UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 3 luglio 2026

DIARIO DI UN GIOVANE MEDICO
di Silvano Piccardi


 
Appunti dal genocidio di Gaza.
 
Ezzideen Shebab non è uno scrittore, non è un poeta, nemmeno uno storico o un giornalista: non scrive per “narrare”, scrive solo per testimoniare, perché non si perda la memoria, quella vera, senza retorica (ovvero, non quella in cui l’Occidente si esibisce inventandosi coccodrilleschi “Giorni della memoria”, dopo aver realizzato i crimini più orrendi!). C’è chi ha paragonato questo Diario di un giovane medico (Mimesis Ed. 2026 pagg. 162, prefazione di Paola Caridi), a: Se questo è un uomo di Primo Levi. Anch’egli non letterato, non romanziere, testimoniò da scienziato l’orrore dei lager di cui fu vittima in quanto ebreo e attivo antifascista. Ezzideen è a sua volta uno scienziato, medico anziché chimico, e il suo punto di osservazione è strettamente, profondamente legato alle sue responsabilità e impossibilità di medico “curante”. E questo “si sa” giacché è noto che la popolazione della Striscia ha visto i propri ospedali bombardati e messi in condizione di non poter più accogliere i vecchi e nuovi malati, feriti, moribondi… Perché stupirsi? Come se bastasse sentir dire, per poter dire di aver capito! No, questo diario non fa “scoop”, non si cimenta nella pornografia dell’orrore che troppo spesso ci propinano i nostri media. Al contrario, ci descrive (mentre l’autore lo descrive a se stesso) le condizioni concrete in cui si trova a dover operare in quanto medico. Sta a chi legge dedurne senso e giudizio. Fino ad aggiungere considerazioni che vanno al di là del genocidio hic et nunc. Sì, perché il dott. Shebab ci testimonia come questo massacro, perpetrato con armi (proibite!) di tutti i tipi, non comporta solo i morti che di volta in volta si registrano, ma incide direttamente sulle condizioni e sulla vita delle possibili (?) generazioni future. Leggiamo questa pagina di diario riferita al 5 maggio 2025.


 
Ieri all’ospedale Al-Awda, nel nord di Gaza, è venuta al mondo una bambina , e il mondo l’ha rifiutata. Non aveva il cervello. Non nel senso poetico di innocenza o purezza, ma in senso anatomico, letterale: anencefalia. Nessun cervello. Nessun pensiero futuro, nessun sogno, nessun ricordo da creare. Un cranio senza scopo. È nata a termine. Sua madre l’ha portata in grembo per nove lunghi mesi, tra notti ardenti e mattine struggenti, tra polvere, dolore e sirene. E poi la nascita. Ma nessuna vita da salvare. Solo silenzio. I medici erano impotenti, derisi dai limiti delle loro mani. Le ho viste, persone di medicina, le cui dita esperte e sterili tremavano. Non per la confusione, ma per la consapevolezza: danni teratogeni. Mancato sviluppo. Difetti genetici, non casuali, ma generati dalla guerra. Le bombe non hanno colpito solo gli edifici, ma anche i cromosomi. Le armi - d’acciaio, lucenti, americane - sono cadute non solo per distruggere il presente, ma per corrompere il grembo materno. Per avvelenare l’idea del domani. Come definiamo questo orrore? Radiazioni? Diossine?  Uranio impoverito? Tossine invisibili che non uccidono subito, ma aspettano. Si annidano, attraversano le pareti della placenta e deformano il tubo neurale. Distruggono la vita prima ancora che abbia inizio. Ci sono altri casi. Aborti spontanei. Nascite premature. Arti malformati. Palatoschisi più ampie del dolore. Midolli spinali simili a pergamene rotte. I medici ora sussurrano che non si tratta di un caso isolato. È uno schema. Uno studio della rivista “Lancet” mette in guardia da un numero di vittime indirette che potrebbe raggiungere le 200.000, non a causa di ferite da esplosione, ma per danni genetici trasmessi alle generazioni future. Ma il mondo è sordo. Conta i morti per le esplosioni, non per le deformità. Conta le vittime in base agli arti persi, non ai geni danneggiati. E qui, sotto le macerie, la ferita più profonda è nell’utero. L’ho vista ieri. La madre. Non piangeva. Si limitava a guardare. Aveva le braccia vuote. Aveva partorito una figlia senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le dita. Ed è questa la cosa più terribile: che la vita ci aveva provato. Che il corpo obbediva. Che, anche durante l’apocalisse, le cellule continuavano a costruire. Da qualche parte, un altro bambino potrebbe nascere segnato dall’aria che sua madre ha respirato. E non capiranno il perché. Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva. Che la guarigione è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando la placenta diventa un campo di battaglia? Quando la biologia diventa l’archivio della guerra? Questa non è solo una guerra di fuoco e acciaio. È una guerra contro la vita. Contro le donne. Contro l’atto stesso della nascita.
Ho visto la morte, corpi lacerati, polmoni che ansimano sotto le costole rotte. Ma mai ho sentito un silenzio così forte come quello di una madre che partorisce un bambino già condannato dal cielo che la sovrasta. E così scrivo. Non per accusare. Non per piangere. Ma per ricordare. Perché alcune armi non esplodono. Si sviluppano”.
E questa è una delle oltre 150 pagine del diario.

