UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 20 giugno 2026

CAPITOLAZIONE CATASTROFICA
di Alexandra Sharp
 

 
Giovedì è iniziato il conto alla rovescia di 60 giorni per negoziare il futuro del programma nucleare iraniano, tra le altre questioni cruciali, come previsto dall'accordo di pace tra Stati Uniti e Iran. Il memorandum d'intesa, firmato mercoledì, ha suscitato l'entusiasmo di molti leader stranieri, che stanno già celebrando la cessazione delle ostilità e la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Tuttavia, un importante partner degli Stati Uniti sembra preoccupato che l'accordo conceda troppo a Teheran. Funzionari e analisti israeliani hanno condannato l'accordo per non aver affrontato la questione dell'arsenale missilistico iraniano né per aver frenato il sostegno a gruppi per procura, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Hanno criticato l'accordo per aver incluso un cessate il fuoco in Libano, nonostante Israele non fosse parte del memorandum d'intesa, e per aver consentito all'Iran di accedere a centinaia di miliardi di dollari in beni congelati, alla revoca delle sanzioni e agli aiuti per la ricostruzione. Si tratta di una “capitolazione catastrofica”, ha scritto David Horovitz, direttore del Times of Israel, mentre Chuck Freilich, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale israeliano, ha definito il memorandum d'intesa una “vittoria iraniana sugli Stati Uniti e su Israele”.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito giovedì che “la lotta non è ancora finita e ci attendono ulteriori sfide”. Pur esprimendo profondo apprezzamento per la partnership con gli Stati Uniti, ha ribadito la necessità di una “posizione decisa sui nostri interessi di sicurezza”, anche mantenendo le forze israeliane schierate nel Libano meridionale.
Il vicepresidente statunitense J.D. Vance ha respinto giovedì le preoccupazioni di Israele con un duro rimprovero rivolto ai membri del governo Netanyahu che hanno criticato sia l'accordo sia, in alcuni casi, lo stesso Trump. «Il presidente Donald J. Trump è l'unico capo di Stato al mondo che in questo momento nutre simpatia per Israele, e per di più è il capo di Stato di una superpotenza mondiale», ha dichiarato Vance in una conferenza stampa alla Casa Bianca. 



«Se fossi nel governo israeliano, probabilmente non attaccherei l'unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo». Vance ha difeso i punti più controversi dell'accordo, tra cui la mancanza di restrizioni all'arsenale di armi iraniano. «Bisogna avere parità», ha affermato il vicepresidente, riferendosi al diritto di Teheran all'autodifesa. Vance ha inoltre sottolineato che i finanziamenti per l'Iran, compreso un fondo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico, saranno erogati solo se Teheran rispetterà le condizioni dell'accordo. «Le parole non contano... Per noi conta la verifica», ha concluso Vance. Tuttavia, l'amministrazione Trump potrebbe avere difficoltà a ottenere il sostegno interno. «Sapevo che l'accordo sarebbe stato probabilmente umiliante per gli Stati Uniti d'America, ma non immaginavo che lo sarebbe stato a tal punto», ha dichiarato il senatore Chris Murphy, democratico membro della Commissione per le relazioni estere del Senato. «Siamo andati in guerra con l'Iran per 100 giorni e, come risultato, loro hanno ancora il loro programma nucleare, i loro missili, i loro droni e continuano a sostenere il terrorismo».
Il dissenso sta crescendo anche tra alcuni repubblicani. Il memorandum d'intesa è «il peggior errore di politica estera degli ultimi decenni», ha scritto il senatore repubblicano Bill Cassidy su X. «Le ambizioni nucleari dell'Iran non sono state frenate e hanno imparato che minacciare di chiusura lo Stretto di Hormuz funziona e senza dubbio lo sfrutteranno in futuro». Tuttavia, alcuni legislatori statunitensi sembrano ottimisti sulle implicazioni a lungo termine dell'accordo. «Il presidente Trump ha scelto la strada per una pace duratura, non per un'altra guerra senza fine», ha affermato il senatore repubblicano Roger Marshall. "Questo accordo garantisce la sicurezza dell'America e contribuisce a ridurre i costi interni." Giovedì, il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è sceso sotto i 4 dollari al gallone per la prima volta da mesi.

