UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 28 luglio 2026

MILANO ARTE MUSICA
A San Bernardino alle Monache con l’Ensemble Aurora


 

Questo giovedì 30 luglio alle 20.30, nella splendida cornice della Chiesa di San Bernardino alle Monache, accoglieremo l’Ensemble Aurora, guidato dal celebre violinista barocco Enrico Gatti, per il concerto Vater, Pate & Sohn. Padre, Figlio e Padrino. Il programma tornerà a indagare il “lessico famigliare” della famiglia Bach, fil rouge di questa ventesima edizione del festival, intrecciando l’opera e l’estetica di Johann Sebastian Bach a quelle di figure a lui molto vicine: il figlio Carl Philipp Emanuel e colui che, in virtù della grande stima nutrita nei suoi confronti, venne scelto da Bach come padrino del figlio stesso, Georg Philipp Telemann.



«È la coerenza la cifra distintiva del concerto odierno. Una coerenza profonda, cui ben si addice il riferimento trinitario del titolo del concerto (naturalmente absit iniuria verbis, soprattutto trattandosi di tre dei massimi autori di musica sacra del Settecento). L’intreccio tra queste figure di musicisti formidabili è un nodo avviluppato al punto tale che, pur mantenendo peculiarità distintive e personalità autonome, i percorsi biografici, le attività professionali e la scrittura musicale s’intrecciano e talora sovrappongono. Coesa e coerente è poi la scrittura specifica della musica da camera oggetto di questo concerto. Da un lato ci si concentra su un unico genere capitale della musica strumentale barocca: la sonata a tre/quattro, congegno formidabile che ha il proprio principio essenziale nel dialogo serrato tra strumenti melodici sul piedistallo del basso continuo: una dialettica inter pares, che rinuncia a eccessi di protagonismo, compensandoli con trame contrappuntistiche o pseudo contrappuntistiche di grande coinvolgimento. Circostanza non meno importante, la musica da camera è forse il campo in cui più prossimi sono gli usi comuni, più simile alle pratiche di padre e padrino quelle del figlio, che in altri campi (la produzione per la tastiera o per l’orchestra) è sicuramente più moderno e innovativo. La musica da camera rappresenta il versante più conservatore, cristallizzando un’immagine musicale compiutamente rappresentativa del Musizieren di ambito tedesco al termine del primo terzo del Settecento, sul crinale tra barocco e stile galante. Immagine che è al contempo un ritratto di famiglia in cui i profili tendono ad assomigliarsi, ad assumere appunto un’aria di famiglia: padre, figlio e padrino. In questo ritratto, la famiglia più celebre dell’intera storia della musica è allargata a un membro esterno ma prossimo. Georg Philipp Telemann fu infatti con ogni probabilità, nonostante la reticenza delle fonti documentarie, buon amico di Johann Sebastian, al punto da tenerne a battesimo il secondogenito maschio, Carl Philipp Emanuel, che proprio da Telemann prese il secondo nome. Il rito che si svolse il 10 marzo 1714 al fonte battesimale della Stadtkirche dei SS. Pietro e Paolo a Weimar sancì ben più che l’occasionale adempimento d’una socialità diffusa e tradizionale: strinse un vincolo di grande portata. Quando Telemann si spense nel 1768, dopo aver trascorso quasi cinquant’anni come direttore musicale delle cinque chiese principali di Amburgo, quella carica prestigiosa passò all’ormai non più giovane figlioccio, che lasciò volentieri il servizio Federico II di Prussia per succedere al padrino, accingendosi ad animare altri gloriosi vent’anni di vita musicale amburghese. Il repertorio bachiano in programma ci conduce a una terza città comune, la Lipsia in cui Telemann aveva studiato e dove Johann Sebastian ricopriva la carica di direttore musicale cittadino del tutto analoga a quella dell’amico ad Amburgo. A Lipsia nel 1729 Johann Sebastian era stato nominato alla testa di quel Collegium Musicum che Telemann aveva rifondato ancora studente nel 1702. Il complesso, che Bach avrebbe diretto nel periodo 1729-1737 e poi ancora tra il 1739 e il ’41 (se non fino al ’46), teneva con cadenza settimanale una stagione concertistica in piena regola, denominata Ordinaire Concerten, presso le due sedi del Cafè Zimmermann. Per quell’incombenza occorreva un rifornimento costante e cospicuo di musica da camera, cui Bach e la sua cerchia provvedevano anche in proprio. A un tale approvvigionamento corrispondono perfettamente le pagine in programma, che possiamo agevolmente immaginare eseguite in quel contesto di socialità cittadina in qualche misura, mutatis mutandis, analoga alla nostra. Il Concerto in mi minore TWV42: e7 di Telemann ci è tramandato da una copia preparata dal compositore della Corte della vicina Dresda Giovanni Alberto Ristori, a testimonianza del consumo di quel repertorio in un consesso cortigiano tanto illustre. L’altro titolo di Telemann è collocato in apertura della raccolta di sei Quadri, noti anche, impropriamente, come Quartetti di Parigi, pubblicata dal compositore (anche editore in proprio) ad Amburgo nel 1730. Agli anni Trenta, quelli della direzione bachiana del Cafè Zimmermann, rimandano anche due delle tre pagine bachiane, le Sonate in Sol maggiore e in re minore. Pagine, la prima peraltro esistente anche in una versione per violino e basso, per cui è fortemente dubbio se si tratti di parti di un unico autore oppure di prodotti dell’operosissima officina bachiana, brulicante di figli e allievi. Qualunque ne sia la paternità, Carl Philipp Emanuel Bach rivide la Sonata in re minore nel 1747 alla Corte di Federico il Grande di Prussia, dove ci conduce il lavoro monumentale che corona il concerto. In particolare, alla visita che Bach sessantaduenne fece al figlio Carl Philipp Emanuel, proprio nel 1747, alla reggia di Postdam. In quell’occasione il re propose a Bach un tema su cui il compositore, rientrato a Lipsia, ideò e diede alle stampe la singolare raccolta eterogenea dell’Offerta musicale, che contiene appunto, accanto a due vertiginosi ricercari per tastiera, una serie di canoni e la nostra sonata a tre, espressamente concepita per il flauto traversiere, strumento prediletto e praticato dal sovrano». (Raffaele Mellace)

