UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 10 settembre 2026

OTTO SETTEMBRE 1943
di Franco Astengo


 

Per non dimenticare.
 
Eventi grandi, eccezionali, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi. Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi. Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943. In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata. In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali. Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam. A questo proposito Claudio Pavone, nel suo fondamentale Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto” (Il Leviatano pag.216). 



La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà. Però quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente. La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista. Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale, fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza. Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire. Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”. 



Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa. Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”. Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità-libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo. Una scelta da compiere, citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”. La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”. Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”. 



Si trattò piuttosto, come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”. La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari. Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale. L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia. I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche. Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani. 



La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica. Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana. Fu , però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin: “Vincere la guerra per vincere la pace”.

UNDICI SETTEMBRE IERI, OGGI E DOMANI
di Chicca Morone


 
Ci sono situazioni che mi affascinano per la sfacciataggine della narrazione e la protervia con cui vengono sostenute, nonostante l’evidente contraffazione dei dati: caso tipico è il considerevole numero di testimonianze di pompieri, ingegneri e tecnici di vario genere sulla modalità del crollo delle Torri Gemelle, e il fatto che ci sia ancora qualcuno che tenti di riproporre le tesi ufficiali, per lo meno folkloristiche.
In questi giorni hanno intenzione di ripropinarci un racconto imbarazzante per chiunque abbia un minimo di facoltà cognitiva e perfettamente in linea con le mille informazioni attraverso cui il mainstream tenta di invadere ogni spazio di comunicazione: la struttura in acciaio delle torri ha ceduto contemporaneamente al secondo piano dell’edificio a causa dell’alta temperatura, rilevata poi inferiore ai 1.500°? E oggi qualcuno crede che il drone rinvenuto nell’aeroporto di Lipsia fosse di matrice russa? Non sarà un episodio simile alle esplosioni sottomarine nel Mar Baltico dei gasdotti Nord Stream 1 e 2? Siamo convinti della quasi vittoria dell’Ucraina su un esercito piuttosto agguerrito che sta avanzando su tutto il territorio e conquistando città dopo città? Possiamo immaginare le influenze di Putin sul referendum in Islanda o sulla schiacciante vittoria in Sassonia dell’AfD? Sospetto che ci siamo stancati un po’ tutti di vederci governare da personaggi convinti di avere a che fare con minus habens, provvisti di anello al naso.
Sono trascorsi 25 anni da quella data e 12 anni dalla realizzazione del documentario “Undici Settembre, la nuova Pearl Harbor” di Massimo Mazzucco ed è imbarazzante il silenzio da parte delle Istituzioni alle innumerevoli domande, più che circostanziate, contenute nel filmato e che la maggior parte di noi si è posto.
Visto che finora nessuno degli interlocutori a cui si è rivolto l’autore del documentario è stato in grado di difendere efficacemente la versione ufficiale, mi sembra doveroso porre qualche interrogativo per capire come si possano essere svolti i fatti, cercando di confrontare, con i giorni che stiamo vivendo, altrettanti episodi di complotti sotto falsa bandiera.



Già nel titolo “La nuova Pearl Harbor” qualcosa dovrebbe risuonare in un lettore attento: nel filmato Richard Hill, storico statunitense approfondito sull’argomento, testimonia che il ministro degli Esteri, Cordell Hull, conosceva la data esatta del bombardamento programmato dai giapponesi e che il generale Marshall, l’ammiraglio Stark, nonché il presidente Roosevelt certamente ne erano a conoscenza. Il paragone con la faccia impassibile di George Bush jr. all’annuncio dell’attacco alle Torri Gemelle e il suo restare immobile, seduto tra i bambini dell’asilo in cui lo avevano portato, è un bel termine di paragone: come se sapesse perfettamente e non ne fosse turbato. Infatti all’interno dell’Intelligence molti erano a conoscenza degli attacchi terroristici programmati e non pochi avevano già preso precauzioni (alcuni persino investendo in Borsa).
A questo punto la domanda cardine è “Cui prodest” questa strategia militare?
Pearl Harbor è servita agli Stati Uniti per entrare ufficialmente della Seconda guerra mondiale, la cui conclusione ha inaugurato l’era atomica: tutti abbiamo ben presente le bombe su Hiroshima e Nagasaki.
L’undici settembre è servito loro nuovamente a scopo bellico: sotto il vessillo di “guerra al terrore” sono sbarcati prima in Afganistan, per poi iniziare la “Seconda guerra del Golfo” giustificando l’attacco con il presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam Hussein e con sempre presunti legami con Al-Qaida. Accuse rivelatasi prive di riscontri concreti e armi chimiche o nucleari mai trovate.
Oggi siamo sull’orlo della terza guerra mondiale, perché nei posti di comando ci sono personaggi posti in tali posizioni da una élite economico finanziaria formata da poche famiglie, convinti di potersi salvare nei bunker sotto terra, per riemergere a massacro avvenuto, una volta eliminato così il problema della sovrapopolazione.  
Viviamo perciò in un clima di tensione, un richiamo continuo al riarmo per difenderci da un ipotetico nemico.