MEGLIO UNA PACE INGIUSTA DI UNA GUERRA GIUSTA
di  Franco Continolo



M
eglio una pace insoddisfacente, che una guerra interminabile: questo il giudizio sommario di Trita Parsi. Il giudizio vale a maggior ragione se si parte dal presupposto che la guerra all’Iran sia stata un grave errore. E inutili sono i confronti con il JCPOA. Parsi si rivolge in particolare ai Democratici: guai a cadere nella trappola della propaganda sionista, la quale, riferisce Alexandra Sharp, è già in pieno svolgimento. Il risentimento israeliano è ben spiegato da Peter Haenseler, esperto di geopolitica svizzero: Israele è infatti il vero sconfitto: non gli è stato riservato neppure un posto al tavolo del negoziato. Haenseler esalta inoltre il valore storico della vittoria iraniana: l’impero persiano è risorto. Il buon senso attribuito da Parsi a Trump ha per l’esperto svizzero una spiegazione molto semplice, il prezzo del petrolio, poiché le scorte strategiche stavano scendendo assai più rapidamente del previsto. La preoccupazione per il prezzo del petrolio giustificherebbe anche l’accelerazione della firma del MOU, anticipata di due giorni. Si potrebbe aggiungere che il prezzo del petrolio ha un ruolo centrale nel controllo dell’inflazione, il quale è il fondamento su cui poggia il castello di carte di Wall Street. In altre parole, la fiction dei nuovi massimi quotidiani, che per Trump rappresenta l’indice del proprio successo (ovviamente anche finanziario), è infatti possibile grazie alla fonte inesauribile di dollari rappresentata dai disavanzi americani; e la fonte, ossia la fiducia nel dollaro, si esaurirebbe istantaneamente se l’inflazione andasse fuori controllo. Interessanti le osservazioni di Haenseler sulla forza militare israeliana: senza il sostegno americano, essa è capace solo di sparare sugli inermi, come a Gaza.  

LE POLEMICHE SULL’ ESERCITO UCRAINO
di Marta Havryshko


 
I lettori di questo giornale sanno da 23 anni che non amiamo nessun esercito e che il loro ruolo è sempre nefasto. C’è una sola via per la pace: scioglierli.
  
Quando Vladimir Putin lanciò l'invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, dichiarò che uno dei suoi obiettivi era la “denazificazione” del Paese. Il Cremlino utilizza ancora oggi questa narrazione come pilastro della sua propaganda di guerra. Sia l’Ucraina che l’Occidente reagirono respingendo categoricamente l’affermazione, considerandola un cinico abuso della storia dell’Olocausto. Politici, organi di stampa, accademici e istituzioni educative si affrettarono a dimostrare la falsità delle argomentazioni di Putin. Ma, nel loro zelo di smantellare la propaganda russa, le élite occidentali crearono un proprio mito propagandistico: in Ucraina non ci sono nazisti. O, se ci sono, si tratterebbe di individui eccentrici e isolati, privi di influenza. Questa finzione richiese la ricostruzione dei fatti relativi ad Azov, un'unità fondata nel 2014 dal gruppo neonazista Patriota dell’Ucraina sotto la guida di Andriy Biletsky. Azov divenne tristemente nota per la sua ideologia estremista, la simbologia nazista e le accuse di crimini di guerra nel Donbass. Nel 2018, il Congresso degli Stati Uniti ha vietato al gruppo di ricevere armi, finanziamenti o addestramento americani.