Enrico Gatti


Marcello Gatti


Cristina Vidoni

           

Anna Fontana


PROGRAMMA
 
Johann Sebastian Bach  

Carl Philipp Emanuel Bach                   
Sonata a tre in Sol maggiore BWV 1038
per flauto traversiere, violino discordato e basso continuo
Largo - Vivace - Adagio - Presto
 
Georg Philipp Telemann                    
Concerto a tre in Mi minore TWV42: e7                                           
Largo - Allegro - Largo - Allegro
  
Carl Philipp Emanuel Bach              
Sonata a tre in Re minore Wot.145                                       
Allegretto - Largo - Allegro
 
Georg Philipp Telemann                    
Concerto I in Sol maggiore TWV 43: G1
(da Sei Quadri, Amburgo 1730)
Grave / Allegro / Grave / Allegro-Largo / Presto / Largo-Allegro
 
Johann Sebastian Bach             
Sonata sopr’il Soggetto Reale
à Traversa, Violino e continuo
(da Musicalisches Opfer, BWV 1079)
Largo - Allegro - Andante - Allegro
 

ORGANICO
Marcello Gatti - flauto traversiere          
Enrico Gatti - violino            
Cristina Vidoni - violoncello          
Anna Fontana - clavicembalo        


 
INFORMAZIONI
Associazione Culturale La Cappella Musicale
via Vincenzo Bellini 2 - 20122 Milano
tel 02.76317176 | 3392697178       
e-mail mail@lacappellamusicale.com  
sito www.milanoartemusica.com
 

BIGLIETTI
Intero: 18,00 €
Ridotto (Under26 e gruppi di minimo 10 persone): 12,00 €
Gratuito: Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto sospeso: regala un biglietto! Sarà destinato agli utenti dei servizi sociali del Comune di Milano
 