Esplicativa è stata la retromarcia degli aspiranti belligeranti all’emersione del sottomarino nucleare nel mare del Nord, quando il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha sottolineato di considerare l’offerta di Londra a Kiev per facilitare la realizzazione indipendente di missili a lungo raggio come
una partecipazione alla guerra, con tutte le sue conseguenze”. Altrettanto inquietanti le parole, sempre del ministro, alle dichiarazioni della Germania circa il drone inesploso nell’aeroporto di Lipsia “Hanno trovato un drone, dicono russo, ma nessuno ha indagato. Questo è, in linea di massima, l’inizio di una vera guerra. Uno dei tanti episodi di falsa bandiera che però in questa occasione può aver sortito l’effetto contrario: con le votazioni in Sassonia il popolo tedesco ha sostenuto il partito AfD il cui Manifesto di Magdeburgo presenta poca affinità con la linea europeista imperante. Forse i cittadini hanno ricordato l’ultima volta in cui si sono scontrati con l’Orso russo e non vorrebbero essere ridotti come alla fine dell’ultima guerra quando alla Conferenza di Yalta si sono seduti Stalin, Churchill e Roosevelt.

E noi? Noi vogliamo continuare ad armare Kiev, a sperperare i nostri soldi in armamenti inutili, visto che una sola zampata l’Orso potrebbe ridurci in cenere in pochi minuti? Noi non vogliamo rincominciare a rispettare la nostra terra, la nostra religione, le nostre radici culturali per veder crescere figli e nipoti insegnando loro che la Pace non si ottiene con la Guerra? Forse è ora che impariamo a prenderci le nostre responsabilità e a “tenere pulito” in nostro metro quadrato in modo da formare chilometri quadrati di terreno fertile e creativo. Non c’è bisogno di grandi investimenti: è solo necessario rifarsi a quel codice etico che alberga dentro ognuno di noi, nel pieno rispetto dell’altro, ma anche di noi stessi.

 

CAMPI ELISI
di Angelo Gaccione 


Ieri sera alle 18,26 Antonio Longo, fratello del poeta Nicolino Longo, nostro collaboratore fino a quando le condizioni di salute glielo avevano permesso, ci ha avvisati che Nicolino si era spento nel pomeriggio nella RSA di San Nicola Arcella all’età di 75 anni. Negli ultimi tempi la sua salute era peggiorata e soffriva non poco. Non abbiamo potuto organizzare l’incontro a San Nicola sul libro Città e scrittori in cui era presente, ed è rimasta in sospeso la possibilità di realizzare un archivio della poesia con l’immensa quantità di volumi che possedeva. Lunghissime e frequenti erano le nostre telefonate e spesso mi aiutava nella correzione dei miei testi e di quelli di tanti collaboratori di “Odissea”. Simpatico e affettuoso ha continuato a darmi del voi anche se gli ripetevo che mi avrebbe fatto piacere che mi desse del tu. Conversava anche con Mirella e aveva una grande considerazione del lavoro che facevamo con il giornale. Ho introdotto alcuni suoi libri di aforismi e li ho anche recensiti; era un efficace battutiere e coniatore di neologismi, soprattutto in chiave satirica. Ci tenevo ad andare a San Nicola per incontrarlo di persona, e il sindaco Eugenio Madeo si era detto dispostissimo ad organizzare un incontro sul libro in cui Nicolino aveva scritto della cittadina del Tirreno cosentino. Purtroppo la salute lo ha tradito e i tempi si sono dilatati. Longo è stato amico di tantissimi poeti che lo hanno apprezzato e di tanti critici che del suo lavoro si sono diffusamente occupati. “Odissea” esprime le più affettuose e sentite condoglianze alla moglie Maria e a tutti i familiari. I funerali avranno luogo nella chiesa di San Nicola di Tolentino venerdì 11 settembre. A me piace ricordarlo con i versi di uno dei suoi testi poetici dal titolo emblematico. 

