UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 18 gennaio 2026

LA TERRA, IL CIELO IN ANGELO GACCIONE
di Rinaldo Caddeo


Angelo Gaccione
 
Questo sul libro Una gioiosa fatica di Gaccione è l’ultimo scritto del compianto amico e poeta Rinaldo Caddeo.
  
Come annota Tiziano Rossi nell’Introduzione, tra ripiegamento introspettivo e impegno civile, molteplici sono le declinazioni del lavoro poetico di Angelo Gaccione: l’indignazione, l’incitamento, la confessione, la polemica, la constatazione, la satira e molte altre. Vorrei soffermarmi su di un pedale baudelairiano del ricco spartito di Angelo Gaccione. C’è un gesto/immagine che attraversa i testi di Una gioiosa fatica: il volo. Nella sezione Le disperse, c’è una poesia paradigmatica, I gabbiani:


 
Se non vi siete riconciliati del tutto con la realtà,
se non vi siete lasciati trascinare alla deriva,
se dentro di voi è rimasta una musica pronta a svegliarsi
contro chi vuole mortificare la vita,
se vi opponete a quanti alzano muri troppo alti,
se conservate ancora un’ombra di nostalgia,
se non ponete limiti alla libertà che vogliono negarvi,
se possedete come noi una passione eccessiva,
insomma se siete rimasti vivi.
Allora non sarete mai mediocri e potete come noi levarvi in volo
verso l’azzurro, verso la luce che vogliono oscurarci.
Lasciatevi contagiare dal nostro morbo, prendete parte al nostro sogno;
vi perderete d’entro un’eco: cosa importa?
L’amore tornerà a bussare alla porta del vostro cuore
se siete in grado di sentirlo; se aprirete e lo lascerete entrare senza domande,
senza chiedere da dove viene e quanto resterà.
Potete correre con noi oltre il precipizio o l’abisso,
là dove una striscia accecante o invisibile sospesa fra cielo e mare,
si fonde in un abbraccio di azzurro.
I gabbiani amano l’azzurro e muoiono se la luce muore;
lasciateci volare, o morire.
 
Ci sono, in tono pacato, alcune delle declinazioni evidenziate da Tiziano Rossi. L’incitamento, la confessione, il disagio, la constatazione, divengono formulazioni di una passione eccessiva, di un amore per la vita che scavalcano i pericoli dei precipizi e della dissoluzione, riescono ad amalgamarsi, a convergere e salire verso un lontano, ma invisibile/visibile, abbacinante/accecante, forse irraggiungibile ma condivisibile, orizzonte sospeso fra cielo e mare. In questo caso cogliamo una sorta di preghiera o di orazione, in cui echeggiano parabole evangeliche come quella degli uccelli che possono vivere liberi senza bisogno di accumulare beni. L’oltranza di questa passione libertaria è come se trovasse una meta, un confine oltre i devastati confini, i limiti scadenti della terra, di questa terra. C’è un crescendo, scandito dall’anafora dei se, tra elegia e prosa, tra impegno morale e impulso lirico, tra realtà e travisamento prospettico-visionario, che culmina nell’immagine finale degli ultimi quattro versi, che non è semplicemente un’immagine o un’allegoresi, piuttosto un correlativo oggettivo, atto a suscitare nel lettore un’idea di destino e uno stato emotivo, densi, evidenti, incontrovertibili.



Il volo è un’istanza baudelairiana diffusa ne Les Fleurs du Mal da L’Albatros e Élévation a Les Plaintes d’un Icare. In Gaccione è Va’ parola mia: «Ed ora va’ parola mia/ libra le tue ali sul mondo/ e se ti metteranno in catene/ tu mettiti a cantare.» (pag.69).
In molti altri testi di Gaccione è presente questo slancio salvifico, rappresentato spesso dal volo degli uccelli/volo della poesia che, per quanto frangibile e vulnerabile, è gioioso e non è condannato a morte come in Baudelaire. È uno slancio verso l’alto che, per esempio in Milano, non senza risonanze saviniane (Ascolto il tuo cuore, città), con l’eco dei suoi cortili, lo porta a immaginare, oltre le antenne, il mare. Come in Baudelaire la terra è carcere, il cielo libertà. Ma le nuvole viste da dietro le sbarre sono più belle. Sono grandi velieri che vengono invitati ad approdare e riposarsi presso la propria finestra: «Non avevo mai amato il cielo/ così intensamente/ Si guarda sempre in basso/ nella vita del mondo/ Cielo libero e straordinario/ cielo di tutti/ cielo dei carcerati/ resta azzurro anche stasera.» (pag.30). «Vorrei ali leggere alle mie catene/ per stringere l’arcobaleno/ Avvicinatevi alla mia finestra/ nuvole mercanti e straniere/ legate la vostra prua alle sbarre della mia cella/ riposatevi qui per stasera/ riprenderete la vostra rotta all’alba.» (pag.31).
Del resto, già a tredici anni Gaccione scriveva: «Ho perso i miei tredici petali/ me li ha rubati la vita/quando rifioriranno/ avrò le ali.» (pag.18).


