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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
domenica 3 maggio 2026
LIBERTÀ DI STAMPA
di Zaccaria Gallo
3 maggio 2026 “World Press
Freedom Day”
Caro amico
Direttore di giornale o di telegiornale, caro Redattore o semplice Giornalista,
caro Operatore televisivo o Reporter fotografo, so che la tua missione risponde
a queste parole: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di
espressione, incluso il diritto a non essere molestato per la propria opinione
e a quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, attraverso
ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Ecco perché, oggi, io voglio essere
accanto a te, in questa Giornata che promuove la libertà di stampa e ricorda
coloro che hanno perduto la vita nel perseguire questo diritto fondamentale. Nella
storia moderna, una comprensione comune del principio di libertà di stampa è
nella dichiarazione Universale dei Diritti umani che contiene appunto anche il
diritto alla libertà di espressione: punto di svolta contro la manipolazione
delle informazioni e di tutte le forme di ostacoli che cercano di sopprimere
questa libertà. Tu, sei un mio preziosissimo amico, perché mi consenti, con il
tuo lavoro (e, ormai più spesso, con sacrifici grandissimi) di ottenere giuste
notizie sulla società in cui viviamo. Senza di te mi sarebbe difficile, o
talvolta impossibile, poter discutere liberamente e apertamente su come vanno
guardate le cose e su come dovrebbero cambiare: quando ti leggo o ti ascolto, o
guardo le tue foto, intesso quel dialogo che è alimento della democrazia. E
tutto questo è possibile se esiste la libertà di stampa. Quella libertà che mi
consente di ricevere informazioni che non siano manipolate o al servizio di una
particolare persona, organizzazione, interesse; perché, quando sei libero, io
so che puoi indagare sulle persone di potere, sui governi, che puoi sempre
porre domande difficili e cercare di scoprire cosa stia realmente accadendo,
indipendentemente dalle conseguenze politiche.
Con il tuo lavoro, consegni nelle mani del popolo la forza della democrazia: lo rendi consapevole su quali debbano essere le giuste decisioni da seguire nel momento in cui è chiamato ad esprimersi con il suo voto. E, anche dopo aver votato, mi dai la possibilità di poter controllare se le promesse elettorali di coloro che io ho ritenuto degni di portare avanti idee e progetti, siano diventate realtà vive e vere e non sono, invece, rimaste solo vuote parole. Io e te sappiamo bene che i governi autoritari vogliono mantenere il potere sopra ogni cosa. Avere conoscenza del fatto che siano spesso incredibilmente corrotti, quanto incompetenti, dovrebbe effettivamente mettere in pericolo la loro presa sul potere, a condizione che ai cittadini venga detta la verità. Ma, quando non c’è una stampa libera, quella che tu garantisci ogni giorno, quando il flusso delle informazioni è controllato dal governo o dagli oligarchi, io sono destinato a ricevere una immagine distorta di quello che accade. Però, questa è la mia grande fortuna (ed è per questo che oggi con te celebro questa giornata mondiale): è sapere che tu, nonostante innumerevoli difficoltà, non deroghi all’impegno che ti sei assunto nell’informarmi e nel fermarti dall’indagare per fare emergere la verità. Ho parlato di difficoltà? Scusami! Non ci sono solo le difficoltà, ma c’è sempre il pericolo di perdere la tua libertà personale e tanto spesso, ormai, la stessa tua vita.
Quanto è lungo l’elenco dei tuoi colleghi uccisi, fino a ieri, in ogni parte del mondo, e non solo per un incidente di guerra, ma anche per la proterva decisione di ridurti al silenzio. Le mafie, le oligarchie di ogni colore, hanno paura del giornalismo, hanno paura delle domande: loro quando possono scappano dalle domande, scappano dalle inchieste e, se proprio sono costretti, possono arrivare anche a toglierti la vita. Chi compie il male o compie misfatti ha bisogno di oscurità e silenzio. È quello che accade sotto i nostri occhi negli Stati Uniti di Trump, nella Striscia di Gaza, nei territori palestinesi della Cisgiordania ad opera dei coloni e dell’esercito israeliano, in Turchia, in Ucraina e in Russia, in Messico e in tantissime altre parti del pianeta. Tu sei considerato un pericolo, soprattutto quando operi negli scenari di guerra e diventi un obiettivo: sparano prima a te e poi al nemico. Perché sei un testimone scomodo, soprattutto se fai luce su crimini e genocidi.
Conosco le aggressioni e le violenze, non solo verbali, ma
fisiche e psichiche alle quali ti sottopongono, agli arresti e agli
interrogatori che sfociano spesso in vere torture, agli agguati che si
concludono con l’omicidio (non abbiamo dimenticato Ilaria Alpi). E non possiamo
non tacere la preoccupazione che ci assale se pensiamo al nostro paese, all’Italia,
che quest’anno è retrocessa dal 49° posto del 2025 al 56° posto della
graduatoria Reporters sans Frontieres (RsF, dati ANSA). Il comportamento
dell’attuale maggioranza di governo, la compresenza purtroppo anche di tuoi
colleghi, apertamente adusi a propagare notizie e opinioni false e
dichiaratamente prone verso finanziatori palesi o occulti, ci fa ogni giorno intravedere
quante volte si cerchi di evitare il confronto con opinioni divergenti, quante
volte si eviti il contradditorio con la stampa, e non si tratta solo di un
fastidio, quante volte si orienti l’opinione pubblica in direzioni diverse da
quelle sostenute dalla verità dei fatti. Per questo condivido la tua
preoccupazione (che da cittadino deve essere anche mia): questo approccio
riflette una volontà di controllare fin dove è possibile l’informazione e di
evitare il confronto delle opinioni. Allora, mi rivolgo a te, oggi, che è la
Giornata Mondiale per la Libertà di stampa, per dirti grazie. Senza la tua
libertà non c’è democrazia e senza democrazia non c’’è la mia libertà.
UN BILANCIO
DI LUNGO CORSO
di Carmine
Tedeschi
Angelo
Gaccione, Una gioiosa fatica.