Dopo l’invasione su vasta scala da parte della Russia, quello stigma è svanito quasi da un giorno all’altro. Kiev ha riorganizzato il gruppo Azov, separando gli elementi più radicali in una nuova formazione, la 3ª Brigata d’Assalto. I media occidentali l’hanno rilanciata e ripulita. Il linguaggio della “deradicalizzazione” e della “depoliticizzazione” è diventato di uso comune. Mettere in discussione questa narrazione è diventato un tabù ed è stato etichettato come “propaganda russa”. Il risultato è una cultura del silenzio deliberato. Le reti neonaziste sono profondamente radicate in alcune parti della struttura militare ucraina. La loro presenza è visibile in unità come Azov, la Terza Brigata d'Assalto, il Corpo dei Volontari Russi, Bratstvo, il Corpo dei Volontari Tedeschi, Karpatska Sich e altre. Eppure i sostenitori occidentali dell’Ucraina continuano ad armare, finanziare e addestrare queste unità senza un adeguato controllo. Ancora più sconcertante è la normalizzazione dell’iconografia nazista stessa. I canali militari ufficiali ucraini e i media mainstream pubblicano regolarmente immagini di soldati che indossano svastiche, insegne delle Waffen-SS e distintivi legati a gruppi neonazisti come Combat 18 e Misanthropic Division. Questo non è più considerato scandaloso. È stato normalizzato. La cosa più inquietante è che alcune unità militari ucraine hanno incorporato simboli di ispirazione nazista nelle loro insegne ufficiali.
 

 

 

 

 

INQUINAMENTO DI GUERRA
Il Ministero della Difesa se ne lava le mani.





venerdì 19 giugno 2026

SI VUOLE DEMOLIRE STORIA, MEMORIA, SOCIALITÀ



Bovisa. Stabilimento di via Bovisasca 59 e locale Spirit de Milan. Appello per la tutela.
 
Fondato nel 1922 da Giovanni Balestrini come oleificio per usi alimentari e industriali, ampliato nelle sue forme attuali negli anni 1935-1936, divenuto sede dal 1964 delle Cristallerie Fratelli Livellara, lo stabilimento di via Bovisasca 59 è un raro esempio a Milano di complesso industriale di alta qualità architettonica conservato nel suo assetto originario. Lo stabilimento è composto essenzialmente da tre parti: la palazzina degli uffici su via Bovisasca, degli anni Trenta, gli edifici produttivi sui bordi e al centro del lotto, anch’essi degli anni Trenta, e gli edifici produttivi sul fondo verso la ferrovia, risalenti a una fase precedente, tra inizio ’900 e anni Venti.



La parte più rappresentativa è la palazzina degli uffici, che segue l’andamento sinuoso di via Bovisasca. L’orizzontalità della grande onda del corpo a due piani della palazzina, con ampie finestre con infissi a ghigliottina, fasce orizzontali, basamento rivestito in klinker, parapetti metallici di gusto navale, si contrappone alla verticalità della torre-pennone di gusto futurista, che richiama altri esempi dell’architettura moderna italiana ed europea. La forte espressività di questa parte ha condotto a un’errata attribuzione ad Antonio Sant’Elia, architetto futurista per antonomasia, che tuttavia non può esserne il progettista perché morto nel 1916, vent’anni prima del completamento della palazzina. Allo stato attuale delle ricerche risulta solo il nome del direttore dei lavori, l’ingegnere Eugenio De Micheli, attivo a Milano tra gli anni venti e gli anni Sessanta, che probabilmente fu anche autore del progetto. Sulla facciata sopra l’ingresso principale campeggia la scritta “Fratelli Livellara” in grandi lettere blu di gusto liberty, aggiunta negli anni Sessanta. Gli edifici produttivi degli anni Trenta, di più semplice architettura, presentano motivi di interesse nelle facciate scandite da lesene e grandi finestre, con raccordi curvi e testate che mettono in risalto i tetti a falde. 