Punti vendita:
online (con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
sul posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto
presso Associazione Culturale La Cappella Musicale
Lunedì dalle 15.00 alle 18.00
Mercoledì dalle 10.30 alle 13.30
Si consiglia l’acquisto in prevendita    
È gradito il pagamento elettronico 

   
SEDE
Chiesa di San Bernardino alle Monache
Via Lanzone, 13
MM De Amicis e Sant’Ambrogio, tram 2, 3, 14, bus 58, 94

STATI GENOCIDI
di Craig Mokhiber - ex funzionario delle Nazioni Unite
 



La notizia che, proprio nel bel mezzo del genocidio in corso in Palestina, il Parlamento tedesco stia approvando questa settimana una legge che criminalizzerebbe le dichiarazioni che negano il "diritto all'esistenza" di Israele, punibili con una pena fino a cinque anni di reclusione, non ha sorpreso praticamente nessuno. Dopotutto, questo è il Paese che ha perpetrato il genocidio prima in Namibia e poi in Europa, e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente in Germania chiunque osi alzare la voce contro quest'ultimo genocidio. Di fatto, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco gode ora del dubbio onore di essere tra gli Stati più asserviti agli interessi sionisti e tra i più corrotti dall'ideologia sionista.
Lo Stato tedesco ha persino una politica ufficiale (Staatsräson) che sancisce il suo impegno a perpetuare il regime israeliano, richiedendo una dichiarazione formale del "diritto di esistere" di Israele per acquisire la cittadinanza tedesca. (Non è richiesta alcuna dichiarazione simile riguardo al diritto di esistere della Germania). Ma l'affermazione che il regime israeliano non abbia diritto di esistere non è semplicemente un'opinione legalmente protetta. È anche una verità dimostrabile, sia dal punto di vista fattuale che legale. Naturalmente, l'affermazione che Israele "abbia diritto di esistere" è sempre stata una totale assurdità, poiché priva di qualsiasi fondamento giuridico o fattuale. Ma questa affermazione sionista suona familiare a innumerevoli persone in Occidente, perché è stata ripetuta con una frequenza senza precedenti come pilastro della propaganda sionista, perché è stata pronunciata incessantemente da politici occidentali che ricevono tangenti dalla lobby israeliana e perché è stata ampiamente diffusa da società mediatiche allineate con Israele e incaricate di proteggere obbedientemente l'impunità del regime.



Chiediamoci se abbiamo mai sentito un ritornello simile, che rivendicasse il diritto all'esistenza dell'Italia, del Canada o, nel caso in questione, della Germania. Eppure, si afferma costantemente che il regime israeliano (e solo il regime israeliano) in qualche modo possieda tale diritto. La conclusione più ovvia è che il regime e i suoi rappresentanti in Occidente si sentano così profondamente insicuri circa la legittimità dello Stato israeliano, data la sanguinosa storia della sua fondazione ed espansione, entrambe condotte al di fuori dei limiti della legge, da aver ritenuto necessario imporre un'ortodossia forzata (e fittizia), radicata nell'idea di eccezionalismo israeliano e nella nozione di impunità garantita dallo Stato. Ma tale diritto non esiste nel diritto internazionale. Assolutamente no.
 
