UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 5 luglio 2026

LE CINQUE VIE DI MILANO
di Angelo Gaccione


Motivi per essere affezionato alle cosiddette Cinque Vie ne ho molti: motivi sentimentali, motivi letterari, motivi artistici, motivi politici e forse altri ancora. Vi giro di continuo, quasi sempre da solo, e da un numero oramai incalcolabile di anni. Le Cinque Vie sono il cuore di Milano, non come Piazza del Duomo, naturalmente, ma sono un cuore dentro il cuore, e i gioielli si nascondono qui, a pochi passi dal caos, tra le sue strette vie, tra i suoi piccoli slarghi. Via Santa Marta, Via del Bollo, Via Bocchetto, Via Santa Maria Fulcorina, Via Santa Maria Podone, un incrocio a stella, una trama geometrica che annoda fili come una ragnatela, e in questa ragnatela io mi lascio catturare tutte le volte.


Via del Bollo. Le lapidi dei partigiani 
pessimamente tenute

Le lapidi dei partigiani caduti in via del Bollo, la targa in memoria del poeta e studioso della lingua milanese Gaetano Crespi in via Santa Maria Podone, sotto il balcone della casa dove visse e morì. 


La casa di Gaetano Crespi

Lo scheletro inquietante e ammonitore della casa bombardata durante la Seconda guerra mondiale rimasto in piedi fino alla recente sconsiderata decisione di farle sparire tutte queste vestigia, come se la guerra, le devastazioni, i morti non ci fossero mai stati. La sede di un movimento extraparlamentare che negli anni Settanta del Novecento segnò a fondo la mia generazione. L’atelier d’arte che ebbe vita effimera, ma diede materia abbondante ai racconti del volume Sonata in due movimenti che in quelle strette vie hanno preso vita. 


L'ingresso di casa Borromeo

Gli appuntamenti nelle ore più insolite in piazza Borromeo, davanti a spiazzi ed a portoni; le soste, le follie amorose, le anime sommate ad anime che provenivano da altri luoghi, da altri mondi, da altre lingue… a vagare tra quelle arterie, a scorrervi come sangue che scorre dentro vene, a pulsare forte come pulsavano i nostri cuori… e poi la mia solitudine di scrittore che ha bisogno di silenzio per potere immaginare i secoli, le vite dentro quei palazzi, fissare un verso che arriva improvviso come uno svolazzo di rondini, che ti sorprende dove meno te lo aspetti.

TI AMO POPOLO CHE SOFFRI
di Zaccaria Gallo


Mutilato dalle armi di Israele
il popolo di Dio

Dal ventre oscuro e fresco della terra,
 dall’anfora conservata con il cibo della libertà,
 nella notte folle della follia dei potenti,
 tintinneranno i venti,
 scompiglieranno i petali di tutti i papaveri del mondo
 e gemeranno i morti ammazzati
 che sognano risvegli senza più pianti.
 
Giace l’ora dell’umanità nel sangue e nel dolore
e le ferite hanno un canto che reclina lontano
la speranza e il desiderio.
 
Ma verrà il tempo della mietitura,  
per parlare al cuore di chi vive la pace.
L’ombra del lupo e del leone feroce  
si spegnerà in quella luce partigiana.
 
 E s’uniranno belle fate a danzare,
come stelle, sui fili d’erba del prato dell’amore:
le guarderemo, sorelle,
per tutto il lungo giorno dell’assenza di guerra.
 
Ti amo popolo che soffri.

 

 

POESIE CIVILI
di Francesco Macciò


 
Sai, oggi è il 25 Aprile
 
Sai, oggi è il 25 aprile. Sulle pagine
di facebook incombono le immagini
di chi canta Bella ciao dai balconi
o davanti allo schermo di un computer.
Non è una canzone partigiana,
obietta qualcuno, ma un’invenzione,
un inno guerrillero che irrompe
perfino nella Casa de papel.
La filologia però ha partita persa
se un simbolo la distanzia e s’avvera.
Ricordo le battaglie elettorali,
la vernice scarlatta sui muri
e un controcanto che non capivo,
Fischia il vento, e il vento nella zuffa
tra rossi e neri continuava a fischiare
fino a quando divenne rosso-sangue
quella rossa primavera.
Solo allora, raschiato dai muri,
quel canto si strozzò in gola
tra strategia e strage,
lotta armata e resistenza.
 
