UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 2 giugno 2026

LE DATE DELLA REPUBBLICA
di Franco Astengo
 

Invece di tradirla...

25 aprile ricorrenza della Liberazione, 2 giugno il giorno del voto che fornì' la legittimazione politica al progetto repubblicano. Le due date che, nel corso dell’anno, scandiscono il momento delle celebrazioni più importanti per la democrazia. Un filo rosso tiene assieme il 25 aprile e il 2 giugno: le date più importanti nella storia del nostro Paese. Dobbiamo riaffermarlo con grande forza e chiarezza non cedendo alla tentazione di limitare il ricordo della Repubblica al solo concetto di unità nazionale.
Ricordare il 2 giugno assieme al 25 aprile deve significare lanciare una sfida verso chi ormai pensa che questi passaggi siano affidati a una retorica passatista alimentando così la semplificazione qualunquista e verso chi ritiene il momento di superare la democrazia repubblicana attraverso un ritorno all'indietro nell'oscurantismo autoritario. La Resistenza attraverso la quale si realizzò la Liberazione, con la classe operaia assoluta protagonista e il 2 giugno quando nacque la Repubblica ebbero come conseguenza immediata la Costituzione. Una continuità assoluta di spirito d'intenti, di comune vocazione politica, di disegno dell'orizzonte storico oltre le ideologie e le appartenenze (pur in tempi di grande passione politica e in un clima di repressione poliziesca verso la classe operaia e i contadini in una Italia distrutta dalla guerra nazista, fascista, monarchica). La Costituzione deve essere ripresa in mano riaffermandone i principi di fondo come del resto è stato nell'esito del recente referendum: in questa occasione si è dimostrato ancora una volta come la Costituzione rimanga il magnete più importante per attirare all'impegno la parte democratica e progressista ancora attiva e presente nel panorama politico, culturale, associativo dell'Italia. Era accaduto nel 2006, nel 2016 e ancora dieci anni dopo: un ventennio segnato da tentativi di stravolgimento del nostro assetto democratico, che pur tuttavia ha subito seri colpi anche da parte di chi avrebbe dovuto affermarne i principi di fondo; pensiamo alla modifica del Titolo V e a quella dell'articolo 81. Tentativi di stravolgere l'impianto democratico-costituzionale respinti dal voto popolare e dall'impegno unitario di forze politiche, sindacali, associative. In questo momento le stesse forze dovrebbero essere chiamate a intervenire sulla proposta di ennesima modifica della formula elettorale da usarsi in occasione di elezioni legislative generali. Non basterà opporsi a questo progetto di maggioritario-personalistico ma si tratta anche di impegnarsi per far uscire la centralità del Parlamento dal momento di oblio in cui è stata relegata.



Con la centralità del Parlamento si situano la riaffermazione del predominio del pubblico sul privato, del collettivo sull’individuale: quei punti nodali sui cui è basato quell'impianto costituzionale che ha reso la Repubblica Italiana del tutto diversa dalla monarchia dei "notabili" che aveva aperto la strada al fascismo. La centralità del Parlamento è stata proditoriamente messa in mora nel corso di questi anni in cui si sono esercitati modi e forme assolutamente ai limiti della legalità repubblicana (pensiamo al ruolo avuto dalla Corte Costituzionale capace di bocciare due volte la formula elettorale con la quale pure si era eletto 3 volte il Parlamento e però incapace di proclamare illegittime le prosecuzioni delle relative legislature). Ricordando il 2 giugno sarà allora necessario il collegamento diretto con il 25 aprile: le due date andranno ricordate assieme riflettendo su di una necessaria connessione ideale da sviluppare nel nome della Democrazia Repubblicana, un principio che non può essere abbandonato nemmeno nei momenti più difficili. Tutto ciò chiama però in causa l’esistenza di una sinistra politica capace di vedere il nuovo stando collegata alla grande tradizione del movimento operaio italiano.
È stato il movimento operaio la matrice vera della Liberazione e della Repubblica e questo non può essere mai dimenticato.

