UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 28 marzo 2026

UN CAPPIO AL COLLO
di Romano Rinaldi
 


I miei recenti ragionamenti sulla “politica internazionale” (1) riguardo le guerre ereditate e soprattutto promosse dalla presente amministrazione americana, potrebbero sembrare incompleti non facendo riferimento a motivazioni addotte o presunte, per le attività belliche recentemente intraprese contro l’Iran. Le motivazioni israeliane sono arcinote ed esplicitate dallo stesso Netanyahu già da molti anni. Si tratta della pretesa di espansione territoriale (lo “spazio vitale”: ricorda qualcosa?) tesa ad occupare tutta l’area “biblica” di Israele senza alcuna considerazione riguardo le popolazioni che in quell’area vivono da migliaia di anni e comunque ben prima che venisse istituito lo Stato di Israele, sotto l’egida dell’ONU, su una porzione del territorio di Palestina. Oltre ad assicurarsi che Stati ostili limitrofi siano inoffensivi o resi tali mediante azioni di guerra. Viceversa, le motivazioni addotte da Trump inizialmente riguardavano la crudele repressione del dissenso operata sul suo popolo dal regime teocratico in Iran e il dichiarato intento di rovesciare quel regime per sostituirlo con un governo più “democratico”. Questo evidente bluff ripeteva lo schema Venezuela per filo e per segno ed in effetti si è puntualmente ripetuto anche il seguito, con la teocrazia saldamente al suo posto con tutte le sue milizie di controllo della popolazione e l’esercito a salvaguardia del sistema. Così come per il Venezuela è subito emersa la vera posta in gioco ma di dimensioni talmente enormi da non potersi paragonare. L’Iran rappresenta infatti un produttore di idrocarburi tra i più importanti al mondo con destinazione della produzione in gran parte verso il continente asiatico. Questo sarebbe dunque l’obiettivo finale: mettere sotto controllo la produzione e la distribuzione di questa enorme risorsa energetica a carattere globale. Un’operazione di una vastità e ambizione che supera di gran lunga qualunque immaginazione persino di un megalomane patologico come Trump. 


Isola Kharg

Se non fosse che, la simbiosi con Netanyahu gli ha fatto intravedere una possibilità di riuscita, perlomeno nella primissima fase dell’operazione con l’eliminazione fisica della guida suprema Ali Khamenei. Alla quale, nella sua immaginazione, Trump sperava sarebbe seguita una rivolta popolare in grado di rovesciare il regime nel suo insieme. Evidentemente una pia speranza basata sul nulla, non certo su qualche analisi che avrebbe facilmente potuto fornire lo stesso alleato israeliano. Trump è noto e se ne vanta molto, per essere un “deal maker” un creatore di accordi (tra lui e il malcapitato interlocutore). Il fatto è che il suo metodo è quello tradizionalmente adottato nei sistemi malavitosi e consiste nel mettere un cappio (metaforico) attorno al collo dell’interlocutore in virtù della forza che può dispiegare e minacciarlo di qualsiasi nefasta conseguenza finché non soggiace alle sue richieste. Mutatis mutandis, è esattamente lo stesso metodo adottato nei confronti degli alleati coi dazi sugli scambi commerciali, così come i tentativi di annessione del Canada, della Groenlandia e presto di Cuba.
Nel caso dell’Iran però il boccone è molto grosso e la resistenza del regime con la capacità di contrattaccare sui Paesi del Golfo produttori di risorse energetiche altrettanto imponenti ma stavolta dirette soprattutto verso l’occidente, sta creando una situazione “imprevista” che sta dando parecchio filo da torcere al “deal maker”. Una situazione probabilmente prevista e forse anche propiziata dall’astuzia dell’alleato israeliano che deve appoggiarsi alla potenza di fuoco delle forze armate americane per perseguire il suo obiettivo di stroncare la potenza militare del nemico.



