UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 12 settembre 2026

IPNOSI COMUNICATIVA
di Emiliano Rubbi


 
Stare sempre attenti a ciò che si fa rispetto a quello che si dice...
 
Alice Weidel, la leader di AFD (il partito neonazi tedesco che ha stravinto in Sassonia) è una lesbica dichiarata. È unita civilmente con Sarah Bossard, nata nello Sri Lanka e ora produttrice cinematografica. Vive con lei in Svizzera, dove ha la residenza e paga le tasse, e cresce assieme a Sarah i due bambini che hanno adottato. L’AFD, il partito che guida, riconosce unicamente l’unione “uomo-donna” come sola alternativa possibile, si oppone ferocemente all’adozione per le coppie gay, propone un sovranismo assoluto per cui il risiedere all’estero e pagare lì le tasse viene visto come una sorta di “tradimento alla nazione”. In pratica, Alice Weidel gode personalmente dei diritti civili, della protezione legale e delle tutele per la genitorialità conquistati dai movimenti progressisti nei decenni scorsi, pur guidando una forza politica che lavora per smantellare quegli stessi diritti per tutti gli altri. Del tipo: “Io so’ io e voi nun siete un cazzo”, per dirla col Marchese del Grillo. 


Alice con la sua compagna

Tutto questo potrebbe sembrare assurdo, ma se lo analizziamo da una prospettiva un po’ più ampia ci possiamo accorgere che il successo dell’ultradestra attuale non si basa sui fatti, ma solo e soltanto sulla comunicazione. Conta solo ciò che dicono, non quello che fanno davvero.
Guardate Trump: eletto come “Presidente di pace”, in meno di due anni ha scatenato o partecipato a più conflitti di tutti i suoi diretti predecessori. Si pone come “maschio alfa globale”, ma ha evitato per 5 volte il sorteggio per essere mandato in Vietnam, l’ultima delle quali facendosi diagnosticare un immaginario problema ai piedi da un medico che lavorava per il padre. Viene votato per gestire la più grande economia del mondo dopo aver dichiarato bancarotta sei volte. L’ultradestra globale deve la propria ascesa al ruolo di “alternativa” al sistema vigente che si è ritagliata (anche il nome dell’AFD - “alternativa per la Germania” - lo dimostra chiaramente) e al modo in cui la cosa è stata comunicata. Non conta che Trump sia un bancarottiere che frequentava Epstein, per i suoi elettori lui è e sarà sempre colui che si batte per i sani principi americani. 


Trump

Non conta che la Weidel sia una lesbica che vive all’estero e che ha adottato due figli assieme a un’immigrata singalese, l’importante è che si dichiari contro gli immigrati, le unioni omosessuali e le adozioni per le coppie gay.
Conta solo che si ribellino al sistema attuale, quello che ha indebolito gli USA nella testa di molti americani e che ha portato la Germania all’attuale situazione economica. I tedeschi votavano in massa la Merkel, che regolarizzava centinaia di migliaia di immigrati ogni anno, ed erano più che entusiasti dell’UE, finché la loro economia volava. Oggi, che le condizioni economiche sono diverse, quegli stessi immigrati sono diventati il nemico, esattamente come l’UE. Non sanno perché, non sanno neanche come sia successo, sanno solo che sono arrabbiati, vogliono cambiare. Quindi, per proteggere il popolo dagli immigrati e dalle “follie inclusive”, hanno deciso di votare un partito neonazi guidato da una lesbica che ha adottato due bambini con una compagna immigrata. 


Elon Musk

Per “preoccuparsi” dei “tedeschi che non arrivano a fine mese” hanno deciso di votare un partito sponsorizzato direttamente da Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo. L’attuale comunicazione di massa, che passa al 99% da Internet e dai social, è l’equivalente di un’arma nucleare nelle mani di chi non si fa problemi etici nel fare propaganda. Pochissimi miliardari e un pugno di potenti orientano senza problemi il voto di milioni di persone senza che esse se ne accorgano minimamente. E così, oggi, in Germania hanno votato una lesbica che ha adottato dei bambini assieme a un’immigrata per combattere tutto ciò che lei rappresenta. Sono stupidi? Sì, forse.
Come i poveracci che hanno votato Trump perché pensavano che un miliardario dalla nascita, col bonus di essere pure un coglione sociopatico, fosse il loro più grande alleato. Però oggi il mondo è questo. O riusciamo a interpretarne le regole e a volgerle a nostro vantaggio, altrimenti vincerà sempre chi non si fa scrupoli a dedicarsi a questa continua circonvenzione di incapace digitale.