EDGAR MORIN E LA PEDAGOGIA ESTETICA
di Donato Di Poce


Edgar Morin

L’urgenza che avvertiamo è di creare un mondo che ancora non c’è, perché quello attuale non ci può bastare. Edgar Morin nel suo libro Sull’Estetica, Raffaello Cortina Editore, definisce il nostro “stato secondo”, uno stato che si situa tra la condizione sciamanica e la semi-coscienza, in cui ci lasciamo attraversare dalla tensione creativa. “L’estetica”, scrive Morin, “prima di essere il carattere proprio dell’arte, è un dato fondamentale della sensibilità umana” [p. 11]. Il sentimento estetico è inteso come qualcosa che ci proviene da forme, colori, suoni, racconti, spettacoli, poemi, idee, ma allo stesso tempo dalla nostra capacità interna di estetizzazione.  Sostenendo che lo stato poetico ingloba e oltrepassa l’esperienza estetica, l’analisi di Morin analizza la rilevanza di molte delle espressioni creative umane per ricercare le condizioni dell’emancipazione possibile della nostra condizione. Giunge così all’educazione e alla necessità di educare e ri-educare all’estetica, come condizione per conoscere ciò che è umano nella sua complessità. Per quanto fortemente imbevuto di letture e concetti tratti dalla tradizione filosofica, Morin si propone come sociologo, non come filosofo. Sull’estetica, scritto con l’intento, implicito ma ben leggibile tra le righe, di mettere in opera l’analisi di un fenomeno fondamentale in tutte le società e culture umane. L’altro dato da non dimenticare va ricercato nel carattere non strettamente neutrale di questa ricerca sociologica. Essa, al contrario, è sempre militante: non può essere disgiunta da un progetto di recupero dell’umanesimo nell’età contemporanea, un’età caratterizzata dalla sempre crescente complessità nel campo della tecnologia, della scienza e dell’organizzazione sociale e politica a livello planetario.



Il concetto di poeticità
Nel discutere il carattere poetico di tutte le espressioni artistiche e nel definire il concetto di poeticità, l’autore non si sofferma in questo caso sull’etimologia greca del termine “poesia” (poiesis) per affermare il nesso tra poesia e produttività umana, come aveva fatto invece Heidegger. Morin collega la figura dell’artista-poeta a quella dello sciamano e all’esperienza della trance: è paradossalmente la trance sciamanica, un’esperienza di parziale e momentaneo distacco dalla realtà, a far emergere una “parte di vita” umana che altrimenti non verrebbe conosciuta; qui il francese gioca sull’assonanza tra trance e tranche (parte, pezzo). Le opere che amiamo in pittura, in musica, in letteratura, a teatro, al cinema ispirano in noi - quando siamo al culmine dell’emozione estetica - il “sentimento del sublime” fino a condurci alle porte dell’estasi. In altri termini, l’incanto che proviamo contemplando il Partenone di Atene, ammirando il Giudizio Universale di Michelangelo, ci pone in uno stato secondo di possessione, di mimesi dolce. Questo stato, conseguente alla pura emozione estetica, suscita una sorta di sdoppiamento: il fruitore entra in contatto con l’opera e questa, di riflesso, lo domina in un vortice di trance o possessione. È la cosiddetta “partecipazione estetica” che stimola nell’anima un sentimento di vita, un’emozione che fa vedere in faccia la cruda tragedia umana permettendo di sopportarla e di affrontarla con umana compassione.
L’arte - secondo Morin - è “sciamanismo interiorizzato e atrofizzato. Lo scrittore è un “semi-sciamano”, un visionario posseduto da una potenza allucinatoria che altro non è se non un daimon greco che supera lo stato cosciente. “Attraverso l’emozione estetica impariamo a conoscere il mondo, sostiene Morin. La bellezza ci insegna che l’umanità è “al contempo una e diversa” e che “i singoli individui recano in sé qualcosa di universale”. Pensata in questi termini, l’estetica potrebbe giocare un ruolo immenso nella comprensione tra gli uomini nell’epoca dei Big Data, dove trionfa l’informazione a scapito del pensiero. E da qui potrebbe partire la “rivoluzione pedagogica essenziale” che auspica Morin per sopravvivere all’ascesa dell’insignificanza, del superfluo e dell’omologazione. L’uomo insomma, è capace di quello che Morin chiama stato secondo: “Definisco stato secondo come uno stato in cui un’emozione ci trasforma. Lo stato poetico è uno stato secondo in cui possiamo sentirci amorevoli, pieni di ammirazione, in comunione, pieni di stupore, sopraffatti, trasfigurati, ispirati. È al limite del mistico senza essere per questo religioso. S’intensifica con l’entusiasmo - questa bellissima parola che significa originariamente ‘possessione da parte di un dio’” [p. 20].
Sostenendo che lo stato poetico ingloba e oltrepassa l’esperienza estetica, l’analisi di Morin analizza la rilevanza di molte delle espressioni creative umane per ricercare le condizioni dell’emancipazione possibile della nostra condizione. Giunge così all’educazione e alla necessità di educare e ri-educare all’estetica, come condizione per conoscere ciò che è umano nella sua complessità. Un proposito che l’autore aveva documentato in un libro, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, apparso sempre da Cortina.   