Ecco, dunque, che si profila uno scambio di collo per quel cappio che sta roteando, ormai mosso da moto proprio, sui cieli del Medio Oriente. Per questo motivo Trump sta chiamando a gran voce tutti gli (ex) alleati NATO a fornire altri possibili bersagli per il cappio, cercando disperatamente di salvare il suo collo. Dimenticando quante ne ha dette e fatte per rendere tutti questi Paesi non solo diffidenti ma più che legittimamente contrari alle sue ambizioni e metodi per soddisfarle.
Volendo restringere il campo degli alleati NATO a chi non ha ancora espresso chiaramente una posizione contraria al modus operandi di questa amministrazione americana, anzi ostenta una pericolosa prossimità con Trump, c’è da essere molto preoccupati per il nostro Paese (o Nazione che dir si voglia!). Non vorrei che, gira-gira, il cappio finisse intorno al collo più leggiadro di tutto il cucuzzaro!



N.B.: L’assonanza con le parole “leggi” e “ladro” è puramente casuale. 
(1) R. Rinaldi “Odissea” 25/3/2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/03/politica-internazionale-di-romano.html?m=1

UNIONE EUROPEA DI GUERRA
di Franco Continolo
 


Un paio di settimane fa, quella specie di parlamento che è il parlamento europeo ha votato a grande maggioranza una risoluzione non legislativa che esalta la politica di allargamento dell’UE. Con questa politica, è bene ripeterlo, l’europeismo ha cambiato natura: da movimento per la pace in Europa, è diventato strumento della NATO, il cui allargamento a Est ha un carattere antirusso che nessuno oggi può più negare. Questo carattere è stato assunto dall’UE a trazione NATO, ed è ben visibile nella risoluzione, dove si dice che l’orientamento antirusso è conditio sine qua non dell’adesione. La verifica c’è stata qualche mese fa con la Georgia, dove il negoziato si è interrotto per il rifiuto di Tbilisi di adottare la posizione antirussa richiesta. Come spiega Beda Romano nella corrispondenza, la Georgia non è filo-russa, ma non ha nessuna intenzione di ripetere la disastrosa esperienza dell’allora presidente Saak’ashvili, un avventuriero al soldo della CIA, oggi in galera. Da notare che il negoziato si è interrotto definitivamente dopo che il parlamento georgiano ha approvato una legge che qualifica come agenti stranieri le ONG finanziate dall’estero – una legge che nei democratici Stati Uniti è in vigore da decenni (sebbene non applicata nel caso di Israele), ma che per i democratici dell’UE è antidemocratica. La repressione delle violente manifestazioni che hanno accompagnato l’approvazione della legge è stata giudicata dall’UE la dimostrazione che il rifiuto della politica antirussa si accompagna a tendenze autoritarie – come chiamarlo, se non un brodo propagandistico? Il cosiddetto parlamento europeo giudica anche la Cina colpevole di comportamenti maligni – è immaginabile che il riferimento sia al farsi gli affari propri. Per non apparire del tutto idiota, la maggioranza che vi regna ha tuttavia inserito nella sbrodolata due accenni critici: il processo di adesione non può essere accelerato (ma senza nominare l’Ucraina), e non sempre la ciambella riesce col buco, ovvero nel processo di adesione si riscontrano anche regressi. L’Ucraina è comunque sugli scudi, al punto che si può pensare che i membri della maggioranza del parlamento europeo, al mattino, svegliandosi, anziché ringraziare il Padreterno, rivolgano un sentimento di gratitudine agli ucraini che ci riparano dalle sfuriate del mostro russo. Degne rappresentanti di questa UE sono von der Leyen e Kallas le quali hanno la fissazione della guerra alla Russia, e sul resto non hanno niente da dire, come si è visto al G7. Un’UE frutto dell’unità politica, dunque non una sub-alleanza nella NATO, si porrebbe due priorità: definire l’ordine internazionale possibile, e una politica di sviluppo degna della tradizione europea, e all’altezza dei tempi.

