UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 28 agosto 2026

A TE CHE RESISTI


 
A Papa Leone XIV
28 agosto 2026, festa di Sant’Agostino
 
Caro Papa Leone,
 
A te che resisti vogliamo dire anzitutto la nostra ammirazione per l’umile coraggio con cui osi chiedere ai potenti del mondo di rovesciare le loro condotte per instaurare una pace disarmata e disarmante. Temiamo però che se Tu restassi solo a proclamare la necessità di questa conversione per la salvezza del mondo, saresti additato come un trasgressore e un pericoloso visionario, e forse anche ingiuriato con l’intenzione di travolgerti. D’altra parte la situazione di pericolo a cui è giunta la storia che stiamo vivendo è a uno stadio così avanzato che Tu nella raccolta delle tue invocazioni alla pace giungi a porre una questione radicale: la specie umana, cioè tutti noi, dobbiamo, e meglio ancora, possiamo, “continuare ad abitare la Terra”? Questa domanda insorge quando, come Tu osservi, “la combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione”, e quando “oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra, e le armi rimbombano e uccidono” dall’Ucraina al Medio Oriente fino al Congo, “e in tante altre situazioni”: Noi condividiamo il tuo dolore, perché una viva sofferenza ci procura la distruzione anche di una sola casa nell’uno o nell’altro teatro di guerra. A questa realtà si può aggiungere il pericolo che la fine violenta del mondo possa intervenire quasi per caso, contro la stessa volontà degli uomini, anche dei più potenti, perché, come è stato denunciato qualche settimana fa dalla OpenAI, una delle maggiori industrie americane di Intelligenza Artificiale, due dei suoi sistemi informatici sono sfuggiti al controllo umano ed hanno deciso, sulla base di loro “ragionamenti” del tutto autonomi e inintelligibili dai loro stessi creatori, delle azioni che in altre circostanze potrebbero essere tali da giungere alle conseguenze più nefaste; e in tal caso non ci sarebbe alcuno Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico da Te ricordato, che potrebbe impedirlo. 
Così stando le cose, la nostra risposta non può essere di routine, mentre non si intravvede un’assunzione di responsabilità da parte di quegli artefici della politica odierna che credono solo alle armi e prendono posizioni stantie o solo interessate alla competizione per il potere, come si è visto anche in quest’ultima torrida e guerreggiante estate. Occorre al contrario mettere in campo risorse non ancora esperite o nascoste, occorre una reazione di straordinaria portata di cui sia protagonista l’umanità tutta intera, quella “magnifica humanitas” che hai esaltato nella tua ineguagliabile enciclica.

 

Né tranquillizza l’idea che in futuro l’Intelligenza Artificiale sarà domesticata così da diventare un puro strumento nelle mani dell’uomo; questa candida rassicurazione non basta più quando sempre più si fa manifesto come la tecnica cessi di essere strumento per farsi signora: ne fece una denuncia precoce, che non si può ignorare, il filosofo Martin Heidegger già nel 1966: “la tecnica moderna nella sua strapotenza planetaria non è uno strumento e non ha più a che fare con strumenti: essa strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra”; una strozzatura che lo portava a chiedersi se, giunti a questo punto, “solo un Dio ci può salvare”. Avvertendo la gravità della crisi, alcune voci profetiche del Novecento, uscite dal mondo laico, si posero questa stessa domanda, in controtendenza rispetto al pensiero della modernità secolare, soprattutto occidentale. Decodificata, questa domanda suggeriva che l’umanità in “una rinnovata cooperazione, una rinnovata cooperazione con Dio”, secondo le parole di Claudio Napoleoni, potesse salvarsi e uscire dalla chiusura a cui la storia del mondo era pervenuta. I credenti sanno, che proprio questa è la strada della salvezza. Ma per il senso comune e la cultura del tempo questo è un pensiero alieno, perché si tratterebbe di richiamare Dio dall’esilio a cui l’età moderna, affidandosi alle sole risorse dell’uomo, lo ha relegato, confinandolo nel privato. Ma per preservare il mondo e perché la storia continui è proprio a questa domanda che l’uomo di oggi dovrebbe dare riscontro e così, nell’unità di credenti e non credenti, in forza del comune principio di responsabilità a cui ha richiamato Hans Jonas, porre mano all’impresa del rovesciamento del corso letale della storia. Questo comporta però che il Dio richiamato dal suo esilio sia un Dio credibile. Ma purtroppo sono in circolazione nel mondo di oggi immagini non lusinghiere di Dio, non solo per sovrapposizioni e superstizioni che nei secoli si sono andate accumulando su di Lui, ma anche per l’uso strumentale che viene fatto del suo nome per interessi del tutto mondani e per vere e proprie corruzioni di cui negli ultimi tempi è stata oggetto la sua figura. 



