UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 14 giugno 2026

SULLA POESIA CIVILE
Conversazione fra Donatella Bisutti e Angelo Gaccione


Angelo Gaccione

Bisutti: “Cosa si intende per poesia civile?”
 
Gaccione: “Nel novembre del 2023 ho scritto un aforisma, o forse è più corretto dire un pensiero, che è stato poi pubblicato nel 2024 nel volume Schegge edito dall’editrice I Quaderni del Bardo a cura di Donato di Poce. Quel pensiero intitolato “Poesia civile” così recita: È civile tutto ciò che oppone l’umano al disumano. Credo che questa sia una buona definizione e fa giustizia di tutte le limitazioni che si vogliono imporre al fare poetico.  
 
B: Che posto occupa oggi in Italia la poesia civile?
 
G: Se teniamo conto della definizione che ho appena citato, possiamo affermare che la poesia “civile” ha una presenza non trascurabile. La quantità di volumi di poesia prodotta ogni anno è molto alta in Italia ed è impossibile conoscerla tutta nella sua interezza, ma quasi sempre nelle raccolte si trovano testi di grande consapevolezza umana, sociale, morale. Ambiente, guerra, rapporti umani, disagio sociale, marginalità e tanto altro, pervadono molti testi. 

Donatella Bisutti
 
B: Poesia civile e poesia politica sono la stessa cosa?
 
G: È oramai un sapere comune che ogni azione umana e ogni scelta personale abbiano inevitabilmente conseguenze generali e influiscono sul complesso sociale intero. Mettere in piedi una fabbrica di armi ha conseguenze diverse da quelle di creare un laboratorio di ricerca contro le malattie. Se è così ogni atto è politico. Politikós e polítes derivano entrambi da pólis e riguardano la città e la sua amministrazione, il vivere comune. Il termine poesia politica non lo usa nessuno, forse perché la parola è squalificata dall’agire indegno di tanti politici. Il termine civile è più nobile perché riguarda il cives, la civitas, la communitas di cui facciamo parte. 
 
B: La poesia civile è vera poesia?
 
G: Si potrebbe rovesciare la domanda e chiedersi: la poesia non civile è vera poesia? A mio parere non dovremmo fare distinzioni così artificiose, ma preoccuparci che la poesia, qualsiasi sia l’argomento che essa affronti, conservi una sua impronta, una sua verità, una sua forza morale, un suo carattere che ce la fa sentire nostra. Il pericolo della poesia in generale, non è l’argomento, ma la sciatteria, la banalità. Ci sono poesie di impegno sociale orrende, come ce ne sono di amorose, di esistenziali e di qualunque altro genere, altrettanto orrende. Il vero poeta questo lo sa, ne è consapevole.



B: Lo stile della poesia civile è diverso da quello della poesia lirica?
 
G: Più che lo stile è diverso il timbro. Posso fare due esempi che mi riguardano. Nella mia recente raccolta Una gioiosa fatica la sezione de Le Arrabbiate contiene poesie il cui timbro è diverso da quelle comprese nelle sezioni de Le Sacre o de Le Straniere, e tuttavia vi si mescolano elementi compositi in cui liricità e indignazione si fondono. Ripeto: è la qualità che conta, la sua forza espressiva, la sua verità. Il resto non conta.
 
B: La poesia civile può avere oggi un impatto sulla società?
 
G
: La poesia civile ha un impatto sulla società, e per la sua particolarità è molto più efficace di tante altre forme espressive. Al poeta bastano pochi versi per arrivare al cuore delle cose. Come al canto, alla fotografia o a un’immagine pittorica. La forza delle poesie e delle foto sul genocidio di Gaza è stata enormemente superiore a tutti i discorsi e a tutti gli articoli di giornale. Basta andare su Internet per averne la prova. Le ballate de Il disertore o di Addio Lugano bella cantate nei cortei, creano sempre una fortissima empatia emozionale fra i partecipanti.  