Sai, nello stordimento generale
le cose non sono molto cambiate.
Non s’è conclusa questa bufera,
ma dura la memoria di chi muore
combattendo, vittima
e carnefice di una stessa guerra.
Non finirà neppure la paura
in questo nostro tempo gramo
che penetra nella carne e nelle ossa.
Oh, com’è lontano il sacrificio
di chi spezzando il proprio corpo
ha sconfitto la morte con la morte.
 
*
Il poeta
a Tomaso Kemeny
 

Tomaso Kemeny

Non sta a destra o a sinistra,
il poeta sta sopra.
Con un occhio guarda la terra
e con l’altro la volta celeste
che custodisce e sostiene la terra.
 
Punta in alto, prendi bene la mira.
Colpisci quel solco di luce fioca
e ardente.

MATERNITÀ NEGATA
di Anna Rutigliano


 
La maternità è questione complessa, intima, delicata, sulla quale argomentare, tanto più, quando si tratta di maternità negata, sofferta, costretta all’aborto, non solo per via delle convenzioni e pressioni socio-politiche circostanti, ma, soprattutto, per il mancato reciproco desiderio di paternità da parte dell’uomo, un ufficiale tedesco, di cui la poetessa berlinese Gertrud Kolmar, di origine ebraica, si innamorò, spingendola a pensieri di depressione e suicidio. La Kolmar visse sul proprio corpo, sulla propria pelle, un’esperienza dolorosa tale che riuscì a mutare il seme dell’amore mai sbocciato, mai venuto alla luce, in versi intensamente spirituali, riconosciuti dalla critica letteraria, solo in età postuma, se per Spirito intendiamo, nell’ottica filosofica di Mancuso, la consapevolezza ed il coraggio di essere liberi, staccandosi dalle proprie paure e dedicandosi, non senza patimento e dolore, a qualcosa di cosmicamente elevato: il valore dell’amore per la vita. Il desiderio di maternità della poetessa, che mai si realizzò, divenne la forza propulsiva d’amore per insegnare ai bambini disabili, per prendersi cura di sua madre, malata di cancro e per rimanere al fianco di suo padre anziano piuttosto che esiliare, al pari dei suoi tre fratelli, sino all’infausto giorno della deportazione di entrambi, rispettivamente nei campi di concentramento di Theresienstadt e di Auschwitz.
Di seguito, propongo la traduzione della poesia Weide (Salice), appartenente alla raccolta poetica Mein Kind (Mio figlio), composta dalla Kolmar fra il 1927 ed il 1932, in cui elementi magici dell’antica poesia celtica ( il salice era albero caro alla dea celtica Brigid, protettrice dei poeti e dei guaritori) si mescolano ad episodi biblici (si pensi al riferimento all’esilio babilonese del salmo 137) e a visioni primordiali della natura, in cui armonizzarsi, per confluire nello spazio infinito dell’Universo (mitten ins strömende All).


 
 
Salice


Su di te il canto mio di pioggia,
getto di polvere lucente
e tu potrai sotto adagiarti
col dolce fogliame,
giovane salice, tenera treccia
che si disseta dallo specchio
colmo di misere lacrime notturne
e sfavillante.
Umiltà di morbide e fluide ciocche,
capo lentamente sospinto,
che confida nei cerchi dei cigni reali,
nei loro silenzi;
sorridendo ti spuntano increspature
dai capelli , bambino,
se posso cullarti e avvolgerti
 con delicatezza in un vento blu Nilo.
Tu cresci profondo da terreni fangosi
al cristallo della sorgente,
la radice ti spinge dal peccato
nel mezzo del fluire cosmico.
La inghiottirà una lontra
in velenosa morsa,
attorno a te voglio tempeste sollevare,
Veli, che ho strappato,
ti conducono, Madre, sull’acqua
nelle mie tenebre.