BILANCIO DI UN CONVEGNO
di Donatella Bisutti
 

Donatella Bisutti

Intervento conclusivo sul Convegno genovese dedicato alla Poesia Civile.
 
Ho fortemente voluto questo Convegno sulla Poesia Civile e mi sono impegnata al massimo per realizzarlo perché mi è parso importante e anche doveroso, da parte dei poeti, farsi voce e coscienza della collettività in un momento di forte e pericolosa deriva. Ho voluto quindi sollecitare i poeti e anche i possibili lettori o uditori di poesia per invitarli a ritrovare un punto di convergenza - la parola poetica in quanto espressione e comunicazione di un’emozione sociale condivisa - da cui mi pare che da tempo gli uni e gli altri si siano sempre più allontanati in direzioni sempre più divergenti. In anni recenti molti poeti o aspiranti tali si sono dedicati a quelli che io chiamerei giochi di prestigio letterari, “baloccandosi con le parole” come ho scritto in un brano del mio poema Erano le ombre degli eroi e scrivendo testi incomprensibili e aridi per il lettore comune, in una sorta di solipsismo esasperato. Questo ha fatto sì che la poesia abbia perso quello che fino ad alcuni decenni fa era il suo pubblico, diventando così la cenerentola dell’editoria con tutte le conseguenze negative inevitabili in una società che dà rilievo solo al profitto, quando invece una volta era proprio la poesia a essere riconosciuta all’apice della creazione letteraria. Questo perché molti poeti si limitano per lo più a una sorta di masturbazione mentale privata che non può interessare nessuno e i lettori non possono più immedesimarsi in questi testi, che si ergono irti di parole incomprensibili. La poesia sembra essere diventata in molti casi una sorta di sfogo personale senza più nessun rapporto con la società e con la Storia e la poesia civile aver perso l’importante ruolo che ha sempre avuto nella nostra letteratura, a partire dalle voci fondanti di Dante e Petrarca fino a Pasolini. Non a caso già nel secondo Novecento i cantautori hanno preso nel cuore della gente il posto lasciato vuoto dai poeti, avendo, loro sì, la capacità di interpretare le speranze, i sogni, le emozioni delle persone, quello che una volta i lettori potevano chiedere alla poesia: che esprimesse quello che loro sentivano senza essere in grado di esprimerlo. Quanta grande poesia è nata, a cominciare da quella di Ungaretti, per fare solo un esempio, dalla tragedia della Grande Guerra! La poesia del resto nasce storicamente come voce di un popolo, come poesia epica, con i grandi poemi in cui una collettività poteva riconoscersi e confermare le sue aspirazioni e le sue origini. La nostra epoca invece è, in tutto, l’epoca di un individualismo malato, di una razionalità astratta e distorta. Tanto da far collassare la realtà in una sorta di delirio. Il territorio della poesia è invece quello che si collega non al ragionare ma al sentire, ai flussi delle emozioni, alla visionarietà: la poesia civile deriva appunto da quella antichissima poesia epica, e ancora oggi è quella che canta i destini, le speranze, le vittorie, le sconfitte dei popoli e in cui il destino individuale è emblema di un destino collettivo.



