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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
mercoledì 3 giugno 2026
SPIGOLATURE
Civiltà delle Lettere
Un tempo, ma ne è
passato tanto, si disquisiva di civiltà delle lettere e di civiltà
di rapporti fra i letterati. Ho fatto in tempo a vederne i segni. Ora
qualche traccia rimane in singoli letterati, artisti e intellettuali in genere.
In singoli, ho detto, e non si può adoperare il termine civiltà. Qua e
là fanno capolino anche tracce di affettuosa considerazione: “I veri poeti
devono volersi bene e ricordare chi viene falciato dal destino”. Sono le delicate
parole che mi ha scritto tramite WhatsApp, un paio di giorni fa, il caro amico
poeta e giornalista Franco Manzoni. Il riferimento era alla scomparsa del poeta
romano Plinio Perilli che Franco aveva citato sul “Corriere della Sera” in una
sua “Soglia” dedicata ad un libro di Giorgio Bolla. Bolla, a sua volta, ha
scritto un toccante ricordo di Perilli pubblicato su “Odissea” lunedì 1° giugno su suggerimento di Franco. Lunedì mi è arrivata, da un’altra cara amica, la
poetessa Alida Airaghi, il commento che la poetessa Silvia Rosa ha pubblicato
su Facebook dopo aver letto la nota che Airaghi ha dedicato al suo libro L’ombra
dell’infanzia. Tutto questo intreccio di legami, di attenzioni al lavoro e
alle vite di altri sodali di penna, di considerazione affettuosa, mi ha in
parte commosso e in parte dato speranza. Non è tutto vano ciò che facciamo e
non si deve disperare: ci sarà sempre un cuore delicato che ne accoglierà un
altro, e un’intelligenza vigile che accoglierà un’altra intelligenza, spesso senza che neppure noi lo sappiamo. È per tutto questo che senza
chiedere il permesso, ho deciso di riprodurre qui il commento di Silvia Rosa.
Certo che sia lei che Alida mi perdoneranno. [A. G.]
“In questi
giorni di isolamento, scanditi da gesti di cura e apprensione, ecco che come un
fiore donato all’improvviso, senza motivo, che rallegra con i suoi colori
accessi e per la sola ragione d’esistere, ho ricevuto l’attenzione e questo scritto
generoso della poeta Alida Airaghi, che si sofferma sul mio libro L’ombra dell’infanzia (Pequod 2025, postfazione
di Franca Alaimo) e ne restituisce un'analisi critica accurata sul blog “Odissea”,
diretto da Angelo Gaccione, che ringrazio per l’ospitalità. Sono grata per
questi riscontri che giungono inaspettati, e per l’accoglienza che da persone
lontane e a volte sconosciute è rivolta al mio lavoro, mi sembra che risuoni
oltre le mie corde, molto distante anche dalle mie intenzioni”. [Silvia Rosa]
martedì 2 giugno 2026
LE DATE DELLA
REPUBBLICA
di Franco Astengo

Invece di tradirla...
25 aprile ricorrenza della Liberazione, 2 giugno il giorno del voto
che fornì' la legittimazione politica al progetto repubblicano. Le due date che, nel corso dell’anno, scandiscono il
momento delle celebrazioni più importanti per la democrazia. Un filo rosso tiene assieme il 25 aprile e il 2 giugno: le
date più importanti nella storia del nostro Paese. Dobbiamo riaffermarlo con grande forza e chiarezza non
cedendo alla tentazione di limitare il ricordo della Repubblica al solo
concetto di unità nazionale.
Ricordare il 2 giugno
assieme al 25 aprile deve significare lanciare una sfida verso chi ormai pensa
che questi passaggi siano affidati a una retorica passatista alimentando così
la semplificazione qualunquista e verso chi ritiene il momento di superare la
democrazia repubblicana attraverso un ritorno all'indietro nell'oscurantismo
autoritario. La Resistenza attraverso la quale
si realizzò la Liberazione, con la classe operaia assoluta protagonista e il 2 giugno
quando nacque la Repubblica ebbero come conseguenza immediata la Costituzione.
Una continuità assoluta di spirito d'intenti, di
comune vocazione politica, di disegno dell'orizzonte storico oltre le ideologie
e le appartenenze (pur in tempi di grande passione politica e in un clima di
repressione poliziesca verso la classe operaia e i contadini in una Italia
distrutta dalla guerra nazista, fascista, monarchica). La Costituzione deve essere ripresa in mano riaffermandone
i principi di fondo come del resto è stato nell'esito del recente referendum: in
questa occasione si è dimostrato ancora una volta come la Costituzione rimanga
il magnete più importante per attirare all'impegno la parte democratica e
progressista ancora attiva e presente nel panorama politico, culturale,
associativo dell'Italia. Era accaduto nel 2006, nel 2016 e ancora dieci anni
dopo: un ventennio segnato da tentativi di stravolgimento del nostro assetto
democratico, che pur tuttavia ha subito seri colpi anche da parte di chi
avrebbe dovuto affermarne i principi di fondo; pensiamo alla modifica del
Titolo V e a quella dell'articolo 81. Tentativi
di stravolgere l'impianto democratico-costituzionale respinti dal voto popolare
e dall'impegno unitario di forze politiche, sindacali, associative. In questo momento le stesse forze dovrebbero essere
chiamate a intervenire sulla proposta di ennesima modifica della formula
elettorale da usarsi in occasione di elezioni legislative generali. Non basterà opporsi a questo progetto di
maggioritario-personalistico ma si tratta anche di impegnarsi per far uscire la
centralità del Parlamento dal momento di oblio in cui è stata relegata.