A cura di Giuseppe Langella, La scuola di Pitagora,
Napoli 2025.
Questa
recensione è apparsa lunedì 26 aprile 2026 sulla Rivista letteraria “Incroci”.
Odissea ringrazia l’autore Carmine Tedeschi e il direttore Lino Angiuli per
averne autorizzato la pubblicazione su “Odissea”.
Le due
date del sottotitolo (1964- 2022) individuano un bel
pezzo di vita illuminato dalla scrittura poetica. In pratica, dalla giovinezza
alla piena maturità dell’Autore. Limiti ampi, entro i quali si immagina
facilmente l’operazione selettiva che gli ha permesso di pescare fra le sue
poesie quelle più adatte a formare questa raccolta antologica con un intento
tematico unitario. Raccolta che somiglia molto ad un bilancio di lungo corso.
«Posso con semplicità affermare che la poesia ha riempito la mia vita e me ne
sono nutrito. In maniera discreta, ma continua, l’ho sempre praticata». Così
Gaccione informa il lettore nell’Incipit.
L’esplicita
confessione viene ripresa quale premessa di lettura anche da Franco Loi e da
Tiziano Rossi, rispettivamente ne l’Ouverture e nell’Introduzione,
in capo alla raccolta. Ma se ne ricava anche una conferma implicita
dalla prima occhiata al Sommario, dove i titoli delle sezioni,
tutti al femminile, raggruppano le poesie per sottotemi, in base a diverse
situazioni registrate dalla voce poetante: Le ritrovate, Le illuminate,
Le straniere, eccetera. L’effetto curioso è che a prima vista viene
spontaneo riferire gli attributi a donne sconosciute, per cui ci si aspetta una
lirica d’amore. Ma ti accorgi subito dell’abbaglio: si riferiscono alle poesie
stesse. Le quali con le donne amate hanno tuttavia qualcosa in comune, ed è
l’amore consumato, la memoria, la nostalgia. Perché scrivere poesie è sempre un
atto d’amore, verso qualcuno o qualcosa non importa.
Qui
l’oggetto d’amore esplicato diffusamente nei versi si profila vasto, ma non
indeterminato. Si definisce man mano che la lettura procede. Nasce però da un
bisogno morale già chiaro fin dall’inizio (Loi lo segnala in due poesie di
esordio), che si può identificare nella sete di giustizia, nell’avversione alla
prepotenza e all’inganno, nella pietà per il dolore altrui e quindi umanamente
di tutti. La visuale si allarga perciò dal Sé alla società tutta, agli ultimi,
al travaglio storico attraversato, al presente intossicato dall’odio in dimensione
globale. È questa, la tematica comune a tutte le sezioni, che rende la raccolta
nell’insieme un esemplare di poesia civilmente “impegnata”, come si diceva
caparbiamente una volta (ma perché mai non si deve poterlo dire ancora?).

La copertina del libro
Se
ne rileva facilmente il percorso incontrando le poesie in tal senso più
esplicite, disseminate come pietre nei guadi in tutte le sezioni. Poesie che
fanno affiorare la tematica in modo sempre più chiaro, e si fanno sempre più
numerose col procedere della lettura. Fino ad arrivare a Le incivili e Le
Ultime, segnate tutte dalla passione civile, dove il dettato abbandona
le allusioni, i toni smorzati, i temi relativi a sentimenti e rimembranze
personali, il compianto per le vittime di stragi e attentati avvenute nel
passato, per assumere la forma dell’accusa diretta, del sarcasmo,
dell’invettiva, segnando così il punto di arrivo di un climax che
va dal disincanto e dall’amarezza, all’irritazione, all’indignazione, alla
rabbia.
Proviamo
ad appendere al filo tematico appena descritto qualche testo esemplare.
Pensosità
ed esortazione politica durante i terribili anni Settanta: «Non sparate, /cessate il fuoco per raccogliere i morti/ le coppe di sangue sono ormai colme.
[…] Il nemico dà ordini alle vostre spalle», (Senza titolo, 1977, da Le
Illuminate). «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza/ può fugare i
nostri dubbi./ Ultimi illuministi cadiamo sconfitti/ sotto la morta ragione»
(Senza titolo, 1978, ancora da Le illuminate).
Sentimenti
e affetti privati, proiettati in una amata compagine urbana, tratteggiata a
forti contrasti: «Stupenda notte di Milano/ bella per noi poeti/chi osa ancora
oltraggiarti?/ Dacci la tua musica che ci appartiene/ e i tuoi figli violenti/ La
notte è degli artisti/ il giorno è dei mercanti.» (Mia città mio
cuore, 1982, da Le Milanesi).
Un
monito ad aprirsi alla solidarietà civile in nome di antichi valori in un’epoca
che li ha dimenticati; facile intravedervi il fenomeno dell’immigrazione
osteggiata. «Perché, figli della Magna Grecia,/ vi siete inimicati gli dèi/ rinunciato
alla pietà/ obliato la sacra ospitalità dell’amicizia…?» (A voi figli della
Magna Grecia, 1989; da Le Arrabbiate).
Una
rivendicazione aperta della propria poesia civile: «Ed ora va’ parola mia/ libra
le tue ali sul mondo/ e se ti mettono in catene/ tu mettiti a cantare» (Va’
parola mia, 2000; da Le arrabbiate).
Ancora
contro i benpensanti, schifati dalla presenza sempre più invadente di immigrati
e barboni. Qui, con efficace e feroce antifrasi, i versi fanno il verso
all’orrore, alla ripugnanza che questi “alieni” destano nei beneficiari della
civiltà dei consumi, i quali arrivano ad augurarsi che affoghino nel “mare
grosso”: «Uno sconcio/ davvero un intollerabile sconcio/ avete ragione da
vendere./ Se ogni tanto quei barconi…/ se ogni tanto il mare grosso…/» (Cinquantanove
versi, 2010; da Le dolenti).