 

 

VITTORIA DEL NO E FUTURO PROSSIMO
di Pancho Pardi
 

Tante sono le ragioni per essere contenti. Si riassumono in una: il responso referendario ha messo una barriera invalicabile ai tentativi di manomettere la Costituzione. I governi futuri sono avvertiti: l’ingegneria costituzionale non è lo strumento opportuno per risolvere le difficoltà politiche. E a rendere efficiente la giustizia bastano leggi ordinarie. Ora, per qualche giorno è giusto che ci godiamo tutti il balsamo del successo referendario. Ma non possiamo mettere da parte le preoccupazioni per il futuro. La vittoria splendente del No può creare illusioni sulle prossime elezioni politiche. La massa variopinta delle diverse opinioni che si sono saldate nel No referendario non è affatto detto che rimanga compatta nel sostegno all’opposizione attuale quando si voterà. Questa stessa opposizione farebbe un errore fatale se pensasse che il No è stato un voto tutto a suo favore. Il voto a favore della Costituzione non può essere equivocato. L’esperienza del volantinaggio in strade, piazze, sedi universitarie fa testo. Se una domanda ci veniva rivolta era questa: quale partito firma il tuo volantino? Chi ti ha mandato qui? La diffidenza palpabile si scioglieva in un sorriso di fronte alla firma delle associazioni responsabili. I giovani che hanno espresso un No trascinante non è affatto sicuro che vogliano votare per partiti di cui non si fidano. La Costituzione invoca protezione, i partiti generano diffidenza. Lo sappiano, ne tengano conto. Non possono pensare che con qualche artificio di alleanza tra i gruppi esistenti tutto è risolto. Né la gara delle primarie sana tutti i deficit che appesantiscono la credibilità di alleanze sull’orlo perenne del litigio. Non si può prescindere dai partiti ma è bene che questi sappiano che gli elettori pretendono da loro soprattutto l’unità e la saldezza della coalizione. Questa deve saper diventare e mantenersi come maggioranza parlamentare. E il risultato non è solo affare loro, è affare di tutti. Nessuno vuole annullare la feconda diversità delle culture politiche, ma il pluralismo non deve diventare materia di separazione. Tutti liberi di pensare secondo il proprio orientamento ma tutti vincolati all’azione della maggioranza parlamentare. Qui per brevità si dà per scontato che sui temi economico-sociali si possa definire un programma di governo comune, per soddisfare l’attesa pluriennale di scelte serie su lavoro, sanità, istruzione, ambiente, attività produttive (e cancelliamo l’osceno “made in Italy” dal logo del  ministero!). Invece il punto controverso è la politica estera. Una coalizione di governo non può esistere senza una politica estera. E la situazione internazionale sembra fatta apposta per metterla alla prova. La scelta per la pace non deve produrre effetti divisivi. Si è liberi di pensare in termini gandhiani ma si deve operare sulla base di un punto di vista europeo.
Il vincolo europeo è decisivo e deve essere adottato senza incertezze. Ciò significa che se gli USA accentueranno il loro disimpegno nella difesa europea, l’Europa dovrà affrontare il problema da sola e non potrà pensare di difendere il proprio spazio, che comprende l’Ucraina, solo con la cultura (tentazione diffusa nei ceti intellettuali). Se in nome della pace si accetta il rischio di far cadere la futura maggioranza parlamentare alla prima occasione in cui la difesa europea sarà messa alla prova allora è inutile impegnarsi a costruirla. Si sappia però che allora la pulsione sovranista farà venir meno l’Europa stessa. Nell’anno che viene abbiamo di fronte un intenso lavoro culturale per convincere in profondità i partiti a divenire ciò che suggerisce la Costituzione con l’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