Tu stesso ne sei stato colpito quando alla tua affermazione che Dio ripudia tutte le guerre, e “non è mai dalla parte di coloro che impugnano la spada”, il vicepresidente americano Vance ha replicato che Dio “era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti”, e ti ha invitato ad andare a lezioni di teologia. Altrettanto aberrante è stata la scena della imposizione delle mani alla Casa Bianca per consacrare il nuovo messia, e grottesco il coro dei pretesi attuali antagonisti dell’Anticristo. Ma dove la contraffazione dell’immagine di Dio è stata più dolorosa e tale da suscitare la ripulsa più motivata, è stato nel sovvertimento che soprattutto nelle vicende più recenti il nome e il mandato di Dio hanno subito ad opera dello Stato di Tel Aviv, col rischio di un travolgimento degli stessi valori universali della fede d’Israele e dell’intero popolo ebraico. La promessa della terra è stata interpretata come legittimante l’esclusione e perfino lo sterminio di ogni altro popolo, le operazioni militari anche più efferate sono state designate con nomi biblici, e l’operazione guidata dalla piattaforma di Palantir per il tracciamento e l’uccisione degli “obiettivi” da eliminare a Gaza, è stata chiamata “Gospel”, cioè Vangelo. Per contro una straordinaria purificazione dell’immagine e della figura di Dio è stata operata nella Chiesa cattolica negli ultimi decenni, come nelle altre Chiese cristiane, e incoativamente anche nell’Islam. Non che nella Chiesa sia stata minimamente cambiata la nozione della fede nel Dio Padre del Figlio crocefisso, né la corrispondente teologia tramandata dai Concili, ma ne è stata via via affinata l’interpretazione e straordinariamente arricchito l’annuncio. Ciò è stato necessario anche perché nell’attuale rapidità e sommarietà dell’informazione e della trasmissione del sapere, alcune tradizioni bibliche che giustamente vengono presentate come “parola di Dio”, se percepite in modo letterale e al di fuori di un’interpretazione o ermeneutica altrettanto ispirata (che era poi quella, secondo gli evangelisti, di Gesù), si prestano ad equivoci fino a risolversi in contromessaggi. 



Basta pensare a che cosa arrivi a un orecchio abituato all’informazione quotidiana quando sente lodare il Dio degli eserciti, data l’ignominia degli eserciti moderni, o sente il racconto di popoli che per comando divino sono votati allo sterminio, a cominciare da Gerico, o l’invocazione dei Salmi al Dio che punisce tutte le genti. Veramente qui echeggia la verità di un verso dolente del poeta e frate servita David Maria Turoldo quando con struggente affetto cantava: “Oh quale per Te tenerezza mi ispira il carico di errate preghiere onde si crede di renderti onore!”.
Perciò è stato così importante che in questi anni il Dio annunciato dalla Chiesa, sia stato un Dio esente da ogni ambiguità denigratoria, un Dio di cui, per significare la bontà, la lettera a Tito esalta l’“humanitas” (un Dio umano!), di cui papa Francesco diceva che è solo misericordia e, con uno dei suoi neologismi spagnoli, che “primerea”, cioè arriva primo nell’amore, e di cui Benedetto XVI, già non più papa, scriveva che l’idea che per essere risarcito del peccato degli uomini avrebbe avuto bisogno del sacrificio del Figlio era “del tutto errata”, fino alla tua affermazione che Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue. Anche nell’Islam abbiamo visto come si sia affinata la percezione di Dio, sia nel Documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza Umana, firmato insieme a Papa Francesco dal Grande Imam di Al-Azhar, secondo il quale “le diversità di religione sono una sapiente volontà divina”, sia con l’affermazione dei sapienti musulmani, contro lo Stato islamico, secondo cui la nozione che il Profeta sia stato “inviato con la spada” è parte di un Hadith che è “specifico rispetto a un determinato tempo e luogo, tempo e luogo che si sono ormai esauriti”. È dunque questo Dio della libertà e della misericordia che l’umanità intera può ritrovare, richiamandolo dal suo esilio, per riprendere lena e riappropriarsi del futuro. 



A noi pare che questo possa fare oggetto di una grande e straordinaria iniziativa della Chiesa, e se possibile delle Chiese e di altre confessioni religiose, che tutte insieme e in comunione tra loro si rivolgano all’umanità tutta intera perché si distolga dalla via sbagliata e intraprenda la strada della sua salvezza storica aperta sul futuro. In particolare, pensiamo che compito della Chiesa sia di “aggiornare” l’annunzio di questo Dio, e di farlo nel modo più solenne e a lei proprio che potrebbe essere la convocazione di un Concilio Vaticano III, portando così a compimento il ciclo cominciato col Concilio Vaticano II. Come Giovanni XXIII, contro “i profeti di sventura” ebbe il coraggio profetico di indire un Concilio per rinnovare la figura della Chiesa “nel mondo di questo tempo”, così oggi la Chiesa potrebbe rispondere alle angosce di oggi offrendo l’immagine di un Dio sempre uguale a se stesso, ma compreso secondo le domande e le sfide del mondo di questo tempo; e come il Concilio Vaticano II si concluse con la “Gaudium et Spes”, così il Vaticano III potrebbe concludersi mostrando il volto del “Dominus Deus in mundo huius temporis”. Ciò darebbe anche l’occasione di adempiere a un compito che può essere attuato solo collegialmente, di una nuova scelta delle letture bibliche proclamate nelle occasioni liturgiche per aiutare il popolo cristiano a una nuova corretta elaborazione della fede: impresa di carattere pastorale che valga a far meglio rilucere l’unità dei due Testamenti, contro ogni sospetto di indulgenze cosiddette “marcionite”. Così anche la Chiesa cattolica farebbe la sua parte nella restituzione al mondo della vera immagine di Dio mediante una disambiguazione di letture bibliche e preghiere che nelle liturgie quotidiane a fronte di una moltitudine di fedeli, se recepite in modo letterale o “fondamentalista”, possono prestarsi a fraintendimenti e offuscamenti dello splendore della fede. 