(Trad. it. a cura di A. R.)

LIBRI
di Carlo Di Legge


Raffaele Urraro

Quando scrivo sono sorvegliato a vista
dai grandi poeti del presente e del passato
.
 
Raffaele Urraro nei suoi testi poetici ricerca sempre, nonostante sia uomo colto, direi erudito, modalità semplici e accessibili del dire, forse un ripiegarsi quasi religioso verso quel che è significativo in esistenza, un voler conservare i giorni della fanciullezza. Uno di quei modi di dire e di pensare è che le cose abbiano un lato oscuro e, quindi, uno in luce, secondo l’antica opposizione /dialettica che scandisce i nostri modi di vedere le cose. Tale il titolo del libro: il concetto degli opposti compare tra l’altro in un testo intitolato “Il chiaroscuro della luna”, che in aggiunta è detto inquietante. Ma nella sua nota a inizio di libro, l’autore pone il difficile problema: se cercare il lato oscuro della realtà ci è dato solo tramite la parola, davvero noi troviamo il senso delle cose in generale? E pochi come lui, che si occupa della parola da esperto della classicità e di antiche letterature, possono offrire una risposta di grande, semplice buon senso: “ci accontentiamo di scoprire quello che ci appare come tale” e ciò che ci propizia un sorriso: le stelle o “un raggio della luna”. Sebbene questo possa darci tanto “speranza o un po’ di conforto” quanto “illusione”.
Illusione, come un lieve dubbio,
 
Se alla fine della strada
ci fosse qualcuno o qualcosa…
 
che viene cancellato allo svelarsi di sicura consapevolezza:
 
ma alla fine del cammino
non c’è nessuno
nemmeno un gatto che ti accarezzi
e ti consoli con lo sguardo profondo
dei suoi occhi più tristi dei tuoi
 
- quello stesso “filo di tristezza” che è negli occhi del cane, in altra poesia del libro. Si direbbe: fatto psicologico, proiettivo, perché la stessa tristezza è nell’animo del poeta. Senonché di poeta si tratta, che comunica con gli animali, maneggia il ricordo e il tempo con delicatezza, ha a che fare a suo modo con stelle luna e sole, mare silenzio e notte, neve e incanto, luce ombra e sogno. Egli ruba per donare:
 
Io sono ladro di stelle…
le lascio lì
per te…
perché possiate navigare
con un po’ di luce…
svegliarvi con una cometa nelle mani
 
Problema è la percezione del tempo della vita che scorre via. Che i versi non vengono dalle stelle ma “dalla carne e/dal sangue” – si ha l’impressione, leggendo, di una indecisione centrale, al cuore di questa poesia, tra il fascino delle parole-cose con il loro magico potere e il pensare e interrogarsi di quello che siamo, della fine, con l’orrore del vuoto niente. Il non voler farsi illusioni, pur avendone alla portata di molto importanti: il pensare le parole dei poeti con la stessa ambiguità tra darsi dell’enigma e sapere illusorio dell’enigma.
Non ci sono segni di punteggiatura e le sole maiuscole presenti si trovano a inizio d’ogni testo. A sottolineare le pause del ritmo e del respiro, della lettura, dunque, i singoli brani poetici e i versi, disposti talora con lievi asimmetrie: si tratta di un unico flusso di parola, pur scandito in pensieri alquanto difformi, che fa un libro di poesia.
 