D’altra parte quello della poesia civile non deve diventare nemmeno una sorta di manifesto politico. Può non esserci differenza fra poesia civile e poesia politica , entrambe, come dice giustamente Alfredo Panetta, hanno una stessa radice etimologica, la polis, la civitas, ma solo a patto che la poesia non diventi mai un comizio, non dimentichi che il suo linguaggio dev’essere nutrito dalla musicalità, dal ritmo, dall’immagine, dalla metafora, dall’allegoria, a patto che il poeta che la scrive sia consapevole che sta creando un linguaggio particolare e diverso, che non ha il compito di spiegare o di affermare un qualsiasi tipo di verità, ma di trasmettere una visione. Il rischio che la poesia civile non sia vera poesia è quello di tutta la poesia: quello cioè di diventare prosa e perdere così le sue stimmate, che ne fanno un linguaggio salvifico. La poesia civile, come ogni poesia, deve scendere dentro il nostro cuore come un magico elisir capace di farci intravvedere una realtà profonda al di là della realtà apparente, di fare del dolore un fertilizzante dell’anima, di accendere dentro di noi energie che non sapevamo di avere e che possono portarci a stravolgere il mondo. Per questa sua “pericolosità” molti poeti, che possiamo chiamare civili perché in loro un popolo si è identificato e ha attinto forza, anche nei nostri tempi sono stati e sono perseguitati in certi luoghi del mondo dove la poesia civile e politica esercita ancora un’azione incisiva di resistenza collettiva. Anch’io ho assistito di recente a letture di testi scritti da persone imprigionate, torturate e poi uccise in diverse parti del mondo: testi spesso bellissimi per la loro profonda verità, per aver trovato quel punto di incontro magico fra parola e realtà che ci commuove e ci spinge a riflettere, ci fa sentire che, dentro, siamo vivi. Perché la vita non è soltanto e tanto la vita fisica che ci anima e ci fa muovere, ma piuttosto quell’essenza che trafigge anche la morte.
Risvegliamo dunque la poesia a essere, anche da noi, come dev’essere, straordinaria energia vitale espressa attraverso il linguaggio, facciamone uno strumento spirituale che potrà trasformarsi in arma materiale, ma arma del bene, non arma di guerra, ma forza di pace in un momento in cui abbiamo bisogno di una grande energia per opporci a ciò che ci vuole condizionare e distruggere, a una delle situazioni di più grave pericolo che l’umanità abbia conosciuto.
Mi auguro che questa mia iniziativa, accolta con entusiasmo da alcuni poeti che stimo e apprezzo, aiuti a ridare, anche in contesti fortunatamente meno drammatici di quelli di altri luoghi del mondo, alla figura del poeta quel ruolo di coscienza civile e morale di una società che ha avuto in passato. E questa ritrovata dignità del poeta aiuterà, credo, anche a rifondare una ritrovata dignità dell’uomo, oggi tanto minacciata, calpestata, e degradata.
Questo è stato il mio sogno nell’organizzare questo convegno, cui tanti sono accorsi con interesse, sì che adesso si parla di dargli un seguito. E per questo ringrazio tutti coloro che hanno partecipato, hanno contribuito, hanno reso questo progetto realizzabile e ringrazio il pubblico che ha ascoltato e seguito con tanto viva partecipazione.

