UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 26 maggio 2026

INTERNAZIONALISMO E MILITARISMO
di Franco Astengo
 


La splendida prova di internazionalismo fornita attraverso tutti i tentativi di mare e di terra per portare aiuto a ciò che rimane della popolazione di Gaza deve essere sottolineata con grande forza sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista storico. Sotto l'aspetto storico siamo davanti alla migliore eredità dei punti alti, in particolare del socialismo europeo soprattutto sotto l'aspetto della visione di chi al momento dell'inverarsi della tragedia della prima guerra mondiale si oppose alle diverse union sacrée quando sull'altare delle convenienze nazionaliste fu sacrificata la II internazionale. Sul piano più direttamente politico questo afflato internazionalista che il governo israeliano sta cercando duramente di reprimere richiama direttamente  una riflessione rivolta sia verso il movimento per la pace che mi pare non riesca ad esprimersi in forma convinta sul piano globale sia  verso i partiti della sinistra europea ai quali andrebbe ricordato come l'internazionalismo si opponga direttamente al militarismo: una memoria che in questo momento di rilancio del nucleare in chiave bellica e di grande espansione dell'industria delle armi andrebbe rinfrescata giorno per giorno. È importante riassumere, proprio in questo momento storico, i contenuti di base del concetto di internazionalismo che deve sottendere un principio comune: quello dell'impossibilità di concepire l’aspirazione alla libertà e all’uguaglianza entro i confini di una singola realtà statuale: l'idea di considerare decisivo uno "spazio politico europeo" dove contenere l'idea internazionalista (ben diversa dal semplice sovra-nazionalismo) come fattore fondamentale di espressione per ogni principio etico e politico. 



Si tratta di principi elementari che vanno portati avanti con grande determinazione e che debbono ispirare la possibile ripresa di una presenza della sinistra anche sul  nostro piano interno: non si tratta soltanto di contrastare le iniziative belliche o di esprimere solidarietà a quelle umanitarie come nel caso indicato all'inizio (anche nel caso dell'accoglienza ai rifugiati) ma piuttosto di disporre della piena consapevolezza della necessità di opporsi a questo esistente nel quale sembra emergere una gigantesca operazione di riarmo globale. Per quanto riguarda l'Italia ad esempio non può essere che ribadita la contrarietà al nucleare anche per uso civile (troppo sottile il confine tra civile e nucleare) e la necessità di una strategia industriale che superi l'attuale centralità dell'industria delle armi (pensiamo alla Germania e all'operazione in atto di conversione dell'industria automobilistica in industria bellica e alla sussidiarietà all'industria tedesca di parte rilevante del comparto industriale del Nord Italia e al ruolo di Leonardo). Su questi punti va ricercata una solidarietà di massa senza il vincolo stretto della dimensione puramente ideologica e va anche collegata un'analisi politica da sviluppare attorno ai nodi della crisi della democrazia liberale e della sua insufficienza rispetto al prorompere delle modificazioni sociali frutto delle applicazioni tecnologiche.



Non ridurre l'impatto delle modificazioni tecnologiche sull'assetto sociale a semplice mero "contrasto" verso l'idea di assorbimento dell'individualismo competitivo che segna la "modernità" nella totale subordinazione dei diversi livelli di governo e delle stesse espressioni di massa all'impero della tecnica.
Dovrebbe essere avanzata una proposta non solo di regolazione dei fenomeni correnti che (come nel caso del regime israeliano) incorporano la guerra nell'ipotesi di accentramento del potere per via tecnocratica ma di vera e propria progettualità alternativa. Una progettualità alternativa che dovrebbe essere mossa richiedendo l'adozione da parte dei soggetti politici di due punti di principio fondamentali: il primo riguardante la "qualità" la cui massima espressione non può che essere rappresentata dall'opzione della pace; il secondo riguarda la "dimensione" e torna così l'affermazione del principio internazionalista. 

TRATTATI
di Alessandro Pascolini - Università di Padova



Il Trattato di non Proliferazione verso il crepuscolo?
 
