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UNA NUOVA ODISSEA...
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
giovedì 5 febbraio 2026
FORTE COI DEBOLI
L’atto più spregevole ai miei occhi, assieme al genocidio
dei palestinesi di cui è a tutti gli effetti uno dei massimi responsabili, è di
avere permesso l’assedio di Kobane e l’annientamento delle comunità curde da
parte dei tagliagole degli eredi dell’Isis alleandosi con quest’ultimi. Alleandosi
con l’attuale governo siriano dei tagliagole, ha tradito il tributo di sangue
costato a giovani uomini e giovani donne del Rojava che all’Isis si erano
opposti. Ha impedito che l’esperimento di autogoverno, di democrazia diretta,
delle autonomie locali, dei consigli popolari, della parità di genere, del
rifiuto di ogni fanatismo religioso, dell’autodifesa comunitaria, della laicità
e della tolleranza del popolo curdo si consolidassero in Medio Oriente. Ha
definitivamente vanificato, per quanto mi riguarda, l’unica idea decente -
rispetto all’insipienza di un’Europa inerte, ottusa e subalterna - quella di
mediare per porre fine all’insensato e rovinoso conflitto russo-ucraino. Che lo facesse per opportunismo ed interesse non ci importava, che lo facesse perché con i
forti occorre trattare per evitare una guerra nucleare, ci andava
bene. Ed è soprattutto per quest’ultima ragione che abbiamo sperato che la sua
mediazione per porre fine alla guerra andasse in porto. Lo abbiamo scritto e ci
siamo attirati incomprensioni e insulti dagli ambienti nemici di ogni trattativa con la Russia. Ma siamo pronti a
riconoscere che anche lui si è rivelato inaffidabile e guerrafondaio quanto altri
presidenti del suo guerrafondaio Paese. Democratici o repubblicani non fa
differenza.
DISSENSO ED EVERSIONE
di Franco Astengo

Il ministro Piantedosi
Il
ministro dell'Interno, entrando nel merito dei fatti di Torino e interpretando
alla perfezione il ruolo del "poliziotto cattivo", sta lavorando ad
una equiparazione tra eversione e dissenso: appare evidente l'obiettivo di
tacciare le opposizioni di promuovere eversione ottenendo così alla fine il
risultato politico dell'appiattimento del dissenso in un'unica categoria da
condannare ed emarginare. Vale la pena allora di misurarsi con questa dinamica
proposta dal Ministero e che rappresenta sicuramente almeno una parte degli
intendimenti politici del governo di destra. Premessa: da qualche tempo si scrive di “svolta autoritaria” in atto. Una
valutazione che è stato formulato guardando anche oltre a quanto sta accadendo
sul terreno delle riforme costituzionali e istituzionali che puntano a
stravolgere l’impianto parlamentare della Repubblica così come disegnato dalla
Costituzione e che saranno sottoposte a referendum il prossimo 22/23 marzo.
Difendere la divisione dei poteri e la loro reciproca
autonomia sta diventando quindi un imperativo categorico da cui assolutamente
non deflettere. In questa “svolta autoritaria”
va però ravvisato qualcosa di più profondo nella- pur grave - progressiva
riduzione del rapporto tra politica e società realizzato al fine di “tagliare”
il più possibile dell’insieme dei bisogni sociali. La modernità viene affermata dalle classi dominanti
attraverso l’intreccio tra l’inasprimento delle condizioni nelle quali il
capitale afferma la propria egemonia e l’emergere di nuove contraddizioni
post-materialiste agite allo scopo di “sfarinare” l’identità sociale, dividere
e preparare un'altra fase di dominio di un capitalismo feroce, negatore dei
diritti basilari. Un capitalismo che punta alla sopraffazione dei singoli e del
collettivo, e non appena compare il dissenso, lo marginalizza e lo
criminalizza. È sempre accaduto, intendiamoci,
in una forma più o meno accentuata ma adesso in Italia questa “filosofia
politica” del capitale interpretata dalla destra al governo sta assumendo,
anche per via di questioni specifiche legate alla realtà del quadro politico e
dei soggetti intermedi, una vera e propria veste di autoritarismo populista.
A rischio di apparire inguaribilmente “retrò” è
invece proprio il punto dell’opposizione politica quello da sollevare ancora
una volta con grandissima urgenza.