Stessa
postura sarcastica dinanzi all’indifferenza generale per i drammatici segni del
cambiamento climatico: «Che farete quando sparirà l’inverno?/ E quando dalle
nuvole non scenderà una goccia/ per anni ed anni,/ che farete, di grazia?» (Poesia
impertinente, 2022; da Le Incivili).
Sono
solo poche citazioni esemplari della tematica portante, purtroppo insufficienti
a significare l’impegno civile nel tempo, sempre più spoglio di riferimenti
espliciti al Sé e sempre più prepotente verso il suddetto ‘oggetto d’amore’.
Tuttavia la poesia dedicata agli affetti intimi, benché minoritaria, non è del
tutto assente dalla raccolta. Solo un esempio: «Parto./ Siate lieti./ E voi che
restate dite:/ “Non è passato invano sulla terra”». (Addio, 2014; da Le
diverse). Ricorda tanto la lirica, affine per soggetto ma molto diversa per
atteggiamento psicologico e resa stilistica, di Caproni: Congedo del
viaggiatore cerimonioso.
In
definitiva, si capisce perché questa raccolta sia stata pubblicata nell’ambito
della collana inventata da Giuseppe Langella per dare man forte alla poesia
cosiddetta “civile”.
https://incrocionline.wordpress.com/2026/04/26/angelo-gaccione-una-gioiosa-fatica-1964-2022/#more-6189

LIBRI
di
Anna Rutigliano
Nell’incessante
moto ondoso della coscienza dello scrittore Federico Lotito, approdato alla sua
quinta silloge poetica dal titolo Senzatitolo (edizioni Qed stèresis, pagine 100, 2026), i pensieri affiorano in superficie fluttuando tra tempo non
quantificabile delle emozioni, di
bergsoniana e woolfiana memoria, anche quando la struttura della
raccolta poetica in questione, sembra dare adito ad un “bilancio esistenziale”,
secondo la logica dei registri contabili (leggeremo di trimestri, in senso
inverso, dal quarto al primo) e lucidità, dettata dalla consapevolezza dell’autore,
giunta a maturazione, di voler abbracciare coraggiosamente la realtà nella sua autenticità.
Se da un lato, il poeta si fa portavoce di un grido intimo, ai più indifferente,
(l’urlo per la sopravvivenza di chi non arreca disturbo non ha valore nella
scala decibel) e collettivo
contro la guerra, in cui i corpi,
soprattutto innocenti, sono violati per ingordigia di profitto: -Pensiamo di
poter comprare il futuro svendendo questo presente saltimbanchi della parola
bugiarda ci laviamo le mani con la banalità senza scrupoli sbraniamo corpi
stupriamo idee e gente inerme crediamo di avere sempre ragione, come si
sopporta tutto questo? Non esiste una risposta la ragione è che siamo degli
idioti; dall’altro, egli compie una scelta coraggiosa e chirurgica, quando,
immerso negli abissi della propria realtà psichico-corporea, decide di
accettare non passivamente il presente: -a chi come me non si sottrae al
dolore andiamo avanti senza lamenti resistiamo nella nostra ribellione qui non
c’è nient’altro da fare. La poesia che ne deriva, è essenziale, schietta e
fedele allo slogan del less is more del minimalismo letterario
statunitense, che accompagna da sempre lo stile poetico di Lotito. Essa non offre
spazi per eufemismi linguistici, nell’abitudinario gioco di vivere, non
insegue schemi ritmici della metrica tradizionale nell’intreccio acrobatico
della Vita di sempre, sezione con cui si apre la silloge, piuttosto il
poeta si imbatte in una scrittura piana e asciutta che procede per sottrazione
di interpunzioni, arricchendo, di contro, la semantica della parola sul piano metaforico:
al tavolo dei vincitori si spartiranno la veste la bilancia penderà sulla
voce profitto le lacrime degli invisibili non serviranno nemmeno più a piangere
i morti. Per quanto poi, Lotito sostenga che non c’è trama ma che
l’esistenza sia solo un rumoroso silenzio di carte, la sua poesia intesse
un fitto rapporto con la filosofia, anzi con le filosofie, con le molteplici
Weltanschauungen con cui ogni comune mortale si incammina nel viaggio del mondo, anche quando egli umilmente afferma: mentirei
se parlassi di filosofia non l’ho mai studiata. Invece i versi di Lotito
della silloge Senzatitolo, sono completamente imbevuti di nichilismo
nietzschiano: resto nessuno tra i travestiti da dio e ancora: non c’è
riparo che tenga in questo diluvio senza arca anche dio ha voltato le spalle,
compiendo una svolta di pensiero, rispetto alla raccolta poetica precedente Presenze
minime, SecopEdizioni 2024, in cui ancora vi era traccia di un dio (cercando
il mio dio mi muovo nel caos a malapena sopporto il futuro e mi avvolgo nel
sudario senza avanzare pretese). Ma nello stream of consciousness del
nostro poeta le increspature del pensiero devono necessariamente trasformarsi
in illusorio scudo, eppur utile, a ritrovare la bussola smarrita dell’esistenza
di quell’arido vero leopardiano, anche quando tutto è inganno, finzione:
mi sottraggo alla presenza tutto è finto che in un niente siamo nella
catastrofe/ se c’è chi sa dirci chi siamo stringiamolo forte altrimenti
illudiamoci di essere vivi/ un concerto un festival un carosello magre
consolazioni per l’inferno di questa realtà. Ed ecco che nella silenziosa quotidianità
di Lotito fa ritorno la poesia a restituire il suo essere nel mondo, il suo dasein
heideggeriano, in quanto individuo, in quanto collettività, affidandole il
senso onesto del suo viaggio: in me adesso c’è qualcosa di chiaro la poesia
è tornata dopo mesi di parole sciupate sulla vita e sulla morte o meglio solo
sulla morte…/ la città mi mastica inghiotte e sputa ma io cammino ancora esisto
anche se non si vede.
