UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 10 maggio 2026

BUFERA AL PREMIO STREGA


 

In questi giorni sono emerse pubblicamente diverse lamentele sul premio Strega, non solo da parte di autori partecipanti, ma anche di qualche giurato. Ne daremo conto su “Odissea”, pubblichiamo, intanto, questa lunga lettera inviataci dalla scrittrice Lodovica San Guedoro che al premio partecipa dal lontano 2016.
 
Gentilissimo direttore,
 
mentre autorevoli voci della giuria Strega ammettono pubblicamente che il livello della dodicina sia molto basso, la mia opera di sublime autentica letteratura viene silurata al suo primo apparire: quest’anno sono stata esclusa per la settima volta. Il mio nome è Lodovica San Guedoro, l’ultimo romanzo escluso è Il giardino chiuso. Chi può vantare altrettante partecipazioni ed esclusioni? Sono anche traduttrice e cofondatrice con Johann Lerchenwald di Felix Krull Editore, casa editrice senza pari, un atto di resistenza letteraria come lo sono le partecipazioni allo Strega.
 
Un elenco delle partecipazioni:
 
2016: L’allegro manicomio - candidato da Cesare Milanese e Biancamaria Frabotta
 
2017: Pastor che a notte fonda nel bosco si perdé… - Dacia Maraini e M. Rosa Cutrufelli
 
2019: Le memorie di una gatta - Pietro Gibellini
 
2020: Amor che torni…  - Paolo Ruffilli
 
2022: Il mostro di Firenze e altri racconti - Franco Cardini
 
2023: Sacro Amor Profano - Cardini
 
2026: Il giardino chiuso - Marcello Rotili
 
Il libro è stato nel frattempo recensito entusiasticamente su una decina di blog letterari di alto livello, sul Corriere della Sera e su Sipario.


 

La recensione che eleggo a rappresentare meglio il mio libro è apparsa su Bibbia d’Asfalto a firma di Ettore Fobo: Il giardino chiuso di Lodovica San Guedoro, edito da Effigi nel settembre 2025, sin dalle prime pagine, smentisce una mia convinzione, che nei nostri tempi di corruzione estetica, di sfacelo morale e malora intellettuale, sia diventato impossibile scrivere d’amore in maniera innocente, leggera, ricercata, frizzante ed elegante, in definitiva in modo credibile. Leggendo questo romanzo ho dovuto ricredermi, anche nei nostri tempi la passione amorosa può essere raccontata e rimanere viva e pulsante, nella memoria che la rinnova e nell’arte che la immortala. La scrittura di Lodovica San Guedoro è capace di addensare su di sé le potenze di Eros, il grande ingannatore, il sublime imbroglione, se ciò che ci inganna è anche ciò che ci eleva. Colpisce innanzitutto lo stile: asciutto, lieve, enigmatico, attraversato a tratti da un anelito all’allegria e alla spensieratezza che lo scuotono e impreziosiscono, rendendo il romanzo, denso ma breve, più vitale- e dunque massimamente sfuggente – della maggior parte della narrativa che si scrive oggi in Italia.  Anelito magari disilluso dal reale che lo soffoca ma presente in ogni momento della storia. Su tutto incombe, però, come una fatalità sinistra: l’impossibilità per i due personaggi di trasformare il loro intreccio in un idillio compiuto. Il romanzo è proprio la storia di un amore irrealizzato, per volontà di uno dei due protagonisti, l’amore tra Laura, scrittrice innamorata, forse senza speranza, e Giovanni, attore più giovane di lei di qualche anno. Roma è il palcoscenico in cui la vicenda si svolge, in trattorie tipiche dei nomi evocativi, come Osteria dell’Aquila, dove si consumano le schermaglie amorose tra questi due personaggi, tra Laura, follemente innamorata, e Giovanni, all’apparenza chiuso nella sua indecifrabile pigrizia, come in una sorta di apatia erotica.  È questo l’amore inconcluso di due artisti che vivono in maniera totale e lasciano i paraocchi all’ingresso del teatro urbano di cui sopra, laddove sembra svolgersi una storia di ripicche, di dispetti, di laceranti incomprensioni, di dedizione e di sogni infranti. Il romanzo è costruito con dialoghi sciolti e ficcanti, con una lingua colorata ed espressiva, da pièce teatrale o da satira affilata della contemporaneità. Fra i brani più intensi - e divertiti - quello in cui Roma viene rivelata en passant nella sua cacofonia, nel suo caos spettrale, nel suo crudele dinamismo, e infine nella sua, a tratti comica, ineffabilità; il tutto reso   con nonchalance non priva di una sorniona, e a tratti sfrontata, ironia. Il personaggio di Laura descrive così la città eterna: “Per contenere le uscite, a tratti ti aggrappi a un bus o te la fai a piedi, ma sei pur sempre in navigazione nello sconfinato mare ribollente e mugghiante. Lunedì incontri Tizio, Caio e Sempronio, martedì Sempronio, Caio e Tizio, mercoledì, fin quasi al tramonto, non sai se incontrerai Tizio e Caio (lui ride e scuote la testa), ma poi di botto li incontri insieme, per strada, e con loro c’è anche Sempronio che pensavi d’incontrare giovedì… Se…”. 