Occorre sviluppare
un’analisi che parta da due punti che debbono essere sollevati senza
discussione: al meccanismo della repressione, in questo caso esercitata con
grande prontezza dalle preposte “forze del disordine” si affianca un processo
di marginalizzazione del dissenso. Una
marginalizzazione che deriva dall’assenza di prospettiva nel riuscire a fornire
al fortissimo disagio sociale un’effettiva capacità politica di espressione da
parte dell’opposizione.
Il conflitto sociale,
anche in forme tumultuose, è indispensabile ma eguale valenza possiede la
capacità di sintesi e di progettualità politica: è da questo intreccio, dalla
capacità del “pensare” e del “fare” di una soggettività nella quale ricercare
anche forme originali di aggregazione e di organizzazione, che possiamo trovare
alimento nel disegnare un futuro nel quale possa essere possibile
respingere questo tentativo in atto di repressione e marginalizzazione del
dissenso. Si tratta, infine, di far compiere
un salto di qualità proprio al dissenso trasformandolo in opposizione politica
senza concedere sconti o improvvisate nostalgie da "unità nazionale"
ammantate da "responsabilità istituzionale".
![]() |
| Il ministro Piantedosi |
COME STANNO LE
COSE
di Raniero La
Valle
Carissimi,
l’opinione pubblica è stata turbata
dai gravi incidenti che si sono avuti a Torino dopo la grande manifestazione
per Askatasuna: cento manifestanti feriti, un poliziotto preso a calci, una
specie di guerriglia urbana. La brutta lezione che se ne può trarre è che
quando il fascismo è al potere, la violenza si scatena, in quanto si chiudono
gli spazi vitali, da una parte e dall’altra. Succede a Minneapolis, e succede a
Torino. Ma che cos’è il fascismo? Il prof. Zagrebelsky ha ripreso una
distinzione tra il fascismo storico (quello delle camicie nere) e il fascismo
“eterno”, il primo proibito dalla Costituzione, mentre il secondo non lo
sarebbe, entrerebbe solo nel contrasto di opinioni. Non ne siamo tanto sicuri:
anche il fascismo eterno è incompatibile con la Costituzione, tutto sta a
vedere che cos’è il fascismo. Quello di Trump è dire che il diritto non c’è
più, non gli serve, lui basta a sé stesso. Per quello di qui. se ne può trovare
un’esemplare descrizione nei “principi generali” e nei primi articoli della
proposta di legge di Casa Pound e camerati sulla cosiddetta “remigrazione” e
riconquista. È infatti certamente fascismo storico ed eterno insieme stabilire
il principio della sicurezza pubblica e dei diritti “dei cittadini italiani”
(la persona umana come tale non esiste); l’affermazione “come principio
inderogabile, che non esiste un diritto intrinseco a migrare, inteso come
facoltà del singolo individuo di abbandonare la propria nazione di origine per
stabilirsi liberamente in un’altra” (niente diritti umani universali). È
fascismo puro introdurre la pena, (che non esiste in Costituzione anche se
ancora nel codice penale) della “confisca preventiva”, dei beni, patrimoni
immobiliari, aziende e conti correnti, anche prima della condanna definitiva,
per chi “agevoli l’ingresso irregolare di stranieri” (nell’irregolare
può entrare qualunque interdizione, anche un visto scaduto). Sono inoltre
previste per lo stesso reato pene detentive fino a 12 anni di reclusione, e una
sanzione fino a un milione di euro e, per gli immigrati, espulsioni,
deportazioni, revoca della cittadinanza già ottenuta, abolizione della
protezione speciale e quant’altro.