 

Angelo Gaccione
Una gioiosa fatica (1964-2022)
La Scuola di Pitagora editrice, Napoli 2025
Pagg. 160 € 18

 

SCAFFALI
di Francesca Mezzadri 
 


In equilibrio sulla linea azzurra di Valter Manunza: una corsa esistenziale nel panorama della narrativa italiana contemporanea.
 
Nel panorama della narrativa italiana recente, sempre più orientata verso l’interiorità e la frammentazione dell’esperienza, In equilibrio sulla linea azzurra di Valter Manunza (Arkadia Editore 2025, pagg. 172) si colloca come un romanzo silenzioso ma incisivo, capace di dialogare con alcune tra le voci più significative della letteratura esistenziale contemporanea, senza perdere una propria identità. Il protagonista, Damiano Fortuna, si prepara a correre la maratona di New York. Ma la corsa, fin dalle prime pagine, chiarisce la sua funzione: non è un obiettivo sportivo né un pretesto narrativo, bensì una metafora strutturale della vita, un tempo sospeso in cui il corpo, sotto sforzo, riporta alla luce memorie, ferite, relazioni e domande irrisolte. Manunza e Sandro Veronesi: la sospensione come spazio narrativo. Il confronto più immediato è con Caos calmo di Sandro Veronesi. In entrambi i romanzi, l’azione è ridotta al minimo e la narrazione si concentra su una sospensione: l’attesa davanti a una scuola, la preparazione di una maratona. Tuttavia, se Veronesi affida molto al dialogo e alla dimensione sociale del lutto, Manunza sceglie una strada più intima e lirica. Damiano non verbalizza il dolore, lo attraversa. Il corpo che corre diventa luogo di pensiero, più che oggetto di controllo razionale.
 
Manunza e Paolo Giordano: fragilità e solitudine
Con Paolo Giordano, Manunza condivide l’attenzione per la fragilità dell’individuo e per una certa solitudine esistenziale. Ma mentre Giordano lavora su strutture simboliche fortemente concettuali (la matematica, la scienza, la colpa), Manunza rimane ancorato alla fisicità. In In equilibrio sulla linea azzurra non c’è mai una spiegazione definitiva: il senso emerge dal respiro, dal passo, dalla fatica. È una scrittura meno analitica e più sensoriale, che chiede al lettore di “sentire” prima ancora di comprendere.
 
Il corpo come paesaggio narrativo
A differenza di altri autori contemporanei che utilizzano il paesaggio naturale o urbano come specchio dell’io, Manunza sceglie il corpo in movimento come vero spazio narrativo. La famosa “linea azzurra” tracciata sull’asfalto della maratona non è solo una guida tecnica, ma una soglia simbolica: seguirla significa tentare di restare in equilibrio tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati. La struttura frammentata, con capitoli numerati a ritroso, rafforza questa idea: non si corre verso un traguardo, ma verso un’origine da interrogare. È una scelta narrativa che può spiazzare chi cerca una trama tradizionale, ma che risulta coerente con l’ambizione del romanzo.
Una voce discreta ma riconoscibile
In un’epoca dominata da romanzi ad alta intensità emotiva e da narrazioni spesso gridate, In equilibrio sulla linea azzurra colpisce per la sua discrezione. Manunza non cerca l’effetto, non forza il pathos, non offre soluzioni. La sua è una scrittura che procede per sottrazione, affidandosi alla forza delle immagini e alla continuità del gesto. È un libro che si rivolge a lettori disposti alla lentezza, all’ascolto, alla partecipazione attiva. Non una lettura di consumo, ma di permanenza. Nel dialogo con autori come Veronesi e Giordano, Valter Manunza dimostra che esiste ancora spazio per una narrativa che esplori l’identità senza spettacolarizzarla. In equilibrio sulla linea azzurra è un romanzo che non corre per arrivare primo, ma per capire perché continua a muoversi. Ed è proprio in questo equilibrio precario che trova la sua forza.

 

 

 

LA PORTA DIETRO
di Laura Margherita Volante 


 
 
La vita si guarda
davanti senza 
aprire la porta dietro.
È la porta proibita per 
non vedere.
Chi va ad aprirla 
scopre il mondo
dell’ignoto
dove cadono le false
idee e giudizi.
 
Si esplora la profondità 
Dell’esistenza e ad 
ogni passo scompare 
l’oscurità della mente...
si esce nuovi dal mito
della caverna
abbagliati dalla luce
con gli occhi chiusi...
 
E poi la vita davanti appare
in uno specchio di verità,
che morde l’anima.
Non si può più fare finta o girarsi indietro. 
Quella porta aperta è...
lì!

A NOVATE MILANESE
Caffè Letterario con De Agostini e Schirone.





sabato 17 gennaio 2026

BELLEZZA DEL LUOGO
di Zaccaria Gallo


 
Che cosa definisce la bellezza del luogo in cui viviamo, e in che modo questo luogo influisce sulla nostra idea di estetica? Siamo abitatori di spazi e luoghi, sia se ce ne rendiamo conto, sia se sono nei nostri pensieri e ricordi. Il nostro benessere, nello spazio pubblico, nello spazio aperto, dipende, però, da quello che ci circonda, da quello che sentiamo, vediamo, percepiamo, che ci minaccia, che ci sovrasta o, invece, che ci accomoda, che ci accoglie, e tutto quello che facciamo, pensiamo, diciamo, nello spazio aperto, ha a che fare con questa percezione profonda. Noi siamo abitatori del mondo, e siamo abitanti per natura, e questo abitare ha a che fare, per relazione primigenia, con le cose che ci circondano, prima ancora che con le persone. Sempre, quando ci svegliamo, al mattino, la prima cosa che sappiamo di noi stessi ce la dice la stanza che ci accoglie. Quello spazio ci restituisce il senso dell’essere gettati nel mondo, piantati nel mondo: stessa cosa accade per la città che, in qualche modo, ci dà un’idea della bellezza. 