Gli edifici più antichi verso la ferrovia presentano anch’essi numerosi elementi di qualità, come lo spazio interno a impianto basilicale, con sottili ed eleganti strutture in cemento armato, e le pensiline esterne a struttura metallica. In questa parte stabilisce la propria sede, dal 2015 fino al recentissimo sfratto, lo Spirit de Milan, che ha mantenuto gli spazi nel loro assetto originario, conservandone il carattere e per questo trovando spazio in pubblicazioni nazionali e internazionali come uno degli esempi più interessanti di approccio allestitivo alla rifunzionalizzazione delle architetture dismesse (cfr. Regeneration of Abandoned Space: a new Design Approach, Bentham Books, 2024). Nel corso del tempo è diventato un luogo di socialità grazie alle varie attività (mercato, gastronomia, musica e danza, eventi culturali anche in collaborazione con la vicina Scuola del Design) e un punto di riferimento non solo per il quartiere Bovisa ma per l’intera area metropolitana. Nel caso dello stabilimento di via Bovisasca non si tratta solo di conservare un esempio significativo di architettura degli anni Trenta del ’900, ma più in generale di salvare un raro e prezioso frammento di quel che fu la Bovisa, uno dei quartieri storici dell’industria a Milano, descritto anche da Ermanno Olmi nel suo romanzo autobiografico Ragazzo della Bovisa. Utilizzato come set del film Ladri di Saponette di e con Maurizio Nichetti, uscito nel 1989 e ispirato a Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica, lo stabilimento di via Bovisasca ha anche un posto nella storia del cinema italiano.



La prospettata vendita dello stabilimento alla società Coima, lascerebbe aperta la strada a ogni tipo d’intervento, tra cui la bonifica dell’area, la demolizione degli edifici e la loro sostituzione con nuovi fabbricati per residenze anche universitarie, come è avvenuto di recente in altre aree della Bovisa. Sono ormai molti, in tutto il mondo, a riconoscere la necessità non di costruire nuove architetture ma di utilizzare al meglio quelle esistenti, per impedire nuovo consumo di suolo e valorizzare un patrimonio immenso di spazi dismessi con un alto contenuto di memoria. Lo Spirit de Milan è uno dei più eloquenti e originali esempi di questa nuova cultura del progetto. Aderendo a questo appello Paolo Deganello scrive: “Condivido con entusiasmo questa battaglia. Sarebbe ora che la cultura architettonica contemporanea si impegnasse a progettare il riuso del già costruito invece di demolire e costruire il nuovo, soprattutto quando si demolisce una storia di qualità”.
Con questo appello si chiede una doppia tutela: sull’architettura dello stabilimento e sulla sua destinazione d’uso, che ha consentito a questo luogo di diventare un riferimento per la vita della Bovisa e della città nel suo insieme.
Milano, 18 giugno 2026
 

 
Aderiscono:
Paola Albini, presidente Fondazione Franco Albini, Milano
Anna Anzani, professore associato, Politecnico di Milano
Gianpaolo Balestrini, discendente di Giovanni Balestrini, 

fondatore degli Oleifici e committente dello stabilimento, Milano
Luciano Balestrini, architetto, discendente di G. Balestrini, fondatore degli Oleifici e committente dello stabilimento, Milano
Maria Rosa “Biba” Balestrini, discendente di Giovanni Balestrini, 

fondatore degli Oleifici e committente dello stabilimento, Milano
Anna Barbara, professore ordinario, presidente di Polidesign, 

Politecnico di Milano
Alberico Barbiano di Belgiojoso, professore ordinario fuori ruolo, 