LA MURGIA DI ZACCARIA GALLO
di Anna Rutigliano


Zaccaria Gallo

Vi sono luoghi di peregrinazioni dell’anima in puro atto contemplativo, come il paesaggio svizzero meridionale del Canton Ticino, raccontato da H. Hesse, nella sua opera Wanderung: Aufzeichnungen (Il viandante: annotazioni), in cui il viaggio, in accezione romantica, costituisce terreno fertile per l’esaltazione della vita errabonda fine a sé stessa. Vi sono, poi, viaggi, in particolari fasi dell’esistenza, le cui mete sono necessarie, affinché i ricordi, pur riaffiorando dolorosamente, possano avere una voce che plachi i tormenti e gli affanni interiori, nel misterioso atto evocativo di precise immagini che solo la natura viva sa donarci: è la Murgia della silloge poetica di Zaccaria Gallo, Come lumaca amante di ferula, (Edizioni Leucò-2002, pgg.96), costante approdo di un viandante d’amore che, in età senile, rivive ricordi d’infanzia alla vista di una lumaca, in cammino lungo lo stelo di una ferula, per ripararsi dal caldo torrido estivo, come bambino alla ricerca di protezione materna dalle insidie del deserto. (Attraversammo il caldo deserto viaggiando nel territorio dei segni che lasciano i morti sull’asfodelo… Ad ogni ritorno ad ogni ricordo come lumaca amante di ferula s’attorce di sete l’anima inquieta).



Sin dai primi versi della raccolta di Z. Gallo, dunque, il paesaggio desertico assurge a motivo di dolore che accompagna quasi tutta l’esistenza del poeta, persino nei momenti di intimo eros con la donna amata (lussuria della tua voce i bottoni da strappare nei vuoti mattini esplorando i perché dei deserti i perché del dolore…). Procedendo lungo il sentiero, la prospettiva del dolore si espande sempre più, sino ad abbracciare l’universalità ed attualità della condizione di sofferenza dei popoli, con il richiamo, da parte del poeta, ad un atteggiamento misericordioso non solo di Dio ma dell’individuo stesso verso il proprio simile. Nei seguenti versi allitterativi purché una piccola parola spoglia da una pena ci tolga con sollievo il sangue nel deserto, Z. Gallo, infatti, non cede al pessimismo montaliano del Non chiederci la parola di Ossi di Seppia; per il poeta di Tunisi, vitale è, anche se a stento, una possibile parola che risuoni integra ed illumini il cammino senza che la sabbia laceri le ombre dei viaggiatori. Dal punto di vista della simbologia che il paesaggio desertico, nella silloge in questione, si prospetta, quale attraversamento del dolore non solo fisico ma soprattutto spirituale, ho trovato singolare l’utilizzo da parte dell’autore, di una sorta di “kenning” di ispirazione norrena, per l’accostamento che ne fa con la sabbia che fluisce lentamente nella clessidra, simbolo a sua volta dello scorrere inesorabile del tempo: io m’inchino alla finestra della gabbia dove mi rinchiude sabbia che in declivio scorre e scruto al di là delle sbarre come questo tormento s’attizzi e pulsi in breve canto di sangue.