PREMIO PIEPOLI A MARCONIA




ALLA BIBLIOTECA SICILIA




giovedì 2 luglio 2026

COSTITUZIONE, FORMULA ELETTORALE
di Franco Astengo
 

Dalla legge Acerbo al plebiscito fino a luglio 1960.     
  
Sta ampliandosi il dibattito sulla proposta di modifica della formula elettorale attualmente in discussione in Parlamento e potrà essere utile provvedere nel merito ad alcuni punti di precisazione.
1) Occorre sfatare il mito che l’insieme delle leggi che regolano l’accesso alle istituzioni, parlamentari e locali, siano questione di competenza di pochi specialisti. È sbagliato affermare che è necessario occuparsi d’altro e che questo tema non interessa l’insieme dell’opinione pubblica e di conseguenza dell’elettorato. Le formule elettorali, invece, rappresentano l’architrave di un sistema democratico e la loro importanza va sottolineata con forza evitando semplificazioni e forzature.
2) Nella fattispecie in atto il tema sembra essere quello del rapporto tra la formula elettorale escogitata dalla destra e la Costituzione. Difatti si può ben sostenere che tutto l’impianto è fuori dalla Costituzione Repubblicana dal “come” la ministra Casellati ne ha presentato l’impianto complessivo al Parlamento. In quell’occasione, infatti, si è sostenuto che il “fil rouge” che reggeva tutta la baracca era rappresentato dalla ricerca della stabilità di governo. E’ l’antica questione tra rappresentanza e governabilità che ha assillato il mondo politico italiano fin dalla sciagurata stagione referendaria di inizio anni ’90 dopo che la bocciatura del tentativo maggioritario portato avanti dalla DC nel 1953 era stato respinto dal voto popolare e di conseguenza la formula proporzionale si era naturalmente affermata almeno fino a quando il combinato disposto di Tangentopoli, caduta del Muro di Berlino, trattato di Maastricht avevano determinato la rovina del sistema imperniato sui partiti di massa.
3) Il punto della proposta attualmente in discussione però, come molti hanno già segnalato, non risiede tanto nella questione della governabilità quanto nel mutamento (per via ingannevolmente surrettizia) della forma di governo parlamentare. L’indicazione del candidato/a alla presidenza del Consiglio preventivamente richiesta alle coalizioni e alle eventuali liste autonome in occasione delle elezioni legislative generali assumerebbe alcuni significati precisi:
a) il contrasto oggettivo con la Presidenza della Repubblica perderebbe la sua prerogativa essenziale di scelta del Presidente del Consiglio con il rischio di una frattura istituzionale difficilmente sanabile
b) In secondo luogo il collegamento diretto (e innegabile) tra il candidato presidente del consiglio e il listino di maggioranza (eletto in blocco dalla maggioranza) renderebbe gli eletti con questa formula (non sindacabili perché su lista bloccata) parte (decisiva) del Parlamento direttamente subordinata alla Presidenza del Consiglio (simil stabunt simil cadent).