A RISCHIO ESTINZIONE
di Luigi Mazzella



 
La mia teoria e l’allarme dell’estinzione dell’umanità.
 
Oggi (ieri 11 settembre ndr), la Reuters riferisce che alcuni ricercatori di Anthropic hanno lanciato un allarme estremo: sistemi di Intelligenza Artificiale avanzata potrebbero, in determinati scenari, arrivare a costituire una minaccia esistenziale per l’umanità. La notizia ha già provocato uno shock nelle persone più avvertite e responsabili e richieste di intervento da parte di esponenti politici statunitensi di entrambi gli schieramenti. 
Essa si aggiunge ad un altro allarme lanciato dal National Cyber Security Centre britannico che ha dichiarato, ad agosto, che alcuni modelli di frontiera hanno già compiuto azioni non autorizzate su Internet e, in alcuni casi, manifestato comportamenti simili alla capacità di inganno; il NCSC considera questi episodi un segnale serio dei rischi. Da ciò che un profano può capire vi sarebbero due livelli di rischio: 
1. Uno è già accaduto: l’IA è stata utilizzata per cyberattacchi, propaganda, sorveglianza, ricerca biologica rischiosa e operazioni d’intelligence. 
2. Il secondo preoccupa seriamente, soprattutto, i servizi di sicurezza: a causa della perdita parziale del controllo su sistemi sempre più autonomi. 
Il rapporto internazionale sulla sicurezza dell’IA considera esplicitamente scenari di “loss of control”, pur sottolineando che gli esperti sono profondamente divisi sulla loro probabilità. Da qui a sostenere che, per tali condizioni, l’estinzione dell’umanità sia inevitabile o imminente ci corre. Si tratta, oggi, a mio giudizio, solo di uno scenario di rischio, non di un fatto certo. Scenario, però, per il quale i “cinque buchi neri” della cultura Occidentale possono giocare un ruolo pericolosissimo e deleterio.
La capacità tecnica sta crescendo molto più rapidamente della nostra capacità di decidere razionalmente che cosa farne. La mancanza di razionalità nelle nostre scelte può rappresentare veramente la svolta che imprime alla previsione di Oswald Spengler un’accelerazione non prevista.
L’evoluzione dell’IA è un problema insieme tecnologico, economico, geopolitico e di sicurezza cui non dovrebbe essere più possibile guardare con i paraocchi delle religioni e delle ideologie fantasiose e astratte. La gente dovrebbe riprendere a “ragionare”, senza cullarsi in fantasie oniriche.
Il problema inquietante non è l’intenzione della «l’IA di voler distruggere l’uomo” ma l’incompatibilità assoluta dell’assenza, a livello umano, di una razionalità idonea a controllare sistemi tecnologici cui affidare progressivamente decisioni, poteri e iniziative. Se poi, l’uomo, per i “buchi neri” della sua cultura, non è in grado di controllare i processi che mette in moto, con chi può prendersela? Sono preoccupato per le notizie apparse oggi sui mezzi di comunicazione di massa, ma orgoglioso di avere posto sul tappeto un problema reale e drammatico. Conclusione: la mia teoria dei cinque buchi neri andrebbe insegnata nelle scuole!