Con la centralità del
Parlamento si situano la riaffermazione del predominio del pubblico sul
privato, del collettivo sull’individuale: quei punti nodali sui cui è basato quell'impianto
costituzionale che ha reso la Repubblica Italiana del tutto diversa dalla
monarchia dei "notabili" che aveva aperto la strada al fascismo. La centralità del Parlamento è stata proditoriamente messa
in mora nel corso di questi anni in cui si sono esercitati modi e forme
assolutamente ai limiti della legalità repubblicana (pensiamo al ruolo avuto
dalla Corte Costituzionale capace di bocciare due volte la formula elettorale
con la quale pure si era eletto 3 volte il Parlamento e però incapace di proclamare
illegittime le prosecuzioni delle relative legislature). Ricordando il 2 giugno sarà allora necessario il
collegamento diretto con il 25 aprile: le due date andranno ricordate assieme
riflettendo su di una necessaria connessione ideale da sviluppare nel nome
della Democrazia Repubblicana, un principio che non può essere abbandonato
nemmeno nei momenti più difficili. Tutto ciò
chiama però in causa l’esistenza di una sinistra politica capace di vedere il
nuovo stando collegata alla grande tradizione del movimento operaio italiano.
È stato il movimento
operaio la matrice vera della Liberazione e della Repubblica e questo non può
essere mai dimenticato.
EDGAR MORIN E LA PEDAGOGIA ESTETICA
di
Donato Di Poce

Edgar Morin
L’urgenza
che avvertiamo è di creare un mondo che ancora non c’è, perché quello attuale
non ci può bastare. Edgar Morin nel suo libro Sull’Estetica, Raffaello
Cortina Editore, definisce il nostro “stato secondo”, uno stato che si
situa tra la condizione sciamanica e la semi-coscienza, in cui ci lasciamo
attraversare dalla tensione creativa. “L’estetica”, scrive Morin, “prima di
essere il carattere proprio dell’arte, è un dato fondamentale della sensibilità
umana” [p. 11]. Il sentimento estetico è inteso come qualcosa che ci
proviene da forme, colori, suoni, racconti, spettacoli, poemi, idee, ma allo
stesso tempo dalla nostra capacità interna di estetizzazione. Sostenendo
che lo stato poetico ingloba e oltrepassa l’esperienza estetica,
l’analisi di Morin analizza la rilevanza di molte delle espressioni creative
umane per ricercare le condizioni dell’emancipazione possibile della nostra
condizione. Giunge così all’educazione e alla necessità di educare e ri-educare
all’estetica, come condizione per conoscere ciò che è umano nella sua
complessità. Per quanto fortemente imbevuto di letture e concetti
tratti dalla tradizione filosofica, Morin si propone come sociologo, non come
filosofo. Sull’estetica, scritto
con l’intento, implicito ma ben leggibile tra le righe, di mettere in opera
l’analisi di un fenomeno fondamentale in tutte le società e culture umane.
L’altro dato da non dimenticare va ricercato nel carattere non strettamente
neutrale di questa ricerca sociologica. Essa, al contrario, è sempre militante:
non può essere disgiunta da un progetto di recupero dell’umanesimo nell’età
contemporanea, un’età caratterizzata dalla sempre crescente complessità nel
campo della tecnologia, della scienza e dell’organizzazione sociale e politica
a livello planetario.