Come tu stesso hai ricordato nel discorso al III World Meeting «sulla Fraternità Umana», «nella Bibbia sono i testi più recenti e più maturi a narrare una fraternità che supera i confini etnici del popolo di Dio e che si fonda nella comune umanità», segno che non tutti i testi della Bibbia hanno pari validità pastorale. Così rinnovato “il concetto di Dio” dopo le sfide letali di oggi, così come fu rivisitato alla fine del III millennio “il concetto di Dio dopo Auschwitz”, una grande comunione di popoli potrebbe dare riscontro alla domanda se “solo un Dio ci può salvare”. Così, nel 1934, Dietrich Bonhoeffer propose un “grande concilio ecumenico della santa chiesa di Cristo” per il disarmo e la pace. Naturalmente questa è una suggestione, se non un suggerimento di cui solo Tu, caro papa Leone, puoi giudicare l’opportunità e decidere che fare.
 
Con tutta la nostra solidarietà e il più sincero affetto,
Raniero La Valle,
Luis Carlos Orellana, 
Giovanni Spallanzani



Con:
Raffaele Luise, Roberto Savio, Riccardo Petrella, Domenico Gallo, Mario Agostinelli, Agata Cancelliere, Angelo Gaccione, Sergio Paronetto, Francesco Domenico Capizzi, Tecla Mazzarese, Annika Colombi, Claudio Ciancio, Massimo Zucconi, Gian Giacomo Migone, Enrico Peyretti, Franco Ferrari con i Viandanti PRS, Anna Sabatini Scalmati, Fabio Filippi, Flavio Pajer, Centro Impastato di Palermo, Agnes Duerrschnabel, Eugenio Castioni, Bianca de Matthaeis, Maria Cristina Giorcelli, Centro Gandhi onlus, Carlo Fiocchi, Maria Luisa Arena, Fausta Ferraro, Angela Mancuso, Carlo Maria Ferraris, Federico Palmonari, Giovanna Pitrone, Salvatore Nocera, Pasquale De Sole, Gianfranco Maddoli, Angelo Mozzappi, Carla Porelli, Paolo Bertagnolli, Oberhofer Rosa Maria, Antonino Nigito, Fabrizia Orsaria, Rossana Mattiussi, Anna Maria Viviani, Agnese Rastelli, Monica Simenoni, Fiorella Tagliaferri, Marina Rossi, Elisabetta Rossi, Mario Dal Negro, Carla Portesine, Magda Gruarin, Fulvia Carrucoli, Danilo Solfaroli Camillocci, Luciano Benini, Emanuela Ferrari, Aldo Preda, Giorgio Giunta, Maurizia Manini, Anna Bardelli, Severino Piovanelli, Piergiorgio Bortolotti, Isabella Falletti, Anna Maria Gon, Luisa Fattorusso, Giuseppe De Marco, Angela Silvestre, Pina Garau, Eliana Princi, Cristina Stevanoni, Ivano Mariconti, Maurizio Quattrocchi, Gianni Pastro, Giovanna Carrara, Maria Ragonese, Paola Mancinelli, Ambretta Greco, Daniele Barbieri, Ester Prestini, Salvatoreantonio Aulizio, Irene Ciravegna, Rolando D'Alonzo, Marco Lisandrelli, Grazia Zuriatti, Enrico Virtuani, Enzo Robles, Alida Airaghi, Alfio Minetti, Nanda Regondi, Enzo Carpentieri, Valeria Aimaretti, Rinaldo Geremia, Ado Grilli, Paola Saccani, Angelo Bufalari, Elida Della Lucia, Mario Ghidoni, Silvia Rizzi, Maria Grazia Papaleo, Santo Di Nuovo, Paola Lazzaro, Paola Bottoni, Valeria Dalla Bona, Paola Redaelli, Anita Cappello, Mirella De Gregorio, Luisa Mucci, Lino Allegri, Fabiola Dessi, Chiarastella Pesenti, Massimo Zamboni, Mario Marchiori, Alessandra Manzoni, Franca Littarru, Rosalba Capitaneo, Giuseppe Turani, Piera Gaia, Maria Rizzi, Ales Bello, Maria Adele Valperga, Giuliana Moda, Giuseppina Timpani, Fabio Fabio, Raffaele Iavazzo, Angelo Persiani, Fabrizio Persico, Roberto Serone, Margherita Masè, Mariella Smiroldo, Maria Gabriella Fornero, Suor Annamaria Mulazzani, Leonelli Cristina, Mario Vatta, Roberta Amoroso, Luigi Alfieri, Liliana Frascati, Vincenzo Pezzino, Caterina Siligardi, Carmela Dortello, Giovanna Monina, Carmen Campesi, Sebastiana Ottaviani, Gabriella Verucci, Romano Demicheli, Sandra Niccolai, Ilva Palchetti, Marialuisa Virtuani, Chiara Benvenuti, Mariarosa Tinaburri, Stefano Poli, Barbara Daga, Giuseppe Cago, Salvatore Maugeri, Vittorio Florioli, Isa Benatti, Romano Madera, Doriana Laraia, Alessandra Basilio, Nicoletta Negri, Nicola Lo Bianco, Grazia Napoletano, Pierpaolo Loi, Alessandro Bazzan, Claudio Freschi, Pietro Pizzuti, Paolo Farinella prete, Luigi Elli, Angela Margaritelli, Danilo De Regis, Antonia Bufano, Laura Donati, Maria Rita Vella, Rosangela Mura, Mariateresa Chiesa, Cristina Marchionni, Valeria Caroli, Clara Benedini, Lucia Tibaldo, Carmine Miccoli, Silvia Gonzato, Anna Maria Bionda, Pina Allegrini, Renata Longo, Nevio Santini, Roberto Gelpi, Paolo Restuccia, Alfonso Pastore, Maria Pia Tironi, Massimo Pesenti, Luciano Paradisi, Pietrina Rubanu, Patrizia Guarise, Mariagrazia Medici, Patrizia Farronato, Rosaria Carbone, Andrea Gusmini, Giuseppe Angelastro, Mauro Conte, Maria Manzotti, Aldo Bacchiocchi, Rossana Papagni, Sandro Calvani, Carla Portesine, Francesco Maisto, Massimo Laureano, Andrea Melodia, Giuliana Sarogni, Francesco A. Romito, Mirella De Gregorio, Gabriela Lovato, Antonino Nigito, Giuseppe Staccia, Sergio Flotta, Silvana Botassis, Maria Speranza Perna, Melania Sinibaldi, Libere Cittadine, Giovanni Ambrosoni, Francesco Maisto, Stefano Poli, Paola Seri, Fabrizia Baldissera, Nicola Ianni, Carlos Cerón, Rosario Grillo, Carmen Secchi, Nunzio Marotti, Giorgia Delledonne, Sandra Speranzini, Cecilia Attiná, Roberto Bosi, Eralda Caserio, Mario Casini, Ermelinda Lando, Elisabetta Alberton, Camilla Briganti, Angela Vezzani, Raffaele Magrone, Monica Zanolla.