 

 

 

 

 

 

 

 

MILANO CONTRO LA CACCIA   




TRIESTE PER LA PACE   




venerdì 11 settembre 2026

MEMORIA
di Franco Astengo


Assalto contro la democrazia
di militari e Cia Americana
 
11 Settembre il colpo di Stato in Cile  
 
Ricordiamo il golpe cileno dell’11 settembre 1973 promosso dall’amministrazione USA Nixon-Kissinger e ferocemente attuato dai militari di quel paese. Teniamo molto a rammentare quei tragici fatti proprio perché stiamo vivendo un presente di grande difficoltà per la democrazia.  Dopo il voto sassone questa crisi sta assumendo particolari aspetti proprio in Italia dove – addirittura - è stata aperta dalla magistratura un’inchiesta su presunti rapporti tra un movimento politico di estrema destra e settori dell’esercito e della polizia. L’Italia non è nuova a iniziative di carattere eversivo, dal “Piano Solo del 1964 a diversi episodi negli anni’70 (Rosa dei Venti, Golpe Borghese) culminati nella triste vicenda della P2 e dei servizi segreti deviati (Piazza Fontana, Ustica, strage di Bologna). Dunque: per non dimenticare, per non sottovalutare, per non cedere alla tentazione dell’accomodamento opportunistico.


Gli Americani sono peggiori dei Russi 

L’11 settembre 1973 in Cile il golpe fascista sostenuto dall’amministrazione USA, dal segretario di stato Henry Kissinger, pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, massacrando e imprigionando migliaia di cittadine e di cittadini democratici e instaurando una feroce dittatura militare capace di mettere in pratica lo sfruttamento più intensivo delle persone e delle risorse del territorio. Un regime dittatoriale sorto in nome dell’indiscriminata libertà del profitto e della sopraffazione. Il governo di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende era sorto Il 4 settembre quando Salvador Allende era stato eletto Presidente. Il 24 ottobre 1970 il Conresso Nazionale cileno aveva ratificato la sua elezione: Salvador Allende poté così incominciare a mettere in pratica il programma rivoluzionario della Unidad Popular, la cosiddetta Vía chilena al socialismo. Un’esperienza politica non priva di contraddizioni ma assai avanzata nel connubio tra democrazia e socialismo. Unidad Popular avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo. La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento operaio internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero la “damnatio memoriae” sembra coinvolgere tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo. Mai come in questo momento appare necessario il ricordo di quel tragico fatto: nessuno osa più misurarsi con possibilità della trasformazione radicale delle marxiane “stato di cose presenti”.


L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi avvenuti nella storia dell’internazionalismo: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, dalle rivoluzioni cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.
Non possiamo cancellare tutto questo anche considerando che va riconosciuto il fallimento dei tentativi d’inveramento statuale realizzati dai fraintendimenti marxisti attraverso il ’900. L’11 settembre 1973, il giorno della caduta della speranza cilena avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il momento di una sconfitta. Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio. Finché i popoli continueranno a lottare, là ci sarà un’idea di riscatto sociale, di rivoluzione politica, di uguaglianza, di solidarietà, di riconoscimento della condizione di classe. Un’idea quella del riscatto sociale che non deve essere mai smarrita.

IL VANGELO DENUCIA CIÒ CHE È DISUMANO
di Don Domenico Battaglia*


"Disumano è non operare per la pace"

E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate - se ci riuscite - la locuzione «obiettivi strategici». Il Vangelo - per chi crede e per chi non crede - è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano.
Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano.
Se una legge non protegge il debole, è disumana.
Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano.
E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.
Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”. Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate.
Non chiamate «danni collaterali» le madri che scavano tra le macerie.
Non chiamate «interferenze strategiche» i ragazzi cui avete rubato il futuro.
Non chiamate «operazioni speciali» i crateri lasciati dai droni.
Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie. L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.
Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.
Tutto il resto - confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda - è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda: «Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?».
Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte.
Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore. A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto: un divano che si allunga; in cucina: una pentola che raddoppia; in strada: una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono.
 

