UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 16 febbraio 2026

IL NUOVO MANTELLO DEL GIUDICE
di Romano Rinaldi


 


In una recente “facezia” pubblicata da Odissea lunedì 9 febbraio (1), mi occupavo del metodo con cui ci viene proposta la riforma costituzionale sul ruolo dei giudici che ci apprestiamo a votare col referendum di fine marzo. Oggi vorrei dare qualche spunto di riflessione sul merito in relazione al medesimo argomento, dal punto di vista della parte governativa in quanto, da come viene presentato il provvedimento sembra di essere di fronte a una vera rivoluzione ovvero una panacea di tutti i mali della Giustizia Italiana. Volendo accennare anche solo per sommi capi quali e quante storture nell’amministrazione della Giustizia verrebbero sanate con questa riforma, ci sarebbe veramente da restare ottimisticamente meravigliati. Abbiamo sentito di tutto, a partire dai casi più eclatanti di mala-giustizia verificatisi in tempi più o meno recenti, guarda caso soprattutto quelli che hanno avuto più risonanza mediatica. Ad esempio, il caso Tortora, i bimbi nel bosco, il blocco da parte della C.d.C. del progetto del Ponte di Messina, gli assalti ai poliziotti da parte di manifestanti criminali, ecc. ecc. Per inciso, nulla però si è sentito da una madre, italiana, cristiana, bianca, sul caso di un’altra madre, di tre figli, cristiana, bianca, americana, barbaramente uccisa a Minneapolis nell’impunità del criminale agente di “ordine pubblico” che ha premuto il grilletto ben tre volte contro la vittima inerme seduta al volante della sua auto; impunità fornita da un potere politico che comanda anche i giudici…(!)
Dunque, la nuova classe di giudici che uscirà da questa riforma, sarà presumibilmente dotata di un mantello speciale, non importa se rosso o nero, che gli consentirà ogni sorta di raddrizzamento della Giustizia. Queste futuribili prerogative hanno però e purtroppo l’aria di una colossale millanteria. Si parla delle lungaggini processuali e della responsabilità dei magistrati che dimenticano i fascicoli processuali sulla scrivania arbitrariamente decidendo quali trattare, nonostante ci sia una norma che punisce l'immobilità del PM. Poi c’è il problema delle correnti e le ingiustizie che ne derivano. Finora, i magistrati allineati a sinistra (le toghe rosse) hanno avuto una carriera veloce e ricoperto ruoli prestigiosi gli altri hanno dovuto segnare il passo oppure, per ottenere ciò che ritenevano giusto, hanno dovuto ricorrere ad esposti anonimi (falsi) nei confronti di chi li aveva “usurpati”. Poi ci sono stati i “corvi” e gli “sciacalli”. Insomma, una vera giungla. Senza parlare delle indagini pilotate e di quelle prive di ogni riscontro oggettivo finite nel nulla con persone indagate per anni con tutte le conseguenze economiche e professionali e nessun PM/Giudice che abbia pagato di persona per la propria pervicacia dolosa.
Ecco tutto ciò sarà definitivamente eliminato da questa riforma, con la semplice istituzione di due carriere separate tra PM e Giudice, due diversi CSM, uno per ciascuna carriera e una Alta Corte Disciplinare creata col sorteggio da un pool di nomi preselezionati con destrezza dal governo in carica. Tutto al solo costo di poche centinaia di milioni per l’istituzione di questi nuovi organismi. Ma senza procedere all’adeguamento degli organici del personale della Giustizia a tutti i livelli e in tutti i comparti, compresa la polizia giudiziaria, le strutture fisiche e organizzative, per esempio l’informatizzazione, necessarie per rendere la macchina della Giustizia più efficiente e rapida e fino al comparto carcerario e il relativo personale. E senza nemmeno prendere in considerazione la modifica di quelle norme dei Codici che consentono gran parte delle storture e lungaggini giustamente lamentate dai cittadini, bensì modificando, in senso peggiorativo, norme che sembrerebbero a favore del cittadino stesso (abrogazione del reato di abuso d’ufficio, restrizioni sul traffico di influenze illecite e disposizioni relative alla custodia cautelare).
Insomma, questo nuovo mantello che si vuole mettere sulle spalle dei giudici assomiglia molto a quello inventato da Hans Christian Andersen o a qualcosa che proviene dalla favola di Alice nel paese delle Meraviglie e il proponente mi ricorda molto la figura del Cappellaio Matto!
 