CONTRO OGNI GUERRA
 


Il 28 marzo dalle ore 10,30 alle ore 13 saremo in piazza Giordano per testimoniare la volontà di pace. La guerra è sempre disumana, ma sta diventando ancora più distruttiva e feroce. Siamo in balìa di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale. Noi non ci arrendiamo alla disumanizzazione e contrastiamo l’idea falsa e mortifera della inevitabilità della guerra. Parleremo attraverso un arazzo costituito da tasselli cuciti insieme realizzati dalle molte associazioni e da alcune scuole della città che promuovono l’evento. Tessere, cucire, rammendare, ricamare, unire, sono il contrario di demolire, strappare, distruggere. Fanno parte dell’esperienza storica femminile di attenzione e cura della vita e delle relazioni umane. Noi vogliamo ricollegarci a questo sapere femminile che rivendichiamo con fierezza. Queste modalità che sempre hanno salvato la vita e reso possibile la ricostruzione, ora devono essere riconosciute e messe alla base delle decisioni che riguardano tutte e tutti! Per questo, abbiamo accolto l’invito a fare rete da parte delle città promotrici di 10 100 1000 piazze di donne per la pace, con cui abbiamo già organizzato una manifestazione a giugno scorso al Parco Campi Diomedei a Foggia. La manifestazione avverrà in contemporanea in circa 150 città. Insieme vogliamo continuare ad impegnarci, ricordando il Movimento Donne Vita Libertà e le donne israeliane e palestinesi che camminano scalze il 24 marzo, dall’Ara Pacis al Pincio e tutte/tutti coloro che lottano per salvare la pace nel mondo. A questa iniziativa del 28 marzo, seguiranno altre fino ad arrivare ad una manifestazione a Roma, il 20 giugno, in cui ciascuna città porterà il proprio arazzo. Discuteremo dell’iniziativa con Donata Glori e Katia Ricci presso OFFLINE in Pinacoteca Il 900 l’8 aprile alle ore 18.
La Merlettaia, Coordinamento donne SPI CGIL, Impegno donna, ASD Runners Correre Donna, Donne in rete, Intercultura, Coordinamento Capitanata per la pace, Presidio Libera di Foggia, Auser, Comitato la Società civile, Uomo-Mondo del Liceo Scientifico Marconi, Assori ETS, ANPI, Solidaunia, Africa United APS, Solidea, Quelli del libro bianco, Ethnos, Liceo polivalente Poerio, Emergency San Giovanni Rotondo, Scuola media Dante Alighieri, Inner Wheel Club di Foggia.

  

IL CANTIERE 




SOCCORSO ROSSO




FUORI TUTTO
Mercatino in via Frua n. 6 - citofono n. 14




venerdì 27 marzo 2026

PER LAURA


 
Laura Margherita Volante

O
dissea formula gli auguri più cari alla nostra amica e collaboratrice Laura Margherita Volante di Ancona, al suo cuore perché lo ha grande.

REFERENDUM: ANALISI DI UN RISULTATO
di Alfonso Gianni


 
La vittoria del No cambia le carte in tavola.
 
L’esito del referendum contro la legge Nordio-Meloni ha colto di sorpresa un po’ tutti, compresi quelli che hanno lavorato fin dall’inizio per la vittoria del No. Non si aspettavano infatti che potesse avvenire in quelle così nette proporzioni. Le percentuali sono aride e ormai ampiamente note, meglio precisare i numeri esatti, dietro ai quali stanno donne e uomini che hanno scritto una pagina importante per la nostra democrazia. Se guardiamo agli elettori iscritti in Italia i No sono stati 14.461.336, i 12.448.255; considerando – come è giusto fare – anche i voti provenienti dall’estero (ove il Sì ha prevalso) i No sono 15.083.988 e i 13.251.887. In Italia la differenza è dunque stata di poco superiore ai due milioni, mentre nel complesso superiore a un milione e ottocentomila a favore del No. La distribuzione geografica del voto segnala che in sole tre regioni il ha prevalso, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre tre regioni del Sud, ove generalmente si è votato meno, Campania, Basilicata e Sicilia vantano le più alte percentuali di No. Con il significativo caso di Napoli dove il No si è affermato con il 75,49% di voti, a sottolineare però un dato che positivo di per sé non è e cioè la differenza nei rapporti tra e No tra le città (grandi e medie) e i piccoli centri.