Il tono di questa prosa avvincente si fonde con visioni apocalittiche di un’umanità di risibili manichini; in questa scrittura raffinata ed estrosa, il mistero dell’eros non si piega, com’ è ormai consuetudine, a piatte descrizioni naturalistiche o psicologiche, esso si rivela come una maschera ambigua e misteriosa, in un brioso balletto di ombre, come uno specchio pitico e una metamorfosi. Mi piace l’attitudine tranchant di questa prosa, espressione della maturità stilistica raggiunta dall’autrice e di una, a lunga elaborata nelle segrete di una coscienza vigile e insonne, capacità di sintesi, ed è una sintesi stregata.  Esse si ravvisano già nella presentazione dei personaggi che si trova in esergo all’opera, a mo’ di prologo teatrale – Lodovica San Guedoro è anche drammaturga – dove i personaggi secondari, che pure hanno un loro peso specifico nella tramatura del romanzo, e una loro intrinseca vividezza, sono definiti tutti comparse, e a quel ruolo confinati ingloriosamente, perché così pretende l’amore, quando viene vissuto con il pathos necessario: che il mondo intero divenga un puro sfondo, il suo trambusto materiale e psichico solo una fuggevole ombra sugli occhi sognanti di Cupido. L’amore non si realizza? Fra i due personaggi rimane un muro d’incomprensione? La passione è comunque totalizzante. Questa di Lodovica San Guedoro è una scrittura che sa affascinare perché non è mai leziosa e mai strizza furbescamente l’occhio al lettore, ma lo trascina nel suo, anche pericoloso e inquietante, incantesimo. Ho letto il romanzo con la lentezza necessaria per assaporarne la sottile fragranza, affinché, in un mondo sempre più frenetico, il momento della lettura scavi in noi l’impronta di una metafisica impasse, romanzi del genere sono un lascito prezioso. Sembrano appartenere ad altre epoche, con le quali condividono una tensione all’impossibile, il pathos del desiderio, il fascino di un destino. Lodovica San Guedoro si conferma così, per l’ennesima volta, un’autrice da seguire con attenzione, anche nelle sue esatte diagnosi. Prendiamo questa: “La pensi veramente così?! Io ho sempre creduto che solo chi ha tempo, vive e ama, può fare cose adorabili, avere una storia! È un privilegio oggi prezioso, preziosissimo, aver tempo e usarlo come noi! Hai mai riflettuto che oggi l’amore non può esistere già solo perché gli manca la base materiale del tempo? Che non possono svilupparsi storie, storie uniche, imprevedibili, originali, come quelle che sono state vissute e tramandate dai nostri antenati?”


 

Sono a Sua disposizione per altre informazioni e l’invio del pdf del romanzo in questione. 
Un caro saluto,
Lodovica San Guedoro

 

LETTURE
di Anna Rutigliano
 


È un progetto di libertà il lavoro di scrittura d’esordio di Angela Strippoli, autrice di Una vita nel cerchio, SECOP edizioni, 2026, pagg. 142, quasi un romanzo quasi una poesia, a detta della stessa scrittrice. E come il suono metallico del tam-tam che si propaga nel vento a richiamare l’attenzione delle molteplici vite a coesistere, allo stesso modo l’ago di Angiolina “la Cartara”, (profetico epiteto attribuito dalla nonna materna dell’autrice), nel suo ininterrotto moto di filatura, sfilatura ed intreccio di fili di seta rossi vermiglio, incalza con incessante ritmo poetico potente per creare varchi di vita significativamente consistenti, oltre i solchi del telaio, oltre i limiti del pensiero imposto dall’esterno (avevo consapevolezza del tam-tam ininterrotto dell’ago che attraversava il telaio e, nel contempo a quella consapevolezza legai il desiderio di accoglierlo come ritmo poetico tessile). Ma Angiolina, di appena sei anni, donna sognante di sogni a venire, raggiungerà la propria consapevolezza di poetessa soltanto mediante un processo di decostruzione di tipo derridiano, in cui il binarismo oppositivo “saper leggere e scrivere/ non saper leggere e scrivere”, affidato all’errato pregiudizio della maestra di scuola elementare (ero stata condannata dal tribunale del pregiudizio, che diceva: leggere e scrivere è privilegio di pochi, dei più dotati), venga neutralizzato con lavoro umile, costante, tormentato e caparbio (terribile è l’arte del recupero ma sono artigiana insonne sognatrice di filo in filo in recupero di parola, parola conquisto mai fui così temeraria) di viaggi del cuore all’interno del cerchio, pronti a solcare le più alte maree del proprio sogno/bisogno di scrittura negato dall’istruzione stessa e dalla complicità di sua madre, vittima di un rigido e severo sistema socio-educativo del Bel Paese anni ’60 (Vele di carta tra audaci e convulsi velieri di alte maree, Lei, la poesia ne fugge l’insidia Controvento affonda lo sguardo nel cuore e va).