   


STILE ANTICO
di Angelo Gaccione


Stile Antico

La XX edizione del Festival Milano Arte Musica si è conclusa ieri sera nella chiesa di Santa Maria della Passione in una maniera che a molti potrebbe sembrare insolita: non con un robusto e ricco concerto strumentale come ci si poteva aspettare, ma con l’esibizione di un semplice coro puramente vocale. Un coro polifonico di appena dodici elementi, sei donne e sei uomini, disposti a semicerchio sull’altare di una chiesa che è la seconda per grandezza dopo il Duomo. Se era una scommessa da parte degli organizzatori che hanno predisposto il programma (programma che ha preso avvio il 30 giugno scorso), devo dire che è stata una scommessa coraggiosa e l’hanno vinta alla grande. Siamo stati gratificati da un raffinatissimo concerto per voci sole, che non ci ha fatto rimpiangere l’assenza di strumenti. Ho scritto concerto perché il verbo concertare indica “accordo”, “coordinazione” per eseguire qualcosa che insieme si armonizzi. E cosa c’è di più perfetto di un coro di voci che cerca in maniera perfetta la sua armonia? E può farlo senza strumenti e senza pregiudicarne la bellezza, come è accaduto ieri sera. Ricordiamoci, altresì, che un coro polifonico vocale agisce come un insieme strumentale: esegue melodie con registri e toni differenti, con coloriture differenti, ma che trovano un accordo perfetto nella fusione dei timbri, nelle caratteristiche delle singole voci. E di voci “Stile Antico” (proprio così, Stile Antico in lingua italiana; e l’omaggio alla nostra tanta vituperata meravigliosa lingua non poteva non far felice uno scrittore come me che da anni ne difende la bellezza contro i barbari e i denigratori), un ensemble londinese che può vantare un robusto curriculum internazionale, ne esibiva quattro: tre da soprani, tre da alti, tre da tenori e tre da bassi. Mi permetto un’altra breve divagazione necessaria, solo per segnalare che il canto, il suono puro della voce, è nato prima di ogni strumento, prima delle note messe sul rigo di uno spartito. Il canto degli uccelli, il fischio degli uomini, il tambureggiare della pioggia c’erano prima che uno strumento li imitasse. Le mondine cantavano assieme senza strumenti di accompagnamento nelle risaie. Le donne della mia infanzia cantavano a più voci e in coro la villanella mentre spannocchiavano le spighe: un coro robusto, un coro armonioso: a volte allegro e gioioso, a volte malinconico e dolente. Mio nonno cantava dall’alto del gelso bianco e noi lo imitavamo reggendo dal basso un enorme candido lenzuolo bianco su cui una cascata di frutti maturi, scendeva come una pioggia benigna. Io cantavo e fischiavo come un fringuello spensierato, e lo faccio ancora oggi anche per strada, in questa città a volte triste e fin troppo rumorosa, per ricordare a me stesso che non c’è nulla di più umano e fraterna della musica, del canto.
Mi sono sembrate così bene accordate, così armoniosamente fuse, le voci dei componenti di “Stile Antico” – anche se non c’era un maestro a guidarli in questo omaggio a William Byrd e ai suoi allievi (Thomas Morley, Peter Philips, Thomas Tomkins) – che Quomodo cantabimus, Factus est repente, Laudibus in sanctis, Ecce vicit Leo e il resto, non ci hanno per nulla fatto sentire la mancanza di strumenti di accompagnamento. Pareva, a volte, di sentire il sottofondo di un basso continuo, la traccia di un organo, il vibrare di uno strumento a corda, tale era la magia delle voci. Ed avrebbero potuto insistere per minuti e minuti solo su una semplice esclamazione come l
 alleluia, nient’altro, e noi non ci saremmo saziati di gustarne il suono, l’armonia, le variazioni, gli alti e i bassi, il robusto e gli acuti. Miracolo della voce umana, e delle sue infinite possibilità.  

giovedì 27 agosto 2026

L’ITALIA E LA GUERRA
Il sentimento della gente


Samuele Scognamiglio
Vittime senza parola


Popolo sovrano: un cavolo! Non abbiamo deciso niente e non decideremo mai niente. L’Ucraina non ha rispettato gli accordi di Minsk violandoli ripetutamente per poi gridare: “Al lupo al lupo! la Russia mi invade”. Gli accordi si rispettano sempre. Ma forse i colonialisti europei (Francia e Inghilterra) non vedevano l’ora di far guerra con e contro qualcuno. E saranno accontentati, la Russia non scherza. Purtroppo l’Italia si è fatta trascinare in questa guerra. Io sono sessantenne e bene o male la mia vita l’ho fatta, ma i miei figli e nipoti me li sto già piangendo. È un mondo che non mi piace più. [Grazia Piscopo]    