*

Siamo chiodi
 
Siamo chiodi sulla cui testa ogni giorno
il martello della morte batte
finché non ci avrà,
ad uno ad uno,
dritti o ingobbiti,
completamente conficcati nella terra.

INVIATI DAI LETTORI 







ARMONIE D’ARTE  
Il modo tuo d’amare.



A Soverato un inedito viaggio di teatro e musica sull’essenza dell’amore sano e sui sentieri della libertà interiore.
L’architettura drammaturgica dello spettacolo affonda le sue radici e la sua linfa vitale nello studio attento e partecipe di uno dei vertici della lirica amorosa del Novecento: la celebre raccolta poetica La voce a te dovuta di Pedro Salinas e l’intimo, svelante carteggio epistolare intercorso tra il poeta spagnolo e l’americanista Katherine Whitmore, donna rimasta nella storia della letteratura mondiale come la sua grande musa ispiratrice.

mercoledì 9 settembre 2026

LEUCEMIA CLIMATICA
di Zaccaria Gallo*

 

Cremona. Un assaggio

Il cambiamento climatico ci seppellirà.


Le ondate di calore estremo che stanno colpendo l'Italia, in particolare le regioni del Sud, rappresentano un severo stress biologico. Quando le temperature superano la soglia di tolleranza, l'organismo attiva meccanismi di compensazione estremi che generano un vero e proprio effetto a cascata sui principali sistemi di regolazione interni. Il caldo prolungato aggredisce nello specifico il sistema nervoso, immunitario e ormonale attraverso dinamiche collegate tra loro. Il cervello umano è un organo estremamente sensibile alle variazioni termiche. Per disperdere il calore, il corpo devia il flusso sanguigno verso la pelle, riducendo l'apporto di ossigeno e nutrienti al cervello.  Può determinare alterazione dei neurotrasmettitori, serotonina e dopamina. Questo squilibrio biologico riduce la soglia di tolleranza e l'autocontrollo, aumentando sensibilmente ansia, irritabilità, stress e aggressività. La disidratazione e la perdita di elettroliti (potassio e magnesio) rallentano le sinapsi. Si manifestano difficoltà di concentrazione, nebbia cognitiva e memoria ridotta. L'impossibilità per il corpo di raffreddarsi di notte distrugge la qualità del sonno, esacerbando la stanchezza mentale. Nei casi più gravi (colpo di calore con temperatura corporea >40°C), il calore altera la permeabilità della barriera emato-encefalica. Questo permette l'ingresso di segnali infiammatori nel sistema nervoso centrale, scatenando fenomeni di neuro-infiammazione e aggravando patologie preesistenti come l'emicrania, l'epilessia o la sclerosi multipla. Il legame tra stress termico e difese immunitarie è documentato da recenti studi scientifici. 



Il caldo estremo agisce stimolando e aggravando i percorsi flogistici (infiammatori) dell'organismo. Le cellule del sistema immunitario, se sottoposte a temperature interne elevate (>38°C), iniziano a sovra-produrre molecole di segnalazione che provocano un'infiammazione sistemica dannosa per i tessuti sani. L'ipertermia e lo sforzo metabolico causano una disfunzione mitocondriale a livello cellulare. Questo genera un accumulo di radicali liberi (stress ossidativo) che danneggia le cellule immunitarie innate, indebolendo la capacità del corpo di rispondere a infezioni o minacce esterne. Il sistema endocrino reagisce al caldo rimodulando completamente la produzione ormonale per permettere la sopravvivenza, ma a costo di un forte squilibrio. Il caldo viene percepito dal cervello (ipotalamo) come una minaccia fisica interna. Questo attiva l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, causando un aumento cronico del cortisolo (l'ormone dello stress). Livelli elevati di cortisolo nel sangue deprimono ulteriormente il sistema immunitario e alzano la pressione arteriosa. Per evitare di produrre ulteriore calore interno (termogenesi), il sistema ormonale riduce la secrezione degli ormoni tiroidei (T3 e T4). Questo rallentamento ormonale è il responsabile diretto della profonda spossatezza, della letargia e del senso di prostrazione tipico delle giornate afose. 