Il primo elemento di sorpresa – che ha vanificato calcoli e previsioni anche dei principali istituti sondaggistici – è stata l’inaspettata alta affluenza alle urne, pari al 58,93% (secondo Eligendo, il sito del Ministero degli interni) per quanto riguarda gli iscritti in Italia, che scende al 55,7% se si considera anche il voto proveniente dall’estero. Un risultato considerevole per una prova elettorale che come è noto non prevede il quorum ed alla quale il governo aveva deciso di non permettere alcuna facilitazione per la partecipazione dei fuorisede. In realtà tale affluenza poteva considerarsi sorprendente solo per chi considerasse esclusivamente l’andamento calante della partecipazione al voto nelle elezioni politiche, visto che nelle europee del 2024 e nelle regionali dell’anno successivo i votanti erano stati meno della metà degli aventi diritto. Ma non per chi avesse preso in esame l’affluenza al voto nei cinque referendum costituzionali che si sono finora tenuti nel nostro pase. Solo in un caso infatti il numero dei votanti rimase inferiore e di parecchio al 50%: si tratta del referendum tenutosi il 7 ottobre del 2001 dove si presentarono ai seggi solo il 34,05% dei potenziali elettori per approvare, purtroppo, la matrice dell’attuale autonomia differenziata, ossia la sciagurata riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, votata di stretta maggioranza dall’allora centrosinistra.



L’errore di molti analisti – anche se non tutti -, commentatori e protagonisti politici e persino di forze che poi si sono impegnate senza risparmio nella contesa referendaria, è stato quello di non distinguere con la giusta nettezza il voto su una modifica costituzionale, tramite l’esercizio dell’unico strumento di democrazia diretta in nostro possesso, da quello per eleggere la rappresentanza politica ai vari livelli. Un errore che ha portato a previsioni sull’esito del voto appoggiate su premesse completamente sbagliate, come quella per cui il No avrebbe potuto prevalere solo nel caso di una affluenza al voto sensibilmente inferiore al 50%.
Un errore, direi, di natura strategica, o peggio ancora ontologica, perché mostra la profonda non comprensione del fatto che la crescente astensione nelle elezioni politiche ai loro vari livelli deriva da una disaffezione verso la “politica politicante”, da una sfiducia crescente nei partiti politici, nelle élite che popolano le istituzioni e probabilmente anche nei sempre più contorti meccanismi elettorali, ma non verso l’esercizio del diritto di voto in quanto tale se questo mette in gioco principi generali ed elevati. Quali sono appunto quelli contenuti nella nostra Carta costituzionale. Non si tratta di un generico e romantico attaccamento alla Costituzione “più bella del mondo”, ma ai suoi specifici princìpi e valori, capaci di incidere sulla condizione materiale e la vita delle persone, non solo quella presente, ma, direi soprattutto, quella futura.



In questo senso la prova referendaria ha assunto una dimensione politica nel significato più alto del termine, quello che la politique politicienne ha perduto da tempo. Non tanto perché dalle stesse dichiarazioni dei rappresentanti del governo, dal ministro Nordio e i suoi collaboratori fino alla Presidente del Consiglio quando ha deciso di entrare a piedi giunti nella contesa, si poteva facilmente evincere che nella legge non vi era traccia di vera riforma della giustizia, che invece ne avrebbe bisogno dato il suo insoddisfacente funzionamento;  non solo perché il tentativo di mascherare la manovra dietro una presunta tecnicalità delle norme per tenere lontano l’interesse dei cittadini era poco credibile in sé, visto che non si mette mano a sette articoli della Costituzione per decidere solo degli aspetti normativi di carattere tecnico; ma soprattutto perché, strada facendo, si è potuto chiarire, attraverso un’azione di propaganda cui va dato atto di buona efficacia, che questa legge non era altro che uno dei passi con i quali le destre tentavano di accelerare un processo di distruzione dei fondamenti della Costituzione e di pura involuzione autoritaria. Un passo che aveva come precedente la legge sulla autonomia differenziata, su cui la Corte costituzionale era sì intervenuta ma in modo inefficace, negando un integrale referendum abrogativo, come dimostra il fatto che il governo ha potuto procedere alle intese con quattro regioni del Nord, aggirando, o meglio beffando, gli stessi avvisi, i cosiddetti paletti, posti dalla Consulta. Un passo che si proponeva di continuare con un’altra modifica costituzionale di fondo, quella del premierato.