È nella “gettatezza” dell’essere
nel mondo, nella sua “Geworfenheit in der Welt” per dirla ancora con Heidegger,
che la poesia di Federico Lotito assolve la propria funzione socio-relazionale:
nel valore intergenerazionale di libertà tramandato da suo padre (era un
maestro mio padre e senza marce ci ha cresciuto…ci disse prima di andare
costruite case con mattoni trasparenti lasciate aperte finestre e porte la
libertà non si nasconde), nel sogno ammonitore/premonitore del tenero affetto
fraterno a proseguire il viaggio senza timore di colpa alcuna (non
preoccuparti tuo figlio e tuo padre hanno lo stesso nome sanno badare a se
stessi tu viaggia per saperne di più dice mia sorella premurosa come quando ero
ammalato), nella parola “amore” quale scelta e atto di condivisione non
ipocrita con l’altro/a (cinque righi per dirti che a tenersi l’uno dento
l’altro ci vuole coraggio senza paura di scheggiarci al contatto stiamo nel
giro che ci spetta moriremmo se non fosse così), è nel ricordo senza
nostalgia il punto di partenza del viaggio stesso (non che i ricordi siano
consolazione ma da qualche parte bisogna pur ripartire). Infine è nel non
lamentoso ma doloroso coraggio di attraversare il sea of troubles
shakespeariano, quale atto consapevole della coscienza, che la poesia
contemporanea di Federico Lotito restituisce umilmente dignità all’essere umano
nel mondo: il mare non spiega non consola ti mette davanti te stesso e poi
si ritira gli ho parlato come a un vecchio amico e gli ho chiesto dove andare e
lui continuava a muoversi a cambiare pelle, resta in viaggio - rispondeva.
LA RARITUDINE
di Laura Margherita Volante
I grandi amori
mi
stordiscono....
La Bellezza
sta nella
raritudine di
ciò che
è buono.
Due in un
universo
d’amore con
lo
sguardo nel
cogliere il
misterioso
bello di un fiore
di una
farfalla della luce di
Van Gogh
e il dolore
che attanaglia.
È il loro
dolore fra mani
che si
stringono
pietosamente
nel cercare
di portarlo via...
quel dolore.
Invano!
Guardarsi
negli occhi e non
parlare
sapendo il da
farsi.
I grandi
amori convivono in uno
stato di bellezza
eterna fra
gigli e colombe
mentre il
pettirosso con la spina
nel becco
corre a fare il nido...
per non
dimenticare
che quella
goccia di sangue
è la bellezza
del creato.
Un usignolo
canta sul ramo d’ulivo
dal vetusto e
robustoso tronco
una soave
melodia di Pace per
un nuovo
giorno.
E i grandi amori ritornano per donare
luce...
mi
stordiscono di Pace.
CAMPI ELISI
![]() |
| Roberto Marelli e Anna Goel |
“Odissea”
formula le più affettuose condoglianze all’amico Roberto Marelli per la perdita
della sua amata consorte Anna Goel Gasparro. Anna è stata una valida attrice ed
ha condiviso con il marito attore la stessa passione. Noi la ricorderemo per le
preziose letture poetiche dei versi di padre David Maria Turoldo in più
occasioni, e per la sua sempre gentile disponibilità.
sabato 2 maggio 2026
LA VERITÀ E IL PROCESSO
PENALE
Guido Salvini

L. Mussini: Il trionfo della verità
Ho
trascorso quarant’anni in magistratura indagando soprattutto sui delitti degli “anni
di piombo”. Ho cercato di capire, con gli strumenti che avevo, come fossero
avvenute le stragi e i delitti di terrorismo ma anche i reati comuni, i reati
“piccoli”, quelli che non interessano alla pubblica opinione ma che sono
importanti per chi è accusato di averli commessi o chi ne è vittima.
Alla fine, guardandomi indietro,
c’è sopra tutte le altre, una domanda: per un magistrato cos’è la ricerca della
verità? Per capirlo è necessario partire
dal concetto stesso di verità. Nel Vangelo, Ponzio Pilato, alla fine dell'interrogatorio
di Gesù, chiede: “Quid est veritas?” e Gesù risponde “La verità è la
persona che sta davanti a te”. Si tratta, ovviamente, di una risposta prettamente
teologica, ma questa domanda che troviamo nel Nuovo Testamento, scritto 2000
anni fa, testimonia la difficoltà della ricerca della verità.
![]() |
| L. Mussini: Il trionfo della verità |

Nikolaj N. Ge:
Quid est veritas?
Intorno a un processo ci sono tre
tipi di verità: la verità reale o materiale cioè come effettivamente quel fatto
è avvenuto, poi la verità processuale o formale che viene fissata nella
sentenza e, infine, c’è la cosiddetta verità mediatica che ci viene offerta dai
mezzi di comunicazione come i talk-show e i docu-fiction e da tutto quello che può
trasformare il processo in un'occasione di vendita di un prodotto per il
pubblico. Detto questo, è bene precisare che nel processo non definiamo la
verità assoluta di un fatto materiale perché non la conosciamo, ma assumiamo una
decisione che arriva in differita rispetto a quell’evento. Il processo è l’enunciazione
di come sarebbe avvenuto un fatto, che non è la stessa cosa della realtà di un
fatto. In pratica, ricostruiamo un fatto passato sulla base di principi e sulla
base delle prove. Il principio che tutti un po’ conoscono è la possibilità di affermare
che un fatto è avvenuto in quel modo al di là di ogni ragionevole dubbio.