Cresciamo, spesso, in un luogo che non ha un’oggettiva bellezza, ma ha tutto quello che noi abbiamo visto, attraversato, sperimentato nella nostra infanzia, visto con gli occhi e sedimentato poi nella memoria. Salvo rarissime eccezioni, ci facciamo un’idea di bellezza del mondo, attraverso i luoghi in cui abbiamo vissuto. Però attenzione! La bellezza non è un canone astratto, non è un canone che possiamo apparentare, necessariamente, al lusso, all’ordinato, al ben organizzato e raffinato. La bellezza è una dimensione profonda, spirituale, intima e quindi ci sono possono essere luoghi assolutamente poetici che non corrispondono a un’idea classica di bellezza. E questo rende molto democratico il concetto di bellezza. Certo, se noi guardiamo le città europee, e poi le città italiane, ci rendiamo conto che siamo stati grandi quando abbiamo saputo tenere insieme l’elemento del paesaggio in collegamento con lo spazio urbano. 



La capacità di organizzare lo spazio pubblico, ha creato una bellezza misurata, equilibrata, civile, che è quella che noi abbiamo elaborato culturalmente nei secoli ed è quella che oggi stiamo un po’ perdendo. Il tema del decoro entra in conflitto con la libertà e con una forma di vita più naturale e spontanea. E, allora, che immagine emerge da una città che si basa su questa tensione tra decoro e libertà? Che la bellezza non ha a che fare necessariamente col decoro. Le città medievali, le città organiche, ma anche le città dell’Umanesimo o anche le città ottocentesche, tutta la genealogia delle città, che sono nel nostro patrimonio genetico, hanno a che fare con un certo grado di disordine, di biodiversità, se si può dir così. E questo crea un problema. 



Oggi, siamo tentati di sterilizzare gli spazi, tanto da renderli tutti uguali, più simili a dei centri commerciali, che non alle città storiche che abbiamo conosciuto, perché la città, per essere accogliente, deve essere un po’ caotica: è l’esperienza che noi facciamo nelle piazze italiane, nei mercati, viaggiando lungo le coste. Questa accidentalità della città, solo negli ultimi venti anni, è stata sottoposta a una sorta di “decoro controllato”, che è anche un controllo politico e che ha prodotto una contrazione dello spazio di libertà. Nell’opinione pubblica, si è inserita l’idea che uno spazio, per essere bello, deve essere lindo, pulito, controllato, sorvegliato dalle telecamere, sterilizzato, impoverito di quella vita che fa di quello spazio uno spazio civile pubblico e questo anche perché abbiamo guardato ad altri modelli urbani, abbiamo guardato ad Oriente, alle città asiatiche e al modello americano, in cui la dimensione dello spazio pubblico è come quello di un centro commerciale. Ha soppiantato la piazza, come idea di spazio pubblico, civile, di bellezza. Gli spazi pubblici moderni si assomigliano tutti, hanno gli stessi brand, hanno gli stessi negozi, mangi lo stesso cibo, entri negli stessi bar, togliendo quella dimensione di autenticità, che è quella che ci faceva respirare, e per la quale, arrivando in certe città italiane, ti veniva la voglia di dire: “Questa è la vera Italia”. Con il paradosso che poi, quando andiamo in vacanza, cerchiamo luoghi che invece siano autentici. Li troviamo ancora nei centri storici, spesso abbandonati, o nei piccoli paesi di provincia, certamente non in quei luoghi in cui, il modello turistico, in realtà, reitera modelli che sono uguali in Grecia, in Spagna, in Italia. Questo è un elemento paradossale, perché noi vogliamo avere un’idea di autenticità, ci crediamo ma, alla fine, nella nostra città siamo insofferenti rispetto allo spirito dei luoghi, al Genius loci. Come se volessimo cancellarlo, nel nome di spazi che diventano tutti uguali. Pensiamo alle stazioni ferroviarie: sempre più hanno gli stessi elementi, la stessa spazialità, gli stessi negozi, gli stessi punti vendita e, magari, non troviamo più quella possibilità di mangiare il piatto tipico locale. 