4) Il tipo di situazione appena descritta renderebbe il ruolo del Presidente della Repubblica del tutto superfluo sulla scelta politica più importante spingendo così l’insieme del sistema verso il presidenzialismo di un “eletto del popolo” non intermediato da un voto di fiducia espresso dalle Camere, reso anch’esso superfluo dall’elezione diretta in blocco del listone di maggioranza. Inutile ricordare gli accenti contenuti in questo tipo di impostazione e risalenti alla legge Acerbo del 1924 e al plebiscito del 1929.
Non si può però non segnalare i progressivi cedimenti avvenuti nel centro-sinistra a partire dalla stagione referendaria anni 90 già ricordata, poi alla sciagurata modifica del titolo V della Costituzione nel 2001 fino all’inspiegabile allineamento alla riduzione del numero dei parlamentari del 2020.
Il cedimento del centro-sinistra si è verificato verso la logica della personalizzazione, la trasformazione dei partiti in comitati elettorali a tutti i livelli centrale e periferico, la concessione allo schema della “democrazia recitativa” ormai imperante in una società dominata dall’individualismo competitivo e dal frastagliamento imposto dalle corporazioni.
5) Questo quadro rende un’eventuale strategia emendataria di opposizione del tutto debole e inadeguata rispetto alla posta in palio che è quella, per intero, della democrazia repubblicana.
Servirebbe una soggettività politica fondata interamente sulla questione della qualità della democrazia e del ruolo delle istituzioni. Lo scivolamento verso un regime autocratico potrebbe rivelarsi più agevole del previsto e per questo deve essere lanciato un serio segnale d’allarme. Il contrasto a questo progetto non può essere limitato alle aule parlamentari: l’esempio che ci sentiamo di sostenere è quello della mobilitazione antifascista del Luglio 1960 di cui in questi giorni ricorrono i 66 anni (naturalmente non augurandoci i risvolti tragici che segnarono quel frangente).

INVETTIVA
di Antonio Ricci


 
Invisibilità
 
Si assapora nella vertigine
Planetaria - passo dopo passo -
dei confini di migranti, extracomunitari,
braccianti.
Lasciano i loro paesi,
con la povertà cucita sulla pelle, e
alle loro spalle si rintanano i
potenti malvagi accomunati
dall’ortodossia della ricchezza.
Sconfinando nella disumanizzazione
degli sconfinati paesi di questa
nostra terra ammutolita, seppellendosi
nella clandestinità che li rende lavoratori
ricattabili, invisibili, eliminabili, senza
scrupoli altro non sono che
una merce a buon pranzo.
Siete lavoratori, malcapitati nella
agricola terra italica dove si declamano
i contratti pirati del lavoro di
paraschiavitù e che non vede i
confini. Vi trovate fantasmi nei
rifugi, nei ghetti, nella vergognosa
sospensione temporale della vita.
Siete ricattati, derelitti
nella vessazione e bruciati vivi
per edificare la vostra nullità.
Si utilizzano la vostra fatica e i
vostri corpi nelle sobrie terre
dove il sole vi avvolge nel suo sudario
lasciandovi crepare, dissanguati
dalla disseminata virtù del caporalato,
parvenza di solitari padroni.

  

POESIA TERAPIA
di Patrizia Gioia
 


Non si nasce senza passare attraverso, non si cresce senza passare attraverso”. Queste parole di Dome Bulfaro le ho messe ad esergo della recente fatica delle Edizioni Millegru: Attraverso la poesia terapia. Nuovi ponti per il benessere di ogni età. Fatica del nutrito gruppo di Poetry Therapy, fatica dei due curatori Dome Bulfaro e Paolo Maria Manzalini. Il libro di cui sto parlando è un prezioso testo che riporta tutte le relazioni “curative” del secondo Festival Internazionale di Poesia Terapia, Festival che si è svolto a novembre 2025 nella grande sala dell’Ospedale di Vimercate e che ha visto un’alternanza di professioni e di argomenti, tutti legati insieme, come un bel mazzo di fiori, dal nastro della Poesia: Parola che cura.
In questo nostro oggi nominare la parola Poesia è cosa di cui vergognarsi, tanta è la sicumera di un potere che toglie dal quotidiano la Parola che cura, per dare fiato alla parola vana, quella che non fa il suo vero lavoro: essere energia che crea realtà. Ma per creare buona realtà dobbiamo prima conoscere le nostre potenzialità e i nostri limiti, ma soprattutto dobbiamo essere consapevoli che sono le forze dell'inconscio quelle che non ci fanno padroni in casa nostra, forze cruente, sapienti e ingannevoli che richiedono tutta la nostra onestà non solo intellettuale, quell’onestà che sa che senza la discesa agli inferi non ci potrà mai essere resurrezione. La parola poetica, quella che arriva dal fecondo utero del Silenzio è capace di “artigliarti”, compito della vera Cultura, perché capace di portarti attraverso un luogo da cui non puoi uscire indenne, cioè trasformato. Attraversare è esattamente il cammino della nostra vita, un continuo essere sulla soglia e rischiare l’abisso. È qui che nasciamo, è qui che ri-nasciamo.