(1) https://libertariam.blogspot.com/2026/02/dura-lex-sed-lex-di-romano-rinaldi-n-on.html?m=1

FREUD, RONDINI E BALCONI
di Angelo Gaccione


 
Recentemente ho fatto un sogno molto strano. In genere tutti sogni ci appaiono strani perché al risveglio non ricordiamo che dei frammenti, quelli immediatamente prima di riaprire gli occhi, e i frammenti, si sa, decontestualizzati e avulsi dal racconto intero, non ci si rivelano che incoerenti. C’è stata una stagione in cui tenevo sul comodino una penna e un quaderno, e appuntavo quanto riuscivo a ricordare dei sogni. Li trascrivevo in fretta e poi li sottoponevo ad analisi ricorrendo al contenuto latente e manifesto e senza trascurare argomenti, luoghi e pensieri dei giorni precedenti. Non partivo, dal nulla, si intende, avevo presente il celebre libro di Freud L’interpretazione dei sogni e tutto quello che negli anni avevo letto in proposito. Quelle analisi mi aiutarono a capire e a rendere precise cose che in apparenza si mostravano caotiche.



Ma veniamo al sogno recente. Ero in compagnia di un amico critico e docente universitario e percorrevamo un tratto del viale Sabotino per svoltare sulla via Crema. In pratica il mio quartiere milanese di Porta Romana. Il tram non proveniva dal viale Montenero in direzione dei Navigli, come avrebbe dovuto, ma dalla via Crema che non è una via tranviaria e non ha binari. La cosa mi stupì molto, ma mi stupì di più il tono sconsolato dell’amico nell’indicarmi i palazzi. Era avvenuto un fatto singolare: erano stati abbattuti tutti i balconi e le facciate risultavano scorticate e tristi. Mi sono svegliato abbastanza angosciato. Ho subito pensato ad un mio vecchio romanzo in cui a proposito di balconi il protagonista diceva (cito a memoria) più o meno una frase come questa: “Destavo quella città soprattutto per i suoi balconi eternamente chiusi”. Se ci pensate i balconi chiusi danno un senso di tristezza, e se non ci fossero, come nel sogno, sarebbe davvero angosciante. Per me i balconi sono come tanti palchetti teatrali affacciati sulla via dove ferve la vita. Ma sono anche gli svolazzi delle rondini che sotto i balconi venivano a fare il nido puntuali, e il loro garrire mi dava una grande gioia da ragazzino. Quando torno in Calabria, gran parte del tempo lo passo affacciato al balcone. 



Le metropoli moderne, con i palazzi di vetro e cemento, hanno cancellato i balconi e “Non c’è posto / per i nidi delle rondini / e anche lo sguardo non sa / dove tenere i suoi piccoli”, dicono i versi di una poesia di Giancarlo Consonni, perché “la vita sta in teche di vetro” e delle rondini non ci importa niente. Ha ragione Montale: “Abbiamo fatto del nostro meglio, per peggiorare il mondo”.

OMAGGIO A CONSONNI





Odissea” ringrazia quanti da ogni parte d’Italia hanno voluto esprimere il loro commosso ricordo per la scomparsa del poeta Giancarlo Consonni. Veramente tante le testimonianze ed i messaggi. Ne pubblichiamo alcuni.