L’osteria non la troviamo più, se non in forme simulate. Siamo bravissimi a farci del male da soli, a cancellare quella ospitalità dei luoghi, che è stato il codice genetico della città europea, della città italiana. Pensiamo alle panchine, a quello che fa sì perché si crei un piccolo fastidio alle persone nel sedersi, con l’obiettivo non dichiarato di evitare che le persone vi dormano sopra o che siano abitate magari da persone non gradite: scelta che ha una forte connotazione politica. Ci stiamo abituando all’idea dell’ordine e del controllo. Ancora però, per fortuna, nelle piccole e medie città, è ancora possibile vedere anziani e giovani, la sera, seduti sui gradini delle chiese o dei palazzi pubblici: sono le gradinate della sosta e della contemplazione, del piacere di guardare gli altri che passano, e questo non è solo intrattenimento e compagnia, è confidenza e convivialità. E osservare il volo folle delle rondini che vanno ad imbucarsi nelle “ferite” bellissime e non restaurate dei tetti o delle facciate dei palazzi. O restare in un silenzio, pieno di poesia e bellezza, in luoghi in cui il chiasso non riesce a coprire il canto dei rami degli alberi baciati dal vento.
 

L’ESIGENZA DI UNA RIFLESSIONE
di Franco Astengo
 

Siamo ostinati tanto quanto chi si sente “ostinatamente unitario” e torniamo a chiedere una riflessione comune delle forze di sinistra presenti in Italia: si tratta di lavorare su di un punto fondamentale, quello relativo al deficit di offerta politica ormai presente da tempo e che impedisce un assetto del sistema nel quale si misurino forze in effettiva competizione tra schieramenti che non possono limitarsi al compitino dell’alternanza e del “bipolarismo temperato”. Ci troviamo in tempi di radicalità delle trasformazioni e questo la destra, fuori e dentro l’Italia, lo ha compreso benissimo e sta conducendo il gioco.


 
Uno schema rivolto al quadro internazionale
Ucraina, Gaza, Venezuela, Iran fronti diversi attraversati da un unico segno: quello del passaggio d’epoca, del “ridimensionamento” della caoslandia uscita dalla fase del post muro di Berlino, dalla disillusione della caducità della “fine della storia”, dalla contrapposizione di civiltà regolata da un solo “gendarme” del mondo, dalle torri gemelle, dalla crisi verticale del neoliberismo che ha fatto gli scatoloni con la Lehman & Brothers.
Le discutibili cadute o future cadute di regimi per certi versi discutibili che sono avvenute e/o avverranno in forme altrettanto discutibili si verificano in uno scenario che potrebbe essere così riassunto: la ceduta di passo del contrasto tra autocrazie e regimi liberali verso l’egemonia delle grandi autocrazie produttrici di politica imperiale e - sostanzialmente - di spartizione dei grandi asset energetici e geo politici. Rimane da capire come avverrà la spartizione: un conflitto globale o un assestamento di modelli tra imperi a livello geopolitico? Conterà ancora qualcosa chi possiede l’atomica e - forse - il passaggio decisivo è quello riguardante la Groenlandia. In tutto questo ambaradan comunque manca un soggetto: l’Europa. Ed è anche assente quello che dovrebbe essere un protagonista politico: l’idea socialista di una difesa democratica capace di partire dall’Occidente e di investire i soggetti politici delle aree più sensibili del mondo in fiamme (forse l’area socialista democratica negli USA appare la più avvertita in questo senso). Va schematizzata un’adeguata analisi al fine avviare una traccia di ripresa di identità per le residue forze della sinistra (costrette dalla storia a richiamarsi necessariamente alla sinistra europea occidentale dei “30 gloriosi”).



Il quadro interno
Il combinato disposto tra riforma della magistratura (compresa quella contabile: un tema delicatissimo) e decreti sicurezza; le aspirazioni all’elezione diretta; il trattamento riservato all’informazione ci dicono quale indirizzo ha assunto il governo della destra: quello delle autocrazie illiberali.
Le opposizioni italiane debbono ancora capire cosa faranno da grandi e l’alternativa deve partire da un partito pivotale che viaggi sul 30% dei voti portando alcune idee particolarmente chiare su politica estera, economia, riequilibrio sociale, welfare. Si tratta di un tema sul quale è già capitato di intervenire: la questione europea necessita di un ripensamento al riguardo di determinate posizioni assunte anche nel recente passato. Debbono essere elaborati elementi di progettualità alternativa posti sia sul terreno della strutturazione politica, sia al riguardo della prospettiva economica e sociale e soprattutto della pace. Non è sufficiente pensare alla green economy e ai possibili relativi modelli di vita: le fasi di transizione sono diverse e complesse, difficili da intrecciare. Abbiamo davanti grandi difficoltà: dobbiamo essere capaci di ripensare i temi dello sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi economici, culturali, sociali, ambientali proponendo il superamento del legame esclusivo alla logica del profitto. Deve essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico corrispondente però ad una adeguata soggettività politica.



Una proposta di ripartenza
Il punto di ripartenza potrebbe essere costituito da un’opposizione alla logica della guerra il cui senso potrebbe essere riassunto nell’indicazione di una “Zimmerwald del XXI secolo”. Un incontro tra forze diverse nel corso del quale porre le questioni fondamentali affrontando anche il tema del deficit di democrazia che affligge la vita politica del Continente e del mondo intero. In conclusione: così si potrebbe tentare, elaborando alcuni principi fondativi desunti da precise proposte politiche, di definire una identità di sinistra democratica e socialista (della quale si vedono forze ben presente nello stesso panorama politico USA) da strutturare in vista delle prossime decisive scadenze sia sul piano interno (che conta, eccome: se consideriamo che al governo in Italia ci sono gli alfieri di Trump) e soprattutto sul terreno internazionale.