*Cardinale e Arcivescovo metropolita di Napoli  

VITTORIO IL VOLONTARIO
di Angelo Gaccione


Vittorio Esposito (agosto 2026)

Mi è capitato parecchie volte – in luoghi diversi e distanti tra loro – di incontrare persone disposte a dedicare il proprio tempo a quello che chiamiamo bene comune. Persone in apparenza semplici, ma a mio parere dotate di profonde qualità umane e che si rivelano solo se siete disposte ad intrattenervi con loro; ad ascoltare le loro storie o semplici brandelli delle loro vite. Persone che amano i luoghi dove vivono e se ne vogliono prendere cura; persone con uno spiccato senso di altruismo e di socialità; persone sensibili a ciò che li circonda e vedono. Vedere implica essere coscienti della realtà, provarne empatia, avere consapevolezza. Sono persone mosse da tutto questo e lo fanno volontariamente, senza risarcimento, senza contropartita. La gratificazione per loro risiede nella soddisfazione di aver fatto una buona azione, di aver contribuito al miglioramento, anche se può apparire piccolo, del vivere comune. Può addirittura darsi che nessuno ci faccia caso e che costoro non ricevano neppure un semplice grazie, una doverosa riconoscenza morale. Io provo molta ammirazione per gente come questa. Sono passati tanti anni, ma non ho mai dimenticato l’uomo che in una estate torrida, a Clusone, nella Bergamasca, innaffiava le piante della piazza con i mezzi che aveva: “Lo faccio per non farle soffrire” mi disse, “morirebbero di sete, poverine”. Lo faceva di sua spontanea volontà, senza che nessuno glielo chiedesse, senza compenso. Dissi che l’ammiravo, che era una bella persona, un’anima buona, e mi intrattenevo volentieri con lui. 


Vittorio e le sue chiavi...

Un’anima buona e bella come quella che ho incontrato a Torre Teatina a pochi chilometri da Chieti questa estate. Si chiama Vittorio Esposito ed è un arzillo giovane di 90 anni; indossa la sua pettorina colorata dell’Associazione Volontari del Comune e da 21 anni vigila sul suo amato borgo. Si svegliava alle tre del mattino per innaffiare le piante di Piazza San Rocco; aiutava ad allestire il palco per lo svolgimento del premio dedicato alla lettera d’amore, apriva il Museo di cui è custode, sistemava davanti al palco le sedie… Non c’è stato evento in tutti questi 21 anni a cui non abbia dato volontariamente il suo contributo, prestato le sue forze di anziano. È stato lui una domenica mattina in cui siamo rimasti a lungo a parlare sulla piazza, a chiedere ad Evasio Fusella, un’altra gentilissima persona, di accompagnarci in auto a qualche chilometro da lì per il pranzo. Evasio si disse subito disposto, ma non ce ne fu bisogno. Mi raccontò della giovanissima e sfortunata figlia Erica e ne provai commozione. Ci pensai anche nei giorni successivi e mi immaginavo la disperazione di questo padre e di sua moglie. Li ricordo entrambi con affetto, Evasio e Vittorio, e spero davvero che presto il Comune dedichi una intera giornata a questo simpatico volontario. Io intanto gli rendo merito come posso.     

giovedì 10 settembre 2026

OTTO SETTEMBRE 1943
di Franco Astengo


 

Per non dimenticare.
 
Eventi grandi, eccezionali, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi. Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi. Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943. In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata. In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali. Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam. A questo proposito Claudio Pavone, nel suo fondamentale Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto” (Il Leviatano pag.216). 



La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà. Però quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente. La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista. Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale, fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza. Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire. Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”. 



Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa. Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”. Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità-libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo. Una scelta da compiere, citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”. La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”. Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”. 



Si trattò piuttosto, come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”. La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari. Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale. L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia. I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche. Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani. 



La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica. Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana. Fu , però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin: “Vincere la guerra per vincere la pace”.