Non manca poi, nei rancori senili di Z. Gallo, il suo titubante rapporto di fedeltà/infedeltà a Dio, espresso, da un lato, sotto forma di ripetuti quesiti volti ad interagire tacitamente col pubblico lettore (Nello sprofondo dell’immenso la vedi tu la traccia di Dio?/ Ti parlo t’ascolto e vedo negli occhi quanto ti pulsi in vene lo scorrere del sangue… cosi è questa immagine di Dio che ci parla se nel silenzio cerchiamo di vedere?); dall’altro, quale silenziosa voce che risuona nel cuore di ogni individuo, riunito in intima religiosità con il divino. (È la voce del vento che voce non ha se non quando le bandiere di preghiera nel Tibet muove per dire a Dio il mio silenzio è pieno del suono del tuo cuore).
Il poeta Z. Gallo, consapevole delle fragilità umane, sa, che per acquietare l’anima, continuamente assillata dall’idea della morte e del dolore, non può che invocare, con sentimento di timor Dei, tra il commovente ed il caritatevole, una traccia di Dio che lo liberi dalla prigione del dubbio in cui il suo pensiero razionale è intrappolato (Gemello cuore che ombri l’anima scatena dalla mia ragione il dubbio e l’ansia del cieco e dammi limpida una luce d’agosto).
Il fantasma della morte, d’altro canto, procede con costante onnipresenza nel lento ossidarsi dell’esistenza di Z. Gallo, giunto nella sua fase di senescenza con nostalgica consapevolezza, realizzando il suo massimo grado di metamorfosi nella figura di tessitrice di abiti (ti sta ricamando un vestito nero una tela tessuta ogni ora del giorno tela che non si disfà di notte…). Di profondo ed elevato lirismo si tinge, allora, il verso del componimento entriamo palpitando nella metamorfosi, riecheggiando La metamorfosi kafkiana (Verwandlung) e che immette noi viandanti del mondo, nella condizione quasi alienante, di difficile comprensione e accettazione della trasformazione ineluttabile dell’esistenza e della sua caducità, in particolar modo, al sopraggiungere della canizie (Come i fiori come i sassi, la vita va all’odore forte di erba e terra. Siamo tutti un po' vecchi piegati sul nostro bastone con una coperta sulle spalle, il futuro è certo).



Per il viaggiatore Z. Gallo, ciononostante, sono due le ancore di salvezza a cui aggrapparsi per non sprofondare nella sabbia del deserto/negli obliosi abissi temporali: da un lato, la capacità di resistere, amando in condivisione (mi spinge a quest’ormeggio la tua anima la tua carne quando una speranza si distende come rugiada sul silenzio/ ama e resisti… dallo stupro secolare del tempo, ama, ama e trattieni il respiro), senza che il dolore venga taciuto (non tacere nell’ora che toglie all’acqua il timore del monte, che perdere la bellezza è grido e veleno di disadorno panico); dall’altro, affidare i propri dolci-amari ricordi alla bellezza arcana ed imperscrutabile di madre natura, per fondersi nella sua legge ciclica e universale, a cui le nostre esistenze non possono sottrarsi, alleviando, quasi in una dimensione onirica, quell’umano sentimento di smarrimento e solitudine, a cui il paesaggio murgiano, sincero testimone, partecipa compassionevolmente. (Le storie d’un pioppo non ingannano… alle nubi ha stretto le sue mani per dire quanti nidi ha sorretto rete di vite al vento strappate ospite per chi cerca il tempo divino e sogna di ritornare sempre a primavera).
Nel nostro errare esistenziale, molteplici sono i cambi direzionali che spesso ci sottopongono a trasformazioni interiori e di cui talvolta non abbiamo piena consapevolezza; vagare e mutare, legame supportato dalla stessa radice etimologica  proto-germanica “wandāron” e “wandālon”, rispettivamente in “wandern” (errare/camminare) e “wandeln” (mutare direzione, cambiare), che, a sua volta, si rifà al sostantivo tedesco “Wind”= vento: così nel compiersi del viaggio, la nostra lumaca amante di ferula di Z. Gallo, come assorta nella pratica contemplativa dell’ “hanami” giapponese, si è trasformata in insetto amante della vita, dalla prospettiva di un delicato fiore accarezzato dal dolce vento dell’amore (il verde insetto è salito intanto sull’orlo d’una margherita, considerando dopo tutto il sito, il miglior posto per una vita).

LA FRASE DEL GIORNO
di Laura Margherita Volante 


 

Se la logica non fa una piega
Ieri ho smesso di stirare”. 

SOFFERENTE SCRIBA DI MANZONI E SBRANA
di Giorgio Bolla


 
Rivisitazione del Notturno dannunziano.
  