 

 

 

POVERTÀ
di Lorenzo G. F. Molinari


 
Un mondo senza ricchi. Parte II  
 
La prima parte di questo articolo concludeva con due domande:
1.- I super-ricchi potrebbero da soli risolvere il problema della povertà nel mondo?
2.- Chi fa parte della classe media ha il dovere di fare qualcosa, pur sapendo di non poter risolvere il problema della povertà?
 
Alla prima domanda si può rispondere con qualche numero; alla seconda, invece, la risposta non può che essere personale, riguardando la propria coscienza.
La ricchezza netta mondiale privata totale è stimata pari a circa 400mila mld € nel 2024 (le stime disponibili per il 2025 sono al momento incomplete). Per ricchezza netta si intende: la somma della ricchezza di tutte le persone al mondo in beni finanziari e patrimoniali a cui vengono sottratti debiti e passività.
Nella piramide della ricchezza, come visto inizialmente, il 10% della popolazione mondiale detiene il 76% della ricchezza complessiva (77% nel 2025), e il 50% detiene solo un misero 2% (invariato nel 2025).
 
La tendenza da anni è un progressivo allargamento della forbice tra ricchi e i poveri sia a livello di patrimoni sia di redditi, nel mondo e in Italia.
 
Consideriamo la sola popolazione mondiale adulta, dove adulti si considerano coloro che hanno un’età pari o superiore a 15 anni, circa 6,1 mld nel 2024. Sarebbe preferibile definire adulti coloro che hanno un’età pari o superiore a 16 anni oppure a 18 anni, ma non sono reperibili dati affidabili. Il World Inequality Report definisce adulti coloro che hanno un’età pari o superiore a 20 anni (circa 5,6 mld nel 2024), ma ciò – a mio parere – distorce l’analisi, sovrastimando il reddito e la ricchezza pro capite relativa ai membri delle famiglie più povere, in cui giovani figli spesso lavorano in nero o in regola ben prima dei 20 anni e contribuiscono in modo anche significativo all’economia familiare. Viceversa, nelle famiglie ricche, dove i figli rimangono a carico per gli studi universitario e oltre, l’eventuale sottostima del reddito pro capite non è particolarmente rilevante, visto che scopo di questi studi è soprattutto quello di far emergere la povertà.
 

Dividiamo la popolazione mondiale adulta nelle seguenti 5 classi (dati al 2024):
 
Paperonissimi, i miliardari (in $), circa 3.000 nel mondo, con un patrimonio minimo pro capite di 850 mln€, mediamente pari a 4,5 mld€, questa classe detiene il 3,4% della ricchezza mondiale.
 
Paperoni, l’1% della popolazione, circa 62 mln, con un patrimonio pro capite tra 849 mln€ e 1,3 mln€, mediamente pari a 2,9 mln€, questa classe detiene 44,6% della ricchezza mondiale.
 
Benestanti, il 9% della popolazione, circa 500 mln, con un patrimonio pro capite tra 1,2 mln€ e 96.000 €, mediamente pari a 227.000 €, questa classe detiene il 28% della ricchezza mondiale.
 
Le rimanenti due classi, sono formate dai poveri.
 
Fragili, il 40% della popolazione, circa 2,5 mld, con un patrimonio pro capite tra 95.000 € e 17.000 €, mediamente pari a 36.000€, questa classe detiene circa il 22% della ricchezza mondiale.
 
Indigenti, il 50% della popolazione, circa 3,1 mld, con un patrimonio pro capite tra 16.000€ e 0 €, mediamente pari a 2.600 €, questa classe detiene circa il 2% della ricchezza mondiale. Si tratta di persone che vivono in povertà assoluta, con meno di 2,5 € al giorno, la cui povertà limita, se non addirittura impedisce, l’accesso all’istruzione, alla sanità, a una alimentazione varia e completa, ai servizi igienici essenziali, all’acqua potabile. Condizioni di povertà estrema che si riscontrano in gran parte della popolazione di alcune nazioni caratterizzate da un esiguo PIL pro capite o sconvolte da guerre, oppure soggette a cambiamenti climatici sempre più devastanti; ma anche in nazioni ricche tra persone senza tetto, disoccupate, malate, anziane, lavoratori migranti, rifugiati politici, gente fuggite da aree di guerra, persone con dipendenze, adulti con numerosi familiari a carico o con disabilità, ecc.