Il concetto di poeticità
Nel
discutere il carattere poetico di tutte le espressioni artistiche e nel
definire il concetto di poeticità, l’autore non si sofferma in questo caso
sull’etimologia greca del termine “poesia” (poiesis) per affermare il
nesso tra poesia e produttività umana, come aveva fatto invece
Heidegger. Morin collega la figura dell’artista-poeta a quella
dello sciamano e all’esperienza della trance: è paradossalmente la trance
sciamanica, un’esperienza di parziale e momentaneo distacco dalla realtà, a far
emergere una “parte di vita” umana che altrimenti non verrebbe conosciuta; qui
il francese gioca sull’assonanza tra trance e tranche (parte,
pezzo). Le opere che amiamo in pittura, in
musica, in letteratura, a teatro, al cinema ispirano in noi - quando siamo al
culmine dell’emozione estetica - il “sentimento del sublime” fino
a condurci alle porte dell’estasi. In altri termini, l’incanto che proviamo
contemplando il Partenone di Atene, ammirando il Giudizio Universale di
Michelangelo, ci pone in uno stato secondo di possessione, di mimesi dolce. Questo
stato, conseguente alla pura emozione estetica, suscita una sorta di
sdoppiamento: il fruitore entra in contatto con l’opera e questa, di riflesso,
lo domina in un vortice di trance o
possessione. È la cosiddetta “partecipazione estetica” che
stimola nell’anima un sentimento di vita, un’emozione che fa vedere in faccia
la cruda tragedia umana permettendo di sopportarla e di affrontarla con umana
compassione.
L’arte - secondo Morin - è “sciamanismo
interiorizzato e atrofizzato”. Lo scrittore è un “semi-sciamano”, un visionario posseduto da una potenza
allucinatoria che altro non è se non un daimon greco che
supera lo stato cosciente. “Attraverso l’emozione estetica
impariamo a conoscere il mondo”, sostiene Morin. La
bellezza ci insegna che l’umanità è “al contempo una e diversa” e
che “i singoli individui recano in sé qualcosa di universale”.
Pensata in questi termini, l’estetica potrebbe giocare un ruolo immenso nella
comprensione tra gli uomini nell’epoca dei Big Data, dove trionfa
l’informazione a scapito del pensiero. E da qui potrebbe partire la “rivoluzione pedagogica essenziale” che auspica Morin
per sopravvivere all’ascesa dell’insignificanza, del superfluo e
dell’omologazione. L’uomo insomma, è capace di quello che Morin chiama stato
secondo: “Definisco stato secondo come uno stato in cui un’emozione ci
trasforma. Lo stato poetico è uno stato secondo in cui possiamo sentirci
amorevoli, pieni di ammirazione, in comunione, pieni di stupore, sopraffatti,
trasfigurati, ispirati. È al limite del mistico senza essere per questo
religioso. S’intensifica con l’entusiasmo - questa bellissima parola che
significa originariamente ‘possessione da parte di un dio’” [p. 20].
Sostenendo
che lo stato poetico ingloba e oltrepassa l’esperienza estetica, l’analisi di
Morin analizza la rilevanza di molte delle espressioni creative umane per
ricercare le condizioni dell’emancipazione possibile della nostra condizione.
Giunge così all’educazione e alla necessità di educare e ri-educare all’estetica,
come condizione per conoscere ciò che è umano nella sua complessità. Un
proposito che l’autore aveva documentato in un libro, I sette saperi
necessari all’educazione del futuro, apparso sempre da Cortina.
IMMAGINA…
di Chicca
Morone