 
Raffaele Urraro
Il lato oscuro delle cose
RP libri, S. Giorgio del Sannio (BN), 2019

sabato 4 luglio 2026

NATO IL 4 DI LUGLIO
di Franco Astengo
 


Il mondo sta per ricordare i 250 anni dell’indipendenza USA evocando il fantasma del 4 luglio 1776 nel pieno dell’epoca trumpiana. Cosa resta allora di quel tentativo effettuato oltreoceano di costruire una nuova forma di stato e di governo fondate su di un esperimento democratico in quel momento senza precedenti al mondo? Abbiamo vissuto tutto l’arco di tempo intercorrente tra la fine della seconda guerra mondiale ad oggi, abbiamo vissuto la contrapposizione della guerra fredda e la successiva illusione della “fine della storia” con l’assunzione da parte degli USA del ruolo di “gendarme del mondo”, abbiamo introiettato il “way of life” fondato sul consumismo e l’individualismo, fenomeni che hanno “sfrangiato” la nostra identità culturale e sociale allontanando l’idea di una solidarietà di massa quale avevamo vissuto nei 30 gloriosi, è stata ridotta a simulacro la struttura degli impianti istituzionali. Adesso gli USA appaiono sulla via di un nuovo pericoloso destino imperiale fondato sulla tecnocrazia e la guerra. Negli USA e nel mondo comandano i signori dell’high-tech che stanno trasformando l’idea stessa dello Stato come l’abbiamo conosciuta dalle settecentesche rivoluzioni borghesi in avanti.  



Una democrazia ridotta al dominio della “proprietà privata”. Negli stessi USA, terra delle grandi contraddizioni, sta però avanzando un risposta nuova fondata su una ipotesi di socialismo democratico capace di coniugare l’insieme delle fratture che la modernità ci sta imponendo intrecciandosi con quelle “classiche” di derivazione dall’analisi marxista delle relazioni di classe. Non possiamo rimanere inerti e passivi di fronte a questa ipotesi di scontro tra l’imperialismo tecnocratico che punta direttamente a dominare il mondo e un’idea di socialismo che sembra misurarsi su di una sorta di “nuova democrazia diffusa” fondata sui bisogni e la gestione alternativa a quella capitalistica delle derive sociali in atto. Questa ipotesi di socialismo democratico contrasta anche con quella “sinistra liberale” che, all’inizio di questo secolo aveva concesso tutto all’idea del profitto e dello sfruttamento. Una sinistra “liberal” che aveva usato le armi della destra fino al punto di spalancare le porte a quell’egemonia tecnocratica fondata sull’accumulazione di ricchezza quale fattore di potere assoluto dei cui effetti stiamo assistendo con spavento, nell’apparente incapacità collettiva di pensare soltanto a un qualche meccanismo di regolazione. Gaza ha dato il segno dell’impotenza delle cosiddette “democrazie liberali” ormai tagliate fuori anche da qualsiasi ipotesi di compromesso, di trattativa, di intervento concreto.
Il documento adottato nel luglio 1776 dai padri fondatori del nuovo stato conteneva una triplice valenza di proclamazione dei diritti naturali dell’uomo, dei fini generali dell’azione di governo e di atto d’accusa nei confronti del Re (sfidando la “lesa maestà” che pure vigeva anche in una monarchia non assoluta come quella britannica). La dichiarazione fu però importante anche come atto politico perché accelerò la costituzione di nuovi governi in grado di occupare gli spazi vacanti dopo la scomparsa delle ultime vestigia dell’autorità imperiale. 



Oggi il socialismo democratico si trova nuovamente a dover fare i conti con un rinnovamento dell’imperium. In quel 1776 attraverso la redazione di documenti costituzionali di impronta repubblicana e popolare e di dichiarazioni dei diritti dei cittadini si sarebbe avviato il complessivo riesame di concetti come rappresentanza, consenso, costituzione, diritti, sovranità e l’avvio di una riflessione originale in fatto di organizzazione dello Stato, che nel caso specifico assunse la veste federale. La forma scelta fu quella repubblicana: oggi proprio sulla forma repubblicana (anche rispetto a quella particolare delineata nella Costituzione italiana) andrebbe appuntata la nostra attenzione mentre sono in atto molteplici tentativi, da diverse parti, di porla radicalmente in discussione: Trump è soltanto la punta dell’iceberg di un movimento profondo che punta a scindere libertà e democrazia e affermare nuove logiche di dominio. Per cercare di contrastare questa deriva forse vale la pena di tornare a pensare di riuscire a tenere assieme socialismo e democrazia in una sintesi che tenga conto dei limiti imposti dal vorticoso processo di nuova dimensione delle relazioni sociali, politiche, culturali, tecniche che stanno imponendosi mentre gli USA ricordano i loro 250 anni.