IMMAGINA…
di Chicca Morone


Macchina da guerra

Immagina che non ci sia alcun paradiso...(da Imagine di John Lennon)
 
Tratto da un’intervista al professor Alessandro Meluzzi, quando era un uomo libero, non condannato dal suo corpo a una penosa reclusione nelle mura domestiche. All’epoca raccontava di una potentissima élite intellettuale nata tra il 500 e il 600 contemporaneamente nell’Inghilterra elisabettiana, nella Germania dei Rosacroce, nella Francia pre-illuminista. Fondamentalmente gnostici, fautori di un sapere non concesso a tutti e che rende alcuni uomini più liberi di altri, tali personaggi, dai nomi altisonanti, giudicano l’appartenenza a questo “club” l’unico requisito per essere destinati (ovvie ragioni sapienziali, scientifiche o pseudo tali) a governare il mondo.
È con la nascita dell’Encyclopédie francese e la Rivoluzione americana che possono manifestarsi ampiamente i risultati dell’elaborazione delle menti creative di questa élite. Le rivoluzioni che si sono susseguite, in apparenza per risollevare le sorti della popolazione, in realtà non si sono proprio manifestate con questo risultato.
La prima, la rivoluzione francese, al grido “Liberté, Egalité, Fraternité” ha distrutto la classe dirigente, composta da clero e aristocrazia, per sostituirla con il predominio della borghesia produttiva e capitalistica: impronta che ha caratterizzato in modo particolare l’America.
Alla rivoluzione industriale dobbiamo lo sconvolgimento della società contadina: non solo nella Russia di Stalin dove i Kulaki, proprietari terrieri, furono espropriati, arrestati e deportati per essere sostituiti con la collettivizzazione forzata delle campagne: un modo per creare grandi aziende statali o cooperative al fine di finanziare la rapida industrializzazione del paese e imporre il controllo politico sui contadini. Anche in Europa era già iniziato da tempo l’accentramento nei luoghi dove la manodopera, risultava più importante delle coltivazioni: così si erano spopolate ampie zone rurali. Ma il progetto dell’élite non si era fermato e subito dopo la seconda guerra mondiale un grande passo viene realizzato dalla rifondazione della Scuola di Francoforte e dal suo direttore Max Horkheimer; il filosofo, insieme a Theodor Adorno, compone il saggio La dialettica dell’Illuminismo in cui è considerata la sempre maggiore importanza della società di massa e dei nuovi mezzi di comunicazione. Viene posta la base per la pianificazione della rivoluzione sessantottina, sotto la regia dell’istituto Tavistock - finanziato dalla famiglia Rockfeller - deus ex-macchina dei processi di ingegneria sociale, per un tipo di società laica e materialista.
Gli investimenti nella comunicazione non sono esigui e in molte direzioni.
In campo musicale è sufficiente considerare il successo dei Beatles (dei quali si dice che l’influenza di Adorno sia stata basilare) per capire come quelle canzoni e quei ritmi abbiano veicolato l’esaltazione di atteggiamenti anticristiani e comportamenti contro la famiglia tradizionale... basta ascoltare le parole di Imagine, vessillo del futuro globalismo, il fiore all’occhiello del WEF
Immagina che non ci sia alcun paradiso/È facile se ci provi/nessun inferno sotto di noi/sopra di noi solo il cielo/Immagina tutta la gente/che vive solo per l’oggi.



Cosa ci fanno sulla copertina del loro album Sgt. Pepper’s Lonley Hearts Club Band personaggi come Karl Marx, uno dei principali riferimenti filosofici di Adorno e Alesteir Crowley, uno degli occultisti e satanisti più importanti e potenti del secolo scorso? La destrutturazione della famiglia attraverso la liberazione sessuale è manifesta in tutte le sue forme, compreso lo sdoganamento di perversioni non punite e praticate ancora oggi dall’élite nel più ampio disprezzo per la vita umana.
Da qualche anno siamo vittime della quarta rivoluzione industriale, quella che Klaus Shwab ha reso manifesta a tutti dal palco di Davos, nella più completa indifferenza di chi ci avrebbe dovuto difendere ai primi deliri di questo lestofante (è incriminato per una serie di reati) circondato da simili. Il Grande Reset il processo preposto a “algoritmizzare”, robotizzare, separare gli esseri umani attraverso il distanziamento fisico e sociale, oggi ha avuto qualche battuta di arresto: gli orrori della psico-pandemia stanno emergendo e non siamo tutti così convinti che l’Agenda 2030 sia il Paradiso a cui tendiamo. “Non posseggo più nulla, non ho privacy ma non sono stata mai così felice” non è stato un mantra introiettato profondamente... Distruggere le dimensioni della differenza tra i sessi, tra i popoli, le culture, le etnie e le religioni è un progetto legato al conte Richard Nikolaus von Coudenhove-Kalergi (1894-1972), discendente da una famiglia di Samurai per parte materna e di un diplomatico austro-ungarico paterno, dallo spiccato narcisismo nell’identificare il proprio meticciato come a-tout vincente per tutti gli europei. Un’unica Europa con una massiccia importazione di migranti provenienti dall’Africa avrebbe dovuto favorire l’arricchimento popolare, producendo una società multietnica: in realtà la dissoluzione della nostra compagine sociale e soprattutto religiosa ha creato di fatto, insieme ad altre cause, un impoverimento del singolo cittadino. Usi e tradizioni diverse, nonostante le continue asserzioni di politici, non favoriscono l’integrazione; il tutto finisce con l’essere focolaio di problematiche molto gravi, spesso causa di reazioni spropositate dai singoli cittadini. Per mantenere l’ordine abbiamo bisogno di un ipotetico esercito comune ai vari stati, come bofonchiato Super Mario nel sostenere gli abbondanti investimenti, nell’ottica del riarmo europeo? Spero proprio di no. 