Macchina da guerra
“Immagina
che non ci sia alcun paradiso...” (da Imagine di John
Lennon)
Tratto da un’intervista al professor Alessandro
Meluzzi, quando era un uomo libero, non condannato dal suo corpo a una penosa
reclusione nelle mura domestiche. All’epoca raccontava di una potentissima
élite intellettuale nata tra il 500 e il 600 contemporaneamente nell’Inghilterra
elisabettiana, nella Germania dei Rosacroce, nella Francia pre-illuminista.
Fondamentalmente gnostici, fautori di un sapere non concesso a tutti e che rende
alcuni uomini più liberi di altri, tali personaggi, dai nomi altisonanti, giudicano
l’appartenenza a questo “club” l’unico requisito per essere destinati (ovvie ragioni
sapienziali, scientifiche o pseudo tali) a governare il mondo.
È con la
nascita dell’Encyclopédie francese e la Rivoluzione americana che possono
manifestarsi ampiamente i risultati dell’elaborazione delle menti creative di
questa élite. Le rivoluzioni che si sono susseguite, in apparenza per
risollevare le sorti della popolazione, in realtà non si sono proprio manifestate
con questo risultato.
La prima,
la rivoluzione francese, al grido “Liberté, Egalité, Fraternité” ha distrutto
la classe dirigente, composta da clero e aristocrazia, per sostituirla con il
predominio della borghesia produttiva e capitalistica: impronta che ha
caratterizzato in modo particolare l’America.
Alla
rivoluzione industriale dobbiamo lo sconvolgimento della società contadina: non
solo nella Russia di Stalin dove i Kulaki, proprietari terrieri, furono
espropriati, arrestati e deportati per essere sostituiti con la
collettivizzazione forzata delle campagne: un modo per creare grandi aziende
statali o cooperative al fine di finanziare la rapida industrializzazione del
paese e imporre il controllo politico sui contadini. Anche in Europa era già iniziato
da tempo l’accentramento nei luoghi dove la manodopera, risultava più
importante delle coltivazioni: così si erano spopolate ampie zone rurali. Ma il
progetto dell’élite non si era fermato e subito dopo la seconda guerra mondiale
un grande passo viene realizzato dalla rifondazione della Scuola di Francoforte
e dal suo direttore Max Horkheimer; il filosofo, insieme a Theodor Adorno,
compone il saggio La dialettica dell’Illuminismo in cui è considerata la
sempre maggiore importanza della società di massa e dei nuovi mezzi di
comunicazione. Viene posta la base per la pianificazione della rivoluzione
sessantottina, sotto la regia dell’istituto Tavistock - finanziato dalla
famiglia Rockfeller - deus ex-macchina dei processi di ingegneria sociale, per
un tipo di società laica e materialista.
Gli
investimenti nella comunicazione non sono esigui e in molte direzioni.
In campo
musicale è sufficiente considerare il successo dei Beatles (dei quali si dice
che l’influenza di Adorno sia stata basilare) per capire come quelle canzoni e
quei ritmi abbiano veicolato l’esaltazione di atteggiamenti anticristiani e comportamenti
contro la famiglia tradizionale... basta ascoltare le parole di Imagine,
vessillo del futuro globalismo, il fiore all’occhiello del WEF
“Immagina
che non ci sia alcun paradiso/È facile se ci provi/nessun inferno sotto di noi/sopra
di noi solo il cielo/Immagina tutta la gente/che vive solo per l’oggi”.

Cosa ci
fanno sulla copertina del loro album Sgt. Pepper’s Lonley Hearts Club Band
personaggi come Karl Marx, uno dei principali riferimenti filosofici di Adorno
e Alesteir Crowley, uno degli occultisti e satanisti più importanti e potenti
del secolo scorso? La destrutturazione della famiglia attraverso la liberazione
sessuale è manifesta in tutte le sue forme, compreso lo sdoganamento di
perversioni non punite e praticate ancora oggi dall’élite nel più ampio
disprezzo per la vita umana.
Da
qualche anno siamo vittime della quarta rivoluzione industriale, quella che
Klaus Shwab ha reso manifesta a tutti dal palco di Davos, nella più completa
indifferenza di chi ci avrebbe dovuto difendere ai primi deliri di questo
lestofante (è incriminato per una serie di reati) circondato da simili. Il
Grande Reset il processo preposto a “algoritmizzare”, robotizzare, separare gli
esseri umani attraverso il distanziamento fisico e sociale, oggi ha avuto
qualche battuta di arresto: gli orrori della psico-pandemia stanno emergendo e
non siamo tutti così convinti che l’Agenda 2030 sia il Paradiso a cui tendiamo.
“Non posseggo più nulla, non ho privacy ma non sono stata mai così felice”
non è stato un mantra introiettato profondamente... Distruggere le dimensioni
della differenza tra i sessi, tra i popoli, le culture, le etnie e le religioni
è un progetto legato al conte Richard Nikolaus von Coudenhove-Kalergi (1894-1972),
discendente da una famiglia di Samurai per parte materna e di un diplomatico
austro-ungarico paterno, dallo spiccato narcisismo nell’identificare il proprio
meticciato come a-tout vincente per tutti gli europei. Un’unica Europa
con una massiccia importazione di migranti provenienti dall’Africa avrebbe dovuto
favorire l’arricchimento popolare, producendo una società multietnica: in
realtà la dissoluzione della nostra compagine sociale e soprattutto religiosa ha
creato di fatto, insieme ad altre cause, un impoverimento del singolo cittadino.
Usi e tradizioni diverse, nonostante le continue asserzioni di politici, non
favoriscono l’integrazione; il tutto finisce con l’essere focolaio di
problematiche molto gravi, spesso causa di reazioni spropositate dai singoli
cittadini. Per mantenere l’ordine abbiamo bisogno di un ipotetico esercito
comune ai vari stati, come bofonchiato Super Mario nel sostenere gli abbondanti
investimenti, nell’ottica del riarmo europeo? Spero proprio di no.
lunedì 1 giugno 2026
IN RICORDO DI PLINIO PERILLI
di Giorgio Bolla