Si è chiusa il 22 maggio sera a New York la cruciale undicesima Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) iniziata il 27 aprile scorso. Dopo settimane di difficili negoziati e dibattiti, i rappresentanti di circa 190 paesi mondiali non sono riusciti a raggiungere il consenso su un documento finale che riaffermasse gli impegni condivisi raggiunti nelle Conferenze di revisione del 1995, 2000 e 2010 — apparentemente a causa di riferimenti al programma nucleare iraniano che gli Stati Uniti insistevano a includere nel documento. Il Trattato NPT è il fondamentale strumento internazionale per regolare le problematiche dell’energia nucleare: vieta a nuovi paesi l’accesso di alle armi nucleari, impone il disarmo nucleare e promuove le applicazioni nucleari pacifiche. Entrato in vigore nel 1970, è quasi universale, mancando solo Corea del Nord, India, Israele, Pakistan e Sud Sudan. Dato il ruolo cruciale del trattato per la sicurezza globale, ogni cinque anni si tiene una conferenza per “esaminare il funzionamento del trattato al fine di accertare se le finalità del suo preambolo e le sue disposizioni si stiano realizzando” e per proporre suggerimenti per rafforzare il controllo dell’energia nucleare militare e civile. Per l'estrema sensibilità politica delle conferenze di riesame e la complessità dei lavori da svolgere, la comunità internazionale si impegna nei tre anni che precedono una Conferenza in lavori di preparazione, con un comitato preparatorio articolato in tre sessioni. 



I lavori dell’undicesima Conferenza si annunciavano difficili già per il fallimento dei lavori di tutte le tre sessioni del comitato preparatorio, concluse senza un documento concordato, ma soprattutto per la complessa situazione politica attuale e la crescente conflittualità internazionale. Dopo numerose revisioni di un progetto di dichiarazione finale, già giudicato debole in partenza dai sostenitori del disarmo, il vietnamita Do Hung Viet, presidente della conferenza, con “profonda delusione”, ha rinunciato a presentare il testo per l’adozione, dichiarando: “ho presentato quattro versioni del progetto di documento finale, tutte accuratamente riviste seguendo i desideri degli Stati parte. Nonostante tutti i nostri sforzi, comprendo che la Conferenza non è in grado di raggiungere un accordo sul contenuto del suo stesso lavoro”. Il presidente Viet ha effettivamente perseguito con intelligenza un accordo su una bozza di documento finale relativamente breve (sette sole pagine), concentrata sui principi piuttosto che su specifici eventi e posizioni, e ha anche aggirato una serie di delicate questioni chiave — tra cui la sfida nucleare nordcoreana, gli attacchi agli impianti nucleari ucraini e iraniani e il crescente disagio riguardo alle pratiche di deterrenza nucleare estesa agli alleati — nel tentativo di raggiungere il consenso sulle questioni fondamentali. Tuttavia, ciò non è stato sufficiente per raggiungere un accordo tra le numerose divergenti posizioni degli stati parte. 



Secondo osservatori indipendenti, i cinque paesi nucleari del NPT (Cina, Francia, Russia, UK e USA) hanno utilizzato congiuntamente tattiche di intimidazione diplomatica aggressiva contro gli stati non dotati di armi nucleari per impedire la definizione di misure concrete e urgenti per scongiurare una nuova corsa agli armamenti nucleari e rassicurare gli stati non nucleari che non saranno attaccati o minacciati da stati dotati di armi nucleari. Gli stati parti hanno così mancato l’occasione di utilizzare la conferenza per affrontare la vertiginosa serie di pericoli nucleari, incluso il deficit nella diplomazia per il disarmo nucleare. Per la prima volta dal 1972 non esistono limiti concordati sulle dimensioni degli arsenali nucleari russi e statunitensi, i più grandi del mondo. In assenza di nuovi vincoli bilaterali o multilaterali, esiste un serio rischio di una pericolosa corsa globale agli armamenti nucleari nei prossimi anni. È la terza volta consecutiva che la conferenza di revisione non riesce ad adottare un testo, bloccata dalla Russia nel 2022 e dagli Stati Uniti nel 2015. Nonostante questo nuovo fallimento, il trattato continua a esistere, ma con un rischio crescente di erosione della sua legittimità e fiducia, che potrebbe portare alcuni stati non nucleari a chiedersi se la non proliferazione sia veramente la migliore soluzione per la loro sicurezza. Il presidente Du Hung Viet aveva avvertito: “un ulteriore fallimento potrebbe inficiare la stessa credibilità del Trattato di non-proliferazione”.