lunedì 1 giugno 2026

IN RICORDO DI PLINIO PERILLI
di Giorgio Bolla

                                              

Plinio Perilli

La scomparsa del poeta romano.
 
La vita è buffa, sì molto. Io credo che cominciare da un luogo sia obbligatorio, dovuto. Plinio Perilli ha iniziato a Roma. Nasce nella capitale nel 1955. Con lentezza sicura ha esplorato l’anima della sua città, consapevole. Piano, ha capito che là doveva essere. Doveva guardare. Figlio di una famiglia importante, non ne ha approfittato. Ha presto capito quale era la sua strada, il luogo dove doveva essere. In Otto Secoli di Poesia Italiana (Newton-1993), sotto l’egida di Giacinto Spagnoletti, raccoglie e ordina la lingua poetica più difforme nella formulazione e negli esiti che è quella della nostra penisola. E poi quella cosa meravigliosa della Storia dell’Arte Italiana in Poesia (Sansoni-1995), dove Plinio Perilli vince, demolisce l’idea che ci possano essere steccati fra le diverse forme artistiche, fra distinte espressioni estetiche.
Per Perilli la Poesia era una sola esclusiva entità: scriverla o poterla interpretare era la stessa cosa. Ho sempre pensato che il miglior critico di poesia debba essere un poeta. Solo lui sa guardare in faccia la Dea. Può parlarle. Plinio ha eseguito. Ma il suo impegno di raffinato, coltissimo e consapevole poeta, non poteva abdicare:
 
L’aquila, sorvolandosi 
 
Perfino i duri merli di pietra lassù, in alto,
di colpo si spostarono – la nostra nobile Storia
inclinata nella sua immensa, tagliente diagonale
fatta di secoli e montagne, castelli, anime e rupi:
sbilanciata, la geometria celeste che tiene in piedi
il peso astrale e ci lievita affranta oltre lo sguardo...
(“Edizioni d’Arte e Laboratorio Creativo Musidora”
di Nina Maroccolo-2011)


Perilli e Bolla a Casetta Parise
 
Nelle raccolte Ragazze Italiane (Sansoni-1990), L’amore visto dall’alto (Amadeus-1996), Melodie della terra (Crocetti-1998) e poi Gli amanti in volo (Pagine-2014) e infine Museo dell’Uomo (Zona-2020) – ma tanto altro ancora – in Lui rimane sempre presente questa ricerca del Senso. Il Senso che si affaccia alla vita e che domanda spiegazioni agli umani. Tante volte questo Senso non lo troviamo, o forse solo gli Eletti. Ma c’è quella Speranza, la Virtù Teologale. E Plinio ci credeva, io lo so. Sempre con la vita in faccia e la ricerca di una bellezza cosmica, lo sciogliersi della Parola, la meraviglia davanti ad un’opera di Pontormo...
A volte decidiamo di dare una definizione alla bellezza, ma sconfiniamo. Bellezza giustizia, bellezza dolcezza, bellezza onestà, bellezza bontà. È tutto vero. Un poeta ci arriva vicino e guarda. Il suo modo particolarissimo di incontrarmi, con il primo bacio sulla guancia sinistra e il secondo vicino alle labbra, a destra. La sua necessità quasi ossessiva di distacco attraverso la bellezza. Quando successe fui il primo a sentirlo: Nina, il suo grande amore, era appena morta. E Lui rispose alla mia chiamata, io del tutto inconsapevole. Parlava con la lucidità che solo il poeta può affermare: “È morta Nina”. Era bello, e facile, renderlo felice. Da poeta totale quale era ricavava gioia nell’immergersi nella bellezza anche la più semplice e naturale, come accarezzare un gatto o arrivare in cima ad un ponte di Venezia col fiatone e fermarsi a guardare, contento. Eppure quando ero con Lui capivo come il destino dell’uomo è fragile. La nostra sola nobiltà è questa consapevolezza, che non può essere però una resa. Ricordo quando parlavamo dei Tragici Greci, di Shakespeare e ancora. Ma parlando di Pier Paolo Pasolini si accendeva qualcosa in Lui: “Sai Giorgio, io l’ho conosciuto”. Guardare in faccia il dolore del mondo, pochi riescono. Io credo che Plinio ci riuscisse.
Chiunque rimaneva attonito davanti alla sua straordinaria cultura, che trasmetteva sempre con assoluta delicatezza, mai prevaricando l’interlocutore.
L’anno scorso (2025) - l’ultima volta nella quale ho avuto il privilegio e la grazia di averlo con me per presentare un mio libro - nella casetta sulla Piave dove Goffredo (Parise) scrisse i Sillabari, ancora una volta lo vidi felice. Di quella felicità primigenia, come i bambini hanno. Sentiva l’onore “poetico” di essere lì. 