Di pratiche, di laboratori, di esercizi, di pedagogia e anche di voce, di musica, di ritmo, di tono il libro parla, un manuale di maieutica, una pratica di cura: far nascere là dove la ferita non ha ancora la capacità di diventare feritoia.
Resurrezione implica anche sempre Rivelazione. Quale la Parola che risveglia, che tocca le viscere e il cuore, la parola che sbuca dall’utero cosmico per ficcarsi nel tuo e farlo diventare portatore di vita, di luce, consapevole dell’abbraccio dell’ombra. Cosa vive nell’Ombra? E se fosse proprio l’Io l’Ombra? Quali dèi dobbiamo far risalire all’Olimpo perché le malattie si sciolgano e il sintomo canti? Poesia è “obbedienza”: un ascolto e una responsabilità nuova e consapevole.
Ecco, la senti la sua Parola?
È lei che porta balsamo e unguento per quella ferita ancora incantata e incatenata, ma è ora di alzarti! E come Lazzaro tornare alla Vita, quella che ogni volta ci fa togliere la pietra tombale e nuovamente dire: eccomi! Faccio nuovo il giorno.



Questo libro/manuale/sussidiario è come un buon panino accuratamente farcito, gli ingredienti sono ottimi, il pane è fatto di quella sostanza che nutre e trasforma, perché è nella Relazione che avvengono sempre le magie, quelle che ci accompagnano nel quotidiano e che la Poesia aiuta a far lievitare in noi. Nel libro troverete le molte ricette. Attenzione, qui si impara a volare! Non l’incosciente volo di Icaro, ma un volo consapevole e responsabile, quel volo che arriva dopo molti tentativi e che mai aveva abbandonato la fiducia di ritrovare la via, che vista dall'alto rivela il suo disegno, il nostro personale disegno.
Parola e cura - scrive Paolo Maria Manzalini - sono questione etica e politica, ancor prima che estetica. Ecco permettetemi di dire che etica politica ed estetica non hanno gerarchia, sono una trinità dinamica in una creazione continua, tre dimensioni umane che possiamo distinguere ma non separare, così come cosmo, umano e divino sono nostre parti costitutive di cui fare esperienza non teoria. Poesia come esperienza di quel che in noi possiamo, creando e attraversando, curare e che da noi passerà nel corpo sottile dell’Invisibile, è qui che hanno casa Coraggio, Speranza e Libertà. Poesia come Nuova Innocenza, che non comporta arbitrio o anarchia, ma “idiosincrasia” nell’accezione originante del termine: peculiarità individuale.
E che cosa scopriremo, anche grazie a questo libro? Vedremo l’Invisibile comprendendo l’Incomprensibile. Parola della Poesia, che ne sa sempre una in più!
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DANZA SACRA




LIBRI
di Carlo Di Legge


 
Il primo libro della Bibbia ebraica, la Torah, libro che noi chiamiamo Genesi, prende anche nome dalla prima parola: bereshit. Essa, tradotta nel greco en arché, è origine/fondamento di ciò che esiste: in tal senso nel testo di Rita Pacilio si legge, “se ci sono leggi significa/che c’è un legislatore/antico/…/regola esatta/la prima parola semplice/essenziale/nel giorno generato da se stesso. E si ripete.”
Quasi un proemio. Per seguire in parola la prima parola occorre “mettersi sottosopra/avventurarsi nel fiato” e si avrà “la storia”, che verrà detta nel flatus vocis, appunto, in pulsazione e ritmo: “La mappatura del battito/il doppio tempo”, nella modalità visionaria:
 
Prova ad abitare con una foglia
sull’albero. Nella testa avrai
la convulsione del vento e imparerai
la pazienza della stessa poesia.
  