GUERRA SENZA FINE


A sinistra il laburista guerrafondaio
 
Il gioco “Putin è Hitler, la Russia è la Germania nazista” in Occidente, soprattutto nel Regno Unito, continua imperterrito. Parlando a Kiev, il Primo Ministro britannico Burnham ha paragonato la lotta dell’Ucraina alla battaglia della Gran Bretagna contro la Germania nazista: “La mia nazione ha tenuto viva la fiamma della libertà europea nel XX secolo; voi dovete mantenerla viva nel XXI”. Questo tipo di retorica indica che Londra ha scarso interesse per seri negoziati di pace. Suggerisce invece la determinazione a continuare ad alimentare il conflitto e a usare l’Ucraina come pedina nello scontro tra Londra e Mosca. Questa è una pessima notizia per i comuni cittadini ucraini, che continuano a pagare il prezzo più alto per le ambizioni e i giochi politici delle élites al potere. Ma è un’ottima notizia per Zelensky e la sua cricca corrotta e, naturalmente, per ogni produttore di armi che trae profitto da una guerra senza fine.
Marta Havryshko

 

MINIMA IMMORALIA
 


A
proposito di rincoglionimento europeo, Mario Draghi, dopo essersi prestato al gioco sporco di von der Leyen, i cui unici interessi sono il riarmo e la guerra alla Russia, prova a rimettersi in gioco con un tink tank, e a rilanciare le sue proposte. Il problema è che non capisce che l’epoca dell’Europa fatta dai tecnici è finita, ed è finita con la caduta dell’Unione Sovietica, quando gli Stati Uniti hanno imboccato la strada dell’unipolarismo, ossia hanno dato libero sfogo alle mire imperialistiche. Il risultato dell’illusione che tutto procedesse come prima è che l’Europa è scivolata di nuovo nel baratro della guerra, se non esce in fretta dal quale, ciò che l’aspetta è la miseria o la cenere. La via d’uscita dal baratro è naturalmente la pace, non una pace qualsiasi, ma quella che passa per lo scioglimento della NATO, e un patto per la sicurezza comune con la Russia. In altre parole, il rilancio dell’Europa non passa per le riforme economiche, ma per l’unità politica. Questa a sua volta passa per il risveglio della passione politica, la quale può essere sollecitata solo dall’obiettivo della sovranità, dalla volontà di progettare il futuro in termini di progresso sociale, oltre che di sviluppo economico, in una parola, da una strategia (non è necessario aggiungere politica). Enrico Letta che non è tra i promotori, forse per rivalità personale, o forse perché ha capito, sebbene si tratti di un’ipotesi poco credibile, che il problema dell’Europa è politico. [Franco Continolo]

 

DAL RISIKO AL PALIO BANCARIO   
di Alfonso Gianni


 
La contromossa di Luigi Lovaglio, il ceo del Monte del Paschi di Siena, per fermare la scalata di Intesa Sanpaolo, ha reso ancora più complessa ed incerta la situazione del panorama bancario italiano, e non solo. Poiché la vicenda è piuttosto intricata e il risiko sta trasformandosi in un tormentone destinato a bypassare l’estate, è bene ricapitolarne alcuni passaggi essenziali, anche perché in questa vicenda date e successioni delle mosse possono avere una certa rilevanza. Lo scorso 8 giugno, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, lancia un’offerta non concordata su Mps, per una entità di circa 36 miliardi, prevedendo, anche per sfuggire agli eventuali ostacoli che l’Antitrust potrebbe frapporre, di inglobare nell’operazione Unipol, lasciandole rilevanti parti della banca senese così conquistata. Ma trattenendo per sé Mediobanca, inclusa l’ambita quota del 13,32% di Generali.
 Intanto Unicredit – che nel novembre del 2024 aveva tentato di “mangiarsi” il Banco Bpm, ma aveva dovuto rinunciare  perché il governo, con il particolare attivismo della Lega, aveva posto troppe condizioni perché l’operazione potesse andare in porto – ha per il momento preso le distanze dal risiko nella sua versione italiana, concentrandosi, finora con successo, malgrado il non gradimento del governo di Merz, sulla conquista della quarta banca tedesca, la Commerzbank, arrivando a detenere quasi il 49% del pacchetto azionario.
Alla vigilia del Ferragosto, Giorgia Meloni, con ogni probabilità a conoscenza delle intenzioni di Lovaglio, rilascia un’intervista a Milano Finanza nella quale, contraddicendo con nonchalance una sua precedente dichiarazione che definiva concluso l’intervento governativo nella vicenda Mps, insiste sulla necessità di mantenere il nome e l’integrità della secolare banca senese. Ma era stato proprio il Tesoro nel novembre del ’24 a vendere il 15% delle azioni di Mps, che finirono a Banco Bpm, Anima, Francesco Gaetano Caltagirone e alla Delfin degli eredi Del Vecchio. E sono proprio le modalità di quella vendita che non hanno convinto la Procura milanese che ha aperto un’indagine al riguardo. In ogni modo l’intervista della Premier rappresenta un assist che Lovaglio non si lascia sfuggire.