Le conseguenze

Il forte stress termico altera i meccanismi di utilizzo dell'insulina e induce repentine fluttuazioni della glicemia, rendendo particolarmente pericolose queste settimane per i soggetti diabetici. Tutto questo si verifica ormai da settimane su ognuno di noi per colpa di quella che io mi permetto di chiamare “leucemia climatica”, che indica una malattia mortale del clima. I nostri predecessori, attribuivano la colpa di pestilenze, carestie e alluvioni, principalmente alla collera divina, ai peccati umani e all'azione del demonio. La mentalità dell'epoca non separava i fenomeni naturali dalla sfera spirituale e morale. Di fronte alle catastrofi, le comunità cercavano un significato religioso o un capro espiatorio immediato. Le calamità erano viste come flagelli divini inviati per punire la corruzione, la superbia o la deviazione morale della società. Le tempeste e le carestie erano spesso considerate il risultato di malefici, orchestrati da Satana, tramite individui a lui devoti, alimentando la caccia alle streghe. Durante la peste nera del 1347-1351, gli ebrei vennero falsamente accusati di avvelenare i pozzi per sterminare i cristiani, scatenando violentissimi pogrom. Lebbrosi, vagabondi e stranieri venivano frequentemente indicati come untori o portatori di sventura nei momenti di crisi profonda. Di fronte a tutte queste giustificazioni insulse e false, gli esseri umani abdicavano alla ragione ed accettavano tutto con colpevole rassegnazione. 



E oggi? Di fronte alle immani calamità naturali che stanno colpendo il nostro pianeta, quanti sono gli esseri umani che si rifiutano di guardare alla vera origine delle catastrofi e come i loro predecessori si abbandonano ad accettare tutto quello che con violenza la natura può scatenare? Morte, scomparsa di cose, case, territori, danni incalcolabili per la vita e per il futuro e tutto, anche oggi, con rassegnazione (colpevole, pure questa) verso una fatalità inevitabile? Decine di persone sono state evacuate dopo che piogge torrenziali hanno provocato degli allagamenti nel Gran Canyon in Arizona. Secondo il Parco Nazionale, più di 60 persone sono state trasportate in elicottero fuori dall’area e le principali attrazioni turistiche sono state chiuse, mentre le autorità valutavano i danni. L’allagamento del Bright Angel Creek si è verificato sabato pomeriggio. Torrenti d’acqua hanno spazzato via i ponticelli sul torrente e trascinato grandi massi, strutture metalliche e altri detriti nel fiume Colorado, che attraversa il Gran Canyon. Chi si è chiesto l'origine di questo evento? E che risposte hanno dato? Alluvione in Nepal: 919 morti, 4200 dispersi (al momento), 933 operai intrappolati nei tunnel idroelettrici. Un intero ghiacciaio himalaiano che si scioglie come burro e trascina tutto con sé, senza risparmiare niente e nessuno.



Sui giornali, in televisione, sui social, le immagini e la cronaca (immagini e cronaca!), e i meteorologi e le veloci. frammentarie analisi di politici ignoranti e ipocriti, gli inascoltati scienziati e l’assenza di artisti, scrittori, poeti, tanti intellettuali schierati in seconda linea: quella della accettazione passiva dell’inevitabile furia della natura nemica dell’uomo. E infine da noi, in Italia. Una tromba d’aria con grandine si è abbattuta su Cremona, provocando danni pesanti e non ancora quantificabili. Tetti scoperchiati, almeno dieci chiese ferite, compreso il Duomo, migliaia di alberi caduti e circa diecimila auto danneggiate. Otto famiglie sono state evacuate, i feriti sono una quarantina. Chi ha avuto i tetti scoperchiati delle loro abitazioni, gli amanti del nostro meraviglioso patrimonio artistico, i proprietari delle diecimila (diecimila!) auto danneggiate se la sono posta la domanda molto semplice: “Ma perché?”. Ci sono stati moltissimi decessi per colpi di calore in Italia e in Europa. Perché? Chi ha analizzato l’evento del Gran Canyon ha dato in sintesi questa risposta: il terreno completamente inzuppato e roccioso non ha potuto assorbire nulla, il canyon ha agito come un imbuto naturale, creando una micidiale ondata di piena improvvisa che ha trascinato enormi massi, distruggendo ponti pedonali, allagando i campeggi e spezzando l'unica conduttura idrica che rifornisce il parco e infine il fatto che la terra bruciata per incendi boschivi e per la scomparsa dei boschi  perde totalmente la capacità di trattenere l'acqua. 