Questa è la formula che tutti conosciamo, un principio che esiste negli Stati
Uniti e anche in Italia. Ci sono tante teorie in proposito, ma alla fine quello
cui si arriva è comunque una verità probabilistica con un ragionamento di tipo
abduttivo, quello in cui da qualche premessa minore si risale ad una premessa
maggiore. Faccio un esempio: la pioggia
bagna il terreno e, dato che il terreno che osserviamo è bagnato, concludiamo
quindi che ha piovuto. In termini probabilistici, è verosimile che sia successo
questo, ma può anche darsi che qualcuno abbia irrigato quel terreno e,
pertanto, bisogna arrivare a scartare, se si riesce, anche tutte le altre
possibilità. Non è sempre facile e qualche volta, purtroppo, la verità reale e
quella processuale non coincidono. Per questo ad esempio il Codice prevede, in
determinate condizioni, la richiesta di revisione delle sentenze di condanna. Poi c’è il problema delle prove. Mentre
in passato ogni mezzo, anche la tortura con l’obiettivo di far confessare, era
lecito per raggiungere la verità perché il processo era solo lo specchio della
giustizia divina, oggi per fortuna non è più così e dall’Illuminismo in poi ci
si basa solo sulle prove dai codici penali. Alcune sono vietate. Cito ad
esempio le intercettazioni avvenute senza autorizzazione del giudice, le
perquisizioni senza mandato, il mancato avviso al testimone parente
dell’imputato che può avvalersi della facoltà di testimoniare, l’ipnosi, una
specie di tortura “dolce”, e tutti i mezzi di condizionamento che influiscono
sulla genuinità della testimonianza.
Così può succedere che non si
arrivi alla verità perché si è in possesso di prove che non possono essere
usate in sede processuale.
Quid est veritas?
Ad esempio una intercettazione in cui l’imputato confessa (c’è quindi in questo caso una specie di verità reale) ma che non è stata correttamente autorizzata non può essere la base di una condanna. La verità per entrare nel processo ha i suoi binari, le prove assunte secondo la legge, altrimenti resta fuori. È giusto così. Il processo di oggi non è un processo “assolutista” ma devono prevalere i diritti e le garanzie per la parti.

G. L. Bernini
La Verità svelata dal Tempo
Molto spesso, però interferisce la
verità mediatica che è senza luogo, cioè senza un’aula, senza tempo, anzi con
Internet diventa eterna, e non ha regole, eccetto quella di offrire al pubblico
un colpevole soprattutto nei casi scabrosi e cosiddetti emotigeni. La verità
mediatica utilizza a suo piacimento materiale grezzo perché non filtrato da un
contraddittorio. Inoltre è molto veloce mentre la giustizia è di per sé lenta e
quindi la verità mediatica, quasi sempre “colpevolista”, occupa subito quasi
tutti gli spazi. Crea sempre una aspettativa e rischia anche di condizionare le
decisioni dei magistrati e dei Giudici popolari in Corte d’Assise. Un innocente
può essere distrutto da un processo mediatico anche se poi viene assolto. Io
credo che i talk show sui processi in corso andrebbero molto contenuti e
regolamentati, penso alla presenza di un Garante delle parti. C’è già la
cronaca giudiziaria e questa in genere basta.
Poi,
questo è un altro passaggio fondamentale in cui solo la tua sensibilità ti può
aiutare, è necessario comprendere chi mente e chi dice la verità. Non ci sono
regole scientifiche, si tratta di capire che approccio psicologico tenere
con il testimone soprattutto e con l’imputato.
Il testimone è quasi sempre
oppositivo perché in lui scattano spesso una serie di censure per paura di
finire sui giornali o di essere perseguitato dalle persone che accusa. Il
testimone spesso non ne vuole sapere di essere chiamato a testimoniare anche
per paura della lunghezza dei processi e di esser trascinato in un meccanismo che
tendenzialmente non gradisce. In questi casi è importante non essere bruschi e
creare empatia per acquisire la fiducia del testimone, usando qualche
espediente psicologico come per esempio interessarsi della sua vita privata e professionale
per fargli capire che si considera la sua persona e non c’è la volontà di
gettarlo in pasto alla stampa.
In sostanza alla verità o almeno
a quella parte di essa che è accessibile ci si avvicina non solo usando i mezzi
investigativi classici ma parlando con le persone.

La Verità svelata dal Tempo

Bartolomeo Guidobono
La Verità scoperta dal Tempo
Poi, capire subito chi mente è un’operazione
che spesso deriva dai legami familiari e dai contesti associativi, che siano
terroristici o mafiosi: in questi ultimi sappiamo benissimo che chi vi orbita
intorno, anche se non è stato attivo personalmente, non può assolutamente parlare
di quel mondo. Del resto quelle mafiose si chiamano appunto “famiglie”, sono
una famiglia allargata all’intero del cui perimetro vige la più stretta omertà. Qualche volta, invece, accade il
miracolo, come nel caso del magistrato siciliano Rosario Livatino, ucciso nel
1990 ad Agrigento dalla mafia mentre stava percorrendo l’autostrada per andare
in Tribunale da solo e senza scorta. Proprio in quel momento, passò un
commerciante del Centro Nord non legato al contesto familiare della zona, che testimoniò
immediatamente, senza paura, effettuò il riconoscimento degli assassini e fu
sottoposto al Programma di protezione, quello per i testimoni di giustizia. Nei delitti terroristici o a
sfondo politico è invece importante far capire all’imputato che non ha davanti
un avversario che giudica la sua ideologia, giusta o sbagliata che sia, ma un
magistrato che è interessato solo e imparzialmente alla verità sui reati di cui
è accusato. Alcune
volte, soprattutto nei fatti più gravi che hanno influito sulla vita del Paese,
gli ostacoli maggiori alla ricostruzione della verità sono arrivati non per
disinteresse o incapacità di chi indagava ma come frutto di una strategia
studiata da forze vicine alle indagini stesse. Nel corso della mia attività di
magistrato mi sono occupato soprattutto di terrorismo, anche “nero”, in
particolare della strage di piazza Fontana e delle altre stragi ad essa collegate.
Qui sicuramente gli ostacoli sono venuti da parti deviate dei Servizi di sicurezza
che avevano permesso alle cellule di Ordine Nuovo di agire perché si pensava che
la loro attività servisse in qualche modo a stabilizzare e a mantenere un
quadro politico moderato, centrista e filoatlantico.