Qual è il discrimine tra ciò che è reale e ciò che non lo è? È la sospensione del giudizio che conta. Disteso, orbato, sul suo catafalco veneziano Gabriele D’Annunzio oppone resistenza alla morte, al disfacimento del proprio corpo, alla perdita del riconoscimento dell’Altro. Il ritorno nell’umano, dopo aver avvicinato le vette superomiche. Un colloquio privo di orpelli con la Signora, questa volta. Nel Saggio Soffrente Scriba (Algra Editore, 2026) di Franco Manzoni e Marco Sbrana nemmeno una lettura particolarmente attenta ed esperta permette di discriminare quale sia la mano del maestro e quale quella del giovane e promettente allievo: l’ampiezza e la sapienza dell’analisi letteraria e filosofica del Notturno di Gabriele D’Annunzio – opera scritta in modo vertiginoso nel 1916 nel buio della Casetta rossa sul Canal Grande di Venezia dopo l’incidente aereo che aveva reso temporaneamente cieco il poeta – associano la sensibilità dei poeti alla esperienza dei critici. A mio parere, tutti i punti nodali sono affrontati nella ricerca di chiarificazione di un testo difficile e scritto in condizioni estreme e che adopra una prosa sperimentale, capostipite per tutta la successiva prosa lirica. 



La condizione speciale dell’isolamento, immersa nelle nebbie lagunari che mi ricordano l’atmosfera della epidemia di colera evocata in La Morte a Venezia – opera scritta pochi anni prima (1912) da Thomas Mann – o il ricordo doloroso dei camerati caduti, in particolare dell’amico fraterno del poeta Giuseppe Miraglia (e qui mi sovviene l’Ignazio Sanchez Mejias di Garcia Lorca) definiscono questo rapporto sensoriale, realmente privo di speranza ma provvisto di altissima dignità, con la morte. Morte che giunge dopo il compimento del disfacimento carnale. Ma l’uomo, ora non più Superuomo, si ribella e resiste. Nonostante lo stordimento, lo spaesamento, la frammentarietà dei pensieri e quindi delle parole D’Annunzio, amorevolmente assistito dalla figlia “Sirenetta”, cerca il suo ritorno a casa, come un rientro prenatale nell’utero della madre così amata. È proprio lo sperimentalismo del testo dannunziano che permette la creazione di una onda di musicalità permanente. Ottenimento di perfetta sinestesia. Gli Autori del Saggio riescono mirabilmente a spiegare, dimostrando ancora una volta come solo i poeti sono i conoscitori della sintesi assoluta del linguaggio. Dunque il Notturno, testo in prosa lirica, nasce dal confronto brutale ma paritario tra uomo e Signora, del quale si può solo intuire l’esito finale. Viene scritto a pg. 35 del Saggio: … la volgarità della morte che estirpa lo splendore.

ANFITEATRO MARTESANA




ALL’INCIRCA UNA NOTTE DI LUNA
di Carlo Di Legge 


 
Il PC, sia quel che sia,
si rabbuia.
Riparte, ecco lo schermo blu
(che non sia l’HD!),
violation di qualcosa.
Dopo qualche giorno
il tecnico (impegnato,
molto) mi dice porta qui,
vediamolo il PC,
ma bada, non lo rendo
prima d’una settimana.
 
Il giorno dopo è pronto,
il tipo ha formattato,
ha installato (ma
chi li aveva chiesti,
Godzilla e Wattelord,
‘sti programmi funesti),
ho pagato;
mi regala una password.
 
Il mio PC non è più lui,
lo avrà sedotto il tecnico,
si capisce, va in cloud,
il bellimbusto, io a pena
ci smanetto,
lo chiamo – lui
s’infastidisce.
Va come deve, consulto
chi ne mastica,
no, tempo perso.
 
Così, dopo due notti
di angoscia telemistica,
penso drastico:
recupero dati,
nuovo acquisto, ma ecco,
mentre sogno mi sveglio:
un chiaro segno,
non sto sognando,
è il PC di ritorno da me.
 