Perilli fotograto da Bolla
a Venezia

A Venezia mi emozionò quando nel 2022, reduci da una presentazione all’Ateneo Veneto, mi disse: “Giorgio, fammi una foto qui”. Con quella sua delicatezza ed eleganza esclusive, elitarie. Sempre accanto alla sua straordinaria cultura. Il pomeriggio della foto la luce era piena, altera, padrona. In quella stessa città a parte dove il montare della tempesta è subitaneo, immotivato, ineludibile. Lui sapeva anche questo. Ora, adesso, vivo questo momento quasi fosse stato una premonizione. E con l’ultima Prefazione che Lui ha scritto, scritta per il mio libro di poesia Dove sei che è la storia lirica del mio amore felino che se ne era andato via un anno prima, pubblicato nell’Aprile 2026 con Book Editore di Massimo Scrignoli - suo fraterno sodale -, Plinio ancora una volta mi dimostrò che aveva capito tutto: Un metasogno che miagola luce! (La creaturalità, come dono e gesto del Divino...) (dalla Prefazione a Dove Sei). Ieri, 31 Maggio 2026, in Soglie (“Lettura del Corriere della Sera) di Franco Manzoni - anche Lui caro nostro amico poeta - usciva la Recensione a Dove Sei, con la citazione della sua ultima splendida Prefazione. Gli ho telefonato ma non mi ha risposto. Non poteva. Era andato nell’altrove il giorno prima, 30 Maggio 2026. Ora anche Tu, Plinio, sei voluto andartene. Magari ti sei stancato di vedere la bellezza perdente, in questi nostri luoghi di smarrimento. Ma invidio sempre quella tua Speranza che in maniera profondamente cristiana affermavi, non ti stancavi mai di farlo. Ti sono grato anche di questo. E ti amo, come Ange, come tutti i poeti che ti hanno voluto bene. Chissà cosa starà pensando Roma, la città tanto amata e vissuta: “Cosa ci ha combinato questo Plinio Perilli”. Dentro un turbine di bellezza e di onestà.


 
Un ritratto di Bolla

(...) approda, vola e sorvola, miagola, guarda e tace
L’anima dell’Amore: soavemente sale,
s’innalza e trascorre la luce.
(dalla Prefazione a Dove Sei)

domenica 31 maggio 2026

LA SCOMPARSA DI EDGAR MORIN
di Franco Astengo


Edgard Morin

La mia sinistra e il “Socialismo della finitudine”.
  
È morto Edgar Morin: a 104 anni uno degli ultimi maîtres à penser della cultura contemporanea. Sociologo, filosofo, antropologo e epistemologo: un “intellettuale onnivoro”. Mi permetto di ricordarlo per un passaggio di pensiero che mi fa ritornare ad un testo di Felice Besostri, la cui mancanza proprio in questi giorni non è mai stata così forte nella sinistra italiana.
Nel luglio 2014 sul blog “Perché la sinistra” compariva infatti un testo di Felice che prendeva spunto proprio dal libro di Morin Ma gauche (Erickson, Trento 2011): “La sua sinistra è anche la mia, quella che ricomponga i suoi filoni ideali storici : socialista, comunista e libertaria con l’aggiunta dell’Ambientalismo e dei diritti umani e civili. Si parla dei filoni ideali, perché le loro realizzazioni storiche hanno deluso, mentre gli ideali non tradiscono mai. La situazione attuale della sinistra è peggiore che 100 anni fa. Ora come allora la sinistra è divisa, ma almeno allora si divideva tra socialdemocratici e comunisti su come arrivare ad una società socialista, non per avervi rinunciato. Allora si pensava che il Partito dovesse prefigurare la futura società. Se ne fossimo ancora convinti ci sarebbe da averne paura. Sappiamo tutti come è la vita interna ai partiti. Cosa manca alla sinistra per aspirare a governare il paese con suoi uomini e donne e suoi programmi? Si pensa che non ha un leader carismatico. Sbagliato! È la mancanza di sintonia con la maggioranza dei cittadini, quelli che hanno pagato e pagheranno la crisi. Più che di un leader abbiamo bisogno di tante persone assolutamente normali che vivano insieme ad altri come loro, ne ascoltino le domande anche se non hanno subito le risposte, ma si impegnano cercarle. C’è una crisi della rappresentanza e perciò della democrazia, anche perché ci si è fatti abbagliare a sinistra dai miti della governabilità, ma anche perché abbiamo separato la rappresentanza dalla sua organizzazione. Denunciamo che i poveri assoluti sono passati da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila. È un dramma che non si traduce in un aumento dei consensi per chi ritiene che sia intollerabile. Ci sono anche 2 milioni e mezzo di depressi, che non si aggiungono ai poveri assoluti, è molto probabile che i poveri assoluti siano anche depressi. Perché questo fatto, la mancanza di consenso tra chi è emarginato, non è al centro delle nostre riflessioni? Che è poi l’unico modo per rendere credibile il legame indissolubile tra libertà democrazia e socialismo. Quello cui credo perché lo ripeto sono qua da socialista, e i socialisti devono ritrovare piena cittadinanza nella sinistra”.