ANDARE OLTRE LA SUPERFICIE   
di Chicca Morone
 


È interessante assistere alla competizione di due persone che si affrontano per misurarsi su un argomento comune in cui abbiano affinato la materia di loro interesse: che sia una partita di scacchi o altro che non comporti la fisicità, poco importa perché è sempre l’intelligenza che trionfa sul caso o sulla fortuna, salvo situazioni particolari di improvvisa distrazione o défaillance di uno dei due contendenti. Negli scacchi ogni giocatore ha la possibilità di scegliere diverse mosse, compatibilmente con il pezzo che ha deciso di muovere, ma ogni mossa comporta conseguenze ineluttabili: la necessità delimiterà sempre più la libertà di scelta, creando la situazione finale non realizzata dal caso, ma come risultato di leggi rigorose.
La libertà d'azione diventa sempre più incisiva, tanto quanto le decisioni coincidono con la natura del gioco, con lo studio delle possibilità.
Un nostro impulso cieco, ciò che noi consideriamo libertà ne è l’esatto opposto, è una non-libertà perché immancabilmente ci condiziona il futuro.
Il vero individuo libero si realizza nella conoscenza sempre più approfondita di se stesso e dello spirito che lo anima: in questo modo può davvero essere padrone del proprio destino e non schiavo di un qualche "demone" che lo inibisca nell’espressione completa e libera. Si tratta di scegliere la qualità della propria vita, scandagliando a fondo le proprie caratteristiche più recondite e soprattutto ascoltando ciò che la nostra anima cerca di farci capire attraverso il nostro corpo, a volte con qualche piccola malattia, a volte urlandocelo con infarti e carcinomi. Platone ci viene in aiuto anche in questo caso con il mito di Er, a chiusura del dialogo della Repubblica: dove inizia il libero arbitrio e quanto l’obbedienza alla connessione col divino ci obbliga in determinate scelte? Er, valoroso soldato morto in battaglia, si risveglia poco prima che il suo corpo mortale venga bruciato e racconta quanto ha sperimentato nel passaggio da uno stato all’altro.



L’anima, liberata dalla materia, si era incamminata insieme ad altre fino a giungere in uno spiazzo davanti ai giudici, i quali avevano diviso la schiera applicando le sentenze ai buoni sul petto e ai malvagi sulle spalle: le destinazioni erano ovviamente diverse, chi verso l’infinito cielo e chi verso la profondità della terra, dove ognuno prendeva coscienza delle proprie mancanze. Una volta espiate le colpe, le anime purificate potevano scegliere il modello della prossima vita: una libera scelta, dunque. Ma a ognuno veniva dato il proprio “daimon” con il compito di sorvegliar che si compisse la vita prescelta: niente di diverso dalla legge che regola ogni atto della nostra vita, simboleggiata dalla scacchiera, quella che ci insegna a muovere l’alfiere obliquamente, la torre lateralmente o verticalmente, quella che fa arroccare il Re in protezione difensiva. Ahimè, l’attraversare il fiume Lete ci fa dimenticare (azione della mente) la scelta fatta, per cui, affinché il nostro percorso di vita diventi evolutivo, dobbiamo imparare a riunire nel cuore il pensiero con le funzioni della mente (razionalità) e della pancia (istintualità) - cioè ricordando chi siamo veramente. E il Daimon ci aiuta, ponendoci ostacoli e cercando di non farci ricadere negli stessi errori.  
Niente di diverso dall’Angelo Custode di tradizione cristiana: uno spirito puro creato da Dio per proteggere, guidare e illuminare ogni essere umano durante la vita terrena. La conoscenza dell’individuo a cui è assegnato è profonda, e offre un sostegno invisibile ma percepibile.



