diocesi di Mileto);Vittorio Pallotti (presidente onorario del Centro di
documentazione del manifesto pacifista internazionale di Bologna), Angelo
Gaccione, scrittore e direttore del il giornale online “Odissea”.
Significative le adesioni già
raccolte. Varie sono giunte finanche dal Giappone, raccolte dalla prof.ssa
Yahmane della Ritsumeikan University; adesioni si stanno raccogliendo in
Germania e in Inghilterra e in vari altri centri in Italia e nella zona del
Poro.
Per adesioni
Scrivere al promotore Francesco
Pugliese,
Centro Documentazione
Terremoti; Zungri, Vibo Valentia
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