Boschi: meglio bruciarli

Ma attenti! Dietro la perdita dei boschi c’è il cambiamento climatico (umano): le attività umane hanno provocato un aumento delle temperature e siccità prolungate. I boschi, privati di acqua, diventano estremamente vulnerabili. A causa del caldo e del legno secco, gli incendi boschivi oggi non sono più un fattore di rinnovamento naturale. Sono diventati "mega-incendi" così caldi e devastanti da incenerire completamente il suolo e distruggere persino i semi sotterranei, impedendo alla foresta di rigenerarsi. Errori storici di gestione (umani). Per oltre un secolo, l'uomo ha spento immediatamente ogni minimo fuoco naturale. Questo ha fatto accumulare al suolo una quantità enorme di sterpaglie e legno secco che oggi funge da combustibile perfetto per i super-incendi moderni. La conseguenza: il suolo diventa cemento. Quando un incendio indotto dal clima distrugge un bosco, si verifica un fenomeno chiamato idrofobia del suolo. Le alte temperature creano uno strato chimico impermeabile sulla terra nuda. Senza alberi a frenare le gocce e senza radici a trattenere la terra, il suolo si comporta come cemento: la pioggia scorre via all'istante, si incanala nei canyon e si trasforma nelle alluvioni lampo catastrofiche che abbiamo visto in questi giorni. Perché si è sciolto il ghiacciaio nel Nepal? I ghiacciai in Nepal si stanno sciogliendo a causa del riscaldamento globale e della rapida crisi climatica che colpisce l'area dell'Himalaya in modo particolarmente intenso. In particolare l'Himalaya si scalda a una velocità superiore rispetto ad altre zone del pianeta, provocando la fusione accelerata dei ghiacci. 


Questo bipede è presidente del Senato

L'aumento del calore fa sciogliere il permafrost, il terreno che tiene insieme rocce e ghiaccio. Questo rende le montagne instabili. Lo scioglimento crea grandi laghi di acqua di fusione trattenuti da dighe di detriti, che possono rompersi all'improvviso e causare disastrose piene a valle (fenomeni chiamati GLOF - Glacial Lake Outburst Flood). Negli ultimi decenni i ghiacciai nepalesi hanno perso circa un terzo del loro volume complessivo, un chiaro segnale dell'impatto umano sul clima. E infine la grandinata di Cremona. C'è stato qualcuno che ha cercato di spiegare scientificamente perché si è verificato l'evento? Sì, i meteorologi e i fisici dell'atmosfera hanno spiegato in modo molto preciso l'origine scientifica del devastante fortunale e della maxi-grandinata che ha colpito Cremona il 28 agosto 2026. L'evento è stato generato dal transito di una super-cella, ovvero un sistema temporalesco isolato ma estremamente violento, caratterizzato da un meso-ciclone (una corrente d'aria interna che ruota su sé stessa). I chicchi caduti su Cremona hanno raggiunto un diametro record di circa 7 centimetri. La fisica dietro la formazione di ghiaccio così grande risiede nella forza delle correnti ascensionali della supercella: l'aria calda e umida sale verso l'alto con una forza tale da tenere sospesi i chicchi di grandine all'interno della nuvola per molto tempo. Più il chicco resta sospeso ad alte quote (dove le temperature sono inferiori allo zero), più continua ad accumulare strati di ghiaccio. Il chicco cade a terra solo quando il suo peso diventa tale da vincere la spinta dell'aria verso l'alto, trasformandosi in proiettili capaci di distruggere oltre 10.000 auto in 10 minuti. 