La lingua semanticamente dura che l’autrice aveva trovato, negli ultimi lavori appare in risoluzione, in avvicinamento ai moduli del parlare quotidiano, e quella ritorna solo a squarci:
  
… in futuro mi parlerai
sotto la magnolia, sulla sponda
del giardino ci legherà una foglia
mi spiegherai come ritornare
nel ricordo
lo scambio della voce
infilando le braccia in maniera
eloquente,
 
sempre con illuminazioni di canto:
 
Si mantiene punta di lancia
il filo di pioggia all’acqua del pozzo
posato
scosso nell’indivisibile momento
arreso e dolcemente unto
trapassato
 
sparito in un flusso senza coscienza
ferruginoso in un corpo a corpo
così acuto il taglio come a liberare
la doglia e la voglia a non dire.
 
L’indagine vede il male nel mondo, il silenzio, che sia “pieno e dolce”, il senso del tempo, “questo labirinto che non so sorvegliare”, il passato, il riemergere dei ricordi, i prossimi e l’umanità, e il non riuscire talvolta all’altezza dello “stare nella parola”, la difficoltà in esistenza, a volte sì “beatitudine” ma “innalzata sulle lame”, verità e paura, guerra e pace. Ma permane la necessità di amare, nonostante qualche inconveniente, e soprattutto la consapevolezza che “la certezza di Dio l’ho conosciuta” in una fede senza misteri, perché si dev’essere come bambini (Mt 18, 3-6) e la fede in Dio è anche la nostra speranza nello scorrere dell’adesso:
 
Dio ci dona sonni quieti,
questa è la pace
ogni volta che un’ora dura anni
l’eternità.  
  
Parola è anche, nel IV Vangelo, valore metafisico del Logos o Verbo, comunque lo si voglia tradurre: verbo incarnato perché tradurre: Il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi  (Gv 1,14). Incarnato come lo spirito e la poesia. E, nell’incipit di questo ininterrotto flusso di versi che costituisce il poema, è che “La prima parola possiede la vita”. Ma, siccome in questo caso si tratta di poesia, sia pure con forte cifra religiosa, è un modo diverso e (credo) altrettanto calzante di cercare la corrispondenza tra l’ordine delle parole e l’ordine delle cose.
 
 

Rita Pacilio
La prima parola
Di Felice Edizioni - 2025

martedì 30 giugno 2026

ONORE A CECCO
di Nino Di Paolo  
 
Francesco Bellosi

Lo schifo di questo Paese è che si permetta impunemente di mettere una teca in memoria dei massacratori fascisti, e di solerti “tutori dell’ordine” che invece di andare ad arrestare questo fecciume, denunci un cittadino che ne è disgustato.
 
Di Francesco (Cecco) Bellosi, autore lariano quasi ottantenne è fresca di questi giorni una notizia, non di natura letteraria, che lo riguarda (e tutti ci riguarda). Venerdì 19 giugno 2026 il Tribunale di Como lo ha assolto dall’accusa di aver danneggiato una teca commemorativa, collocata a Giulino di Mezzegra, contenente le foto del dittatore Benito Mussolini e di Clara Petacci, sua collaboratrice, giustiziati in nome del popolo italiano il 28 aprile 1945. In realtà Bellosi, nella piovosa sera del 28 aprile 2023, da quella teca aveva soltanto rimosso il mazzo di fiori posto, il giorno stesso, da un gruppo di fascisti nostalgici. Un passante lo aveva visto lì, aveva preso il suo numero di targa e l’aveva segnalato ai carabinieri. I carabinieri inviarono alla Procura una denuncia per il reato di danneggiamento. Dopo il rinvio a giudizio (per un’accusa surreale), il passante, divenuto testimone di giustizia, in udienza dichiarò di non aver visto Bellosi rompere la teca ma soltanto armeggiarci attorno. Bellosi rivendicò l’azione di aver tolto i fiori ma non di aver spaccato la teca. Il PM venerdì ha chiesto l’assoluzione per la lievità del fatto mentre l’avvocato difensore Davide Steccanella ha sottolineato, nel chiederne ugualmente l’assoluzione, il dovere civico di togliere dei fiori da una teca (che dovrebbe essere rimossa da parte del Comune dov’è collocata). Il giudice l’ha assolto per non aver commesso il fatto (delittuoso) affermando implicitamente così la correttezza dell’aver tolto i fiori dall’altarino commemorativo di un tiranno che condusse l’Italia al disonore della dittatura, delle leggi razziste, al crimine del colonialismo e alla rovina della guerra.