La ricchezza media pro capite per adulto nel mondo è di circa 65.500 € (400mila mld€ / 6,1 mld di persone), 25 volte quella del 50% della popolazione mondiale, gli Indigenti, la cui ricchezza media è pari a 2.600 €. 
In Italia, dove il costo della vita è senz’altro superiore alla media mondiale, la ricchezza media è pari a circa 207.000 € nel 2024.
I Benestanti nel mondo sono coloro che detengono un patrimonio di almeno 96.000 €, in Italia di almeno 273.000 € nel 2024.
La maggior parte di coloro che mi stanno leggendo sono certo che rientri tra i Benestanti del mondo, e molti anche tra i Benestanti italiani con un patrimonio superiore a 273.000 €. Chiunque sia proprietario anche di una casa in città, a cui aggiungere il valore del conto in banca, eventuali BTP, fondi e altri investimenti finanziari, automobile, motocicletta, gioielli, ecc. solitamente supera questa cifra. Ebbene, noi Benestanti facciamo parte di quel famoso 10% di ricchi nel mondo che detiene il 76% della ricchezza complessiva mondiale e di cui ci scandalizziamo! Quale italiano, come Mia, rinuncerebbe alla differenza tra il proprio patrimonio personale e il patrimonio medio pro-capite italiano di 207.000 € (e non dico a quello mondiale di 65.000 €, che lo farebbe scivolare tra i Fragili)? Sarebbe chiedere troppo, a meno che si abbia un reddito elevato con cui bilanciare la riduzione del proprio patrimonio per continuare a vivere decentemente. Si stima che si cada in stato di indigenza (o povertà assoluta) relativamente alla nazione in cui si vive, quando il reddito familiare scende sotto la soglia del 60% del reddito disponibile mediano per famiglia (ovvero il reddito che divide il numero di famiglie in due parti uguali).
In Italia, il reddito mediano è pari a circa 30.000 € lordi/annui (dati ISTAT 2023-2024) il cui 60% è pari a 18.000 € lordi/annui, circa 1.200-1.350 € netti/mese; di conseguenza si cade in stato di indigenza se si dispone di un reddito familiare inferiore a 1.200€/mese, soprattutto se l’abitazione è in affitto, o si deve pagarne un mutuo, e se si hanno familiari a carico (in Italia la composizione delle famiglie è di 2,2 componenti, dati ISTAT 2023-2024). In Italia, nel 2005, il 3,3% della popolazione era in povertà assoluta; nell’arco di meno di 20 anni questo dato è triplicato: nel 2024, la povertà assoluta è salita a circa il 10% con quasi 6 milioni persone.



Alziamo l’asticella. Chi dispone di un patrimonio superiore alla media mondiale della classe dei Benestanti, pari a 227.000€, è disposto a donare l’eccedenza? Potrebbe voler dire trasferirsi in un appartamento molto più piccolo o più periferico, rinunciare alla seconda casa, a cambiare l’auto….
Dubito che qualcuno lo farebbe, me compreso, nonostante il nostro patrono sia San Francesco, da cui avremmo da imparare qualcosa.
Ci sentiamo il cuore in pace perché, magari, conduciamo una vita parsimoniosa, evitiamo sprechi e lussi, per quanto in ultima analisi si sia dei Benestanti in un mondo di poveri. In un mondo in cui il 50% della popolazione dispone di un patrimonio di soli 2.600 €, con cui non ci si fa nulla, neppure nei Paesi più poveri, nonostante in quei Paesi il potere d’acquisto sia molto inferiore al nostro. Insomma, tra i 2.600 € degli Indigenti e i 227.000 € dei Benestanti c’è, indubbiamente, una scandalosa sproporzione.

Chi ragiona come Mirko, pensa che solo i Paperonissimi e i Paperoni dovrebbero dar fondo alle loro tasche, quell’1% della popolazione che detiene quasi la metà della ricchezza mondiale.
Ipotizziamo di ridistribuirebbe la loro ricchezza, impoverendoli fino a ritrovarsi con un patrimonio pari al nostro di Benestanti, visto che noi Benestanti pensiamo che il nostro patrimonio sia il necessario per vivere decentemente.
I Fragili arriverebbero a un patrimonio medio di circa 68.000 €, rimanendo per lo più ancora tra i Fragili; mentre gli Indigenti, oltre 3 mld, arriverebbero a circa 35.000 €, entrando a far parte della classe dei Fragili (e non dimentichiamo che parliamo di adulti, spesso con famiglie a carico).
 
Se i Paperonissimi e Paperoni riducessero i loro patrimoni a quello di un Benestante, si estinguerebbe la classe degli Indigenti, ma la povertà non verrebbe risolta: la stragrande maggioranza della popolazione occuperebbe la classe dei Fragili. Quindi, è lecito criticare i Paperonissimi e i Paperoni, che sfrecciano con jet privati, elicotteri, yacht e auto di lusso, ma anche ai Benestanti tocca “aprire il portafoglio”, condividere, collaborare, impegnarsi per un mondo più equo.


 
Il problema della povertà, volenti o nolenti, non riguarda solo chi vive nell’agio, ma anche molti tra coloro che appartengono alla classe sociale media, i Benestanti, nonostante possano lamentarsi del caro vita, facciano la spesa nella grande distribuzione e puntino alle offerte. I Benestanti mantengono comunque uno standard più che dignitoso, se non opulento, in confronto a quello del 90% della popolazione mondiale più povero: possiedono - per esempio - un trilocale di proprietà, una bella automobile, mandano i figli all’università, si permettono un paio di settimane di vacanze all’anno, qualche gita fuori porta e acquisti superflui, lussi impensabili per i Fragili e gli Indigenti.
Tuttavia, poiché il range del patrimonio che individua la classe dei Benestanti è molto ampio, chi si colloca sotto la media può facilmente scivolare tra i Fragili, e ciò a maggior ragione considerando che il divario tra i Paperonissimi e i Paperoni è in continuo aumento, non solo rispetto alle due classi di poveri, ma anche a quella dei Benestanti.