Fin qui Felice Besostri nell’occasione citata.



Su quella base elaborammo assieme l’idea del “socialismo della finitudine” le cui basi politiche ancora nel 2020 così eravamo capaci di riassumere: Siamo nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata, a partire dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei partiti di massa.
È questo, della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo della finitudine”. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma di una aggregazione politica così teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico”.



È questo, della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo della finitudine”. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma di una aggregazione politica così teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico”.
Felice Besostri ci ha lasciato nei primi giorni del 2024, Edgar Morin adesso: possiamo considerare l’idea del “socialismo della finitudine” un lascito di entrambi.

POETI STRANIERI
di Anna Rutigliano


J. K. Stefansson


Il binocolo, a cui, il poeta islandese Jón Kalman Stefánsson, autore della presente raccolta poetica, Quando i diavoli si svegliano dèi (Djöflarnir taka á signáðir og vakna sem guðir), Iperborea, 2023, pagg.160, (con testo originale a fronte, tradotto da Silvia Cosimini), affida le proprie osservazioni/intuizioni del mondo sia naturale che artificiale, dalla finestra del terzo piano di un edificio di Reykjavіk, presso cui abita, non sempre restituisce immagini nitide del paesaggio circostante, complici l’aurora boreale, lo scioglimento dei ghiacciai ed il mare pieno di plastica. Un terzo occhio interiore, infatti, agisce simultaneamente alla lente di ingrandimento binoculare di Stefánsson: esso sembra essere racchiuso tutto in una congiunzione ( Eða=oppure), apparentemente piccola e circoscritta,  ma che invece espande la prospettiva di libertà del poeta/individuo sul mondo, a seconda che si scelga di vivere coraggiosamente o si opti per il niente (O - questa congiunzione pacata, modesta o forse allora non è una congiunzione ma dubbio, disperazione, paura, speranza, ottimismo, è il ponte che regge ogni cosa.). 



Così, per Stefánsson, la cui epoca presente è pervasa dalla filosofia della morte in ogni dove (e la Morte, come il cielo- la vediamo ovunque andiamo), ricalcando i versi shelleyiani di Death is here and there (la morte è qua e là),  le catene montuose islandesi, non sono leopardianamente indifferenti alla condizione umana, non rappresentano mera roccia brulla, fredda e desolata, tali da obbligare il poeta a peregrinare per il mondo, rifuggendo dal dolore, semmai esse fendono il buio per elevare l’anima, in cerca di spiragli di luce, al vasto cielo, tingendosi di rosa in un mattino ottobrino (è bello vedere i monti quando si guada fuori, abbiamo bisogno di fare affidamento su di loro, abbiamo davvero bisogno di fare affidamento su tutto ciò che si innalza, che fende il buio, che accoglie più luce e ci offre una prospettiva.), oppure, possono personificarsi in grandi politici, in quanto dovrebbero essere i presidenti degli Stati Uniti, della Russia e della Cina. La fusione totale del poeta con la natura raggiunge, poi, il suo apice, nel processo di deificazione di Tíra, suo fedele amico cane, nel Dio che fa anche bei sogni