SULLE VIOLENZE A TORINO
Ci è stato chiesto di ospitare e far
girare questo scritto e così facciamo. La verità dei fatti è sempre preferibile
a qualunque altra ragione ed ogni apporto in tal senso è benvenuto. Chi conosce
la storia di questo giornale sa che da sempre siamo nemici di ogni ferocia, di
ogni efferatezza, di ogni violenza: la guerra in primis, che rappresenta la
violenza alla massima potenza, la distruzione di ogni umanità e di ogni
ragione. E tale violenza si incarna negli Stati armati: tutti, senza
distinzione e senza giustificazioni. Non è ora il caso di fare un elenco
smisurato di violenza che ogni giorno siamo costretti a subire da parte di chi
governa ed esercita il potere, ognuno può facilmente farsi la lista in proprio:
dalla impossibilità di farsi curare per condizioni economiche misere a quella
dell’assenza di lavoro o di precarietà. Alla violenza dei privilegi che un
pugno ristretto di una casta di intoccabili esibisce, a quella di politici sfrontati
che si ritengono al di sopra delle leggi e le calpestano impunemente. Ma siamo
fermamente convinti che la storia dell’emancipazione ci ha consegnato strumenti
di dissenso e di lotta diversi da quelli della violenza. Questo strumento si
chiama resistenza passiva, si chiama non collaborazione attiva generalizzata,
si chiama sciopero generale, si chiama disubbidienza nonviolenta, si chiama difesa
di un luogo con la presenza disarmata dei nostri corpi, si chiama ripudio, si
chiama diserzione. Tutto questo fa paura agli oppressori ed ai guerrafondai più
di qualsiasi arma e genera simpatia tra la gente semplice, umiliata, oppressa. Genera
simpatia perché non genera sangue, non genera morte e conserva integro il
nostro senso di umanità. Disprezziamo profondamente chi spara ordigni ad
altezza d’uomo contro un corteo pacifico di lavoratori e di oppositori alla
guerra; chi massacra popolazioni inermi, chi produce armi e si arricchisce
sulla morte, chi spende miliardi in armi e poi ci viene a dire che non ci sono
i soldi per la sanità, per la cura del territorio, per la casa, per le
pensioni. Questi uomini e queste donne infami siedono nei Parlamenti e sui
banchi dei Governi, occupano alte cariche e sono ai vertici delle istituzioni;
sono loro i generatori peggiori della violenza. Ma disprezziamo profondamente anche
chi si accanisce contro un uomo caduto a terra, e non ne prova pietà, solo
perché ha indosso una divisa. [A. G.]
La violenza che si mostra e quella che si
cancella
In un
dibattito tossico, polarizzato e banalizzato, soprattutto dalle forze di
governo, ci siamo prese qualche giorno prima
di commentare quello che è successo il 31 gennaio a
Torino. Una cosa la diciamo subito con chiarezza: noi c’eravamo
e facciamo parte di quell’opposizione reale,
costruita dal basso, che era in piazza per chiedere un
altro mondo possibile, di solidarietà e
uguaglianza. Prima ancora che iniziasse il corteo, la città
era blindata, con intere zone presidiate e militarizzate,
controlli ai caselli autostradali e alle stazioni ferroviarie. Abbiamo
iniziato a respirare la violenza che pervade il quartiere
Vanchiglia dallo sgombero di Askatasuna.
Ma quale violenza?
Il dibattito istituzionale è inquinato e
il racconto è già scritto. Circolano quasi solamente i video dell’agente
pestato da alcuni manifestanti, ma dove sono i video dei due poliziotti
che lasciano sul ciglio della strada un uomo con la testa spaccata? Dove sono
i video delle 50 mila persone che
hanno manifestato pacificamente per le strade di Torino? Dove sono i numerosi
video di agenti che pestano giovani e lanciano lacrimogeni ad altezza uomo,
delle cariche sulla folla, delle manganellate su chi capitava a tiro? E
allora diventa chiarissimo il punto: c’è una violenza
che deve stare in vetrina e una violenza
che deve sparire. Questa è propaganda, e serve a un obiettivo
preciso: strumentalizzare ciò che è
accaduto per legittimare il nuovo decreto sicurezza (già
calendarizzato prima degli scontri di piazza) e nuove misure di repressione del
dissenso. Se vuoi aiutare a diffondere una contro-narrazione
dei fatti, provare a condividere una visione
complessa e opporti
alla strumentalizzazione, interagisci (mettendo
like e commentando) e condividi i nostri post sui
social. Ci impongono di indignarci per un pezzo
solo della storia, e intanto fanno scomparire dal racconto le cariche
indiscriminate sulla folla e la gestione muscolare della piazza. Intorno
alle forze dell’ordine cresce uno spettro di sacralità: solo loro sono
intoccabili e tutelabili a prescindere. E così, a forza
di immagini selezionate, ci dimentichiamo dei decreti sicurezza,
della criminalizzazione dell’altro, del modo barbaro con cui questo
governo tratta le persone migranti, del peggioramento delle condizioni di
lavoro, delle morti sul lavoro, dei tagli
all'Università, della privatizzazione degli spazi pubblici. Allora, da
che parte stare? Dalla parte delle persone che hanno manifestato o delle
forze dell’ordine? Noi non cadiamo nella trappola della
polarizzazione. Condanniamo la violenza pura, fine a sé stessa. Però
sappiamo anche che la postura pacifista può essere un privilegio e non la
eleviamo moralmente come unica forma legittima di conflitto.