Ecco dunque partire la proposta dell’amministratore delegato di Mps che consiste in una ambiziosa doppia operazione di carattere straordinario, ovvero una Ops (un’offerta pubblica di scambio di azioni e titoli) su Banco Bpm e contemporaneamente su Banca Generali (la Banca che si occupa di piccole e medie imprese e credito per le famiglie) di cui Assicurazioni Generali possiede il 50,1%. La notizia è stata accolta piuttosto freddamente daimercati, a giudicare dall’andamento in Borsa in questi giorni delle societàdirettamente implicate nella eventuale operazione. All’estero l’annuncio ha subito dure stroncature. L’autorevole Financial Times non l’ha mandato a dire e ha scritto con insolita durezza: “Le società che ricevono un'offerta non richiesta hanno a disposizione numerose opzioni. Possono intavolare una trattativa, fare ostruzionismo, difendersi strenuamente, oppure fare qualcosa di completamente folle. La banca italiana Monte dei Paschi di Siena sembra avere optato per quest’ultima strada”.
Tuttavia la grande letteratura ci insegna che anche nella follia c’è un metodo, una qualche logica che conviene considerare. Nel caso della mossa di Lovaglio credo si tratti, per dirla in parole semplici, del suo tentativo di ingrandire, ingrossare e potenziare Mps al punto da renderla un boccone troppo grosso perfino per Intesa Sanpaolo. Ma se questo è il disegno non pare scaldare gli animi nemmeno di coloro che dovrebbero sostenerlo in prima persona. Prova ne sia l’andamento del Cda della banca senese che non ha registrato l’unanimità sulla proposta, ma ha visto astensioni che non possono essere sottovalutate e ancor più conta lo scetticismo diffuso tra i principali azionisti della banca senese. D’altro canto Lovaglio ha ostacoli non piccoli davanti a sé. Il primo è costituito dalla necessità di ottenere la maggioranza dei due terzi a favore della sua proposta nella Assemblea convocata per il 29 ottobre. La maggioranza qualificata è resa necessaria dalla condizione di passivity rule, cui Mps è sottoposta essendo oggetto di una Ops (quella di Banca Intesa). Cosa faranno Delfin e Caltagirone in quella occasione non è né chiaro né ad horas prevedibile. Va tenuto, direi soprattutto, conto che Bpm ha come azionista quasi al 30% Credit Agricole, il quale non ha nessun interesse ad abbandonare la sua rilevante posizione in Bpm per diventare un socio di minoranza in una Mps ingigantita.


 
Si parla in queste ore nei vari commenti giornalistici della eventualità che Lovaglio possa cedere una parte non piccola del 13% di Generali per acquisire risorse finanziarie da mettere nel quadro delle Ops da lui avanzate che non possono reggere o non sono sufficientemente appetibili se sorrette soltanto da scambi azionari. Ma se questo avvenisse si aprirebbe una contesa per crescere dentro Generali da parte di diversi attori del mondo finanziario, destabilizzando la situazione e quindi ottenendo un esito contrario al desiderio di mantenere protetto il tesoro rappresentato dal Leone di Trieste: 900 miliardi di capitali gestiti, 40 miliardi investiti in titoli di Stato italiani alla metà dell’anno in corso. Come si vede le difficoltà e le contraddizioni che questa complessa operazione ha innestato sono molteplici e difficilmente componibili. In questa situazione colpisce l’assenza di visione delle forze politiche e l’eterogenesi dei fini a cui pervengono le loro iniziative. Gli esempi non mancano. L’intervento del governo per impedire la conquista di Bpm da parte di Unicredit nel 2024 ha avuto come conseguenza il facilitato incremento di Credit Agricole nel Banco. Alla faccia della difesa della italianità tanto sbandierata dai sovranisti nostrani. E se il processo di ristrutturazione andasse in porto, l’eventualità di vedere filiali in giro per il Nord del Paese non più con l’italica insegna ma quella dei vicini francesi, è un altro degli incubi del declinante Salvini. Così la polemica meloniana sull’eventuale “spezzatino” cui darebbe luogo la proposta di Intesa Sanpaolo appare quanto mai strumentale, dal momento che anche l’ipotesi, per ora alquanto confusa, di Lovaglio, comporterebbe anch’essa alla fin fine una sorta di “spezzatino” e soprattutto l’apertura della sfida per una nuova composizione delle presenze in Generali. E ancora: Meloni, in nome del libero mercato, critica il governo tedesco perché interviene ostacolando l’azione di Unicredit su Commerzbank e poi essa stessa si fa paladina di sostenere una opzione piuttosto che un’altra nella vicenda Mps.


 
Ma quello che colpisce ancora di più è il modo con cui viene trattato un tema che dovrebbe essere al centro dei programmi nella prossima campagna elettorale – al di là del risiko bancario, si pensi all’Ilva, per fare un solo esempio – e sul quale quindi si pretenderebbe, soprattutto da parte della attuale opposizione, che le idee fossero più chiare. Non è così. Discutere se il governo debba o no intervenire nelle grandi questioni economiche, soprattutto quando sono gioco l’occupazione, l’ambiente, il risparmio, l’allocazione delle risorse, insomma scelte fondamentali che indirizzano il futuro appare a dir poco anacronistico. Dopo la sbornia del neoliberismo si è constatato che esso non è mai esistito nella forma pura decantata dai suoi teorici. In modalità più o meno evidenti o pesanti il capitalismo, anche nella sua dimensione attuale di finanzcapitalismo, si è sempre appoggiato allo stato, a governi a lui favorevoli. “Noi siamo per definizione amici del governo” diceva Gianni Agnelli. La novità è che oggi la potenza del capitale è tale da potere accettare, se necessario, lo scontro anche con quei governi che esso stesso ha contribuito a insediare. E comunque a tenerli in una condizione di intimorimento, come in questo caso, vista l’entità dei titoli di Stato in possesso delle banche.