Plinio Perilli
La scomparsa del poeta romano.
La vita è buffa, sì molto. Io
credo che cominciare da un luogo sia obbligatorio, dovuto. Plinio Perilli ha
iniziato a Roma. Nasce nella capitale nel 1955. Con lentezza sicura ha
esplorato l’anima della sua città, consapevole. Piano, ha capito che là doveva
essere. Doveva guardare. Figlio di una famiglia importante, non ne ha
approfittato. Ha presto capito quale era la sua strada, il luogo dove doveva
essere. In Otto Secoli di Poesia Italiana (Newton-1993), sotto l’egida
di Giacinto Spagnoletti, raccoglie e ordina la lingua poetica più difforme
nella formulazione e negli esiti che è quella della nostra penisola. E poi
quella cosa meravigliosa della Storia dell’Arte Italiana in Poesia (Sansoni-1995),
dove Plinio Perilli vince, demolisce l’idea che ci possano essere steccati fra
le diverse forme artistiche, fra distinte espressioni estetiche.
Per Perilli la Poesia era una
sola esclusiva entità: scriverla o poterla interpretare era la stessa cosa. Ho
sempre pensato che il miglior critico di poesia debba essere un poeta. Solo lui
sa guardare in faccia la Dea. Può parlarle. Plinio ha eseguito. Ma il suo impegno
di raffinato, coltissimo e consapevole poeta, non poteva abdicare:
L’aquila, sorvolandosi
Perfino i duri merli di pietra
lassù, in alto,
di colpo si spostarono – la
nostra nobile Storia
inclinata nella sua immensa,
tagliente diagonale
fatta di secoli e montagne,
castelli, anime e rupi:
sbilanciata, la geometria celeste
che tiene in piedi
il peso astrale e ci lievita
affranta oltre lo sguardo...
(“Edizioni d’Arte e Laboratorio
Creativo Musidora”
di Nina Maroccolo-2011)
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| Plinio Perilli |