Soprattutto non accettiamo che venga banalizzato ciò che è
successo: 50mila persone in piazza per sostenere Askatasuna e gli
spazi sociali, per continuare a esprimere solidarietà al popolo palestinese,
per urlare contro repressione, riarmo e militarizzazione, sono un fatto
politico enorme in un tempo di frammentazione e solitudine. Noi vorremmo una società senza violenza in tutte le
sue forme: violenza fisica, abuso, sfruttamento, disuguaglianza,
discriminazione, precarietà. Qui sta un punto che non vogliamo più lasciare
sullo sfondo: non tutte le violenze sono uguali. La violenza dello
Stato non è uguale alla violenza della protesta ed è il più grande
fallimento che possa produrre un’istituzione. E se non ci si indigna di fronte
a un’istituzione pubblica che premedita e agisce deliberatamente violenza
contro persone, in qualsiasi contesto, allora è difficile contribuire a rendere
il mondo un posto migliore. La questione non riguarda "solo
Torino”. È quotidiana. È la normalizzazione dell’idea
che la gestione dei conflitti debba passare per armi, intimidazione,
repressione. È la retorica della “sicurezza” fatta di pistole, laser,
punizione, controllo. Ed è proprio questa narrazione che stiamo provando a
smontare anche a Genova. Con la nostra campagna chiediamo di non
normalizzare la dotazione di armi, a partire dalla polizia locale. Perché per
noi la sicurezza non è questo: sono le persone in strada, le relazioni sociali,
la comunità, la cura. Proprio quella comunità che a Torino abbiamo ritrovato,
camminando insieme. Se sei d'accordo con noi, aiutaci a far leggere alle
persone questo pensiero e condividi i nostri post sui social.
Organizzazione Studio Agitazione
mercoledì 4 febbraio 2026
GUARDI NISCEMI, E PENSI
A FIRENZE
Associazione di volontariato Idra
Rimpalli di responsabilità fra
autorità pubbliche: dovesse ricapitare un ’66, o un ’92, a chi toccherebbe
risponderne?
L’ultima esondazione dell’Arno risale
a 60 anni fa. Rovinosa. Tutto il mondo corse in aiuto. La più recente
esondazione dei corsi d’acqua minori (i più pericolosi, ultimamente: i torrenti
Terzolle e Mugnone), risale a 34 anni fa. Tanti danni in più di un quartiere. Molte
zone di Firenze sono ancora oggi a rischio idraulico, come attestano le carte
dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Settentrionale. In alcuni
punti incombe una pericolosità classificata come ‘alta’. Per esempio, là dove
il Mugnone incontra il fascio di binari che escono ed entrano nella stazione di
Santa Maria Novella. Ebbene, proprio in quel punto si sta scavando da più di
tre lustri una fossa profonda 25 metri, lunga 450, larga 50, che dovrebbe
ospitare la nuova stazione ferroviaria sotterranea ad Alta Velocità. Che la
pericolosità è ‘alta’ non lo dicono solo le carte dell’Autorità di bacino. Lo
ribadiscono quelle della Protezione civile del Comune. Ma il progetto è stato
approvato senza valutazione di impatto ambientale, e nessuna istituzione
pubblica ha alzato un dito per esigerla. Il Ministero dell’Ambiente ha
addirittura stabilito che poteva bastare la VIA fatta per un’altra stazione
(fra Viale Redi e Viale Strozzi), mai realizzata, lontana parecchie centinaia
di metri e progettata in un’area classificata a pericolosità idraulica ‘bassa’!
Intanto quel Mugnone non ha smesso di inviare segnali di allarme. Due volte l’anno
scorso, a gennaio e a marzo, nel quartiere delle Cure, la piena ha lambito l’impalcato
del ponte su cui correvano inconsapevoli le Freccerosse e gli Italo.