 

 

A UNA STAMPA DEGNA DI QUESTO NOME
Ai giornalisti che scelgono di non lasciare cadere il silenzio.



Cari amici e care amiche del Gruppo Comunicazioni Solidali,
negli anni avete scelto di raccontare una storia che troppo spesso rischiava di scomparire dal dibattito pubblico. Con i vostri articoli, i vostri servizi e la vostra attenzione avete contribuito a sottrarre il popolo saharawi all’invisibilità. Per questo desidero rivolgervi non una semplice richiesta, ma un invito consapevole. Tra pochi giorni prenderà il via la 44ª edizione del progetto Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi. Anche quest’anno 110 bambine e bambini, accompagnati da 22 accompagnatori saharawi, arriveranno in Italia grazie a una rete straordinaria di associazioni, enti locali, volontari e operatori sanitari che, da 44 anni, trasforma la solidarietà in azione concreta. Voi questa storia la conoscete bene e ne siete stati, negli anni, testimoni attenti. Per questo mi permetto di chiedervi che, nel raccontare anche questa 44ª edizione dei Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi, trovi spazio non solo la vicenda del popolo saharawi, ma anche quella di un movimento di solidarietà che rappresenta un esempio pressoché unico a livello internazionale. Da 44 anni migliaia di volontari, decine di associazioni, enti locali, amministratori, rappresentanti delle istituzioni, parlamentari, operatori sanitari, insegnanti e cittadini continuano, con straordinaria costanza, a sostenere questo progetto contando quasi esclusivamente sulle proprie forze. È una grande storia italiana di solidarietà, costruita nel tempo da persone diverse per idee, appartenenze e sensibilità, ma unite dalla convinzione che la dignità di un popolo non possa essere dimenticata.
Dietro questo progetto c’è una vera comunità di solidarietà: 74 associazioni iscritte presso la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, delle quali 24 realizzano direttamente l’accoglienza dei bambini; 195 Comuni, numerose Regioni, Aziende Sanitarie Locali, ospedali e oltre 2.000 volontari che ogni anno mettono a disposizione tempo, competenze e responsabilità. 



Un’esperienza resa possibile dalla collaborazione tra il Ministero della Gioventù e dello Sport della RASD, il Ministero degli Affari Sociali e della Promozione della Donna della RASD, la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, la Rete Saharawi, l’Ambasciata d’Italia ad Algeri, il Comitato per i Minori Stranieri del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’Ambasciata d’Algeria a Roma, Air Algérie e le numerose istituzioni italiane che, a vario titolo, rendono possibile ogni edizione del progetto. Raccontare questa rete significa raccontare una delle più significative esperienze di cooperazione civile e istituzionale costruite nel nostro Paese attorno ai valori della pace, della solidarietà e dei diritti umani. In un contesto mediatico dominato dall’urgenza del nuovo, le tragedie protratte rischiano di diventare silenziose. È proprio qui che il giornalismo ritrova la sua funzione più alta: restituire visibilità a ciò che il tempo tende a oscurare. Raccontare questa esperienza significa dare voce non soltanto ai bambini saharawi, ma anche a un’Italia discreta e generosa, che opera lontano dai riflettori con competenza, dedizione e senso civico. Per questo vi invito ad accompagnare anche quest’anno l’arrivo dei bambini con la vostra attenzione, i vostri articoli, i vostri servizi e la vostra presenza. Non solo per mantenere viva l’attenzione sulla causa saharawi, ma anche per rendere giustizia a una delle più straordinarie e longeve esperienze di solidarietà civile del nostro Paese.
A nome della Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia e dell’intero movimento di solidarietà, desidero ringraziarvi per l’impegno che avete sempre dimostrato. Perché ci sono storie che non chiedono compassione, ma continuità. E il vostro lavoro, da tanti anni, è parte di quella continuità.
Con stima e gratitudine,
 
Fatima Mahfud
Rappresentante del Fronte Polisario in Italia

 

A SALA BAGANZA




venerdì 3 luglio 2026

DIARIO DI UN GIOVANE MEDICO
di Silvano Piccardi


 
Appunti dal genocidio di Gaza.
 