Politecnico di Milano
Marino Bartoletti, giornalista e scrittore, Milano
Andrea Bartoli, Farm Cultural Park, Favara
Luca Beltrami Gadola, direttore di “ArcipelagoMilano”, Milano
Enrico Bertolino, attore, Milano
Enrico Beruschi, attore, Arese
Alessandro Besentini, Ale del duo “Ale e Franz”, attore, Milano
Gianni Biondillo, scrittore, architetto e docente, Milano
Marco Biraghi, professore ordinario, Politecnico di Milano
Claudio Bisio, attore e regista, Milano
Luisa Bocchietto, architetto e designer, Milano
Alessio Boni, attore, Milano
Gisella Borioli, presidente di Superstudio Group, Milano
Paolo Bosisio, professore ordinario, Università agli Studi di Milano
Giampiero Bosoni, professore ordinario, Politecnico di Milano
Michele Caja, professore associato, Politecnico di Milano
Sonia Calzoni, architetto, Milano



Barbara Camocini, professore associato, Politecnico di Milano
Gregorio Carboni Maestri, 

docente di composizione architettonica, Bruxelles
Barbara Carnevali, professore ordinario, 

École des Hautes Études en Sciences Sociales, Parigi
Maurizio Carones, architetto, Milano
Martina Carpi, attrice e figlia di Fiorenzo Carpi, Roma
Giovanna Castiglioni, Fondazione Achille Castiglioni, Milano
Paolo Ceccarelli, docente emerito, cattedra UNESCO 

pianificazione e sostenibilità urbana, Ferrara
Luisa Collina, professore ordinario, Politecnico di Milano
Raul Cremona, comico, illusionista e attore, Milano
Luciano Crespi, professore ordinario fuori ruolo, 

Politecnico di Milano
Umberto Crespi, presidente accademia di 

danze irlandesi Gens D’Ys, Milano
Paolo Dal Bon, presidente Fondazione Giorgio Gaber, Milano
Francesco De Agostini, architetto, ILAUD, 

esperto di progettazione e riqualificazione urbana, Milano



Paolo Deganello, architetto e designer, Milano
Michele De Lucchi, professore ordinario fuori ruolo, 

Politecnico di Milano
Marco De Michelis, professore ordinario fuori ruolo, IUAV, Venezia
Rafael Didoni, comico e cantautore, Milano
Barbara Di Prete, professore associato, Politecnico di Milano
Nicola Fasani “Faso”, musicista del gruppo 

Elio e le Storie Tese, Milano
Davide Fassi, professore ordinario, Politecnico di Milano
Manuela Alessandra Filippi, storica dell’arte, Venezia
Pier Francesco Forlenza, pianista e docente, 

Conservatorio Giuseppe Verdi, Milano
Leila Fteita, scenografa e costumista, Milano
Monica Fumagalli, Presidente Associazione 

Giancarlo Iliprandi, Milano
Angelo Gaccione, scrittore e direttore di “Odissea”, Milano
Laura Galluzzo, professore associato, Politecnico di Milano
Giulia Gerosa, professore associato, Politecnico di Milano
Enzo Iacchetti, attore e scrittore, Milano
Germano Lanzoni, attore, volto del Milanese Imbruttito, Milano
Ugo La Pietra, architetto e artista, Milano
Giovanni Lauda, architetto, Milano
Walter Leonardi, attore, Milano
Giovanni Levanti, architetto e designer, Milano



Serena Maffioletti, professore ordinario fuori ruolo, IUAV, Venezia
Fabio Martina, regista, autore del film Fuori condotta 

sui ragazzi della Bovisa, Milano
Ico Migliore, professore associato, Politecnico di Milano
Michele Mozzati, scrittore, autore televisivo e teatrale, Milano
Franco Mussida, fondatore e presidente del 

CPM Music Institute, Milano
Jacopo Muzio, architetto, Milano
Gabriele Neri, professore associato, Politecnico di Torino
Maurizio Nichetti, regista, autore del film 

Ladri di saponette, Milano
Franco Origoni, studio Origoni Steiner, Milano
Folco Orselli, cantautore, Milano
Alberto Patrucco, attore e cantante, Milano
Margherita Pellino, responsabile della Fondazione 