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| Dissesto idrogeologico in Calabria |
Stiamo stuzzicando anche l’intero sottosuolo della città in cui “dalla fine del XII secolo al 1966 si sono susseguite sicuramente ben 42 piene e inondazioni”, come ci informa il prof. Leonardo Rombai, docente emerito di Geografia storica all’Università di Firenze. Si stanno scavando da est a ovest 12.666 metri di tunnel fra Campo di Marte e Castello, perpendicolarmente alle linee di flusso della falda acquifera. Tutto sotto controllo? Chissà… certo è che il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco denuncia: nel progetto esecutivo degli scavi non c’è traccia del piano di emergenza prescritto dal DM 28/10/2005 “Sicurezza nelle gallerie ferroviarie”!
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| Niscemi |
Se poi vai a guardare a Castello, dove per la TAV è stata anticipata una galleria artificiale in superficie in attesa dei tunnel da Campo di Marte, scopri che gronda da un pezzo acqua mista a colibacilli fecali (parola dell’ARPAT). E a quel progetto non è stato accordato dalla commissione competente neppure il collaudo tecnico-amministrativo.
Se poi vai a verificare che dove vanno le terre di scavo, scopri che finiscono in impianti di gestione rifiuti (né è dato sapere dove e quali), con ipotizzabili elevati incrementi di costi, dopo che da decenni la comunicazione ufficiale racconta la favola di un progetto di riambientalizzazione e valorizzazione paesaggistica della ex miniera di Santa Barbara nel Comune di Cavriglia: al 15 maggio 2025 ammontavano già a circa 105.000 tonnellate.
Infine, se vai a cercare che fine ha fatto l’organo di vigilanza su tutte queste simpatiche avventure progettuali, scopri che l’Osservatorio Ambientale istituito dal Ministero dell’Ambiente è scaduto tredici mesi fa, e non è mai stato rinnovato. Di queste circostanze sono mai state informate le Autorità pubbliche con la maiuscola, locali e centrali? La risposta è: sì, ufficialmente e ripetutamente! Vi ha provveduto la cittadinanza attiva, sentitasi in dovere di segnalare omissioni, inadempienze o violazioni di norme. Ma non si è ricevuta notizia di ravvedimenti, né verbali né operosi. La cantierizzazione più tormentata, costosa e impattante calata senza dibattito pubblico sulla città di Firenze procede temerariamente in queste condizioni. Rebus sic stantibus in riva d’Arno, la vicenda di Niscemi, coi rimpalli di responsabilità cui assistiamo a sciagura consumata, assume un rinnovato valore di monito da non trascurare. Vorranno le Autorità competenti rispondere almeno adesso, da Firenze e da Roma, prima che danni gravi e irreversibili alla città d’arte e cultura cara al mondo possano avere malauguratamente a concretizzarsi?
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| Crolli in Sardegna |
L’Associazione di volontariato Idra, parte civile e ad adiuvandum nei procedimenti giudiziari che hanno acclarato i danni TAV all’ambiente e all’erario in Mugello e a Monte Morello, dove amministratori pubblici regionali e centrali hanno approvato i progetti, come recita la sentenza della Corte dei Conti della Toscana, “agendo con censurabile superficialità, insolita pervicacia ed in violazione ad elementari norme di diligenza, pur avendo un’adeguata conoscenza dell’opera e delle conseguenze che avrebbe causato alle risorse idriche, in virtù della consistente mole di informazioni pervenute nella fase istruttoria e volutamente trascurate o non adeguatamente veicolate”, trasmette oggi i contenuti di questa nota alle seguenti Autorità, perché siano considerate e valutate col dovuto rigore le responsabilità singole e/o collegiali, nel rispetto del dettato dell’art. 54 della Costituzione:
Sindaco del Comune di Firenze
Sindaco della Città Metropolitana di Firenze
Presidente della Giunta della Regione Toscana
Prefetto di Firenze
Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Settentrionale
Autorità Nazionale Anticorruzione
Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica
Ministro dell’Interno
Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti
e, per la prima volta, affinché possa auspicabilmente attivarsi per la sua propria competenza, Ministro per la Protezione civile.
“Restiamo in confidente attesa di un Vostro riscontro”, scrive Idra ai destinatari del messaggio, “che auspichiamo si configuri come risultante dell’attivazione delle necessarie sinergie istituzionali, tenuto conto delle frequenti intersezioni di ambiti di competenza e responsabilità che derivano dall’attuazione delle opere pubbliche”.





