Navigante di labirinti,
Creta o Milano, c’è questo:
se il PC si guasta,
puoi passare per cretino.

sabato 13 giugno 2026

IL FRONTE COSTITUZIONALE ANTIFASCISTA
di Franco Astengo
 

Nelle settimane successive all'esito del referendum del 22/23 marzo scorsi è comparso un elemento di novità nell'articolata compagine della sinistra italiana. Questa novità è stata introdotta dal documento approvato dal CPN di Rifondazione Comunista che nella sua riunione del 12 aprile ha licenziato un testo dal titolo: Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista.
Il documento prende le mosse proprio dall'esito referendario: ed è la prima volta, occorre notarlo, che si cerca di fornire un qualche sbocco politico alla volontà di radicamento costituzionale che si è espresso in questo referendum.
 In altre occasioni (pensiamo al referendum del 2016 e anche a quello del 2006) ciò non era avvenuto per colpevole trascuratezza da parte delle forze politiche che si erano limitate a ritirare il dividendo di una apparente vittoria mentre il sistema "scivolava" nel populismo e nella disaffezione. Accanto a questo elemento di riaggancio costituzionale nel documento del PRC si trova un giudizio che chiede di valutare la necessità di superare quella che viene definita "visione dogmatica che non tenga conto dei mutamenti di fase": in effetti sul piano generale stiamo assistendo a qualcosa di più di un mutamento di fase. Infatti si sta verificando una radicale cesura storica posta prima di tutto proprio sul piano delle dinamiche internazionali segnate dal rischio di una esplosione globale della tragedia della guerra. Tra pace e guerra si situa una frattura evidente che necessita di una radicalità di scelta netta che non può lasciare spazio a nessuna ambiguità di sorta.



Egualmente radicale appare il punto di contrasto verso il tentativo di imporre il dominio della tecnocrazia. Un dominio della tecnocrazia attraverso il quale si pensa di mandare definitivamente in crisi l'impianto storico delle cosiddette democrazie liberali e aprire una definitiva "stagione delle autocrazie". Le democrazie liberali si trovano oggi attanagliate nella loro essenza costitutiva basata sulla divisione di classe. La divisione di classe ne giustifica l'esistenza ma oggi si tratta di fare i conti con l'acutezza e la complessità delle contraddizioni raccolte e intrecciate proprio attorno alla storica e mai superata "contraddizione principale".
Quella contraddizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che si trova in maniera inedita connessa alla transizione ecologica, a quella digitale, alla differenza di genere generando una scansione delle priorità politiche ben diversa dal passato. Insomma si impone un "Che fare?" oggi, in un mondo che a molti sembra irriconoscibile rispetto alle letture del passato. Nelle argomentazioni adottate dai suoi estensori il documento di cui stiamo trattando pone un punto di discussione che andrebbe valutato con grande attenzione in tutte le sedi.
Riassumendo: emerge la priorità di bloccare il progetto autoritario della destra partendo, nel "caso italiano" (dal senso rovesciato rispetto a quello che gli attribuivamo negli anni'60'70) dall'applicazione costituzionale del resto reclamata dai 15 milioni di "NO" espressi nel referendum.
Si propone la continuità dei Comitati per il NO attorno al legame comune rappresentato dai valori morali della Resistenza: ed in questo senso ci si ritrova oggettivamente anche a rivendicare una sorta di "lascito" da parte delle forze storiche della sinistra italiana.