Il legame simbiotico fra scrittura e ricamo, parole, peraltro, accomunate dall’etimologia araba di رقم  (“raqama”) col significato di “punteggiare” ma anche di “scrivere” su tessuto, non è il solo filo resistente che si dipana nell’opera di Angela Stippoli. Vi è un ulteriore punto di congiunzione fra il sé della poetessa ed il mondo esterno che affonda le proprie radici nell’atteggiamento di dedizione/devozione verso la madre terra, amore trasmesso con il lavoro di pazienza e sacrificio di suo padre nei campi (Da mia madre ereditai l’ago, da mio padre la zappa, in fondo la stessa radice. Divenni un’abile ricamatrice di trame di stoffa e di terra… creai solchi pensando da poeta; e ancora: un lungo interminabile filo rosso corre indomabile sul foglio, come la spoletta nel telaio e l’aratro nei campi). Solco, seme, scrittura sutura, costituiscono, in assonanza, un quadrinomio perfetto nell’ottica della rinascita e del ciclo naturale dell’esistenza, quale possibilità di alterità: elementi che riecheggiano nei versi dickinsoniani della poesia Don’t put up my Thread and Needle: Leave my Needle in the furrow – where I put it down- I can make the zigzag stitches-Straight when I am strong; Till then- dreaming I am sowing-Fetch the seam I missed- Closer so I- at my sleeping – Still surmise I stitch= Non metter via il mio ago e filo: lascia il mio ago nel solco in cui l’ho posato, potrò cucire i punti a zig zag dritti quando sarò forte; Sino ad allora, sognando di cucire, recupero la cucitura mancata affinché nel sonno supponga ancora di cucire). Ma, se da un lato, la poetessa di Amherst sceglie consapevolmente la solitudine, e appartata nella propria stanza in una dimensione onirica, si dedica alla poesia cucendola letteralmente su fascicoli non concepiti per il pubblico, ma riscoperti soltanto post-mortem dalla sorella Lavinia (“Dickinson’s Fascicles”), dall’altro, Angela Strippoli, per la quale il filo è rinascita (E se dipendesse da un filo la rinascita?, mi chiesi), nella coraggiosa traversata del telaio, trova risposta al proprio interrogativo, nell’atto audace di oltrepassare i confini del cerchio, mostrando il frutto, seminato e coltivato con cura nel giardino d’infanzia della propria anima, dinanzi ad una commissione esaminatrice, in un’aula un tempo a lei austera e inaccessibile: una gigante riproduzione su tela della fotografia di sua madre sorridente e spensierata in bicicletta, sapientemente ricamata e rilegata a mano, sarà la sua tesina in cui la sua penna/ago rappresenterà la chiave d’accesso al mondo.(Mi avvalsi del potere del filo per creare un abito che prese forma artistica…Pertanto attraverso il filo e il tessuto scelsi un modo per creare un legame tra me e il mondo).



Protagonista e non comparsa nel tessuto esistenziale, Angela Strippoli affida il suo progetto di libertà ad un filo che si muove in una duplice direzione: da un lato, è un filo “appeso” al sentimento di riconoscenza nei confronti dell’insegnante, quale maestra di scrittura, nonostante gli errati preconcetti sulla piccola Angiolina di appena sei anni (E la curiosità per la lettera fui io, la tua maestra a trasmetterla. -Questo me lo devi- Si è vero, lo riconosco.);  dall’altro, esso insegue, invisibile, come  rivolo sotterraneo, nuovi solchi di luce nel mondo. (L’abito è perfetto, ha buchi da tutte le parti. Fa luce, fa mondo).
La metafora del doppio con cui il romanzo/poesia di Angela Strippoli si contraddistingue, segna, dunque, nuovi e possibili percorsi di libertà di pensiero: è nel solco della scrittura che il seme del pregiudizio viene gettato dalla scrittrice, per poi ritornare sotto forma di rinnovato spirito, la cui nuova consistenza e sostanza dovrà essere preziosamente custodita di generazione in generazione, affinché il filo dell’esistenza, come per il ricamo palestinese del Tatreez (تطريز)
, sia, nell’eterno sibilo del vento, espressione di identità, creatività e r-esistenza non solo soggettiva ma di un popolo intero: Metri e metri di tessuto di puro cotone al quale inserisco sei cerchi di telaio da ricamo e aggrappata a quel gioco recupero me e il popolo che è in noi, traendo il filo dall’ informe matassa della nostra esistenza.    