La Verità scoperta dal Tempo

H. v. Aachen
Il trionfo della verità

Il trionfo della verità
Faccio un esempio. Nello stesso
giorno in cui ci fu la strage di piazza Fontana, a Milano e a Roma vennero
messe altre bombe. In totale cinque, ognuna collocata dentro una borsa di cuoio
da impiegato, cinque borse tutte uguali. Si sarebbe potuto risalire facilmente al
negozio ove erano state comprate e, quindi, anche all’acquirente, ma alcuni
funzionari di Polizia, con un éscamotage ben studiato, fecero sparire i
cartellini del prezzo e il loro relativo spago grazie al quale si poteva risalire
al venditore. Solo molto tempo dopo si seppe che quelle borse erano state
comprate a Padova dove operava il gruppo di Freda e Ventura.
Con un’altra operazione, due persone,
Guido Giannettini un giornalista agente del SID e Marco Pozzan, un braccio
destro di Freda in Ordine Nuovo, entrambi coinvolti nella preparazione della
strage, furono fatti espatriare con documenti falsi in Spagna e in Argentina dallo
stesso SID, il Servizio di informazione del Ministero della Difesa. In casi come questi si poteva
contestare solo reati come il falso in atto pubblico o il favoreggiamento, reati
che finivano in prescrizione in fretta. Ma, anche dopo le stragi di mafia, nel
2016 è stato introdotto il reato specifico di depistaggio, è l’art.375 del
Codice, che punisce i pubblici ufficiali che manomettono le prove e che viene sanzionato
con una pena che può arrivare sino a 12 anni di reclusione, quindi è molto più
deterrente e con questa pena anche i tempi di prescrizione si allungano. È comunque difficile arrivare ad
una verità giudiziaria. in molte indagini “storiche”, in cui molte piste si
sono stratificate sino a rendere il quadro non più intelligibile.
C’è una costellazione di eventi di estrema
gravità che hanno toccato l'opinione pubblica e la vita politica ma che sono
rimasti irrisolti. Cito ad esempio il disastro di Ustica, l’omicidio di Piersanti
Mattarella e quello del giornalista Mino Pecorelli oppure Unabomber in Veneto la
cui identità è ancora ignota o il mostro di Firenze, una vicenda in buona parte
rimasta nell’oscurità. Poi l’omicidio Pasolini di sappiamo solo qualche
pezzetto. Del delitto di via Poma, quello
di Simonetta Cesaroni non sappiamo nulla, il fidanzato della vittima è stato
assolto dopo aveva subito un processo ingiusto. Anche per la sparizione di Emanuela Orlandi
abbiamo tantissime ipotesi, rivendicazioni e false piste e più si crea un
ingorgo informativo, spesso interessato, e più è difficile arrivare alla
verità.
Alcuni delitti del resto sono
quasi inconfessabili. Si può confessare di aver commesso una rapina, uno
spaccio di droga, anche un omicidio causato da motivi personali ma nessuno
confesserà mai di essere stato l’autore della strage di piazza Fontana o di
crimini seriali come quelli del Mostro di Firenze. In questi delitti il muro
ideologico o psicopatologico è troppo alto per essere superato. Al più, questo
è avvenuto, qualcuno ha ammesso di aver fatto parte del “cerchio esterno” ma
non di essere il protagonista diretto di questi eventi.
In altri casi vi è una verità
umana anch’essa spesso inafferrabile.
Alcune volte non conosciamo il
movente di un delitto che è difficile da esplorare. Pensiamo al caso di
Garlasco, in cui ci sono stati sviluppi proprio negli ultimi giorni: se si
comprendesse il movente preciso gli indizi materiali diverrebbero più leggibili
e sarebbe stato più facile individuare subito e senza dubbi l'autore. Molto
spesso si punta sulla prova scientifica ma ad essa va sempre affiancata,
ricordo le storie commissario Maigret, la ricerca, anche psicologica, del movente
che è lo “spirito” del delitto.

Jean. L. Lebon
La verità esce dal pozzo
La verità esce dal pozzo
Tornando alle grandi indagini sulla “storia” del nostro paese anche su piazza Fontana abbiamo dei fasci di luce ma non la verità intera. Nelle sentenze dell’ultimo processo si legge che è stata una strage organizzata dalla destra eversiva di Ordine Nuovo del Veneto. I responsabili della strage avevano il movente, l’obiettivo di scardinare il sistema democratico, avevano comprato i timers che servivano per innescare gli ordigni e c’erano tantissime prove testimoniali, ma alla fine per un verso o per l’altro come in un gioco di specchi, ci sono state, per i singoli imputati, assoluzioni. È un po’ particolare che in queste sentenze sia contenuta la verità storica perché, lo dicono chiaramente, che siano stati loro è certo, ma manca la verità processuale, le condanne anche a causa della distruzione delle prove operata dai Servizi di sicurezza nei primi anni dell’indagine. In un altro caso, l’omicidio di Fausto e Iaio, due ragazzi di un Centro sociale uccisi a Milano nel 1978, un delitto rimasto insoluto, avevamo raccolto indizi seri a carico di esponenti dei NAR, il gruppo della destra eversiva romana. Ma per avere gli elementi per un giudizio si dovevano fare delle comparazioni fra le armi che quei terroristi usavano a Roma e i bossoli ritrovati sul luogo del delitto e il resto. Purtroppo era stato distrutto tutto, le armi, le pallottole, le macchie di sangue e i vestiti con le possibili tracce biologiche. Così la verità è andata perduta.
Purtroppo manca sino ad ora una
legge che imponga la conservazione dei reperti per lungo tempo e nel modo
corretto. Sarebbe fondamentale in molti casi perché oggi, con le nuove tecniche
scientifiche, si possono effettuare delle comparazioni ad un livello molto
sofisticato.
Talvolta
mi è stato chiesto cos’è la verità per un magistrato. Io ribalterei
un po’ la domanda: Chi è il magistrato che può cercare la verità?
Dopo tanti anni di servizio posso
dire che ci sono stati tanti magistrati di altissimo livello, con una cultura
ampia che andava al di là della conoscenza del Codice penale e delle norme
giuridico, che mi hanno insegnato tanto. Oggi, però, abbiamo magistrati molto
giovani, anche molto preparati tecnicamente, ma che non fanno alcun tirocinio prima
di accedere al concorso, non hanno alcuna esperienza di vita e di lavoro, molti
addirittura sino al concorso hanno vissuto solo in famiglia, e quindi,
conoscono poco la vita reale. Sono talvolta come degli impiegati molto bravi, sono
diventati magistrati perché al concorso hanno scritto bene tre temi e solo per
questo si ritrovano a giudicare, e per tutta la vita, tutti gli altri anche se
hanno un bagaglio culturale storico-politico, psicologico e sociologico modesto.