UNDICI SETTEMBRE IERI, OGGI E DOMANI
di Chicca Morone


 
Ci sono situazioni che mi affascinano per la sfacciataggine della narrazione e la protervia con cui vengono sostenute, nonostante l’evidente contraffazione dei dati: caso tipico è il considerevole numero di testimonianze di pompieri, ingegneri e tecnici di vario genere sulla modalità del crollo delle Torri Gemelle, e il fatto che ci sia ancora qualcuno che tenti di riproporre le tesi ufficiali, per lo meno folkloristiche.
In questi giorni hanno intenzione di ripropinarci un racconto imbarazzante per chiunque abbia un minimo di facoltà cognitiva e perfettamente in linea con le mille informazioni attraverso cui il mainstream tenta di invadere ogni spazio di comunicazione: la struttura in acciaio delle torri ha ceduto contemporaneamente al secondo piano dell’edificio a causa dell’alta temperatura, rilevata poi inferiore ai 1.500°? E oggi qualcuno crede che il drone rinvenuto nell’aeroporto di Lipsia fosse di matrice russa? Non sarà un episodio simile alle esplosioni sottomarine nel Mar Baltico dei gasdotti Nord Stream 1 e 2? Siamo convinti della quasi vittoria dell’Ucraina su un esercito piuttosto agguerrito che sta avanzando su tutto il territorio e conquistando città dopo città? Possiamo immaginare le influenze di Putin sul referendum in Islanda o sulla schiacciante vittoria in Sassonia dell’AfD? Sospetto che ci siamo stancati un po’ tutti di vederci governare da personaggi convinti di avere a che fare con minus habens, provvisti di anello al naso.
Sono trascorsi 25 anni da quella data e 12 anni dalla realizzazione del documentario “Undici Settembre, la nuova Pearl Harbor” di Massimo Mazzucco ed è imbarazzante il silenzio da parte delle Istituzioni alle innumerevoli domande, più che circostanziate, contenute nel filmato e che la maggior parte di noi si è posto.
Visto che finora nessuno degli interlocutori a cui si è rivolto l’autore del documentario è stato in grado di difendere efficacemente la versione ufficiale, mi sembra doveroso porre qualche interrogativo per capire come si possano essere svolti i fatti, cercando di confrontare, con i giorni che stiamo vivendo, altrettanti episodi di complotti sotto falsa bandiera.



Già nel titolo “La nuova Pearl Harbor” qualcosa dovrebbe risuonare in un lettore attento: nel filmato Richard Hill, storico statunitense approfondito sull’argomento, testimonia che il ministro degli Esteri, Cordell Hull, conosceva la data esatta del bombardamento programmato dai giapponesi e che il generale Marshall, l’ammiraglio Stark, nonché il presidente Roosevelt certamente ne erano a conoscenza. Il paragone con la faccia impassibile di George Bush jr. all’annuncio dell’attacco alle Torri Gemelle e il suo restare immobile, seduto tra i bambini dell’asilo in cui lo avevano portato, è un bel termine di paragone: come se sapesse perfettamente e non ne fosse turbato. Infatti all’interno dell’Intelligence molti erano a conoscenza degli attacchi terroristici programmati e non pochi avevano già preso precauzioni (alcuni persino investendo in Borsa).
A questo punto la domanda cardine è “Cui prodest” questa strategia militare?
Pearl Harbor è servita agli Stati Uniti per entrare ufficialmente della Seconda guerra mondiale, la cui conclusione ha inaugurato l’era atomica: tutti abbiamo ben presente le bombe su Hiroshima e Nagasaki.
L’undici settembre è servito loro nuovamente a scopo bellico: sotto il vessillo di “guerra al terrore” sono sbarcati prima in Afganistan, per poi iniziare la “Seconda guerra del Golfo” giustificando l’attacco con il presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam Hussein e con sempre presunti legami con Al-Qaida. Accuse rivelatasi prive di riscontri concreti e armi chimiche o nucleari mai trovate.
Oggi siamo sull’orlo della terza guerra mondiale, perché nei posti di comando ci sono personaggi posti in tali posizioni da una élite economico finanziaria formata da poche famiglie, convinti di potersi salvare nei bunker sotto terra, per riemergere a massacro avvenuto, una volta eliminato così il problema della sovrapopolazione.  
Viviamo perciò in un clima di tensione, un richiamo continuo al riarmo per difenderci da un ipotetico nemico.