Fatti scomodi
In realtà, quando misi piede per la prima volta nelle sale delle Nazioni Unite negli anni '80, esistevano molti Stati che non esistevano più quando me ne andai nel 2023. L'URSS, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Germania dell'Est, il Tanganica, Zanzibar e la Repubblica Araba Unita avevano forse un "diritto di esistere"? No. E nemmeno Israele. Gli Stati nascono e muoiono, ma nessuno di loro ha un "diritto di esistere". Di fatto, questo è innegabile. Eppure, alcuni continuano a ripetere a pappagallo l'invenzione sionista priva di fondamento secondo cui il regime israeliano possiederebbe in qualche modo tale diritto; altri lo accettano senza porsi domande; alcuni (come la Germania) cercano persino di costringere gli altri a dichiararlo; e altri ancora proibiscono qualsiasi tentativo di contestare questa menzogna. Non esiste un "diritto di esistere" per gli Stati secondo il diritto internazionale. Israele non può, quindi, rivendicare tale diritto. Certo, gli Stati hanno alcuni diritti. Ad esempio, gli Stati hanno generalmente il diritto all'uguaglianza sovrana, all'integrità territoriale e all'autodifesa ai sensi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ma anche questi diritti, normalmente concessi agli Stati, sono soggetti a condizioni e limitazioni, molte delle quali precluderebbero la rivendicazione di Israele. Ad esempio, la Corte Internazionale di Giustizia ha ripetutamente stabilito che Israele non ha il diritto di invocare l'autodifesa nei suoi attacchi contro i territori palestinesi occupati. (In sostanza, non si può entrare con la forza in casa di qualcuno e poi rivendicare il diritto all'autodifesa quando il proprietario oppone resistenza). In secondo luogo, a parte quelli concordati nei trattati firmati con l'Egitto (1979) e la Giordania (1994), Israele non ha nemmeno confini definiti. Gran parte del territorio rivendicato e occupato dal regime israeliano è territorio su cui lo Stato di Israele non ha alcuna pretesa legale, mentre altri territori rivendicati come parte dello Stato sono a loro volta oggetto di controversia.



Il regime non può avanzare alcuna pretesa legale di integrità territoriale sui territori illegalmente occupati nel 1967 e successivamente, tra cui Gerusalemme Est, Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan. La sua "Linea Verde" del 1949 con Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza non è un confine internazionale, bensì una linea di armistizio intesa unicamente a separare le forze in combattimento. Il regime non può rivendicarla come confine legittimo. Inoltre, poiché il divieto di acquisizione di territorio con la forza è una norma imperativa (jus cogens) del diritto internazionale e un obbligo vincolante ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, lo Stato di Israele non può rivendicare nessuno di questi territori come parte del proprio territorio legittimo.



Di fatto, la Commissione di diritto internazionale ha stabilito che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora in poi. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati. 
Anche i territori rivendicati dalle forze sioniste nel 1947 nell'ambito del piano di spartizione delle Nazioni Unite sono soggetti a contestazione legale. Dato questo fatto, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite non aveva alcuna autorità, né in base alla sua Carta né, più in generale, in base al diritto internazionale, per ignorare la volontà dei popoli indigeni o per creare uno stato colonialista di insediamento. Allo stesso modo, le forze sioniste non avevano alcun diritto, anche in base al diritto internazionale, di negare al popolo palestinese il diritto all'autodeterminazione o di acquisire territori con la forza. Infatti, la Commissione di Diritto Internazionale ha affermato che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati.



La Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito questo principio in relazione alla presenza del regime israeliano nei territori palestinesi occupati anche nel 2024, quando ha concluso che l'occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è del tutto illegale e che lo Stato di Israele deve porvi fine rapidamente e completamente. Ha inoltre affermato che tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere la presenza di Israele in questi territori e di adoperarsi per porvi fine. Pertanto, poiché Israele non ha un territorio definito, le sue pretese legali di integrità territoriale sono significativamente limitate. E senza confini riconosciuti (e qui non si parla di una controversia di confine di minore entità, ma piuttosto della mancanza di definizione della maggior parte del territorio statale), gli manca persino un criterio fondamentale per il riconoscimento come Stato. Attualmente, quasi trenta Stati membri delle Nazioni Unite in Africa, Asia e America Latina (compresi alcuni dei suoi vicini geografici più prossimi) non riconoscono lo Stato di Israele, mentre altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il regime durante il genocidio in corso.