Il poeta con Tìra

A Tíra, così come ai suoi simili a quattro zampe, Stefánsson, infatti, dedica una poesia dai toni teneri, scorgendo nella sua figura, la terapia che lenisce ogni tipo di solitudine sino a non dover più avere bisogno del cielo o di un dio su cui fare affidamento, anche se materialmente il suo nome non sarà mai il titolo delle vie cittadine del mondo. (Tíra significa piccola luce… lo so che Reykjavіk non le intitolerà mai una strada, eppure è una luce che fende il buio, desidera solo essere amata desidera solo amare, mi accoglie ogni volta come se meritassi di vivere). Come nel “Doppelbereich” rilkiano dell’esistenza, nel “doppio regno” di Stefánsson, il cui novantasette per cento è costituito da morte ed il sette per cento di vita, noi abitanti del pianeta terra abbiamo, tuttavia, una missione fondamentale per salvare quella piccola porzione restante di esistenza: vivere come unico scopo, che non solo vada oltre il sentimento di “Söknuður” (del rimpianto) della persona amata dipartita e delle persone a noi care, in generale, ma che abbia, soprattutto, il sapore della “Hlatúrinn” (della risata) di un bambino che si addormenta diavolo e si risveglia angelo/dio, perché il futuro, negli occhi del poeta, poggia speranzosamente sulle gracili spalle dei bambini. Vivere è anche sfidare la legge  gravitazionale terrestre che ci  incatena i piedi senza alcuna possibilità di volo, dettaglio sfuggito ai più grandi filosofi, nelle osservazioni di Stefánsson, (vivere non è uno standard internazionale né un marchio registrato, vivere è superare la forza di gravità del tempo nella testa, lasciare che siano le dita dei piedi ad invecchiare), per non essere relegati e puniti nel quarto girone infernale dantesco degli “avari di ideali” (la voce più alta, è quella ovvio, del quarto girone: “sanzione per la rinuncia ai tuoi ideali”).



Nella tensione amletica fra “Líf og Dauði”, (fra vita e morte), il nostro poeta di Reykjavіk, pertanto, affida alla scrittura poetica il ruolo di ponte di connessione col regno degli invisibili: la poesia di Stefánsson è la lira dell’Orfeo rilkiano che con la musica, come il canto degli uccelli in natura, come le note di Bach, si adagia, sia pur dolorosamente, sul nostro cuore ostinato e pulsante alla velocità di un trattore, per rendere visibilmente eterna l’esistenza: eru skáldin celeb eilífðarinnar (i poeti sono le celebrità dell’eterno).

PARTITA DOPPIA
di Alessandra Paganardi


Alessandra Paganardi
(foto: Angelo Gaccione)
 
L’amore non si merita – si dona
ma questo io non l’ho capito mai
– mi dicevano: impegnati, sta’ buona,
meriterai l’amore che non sai
 
Molto tardi ho capito che l’amore
non è questione di ragioneria
magari non farà rima con cuore
ma ancor meno con computisteria
 
in fondo è proprio come respirare
non ha partita doppia il sentimento
non si misura con avere e dare
 
non è padrone della pioggia il vento
non puoi cambiare le onde del mare
  ama, solo di questo sii contento.

 

 

SCRITTURE POETICHE
di Alida Airaghi
 

Silvia Rosa


Quando la poesia riscatta un’infanzia non poetica.
 
Silvia Rosa è nata, vive e insegna a Torino: ha pubblicato diverse raccolte di poesia, collabora a blog e riviste letterarie, ed è impegnata in importanti progetti educativi rivolti a donne italiane e straniere, relativamente ai temi del gender e dell’emigrazione. Questa sua particolare sensibilità per le problematiche sociali, insieme alla formazione psicopedagogica e all’interesse per la poesia, dal punto di vista critico e di produzione diretta, risulta palese nella sua ultima pubblicazione in versi, L’ombra dell’infanzia.
Le sette sezioni in cui si suddivide il libro (C’era una voltaL’ombra dell’infanziaTutta tenebreIl dio dei bambini rottiDecalogo di sopravvivenza di bambine sotto scaccoCiò che hanno fatto di noiIl gioco delle nuvole) evidenziano già nei titoli il senso drammatico dell’argomento affrontato: l’abuso sessuale e psicologico subito dalle bambine. Un’ombra che vela, avvolge, incupisce i primi anni di vita prolungandosi poi a condizionare l’intera esistenza di donne che hanno patito esperienze di violenza. Il volume è infatti dedicato Alle sopravvissute, a coloro che sono rimaste segnate per sempre da una scandalosa e imperdonabile sopraffazione.
Chi è “questa bambina / spigolosa dalla chioma tutta tenebre / e la sottana strappata”, la bambina protagonista dei versi, personificazione di tutte le bambine derubate dell’innocenza e della spontaneità, costrette nell’inferno del terrore, della rabbia, del rancore infinito? Silvia Rosa la descrive con parole intenerite, commosse ma anche furenti e scandalizzate: uccellino smagrito, bambina sottile, bambina libellula, “quintessenza della solitudine, / un bocciolo di fiato al vento”, “bambina piccina cuore friabile / sbranato a morsi”,  “bambina solissima, scricciolo della / foresta più fonda, sei un cagnetto / che abbassa la testa”, “la manina schiusa volteggiando in cielo / come una rondine senza primavere”, raccontando di lei lo spaventato stupore, i desideri infantili disattesi (compleanni e natali trascorsi nella finzione), il desiderio naturale di essere amata e di attirare l’attenzione altrui. E poi l’ingiustificato senso di colpa, il rimorso per i propri sentimenti ostili, la vana richiesta di aiuto e solidarietà da parte del mondo adulto…