Si evidenzia un altro punto decisivo che sembra il caso di riportare per intero: "Non avrebbe senso rinchiudersi in uno spazio incompatibile lasciando ad altri il compito di essere destinatari del bisogno politico di cacciare le destre dal governo". Una frase che non deve rimanere uno slogan semplicistico se si riuscirà ad espletare due condizioni:
1) Nel documento si distingue tra alleanza di governo e progetto di alternativa. Questo punto richiede, per concretizzarsi, una doppia riflessione: quella riguardante la natura reazionaria di una parte considerevole del capitalismo italiano non solo orientato dal neo-liberismo ma anche da logiche di tipo bellicista che hanno un grande peso sul governo economico e politico; quella sulla qualità progettuale di una politica delle alleanze a sinistra, dei possibili confini che è necessario allargare ben oltre le sigle correnti, della natura del centro politico di questo paese e del suo riflettersi in un bipolarismo che appare sempre più definito elettoralmente ma  che si situa però in un ambito di sfrangiamento sociale, di chiusure pseudo-sovraniste e corporative (compresa quella sui migranti), di  una disaffezione politica che si sta ancora traducendo in vaste "zone grige" non soltanto segnate dalla non partecipazione al voto ma da una ben più vasta dimensione di marginalità sociale e politica, di "individualismo competitivo" :tutti fenomeni che avvelenano la qualità morale, sociale, politica della società moderna;
2) La definizione di un perimetro che segni la "pars costruens": la parte cioè del progetto, tanto per intenderci. Una "pars costruens" che ha bisogno di nutrirsi sia di una visione utopica (che deve essere rivendicata nel senso dell'obiettivo del socialismo) sia di una parte programmaticamente adeguata per incalzare positivamente, prima di tutto attraverso il conflitto sociale, un eventuale governo che sorgesse come credo si debba auspicare da un esito elettorale diverso da quello tragico di una conferma della maggioranza di destra.



Sul terreno di una seria indicazione programmatica si coglie l'occasione per rilanciare l'idea del "socialismo della finitudine". Siamo nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata a sviluppare fin dal tempo dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei partiti di massa. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”.
Il primo punto di programma così teoricamente impostato dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e dalla programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante.
"Socialismo della finitudine" come prima proposta di contributo alla costruzione del fronte costituzionale, antifascista, democratico: il dibattito è aperto per chi intende perseguire ancora verso una indispensabile tensione unitaria sia sul piano nazionale che nelle diverse situazioni locali, tenendo ben presente che i tempi sono e saranno di ferro e di fuoco.

ORANI - SARDEGNA: DONNE E RESISTENZA




DI POCE ALLA BIBLIOTECA OSTINATA  



La Casa Editrice Eretica Edizioni, ha il piacere di segnalare la presentazione del libro di Donato Di Poce, Lo strip tease del linguaggio - Poesismi, 2026, in dialogo con Antonella Prota Giurleo, giovedì 18 giugno alle ore 18 presso la Biblioteca Ostinata di via Osti n. 5 a Milano.
 
Dalla prefazione del Prof. Gino Ruozzi: “Da parecchi anni Donato Di Poce conduce un’originale «creAttività» aforistica, coniugando amore per la poesia, per l’arte, per la vita. I suoi poesismi sono frammenti e perle di conoscenza che tentano vie di interpretazione del mondo. Nei testi di questodenudamento che tende all’essenziale colgo una sempre maggiore insofferenza verso le ipocrisie dominanti. Salendo nella coscienza artistica e nell’età, cresce anche la necessità di misurarsi con le cose che contano, tra cui la solitudine, che sembra accompagnare e segnare i giorni come «mare» in estensione e «abisso» in profondità. Gli accenti di «disperazione» si fanno più pressanti e «sanguinanti» le parole...”.   
Dalla postfazione di Marco Sbrana: “Di Poce è umanista: sta con chi perde. Non estraneo alla filosofia, nel seguente aforisma rende carne il concetto saussuriano di “soggetto parlato” contrapposto al soggetto parlante, come siamo non usufruitori del linguaggio ma, viceversa, dal linguaggio parlati, il linguaggio essendo una struttura autonoma (langue e parole). Io non mi occupo di poesia ma è la poesia che si occupa di me. Così come per questa specie di quadro di un Wittgenstein comunista (“Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose” significa che non ci sono il bicchiere e il tavolo ma c’è il bicchiere sopra il tavolo): Non esistono cose.Non esistono persone. Esistono solo relazioni.
E, in ottica politica, questo pezzo sintetizza l’impegno di Di Poce nel corso dei decenni: la costruzione di un ponte, il ponte definitivo tra l’autore e che riceve l’opera. Con una breccia nel petto nella quale penetra il mondo, Di Poce è vitalista nell’estasi del bimbo che tutto assorbe, contro ogni conformismo: L’unico modo per non essere omologato è quello di penetrare il mondo. Ed è poi la fiducia nei posteri: Ogni opera d’arte ha un tempo d’esecuzione. Un futuro di interpretazioni e un orizzonte di socializzazione.
Ma quanto di Di Poce colpisce è che non parla mai per sé a sé di sé. Lui comunica, lui è un pretesto, lui è al servizio: Vorrei che la mia scrittura fosse solo un pretesto per i sogni altrui.
E se si ha come mandato essere pretesto per altrui sogni, la vita, forse, è giustificata”.
    