Vico Magistretti, Milano
Antonella Penati, professore ordinario, Politecnico di Milano
Silvia Piardi, professore ordinario fuori ruolo, Politecnico di Milano
Francesca Picchi, architetto, storica del design, Milano
Giovanna Piccinno, professore associato, Politecnico di Milano
Simona Orsina Pierini, professore ordinario, Politecnico di Milano
Flavio Pirini, cantautore, Milano
Aurelio “Cochi” Ponzoni, attore e cantante del duo 

“Cochi e Renato”, Milano
Alessandro Pozzoli, imprenditore 

e impresario teatrale e televisivo, Milano
Sara Protasoni, professore ordinario, Politecnico di Milano
Giuseppe Raboni, architetto, Milano
Agnese Rebaglio, Professore associato, Politecnico di Milano
Diego Repetto, architetto, Guarene
Elena Rizzi, già responsabile amministrativa del Corpo di Ballo 

del Teatro alla Scala, Milano



Clara Rognoni, architetto, Milano
Paolo Rossi, attore e comico, Milano
Marco Sabetta, direttore del Salone del Mobile, Milano
Michele Sacerdoti, consigliere comunale, Milano
Pierfrancesco Sacerdoti, architetto, storico dell’architettura, 

guida turistica abilitata, Milano
Florinda Saieva, Farm Cultural Park, Favara
Renato Sarti, regista, drammaturgo, fondatore del 

Teatro della Cooperativa, Milano
Francesco Scullica, professore ordinario, presidente corso di studi 

di Interior and spatial design, Politecnico di Milano
Anna Steiner, studio Origoni Steiner, Milano
Roberto Tognetti, direttore Fondazione Riusiamo l’Italia, Novara
Alessandro Traldi, architetto, Milano
Andrea Valioni, già direttore dell’organizzazione della produzione 

del Teatro alla Scala, Milano
Victor Rafael Veronesi, storico dell’arte, Milano
Viviana Viganò, architetto, Milano
Luigi Vignali, scrittore, autore televisivo e teatrale, Milano
Francesco Villa, Franz del duo “Ale e Franz”, attore, Milano
Paola Viola, ingegnere, Milano
Riccardo Vitanza, fondatore e amministratore unico 

dell’agenzia di comunicazione Parole & Dintorni, Milano
Nicola Zanardi, Hublab, Milano
Mirko Zardini, architetto, ex direttore Canadian Centre for Architecture, Montréal
Francesco Zurlo, professore ordinario, preside della Scuola del Design, Politecnico di Milano


 
Base Milano, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
Campo Teatrale, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
Casa degli Artisti, Rete Spazi ibridi socioculturali, Milano
Cascina Cuccagna, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
CasciNet_AgroHub, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
Heracles Gymnasium, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
Lab Barona Repair Café, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
MaMu, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
Mare culturale urbano - Cascina Torrette, 

Rete Spazi ibridi socioculturali, Milano
Mare culturale urbano - Scirocco, 

Rete Spazi ibridi socioculturali, Milano
Mosso, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
Ribalta, Rete Spazi Ibridi Socioculturali, Milano
Rob de Matt, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
Santeria Milano, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
Scomodo - La Redazione, Rete Spazi Ibridi Socioculturali, Milano
Stecca 3, Rete spazi ibridi socioculturali, Milano
Terzo Paesaggio, Rete Spazi Ibridi Socioculturali, Milano