* 

Molto belle le tue righe su Consonni, che purtroppo non conoscevo. Vi accomuna l’amore per Milano, la dedizione alla città. E devo dirti che anch’io mi sento un po’ milanese (anche se ovviamente non conosco la città come te, anzi la conosco molto poco, in fin dei conti), perché gli anni trascorsi alla Statale e la lunga frequentazione di Milano (per ragioni culturali e affettive) nei decenni della mia vita me la rendono cara per tanti aspetti… E tu, caro amico, sei una delle ragioni culturali e affettive che mi rendono cara Milano. Le citazioni delle poesie dialettali di Consonni contenute nell’articolo di Paolo Di Stefano sul Corriere che mi hai inviato mi sembrano molto belle. Un uomo sensibile, simpatico e intelligente, pure un bravo poeta, mi pare di capire”

Franco Toscani

 

Caro Angelo, ho appena letto di Consonni. Mi dispiace molto. A Natale avevo regalato a mio figlio fotografo il libro da lui curato Il verso di Milano. Fai le mie condoglianze a Graziella Tonon. Io non ho il suo numero di telefono. Mille grazie”

Antonella Doria

 

Mi dispiace moltissimo per questa improvvisa scomparsa. Consonni era davvero una bella persona, che aveva dato anche una grande mano a tutti noi ai tempi della battaglia sul nuovo progetto del Giardino dei Giusti di Gariwo, che rischiava di snaturare il Monte Stella del Bottoni. Riposa in pace, Giancarlo”

Donatella Del Col

 

Grazie caro Angelo, bellissimo il tuo omaggio. Sono in lacrime, ho perso un padre”

Pierfrancesco Sacerdoti

 

A Palazzo Reale per Pinelli

Era un carissimo amico, ho un grande dispiacere!!!”

Alberto Borioli

 

Addio a un poeta che apprezzavo”

Renato Pennisi

 

Avevo conosciuto e apprezzato Giancarlo Consonni come urbanista e saggista e non sapevo che fosse anche poeta. Mi dispiace”

Maria Carla Baroni

 

Mi dispiace molto, spero non abbia sofferto. Gli avevo dedicato due recensioni e mi aveva ringraziato mandandomi due acquerelli”

Alida Airaghi

 

Bene soprattutto il tuo scritto su Giancarlo Consonni. Mi aveva appena regalato l’immagine di copertina del mio Suture, che uscirà a giorni e te lo farò avere. Grazie. Materiali di Estetica gli dedicherà senz’altro un numero intero”

Gabriele Scaramuzza


Poeti a Palazzo Reale per Pinelli

Ciao Angelo, commovente il tuo bel pezzo su Consonni. Buona giornata”

Angela Passarello

 

Caro Gaccione, ahimè l’ho saputo anch’io stamattina. Sto scrivendo un breve ricordo per il sito di Einaudi. Sì, Giancarlo era una persona speciale. Un caro saluto”

Mauro Bersani

 

Grande perdita purtroppo”

Federico Migliorati

 

Sì ho visto, che dispiacere…”

Lorenzo Degli Esposti

 

Mi dispiace per la perdita di questo eccezionale poeta. Condoglianze alla famiglia. Un abbraccio Angelo”

Tano Capuano

TEMPESTA IN UN BICCHIERE D’ACQUA



Gratteri così ha risposto alla domanda di un giornalista che gli chiedeva delle cricche criminali in Calabria, ma i disonesti e chi fa finta di non voler capire, hanno tentato di dare un senso diverso alle sue parole per screditarlo. Pensano che siamo tutti cretini. Onesti sì, ma idioti no. Quanto agli scarsi di comprendonio, ce ne sono sempre, ci mettiamo a disposizione per una consulenza gratuita. Grazie a Dio, con questo giornale collaborano alcuni raffinatissimi studiosi del buon uso della lingua italiana di padre Dante.    

POETI
di Valbona Jakova




Lei in me


Dalla sua dipartita non l’ho più sognata.
È svanita per non essere raggiunta.
Oltre ai pensieri ci sono molti flussi,
onde indecifrabili vaganti nell’etere,
naviganti in spazi vicini e lontani
che virano senza apparente direzione,
eppure ci disturbano, ci toccano.