 
Il Governo criminale di Israele

Non c'è sovranità senza uguaglianza.
Infine, senza una sovranità legittima, non può esserci alcuna pretesa di uguaglianza sovrana. Nel diritto internazionale, la sovranità non appartiene agli Stati, ma ai popoli. Il regime israeliano si proclama "Stato ebraico" e afferma di rappresentare il suo popolo. Ma non rappresenta gli interessi delle popolazioni non ebraiche (palestinesi musulmani e cristiani) che vivono in quel territorio o che hanno il diritto di viverci e di far parte della legittima comunità politica di quel territorio. Lo Stato etnonazionalista di Israele può anche affermare di rappresentare 7,2 milioni di cittadini (ebrei). Non può, in modo credibile, affermare di rappresentare i quasi 16 milioni di palestinesi che hanno il diritto di far parte della comunità politica di quella terra. Di fatto, anche se il regime dovesse insediare con la forza tutti gli ebrei del pianeta in quella terra, rappresenterebbe comunque solo una minoranza della popolazione, rispetto alla maggioranza palestinese. La stragrande maggioranza delle persone che hanno il diritto di far parte della comunità politica ne è esclusa in vari modi: esclusa dalla rappresentanza paritaria (i palestinesi del 1948), esclusa da qualsiasi tipo di rappresentanza (i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) o addirittura esclusa dalla possibilità di esercitare il proprio diritto legale al ritorno e alla partecipazione (i palestinesi della diaspora).



Nemmeno Israele può rivendicare una legittima autorità di governo. Questo perché il diritto internazionale stabilisce che "la volontà del popolo è alla base dell'autorità del governo", che deve essere "espressa mediante elezioni periodiche e genuine, a suffragio universale e paritario". Escludere milioni di abitanti autoctoni del territorio sulla base di criteri etnonazionalisti costituisce una violazione paradigmatica di questo requisito. Pertanto, il regime israeliano non può rivendicare una legittima autorità di governo. La Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente affermato che il regime non ha tale autorità a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma le condizioni ineguali imposte alla popolazione palestinese all'interno della Linea Verde, e la totale esclusione di coloro che vivono nella diaspora, rendono questa argomentazione ugualmente applicabile al resto della comunità palestinese. E senza tale autorità, il regime non può rivendicare una legittima sovranità. Allo stesso modo, la condotta illegale del regime è in contrasto con le sue rivendicazioni di sovranità, poiché le moderne concezioni di sovranità includono un elemento di responsabilità (soprattutto per quanto riguarda il rispetto del principio di non aggressione, dei diritti umani e del diritto internazionale), che un regime genocida e di apartheid, caratterizzato da una storia continua di aggressioni, omicidi, crimini contro l'umanità e una cronica incapacità di conformarsi alle sentenze del diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite, non può affermare di aver rispettato.



Dai diritti illusori ai doveri reali
Pertanto, sia dal punto di vista giuridico che fattuale, il regime israeliano non ha alcun "diritto di esistere". Ma l'analisi non dovrebbe fermarsi qui. Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere. La comunità internazionale degli Stati ha l'obbligo di cessare di riconoscere il regime, isolarlo e lavorare per il suo smantellamento e la liberazione del popolo palestinese. Chiaramente, nessuno oggi sosterrebbe che la Germania nazista, il Sudafrica dell'apartheid , la Francia di Vichy o i Khmer Rossi della Kampuchea avessero un "diritto di esistere". Né accetteremmo argomentazioni a favore di regimi coloniali perpetui in Algeria, India, Namibia o Kenya. Per le stesse ragioni, nessuna argomentazione giuridica (o morale) potrebbe giustificare un diritto di esistere per Israele sionista. Al contrario, il diritto internazionale richiede che, quando le violazioni di norme imperative del diritto internazionale sono parte integrante della creazione, espansione e mantenimento di uno Stato (come è accaduto nella Namibia e nella Rhodesia dell'apartheid), tali entità non debbano essere riconosciute o accettate come Stati legittimi e non debbano ricevere alcun aiuto.