Nell’antico Egitto ritroviamo entità simili, dove il Ba simboleggia l’essenza spirituale, l’anima individuale che rappresenta la personalità, il carattere, i sentimenti, dopo la morte libero di muoversi tra il regno dei vivi e l’Aldilà; il Ka che viene raffigurato come “doppio” spirituale, destinato a rimanere sempre vicino al corpo fisico (anche dopo la sepoltura) come protezione e per questo bisognoso di essere nutrito con offerte.
Oggi, impregnati come siamo di materialismo e arroganza abbiamo creato la cosiddetta Intelligenza Artificiale quel meccanismo che “viene utilizzato per definire le interfacce animate e interattive (come assistenti virtuali) progettate per simulare la presenza umana” in grado di sostituirci, migliorando la qualità della nostra vita, secondo gli organizzatori di questa prigione virtuale. Dicono persino che abbia accesso alla Coscienza, come se davvero un pc provasse sentimenti, potesse avere il concetto della divinità, sapesse dare il giusto significato alla sfumatura di una parola se non attraverso il calcolo delle probabilità. Ma c’è “qualcuno” per cui è importante distruggere quel legame che ci rende ben diversi da una macchina priva di anima, ma asservita ai loro comandi.
Eppure stiamo andando verso il baratro, dove anche i droni, impostati dall’IA, decidono autonomamente dove colpire il nemico: una scuola di bambine iraniane? Un colpo maestro sul futuro possibile incremento demografico... Ospedali dove medici cercano di salvare vite? Possibilità di salvezza quasi azzerata per la popolazione... sul tutto il silenzio tombale delle nostre istituzioni, tenute in pugno da dinamiche economico finanziarie di satanico sapore.

IN PIAZZA PER CUBA




lunedì 25 maggio 2026

domenica 24 maggio 2026

TACCUINI MILANESI
di Angelo Gaccione


 

Il Palazzo Stampa di Soncino
  
Palazzi che occupano un’intera via ce ne sono diversi a Milano. Ma può anche capitare che gli ingressi si distribuiscano su più vie occupando con la loro stazza un’area considerevole, definendone la forma geometrica ed influenzando il resto dello spazio attorno. Prendiamo per esempio il cinquecentesco Palazzo Stampa di Soncino: l’ingresso al numero 61 si distende in lunghezza per un significativo tratto della via Torino; poi gira nella omonima via Soncino dove c’è un secondo ingresso, il numero 2, e la occupa per intero. La via è lunga quanto il palazzo, 85 dei miei passi ben distesi, contando dall’imbocco di via Torino, e prosegue ripiegando ad angolo nel vicolo di Santa Maria Valle dove c’è un ulteriore ingresso. La vastità dello spazio originario che gli dava respiro si è ridotta nel tempo ad un minuscolo slargo, occupato dalle abitazioni del vicolo. Un po’ più avanti c’è la stretta via Stampa: in pratica, il casato ha messo il suo sigillo su un’intera area. L’imponente colonnato ai lati del portone ci rivela che questo è l’ingresso principale e che dà accesso al cortile d’onore. Trovandolo aperto, seppure protetto da un importante cancello, sono riuscito a sbirciarvi. Le carrozze dell’epoca lo avranno varcato una infinità di volte, con i suoi padroni e i suoi ospiti. 



Da fuori si vede un pezzo di torre che sovrasta il palazzo e si innalza su tre blocchi di grandezze diverse; la sua elevazione raggiunge un’altezza di ben 42 metri. Alla sommità svettano due colonne che reggono un globo terrestre su cui poggia un’aquila bicipite che a sua volta regge una corona: si tratta dei simboli di Carlo V d’Asburgo e dei suoi vasti domini imperiali. Il motto Plus Ultra su quelle che dovrebbero evocare le Colonne d’Ercole, dal basso non si legge, ma ingrandendo i particolari delle foto che ho scattato, compaiono delle lettere vergate in posizione obliqua. A farselo costruire, questo Palazzo, era stato il marchese Massimiliano, che si era avvalso dell’architetto della Fabbrica del Duomo, Cristoforo Lombardo. Al tempo della loro realizzazione queste costruzioni devono avere impressionato non poco gli abitanti di quelle che venivano chiamate contrade. Questo è a pochi passi dal Carrobbio che a quell’epoca era un agglomerato di case di artigiani e popolani. Il palazzo di fronte è altrettanto lungo e occupa anch’esso tutta la via Soncino; meno blasonato e con due soli numeri civici: i dispari 1 e 3. Due palazzi per una sola via: potenza del danaro.