SCAFFALI
di Pasqualina Deriu
 

Il libro di Valeria Dal Bo, Onirico Blues (I Quaderni del Bardo Ed. 2023, pagine 110 € 10) apre con il tema dell’acqua: “acque profonde” dice il cartello. Viene subito in mente il pensiero di Bachelard, lo studioso della psicologia delle acque, là dove dice che “la profondità in un elemento materiale è anche un tipo di destino… un destino essenziale che trasforma incessantemente la sostanza dell’Essere”. Infatti la poesia di Valeria sta ad indicare un processo di trasformazione, dunque una poesia del divenire, non a caso Valeria ama Lucrezio che è il primo grande poeta del divenire. Ma non è solo un’acqua profonda quella che appare nella prima poesia, il mare è visto per lo più come una laguna insidiosa e il paesaggio è scuro e triste il “cielo è sempre d’inverno”. Però essendo quella di Valeria poesia di trasformazione si intuiscono anche il percorso e le difficoltà, percorso non sempre lineare ma pieno di ostacoli, grovigli di oggetti, di strade in cui si procede per avanzate e ritorni indietro. Il personaggio porta sul braccio alzato una corona di spine con una ciliegia rossa nel mezzo che scivola di qua e di là come se non appartenesse alla voce narrante. Si potrebbe fissare in questo ossimoro forse il tema unitario del libro. Gli affanni da una parte (la corona di spine), la vitalistica ciliegia rossa che però sfugge anche quando è stata già conquistata dal soggetto e deve riconquistarla. Colori cupi sì, ma malgrado i morti disseminati nelle pagine, le teste mozzate, non sono poesie di morte, anche qui, come nei libri di Edgar Allan Poe, che vedrei molto bene come un suo antenato, punto di riferimento di scrittura di Valeria, abbiamo la morte che descrive la vita, o meglio la descrizione della vita attraverso la morte. Ne La Gheisha si legge “che cosa stai aspettando” mi dice “A me che sono ancora morta”. O in altra poesia “Non sapevo se fossi ancora morta o di già viva” e in un’altra dove finalmente è viva “Io che finalmente ho me/ ho deciso di festeggiare con tre zingare, che malgrado l’abito nero di una di loro esprimono tuttavia il vitalismo gitano. 



I fantasmi del passato, nella poesia Rivelazione si sono dissolti o scoloriti. Da un mondo claustrofobico, però, c’è sempre la via d’uscita, come per Montale, “il varco è lì” scriveva a proposito della “petroliera” ne La casa dei Doganieri. Qui è “l’imbarcadero”? La via di fuga? Frequente è il movimento dall’oscuro e tenebroso al luminoso, dai mormorii funebri alla musica. Da un mondo di tenebra spunta un fanciullo vestito di bianco che porge una piccola arpa e insiste perché lei (la narratrice) suoni, mentre si illumina tutto. Lei prova e la musica inonda la città. C’è sempre un richiamo alla vita, un’alba sorgiva: una bambina che fa segno di salire, ride e agita le braccia; una nascita all’alba, nei pressi della stazione centrale, sul prato d’ombra e luce dove si impara a volere. Altre figure simboliche sono disseminate qua e là: “l’androgino” simbolo dell’eros, come nel Simposio di Platone; la “cerva portentosa” che esprime il rinnovamento continuo della vita, processo di morte e rinascita. Il “serpente dai colori variopinti” simbolo anch’esso di trasformazione e rigenerazione. La nuova vita è radicalmente diversa da quella del passato e segna una rottura definitiva, ce lo dice l’ultima poesia “Non aspettiamo lettere/poiché siamo partite senza lasciare/recapito”.