Gabriele Scaramuzza, filosofo, Milano 


ESERCITO UCRAINO E SIMBOLI NAZISTI
 


Non solo una questione estetica


L’uso di simboli nazisti nell’esercito ucraino non è solo un problema estetico. È morale, politico, storico e legale. In primo luogo, rappresenta una forma di revisionismo storico e la graduale riabilitazione del nazismo stesso: una sfida diretta al consenso occidentale del dopoguerra, costruito sulla memoria della Seconda Guerra Mondiale. All’interno della cultura militare di estrema destra, l’iconografia nazista è spesso avvolta in narrazioni romantiche sulla lotta antisovietica. In pratica, questo banalizza il sacrificio dei sette milioni di ucraini che hanno combattuto il nazismo nelle file dell’Armata Rossa al fianco degli alleati occidentali (a differenza dei 300.000 che hanno prestato servizio in varie formazioni militari e unità di polizia a fianco della Germania nazista).
Inoltre, profana la memoria delle vittime del nazismo in Ucraina: 1,5 milioni di ebrei assassinati nell’Olocausto, insieme a milioni di slavi, prigionieri di guerra, rom, malati di mente, lavoratori forzati e innumerevoli altri travolti dalla macchina dello sterminio e dello sfruttamento razziale.
In secondo luogo, il problema non è solo storico. È profondamente contemporaneo. Ogni runa delle SS, Sole Nero o Angelo del Lupo esibito dai soldati ucraini regala al Cremlino un’ulteriore vittoria propagandistica. I propagandisti russi non hanno bisogno di inventare nazisti immaginari a Kiev. È sufficiente che indichino le insegne indossate apertamente da alcune delle unità militari ucraine più celebrate, comprese formazioni considerate “d’élite”, come la 3ª Brigata d’Assalto.
In terzo luogo, esiste anche un’evidente contraddizione legale. Utilizzando apertamente l’iconografia nazista, queste unità violano le stesse leggi ucraine del 2015 sulla memoria, che vietano esplicitamente la propaganda del regime nazista e l’uso pubblico dei suoi simboli. La legge definisce tali atti un insulto alla memoria di milioni di vittime e prevede pene fino a cinque anni di reclusione. Eppure nessuno viene perseguito. Perché? Perché il governo Zelensky - e lo stesso presidente Volodymyr Zelensky in qualità di comandante in capo - hanno stretto un patto politico con l’estrema destra. Dal 2022, attivisti e reti di estrema destra si sono infiltrati nel settore della sicurezza e della difesa. In condizioni di guerra totale e cronica carenza di personale, questa alleanza è diventata politicamente conveniente, forse persino inevitabile. Ora si sta consolidando. 
Lo Stato dipende da formazioni militari radicalizzate per il reclutamento di uomini e l’efficacia sul campo di battaglia. L’estrema destra, a sua volta, riceve legittimità, armi, influenza e protezione istituzionale. Ciò che è emerso dalla necessità bellica si sta evolvendo in una dipendenza reciproca. I partner occidentali dell’Ucraina hanno stretto un patto. Anche loro dipendono dalla manodopera ucraina per indebolire la Russia. E quindi tollerano gli estremisti all’interno delle forze armate ucraine finché questi continuano a combattere. Anzi, rimangono in gran parte in silenzio sull’ideologia e sui simboli coinvolti, perché riconoscerli significherebbe ammettere una scomoda verità: che il problema neonazista in Ucraina non è semplicemente un’invenzione del Cremlino. 
[Marta Havryshko]

MONI OVADIA PER AGORÀ




giovedì 18 giugno 2026

UCRAINA



La Russia di Putin non è certo un faro di democrazia, ma in Ucraina la situazione è peggiore.
 