Perilli e Bolla a Casetta Parise
Nelle raccolte Ragazze
Italiane (Sansoni-1990), L’amore visto dall’alto (Amadeus-1996), Melodie
della terra (Crocetti-1998) e poi Gli amanti in volo (Pagine-2014) e
infine Museo dell’Uomo (Zona-2020) – ma tanto altro ancora – in Lui
rimane sempre presente questa ricerca del Senso. Il Senso che si affaccia alla
vita e che domanda spiegazioni agli umani. Tante volte questo Senso non lo
troviamo, o forse solo gli Eletti. Ma c’è quella Speranza, la Virtù Teologale.
E Plinio ci credeva, io lo so. Sempre con la vita in faccia e la ricerca di una
bellezza cosmica, lo sciogliersi della Parola, la meraviglia davanti ad
un’opera di Pontormo...
A volte decidiamo di dare una
definizione alla bellezza, ma sconfiniamo. Bellezza giustizia, bellezza
dolcezza, bellezza onestà, bellezza bontà. È tutto vero. Un poeta ci arriva
vicino e guarda. Il suo modo particolarissimo di incontrarmi, con il primo
bacio sulla guancia sinistra e il secondo vicino alle labbra, a destra. La sua
necessità quasi ossessiva di distacco attraverso la bellezza. Quando successe
fui il primo a sentirlo: Nina, il suo grande amore, era appena morta. E Lui
rispose alla mia chiamata, io del tutto inconsapevole. Parlava con la lucidità
che solo il poeta può affermare: “È morta Nina”. Era bello, e facile, renderlo felice.
Da poeta totale quale era ricavava gioia nell’immergersi nella bellezza anche
la più semplice e naturale, come accarezzare un gatto o arrivare in cima ad un
ponte di Venezia col fiatone e fermarsi a guardare, contento. Eppure quando ero
con Lui capivo come il destino dell’uomo è fragile. La nostra sola nobiltà è
questa consapevolezza, che non può essere però una resa. Ricordo quando
parlavamo dei Tragici Greci, di Shakespeare e ancora. Ma parlando di Pier Paolo
Pasolini si accendeva qualcosa in Lui: “Sai Giorgio, io l’ho conosciuto”.
Guardare in faccia il dolore del mondo, pochi riescono. Io credo che Plinio ci
riuscisse.
Chiunque rimaneva attonito
davanti alla sua straordinaria cultura, che trasmetteva sempre con assoluta
delicatezza, mai prevaricando l’interlocutore.
L’anno scorso (2025) - l’ultima
volta nella quale ho avuto il privilegio e la grazia di averlo con me per
presentare un mio libro - nella casetta sulla Piave dove Goffredo (Parise)
scrisse i Sillabari, ancora una volta lo vidi felice. Di quella felicità
primigenia, come i bambini hanno. Sentiva l’onore “poetico” di essere lì.
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| Perilli e Bolla a Casetta Parise |
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| Perilli fotograto da Bolla a Venezia |
A Venezia mi emozionò quando nel 2022, reduci da una presentazione all’Ateneo Veneto, mi disse: “Giorgio, fammi una foto qui”. Con quella sua delicatezza ed eleganza esclusive, elitarie. Sempre accanto alla sua straordinaria cultura. Il pomeriggio della foto la luce era piena, altera, padrona. In quella stessa città a parte dove il montare della tempesta è subitaneo, immotivato, ineludibile. Lui sapeva anche questo. Ora, adesso, vivo questo momento quasi fosse stato una premonizione. E con l’ultima Prefazione che Lui ha scritto, scritta per il mio libro di poesia Dove sei che è la storia lirica del mio amore felino che se ne era andato via un anno prima, pubblicato nell’Aprile 2026 con Book Editore di Massimo Scrignoli - suo fraterno sodale -, Plinio ancora una volta mi dimostrò che aveva capito tutto: Un metasogno che miagola luce! (La creaturalità, come dono e gesto del Divino...) (dalla Prefazione a Dove Sei). Ieri, 31 Maggio 2026, in Soglie (“Lettura” del Corriere della Sera) di Franco Manzoni - anche Lui caro nostro amico poeta - usciva la Recensione a Dove Sei, con la citazione della sua ultima splendida Prefazione. Gli ho telefonato ma non mi ha risposto. Non poteva. Era andato nell’altrove il giorno prima, 30 Maggio 2026. Ora anche Tu, Plinio, sei voluto andartene. Magari ti sei stancato di vedere la bellezza perdente, in questi nostri luoghi di smarrimento. Ma invidio sempre quella tua Speranza che in maniera profondamente cristiana affermavi, non ti stancavi mai di farlo. Ti sono grato anche di questo. E ti amo, come Ange, come tutti i poeti che ti hanno voluto bene. Chissà cosa starà pensando Roma, la città tanto amata e vissuta: “Cosa ci ha combinato questo Plinio Perilli”. Dentro un turbine di bellezza e di onestà.

Un ritratto di Bolla
(...) approda, vola e
sorvola, miagola, guarda e tace
L’anima dell’Amore: soavemente
sale,
s’innalza e trascorre la luce.
(dalla Prefazione a Dove Sei)
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| Un ritratto di Bolla |
domenica 31 maggio 2026
LA SCOMPARSA DI EDGAR
MORIN
di Franco Astengo