In sostanza quando la critica del testo si è collocata entro la più generale denuncia del contesto, quando la connessione fra i decreti “sicurezza” e il progressivo scivolamento del nostro paese entro un sistema di guerra è diventata se non a tutti palese certamente diffusa, è scattata una esigenza di partecipazione diretta che abbiamo anche potuto valutare nelle sue fasi. Il punto di svolta è stato certamente la scelta, operata dai 15 “volenterosi” di depositare un quesito che rendeva evidente la quantità e la gravità delle modifiche costituzionali e di richiedere con tempi strettissimi su questo la raccolta delle firme. Alcuni, e non solo a destra, hanno tacciato questo atto di una semplice azione per guadagnare tempo. Anche se il tempo ha avuto la sua importanza per dispiegare quell’azione di propaganda di cui ho detto, non era questo l’obiettivo principale. Si trattava invece di rendere il referendum effettivamente un referendum popolare, dove la partecipazione diffusa diventava l’agente proponente. La prima e indispensabile condizione per sottrarlo ad una lettura e a una conferma plebiscitaria quale quella esplicitamente voluta dalle destre. Una scelta – va detto non per tigna ma per onestà - non voluta e non compresa, all’inizio, anche da forze che poi si sono spese con generosità nella campagna referendaria. Quelle cinquecentocinquantamila firme, raccolte in tre settimane, a cavallo delle festività natalizie e di fine anno, hanno funzionato da scintilla di una presa di coscienza collettiva e diffusa che si è tramutata nell’affluenza alle urne e nel successo del No.



Qui vi è forse la riflessione più importante da fare su questo voto. Si può vedere, senza forzature, una connessione, una progressiva e positiva influenza, fra la raccolta di firme per un referendum abrogativo della legge Calderoli sulla autonomia differenziata, poi negato dalla Consulta, le grandi manifestazioni dell’autunno per Gaza, le agitazioni studentesche e giovanili contro la crescente torsione repressiva nel paese, la mobilitazione delle donne sempre più arricchita di contenuti e connessioni con altri momenti di lotta, fuori da ogni ritualità, e quest’ultima raccolta massiccia e rapida di firme e infine l’esito del voto. Vi è una caratteristica che accomuna questi diversi momenti di protagonismo popolare: quella di avvenire in modo sostanzialmente spontaneo, al di fuori e al di là della sfera di influenza politico organizzativa dei partiti, ma anche del sindacato – benché sia stato del tutto apprezzabile l’impegno della Cgil - e delle grandi associazioni. Un modo cioè di rispondere in positivo alla crisi della politica, sfuggendo alle sue regole e ai suoi sempre più respingenti confini. Un fenomeno che abbiamo visto e tuttora vediamo manifestarsi non soltanto nel nostro paese e nel quadro europeo. Basti pensare, per fare un solo esempio, alle forme di lotta capaci di coinvolgere settori ampi di popolazione, che si verificano negli States contro le scelte violentemente repressive imposte da Trump quale inevitabile ricaduta interna del sistema di guerra che si vuole imporre a livello mondiale abbattendo ogni forma di ordine e di diritto internazionali. Mi pare sempre più evidente che un processo di (ri)costruzione della sinistra debba passare attraverso questi percorsi.


I massacrati

Nello stesso tempo quanto è avvenuto in queste settimane, se riandiamo anche a un recente passato, ha potuto giovare dei depositi, delle sedimentazioni di altri momenti di lotta, anche se dall’esito assai meno fortunato. Per rimanere nell’ambito referendario non si può dimenticare il referendum sui diritti dei lavoratori promosso dalla Cgil che non raggiunse il quorum, ma registrò il consenso di oltre 12 milioni di voti. La gran parte di questi, ce lo dicono anche le prime valutazioni differenziate sui territori, sono certamente confluiti nel grande fiume dei No di qualche giorno fa. Le prime analisi sul carattere sociale del voto che già sono state abbozzate il giorno successivo alla chiusura delle urne - che ovviamente meritano approfondimenti come eventuali correzioni – impediscono di stabilire una trasposizione integrale e tantomeno meccanica del voto perdente del 2025 sul tema del lavoro nel voto vincente di questo marzo. Anzi, stando a quanto emerge da autorevoli istituti sondaggistici – sottolineando anche qui la necessità di ben più approfondite inchieste – non è dalle zone socialmente disagiate o di più alta presenza operaia che arriva il maggiore contributo all’affluenza e al No. Entro questo quadro si iscrive anche la differenza tra il voto delle grandi città e le zone di provincia  Ma quella campagna sui temi e sui diritti  sociali, quello del lavoro in particolare, ha sicuramente dissodato il terreno perché fosse più comprensibile il legame tra la difesa di quei diritti e la salvaguardia dell’autonomia e della indipendenza della magistratura. Come si è concretamente visto anche nella iniziativa della procura di Milano contro Glove e Deliveroo, a favore dei diritti dei riders, una categoria di lavoratori tra i più sfruttati e dove è meno facile l’insediamento sindacale, e non solo per ragioni oggettive.