Ezzideen Shebab non è uno scrittore, non è un poeta, nemmeno uno storico o un giornalista: non scrive per “narrare”, scrive solo per testimoniare, perché non si perda la memoria, quella vera, senza retorica (ovvero, non quella in cui l’Occidente si esibisce inventandosi coccodrilleschi “Giorni della memoria”, dopo aver realizzato i crimini più orrendi!). C’è chi ha paragonato questo Diario di un giovane medico (Mimesis Ed. 2026 pagg. 162, prefazione di Paola Caridi), a: Se questo è un uomo di Primo Levi. Anch’egli non letterato, non romanziere, testimoniò da scienziato l’orrore dei lager di cui fu vittima in quanto ebreo e attivo antifascista. Ezzideen è a sua volta uno scienziato, medico anziché chimico, e il suo punto di osservazione è strettamente, profondamente legato alle sue responsabilità e impossibilità di medico “curante”. E questo “si sa” giacché è noto che la popolazione della Striscia ha visto i propri ospedali bombardati e messi in condizione di non poter più accogliere i vecchi e nuovi malati, feriti, moribondi… Perché stupirsi? Come se bastasse sentir dire, per poter dire di aver capito! No, questo diario non fa “scoop”, non si cimenta nella pornografia dell’orrore che troppo spesso ci propinano i nostri media. Al contrario, ci descrive (mentre l’autore lo descrive a se stesso) le condizioni concrete in cui si trova a dover operare in quanto medico. Sta a chi legge dedurne senso e giudizio. Fino ad aggiungere considerazioni che vanno al di là del genocidio hic et nunc. Sì, perché il dott. Shebab ci testimonia come questo massacro, perpetrato con armi (proibite!) di tutti i tipi, non comporta solo i morti che di volta in volta si registrano, ma incide direttamente sulle condizioni e sulla vita delle possibili (?) generazioni future. Leggiamo questa pagina di diario riferita al 5 maggio 2025.


 
Ieri all’ospedale Al-Awda, nel nord di Gaza, è venuta al mondo una bambina , e il mondo l’ha rifiutata. Non aveva il cervello. Non nel senso poetico di innocenza o purezza, ma in senso anatomico, letterale: anencefalia. Nessun cervello. Nessun pensiero futuro, nessun sogno, nessun ricordo da creare. Un cranio senza scopo. È nata a termine. Sua madre l’ha portata in grembo per nove lunghi mesi, tra notti ardenti e mattine struggenti, tra polvere, dolore e sirene. E poi la nascita. Ma nessuna vita da salvare. Solo silenzio. I medici erano impotenti, derisi dai limiti delle loro mani. Le ho viste, persone di medicina, le cui dita esperte e sterili tremavano. Non per la confusione, ma per la consapevolezza: danni teratogeni. Mancato sviluppo. Difetti genetici, non casuali, ma generati dalla guerra. Le bombe non hanno colpito solo gli edifici, ma anche i cromosomi. Le armi - d’acciaio, lucenti, americane - sono cadute non solo per distruggere il presente, ma per corrompere il grembo materno. Per avvelenare l’idea del domani. Come definiamo questo orrore? Radiazioni? Diossine?  Uranio impoverito? Tossine invisibili che non uccidono subito, ma aspettano. Si annidano, attraversano le pareti della placenta e deformano il tubo neurale. Distruggono la vita prima ancora che abbia inizio. Ci sono altri casi. Aborti spontanei. Nascite premature. Arti malformati. Palatoschisi più ampie del dolore. Midolli spinali simili a pergamene rotte. I medici ora sussurrano che non si tratta di un caso isolato. È uno schema. Uno studio della rivista “Lancet” mette in guardia da un numero di vittime indirette che potrebbe raggiungere le 200.000, non a causa di ferite da esplosione, ma per danni genetici trasmessi alle generazioni future. Ma il mondo è sordo. Conta i morti per le esplosioni, non per le deformità. Conta le vittime in base agli arti persi, non ai geni danneggiati. E qui, sotto le macerie, la ferita più profonda è nell’utero. L’ho vista ieri. La madre. Non piangeva. Si limitava a guardare. Aveva le braccia vuote. Aveva partorito una figlia senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le dita. Ed è questa la cosa più terribile: che la vita ci aveva provato. Che il corpo obbediva. Che, anche durante l’apocalisse, le cellule continuavano a costruire. Da qualche parte, un altro bambino potrebbe nascere segnato dall’aria che sua madre ha respirato. E non capiranno il perché. Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva. Che la guarigione è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando la placenta diventa un campo di battaglia? Quando la biologia diventa l’archivio della guerra? Questa non è solo una guerra di fuoco e acciaio. È una guerra contro la vita. Contro le donne. Contro l’atto stesso della nascita.
Ho visto la morte, corpi lacerati, polmoni che ansimano sotto le costole rotte. Ma mai ho sentito un silenzio così forte come quello di una madre che partorisce un bambino già condannato dal cielo che la sovrasta. E così scrivo. Non per accusare. Non per piangere. Ma per ricordare. Perché alcune armi non esplodono. Si sviluppano”.
E questa è una delle oltre 150 pagine del diario.