Il passato di Israele è inequivocabile. È stato fondato sulla violazione di due norme imperative ( jus cogens ): il diritto dei popoli del territorio all'autodeterminazione e il divieto di acquisire territori con la forza, nonché sui due crimini più gravi previsti dal diritto internazionale: genocidio e aggressione. Da allora, si è rifiutato di consentire il ritorno dei rifugiati e di concedere loro un adeguato risarcimento, intensificando progressivamente la sua politica di sfratti illegali, furto di terre e colonizzazione. Le Nazioni Unite e tutte le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno concluso che il regime israeliano è colpevole di apartheid e segregazione razziale, occupazione illegale, crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio. Il regime è attualmente sotto processo per genocidio dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, accuse che la Corte ha ritenuto sufficientemente plausibili da emettere una serie di provvedimenti cautelari (tutti ignorati dal regime). La stessa Corte ha dichiarato il regime colpevole di occupazione illegale, negazione forzata del diritto all'autodeterminazione, acquisizione illegale di territorio con la forza, crimini di guerra, apartheid e segregazione razziale. Inoltre, la Corte penale internazionale ha incriminato i leader del regime per crimini contro l'umanità. Nel corso dei suoi ottant'anni di esistenza, il regime israeliano ha detenuto il dubbio primato di essere il Paese al mondo che ha violato il maggior numero di risoluzioni delle Nazioni Unite e sentenze della Corte internazionale di giustizia.



Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora in poi. Affermare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana.



Oggi, il regime occupa illegalmente la Palestina, il Libano e la Siria, attacca il Libano, la Siria, l'Iran, lo Yemen e altri paesi, e perpetra un genocidio in Palestina. Ha compiuto assassinii in tutta la regione e ha ammesso (anzi, si è vantato) di aver perpetrato attacchi terroristici transnazionali utilizzando cercapersone carichi di esplosivo in Libano. Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora. Dichiarare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana. E la minaccia che rappresenta si estende ben oltre la Palestina. Il regime israeliano è governato da un'ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e biologiche. Ha varato politiche che impongono l'omicidio di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l'assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l'Opzione Sansone). Le sue spie operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l'Occidente. Un regime del genere ha forse il "diritto di esistere"? No. Anzi, smantellare questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l'umanità.

lunedì 27 luglio 2026

NECESSITÀ DEL PACIFISMO
di Gabriele Scaramuzza
 


È uscita da non molto questa ricerca di Roberto Della Seta: Pacifismi. Storia  plurale di un’idea controversa (Mimesis ed. 2025,  pagine  416, € 28), un significativo contributo alla riflessione sul pacifismo – una riflessione di cui si sente oggi particolarmente bisogno. Il pacifismo non è un’idea univoca, che tutti sanno cosa sia senza doversi porre domande in proposito. È un termine complesso, talvolta contraddittorio, arduo nella sua storia millenaria. Con esso ci si deve in concreto misurare, se non si vogliono rasentare pericolosi equivoci, proclami di per sé controproducenti. Taluni lo hanno fatto, meritoriamente, efficacemente. Anche se non frontalmente, nella sua ormai lunga storia “Odissea” lo ha tentato, nei multiformi contributi che ha pubblicato. Ed è una delle tante cose di cui dobbiamo esserle grati. Il libro di Della Seta dovrebbe costituire un utile incentivo a che si riprendano le fila di un tema decisivo - liso soprattutto dai recenti sviluppi, temibili, della nostra vicenda storica. L’aggressività, la violenza, le sopraffazioni dei poteri forti, sono purtroppo una costante della storia. E costante è l’opposizione, sacrosanta e ragionata, a esse. Da perseguire, qualunque sia il suo esito storico. 

  

CON LA PACE NON CON I POTENTI



Gentile Sig. Gaccione,
il nostro Arcivescovo ha letto con attenzione il messaggio che gli ha inviato a riguardo alla sua Lettera ai potenti della terra e la ringrazia di cuore per la sensibilità dimostrata nei suoi confronti e per il pensiero che ha scelto di condividere con lui.
Ciascuno di noi, anche nelle piccole cose, può farsi portatore di giustizia e di bene, contribuendo a far fiorire attenzione e sensibilità per la difesa della dignità umana e per la causa della pace.
Impegniamoci a essere segno di speranza. Operiamo la giustizia. Seminiamo fraternità.
E vedremo insieme germogliare la pace.
Nel salutarla con gratitudine, le auguriamo buona domenica.