Donato Di Poce, ama definirsi autoironicamente, “un ex poeta che gioca a scacchi per spaventare i critici”. Nato a Sora - FR - nel 1958, residente dal 1982 a Milano. Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Poesismi, Fotografo, Studioso del Rinascimento, Street Art e dell’Architettura Contemporanea. Artista poliedrico, innovativo ed ironico, dotato di grande umanità, e CreAttività. Ha al suo attivo 61 libri pubblicati (tradotti anche in Inglese, Arabo, Rumeno, Esperanto e Spagnolo), 20 ebook e 40 libri d’arte Pulcinoelefante. Dal 1998 è teorico, promotore e collezionista di Taccuini d’Artista. Ha realizzato ©L’Archivio Internazionale Taccuini D’artista e Poetry Box di Donato Di Poce, progetto espositivo itinerante.
www.ereticaedizioni.it 

venerdì 12 giugno 2026

L’IMPUNITÀ DI ISRAELE



59 anni fa, l’8 giugno 1967, in acque internazionali al largo di Gaza, la nave da ricognizione americana Liberty fu attaccata per alcune ore da aerei e motosiluranti israeliani con l’evidente obiettivo di affondarla. L’impresa fallì perché in extremis il radiotelegrafista di bordo riuscì a mandare una richiesta di aiuto, che mise in moto i soccorsi, un primo SOS fu di fatto ignorato dai comandi americani. Il bilancio fu comunque pesante: 207 vittime tra morti e feriti. La cosa più sorprendente e grave è che i soccorsi non furono seguiti da alcuna rappresaglia, e che per ordine del presidente Johnson tutto fu messo a tacere. L’ipotesi più verosimile per spiegare la complicità dei vertici americani, è che dell’affondamento della nave avrebbe dovuto essere incolpato l’Egitto, contro il quale si sarebbe quindi diretta la rappresaglia americana, era in corso la guerra dei Sei Giorni. Jeffrey St. Clair racconta tutta la storia in un capitolo del libro citato nell’introduzione che segue. Nell’introduzione si parla di una cena con lo scrittore Gore Vidal, vissuto per lunghi anni a Ravello. Mi pare da sottolineare la sua profezia. Alle parole di St. Clair e di Vidal, aggiungerei il giudizio su Lyndon Johnson: un traditore e un autentico criminale, sotto la cui presidenza sono stati assassinati John F. Kennedy, il fratello Robert, Martin Luther King e Malcolm X [Franco Continolo]


 
 
Nell’autunno del 2003, io e Alexander Cockburn eravamo a Los Angeles per un lungo fine settimana, poco dopo l’uscita del nostro libro, The Politics of Antisemitism. Poche librerie lo misero in vendita, nemmeno la ormai chiusa Midnight Special di Santa Monica, un locale dove ci eravamo esibiti diverse volte davanti a un pubblico entusiasta. Mentre il cameriere stappava la terza bottiglia di Barolo italiano, Alex frugò nella sua borsa di pelle e porse a Vidal una copia del nostro libro, un volume che Cockburn aveva definito “così incendiario che abbiamo dovuto fondare una nostra casa editrice per farlo stampare”. Questo sembrò suscitare l’interesse di Gore, che sfogliò le pagine del nostro piccolo volume di saggi su come il termine “antisemitismo” sia stato distorto e usato per stigmatizzare e mettere a tacere i critici di Israele e del suo trattamento dei palestinesi.