Ma il problema non riguarda solo le forze di governo, ma anche, e più drammaticamente dal nostro punto di vista, quelle dell’opposizione. In un primo momento il Pd ha deciso di affidare la questione agli esperti del settore. Un profilo minore, diciamo. Ne è nata la dichiarazione di Antonio Misiani che accusava la Meloni di fare il banchiere, mentre il Pd si occupava del territorio e dei cittadini senesi. Non a caso la stampa, compreso la Repubblica con qualche imbarazzo, annotava una convergenza fra il Pd e la Meloni a favore di Mps. Poi è arrivata la intervista a Milano Finanza del 22 agosto alla segretaria Elly Schlein che afferma: “A differenza della destra, noi pensiamo che il Governo non debba intervenire a gamba tesa sul risiko bancario. Decida il mercato. E questa posizione resterà tale anche se saremo chiamati a responsabilità di governo”. Con il che ci si può legittimamente domandare a che serve andare al governo se poi è il mercato a decidere.

FRAMMENTI DI VENTO
di Carlo Di Legge
 

Un primo piano di Talarico

Scrive il prefatore del libro che la poesia di Raffaele Talarico, sono oltre vent’anni dalla morte, «continua a parlarci con forza e limpidezza, invitandoci a un ascolto più profondo di noi stessi e del mondo. In queste pagine vive una voce che non si spegne: si rinnova nell’incontro con ogni nuovo lettore».
Senz’altro una delle aspirazioni di chi scrive versi è sperare che la sua parola gli sopravviva. La vicenda di questa poesia che continua, anche per la «dedizione» della figlia, che inserisce una sua dedica al padre – «viandante dell’anima» – anche per questo aspetto coinvolge: sempre in prefazione, la si indica anche come presa di consapevolezza da parte di un uomo rimasto fedele in qualche modo alle origini nel Sud dell’Italia, ma che ha trascorso gran parte della vita tra importanti città del Nord, in particolare Genova e Milano, che infatti sono motivo di due sezioni su tre; insieme e prima Genova e la Liguria, che fanno la parte del leone con ben quarantanove testi nella sezione di apertura (i più sono per Genova, con alcuni dedicati a località e città come Sestri Levante, Varazze, Brignole, Chiavari, Pegli …), mentre su Milano, a cui si dedica la parte centrale, le poesie sono nove. Le rimanenti undici, nella terza parte, Luci sparse, includono Venezia e Lugano, nonché le vicende della Bosnia, e testi di impegno civile, di cui pure dice D’Andrea. Ometto di aggiungere altro sulla terza parte per lasciare al lettore che lo desideri il piacere di leggerla senza altro mio intervento; se si escludono i brevi riferimenti che ho dato, i registri della poesia qui sono pressappoco quelli delle altre due sezioni, su cui invece mi sembra il caso di dire di più.

 

Mi domando sempre, accingendomi a una lettura di poesia, di quale tipo di poesia si tratti: qui i testi sono in verso libero ma si vedrà che risultano tutti dotati di un loro equilibrio formale, da poeta colto, con quella misura propria di chi sa dire le cose usando bene la parola. La distinzione tra forma e contenuto viene superata nell’uso appropriato e spesso musicale della lingua, come si vedrà. Soprattutto v’è Genova, la città viva e movimentata di lavoro e di tempo sedimentato nella storia (come in Tre caravelle a Genova, evidente riferimento alla storia di Colombo ma anche al sapere della historia rerum gestarum), sotto la luce-simbolo pulsante della Lanterna, che affascina e attrae: in Palazzo Ducale, L’immaginazione presa di memoria porta a rivivere:  S’è desto il Doge, / e la deserta quiete / di Palazzo Ducale / del suo passo risuona…/, grazie alla parola la città diviene vivente, diviene cioè attiva d’una vita seconda oltre la propria autonoma vita, dovuta agli uomini vivi e alle stratificate opere di vite passate: si veda Via Prè – vivace di giorno, peraltro pronta ad animarsi di vita del tutto diversa, la notte. O Via del Campo… o altri nomi-titoli di viventi luoghi. Ecco, si tratta di un’idea di come Genova, l’antica e ormai decaduta ma sempre viva città di mare, parli all’animo del poeta: (…) vola Ligure ardore / tra le genti, / bersaglio / il mondo intero. 
Il peso della storia e la enormità delle sue rovine non impediscono il colore e le singolarità anzi le implicano: è il caso della umanissima gattara, nell’episodio dell’amica dei gatti. La suggestione del paesaggio e della storia si unisce a memoria del vissuto, come in San Lorenzo, riportando a più d’ una sfumatura del sacro, di momenti significativi, nelle chiese, come nelle vie, nelle piazze. Momenti del paesaggio urbano si fanno persona sensuale, in Vico del Fieno
o in Piazza Nuova, ch’è insieme uccello, e donna, “docile, tenera amica”, alla quale essere attenti. Parla la effimera figura d’un istante che non torna, in Torriglia: «la grafia delle rondini gorgheggia/ un messaggio piumato:/- Tornerai? – /Sì, tornerò»: è la consapevolezza della caducità (Santa Maria delle Vigne). Eco del Novecento italiano, a partire mi sembra non solo da Ungaretti, col quale pure il poeta ebbe contatti, ma in questo caso endecasillabi, dotati d’una eleganza e leggerezza del tutto proprie, con vaghissime suggestioni, forse, di Ossi di seppia e di Meriggiare pallido e assorto (non per niente, soprattutto di Liguria, anche in quel caso, si trattava…). Una musicalità molto sorvegliata si accompagna al verso breve, alle rime occasionali, alle assonanze: rivolto a Genova. In Villa Croce, dove il mestiere del poeta è evidente eppure quasi scompare, nella freschezza del verso endecasillabo in rima non del tutto regolare del componimento, con la prima quartina in ABBA, e la quarta-quinta-sesta (e ultima) quartina in ABAB. Oppure sta nel ritmo, come in Darsena.  