In un mondo utopico in cui la ricchezza fosse redistribuita con equità, probabilmente si genererebbero ingiustizie di altro genere, dovute al fatto che si dovrebbe tener conto del potere d’acquisto di ogni area territoriale, dell’impegno di ciascuno per il bene comune, ecc. Si dovrebbe anche tendere a una equità nei redditi, che garantisca pari possibilità economiche nel tempo, colpendo i grandi evasori, coloro che sfruttano l’elusione fiscale o si approfittano di paradisi fiscali con una politica fiscale internazionale coordinata, tassando più di adesso chi possiede e chi guadagna sopra la media e favorendo chi possiede e chi guadagna meno, senza dimenticare chi non possiede nulla o non può guadagnare affatto.
Inoltre, cosa fare con chi è compulsivo e non sa gestire la propria ricchezza, spendendo malamente tutto ciò che guadagna o riceve, per ritrovarsi sempre al punto di partenza, anche nel caso in cui sia un Indigente? O come aiutare chi vive nell’apatia e si accontenta di vivere di assistenzialismo, perché anziano, malato, depresso, alcolizzato, con problemi psichiatrici o con limitate capacità intellettuali e manuali? Al di là che non si debba costringere nessuno a cambiare stile di vita e si possa vivere serenamente anche con poco e per scelta, e non solo in aree rurali. Perché la felicità non è sinonimo di ricchezza e la povertà può essere dignitosa, quando non è estrema e non è il risultato di umiliazione, prevaricazione o sfruttamento.
 

Tema conseguente alla distribuzione della ricchezza è la potenziale conflittualità sociale.
I ricchi e i potenti, hanno tutto l’interesse a:
 
a) mantenere l’equilibrio tra l’offerta e la domanda di beni e servizi: un calo della domanda si tradurrebbe in diminuzione dei prezzi, della capacità produttiva, ecc., mettendo in crisi il sistema capitalistico; la progressiva riduzione del potere d’acquisto dei Benestanti, dopo decenni di aumento del loro tenore di vita, e il calo della natalità di questa classe, potrebbero creare le premesse di una crisi, per quanto la riduzione della domanda possa essere bilanciata in parte dal credito al consumo (consuma ora e paga a rate), dalla crescente domanda dei Paesi emergenti (alti volumi a basso valore), e dagli eccessi di spesa in beni e servizi di lusso da parte dei ricchi;
 
b) 
evitare rivoluzioni sociali che potrebbero condurre alla forca i ricchi e i potenti: è interesse dei ricchi e dei potenti mantenere la classe dei Benestanti a un livello tale da saturare l’offerta a loro destinata, evitando di scontentarla troppo, e mantenere le classi povere a un livello tale da non farle insorgere, rendendole servili al punto da farle sentire riconoscenti del “pugno di riso” ricevuto come salario o in beneficenza; inoltre, i ricchi e i potenti salvaguardano la loro incolumità attrezzandosi con strumenti tecnologici di controllo sempre più invasivi con cui ingabbiare l’umanità (gli ingegneri Benestanti progettano le loro stesse gabbie e gli operai Fragili le producono) e con governi sempre più autoritari, polizieschi e repressivi.


 

Attualmente, nonostante tanti poveri premano ai confini, la situazione rimanere sotto controllo. Ciò è favorito dal fatto che le persone tendono a raggrupparsi in gruppi della stessa estrazione sociale: Paperonissimi e Paperoni con Paperonissimi e Paperoni, Benestanti con Benestanti, Fragili con Fragili e Indigenti con Indigenti. Le persone appartenenti alle varie classi vivono in quartieri diversi, mandano i figli in scuole diverse, frequentano ristoranti, locali, alberghi, negozi, luoghi di villeggiatura, ospedali diversi. Ciò fa sì che vi sia una netta separazione tra classi sociali, al punto che chi sta meglio nella propria classe appare come un ricco ai suoi simili. Un Benestante risulta più ricco agli occhi di altri Benestanti perché possiede una casa con una sala più grande o meno periferica, perché si permette viaggi esotici, va a sciare, possiede una seconda casa, una bella automobile o una barchetta a motore al mare. Pertanto, è più facile che si provi invidia per il vicino di casa, piuttosto che per il miliardario fuori dalla propria vista. Questa divisione tra classi aiuta a mantenere bassa la conflittualità sociale, nonostante le grandi disuguaglianze e ingiustizie anche a livello di singolo Paese o area geografica.
Nel momento in cui i media puntano sempre più i riflettori sulla vita dei Paperonissimi e dei Paperoni e il mondo tende sempre più a ruotare intorno a questi, trasformando i Benestanti, i Fragili e gli Indigenti in spettatori dei loro grandi sfarzi e riducendoli sempre più a servitori di vario livello (dal direttore al lustrascarpe), il cui compito è soprattutto rivolto a far vivere i Paperonissimi e i Paperoni nel lusso, nel confort, nell’esclusività, in sicurezza, la differenza nella ricchezza tra classi diventa visibile, generando insoddisfazione, invidia, malumore, premesse per un accesa conflittualità. Cosa riserverà il futuro?