È svanita per non essere raggiunta.
Oltre ai pensieri ci sono molti flussi,
onde indecifrabili vaganti nell’etere,
naviganti in spazi vicini e lontani
che virano senza apparente direzione,
eppure ci disturbano, ci toccano.


Sono nascosti dietro lo specchio.
Dita invisibili mi fanno girare
la testa e vedo nello specchio
mia madre.


Ma quella sono io: un lampo della sua
apparenza che sfugge, che scivola sulla
mia pelle lasciando
gli impulsi dei suoi tratti
nascosti, a intermittenza,
in un’espressione astratta,
proprietà di dimensioni temporali
appartenenti ai volti delle schiere
dell’aldiquà, passate oltre.


Ovattati segnali in codice
che ci toccano, vengono a trovarci,
vibrano e se ne vanno ancora,
perché ciò che hanno dato -
frammenti di bellezza temporanea,
prima di attraversare il confine del tempo -
deve rimanere in noi.
   

PIÙ GRIGIO CHE VERDE




domenica 15 febbraio 2026

OLTRE LA DIAGNOSI
di Francesca Mezzadri 

 
 
La risposta della letteratura.
 
Ogni epoca elegge il proprio linguaggio dominante. Il nostro ha scelto quello della diagnosi. L’inquietudine diventa disturbo, la malinconia sindrome, l’eccesso d’energia squilibrio da modulare. In nome dell’efficienza e della stabilità, la fragilità tende a essere trattata come un’anomalia tecnica. La riforma sancita dalla Legge Basaglia, promossa da Franco Basaglia, ha rappresentato una conquista civile: la chiusura dei manicomi ha restituito diritti e dignità a persone per troppo tempo relegate ai margini. Ma ogni conquista apre nuove domande. Se i muri sono caduti, quale idea dell’uomo li ha sostituiti? L’istituzione totale è stata superata, ma la tentazione di tradurre ogni disagio in protocollo resta forte. Non si tratta di negare la malattia mentale né l’utilità dei farmaci. La sofferenza psichica può essere grave, devastante, talvolta mortale. La cura è necessaria. Ma quando la classificazione diventa l’unico sguardo possibile, l’essere umano rischia di essere ridotto a etichetta. Qui interviene la letteratura. Non per opporsi alla scienza, ma per ricordarle che l’uomo non coincide mai interamente con la sua cartella clinica. In Uno, nessuno e centomila, Luigi Pirandello mostra la frantumazione dell’identità come vertigine conoscitiva: la crisi non è soltanto disfunzione, è scoperta della molteplicità. In Il giovane Holden, J. D. Salinger racconta l’irrequietezza giovanile senza medicalizzarla: l’insofferenza è domanda di autenticità. E ancora: Alda Merini, che ha conosciuto l’esperienza dell’internamento, ha trasformato la ferita psichica in parola luminosa. Nei suoi versi il manicomio non è solo luogo di costrizione, ma anche spazio in cui l’identità, pur ferita, continua a cantare. La poesia non cancella il dolore, ma lo sottrae al silenzio.
Allo stesso modo Antonia Pozzi ha attraversato un tormento interiore che oggi qualcuno sarebbe forse tentato di tradurre in formula clinica. Eppure la sua scrittura non è sintomo: è coscienza acuta, sensibilità radicale, ricerca di senso fino al limite estremo. La letteratura non romanticizza la sofferenza. Non suggerisce che il dolore sia un privilegio o una scorciatoia verso il genio. Ma rifiuta che venga ridotto a errore biologico. Restituisce biografia dove c’è solo codice, singolarità dove c’è categoria. Il rischio della psichiatrizzazione diffusa non è la cura in sé, ma la cultura che la circonda: l’idea che l’equilibrio continuo sia la misura di tutto e che ogni scarto debba essere corretto. Eppure l’essere umano è anche dismisura, ambivalenza, contraddizione. Non tutto ciò che inquieta è patologico; talvolta è ricerca, talvolta è conflitto creativo. La scienza misura ciò che può essere misurato. La letteratura custodisce ciò che eccede la misura. La prima interviene sui sintomi. La seconda interroga il senso. In un tempo che tende a nominare rapidamente per poter gestire, la scrittura rallenta. Ascolta. Racconta. Ricorda che nessuna sigla potrà mai esaurire una vita intera. La risposta della letteratura al problema della medicalizzazione dell’umano non è un rifiuto della psichiatria, ma un invito alla complessità. Curare, sì. Ma senza dimenticare che ogni persona è storia irripetibile, voce unica, ferita che chiede non solo trattamento, ma comprensione.