BILANCIO DI UN CONVEGNO
di Donatella Bisutti
 

Donatella Bisutti

Intervento conclusivo sul Convegno genovese dedicato alla Poesia Civile.
 
Ho fortemente voluto questo Convegno sulla Poesia Civile e mi sono impegnata al massimo per realizzarlo perché mi è parso importante e anche doveroso, da parte dei poeti, farsi voce e coscienza della collettività in un momento di forte e pericolosa deriva. Ho voluto quindi sollecitare i poeti e anche i possibili lettori o uditori di poesia per invitarli a ritrovare un punto di convergenza - la parola poetica in quanto espressione e comunicazione di un’emozione sociale condivisa - da cui mi pare che da tempo gli uni e gli altri si siano sempre più allontanati in direzioni sempre più divergenti. In anni recenti molti poeti o aspiranti tali si sono dedicati a quelli che io chiamerei giochi di prestigio letterari, “baloccandosi con le parole” come ho scritto in un brano del mio poema Erano le ombre degli eroi e scrivendo testi incomprensibili e aridi per il lettore comune, in una sorta di solipsismo esasperato. Questo ha fatto sì che la poesia abbia perso quello che fino ad alcuni decenni fa era il suo pubblico, diventando così la cenerentola dell’editoria con tutte le conseguenze negative inevitabili in una società che dà rilievo solo al profitto, quando invece una volta era proprio la poesia a essere riconosciuta all’apice della creazione letteraria. Questo perché molti poeti si limitano per lo più a una sorta di masturbazione mentale privata che non può interessare nessuno e i lettori non possono più immedesimarsi in questi testi, che si ergono irti di parole incomprensibili. La poesia sembra essere diventata in molti casi una sorta di sfogo personale senza più nessun rapporto con la società e con la Storia e la poesia civile aver perso l’importante ruolo che ha sempre avuto nella nostra letteratura, a partire dalle voci fondanti di Dante e Petrarca fino a Pasolini. Non a caso già nel secondo Novecento i cantautori hanno preso nel cuore della gente il posto lasciato vuoto dai poeti, avendo, loro sì, la capacità di interpretare le speranze, i sogni, le emozioni delle persone, quello che una volta i lettori potevano chiedere alla poesia: che esprimesse quello che loro sentivano senza essere in grado di esprimerlo. Quanta grande poesia è nata, a cominciare da quella di Ungaretti, per fare solo un esempio, dalla tragedia della Grande Guerra! La poesia del resto nasce storicamente come voce di un popolo, come poesia epica, con i grandi poemi in cui una collettività poteva riconoscersi e confermare le sue aspirazioni e le sue origini. La nostra epoca invece è, in tutto, l’epoca di un individualismo malato, di una razionalità astratta e distorta. Tanto da far collassare la realtà in una sorta di delirio. Il territorio della poesia è invece quello che si collega non al ragionare ma al sentire, ai flussi delle emozioni, alla visionarietà: la poesia civile deriva appunto da quella antichissima poesia epica, e ancora oggi è quella che canta i destini, le speranze, le vittorie, le sconfitte dei popoli e in cui il destino individuale è emblema di un destino collettivo.