Edgard Morin
La mia sinistra e il “Socialismo
della finitudine”.
È morto
Edgar Morin: a 104 anni uno degli ultimi maîtres
à penser della cultura contemporanea. Sociologo, filosofo,
antropologo e epistemologo: un “intellettuale onnivoro”. Mi permetto di ricordarlo per un passaggio di pensiero che
mi fa ritornare ad un testo di Felice Besostri, la cui mancanza proprio in
questi giorni non è mai stata così forte nella sinistra italiana.
Nel luglio 2014 sul
blog “Perché la sinistra” compariva infatti un testo di Felice che prendeva
spunto proprio dal libro di Morin Ma gauche (Erickson, Trento 2011): “La
sua sinistra è anche la mia, quella che ricomponga i suoi filoni ideali storici
: socialista, comunista e libertaria con l’aggiunta dell’Ambientalismo e dei
diritti umani e civili. Si parla dei filoni ideali, perché le loro
realizzazioni storiche hanno deluso, mentre gli ideali non tradiscono mai. La
situazione attuale della sinistra è peggiore che 100 anni fa. Ora come allora
la sinistra è divisa, ma almeno allora si divideva tra socialdemocratici e
comunisti su come arrivare ad una società socialista, non per avervi
rinunciato. Allora si pensava che il Partito dovesse prefigurare la futura
società. Se ne fossimo ancora convinti ci sarebbe da averne paura. Sappiamo
tutti come è la vita interna ai partiti. Cosa manca alla sinistra per aspirare
a governare il paese con suoi uomini e donne e suoi programmi? Si pensa che non
ha un leader carismatico. Sbagliato! È la mancanza di sintonia con la
maggioranza dei cittadini, quelli che hanno pagato e pagheranno la crisi. Più
che di un leader abbiamo bisogno di tante persone assolutamente normali
che vivano insieme ad altri come loro, ne ascoltino le domande anche se
non hanno subito le risposte, ma si impegnano cercarle. C’è una crisi della
rappresentanza e perciò della democrazia, anche perché ci si è fatti
abbagliare a sinistra dai miti della governabilità, ma anche perché abbiamo
separato la rappresentanza dalla sua organizzazione. Denunciamo che i poveri
assoluti sono passati da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila. È un
dramma che non si traduce in un aumento dei consensi per chi ritiene che sia
intollerabile. Ci sono anche 2 milioni e mezzo di depressi, che non si
aggiungono ai poveri assoluti, è molto probabile che i poveri assoluti siano
anche depressi. Perché questo fatto, la mancanza di consenso tra chi è
emarginato, non è al centro delle nostre riflessioni? Che è poi l’unico modo
per rendere credibile il legame indissolubile tra libertà democrazia e
socialismo. Quello cui credo perché lo ripeto sono qua da socialista, e i
socialisti devono ritrovare piena cittadinanza nella sinistra”.
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| Edgard Morin |
Fin qui Felice Besostri nell’occasione citata.
Su quella base
elaborammo assieme l’idea del “socialismo della finitudine” le cui basi
politiche ancora nel 2020 così eravamo capaci di riassumere: Siamo nel pieno
di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui
nessuna generazione è mai stata chiamata, a partire dalla prima rivoluzione
industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe
operaia nei sindacati e nei partiti di massa.
È questo, della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di
una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo
della finitudine”. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea
dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo
di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore
della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e
progressive”. Il primo punto di programma di una aggregazione politica così
teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla
progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse
tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una
progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal
“pubblico”.
È questo, della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di
una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo
della finitudine”. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea
dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo
di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore
della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e
progressive”. Il primo punto di programma di una aggregazione politica così
teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla
progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse
tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una
progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal
“pubblico”.
Felice Besostri ci ha
lasciato nei primi giorni del 2024, Edgar Morin adesso: possiamo considerare l’idea
del “socialismo della finitudine” un lascito di entrambi.
POETI STRANIERI
di Anna Rutigliano

J. K. Stefansson

Il binocolo, a cui, il poeta islandese Jón Kalman Stefánsson, autore della presente raccolta poetica, Quando i diavoli si svegliano dèi (Djöflarnir taka á signáðir og vakna sem guðir), Iperborea, 2023, pagg.160, (con testo originale a fronte, tradotto da Silvia Cosimini), affida le proprie osservazioni/intuizioni del mondo sia naturale che artificiale, dalla finestra del terzo piano di un edificio di Reykjavіk, presso cui abita, non sempre restituisce immagini nitide del paesaggio circostante, complici l’aurora boreale, lo scioglimento dei ghiacciai ed il mare pieno di plastica. Un terzo occhio interiore, infatti, agisce simultaneamente alla lente di ingrandimento binoculare di Stefánsson: esso sembra essere racchiuso tutto in una congiunzione ( Eða=oppure), apparentemente piccola e circoscritta, ma che invece espande la prospettiva di libertà del poeta/individuo sul mondo, a seconda che si scelga di vivere coraggiosamente o si opti per il niente (O - questa congiunzione pacata, modesta o forse allora non è una congiunzione ma dubbio, disperazione, paura, speranza, ottimismo, è il ponte che regge ogni cosa.).
Così, per Stefánsson, la cui epoca presente è pervasa dalla filosofia della morte in ogni dove (e la Morte, come il cielo- la vediamo ovunque andiamo), ricalcando i versi shelleyiani di Death is here and there (la morte è qua e là), le catene montuose islandesi, non sono leopardianamente indifferenti alla condizione umana, non rappresentano mera roccia brulla, fredda e desolata, tali da obbligare il poeta a peregrinare per il mondo, rifuggendo dal dolore, semmai esse fendono il buio per elevare l’anima, in cerca di spiragli di luce, al vasto cielo, tingendosi di rosa in un mattino ottobrino (è bello vedere i monti quando si guada fuori, abbiamo bisogno di fare affidamento su di loro, abbiamo davvero bisogno di fare affidamento su tutto ciò che si innalza, che fende il buio, che accoglie più luce e ci offre una prospettiva.), oppure, possono personificarsi in grandi politici, in quanto dovrebbero essere i presidenti degli Stati Uniti, della Russia e della Cina. La fusione totale del poeta con la natura raggiunge, poi, il suo apice, nel processo di deificazione di Tíra, suo fedele amico cane, nel Dio che fa anche bei sogni.