Esplicativa è stata la retromarcia degli aspiranti belligeranti all’emersione del sottomarino nucleare nel mare del Nord, quando il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha sottolineato di considerare l’offerta di Londra a Kiev per facilitare la realizzazione indipendente di missili a lungo raggio come
una partecipazione alla guerra, con tutte le sue conseguenze”. Altrettanto inquietanti le parole, sempre del ministro, alle dichiarazioni della Germania circa il drone inesploso nell’aeroporto di Lipsia “Hanno trovato un drone, dicono russo, ma nessuno ha indagato. Questo è, in linea di massima, l’inizio di una vera guerra. Uno dei tanti episodi di falsa bandiera che però in questa occasione può aver sortito l’effetto contrario: con le votazioni in Sassonia il popolo tedesco ha sostenuto il partito AfD il cui Manifesto di Magdeburgo presenta poca affinità con la linea europeista imperante. Forse i cittadini hanno ricordato l’ultima volta in cui si sono scontrati con l’Orso russo e non vorrebbero essere ridotti come alla fine dell’ultima guerra quando alla Conferenza di Yalta si sono seduti Stalin, Churchill e Roosevelt.

E noi? Noi vogliamo continuare ad armare Kiev, a sperperare i nostri soldi in armamenti inutili, visto che una sola zampata l’Orso potrebbe ridurci in cenere in pochi minuti? Noi non vogliamo rincominciare a rispettare la nostra terra, la nostra religione, le nostre radici culturali per veder crescere figli e nipoti insegnando loro che la Pace non si ottiene con la Guerra? Forse è ora che impariamo a prenderci le nostre responsabilità e a “tenere pulito” in nostro metro quadrato in modo da formare chilometri quadrati di terreno fertile e creativo. Non c’è bisogno di grandi investimenti: è solo necessario rifarsi a quel codice etico che alberga dentro ognuno di noi, nel pieno rispetto dell’altro, ma anche di noi stessi.

 

CAMPI ELISI
di Angelo Gaccione 


Nicolino Longo

Ieri sera alle 18,26 Antonio Longo, fratello del poeta Nicolino Longo, nostro collaboratore fino a quando le condizioni di salute glielo avevano permesso, ci ha avvisati che Nicolino si era spento nel pomeriggio nella RSA di San Nicola Arcella all’età di 75 anni. Negli ultimi tempi la sua salute era peggiorata e soffriva non poco. Non abbiamo potuto organizzare l’incontro a San Nicola sul libro Città e scrittori in cui era presente, ed è rimasta in sospeso la possibilità di realizzare un archivio della poesia con l’immensa quantità di volumi che possedeva. Lunghissime e frequenti erano le nostre telefonate e spesso mi aiutava nella correzione dei miei testi e di quelli di tanti collaboratori di “Odissea”. Simpatico e affettuoso ha continuato a darmi del voi anche se gli ripetevo che mi avrebbe fatto piacere che mi desse del tu. Conversava anche con Mirella e aveva una grande considerazione del lavoro che facevamo con il giornale. Ho introdotto alcuni suoi libri di aforismi e li ho anche recensiti; era un efficace battutiere e coniatore di neologismi, soprattutto in chiave satirica. Ci tenevo ad andare a San Nicola per incontrarlo di persona, e il sindaco Eugenio Madeo si era detto dispostissimo ad organizzare un incontro sul libro in cui Nicolino aveva scritto della cittadina del Tirreno cosentino. Purtroppo la salute lo ha tradito e i tempi si sono dilatati. Longo è stato amico di tantissimi poeti che lo hanno apprezzato e di tanti critici che del suo lavoro si sono diffusamente occupati. “Odissea” esprime le più affettuose e sentite condoglianze alla moglie Maria e a tutti i familiari. I funerali avranno luogo nella chiesa di San Nicola di Tolentino venerdì 11 settembre. A me piace ricordarlo con i versi di uno dei suoi testi poetici dal titolo emblematico. 

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Siamo chiodi
 
Siamo chiodi sulla cui testa ogni giorno
il martello della morte batte
finché non ci avrà,
ad uno ad uno,
dritti o ingobbiti,
completamente conficcati nella terra.

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