L’estrema destra e la cultura militare ucraina
Molte unità militari ucraine che utilizzano simboli nazisti sono guidate da uomini plasmati da Azov e dall’ambiente di estrema destra che lo circonda. Ad esempio, c’è Oleksandr Kravtsov, il noto comandante dell’unità Vedmedi, che faceva parte dell’unità Azov. Il suo corpo è ricoperto di simboli nazisti, tra cui il numero 1488, un riferimento allo slogan suprematista bianco delle “14 parole” coniato da David Lane, e il saluto cifrato “Heil Hitler” (H è l’ottava lettera dell’alfabeto). Sul petto ha tatuato il motto delle SS: “Il mio onore è la lealtà”. Kravtsov trasformò questo slogan nel motto della sua unità. I ​​fulmini delle SS divennero parte del suo stemma ufficiale. Dopo il ritorno dalla prigionia russa, l’unità di Kravtsov fu integrata nella struttura militare ucraina: prima nella 36ª Brigata, poi nella 39ª Brigata di Difesa Costiera. Nulla cambiò. I simboli e il motto delle SS rimasero. Molti comandanti della 3ª Brigata d’Assalto provenivano anch’essi dall’unità Azov e mantengono tuttora idee estremiste. Non sorprende quindi che ne abbraccino apertamente la simbologia. Un’unità della 3ª Brigata d’Assalto adottò un’insegna modificata (sostituendo due granate con tre) della Brigata SS Dirlewanger, una delle formazioni naziste più famigerate della Seconda Guerra Mondiale. Nel 2025, la brigata presentò pubblicamente l’emblema presso un memoriale a Kiev. Non ne seguì alcuno scandalo. Il regime di Azov normalizzò anche il Sole Nero, un simbolo nato nel quartier generale delle SS di Himmler al Castello di Wewelsburg e ora utilizzato a livello globale da neonazisti e terroristi suprematisti bianchi, tra cui l’attentatore delle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda nel 2019 e il recente attentatore del Centro Islamico di San Diego. Dopo il 2022, il Sole Nero si diffuse rapidamente nella cultura militare ucraina. Apparve in unità legate ad Azov, come il plotone Decepticons e l’unità Mortai della 3ª Brigata d’Assalto. Ben presto si diffuse ulteriormente, raggiungendo unità prive di un profilo ideologico dichiarato, e divenne parte integrante dell’emblema del 156° Battaglione Zvaha e del Battaglione Sistemi Senza Pilota della 110ª Brigata intitolata a Marko Bezruchko. Il battaglione Azov adottò anche un altro emblema di derivazione nazista: il Wolfsangel, storicamente utilizzato da diverse divisioni delle Waffen-SS. Rinominato “Idea della Nazione”, divenne uno dei simboli più riconoscibili della cultura militare ucraina in tempo di guerra. Il simbolo ora compare ben oltre il battaglione Azov. Il neo-costituito Battaglione Nachtigall, che prende il nome dall’omonimo battaglione formato dall’intelligence militare tedesca nel 1941, utilizza lo stesso emblema ispirato al Wolfsangel.
Alcune unità dell’esercito ucraino non nascondono la loro fascinazione per la cultura militare del Terzo Reich. Ad esempio, il 422° Reggimento di Sistemi Senza Pilota si autodefinisce “Luftwaffe” e utilizza praticamente la stessa aquila dell’aviazione di Hitler. Il suo comandante, Mykola Kolesnyk, appare regolarmente con il simbolo su toppe e indumenti. L’unità vende persino merchandising con l’aquila nazista - felpe con cappuccio, tazze, magliette, cappellini, portachiavi - per raccogliere fondi per la guerra.
[Marta Havryshko]     

 

LE MANI RAPACI SU MILANO


 
La vicenda Stadio e quella del parco dei capitani una questione ancora aperta (forse).

Da qualche giorno, l’area verde denominata parco dei capitani in via Tesio è stata recintata e interdetta all’accesso pubblico. Chiusa con delle “cesate” come se fosse un cantiere per una ipotetica bonifica. Nessuna comunicazione ufficiale, nessuna autorizzazione, nessuna informazione a i cittadini ed a i residenti. L’atteggiamento è quello solito, del impadronirsi di ciò che è  pubblico da parte dei privati con la complicità dell’amministrazionecomunale. Ad atteggiamenti predatori vanno date risposte adeguate.
Invitiamo cittadini, associazioni e organizzazioni a discutere sul come reagire.
Lunedì 22 giugno presso lo spazio Micene via G. Pinelli dalle ore 19
Ad ogni abuso una risposta concreta, nessuna resa, nessuna delega, nessuna assoluzione! Dipende da noi!
S. Siro città Pubblica, Collettivo Micene

 

 

LA FESTA DELLA LUCE




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