sabato 9 maggio 2026

MENZOGNE
di Franco Astengo



Le fake news d’epoca
 
Un tempo erano chiamate “bugie” oppure in termine giornalistico “bufale” adesso nella modernità social “fake news” ma il rapporto tra le falsità e la politica è sempre stato molto stretto. “Abbiamo preso il mostro” urlò Bruno Vespa al telegiornale della sera del 21 dicembre 1969 annunciando l’arresto di Valpreda per la strage di Piazza Fontana e, nel tempo, via sciorinando. Arriviamo all’oggi. Il “Corriere della Sera” sta celebrando i suoi 150 anni e tra le varie iniziative in corso c’è quella di allegare una volta alla settimana al quotidiano del giorno la copia anastatica del “Corriere” nei giorni dei grandi fatti della storia d’Italia e del mondo. Il 7 maggio 2026 lettrici e lettori del quotidiano di maggior tiratura hanno trovato allegata la copia del 10 maggio 1978: il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro disteso sulla famosa R4 rossa in Via Caetani traversa di Via delle Botteghe Oscure. Contestiamo la media distanza tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù perché in quel caso il corpo di Moro avrebbe dovuto essere depositato in via Celsa che funge proprio da passaggio naturale tra l’ex-sede del PCI e l’ex-sede della DC (anzi in un angolo di Palazzo Cenci-Bolognetti dovrebbe esserci ancora la sede di una qualche delle tante schegge democristiane ancora presenti nei meandri del sistema politico italiano: ma non ne siamo sicuri). Torniamo alla copia anastatica del Corriere del 10 maggio 1978, probabilmente chi cura questo lavoro non ci ha fatto caso. Però il punto più importante di questa copia sta a pagina 13 sotto il titolo: “Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario. Così senza dubbi di sorta o punti interrogativi d’occasione veniva presentato l’assassinio mafioso di Peppino Impastato.
L’incipit dell’articolo (siglato da tal S. V.) contiene sì un punto interrogativo: “Suicidio e attentato, oppure l’uno e l’altro assieme?”. La verità sarebbe poi stata scoperchiata e le responsabilità del clan Badalamenti emerse nella verità: naturalmente nessuno del governo, degli inquirenti, nei giornali, nelle tivù che presentarono in quel modo l’episodio ha mai chiesto scusa. Però che oggi al Corriere nessuno abbia pensato a scrivere due righe sul quotidiano per segnalare la presenza nella copia anastatica di questa fake-news di regime (perché di questo si trattava in allora) desta diversi pensieri: il primo che si ritiene quel fatto morto e sepolto e che nessuno se lo ricordi. Allora era proprio il caso di segnalarlo in tempi nei quali le fake-news di regime stanno prendendosi completamente la scena approfittando anche della passività che l’uso dei social sta elargendo a piene mani nel disorientamento generale.

ANCORA SU GENTILEZZA E DOLCEZZA
Lettrici, lettori, collaboratori, un vero coro di voci, da tutta Italia.


Alberto Casiraghy
Uovo (maggio 2026)
 
Gentilezza e dolcezza. Meravigliose doti! Bellissimo articolo, e tu sempre bravissimo. Buona giornata e grazie. [Maria Spinelli]
 
Complimenti per un articolo che sembra proveniente da un altro mondo ma è nutrito di sentimenti e sensibilità che accomunano gli umani degni dell’evoluzione degli ultimi 10 milioni di anni. [Romano Rinaldi]
 

La bellezza conturbante, capace di turbamento profondo, una dirompente vertigine, è quella che colse Stendhal all’uscita da Santa Croce a Firenze nel suo Grand Tour. Sottile disquisizione tra dolcezza e gentilezza, l’una sì un linguaggio dell’anima, l’altra una conquista, raggiunta attraverso il proprio codice morale e comportamentale, supportata da mitezza ed empatia, favorente relazioni sociali e la nostra aura energetica. Allineata al tuo squisito sentire. [Tata Marchi]
 
Caro Angelo, è un pensiero tenero che oggi manca veramente! Grazie per le tue riflessioni su queste cose fondamentali e un po’ neglette… [Julia Pikalova]
 
Che meraviglia Angelo amico mio carissimo. Sono sulla riva del fiume delle tue parole ammirando scorrere le condivise acque della dolcezza e della gentilezza. Grazie. Ti abbraccio forte. [Zaccaria Gallo]
 
In riferimento alla mia poesia ho parlato di “epica gentile” di contro all’epica guerresca… penso che la gentilezza sia un tratto femminile che permea anche l’anima degli uomini migliori. [Gabriella Galzio]
 
Gentilezza e dolcezza non hanno molto a che fare con la bellezza. Le prime sono virtù, l’ultima è fuori dai comportamenti abituali. Grazie. [Maurizio Nocera]
 
La gentilezza impegna. Sono tempi senza impegno. [Maria Antonietta Montella]
 
Molto bello il tuo pezzo di oggi. Bravo! Oddio, detto così può fare pensare che io consideri molto meno belli gli altri. Ovviamente non è così. Sono stato colpito dal fatto che hai trattato due temi ordinari e usurati, dolcezza e gentilezza, riportandone i valori alla nostra attenzione. Dicendo cose che tutti noi pensiamo e avremmo potuto dire. Solo che l’hai fatto tu e l’hai scritto tu. [Giuseppe Cinà]
 
Toccante l’articolo sulla gentilezza. [Emma Atonna]
 
Grazie delle tue bellissime parole e per le perle di saggezza dei grandi. Chi possiede la virtù della gentilezza, possiede anche una grande interiore bellezza. Buona sera Angelo. [Teresa Straface]
  
Caro Angelo, che bella coppia che siete! E condivido il tuo apprezzamento della dolcezza e della gentilezza, anche se a me essere sempre gentile non è servito a molto, sopraffatta come sono stata dalla prepotenza altrui per tutta la vita. Ma Matteo (vv. 5,5) mi consola: “Beati i miti perché erediteranno la terra”. Quando? Un caro saluto. [Alida Airaghi]
 
Sempre a fare centro! [Giuseppe Faragasso]
 