D’altra parte quello della poesia civile non deve diventare nemmeno una sorta di manifesto politico. Può non esserci differenza fra poesia civile e poesia politica , entrambe, come dice giustamente Alfredo Panetta, hanno una stessa radice etimologica, la polis, la civitas, ma solo a patto che la poesia non diventi mai un comizio, non dimentichi che il suo linguaggio dev’essere nutrito dalla musicalità, dal ritmo, dall’immagine, dalla metafora, dall’allegoria, a patto che il poeta che la scrive sia consapevole che sta creando un linguaggio particolare e diverso, che non ha il compito di spiegare o di affermare un qualsiasi tipo di verità, ma di trasmettere una visione. Il rischio che la poesia civile non sia vera poesia è quello di tutta la poesia: quello cioè di diventare prosa e perdere così le sue stimmate, che ne fanno un linguaggio salvifico. La poesia civile, come ogni poesia, deve scendere dentro il nostro cuore come un magico elisir capace di farci intravvedere una realtà profonda al di là della realtà apparente, di fare del dolore un fertilizzante dell’anima, di accendere dentro di noi energie che non sapevamo di avere e che possono portarci a stravolgere il mondo. Per questa sua “pericolosità” molti poeti, che possiamo chiamare civili perché in loro un popolo si è identificato e ha attinto forza, anche nei nostri tempi sono stati e sono perseguitati in certi luoghi del mondo dove la poesia civile e politica esercita ancora un’azione incisiva di resistenza collettiva. Anch’io ho assistito di recente a letture di testi scritti da persone imprigionate, torturate e poi uccise in diverse parti del mondo: testi spesso bellissimi per la loro profonda verità, per aver trovato quel punto di incontro magico fra parola e realtà che ci commuove e ci spinge a riflettere, ci fa sentire che, dentro, siamo vivi. Perché la vita non è soltanto e tanto la vita fisica che ci anima e ci fa muovere, ma piuttosto quell’essenza che trafigge anche la morte.
Risvegliamo dunque la poesia a essere, anche da noi, come dev’essere, straordinaria energia vitale espressa attraverso il linguaggio, facciamone uno strumento spirituale che potrà trasformarsi in arma materiale, ma arma del bene, non arma di guerra, ma forza di pace in un momento in cui abbiamo bisogno di una grande energia per opporci a ciò che ci vuole condizionare e distruggere, a una delle situazioni di più grave pericolo che l’umanità abbia conosciuto.
Mi auguro che questa mia iniziativa, accolta con entusiasmo da alcuni poeti che stimo e apprezzo, aiuti a ridare, anche in contesti fortunatamente meno drammatici di quelli di altri luoghi del mondo, alla figura del poeta quel ruolo di coscienza civile e morale di una società che ha avuto in passato. E questa ritrovata dignità del poeta aiuterà, credo, anche a rifondare una ritrovata dignità dell’uomo, oggi tanto minacciata, calpestata, e degradata.
Questo è stato il mio sogno nell’organizzare questo convegno, cui tanti sono accorsi con interesse, sì che adesso si parla di dargli un seguito. E per questo ringrazio tutti coloro che hanno partecipato, hanno contribuito, hanno reso questo progetto realizzabile e ringrazio il pubblico che ha ascoltato e seguito con tanto viva partecipazione.

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