Perché ho voluto introdurre la figura e le opere di Bellosi con questa notizia? Perché Cecco, un diminutivo che ricorda figure importanti degli albori della letteratura italiana, Cecco Angiolieri e Cecco d’Ascoli, proprio ai fatti avvenuti a Giulino di Mezzegra ha dedicato la sua opera, a mio avviso, più importante: il romanzo narrativo-storico Sotto l’ombra di un bel fiore. Pubblicato nel 2018 e ripubblicato nel 2025, il libro ripercorre gli ultimi mesi della lotta di Liberazione nel territorio lariano che ebbe, al suo culmine l’arresto, da parte della 52° Brigata Garibaldi, di Mussolini e dei gerarchi in fuga e la susseguente esecuzione dell’uno e degli altri. La storia, però, è narrata attraverso il racconto delle vite dei partigiani che si trovarono nel mezzo della “Grande Storia” che li investì e di cui si trovarono protagonisti, racconto delle loro vite e della morte di alcuni di loro, in primo luogo di Luigi Canali, il capitano Neri e di Giuseppina Tuissi “Gianna”. Romanzi e ricostruzioni storiche sulla Resistenza e sulla morte di Mussolini ce ne sono a bizzeffe ma Bellosi, da bambino e da ragazzo, ha conosciuto personalmente alcuni di quei partigiani, in particolar modo Michele Moretti, che fu quello che eseguì la condanna a morte del tiranno, dopo che l’arma di colui che era stato designato ad effettuarla si inceppò, e ne ha raccolto le testimonianze più autentiche e dirette.



Ho potuto leggere altre due opere di Cecco: la ricerca storica, stesa in forma di narrazione epica ma non scevra di un linguaggio, in alcune parti, anche di riuscitissimo tono umoristico Con i piedi nell’acqua, dedicata alle storie di tre tribù di laghée: i cuochi della scuola alberghiera di Argegno, i contrabbandieri dei paesi che si affacciano sul Lago e i partigiani della 52°. Queste tre epopee, raccolte in un’unica opera, costituiscono uno spaccato, al tempo stesso storicamente preciso eppure “romantico” della realtà comasca e delle sue propaggini lacustri e montane. E, ultima, un’altra narrazione, questa più autobiografica: L’orlo del bosco che è la storia della Comunità di relazione e sostegno con le persone che ne abbiano necessità chiamata “Il Gabbiano”, di cui Bellosi è, da tre decenni, mente, cuore e pilastro.
Una storia narrata attraverso le storie delle persone che l’hanno vissuta.
Cecco è stato però colpevolmente “nascosto” al grande pubblico, escluso dalle grandi rassegne, dai grandi premi, dai programmi televisivi e dalle recensioni dei giornaloni non per ragioni di critica letteraria ma esclusivamente per ragioni di “stigma”.
Chi aveva abbracciato la “lotta armata” è condannato alla morte civile in un paese che innalza teche ai tiranni e ai suoi collaboratori: il valore delle opere non conta, contano soltanto i marchi (e le marchette).

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