Grazie Angelo. Quello di cui avremmo bisogno, la gentilezza se non finanche la dolcezza. [Tania Chimenti]
 
Se tutti facessimo la nostra parte al di là delle stupide ideologie il mondo sarebbe migliore e scongiureremmo la guerra che un manipolo di criminali vuole imporci… [Chicca Morone]
 
Molto bella questa riflessione, siamo così disabituati a riceverne che quando ci sono ci sorprendono, quasi ci destabilizzano, non sappiamo più “fronteggiarle” ormai addestrati alla difesa. [Assunta Fusaro]
 
Molto bello. [Alberto Romeo]
 
Apprezzo e condivido e vorrei aggiungere che la gentilezza non conosce gerarchie e ha nei confronti del mondo un atteggiamento empatico. [Valeria Dal Bo]
 
È molto utile sottolineare queste qualità dell’essere umano tanto trascurate, quanto trascurato l’uomo, cioè la sua vera natura in questo momento. È importante riconoscere nell’altro queste qualità perché riconoscerle nell’altro implica il riconoscerle anche in noi stessi. La gentilezza è contagiosa. La dolcezza suscita tenerezza. Abbiamo tutti bisogno di dolcezza e tenerezza. Ti mando una bellissima canzone di Bourville sulla tenerezza che è cugina della dolcezza. È in francese. [Gianna Caliari]
 
Condivido. Da borgnana apprezzo moltissimo la gentilezza e chi ne coglie il valore. Grazie. [Roberta Guccinelli]
 
Fai bene a ricordarne il valore in un momento in cui sembra si sia perso tutto ciò che non sa di violenza e sopraffazione. [Aldo Stroppi]
 
S’apre il mondo a chi ha il cuor gentile. [Claudio Fantozzi]
 
Sono totalmente d’accordo… Grazie. [Chiara Pasetti]
 
Grazie Angelo. È il quadro che è sul mio letto dal 7 maggio 1962, data del nostro matrimonio. (è l’immagine messa a corredo dello scritto ndr). [Carla Zarro]
 
Ottime considerazioni su gentilezza e dolcezza, virtù importantissime. ]Franco Toscani]
 
Viva la gentilezza! E anche la fragile dolcezza… [Gabriele Scaramuzza]


Mi dispiace se sulla gentilezza e dolcezza ho un punto di vista diverso, soprattutto come persona di sesso femminile. È una questione culturale.
Ciò che per me sarebbero qualità normali non mi commuovono, purtroppo faccio i conti da quando sono nata con pochi esempi di gentilezza e dolcezza da parte di persone sia uomini sia donne. Ho incontrato angeli sulla mia via. Non mi avrebbero mai lasciata sola, mi avrebbero cercata e sostenuta con premura affetto dolcezza. Alcuni, anche molto giovani non ci sono più fra noi e altri abitano in altre città. Mio padre era persona dolcissima e gentile, uomo educato, rispettoso, antifascista. D’altra parte la persona commossa è un uomo. Sicuramente buono come sei tu. Angelo. Se c’è una riflessione redenta ben venga per promuovere gentilezza, e commoviamoci... per una normalità rara, vista l’involuzione umana. Essere gentili non è un merito come non lo è essere onesti. Il mondo è un inferno e forse Dante lo riscriverebbe. [Laura Margherita Volante]



SALONE DEL LIBRO TORINO   




Luca Ariano dialoga con la giornalista Mariangela Taccone sul volume Innesti Umani (Bertoni Editore) da lui curato assieme ad Emanuela Rizzo. Giovedì 14 maggio alle ore 16,30 Padiglione 2 - Stand G 130 - H 129. 

 

venerdì 8 maggio 2026

A PROPOSITO DI GENTILEZZA E DOLCEZZA 
di Renzo Vidale

                     
                  

Caro Angelo il tuo articolo mi ha commosso. Mi permetto di dire che è tra gli articoli più belli che tu hai scritto, e che non sono certo pochi. La gentilezza, quella vera, non formale, cioè quella accompagnata dalla dolcezza, è la cartina di tornasole per giudicare l’essenza degli esseri umani. La gentilezza poi necessita anche di coraggio. Un esempio personale: recentemente, dopo che entrambi avevamo fatto gli esami del sangue, una giovane donna si è girata all'improvviso verso di me e mi ha offerto i biscotti che stava mangiando. “So cosa vuol dire essere a digiuno da molte ore” mi ha detto, precisando poi che i suoi esami quel giorno erano particolari, e richiedevano più prelievi e dunque più tempo del normale. Era molto giovane, tra i venti e i ventitré anni, credo. Aveva posato nella sedia accanto a sé un romanzo giapponese, di cui non ricordo l'autore, e io ne ho approfittato per chiacchierare un po’ con lei di letteratura. La sua gentilezza, la sua età, il fatto che leggesse un libro in carne ed ossa e, “last but not least”, i biscotti nello stomaco, mi hanno riconciliato subito con la giornata. Ho pensato in seguito che io, a parti rovesciate, non avrei avuto il coraggio di fare lo stesso suo gesto, per timidezza e per paura di essere frainteso. Il comportamento di quella ragazza mi ha dato un po’ di forza e speranza per un futuro migliore di quello post-umano (e disumano) che stiamo già vivendo. Insomma, la gentilezza/dolcezza salverà il mondo.