Segreteria Arcivescovo don Mimmo Battaglia
[Napoli, Sabato 25 luglio 2026]   

NEL SILENZIO DEL MONDO
A Foggia per Gaza










domenica 26 luglio 2026

TACCUINO LOANESE
di Angelo Gaccione


San Giovanni Battista

Cosa c’è di più ammirevole di chi mostra attaccamento affettivo per la propria terra e con passione cerca di trasmettere agli altri questi sentimenti, orgogliosa del meglio che essa possiede, per fare in modo che chi non vi è nato e si trova a visitarla, possa riceverne una parte e condividerla? Da parte nostra far propria quella bellezza significa conoscerla più in profondità, capirla, per averne cura e custodirla. L’amministrazione di una città consiste nella cura che ciascuno ne fa per la sua parte” ha scritto Licurgo in Contro Leocrate, ogni amministratore pubblico dovrebbe fare tesoro di questo insegnamento, e Patrizia Mel, maestra di inglese e membro del Centro Turistico Giovanile di Loano, la sua parte la fa molto bene. 


Patrizia Mel


È tornata a viverci nella sua città e si è messa a disposizione come Simona Betton, come Barbara Matteoni, come Emy Rossi, come Giovanni Orso e tutti gli altri volontari della benemerita associazione che, da innamorati quali sono, della propria città, conducono noi turisti e visitatori ignari e spesso disattenti, a guardare per vedere; a conoscere per innamorarcene un po’ anche noi. Ho un’ammirazione sconfinata per gente così: è il vanto di un luogo e di una nazione di cui si può andare fieri.


Barbara, Patrizia, Giovanni
 
Devo alla visita guidata gratuita del CTL che generosamente mi ha accolto, tenuta da Patrizia Mel, se dopo oltre quarant’anni che vengo in questa stupenda cittadina del ponente ligure, ho potuto cogliere una serie di aspetti storico-artistici che mi erano sfuggiti, nonostante la mia irrefrenabile curiosità di scrittore che l’ha girata in lungo e in largo. E si sa, molte cose “si nascondono” e spesso ti vengono incontro in modo inaspettato. Non avevo, ovviamente, trascurato di guardare in alto nel mio girovagare: Loano come altre città di mare, ha un centro storico fatto di case che tendono verso l’alto ed è proprio levando lo sguardo in alto – e non solo sulle prospettive orizzontali di quell’affascinante e stordente intrigo che è la trama urbana dei caruggi (a proposito, non azzardate ad usare il termine budello al posto di caruggio perché la Mel vi fulminerà) – che farete delle singolarissime scoperte. Patrizia Mel me ne ha fatto scoprire altre ancora e gliene sono grato.
 


Ma soffermiamoci un momento sulla parola caruggio. Sono uno scrittore e sono un maniaco delle parole. Patrizia accogliendo il suggerimento di alcuni studiosi, le attribuisce un’origine araba (kharuj), uscita. Potremmo azzardare un’ipotesi di questo tipo e non sarebbe incoerente: una via d’uscita verso il mare. Anche la parola francese charriage nel suono le corrisponde, e una via per il transito di carrozze non sarebbe del tutto da trascurare. Anche in inglese esiste il termine carriage, mentre nella mia lingua dialettale il termine cariggi, indica chiaramente una “strada” su cui transitavano carri. Carri contadini, carri modesti, non carrozze per signori.


Palazzo Comunale
 
Ma torniamo al prezioso tour guidato dalla signora Mel. Non avevo mai notato che la facciata in alto della casa del capitano dei Doria nel caruggio di via Ricciardi al numero 2 e sul cui sopra-porta campeggia in stampatello maiuscolo la scritta latina et otio et labor fosse stata tutta affrescata, come si intravvede dalle tracce ancora visibili. Ed avevo dimenticato che “Il Fornetto” di via Richeri 47 dove compravamo della magnifica focaccia l’anno in cui abbiamo villeggiato occupando un’abitazione in via Stella, fosse del 1917. 