Il magistrato deve essere invece una persona che riesce a abbracciare tutto,
non solo il Codice penale.
Credo quindi che sia importante,
intervenire subito sul reclutamento sul piano qualitativo e sulla formazione dei
nuovi magistrati.
COMUNICATO STAMPA
Milano
Arte Musica 2026 - dal 30 giugno al 27 agosto

La conferenza stampa
Si riapre il sipario su Milano Arte
Musica, il festival internazionale di musica antica promosso dall’Associazione
Culturale La Cappella Musicale, che raggiunge nel 2026 un traguardo importante,
la sua XX edizione. La rassegna, punto di riferimento per gli appassionati di
musica rinascimentale e barocca, torna dal 30 giugno al 27 agosto 2026 ad
arricchire l’estate milanese con un’edizione speciale e un programma di
ventisette appuntamenti distribuiti tra sette sedi della città che avvicina
linguaggi, suggestioni e strumenti antichi al sentire più contemporaneo. Il
festival, patrocinato dal Comune di Milano e da Regione Lombardia, è reso
possibile grazie al contributo del MiC - Ministero della Cultura e al sostegno
di preziosi partner quali FNM e Intesa Sanpaolo. Radio Marconi conferma la sua
storica media partnership affiancando e rappresentando il festival durante
tutto il suo svolgimento.
La
direzione artistica di Maurizio Croci disegna anche quest’anno un calendario
che conferma Milano Arte Musica un laboratorio di ricerca continua tra le
molteplici espressioni della musica antica, nonché il palcoscenico in cui
s’incontrano prestigiosi interpreti e brillanti promesse del panorama
internazionale.
Sul
solco del deciso “ritorno alla musica” inaugurato nell’edizione precedente -
dopo un periodo di sperimentazione tra diverse espressioni artistiche - la XX
edizione conferma la musica come suo asse portante. Questa scelta è ancora più
significativa in considerazione dell’anniversario raggiunto quest’anno, che
fornisce l’occasione di tornare alla musica ai suoi principali interpreti,
siano essi compositori o musicisti, che negli anni sono stati più vicini al
festival.
“Questo
anniversario è un invito a celebrare una storia musicale e culturale che
abbiamo scritto insieme al pubblico e di cui sono stati protagonisti solisti,
ensemble, compositori, repertori, luoghi e simboli della città. - afferma
il direttore artistico, al timone della rassegna dal 2020 - Disegnare questo
festival, allo scoccare dei suoi vent’anni, è ritrovare tutto questo,
ripercorrerlo con sguardi sempre nuovi, ma fedeli all’idea originaria che ha
dato vita alla rassegna”.
L’inaugurazione ufficiale sarà mercoledì
1° luglio alle 20.30. Il prestigioso ensemble Accademia Bizantina, ospite tra i
più acclamati della storia del festival, eseguirà le quattro Suites per
Orchestra di Johann Sebastian Bach in un palcoscenico d’eccezione,
l’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo.
L’appuntamento sarà introdotto e
approfondito nel corso dell’omonima conferenza, in programma martedì 30 giugno
alle 18.00 a MaMu Magazzino Musica, condotta dal Prof. Raffaele Mellace,
musicologo e consulente scientifico del Teatro alla Scala nonché storico
collaboratore del festival.
Inaugurare
proponendo questo repertorio, testimonianza della predilezione bachiana per la
sperimentazione di nuove forme all’interno di convenzioni consolidate dalla
tradizione, evidenzia una tensione alla ricerca che attraversa l’intero
programma. In questo solco si inserisce anche il concerto Heinrich Isaac:
Imprints, in programma giovedì 9 luglio alle 20.30 nei monumentali spazi
della Basilica di Santa Maria della Passione, affidato all’Ensemble Cantissimo,
formazione vocale d’eccellenza svizzero-tedesca guidata da Markus Utz. La
performance musicale, dedicata all’eccezionale pioniere fiammingo della
polifonia, vedrà la partecipazione del sassofonista francese Sandro Compagnon,
per un incontro tra Rinascimento e improvvisazione.
Tra
gli ensemble di medio e grande formato il pubblico ritroverà nella chiesa di
San Bernardino alle Monache Les Surprises, celebre gruppo francese diretto dal
clavicembalo di Louis-Noël Bestion De Camboulas; giovedì 16 luglio, in doppia
replica alle 18.00 e alle 20.30, l’ensemble omaggerà in prima nazionale il
maestro dell’armonia Jean-Philippe Rameau, esponente di spicco del repertorio
barocco francese. Nella stessa location si esibirà anche l’Ensemble Aurora,
storico complesso fondato da Enrico Gatti, apripista del violinismo barocco in
Italia, che giovedì 30 luglio alle 20.30 proporrà il concerto Vater, Pate
& Sohn. Padre, Figlio e Patrino; il programma tornerà a intrecciare i
legami della famiglia Bach: quelli di Johann Sebastian, del figlio Carl Philipp
Emanuel e del padrino di quest’ultimo, Georg Friedrich Kauffmann, legati a
“scuole” ed estetiche diverse ma con profonde influenze reciproche.