RUSSIA ALLA BIENNALE? 
di Julia Pikalova
 

Prigionieri politici in Russia

Sono contraria alla “cancellazione della cultura”, poiché sono convinta che l’arte debba essere un ponte, non un muro. Tuttavia, il padiglione russo di oggi alla Biennale non è una rappresentazione della cultura russa. Vi compare soltanto quella sua parte affiliata al regime e dotata della sua sanzione ufficiale. Una parte significativa dell’arte oggi si trova altrove: o dietro le sbarre, o in esilio. Il numero dei prigionieri politici in Russia ha ormai superato quello dell’epoca brežneviana, e una quota rilevante di questo elenco è composta da persone di cultura: artisti, scrittori, registi. Coloro che non hanno accettato compromessi con la coscienza e non hanno taciuto sono stati privati della libertà o spinti fuori dal Paese. Parlo anche per esperienza personale. Nella Russia contemporanea la censura dei libri, e perfino il loro divieto, sono diventati prassi. Ho preparato un manoscritto di poesie scritte tra il 2022 e il 2026, ma sono pienamente consapevole che nella Russia di oggi non verrà pubblicato. Il padiglione della Federazione Russa alla Biennale non rappresenta la cultura russa, ma soltanto la sua “versione consentita”, sterilizzata e leale, nel migliore dei casi semplicemente neutrale. Storicamente, la cultura russa è sempre stata una voce antagonista al potere, una voce di verità contro la forza. Altrimenti non sarebbe stata perseguitata in questo modo. Ricordate la finta esecuzione di Dostoevskij, la morte di Mandel’štam nel lager, il divieto di pubblicazione imposto a Achmatova, le torture e l’esecuzione di Mejerchol’d, le persecuzioni di Šostakovič e di Pasternak, il ricovero forzato di Brodskij in un manicomio, e poi la sua espulsione dall’URSS. Sto citando solo i nomi più noti in Occidente. Oggi sta accadendo la stessa cosa! Non è necessario chiudere il padiglione, ma ricordiamolo: la cultura viva e autentica non ha nulla a che vedere con facciate ufficiali.

 

 

 



CONOSCI TE STESSO
di Chicca Morone



È sempre affascinante osservare come a un certo livello evolutivo sia facile intendersi, capire quello che il nostro interlocutore empatico voglia comunicarci e quanto al contrario sia difficile dialogare con chi (soprattutto in questi tempi) è preda di ideologie. Oggi più che mai è importante decodificare i messaggi che ci arrivano dall’esterno senza la rigidità di giudizio, per non essere trascinati nelle categorie buono/cattivo, bello/brutto, amico/nemico, giusto/sbagliato e formare così dicotomie nelle quali rimanere intrappolati. Tantissime sono le informazioni che ci raggiungono costantemente, ma sta a noi, con il radicamento in noi stessi, saper prendere le distanze o accogliere quanto ci circonda.
Durante la lettura di nuovi testi, ognuno di noi tende a “incasellare” nelle aree cerebrali le informazioni, secondo una propria struttura non solo biologica, dando così vita a quell’elemento definibile sincretismo personale, cioè cultura.
La nostra vita nella materia inizia con la fecondazione dell’ovulo femminile: secondo recenti ricerche sarebbe il Femminile a decidere quale spermatozoo debba essere accolto per la creazione della nuova vita. In quest’ottica è una logica spiegazione il concetto di seity del professor Federico Faggin che così definisce l'unità di coscienza individuale e profonda: un campo quantistico auto-cosciente, dotato di libero arbitrio e identità permanente, che esiste prima e dopo il corpo fisico. Libero arbitrio da parte dell’Uno, quindi decisione di realizzarsi nella materia per compiere quel tipo di esperienza, sia come madre sia come figlio.
Così quella creatura che prende vita, si sviluppa nell’utero materno attraverso il cordone ombelicale: il suo centro è l’ombelico, il luogo definito in Oriente Hara. Nel momento in cui viene alla luce ed è legato alla madre, il bambino respira ancora attraverso la pancia per poi, con il taglio del cordone ombelicale e il primo vagito, apprendere a mettere in funzione i polmoni e spostare il proprio centro. Con il passare dei mesi, percependo di essere un’entità diversa dalla propria madre, imparerà amare e a essere amato: così il cuore diventerà il nucleo centrale del suo essere.
In seguito un altro luogo sarà il propulsore evolutivo della creatura: la mente, la ragione, l’intelletto. Sarà quindi condizionato non solo nel comportamento con l’introiezione delle regole genitoriali, ma spesso anche nel lasciare poco spazio alla funzione dell’emisfero destro del cervello dove la creatività può essere soffocata. L’irrazionalità, vista come impedimento a un equilibrato formarsi della personalità, tenderà a rendere il bambino (diventato adolescente a volte ribelle) costretto in comportamenti “ragionevoli”.