LA MORTE DEL POETA CONSONNI


Giancarlo Consonni
"Luce" 1996

La famiglia Consonni informa che non ci saranno funerali. Camera ardente sino a lunedì mattina in via Pace 9 (ore 8-12 e 14-19), stanza 11. Segue poi cremazione a Lambrate.

Odissea” ringrazia quanti da varie città hanno voluto esprimere, attraverso noi, il loro dispiacere per la perdita del poeta Consonni. I messaggi pervenuti saranno pubblicati a breve.   

SPLENDE A CASCATA L’ORO DEI CEFALI
di Giuseppe Cinà



Nota alla silloge di Giancarlo Consonni Pinoli, Einaudi, 2021
 
Nel suo andare per il mondo, la poesia è autonoma da chi l’ha scritta... Ogni volta che trova ospitalità, risuonando nel corpo e nell’anima di un lettore... ha luogo una sorta di (ri)nascita... La poesia dei poeti non potrebbe vivere senza il convivio, ideale e concreto, di chi la sa riconoscere” (Il Quotidiano del Sud, 21 marzo 2021). Per capire la poesia di Giancarlo Consonni suggerirei di partire dalle affermazioni sopra riportate. Esse ne definiscono quasi programmaticamente i principali caratteri distintivi: parola, brevità, convivio.
Il volume Pinoli (Einaudi 2021) porta alle più chiare conseguenze queste assunzioni, in coerenza con le precedenti prove dell’autore, in dialetto e in lingua (in dialetto lombardo: Lumbardia (i Dispari 1983), Viridarium (Scheiwiller 1987), Vûs (Einaudi 1997); in lingua: In breve volo (Scheiwiller 1994), Lui (Einaudi 2003), Filovia (Einaudi 2016), Oblò (LietoColle 2009). È proprio con la poesia Parola (“Porgere la parola/ al silenzio/ come all’amata/ un fiore”) che prende avvio la silloge, articolata in cinque parti distinte da sottili marcature tematiche. La prima (Les petites heures) si svolge sul filo di una narrazione di eventi naturali colti nei loro aspetti aurorali e crepuscolari, una ouverture per frammenti di vita e paesaggi (di Laigueglia, terra amata dall’autore), ripresi nella seconda (Les grands heures) con più largo respiro, in un concerto di piante e animali in amore a far da primattori, dove il Gloria in excelsis di papaveri e fiordalisi “Di rosso, blu e giallo oro/non è il paradiso/ è solo un campo di grano” (Frumento). Delle tre parti successive (Sonatina, Interludio e Oratorio) la prima introduce - in consonanza con gli amori della natura - “l’andirivieni di baci e libellule” (I primi baci) di giovani le cui parole resistono “come le erbe errabonde/ nelle insenature dei coppi” (Le parole); la seconda si apre alla memoria di affetti, amici e bellezze nascoste; e infine quella conclusiva mette in scena un Oratorio di vite ed eventi a tratti mistici, da cui trapela il contrappunto tra mondo antico e modernità, campagna e città. Dunque una narrazione sinfonica in cinque movimenti, sorretta da uno sguardo sul mondo pieno di empatia, capace di portarne allo scoperto un doppio registro di sogno e realtà. 