“E non mi avete invitato a contribuire?”, chiese. “Dopotutto, ero un antisemita sfegatato, secondo quella vecchia capra di Abe Foxman. Immaginate la mentalità puerile di chi considera questa una battuta spiritosa!”.
 
“Il prossimo volume è interamente tuo, Gore”, gli propose Alex.


Gore Vidal
 

Mentre scorreva le pagine, Vidal si fermò a metà e mi lanciò un’occhiata.
 
“Sei tu? Sei proprio tu, Jeffrey St. Clair?”.
 
Lo sguardo era penetrante e rimasi immobile per un attimo, un po’ preoccupato di poter diventare oggetto della furia implacabile di Vidal, scatenata da qualche ignota trasgressione contro la lingua inglese.
 
“Sì, questo è Jeffrey Gore”, intervenne Alex. “Il sosia di John Irving”. 

Non sono sicuro che Alex sapesse chi fosse l’autore di Il mondo secondo Garp e L’hotel New Hampshire (anche se avrebbe sicuramente apprezzato Liberare gli orsi), dato che i romanzieri americani contemporanei di livello medio non erano certo in cima alla sua lista di letture. Vidal sollevò il nostro libro e puntò ripetutamente l’indice sul capitolo sulla USS Liberty, che avevo scritto io.


J. St. Clair

«Bene, signor St. Clair, vedo che lei è uno dei pochi, dei pochissimi, ad aver riscoperto il destino della Liberty. Spero davvero che lei abbia reso giustizia a quegli uomini, a quei marinai. Il loro paese non l’ha certo fatto. Pensi solo che Israele è l’unico paese che può attaccare una nave da guerra americana e venire ricompensato l’anno successivo con cannoni, missili, aerei da combattimento e denaro».
 
Pochi minuti dopo, il cameriere si avvicinò al nostro tavolo e disse: «Signor Vidal, la sua auto la sta aspettando».
Gore si alzò dalla sedia con una certa difficoltà, mi strinse la spalla, fece un cenno con la testa ad Alex, afferrò il bastone e uscì zoppicando dal ristorante.
 
«Credi che lo recensirà adesso?» chiesi.
 
«Recensirlo? Probabilmente non se lo ricorderà nemmeno», ribatté Alex, scrutando l’ingente conto che ci era stato lasciato da pagare. Non ci furono recensioni. Né da Gore Vidal, né da nessun altro. Ciononostante, The Politics of Antisemitism ha venduto più di 10.000 copie, continua a vendere e, ahimè, sembra che non passerà mai di moda. Non male per una piccola casa editrice senza una vera e propria stampa solo il passaparola e il sito web di CounterPunch alle spalle.

 
Cinque anni dopo, chiamai Vidal per approvare le mie modifiche all’introduzione di A Bush and Botox World, il libro del regista e giornalista Saul Landau, che stavamo pubblicando quella primavera. Dopo essermi presentato, Vidal rispose bruscamente: “Lei è Mr. Liberty, vero?”.
Confessai di essere proprio lui, pensando che “Mr. Liberty” fosse un po’ meglio che essere il sosia di John Irving.
 
«Beh, Jeffrey, te la sei cavata bene. Davvero bene. Ma non illuderti che il tuo racconto di questa atrocità possa fare la minima differenza. Ricordati le mie parole. Tra dieci o quindici anni saremo trascinati ancora più a fondo nel fango di quanto non lo siamo ora. Ci annegheremo dentro. Faust ha fatto un patto migliore».
 

Ora, 59 anni dopo che Israele ha commesso un atto di guerra senza risposta contro gli Stati Uniti, gli Stati Uniti si ritrovano incatenati a Israele in una guerra contro l’Iran, una guerra dalla quale Trump non può tirarsi fuori senza il consenso di Israele: una guerra che Israele ha brutalmente ampliato attraversando sia il fiume Litani in Libano che la Linea Gialla a Gaza, sprofondando gli Stati Uniti sempre più in un fango intrattabile. Gore Vidal aveva ragione. Aveva quasi sempre ragione.

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