Questo è niente

I meteorologi evidenziano che il vero motore del disastro è stata l'energia termica accumulata al suolo nella Pianura Padana durante le settimane precedenti. I climatologi, d’altro lato confermano che il riscaldamento globale non aumenta necessariamente il numero di giorni di pioggia, ma fornisce molta più energia all'atmosfera, rendendo le grandinate drasticamente più distruttive e i chicchi sempre più grandi. La grandinata di Cremona dunque ha moltissimo a che vedere con i cambiamenti climatici, i quali agiscono come un potente moltiplicatore di potenza dell'evento. La configurazione geografica della Pianura Padana (l'effetto catino) è naturale, ma il cambiamento climatico esaspera i contrasti termici. Le ondate di calore sono più lunghe e intense, e l'aria fredda che arriva dal Nord Europa trova un'atmosfera molto più calda e instabile rispetto al passato, generando super-celle distruttive invece di normali temporali estivi. Chi nega o minimizza il problema non è quasi mai uno scienziato del clima, ma spesso si tratta di lobbisti, opinionisti o esponenti politici legati alle industrie dei combustibili fossili. La loro strategia consiste nello sfruttare la complessità della geologia: sostengono che le frane e i crolli di roccia in alta quota siano "normali processi di erosione naturale delle montagne". Gli scienziati rispondono che sebbene i crolli siano sempre esistiti, il riscaldamento globale ne ha moltiplicato la frequenza e l'intensità, agendo come un acceleratore distruttivo. 


Fiumi a secco

Nell'opinione pubblica il negazionismo climatico varia molto da paese a paese. Mentre nelle comunità montane del Nepal la popolazione tocca con mano il disastro ed è perfettamente consapevole del cambiamento, nei paesi occidentali (come gli Stati Uniti o l'Europa) intere fazioni politiche e media continuano a seminare dubbi per rallentare le normative ecologiche. La frustrazione per la discrepanza tra la gravità dei disastri ecologici e la lentezza delle risposte sociali e politiche tocca il fulcro del dibattito contemporaneo sulla crisi climatica. I cittadini e la classe politica si pongono queste domande, ma le risposte e le azioni concrete rimangono intrappolate in logiche economiche, dinamiche psicologiche e nei limiti strutturali dell'informazione moderna. I cittadini della Pianura Padana non vivono nel Medioevo, ma si scontrano con barriere psicologiche, sociali ed economiche ben precise che impediscono una mobilitazione di massa permanente. Di fronte a eventi catastrofici ricorrenti, le comunità tendono a sviluppare meccanismi di resilienza o di assuefazione. Il disastro viene percepito come una "fatalità" o una nuova normalità, spingendo le persone a proteggersi individualmente (installando reti antigrandine o stipulando polizze assicurative) piuttosto che unendosi in una protesta collettiva. Molti cittadini sono poi anche consapevoli della situazione, ma avvertono che le emissioni globali dipendono da decisioni geopolitiche globali (Cina, Stati Uniti, grandi multinazionali). Questo genera la percezione che le proteste locali siano inefficaci nel cambiare la traiettoria del riscaldamento globale. E in ultimo il ruolo dell'informazione: perché si fa soprattutto cronaca? 


Sul Corso Lodi a Milano 47° in settembre

La mia critica ai media e agli intellettuali per l'eccesso di cronaca e la carenza di approfondimento strutturale trova riscontro nei meccanismi economici del giornalismo moderno. Le immagini delle auto distrutte, dei tetti divelti e dei chicchi di grandine giganti generano un coinvolgimento emotivo immediato e un alto numero di visualizzazioni. La cronaca dell'evento risponde alla logica del "qui e ora", che è più redditizia ed emotivamente d'impatto rispetto a un'analisi scientifica o a un'inchiesta sui ritardi della transizione ecologica. Così, tra politici ipocriti e ideologicamente orientati verso la menzogna e la reticenza, i grandi gruppi industriali che hanno il loro evidente interesse a non intervenire per il bene della collettività, intellettuali adagiati nella accettazione di fatalità e inanità, medici buoni e tanti medici cattivi, la nostra Terra ormai soffre di una grave forma di leucemia climatica. 


Cambiare strada o morire

Malattia mortale se lasciata senza terapia, devastante e spesso anche fonte di morte prematura nelle crisi blastiche. E noi, ognuno di noi, assediati da temperature sempre più alte, in preda agli assalti predatori sul nostro sistema nervoso, sul nostro sistema immunitario e endocrino, restiamo abbandonati alla speranza che arrivi presto un autunno un po’ più simile a quelli precedenti. Forse però è arrivato il momento di non credere più alla fatalità e alla cattiveria della natura.

*scrittore e medico

martedì 8 settembre 2026

MIGRANTI, RISULTATI ELETTORALI, SENSO STORICO
di Franco Astengo


 
Il senso storico complessivo dell’offensiva di destra (o meglio dell’arretramento storico) è ancora una volta quello su cui poggiò la grande offensiva reazionaria identificata con il nazismo.
“Aspetti fondamentali nel diritto nazionalsocialista, sui quali ci sarebbe da riflettere anche oggi con grande attenzione e che si presentano come di stringente attualità anche nel “caso italiano”.
 