 
Veduta di Genova

La vita lavorativa – id est, la vita creativa, portò Talarico non soltanto a Genova e Milano ma anche all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, tornando così nella realtà, e non solo nell’immaginario o simbolicamente, alla propria terra. In tal modo, riprendendo almeno in parte nella nativa Calabria senza mai interrompere i contatti al Nord, anzi rendendoli più significativi, l’autore descrive un cerchio che non tiene mai fermo, animandolo sempre di una fertile circolazione dello spirito tra i luoghi e le culture, con punte del singolare nell’insofferenza (Boccadasse: «l’irritante /vischioso nembo /dei ristoranti /impossibili») e in impegno civile di cui ho detto: lo testimoniano la biografia, le iniziative culturali, anche nelle scuole oltre che in Accademia, le mostre di pittura, i premi di poesia vinti – alla sua memoria, per discutere della sua attività, si organizzano convegni e si pubblicano libri.
La seconda parte del libro non cambia sensibilmente per qualità di scrittura poetica; sempre si tratta della unione del singolare vivente con il respiro della grande città e con la sua storia, con i suoi luoghi pubblici e privati e perfino le sue linee di trasporto pubblico –  chi ancora oggi si muove dal Centro (Stazione Centrale) per Milano sud e viceversa conosce bene “la 65” e difatti Sessantacinque titola una poesia; rispetto alla parte precedente, anche, varia qualcosa, trattandosi di Milano. Il primo testo della serie mi pare importante, rendendo esattamente l’individuo alla moltitudine quasi fatta persona, restituendo il sentire l’atmosfera del passaggio tra la città che dorme e il suo risveglio, in solitudini di cani e barboni notturni, e il fare del giorno, il suo animarsi di «generoso scalpiccio per le scale» nel «Milano trabocca per via» che ben conosce chi vi ha avuto qualche familiarità. Forse proiettivo, con una punta di solitudine (stavolta, sarà invece il singolo rispetto alla “folla solitaria”?) il secondo testo, titolato a Piazza Duomo: “Io resto assorto nella piazza enorme, / davanti al Duomo che deserto imbruna; / trascorron lievi le tardive orme / fin delle guglie all’invisibil cruna, / pensoso, immoto come affascinato, / e l’ombra mia s’allunga sul selciato”.


 

Raffaele Talarico 
Frammenti di vento – Poesie
A cura di Filippo D’Andrea
Macabor Editore, 2026
Pagine 146 € 15,00

mercoledì 26 agosto 2026

MILANO ARTE MUSICA


William Byrd

Santa Maria della Passione via Conservatorio n. 16 

Giovedì 27 agosto ore 20.30

 
Un arrivederci sulle note dell’usignolo d’Inghilterra.
 
Ormai è una tradizione: dopo aver proposto strumenti tra i più particolari lungo un’intera estate, Milano Arte Musica chiude il suo sipario con un concerto di sole voci. L’ultima tappa del nostro viaggio alle radici degli Affetti è infatti in programma domani, giovedì 27 agosto, alle 20.30 nella Basilica di Santa Maria della Passione, con uno tra i più celebri complessi vocali del panorama internazionale. La nostra destinazione sarà l’Inghilterra di William Byrd, condotti dalle voci dell’ensemble inglese Stile Antico, per il concerto England’s Nightingale: the remarkable music of William Byrd.
In questo omaggio a un nome tra i più eccellenti del Rinascimento inglese, saranno esplorati molti volti del compositore, intrecciando le diverse fasi della sua complessa vita, sia come pilastro dell’istituzione musicale protestante, sia come fedele servitore della comunità cattolica clandestina, fino alla musica più intima e serena degli ultimi anni. Il percorso attraverso queste tre facce della produzione di Byrd non trascurerà nemmeno il suo contributo come didatta, testimoniato da una scelta di lavori a firma di una formidabile terna di allievi: Thomas Morley, Peter Philips e Thomas Tomkins.


 

Programma
 
William Byrd (1540 - 1623)
This sweet and merry month of May 
A good egg - Byrd, the loyal subject
Emendemus in melius 
Sing joyfully 
Nunc dimittis 
(da Great Service, 1600 ca)
 
The caged Bird - Byrd, the Catholic at court 
Quomodo cantabimus 
Haec dies
Tristitia et anxietas
 


Intervallo
A country nest - Byrd, the Essex gentleman
Retire my soul 
Ave verum corpus 
Laudate Dominum, omnes gentes 
Optimam partem elegit 
Factus est repente 
Agnus Dei
(da Mass for four voices, 1594 ca)
  
Under his wing - Byrd, the ‘much reverenced master’ 
Domine Dominus noster
  
Peter Philips (ca. 1560 - 1628)
Ecce vicit Leo
 
Thomas Tomkins (1572 - 1656)
Too much I once lamented
 
William Byrd
Laudibus in sanctis
 

Organico 
Soprani - Helen Ashby, Kate Ashby, Rebecca Hickey
Alti - Emma Ashby, Rosemary Clifford, Cara Curran
Tenori - Benedict Hymas, Oscar Golden-Lee, Andrew Griffiths
Bassi - James Arthur, Nathan Harrison, Gareth Thomas.

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