Non ci si deve stupire quindi se nel voto referendario sono tornati alle urne molti di coloro che da tempo se ne erano allontanati. O che la percentuale dei giovani, appartenenti alla fascia tra i 18 e i 28 anni, sia stata così decisiva per l’alta affluenza alle urne e per la vittoria del No. Secondo le stime di Nando Pagnoncelli la generazione Z ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. In sostanza il voto referendario ha dimostrato di erodere le sacche dell’astensionismo, inattaccabili, almeno finora, da parte del voto per le elezioni politiche e soprattutto di favorire la partecipazione delle fasce di giovani che andavano a votare per la prima volta e che hanno saputo vivacizzare la campagna referendaria con modalità creative. Questo dato in particolare apre una finestra sul futuro e mette in campo potenzialità su cui riflettere e che però chiedono di essere consolidate e tramutate in solide realtà.



Un simile terremoto non poteva non avere conseguenze sul governo e sulla maggioranza delle destre. Infatti cadono le prime teste, quali quelle degli impresentabili Dalmastro e Bartolozzi, mentre la stessa Meloni preme per le dimissioni della Santanchè, su cui il Pd ha annunciato una mozione di sfiducia. È evidente che lo schieramento delle destre non ha la maggioranza reale nel paese e che questa è stata garantita solo da una truffaldina legge elettorale, che ovviamente Meloni vuole ulteriormente peggiorare, e dagli errori clamorosi compiuti dal centrosinistra. Ma la strada per cantare vittoria nei confronti dello schieramento governativo è ancora lunga e tutta da costruire. Non solo perché, se torniamo a guardare i numeri reali, la percentuale del No sul totale degli aventi diritto al voto sfiora il 30% senza raggiungerlo (è il 29,33%) pur superando nettamente il fermo al 25,77%. Ma soprattutto perché il peggiore errore che si può fare è credere che quei voti referendari siano già nelle tasche delle forze di opposizione, che cioè il voto del 22 e 23 marzo sia automaticamente trasferibile nelle elezioni politiche della primavera del 2027 o in eventuali elezioni anticipate che la premier sembrerebbe considerare come una possibile soluzione ai suoi guai.


I massacratori

Il governo è tornato a premere per affrettare la discussione parlamentare sulla pessima legge elettorale ultra-maggioritaria il cui testo è stato già presentato. Ma non è detto che il suo cammino sarà facile, anche per contrasti interni alla maggioranza, dal momento che la Lega potrebbe preferire l’attuale sistema, potendo godere di un insediamento territoriale ben definito da fare valere per la conquista dei collegi uninominali. D’altro canto il premierato, ovvero la terza gamba su cui si reggeva il disegno reazionario, appare una prospettiva poco credibile visto che un inevitabile referendum “confermativo” incontrerebbe con ogni probabilità un’opposizione forse ancora maggiore di quella che si è manifestata contro la legge Nordio-Meloni. Comunque è un rischio che l’attuale maggioranza non si può permettere.