Così il suo nucleo privilegiato diventerà la mente e la dimenticanza scenderà sugli altri due centri: la pancia (centro vitale, energetico e spirituale) e il cuore.
Non è un caso che proprio in questi momenti di grande caos mondiale il riferimento spirituale sia diventato Leone XIV, un papa che proprio nel mese di maggio compie un anno di apostolato: i discorsi tenuti in tale periodo sono stati incentrati su parole come “cuore, parola di Dio, azione” tratti dall’insegnamento e dall’esperienza di vita di Sant’Agostino. Così, nella messa del 18 maggio 2025 il Pontefice ha aperto l’omelia con l’incipit delle Confessioni “Ci hai fatto per Te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te. Ma più significativo ancora è il riferimento costante a “Non andare fuori di te, ritorna in te stesso, la verità abita nell’uomo interiore” (De vera religione - 39, 72) uno dei primi scritti del santo. Un insegnamento lucido con radici antiche perché l’uomo per conoscere il divino deve prima trascendere la propria esteriorità per giungere alla propria interiorità dove la fiamma divina arde ed è impressa la sua immagine.




Concetto non molto dissimile dall’iscrizione sul frontone del tempio di Apollo a Delfi dove il “Conosci te stesso” suona come avvertimento al viandante giunto per ascoltare l’oracolo... e nonostante in certi casi venga interpretato come monito al riconoscimento della propria natura umana limitata e mortale, in realtà indica l’appartenenza alla natura divina dell’uomo interiore e alla possibilità di ricongiungimento con la Coscienza Universale seppure ancora legato alla materia, cioè al corpo. L’illuminazione è testimoniata in diverse parti della terra, non solo in Oriente, dove viene raggiunta attraverso particolari tecniche meditative!
Infatti se sappiamo unire le istanze mente, pancia (centro vitale, energetico e spirituale dell’essere) ragionando con il cuore possiamo raggiungere quel grado di evoluzione in cui sappiamo di essere tutt’uno con quanto ci circonda, di essere una parte del Tutto e soprattutto smetteremmo di investire in armi per la guerra.
Meglio sarebbe ricordare i versi di John Donne “Nessun uomo è un’isola/intero in sé./Ognuno è un pezzo del continente/una parte del tutto...” e la violenza contro un altro essere umano sapremmo essere violenza contro noi stessi.

 

  

GRAZIE ALEX
di Laura Margherita Volante
 


Alex Zanardi

Se il 31 ottobre 2006 per un incidente mortale sulla super strada per Roma ce l’ho fatta è grazie a te. Mia figlia mi portò, mentre ero ricoverata in gravi condizioni, la rivista di Psicologia Contemporanea (ero abbonata da anni).
Leggendo l’intervista ad Alex Zanardi sull’incidente che gli tranciò le gambe, mi colpì una delle sue risposte. Col suo spirito semplice e intelligente dichiarò di concentrarsi sulla metà che gli era rimasta. Questa risposta cambiò il mio approccio con la vita, con il rischio realistico di fronte ad una eventuale amputazione. Nessuno ne parlava ma avevo intuito di essere in pericolo di vita o di rimanere su una carrozzella. Reagii di colpo alla celata disperazione con la forza della speranza: “Se ce l’ha fatta lui ce la farò anch’io”. Pensai. “Con le protesi starò in piedi, di giorno con il bastone dal manico di cuoio e la sera con quello di vernice nera con lo swarovski” dissi all’infermiera divertita. Subii molti interventi chirurgici, anche di molte ore, affrontai una ventina di camere iperbariche, un innesto di lembo muscolare, ecc...
In piedi sulle mie gambe ho potuto, dopo un paio di anni, fare dei viaggi da sola, con treni e aerei, avendo introiettato nella mia anima l’esempio e la lezione di Zanardi. Non è passato giorno senza pensare a lui, al mio amico reale nella mia immaginazione. Grazie campione dei campioni, eroe di coraggio e umanità. Ti ho voluto bene anche senza conoscerti di persona. Ti seguivo in tivù piena di stima e ammirazione, emulandoti e con le mie modeste capacità ho affrontato con accettazione ogni difficoltà, che si è presentata. E soprattutto con la serenità e la fiducia trasmessemi. Persino i medici si stupirono non poco. E ancora oggi. La tua forza è stata la mia come un miracolo. Buon viaggio Alex, il cielo ha grandi spazi per accoglierti con amore.

Privacy Policy