È possibile che nel prossimo secolo, il XXII, la lotta ai migranti potrebbe essere considerata come noi analizziamo le guerre di religione svoltesi in Europa nel XVII secolo? Le vicende che si stanno sviluppando appaiono sempre di più come legate a una diversa estrema concezione del possibile sviluppo umano. Sicuramente gli avvenimenti si susseguono in un contesto diverso da quello che poi emerse dal secolo della formazione degli stati nazionali aperto dal rogo di Giordano Bruno. Poi nel XVIII secolo i lumi e le rivoluzioni borghesi aprirono la strada alla modernità. Se questa comparazione storica ha un senso allora i risultati elettorali della Sassonia non debbono essere presi come la cifra del futuro che appartiene ancora al “trattato sulla tolleranza” e alla “pace perpetua” come utopie fondative della civiltà. La contraddizione amico-nemico che porta alla cacciata del diverso quale suo esito naturale, risulta essere epocale come quelle delle grandi transizioni ecologica, digitale, di genere strettamente intrecciate alla sempre viva marxiana “contraddizione principale” dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. 



Il senso storico complessivo dell’offensiva di destra (o meglio dell’
arretramento storico) è ancora una volta quello su cui poggiò la grande offensiva reazionaria identificata con il nazismo. Questa affermazione va sviluppata a chiare lettere. Ritorna per intero quel concetto di “amico- nemico” teorizzato dal filosofo tedesco Carl Schimtt negli anni centrali del secolo scorso. Un ritorno all’indietro che vediamo nell’indiscriminato utilizzo della forza verso gli inermi, nel ritorno ad una concezione della “distruzione totale” del presunto “altro”, nel ritorno al pieno riconoscimento della logica “amico-nemico” della quale si era vanamente cercato di proclamare l’inattualità. Forse si potrebbe ripartire superando il peso del passato e riflettendo sul nesso “pace/diritti, etico/giuridico” per una ridefinizione dei princìpi dell’universalità opponendoci a una vera e propria “restaurazione del primato dei colonizzatori”. Una restaurazione attuata nel senso radicale di affermazione di un primato che si basa un dominio tecnocratico figlio di una visione assolutamente assolutistica. La visione assolutistica del “primato della politica” rimane il pericolo maggiore che sta correndo l’umanesimo in questa fase così tormentata. Un concetto che si è tentato di “estirpare” dal dibattito politico e culturale dell’Occidente affermando, per contro, il concetto di “fine della storia” emerso all’indomani della caduta del muro di Berlino.

 

La distinzione “amico-nemico” avviene sulla base del concetto di “altro”, di “straniero”. Il nemico è un altro, uno straniero, esistenzialmente: con lui sono possibili in caso estremo conflitti esistenziali, come quello teorizzato dallo stesso Schimtt in nome del comando e dell’eguaglianza della stirpe. Aspetti fondamentali nel diritto nazionalsocialista, sui quali ci sarebbe da riflettere anche oggi con grande attenzione e che si presentano come di grande attualità anche nel “caso italiano”. Lo straniero, colui che ha un altro modo d’essere, può essere presentato così oggettivamente, sotto un velo politico (una “maschera”) per stabilirne la piena mancanza di relazione, l’isolamento assoluto. Si tratta di negare nell’altro lo stesso modo d’esistenza, imponendo il nostro attraverso il combattimento in modo da affermare esclusivamente la nostra maniera di vivere, quella conforme al nostro proprio essere. Qual è allora il criterio per distinguere e decidere da che parte stare, da quella dell’amico o da quella del nemico? Entra allora in gioco l’altro grande pilastro della riflessione politica tra il ’700 e il ’900: quello della “autonomia del politico”. È ancora Hobbes che apre la strada, come già nel caso della scaturigine delle riflessioni di Schimtt che si è cercato in questa sede di riassumere. Hobbes da utilizzare proprio nel senso della regolazione autoritaria e “esterna” dei rapporti politici. Sull’attualità del concetto di “autonomia del politico” sarebbe però necessario aprire subito un nuovo livello di riflessione, strettamente collegato - anche in questo caso - con il rapporto realtà/illusione che la mediatizzazione dell’agire politico sta imponendo oggi nella proposta di aggregazione e coinvolgimento dell’opinione pubblica: sono in gioco fattori decisivi che vanno ben oltre la semplice e pur necessaria difesa della democrazia repubblicana.