Palazzo del Capitano

Non mi era mai capitata la felice sorpresa di conoscere e visitare il laboratorio dell’artista Cesare Guidotti in piazza Palestro al numero 4, dove realizzava le sue straordinarie maschere per il teatro della Commedia dell’Arte e le sue sculture in cuoio e legno. Una visita graditissima che davvero mi mancava, e che la moglie dello scultore scomparso e il CTG hanno favorito con questa felice collaborazione. Se riuscirete a visitarla, questa bottega artigiana da sapore medievale, vi troverete immersi in un’atmosfera d’altri tempi, affollata com’è di oggetti curiosi, ferri del mestiere, opere, foto, ricordi, documenti… e persino un teatrino di marionette. 



Guidotti, figlio d’arte, si è premurato di dipingere le ante delle porte. Chissà quante volte mi è accaduto di passarvi davanti, trovandolo chiuso, quando sciamavo tra i quattro caruggi che intersecano la piazzuola, o per andare in Piazza Italia per guardare le tavole delle due chiese, salire le gradinate del Palazzo Comunale per andare ad incantarmi al mosaico pavimentale monocromatico di epoca romana, dove anche questa volta ci ha portati Patrizia Mel con il suo tour.
 


Confesso che il piacere maggiore l’ho sempre trovato girando da solo per ammirare le volte che uniscono le case, i contrafforti che le sorreggono, le piazzuole grandi e piccole che come una sorpresa ti si aprono davanti all’improvviso e dove la luce magicamente ricompare mentre hai appena attraversato caruggi e caruggetti orbi; ammirato i tromp l’oeil, le decorazioni delle facciate delle case, le persiane dal bel colore verde disegnate accanto a quelle vere in legno, l’infinità di locali e localetti di ogni sorta, e le tavolate disposte in ogni vicolo nel cuore dell’estate. Tante cose ci ha fatto conoscere Patrizia, altre le avevo viste da me: la strabordante processione con i portatori dei Cristi lignei barocchi con le scintillanti raggiere e i decori laminati, dove sfilano le confraternite addobbate delle loro cappe bianche e turchine; il carnevale loanese, le sagre ed altro ancora. 



Mi ero anche fatto il tour personale delle lapidi. Da quella affissa sulla facciata della casa di Maria Rosa Nicoletta Raimondi madre di Garibaldi, ai caduti partigiani che a Loano hanno avuto il loro martirio. Mi era sfuggita quella del religioso Giuseppe Valerga che nato a Loano divenne patriarca di Gerusalemme. Patrizia Mel ci ha condotto davanti alla sua casa, una casa modesta, ma lui si fece onore e onore ha reso alla città.


 
Insomma, una visita ricca e partecipata, ma, segno dei tempi, assolutamente senza la presenza di un solo giovane, come avviene per le cose che hanno un valore. Ne avessi visto uno, o una, almeno per un giorno mi sarei riconciliato con il traffico e l’insopportabile rumore di auto e moto che assedia il lungomare di corso Roma e che risalendo la piazza Mazzini si prolunga sul corso Europa.



Non potrei chiudere questo taccuino loanese senza ricordare la deliziosa pinza alla pala alla romana del Workshop di via Damiano Chiesa n. 5, e i gelati e le granite, soprattutto quella al gelso nero, del laboratorio dei simpaticissimi e generosi Maurizio Ferrara e Admira Dzukic. Si tratta della gelateria Rino con l’ingresso da via Ghilini al numero 29. 



Torre dell'Orologio

Potete gustarvele seduti sulle panchine di piazza Massena che cingono un verdeggiante olivo, o percorrendo lemme lemme il caruggio principale dove si concentra il passeggio serale. Fino alla Torre dell’Orologio, la cinquecentesca Porta di Passorino, come faccio io.


ALBUM



















Lapide per Stefano Carrara


Veduta di un caruggio


Una delle caratteristiche volte 


Facciata di una storica pizzeria


Lapide per il partigiano Boragine


Loano contro la guerra






Maurizio Ferrara


Admira con amica

                                                
Simona Berton discute

Simona informa


Barbara promuove Loano


Orso in primo piano


Patrizia è pronta














Non vi deluderà

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