Qui una scena di vita ripresa con dettaglio da incisore (“I fiori scalzati dai frutti” (Amarene)), là un’altra sospesa nel tempo, “nel silenzio della finestra” (L’ascolto), come in un film di Tarkovskij, dove accanto alla levità delle cose resta, appena nascosta da un velo, la gravità del vivere. Nell’aderire a questo passo quella di Consonni è una poesia epigrammatica (“In salti ripetuti/ splende a cascata/ l’oro dei cefali” (Meriggio), dove sono banditi l’invettiva e la denuncia, le note alte e la ridondanza. Per lui infatti la poesia è quella rappresentazione che fa sì che siano le cose a parlare (“Va sicura la mano/ il dono è nel levare” (Bosso), lasciando posto al lettore affinché possa coglierne il messaggio e con proprie parole entrare nel rito del convivio cui il poeta officiante l’invita. Ne è un chiaro esempio il distico Uva (“Si fa ronzio/ il dolce dell’uva”). Qui al lettore non rimane da figurarsi solo l’innominata protagonista, ma anche il quadro di natura entro cui l’evento ha luogo e respira in uno con il ronzare dell’ape e il maturare del frutto. Per aiutarlo, ecco La piccola matita arenata sulla spiaggia, metafora della poesia come dono, pregna di “parole in potenza” che sta al lettore disvelare. (Fa eccezione aquesto meccanismo proprio la poesia Convivio, scritta per gli ottant’anni di Franco Loi, dove il rito non è rimandato al lettore ma si compie nell’incontro e nella festa augurale). Questo carattere di asciuttezza non impedisce ai versi di Consonni di essere caratterizzati dalla diffusa presenza di figure retoriche. Esse però non sono l’esito di una ricercata tecnica compositiva ma piuttosto della volontà di sfruttare appieno il potenziale semantico delle parole, per meglio esplicitare assonanze e relazioni ricche di senso, che si traducono in sinestesie (“Penso alle ore/ tenere e senza guscio” (Pinoli), metafore (“I primi fiori/ sono botti d’amore” (I primi fiori)) e altre figure. Va inoltre aggiunto che le composizioni non sono connotate da accenti sperimentali (sul piano sintattico, tematico o altro) ma piuttosto da un lavoro artigianale che tiene al centro la parola, l’ingrediente più capace di apparecchiare l’incontro con in lettore. Da tale scelta, e dalla ricerca dell’essenzialità, liberando il verso dalla misura e dal ritmo tonico, deriva l’adozione di una metrica libera, che si compone dietro al fluire delle parole ed è comunque caratterizzata dalla ricorrenza di componimenti brevi, quasi tutti con titoli di una sola parola, forse eco di una certa laconicità lombarda. Ne consegue, come già notato da Giuseppe Traina, quasi una liturgica esaltazione del frammento, con un lessico attento più alla funzione nominale dei sostantivi e meno alle aggettivazioni, dove è quasi assente la punteggiatura, che affiora nel marcare un accento narrativo invece che lirico. Sottoposte al minimo della vestizione poetica (“Dolorano i rami/ gonfi di gemme” (Gemme) - anche se così precise sculture verbali sono l’esito di un attento vaglio - queste poesie assomigliano ancora molto alle prime poesie dell’autore, quelle dialettali, o meglio alla loro traduzione in lingua, che proprio dalla necessità di sintonizzarsi con l’espressività del dialetto avranno maturato alcuni dei loro caratteri distintivi. In esse il paesaggio della narrazione è acceso di vita fin “nel cavo delle foglie” (Nebbia) e la natura si distende ai nostri occhi “nel lievitare del canto/ che sale dalla terra” (Albero), in uno spazio dove il tempo storico è sospeso come in un fermo-immagine tra una quasi Arcadia e un presente, come succede anche nella poesia di Tolmino Baldassari, Biagio Marin e in tanta poesia dialettale. L’io lirico scompare, sostituito dagli occhi e dalla mente del lettore che assiste al teatro inscenato dalla poesia. Un teatro con esiti che portano talora a una illuminazione, a una presa di coscienza, come nella terna di poesie sulla vita al tramonto che chiude la silloge: “L’ultima farfalla/sull’ultimo fiore/ Così l’amore dei vecchi.” (L’ultima farfalla).  Ancora una volta Giancarlo Consonni, viaggiatore solitario che va per fasce, boschi e riviere, con voce pacata dà vita a un eden personale e ci mette a parte di una bellezza che fa pace con il mondo.