DIETRO FRONT



Il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è unito al Primo Ministro italiano Giorgia Meloni e al Presidente francese Emmanuel Macron nell’invitare l'Europa a riallacciare le relazioni con la Russia. Merz è stato un fervente sostenitore dell’Ucraina, ma ora afferma di considerare la Russia “un Paese europeo” e ha espresso la speranza di un ripristino delle relazioni tra Berlino e Mosca, come riportato da Die Welt il 15 gennaio. “La Russia è un Paese europeo”, ha affermato Merz, intervenendo a un ricevimento di Capodanno presso la Camera di Commercio di Halle-Dessau. Ha poi espresso la speranza di un riequilibrio delle relazioni con Mosca. Ha aggiunto che se l’equilibrio con la Russia potrà essere ripristinato a lungo termine e la pace prevarrà, l’UE e la Germania avranno superato un’altra prova.
 
*
L’ex Segretario Generale della NATO (in carica dal 2014 al 2024) Jens Stoltenberg ha invitato i paesi occidentali a “parlare con la Russia come un vicino. Dobbiamo discutere con la Russia della fine dei combattimenti in Ucraina, proprio come stiamo facendo noi, gli Stati Uniti e altri paesi. (...) Dobbiamo parlare con la Russia come un vicino”, ha affermato in un’intervista alla rivista Der Spiegel. Un ritorno al dialogo con la Russia è necessario, tra le altre cose, per la discussione sul controllo degli armamenti, ha osservato Stoltenberg. “Anche durante la Guerra Fredda siamo riusciti a limitare le armi nucleari, ma quell’architettura non esiste più”, ha affermato.
 
*
La copresidente di Alternativa per la Germania (AfD), Alice Weidel, ha messo in discussione l’ulteriore sostegno della Germania a Kiev alla luce del suo presunto coinvolgimento nelle esplosioni del Nord Stream. “La CorteSuprema Federale ha confermato i sospetti che il Nord Stream sia stato fatto saltare in aria dall’Ucraina”, ha scritto su X. “Questo attacco diretto al settore energetico tedesco deve avere delle conseguenze! Non possiamo sostenere chi ci attacca”.
Der Spiegel ha riportato giovedì che la Corte Suprema Federale tedesca ritiene “altamente probabile” che le esplosioni siano state effettuate “su ordine di uno Stato straniero”. La sentenza della Corte del 10 dicembre, citata dalla rivista, indica l’Ucraina come potenziale orchestratore. Questa conclusione è emersa durante un appello presentato dalla difesa del cittadino ucraino Sergey K., sospettato di coinvolgimento nelle esplosioni e attualmente detenuto in Germania dopo essere stato arrestato in Italia lo scorso anno.

 

LIBRERIA POPOLARE  
Poeti e poesia in Via Tadino 18 a Milano.





venerdì 16 gennaio 2026

È MORTO IL POETA “CICLISTA”
di Angelo Gaccione
 
Rinaldo Caddeo

Addio a Rinaldo Caddeo.
 
È morto improvvisamente mercoledì 14 gennaio a Milano il poeta e critico Rinaldo Caddeo. Non se lo aspettava nessuno di quanti lo conoscevano, perché Rinaldo lo conoscevano davvero tutti quelli che nei modi più diversi hanno a che fare con la poesia. Soprattutto io che avevo pubblicato su 
“Odissea” lo scorso 28 dicembre, quello che è stato forse il suo ultimo scritto. Anzi, no, perché nei giorni seguenti, e precisamente giovedì 8 gennaio alle ore 10,o4, mi aveva fatto una piacevole gradita sorpresa. Mi aveva mandato una nota sulla raccolta poetica Una gioiosa fatica accompagnata da questi due righi: Caro Angelo, questa è la nota che mi è venuta. Un abbraccio, Rinaldo”.

Avevo deciso di mandarla ad una testata amica appena mi fossi liberato di una serie di impegni ed incombenze varie, non escluse quelle attinenti alla salute. Invece ho tardato e la sua morte mi ha colto di sorpresa. Ma forse avrebbe voluto vederla su “Odissea”, anche se ora ho il rimorso di non averla pubblicata immediatamente su queste pagine. Ma come immaginare una morte così repentina? Quando lo vedevo, sempre spostandosi con la sua inseparabile bicicletta, non potevo che ammirare il suo fisico asciutto ed atletico da cui traspariva un’ottima salute. Rinaldo era un poeta ciclista, e da persona coerente con la sua visione, preferiva non gravare la città di emissioni tossiche; usava la sua energia umana, quella che possedeva nei suoi muscoli, pedalando da un luogo all’altro di Milano. Condividevamo lo stesso amore per il racconto breve e per l’aforisma: lui apprezzava i miei racconti, io i suoi. Ma aveva scritto ammirato anche della mia raccoltina: Poeti. Ventinove cavalieri e una dama che era stata pubblicata domenica 2 marzo del 2025 in prima pagina su “Odissea”. Se n’è andata una persona intelligente e mite e mancherà non solo ai suoi familiari a cui “Odissea” formula commosse condoglianze. I funerali si terranno domenica 18 alle ore 15. La camera mortuaria sarà allestita a San Siro, in via Amantea davanti al cimitero di Baggio.

  

Privacy Policy