Come può reagire la piccola vittima di fronte a un tale dolore? Con un avvilito mutismo, in primo luogo (“la bambina si agglutina e / si annicchia, sbranata dal buio”), in seguito sforzandosi di risultare sempre più docile e amabile, poi vergognandosi del proprio corpo, da rivestire e camuffare con abiti sgraziati, da punire inconsciamente attraverso la negazione o l’eccesso del cibo (“diventare una mappa d’ossicine in rilievo”), infine lasciandosi andare all’aggressività, al desiderio di vendetta.
Silvia Rosa nella nota finale del libro afferma di avere composto questi versi basandosi sulle suggestioni derivate da alcuni testi sulla pedofilia e i soprusi familiari, in particolare riflettendo sulle parole di Neige Sinno in Triste Tigre (Neri Pozza 2023). Ovviamente la sua preparazione psicopedagogica, insieme al lavoro di ascolto e indagine attiva con donne abusate, ha determinato la forte denuncia politica che sta alla base della sua scrittura. La domanda se abbiano inciso dolorose esperienze vissute in ambito personale riveste poca importanza, rispetto alla decisione di servirsi dello strumento poetico per raccontare la sofferenza femminile.
L’angoscia infantile viene rielaborata utilizzando di immagini tratte da fiabe universalmente conosciute e l’inserimento di filastrocche giocose, con l’intento di attenuare la tensione: “Formichina formichetta, che cammini in fretta in fretta”, “fuoco fuochino, / fuoco delle mie brame”,Stella stellina, la notte s’avvicina / la fiamma traballa”. Come giustamente commenta nella sua partecipe e acuta postfazione Franca Alaimo: “C’è tutto il repertorio fiabesco, ma rielaborato in chiave lirico-saggistica”.



La poetessa affronta anche il mondo brutale e vile che circonda la bambina violata, e usa termini di totale disprezzo al riguardo, partendo dalla figura genitoriale autrice della violenza – padre o patrigno –, che anziché essere protettivo e affettuoso, assume le sembianze dell’Orco, della Bestia, del Mostro, del Buio, del Lupo nero, nell’imporre con tracotanza “il suo tuttopotere” osceno. Per continuare con la madre complice nel proprio silenzio, accampante scuse non credibili (“Non mi ero accorta di niente”), madre matrigna mentitrice, verso cui esplode un grido di ritorsione: “uccidi la madre / cattiva e poi rinnega quella buona, / non è mai esistita”. Infine, anche il Cielo impassibile diventa bersaglio della gelida avversione dell’autrice: il “Dio padre padrone”, “il dio dei bambini rotti” non ascolta, non risponde alle preghiere, così come le “Madonne zitte e insensibili come le madri”.
In realtà nessuno può capire il dramma di chi non ha voce per urlare, nessuno avrà mai la capacità di consolare. Nemmeno le istituzioni, gli psicologi, gli insegnanti hanno i mezzi, il tempo, la generosità o la volontà di immedesimarsi nella tragedia patita da chi rimarrà “damaged for life”, segnato per tutta l’esistenza.
In realtà nessuno può capire il dramma di chi non ha voce per urlare, nessuno avrà mai la capacità di consolare. Nemmeno le istituzioni, gli psicologi, gli insegnanti hanno i mezzi, il tempo, la generosità o la volontà di immedesimarsi nella tragedia patita da chi rimarrà “damaged for life”, segnato per tutta l’esistenza.



Ecco allora che Silvia Rosa appresta nei suoi versi un “Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco”, con indicazioni precise stilate in dieci paragrafi su come salvare se stesse senza cercare sostegno in un appoggio esterno. Tra queste regole, alcune sembrano tattiche di resilienza (scrivere, disegnare, tenere un diario, contare), altre hanno motivazioni psicologiche più profonde: mentire, dissimulare, adeguarsi a ruoli prestabiliti, non confidare la propria angoscia, praticare l’opposizione esplicita verso gli adulti, credere in se stesse. “Costruisci mattoncino dopo mattoncino la tua corazza / di salvezza”, fai della ribellione / la tua seconda pelle, diventa una bambina terribile”, “il tuo obiettivo è restare viva, non intera”.
Nelle poesie di Silvia Rosa la pressione del messaggio da veicolare sembra legittimamente sovrastare la ricerca formale, proprio per la forte istanza civile di denuncia che lo anima: ma l’intera struttura del volume rispetta un solido equilibrio compositivo, basandosi su collaudati artifici retorici, come le frequenti metafore e gli indovinati neologismi, nella volontà di elaborare un linguaggio già di per sé antitetico, conflittuale, scardinante la banalità comunicativa che prevale nella narrazione comune sulle violenze in famiglia.
 
 

Silvia Rosa
L’ombra dell’infanzia
Pequod, 2025
Pagine 83, euro 15
Postfazione di Franca Alaimo

 

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