LIBRI
di Anna Rutigliano


Alida Airaghi

Il Decalogo di Alida Airaghi
 
Nella recente opera della poetessa Alida Airaghi Decalogo, Omaggio a Krzysztof Kieślowsky (Ignazio Pappalardo Editore, Settembre 2025), l’impianto anulare della scrittura poetica, in cui un riflesso violaceo di brace tra la cenere sparsa apre la silloge (versi finali del primo componimento / primo comandamento: Non avrai altro Dio all’infuori di me) e la conclude, costituendone l’epilogo dal titolo Riflesso, insieme alla complessità delle tematiche etico-esistenziali, complementari alle questioni teologico-religiose ed evocate per mezzo dei versi stessi, le conferiscono, a mio avviso, un’aura di genialità e abilità scrittoria uniche e singolari. L’originalità della Airaghi risiede, infatti, nella sapiente ed ingegnosa coniugazione dell’immagine filmica, priva di effetti spettacolari, ma esteticamente intrisa di luci e ombre caravaggesche, ad esaltarne il dramma umano, tratto saliente e non sempre decifrabile della regia-sceneggiatura di Kieślowsky/Piesiewicz, con la parola poetica, profondamente enigmatica ma, al contempo, autentica correlata, infine, alla parola biblica di tradizione dogmatica ebraico-cristiana. La rivisitazione/interpretazione, in chiave poetica del Dekalog di Kieślowsky /Piesiewicz, mediometraggio in dieci episodi, trasmesso in televisione alla fine degli anni ottanta (attualmente fruibile sulle piattaforme mainstream), della durata di circa un’ora ciascuno, ispirato ai Dieci Comandamenti del patto d’alleanza fra Dio e Mosè sul Monte Sinai, trova corrispondenza simmetrica, all’interno dell’opera di A. Airaghi, negli inserti di alcuni versetti del Salmo, “incisi” in corsivo. Ciascuna collocazione biblica, poi, si arricchisce semanticamente della visione personale della scrittrice, sensibilmente affine a quella del regista polacco, entrambi i quali tentano di porvi soluzioni che smorzino L’inferno etico dell’esistenza (argomento discusso nell’ottavo episodio Non dire falsa testimonianza della pellicola di Kieślovsky, nell’ora di lezione universitaria di filosofia,) originatosi dall’interazione di religiosa sacralità, scienza esatta e morale. Esemplari a tal proposito sono i versi biblici del quinto comandamento Non Uccidere: Tu non ucciderai…o della vita tua chiederò conto e sarai sottoposto a giudizio. La Airaghi interviene con un chiasmo ossimorico potente (vittoria istantanea esultante eterna irrimediabile sconfitta) che decreta, per il ragazzo assassino, una sorte più ignobile, dal punto di vista etico-sociale, rispetto a quella inflitta all’ebete e grasso conducente del taxi, colpevole di nulla: grottesco il trionfo omicida si affaccia alla mente… il ragazzo assassino pagherà la sua colpa all’ordine sociale trasgredito. Non la corda che ha usato per strozzare, ma un’altra lo attende più pesante: il suo corpo bambino penderà irrigidito, burattino innocente come mai era stato.