Il poeta con Tìra

A Tíra, così come ai suoi simili a quattro zampe, Stefánsson, infatti, dedica una poesia dai toni teneri, scorgendo nella sua figura, la terapia che lenisce ogni tipo di solitudine sino a non dover più avere bisogno del cielo o di un dio su cui fare affidamento, anche se materialmente il suo nome non sarà mai il titolo delle vie cittadine del mondo. (Tíra significa piccola luce… lo so che Reykjavіk non le intitolerà mai una strada, eppure è una luce che fende il buio, desidera solo essere amata desidera solo amare, mi accoglie ogni volta come se meritassi di vivere). Come nel “Doppelbereich” rilkiano dell’esistenza, nel “doppio regno” di Stefánsson, il cui novantasette per cento è costituito da morte ed il sette per cento di vita, noi abitanti del pianeta terra abbiamo, tuttavia, una missione fondamentale per salvare quella piccola porzione restante di esistenza: vivere come unico scopo, che non solo vada oltre il sentimento di “Söknuður” (del rimpianto) della persona amata dipartita e delle persone a noi care, in generale, ma che abbia, soprattutto, il sapore della “Hlatúrinn” (della risata) di un bambino che si addormenta diavolo e si risveglia angelo/dio, perché il futuro, negli occhi del poeta, poggia speranzosamente sulle gracili spalle dei bambini. Vivere è anche sfidare la legge gravitazionale terrestre che ci incatena i piedi senza alcuna possibilità di volo, dettaglio sfuggito ai più grandi filosofi, nelle osservazioni di Stefánsson, (vivere non è uno standard internazionale né un marchio registrato, vivere è superare la forza di gravità del tempo nella testa, lasciare che siano le dita dei piedi ad invecchiare), per non essere relegati e puniti nel quarto girone infernale dantesco degli “avari di ideali” (la voce più alta, è quella ovvio, del quarto girone: “sanzione per la rinuncia ai tuoi ideali”).
Nella tensione amletica fra “Líf
og Dauði”, (fra vita e morte), il nostro poeta di Reykjavіk, pertanto, affida
alla scrittura poetica il ruolo di ponte di connessione col regno degli
invisibili: la poesia di Stefánsson è la lira dell’Orfeo rilkiano che con la
musica, come il canto degli uccelli in natura, come le note di Bach, si adagia,
sia pur dolorosamente, sul nostro cuore ostinato e pulsante alla velocità di un
trattore, per rendere visibilmente eterna l’esistenza: eru skáldin celeb eilífðarinnar
(i poeti sono le celebrità dell’eterno).
PARTITA DOPPIA
di Alessandra Paganardi

Alessandra Paganardi
(foto: Angelo Gaccione)
L’amore non si merita – si dona
ma questo io non l’ho
capito mai
– mi dicevano: impegnati,
sta’ buona,
meriterai l’amore che
non sai
Molto tardi ho capito
che l’amore
non è questione di
ragioneria
magari non farà rima
con cuore
ma ancor meno con
computisteria
in fondo è proprio
come respirare
non ha partita doppia
il sentimento
non si misura con
avere e dare
non è padrone della
pioggia il vento
non puoi cambiare le
onde del mare
– ama, solo di questo sii contento.
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| Alessandra Paganardi (foto: Angelo Gaccione) |
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