Dai primi commenti del dopo voto a sinistra fa capolino un altro purtroppo tradizionale errore, ancora peggiore: quello di sfruttare la vittoria referendaria per regolare i rapporti all’interno del cosiddetto campo largo accelerando la convocazione delle primarie per decidere la leadership dello schieramento. Significherebbe mostrare di avere capito poco o nulla della lezione che questo voto ci offre o quantomeno di immiserirne la portata. Il suo esito fa di più che non mettere in difficoltà, determinando elementi di crisi, lo schieramento governativo: interrompe quel disegno reazionario a più tappe che le forze dominanti intendono perseguire al di là delle figure politiche che al momento le rappresentano. La vittoria del No, proprio per i soggetti e la modalità che l’hanno determinata, richiede l’avvio di un processo rifondativo della politica, ben altra cosa da una ridefinizione di posizioni all’interno dei tradizionali schieramenti; richiede di cogliere questa voglia di battersi per grandi ideali e obiettivi, quali la pace e la effettiva democrazia che il capitalismo maturo intende radicalmente negare, e la capacità di tradurli in programmi puntuali e in agende di lotta; reclama, in sostanza, di combattere la scissione  tra le grandi idealità - capaci, di fronte alla loro offesa, di profonde reazioni morali e insorgenze popolari - e l’agire politico. Il compito resta arduo e grande, ma l’esito di questo referendum ci indica la strada e nello stesso tempo è un primo passo. Ora bisogna proseguire questo cammino.
 
Acri (Cosenza) la rossa

Post Scriptum:
devo ringraziare l’amico Franco Astengo per avermi fornito percentuali e dati numerici che spero di avere usato in modo corretto.

DUE REFERENDUM A CONFRONTO
di Franco Astengo
 


Una delle tesi sostenute compilando questo lavoro è quella dell'importanza del voto al riguardo del referendum sul lavoro indetto dalla CGIL e svolto nel giugno 2025. Non si raggiunse il quorum ma il voto favorevole ai quesiti superò i 12 milioni di voti: non lontano quindi da quei 14 milioni di voti che hanno consentito di sconfiggere l'ennesimo attacco alla Costituzione. Un risultato accantonato frettolosamente come una sconfitta da dimenticare invece punto di raccolta di una aggregazione che ha funzionato da piattaforma per il risultato odierno. Come si vedrà le percentuali sul totale degli aventi diritto non risultano poi così tragicamente minoritarie. Abbiamo così provato a comparare il voto del No nel referendum costituzionale con il voto favorevole ai quesiti CGIL, regione per regione (percentuali sempre rigorosamente sul totale degli aventi diritto).
Le distanze percentuali minori tra il No 2026 e il voto favorevole ai quesiti CGIL 2025 si sono verificati in Piemonte e Lombardia rispettivamente con un meno 3,43% e un meno 3,76%: dimostrazione dell'esistenza di un problema operaio al Nord al di fuori da una più complessa "questione settentrionale". Appare evidente che in Piemonte e in Lombardia siano emersi settori (presumibilmente impegnati nell'industria) che hanno votato per i quesiti proposti dalla CGIL confermando soltanto parzialmente l'indicazione del sindacato nel referendum confermativo. Da notare ancora che il voto 2025 nelle due regioni ha avvicinato molto quello di Toscana ed Emilia tradizionali capofila delle cosiddette "regioni rosse" dove può essere permesso affermare che il voto segue in grandi dimensioni l'indicazione politica generale. In conclusione emergono alcune questioni di grande rilievo che dovrebbero impegnare da subito il fronte uscito vittorioso da questa contesa:
1) il considerare questo risultato del No nel referendum confermativo (considerata appieno la valenza politica) come punto d'appoggio fondamentale per la costruzione di una alleanza stabile e strutturata capace di proporre un'alternativa;
2) L'esistenza di un divario rilevante tra Centro Nord e Sud, accompagnato dell'acuirsi della diversità tra i centri urbani e le piccole città, gli entroterra, le periferie anche quale esito della crescita complessiva delle disuguaglianze;
3) La necessità di approntare una risposta alle problematiche giovanili. Il voto della generazione Z può essere stato originato, in questa occasione, da un moto per certi versi spontaneo di anelito democratico ma ha ora bisogno di consolidarsi attorno a una concreta capacità di proposta;
4) esiste una questione di "condizione materiale" (aggravata dalla crisi internazionale e dalle incertezze del governo prima di tutto intorno alla vicenda europea e della relazione con gli USA) che si riflette in particolare nelle aree più avanzate e suoi settori maggiormente coinvolti nella fase della post-globalizzazione e dell'innovazione tecnologica: il tema molto sentito dell'assenza di programmazione industriale ne fa parte appieno.

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