La questione del libero arbitrio dell’individuo, della sua incapacità di compiere una scelta moralmente giusta, nonostante gli imperativi religiosi, che da millenni accompagnano il travagliato percorso interiore e storico dell’umanità, costituisce, dunque, il filo conduttore delle esistenze che si intrecciano nel condominio di undici piani, del complesso periferico residenziale del quartiere di Śródmieście, nella Varsavia cupa e fredda post caduta del Muro di Berlino, catturate con sguardo pietistico e mai di biasimo, dall’obiettivo cinematografico di Kieślowsky.
Di riflesso, ad ogni comandamento, seguono le poesie della Airaghi, i cui incipit violano il comandamento stesso, come nel caso del settimo comandamento Non rubare, i cui versi d’apertura (Cosa rubano ai bambini i ladri di bambini? Sogni senza lupi cattivi… le storie della nonna, la mano della mamma), sono rivolti al pubblico lettore, sotto forma di quesito, per il quale non esiste risposta alcuna per via del secolare perpetuarsi dell’azione del rubare, esplicitato nei versi anaforici finali del componimento: ladro chi ruba e chi tiene il sacco, ladro chi froda e chi si approfitta…chi lucra, ricatta, annusa le prede.
La sfera etica, d’altra parte, è saldamente connessa al tema dell’innocenza e alla sua salvaguardia, rappresentando una questione altrettanto costante del Dekalog di Kieślowsky/Piesiewicz, omaggiato dal Decalogo di Alida Airaghi. A partire dal primo episodio/comandamento Non avrai altro Dio all’infuori di me, in cui il piccolo Pawel, appassionato di matematica, quanto il suo papà, docente universitario, prova terribile tristezza per un cane morto assiderato, giacente sul laghetto di ghiaccio.



Nulla può l’elaboratore elettronico di casa, altamente preciso, pronto ai calcoli (nell’episodio televisivo, si osserva sul display del Computer, a chiare lettere, la scritta “I am ready…”) ma non ai sogni, incapace di rispondere all’innocente interrogativo, affidato magistralmente da Kieślowsky al piccolo Pawel, dagli occhi celeste candido, sul perché esista la morte e su cosa sia l’anima, lui, così dispiaciuto per l’animale e che tanto sogna un saluto dalla sua mamma che più non c’è e con la quale si riconcilierà, in seguito ad un tragico incidente sul laghetto ghiacciato, fuori da ogni previsione matematica paterna e del calcolatore: (La macchina non decreta inizio e fine, se pure è pronta a tutto, disponibile a coniare parole, miniare icone, simulare coscienza e volontà: non sa sognare, non sa desiderare…Il ghiaccio del laghetto così compatto può creparsi  sotto il peso di una piuma?).



Ma è nell’ottavo episodio/comandamento Non dire falsa testimonianza, che religione, filosofia etica ed innocenza si incastrano saldamente sino a deciderne le sorti di Elzbieta, rinomata giornalista ebrea emigrata a New York, scampata ai lager nazisti nel lontano 1943, dunque a morte sicura, per volere di Dio o per falsa testimonianza di Zofia, di fede cattolica? Nello scorrere della pellicola del Dekalog, apprendiamo che Zofia, l’insegnante di filosofia, sarebbe stata la signora che avrebbe dovuto salvare la piccola Elzbieta, falsificandole il certificato di battesimo, per sfuggire alle persecuzioni naziste.  Il rifiuto dell’ultimo minuto, da parte di Zofia, di aiutare la piccola Elzbieta, è frutto del suo non voler contravvenire alla fede cattolica, a cui appartiene, o alla sua scelta etica di sacrificare una vita per salvarne altre? (così leggiamo nei versi della Airaghi: Destinato a salvare il generoso non avrà gratitudine da colui che ha salvato. Gli basti il pregio del soccorso offerto al vinto, allo sconfitto. Lui applaudito magnanimo, l’altro costretto al quotidiano inferno della riconoscenza). Il caso (?) vuole che le due donne si riconcilino e si perdonino vicendevolmente a distanza di anni.  
Le prospettive filmico-poetiche del Dekalog Kieślowsky/Piesiewicz e del Decalogo di Alida Airaghi assurgono a straordinario capolavoro intellettuale, nella misura in cui la riflessione etico-religiosa è inserita nell’attuale contesto della società ipertecnologica e consumistica, caricandosi, da un lato di anelante spiritualità, necessaria, dall’altro, di attaccamento materiale dell’individuo moderno, nelle sue fragilità e imperfezioni, all’ordinario, quale prodigiosa manifestazione del divino (o del caso/del destino?).