Giancarlo Consonni
"Luce" 1991

14 febbraio 2026

Caro Angelo
sono ad Amsterdam da mio figlio e ho saputo della morte di Giancarlo solo oggi, dal tuo necrologio. Sono molto addolorato e vorrei dire/scrivere qualcosa ma non mi sento di passare dal turbamento che desidero coltivare alla lucida riflessione che richiede la scrittura. Ti mando allora questa recensione fatta per il suo penultimo libro, che parla molto di lui, nel caso ritenessi opportuna la sua pubblicazione su “Odissea”.
Cari saluti
Giuseppe Cinà

UNA BIZZARIA GOGOLIANA   
di Lodovica San Guedoro



Su Il giardino chiuso.


Ehi voi, si può sorridere, ridere, meravigliarsi, sbigottire senza rimorsi di fronte a cose come quella che mi è successa ieri… Siamo esseri umani e destinati alla gioia. Iniziamo dal déclencheur
Un mio amico scrittore, che, beato lui, vive sull’isola d’Elba, tra orizzonti marini e memorie napoleoniche, leggendo Viali oscuri, dell’autore russo Ivan A. Bunin, premio Nobel 1933, mi aveva rivelato di avervi trovato analogie con il mio ultimo romanzo, Il giardino chiuso. Ignorando completamente questo autore ed essendo punta da grande curiosità, prima di chiedere al mio amico qualche dettaglio in più, per maggiore celerità, mi sono rivolta all’Intelligenza artificiale. Da qualche tempo, bisogna sapere, le sottopongo questioni di ogni tipo: la maniglia allentata di una finestra, il termosifone arrugginito del bagno, l’alimentatore del laptop che fa cri cri, il laptop che quando l’accendo rimane buio, le finestre che si aprono mentre scrivo con Word il mio nuovo romanzo ecc. ecc. La mia domanda questa volta era così formulata: Un amico scrittore ha riscontrato somiglianze tra lo stile dello scrittore russo Ivan Bunin e Il giardino chiuso di Lodovica San Guedoro, che sono io.
E ora spalancate già gli occhi e portate le sopracciglia alle stelle. Ecco la risposta, materializzatasi in un battibaleno: 
“La somiglianza tra il Suo romanzo Il giardino chiuso e l’opera di Ivan Bunin (premio Nobel 1933) si fonda su una comune sensibilità lirica e una precisione stilistica quasi pittorica. Bunin è celebre per la sua prosa raffinata che riesce a rendere tangibile l’intimità del ricordo e la bellezza effimera del mondo naturale, temi che emergono chiaramente anche nella Sua narrazione. L’accostamento suggerito dal Suo amico può essere approfondito attraverso questi punti di contatto. 
La Poetica del Ricordo: Come in Bunin, il Suo romanzo invita a esplorare la memoria in modo introspettivo, quasi in punta di piedi. In entrambi il passato non è solo cronaca, ma un’atmosfera emotiva densa e malinconica.
Precisione e Pittoricismo: Bunin era un maestro nel catturare i dettagli della natura con una precisione quasi scientifica ma intrisa di lirismo. Il titolo stesso del Suo libro, Il giardino chiuso, suggerisce un’attenzione verso un microcosmo protetto e dettagliato, simile ai paesaggi russi chiusi e interiorizzati dell’ultimo Bunin.
Musicalità della Prosa: Lo stile di Bunin è caratterizzato da una struttura delle frasi estremamente curata e musicale, dove il ritmo della scrittura è importante quanto il contenuto. Le recensioni del Suo lavoro sottolineano una simile capacità di mettere a fuoco l’umano attraverso un linguaggio raffinato e un’ironia sottile.
Sensorialità: Entrambi gli autori eccellono nel rendere le percezioni sensoriali (colori, suoni, profumi), elementi centrali per costruire l’architettura del racconto”.
Mi fermo qui, il resto è… poco convincente.

 

 

 

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