Anche
tra i solisti saranno ospiti presenze storiche d’eccellenza del festival, che
ripercorreranno le proprie radici musicali e strumentali. Dal celebre violinista
Stefano Montanari, che giovedì 23 luglio alle 20.30 nei raccolti spazi della
Chiesa di Santa Maria della Sanità offrirà una suggestiva performance
incentrata sulle Sonate e Partite per violino solo di J. S. Bach,
all’acclamata liutista Evangelina Mascardi, che lunedì 20 luglio porterà nella
Sala Capitolare del Bergognone un programma, proposto in doppia replica alle
18.00 e 20.30, dedicato a Silvius Leopold Weiss, voce tra le più raffinate ed
eccelse del liuto barocco. Il giorno successivo, nelle vesti di chitarrista
barocca, Mascardi sarà inoltre protagonista del concerto Un solo cammino,
in duo con il popolare arpista paraguayano Lincoln Almada: il programma riunirà
l'arpa diatonica del XVI secolo con la chitarra barocca di fine XVII, due
strumenti distinti che s’incontrarono nell'ambiente culturale eterogeneo delle
missioni sudamericane di metà Settecento. Un ulteriore contributo della
liutista si avvertirà infine nel concerto Liuto al presente, di cui
saranno protagonisti il 17 luglio gli allievi della masterclass condotta da
Mascardi in quella giornata; l’appuntamento è a ingresso gratuito e sarà
prenotabile sulla piattaforma Eventbrite.
Dopo
la consueta pausa prevista tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, il
festival tornerà in città con il tradizionale Concerto di Ferragosto: l’atteso
appuntamento sarà accolto a partire dalle 16.00 nella sublime cornice del
Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso e vedrà protagonista il Quartetto
Vanvitelli in Una musical tenzone barocca, singolare “duello musicale”
tra Scarlatti e Händel.
Il
sabato successivo, 22 agosto, sarà la volta di un’intensa giornata celebrativa
dal tema Passione Bach, che unirà due icone della storia di Milano Arte
Musica percorrendo punti di vista inediti: la Basilica di Santa Maria della
Passione, storica “casa” della rassegna e scrigno di straordinarie ricchezze
artistiche, e, ancora una volta, uno dei “numi tutelari” del festival, Johann
Sebastian Bach. Quattro gli appuntamenti in programma, per un profondo scambio
di voci tra artisti affermati, giovani talenti e professionisti storicamente
vicini al festival. Due concerti attorno al repertorio d’insieme vocale e
strumentale di Johann Sebastian Bach, distribuiti in diverse aree della
basilica e affidati alle voci e agli strumenti degli studenti del Conservatorio
“G. Verdi” di Milano alle 14.30 e alle 16.30, e due concerti d’organo anch’essi
legati al repertorio del Kantor di Lipsia (uno in apertura di giornata, a
partire dalle 11.00, e uno alla sua conclusione, a partire dalle 19.30,
affidati rispettivamente al M° Maurizio Croci e al M° Martin Schmeding), si
accompagneranno a quattro interventi di approfondimento musicologico,
organologico, artistico e sociale sulle opere, gli strumenti, i quadri e i temi
protagonisti della giornata. Questi ultimi contributi saranno curati da
professionisti storicamente vicini al festival, a partire da Giuseppe
Clericetti, musicologo e giornalista radiofonico che dialogherà con l’organista
Maurizio Croci a introduzione del concerto Kauffmann to Bach, proposto
in occasione della presentazione del disco J.S. Bach Clavier Übung III.
Seguiranno Andrea Restelli, storico maestro di costruzione e restauro di
strumenti e le guide di ASTER, partner consolidato dell’Associazione, che
condurranno una visita guidata all’Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari,
capolavoro pittorico custodito nella basilica. Voce inedita sarà infine quella
di don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere minorile Beccaria di
Milano, che anticiperà il concerto organistico conclusivo, eseguito da Martin
Schmeding e dedicato ai Corali della Passione di J.S.Bach, declinando il
tema della Passione all’oggi, nei contesti giovanili più fragili.
Non
mancheranno infine gli omaggi a importanti anniversari della storia della
musica e dell’arte, che amplificheranno la dimensione celebrativa con due
appuntamenti d’eccezione proposti in prima nazionale.
Il primo concerto, Siviglia 1626: Organo e Polifonia nel IV
centenario della Facultad Organica sarà proposto venerdì 3 luglio alle
18.00 in occasione dei 400 anni dalla pubblicazione
di un’opera cardine del compositore iberico Francisco Correa de Arauxo, e
affidato alle voci e agli strumenti degli studenti
della Civica Scuola di Musica “C. Abbado” di Milano, tra cui si distingue il
brillante organista Nadal Roig Serralta.
Il
secondo appuntamento valorizzerà il linguaggio della musica antica come ponte
tra il patrimonio artistico e la città di Milano: sarà proposto martedì 25
agosto, in doppia replica alle 18.00 e 20.30, in omaggio al 500esimo anniversario della nascita del milanese Giuseppe
Arcimboldo, singolare pittore manierista che elaborò forme di armonia visiva
che il festival sceglie di trasporre in musica proponendo il programma inedito Ut
Pictura Musica - L’Arcimboldo a Milano. Il concerto, eseguito dal trio composto da Carlés Cristobal, alla
dulciana, Plamena Nikitassova, al violino e Maurizio Croci, all’organo, sarà accompagnato dalla conferenza di approfondimento Il
milanese Arcimboldo e la ricerca delle
“musicali consonanze dentro i colori”
condotta dallo storico dell’arte Giacomo Berra e riservata ai fruitori del
concerto, fino a esaurimento posti. Infine,
Milano Arte Musica avrà l’onore di affidare la chiusura del proprio sipario a
un complesso di straordinario prestigio, il grandioso ensemble vocale inglese Stile
Antico, che accompagnerà il pubblico nell’ultimo atto del festival, in
programma giovedì 27 agosto nella Basilica di Santa Maria della Passione. Il
gruppo omaggerà uno tra i più noti compositori inglesi nell’appuntamento England’s
Nightingale: the remarkable music of William Byrd.
Il
programma completo di Milano Arte Musica è consultabile su www.milanoartemusica.com
a partire da lunedì 11 maggio, data in cui saranno attive anche le vendite di
biglietti e abbonamenti, e sui canali social del Festival. Per restare
aggiornati è possibile iscriversi alla newsletter.
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| La conferenza stampa |
INFORMAZIONI
Ufficio
stampa
Associazione
Culturale La Cappella Musicale
mail@lacappellamusicale.com
tel
02.76317176 | cel. +39 3392697178
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