La copertina del libro

Non è un caso che la Airaghi citi ad esergo dell’opera, i versi tratti dal poema Gerontion di T. S. Eliot e che a sua volta si richiama ai versi 12:3409 del Vangelo secondo Matteo: Signs are taken as wonders (I segni sono scambiati per meraviglie). Il riferimento al secondo episodio/comandamento del Decalogo in cui l’insetto affogato nel bicchiere si arrampica sul vetro, un semaforo da rosso si fa verde, segnale di ripartenza, potrebbe esser segno di rinascita del malato terminale in ospedale che può sperare di vivere ancora. Esattamente all’opposto, la boccettina di inchiostro blu, che si riversa sulla scrivania del papà di Pawel, nel primo episodio/comandamento, rappresenterebbe presagio di morte.
Sia Kieślowsky che la Airaghi non offrono soluzioni etiche per lo spettatore / lettore, semmai riflessioni: abbiamo la conferma ulteriore, attraverso l’arte, che, qualunque azione dell’essere umano, possa essere il frutto sia del libero arbitrio, sia della manifestazione del divino imperscrutabile, sia dell’irrazionalità del caso. E come il testimone silenzioso e triste, che compare nella pellicola del Dekalog Krzysztof Kieślowsky, così l’angelo fallito o involontario demone del Decalogo di Alida Airaghi è ombra dei nostri piedi, inclemente memoria, imprescindibile, anche quando la nostra fede è in bilico.

MILO DE ANGELIS ALLA CASA DELLA POESIA
Somiglianze, il libro del poeta di Milo De Angelis compie 50 anni (1976).





DA POETA A POETA
 


Norbert Conrad Kaser, morto a trentuno anni, è stato il più importante poeta italiano del Novecento in lingua tedesca. Ribelle, anticonvenzionale, critico verso la società sudtirolese del tempo, una vita tormentata. Emarginato, alcoolista. Ha precorso la beat generation. Scriveva: “Ich bin mude von den ordentlichen leuten(“sono stanco della gente perbene”); “der tod ist ein beamter(“la morte è un impiegato”); “zorn wachst mir in den bauch” (“il rancore mi cresce nel ventre”). A lui, dedico un mio ricordo in versi, dopo aver letto la sua Poesia, così moderna, così umana. [Zaccaria Gallo]

 

A Norbert C. Kaser                
di Zaccaria Gallo

Che ribellarci è dolce,
come il fumo e il vino,
che t’accorciarono la vita,
illuminata da fiaccole e musica.
 
Nella grande oscurità
– fuoco a distruggere
padri, bestie, masi –
il commiato – Das Scheiden –
 
Grigia la campagna,
grigi i laghi alpestri,
per angoli bui & nascosti -
sempre queste & -
 
Fuori dal convento,
i sabati della passione
fra il fascino dei boschi,
che l’uomo non corrompe
 
e tu, solo,
con la tua tessera di partito,
infrecciato santo,
fra bestemmie e puttane,
a far vivere invece bambini nelle fiabe…
 
… annodato al letto dell’ospedale,
il tuo fegato bevitore, 
i neuroni annegati,
nell’alcool & nella poesia.                               
 
[Maggio 2026 - inedita]                                               

SETTE
di Antonio Ricci

 


Hanno raccolto nel cuore
le voci calde e umane dei contadini,
nelle campagne dove l’aratro
scriveva sulla pianura la genesi
dell’appartenenza alla terra
rigogliosa, accolta dalle loro
mani lavorative.
Nell’anima si accomuna
il cammino della memoria
della dignità, pagate
con il martirio e il sacrificio
a beneficio dell’umana sapienza,
con la consapevolezza di tramandare
di generazione in generazione
la vita donata alla libertà.
I sette fratelli Cervi hanno cantato  
i suoni della rivolta, apprestandosi
alla Resistenza.
In silenzio ha singhiozzato
il cuore di Lei, la mamma.
Nei suoi occhi magnetizzati dal
dolore, lucidi di lacrime,
solcava la sofferenza della
mancanza.
La famiglia tutta unita
ha incontrato la morte
non per diventare leggenda
ma stelle che segnano la via
dell’avvenire.
 
[Maggio 2026]

 

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