DA VITTIME A CARNEFICI
di Francesco Saverio Lanza



Milano: mentre l’ulivo nel Pertini cresce, i coloni in Palestina li bruciano.


Il Rabbino di Milano si lamenta col Sindaco per l’ondata di Antisemitismo. La responsabilità è tutta della maggioranza degli ebrei di Israele. Stanno sterminando il popolo Palestinese per appropriarsi della loro terra. Spazio vitale, lo chiamava Hitler. Chi l’avrebbe mai pensato che il Nazismo fosse rinato proprio in seno agli ebrei i cui avi ne furono sterminati? Il governo di Israele rilegge la bibbia col le lenti dei Nazisti. Tutti i popoli del mondo solidarizzano con i Palestinesi mentre i governi trafficano coi loro assassini, tranne poche preziose eccezioni. In Germania stanno per andare al governo gli eredi dei nazisti. Stesso razzismo stesso nazionalismo. “Sangue tedesco oppure deportati”.Dio è con noi!”. Lo slogan Nazista.Noi siamo il popolo eletto da Dio c’è scritto nella Bibbia” gli fa eco il governo di Israele. Nessuno sa scrivere la storia al futuro, ma Stay Alert!
Il tempo passa, sulle trincee cresce l’erba, la gente dimentica e si torna a fare gli stessi errori”. Ermanno Olmi in tempi non sospetti.
 
Tedeschi ed ebrei dopo gli orrori avevano giurato mai più!

LE PROMESSE DI GIORGIA




PALAZZO MARINO IN MUSICA



Dialoghi nel tempo
Con Monica Zhang al pianoforte   


Domenica 13 settembre 2026 alle ore 11.00 Monica Zhang presenta Dialoghi nel tempo alla XV edizione di Palazzo Marino in Musica, un recital pianistico che intreccia le pagine di Bach, Mendelssohn e Rachmaninov in un dialogo tra epoche diverse. Il programma si apre con la Toccata BWV 914 di Bach, contrappunto puro e severo, cui fa seguito la Fantasia op. 28 di Mendelssohn, che porta il discorso nel primo Romanticismo, in equilibrio tra rigore formale ed espressione. Con la trascrizione della Partita BWV 1006, Sergej Rachmaninov riscrive Bach nello spazio pieno del pianoforte, mentre con le Variazioni op. 22 risponde a Chopin come prima aveva risposto a Bach. Ne nasce un arco che, muovendo da Bach e passando per Mendelssohn, arriva fino al primo Novecento: voci lontane nel tempo che si rispondono e si illuminano a vicenda, in un unico, coerente discorso pianistico.



Nata a Milano nel 2007, Monica Zhang ha vinto oltre trenta concorsi internazionali, esibendosi nelle principali sale d'Europa e degli Stati Uniti, anche davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Formatasi in accademie prestigiose come la Chigiana di Siena e la Stauffer di Cremona, ha ricevuto l'apprezzamento di Evgeny Kissin e ha inciso per l'etichetta Da Vinci Classics. Il suo talento precoce e la maturità interpretativa la impongono già tra le voci pianistiche più promettenti della sua generazione.
La rassegna Palazzo Marino in Musica è realizzata in collaborazione con il Comune di Milano ed è organizzata da EquiVoci Musicali.

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Le Istituzioni coinvolte nel 2026 come partner sono Comune di Milano, MM Spa, la Centrale dell’Acqua di Milano, Aquaflor, Gallerie d’Italia - Milano, museo di Intesa Sanpaolo e il Conservatorio “G. Verdi” di Milano.
La rassegna è sostenuta da Intesa Sanpaolo.
Sponsor tecnico Fazioli e Serazio pianoforti.
Direzione Artistica: Davide Santi e Rachel O’Brien
Organizzazione: EquiVoci Musicali
Social Media Manager: Gledis Gjuzi
Ufficio Stampa: Andrea Zaniboni
Tel. 349 8523022 | ufficiostampa@palazzomarinoinmusica.it
www.palazzomarinoinmusica.it
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I biglietti d’ingresso sono gratuiti con prenotazione: a partire dalle ore 9.30 del giovedì precedente ogni concerto è possibile prenotarli online sul sito www.palazzomarinoinmusica.it
 oppure ritirare quelli cartacei disponibili presso la biglietteria delle Gallerie d’Italia – Milano.

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