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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
martedì 24 febbraio 2026
DOMANDE
Che colpa ne hanno loro? È
una domanda che sentiamo spesso quando a subire morte e rovina sono esseri
umani innocenti, ma non la formuliamo mai quando a subire la stessa sorte sono
creature altrettanto innocenti che appartengono allo stesso universo dentro cui
siamo immersi in simbiosi armonia. Vi siete chiesti quanti di questi esseri
sono periti nel corso di quella incivile e barbara consuetudine dei botti di
fine anno? Quanti sono diventati folli di paura o si sono ammalati senza
rimedio?
CONFERENZA SUGLI ENTI LOCALI
di
Franco Astengo
Una
proposta di riflessione complessiva.
La
conferenza sugli enti locali sviluppata da Alleanza Verdi Sinistra in una
"due giorni" romana ha rappresentato sicuramente un fatto positivo di
ritorno alla discussione su di un tema cruciale sul quale, nel corso degli
ultimi anni, la sinistra ha stentato a portare avanti una elaborazione adeguata
ai cambiamenti in atto sia sul piano sociale sia -soprattutto - su quello
istituzionale. Nel corso dei lavori in questione sono stati colti alcuni punti
di decisivo interesse: a partire dalla risposta necessaria che le istituzioni
locali sono chiamate a fornire non tanto e non solo ai vari decreti sicurezza
sui quali la destra intende scavare fenomeni di criminalizzazione di
diseguaglianza.
L'idea della solidarietà sociale
deve accompagnarsi agli altri elementi di discussione e proposta: dallo stop al
consumo di suolo, al salario minimo comunale fino alla necessità di ricostruire
reti con le realtà locali costruendo un nesso tra centri di aggregazione,
cultura, sedi di solidarietà sociale.
Questo intervento però intende
sollecitare un innalzamento del livello proponendo al riguardo una riflessione
"sistemica" sull'insieme dei livelli decentrati di governo:
1) Il primo punto riguarda la
collocazione del complesso degli Enti Locali rispetto al rigurgito nazionalista
che la destra sta promuovendo e che attraversa in modo pericoloso la società
italiana. La risposta non può che essere quella dell'autonomia del sistema
autonomistico mettendo in discussione prima di tutto il sistema della finanza
locale e del fisco a livello periferico. Serve però qualcosa di più ampio cui
fare riferimento per una elaborazione teorica che conduca a una forte
propositività. Sarebbe il caso di pensare al ruolo del sistema degli enti
locali italiano in un quadro di rilancio del progetto di federalismo europeo.
Non entro qui nel merito del dettaglio progettuale: sicuramente una proiezione
di questo tipo avviando una "rete" transnazionale di amministrazioni
progressiste potrebbe rappresentare un primo passo;
2) Il secondo punto di
riflessione dovrebbe riguardare il ruolo delle Regioni, da affrontare proprio
adesso che a destra si sta cercando di concretizzare il tema dell'autonomia
differenziata. Il tema della collocazione istituzionale delle Regioni riguarda
una necessità di analisi del bilancio di questi ultimi anni, in particolare
dall'introduzione del meccanismo di elezione diretta dei Presidenti delle
giunte regionali. Il fenomeno era già in atto in precedenza e si tratta di un
vero e proprio mutamento d'asse avvenuto nella natura stessa dell'Ente.
Trascurando la polemica sulla mancata abolizione di alcuni ministeri che era
stata "promessa" in un qualche modo all'inizio del varo della legislazione
regionale, rimane il fatto che la funzione legislativa e di coordinamento ha
subito nel corso degli anni una vera e propria "torsione" verso un
Ente esclusivamente di nomina e di spesa (spesa tra l'altro vincolata quasi
monotematicamente al comparto della sanità, con esito molto negativi).
L'elezione diretta del presidente della giunta regionale ha poi forzato la
direzione della macchina amministrativa regionale in funzione delle esigenze
dello stesso presidente e della sua parte politica creando nicchie clientelari
e alimentando fenomeni di corruzione sia nella Regioni a statuto ordinario sia
in quelle a statuto speciale;
3) Il terzo punto riguarda il
tema della governance dell'area vasta intermedia. È il discorso del
rapporto tra "Città" e "Post-Città" in una fase in cui le
esigenze di nuove e diverse aggregazioni istituzionali ma anche sociali e
culturali si sta imponendo nei fatti. Il ritorno al voto diretto nelle antiche
sedi provinciali potrebbe rappresentare un primo elemento di discussione
accompagnato naturalmente da un discorso riguardante i compiti da assegnare a
Enti che tornerebbero ad essere governati da soggetti espressione
dell'elettorato di primo grado (anche qui si porrebbe comunque il punto
riguardante l'elezione diretta del Presidente). Forse sarebbe il caso al
riguardo del governo intermedio di area vasta (constatato il fallimento della
formula "Città metropolitana") si cominciare a ripensare all'insieme
del tessuto istituzionale autonomistico (anche in relazione al tema del federalismo
europeo cui si è accennato) magari partendo da quella trascurata proposta
avanzata dalla Società Geografica Italiana che prevedeva un solo livello
intermedio tra Governo e Comuni attraverso la creazione di 36
"cantoni" o "dipartimenti" alcuni dei quali, nella loro
entità geografica, che superavano le stesse realtà regionali che appaiono in
alcuni casi del tutto obsolete per via dell'avvenuto mutamento dei flussi
demografici, economici, turistici,, dell'appartenenza culturale;
4) l'ultimo punto, di grande
delicatezza, riguarda l'elezione diretta dei Sindaci. Una riflessione sotto
questo aspetto si impone almeno per i Comuni superiori ai 15.000 abitanti.
All'obiezione che l'elezione diretta del Sindaco (norma che risale al 1993)
abbia garantito stabilità debbono essere opposti due elementi di contrasto: il
primo riguarda l'esaltazione della personalizzazione della politica che
l'elezione diretta sicuramente comporta e questo è un punto che le strutture di
partito nella loro evoluzione organizzativa e di rapporto sociale dovrebbero
meglio considerare; il secondo la crescente disaffezione al voto che le
elezioni comunali presentano di volta in volta. Ormai i comuni non si
presentano più come l'Ente più vicino alle esigenze della popolazione e - di
conseguenza - l'Ente che invita alla maggiore partecipazione. La scelta
sciagurata compiuta dalla Legge Del Rio di abolizione della circoscrizioni
nelle città al di sotto dei 100.000 abitanti anche se capoluogo di provincia ha
contribuito a fornire un vero e proprio "colpo" alla già declinante
partecipazione popolare cui si sta cercando di ovviare con meritevoli
iniziative legate però necessariamente a una visione del tutto volontaristica e
quindi anche limitata al fine di stabilire nuovi livelli di Città sul piano
della solidarietà sociale e alla crescita di una emarginazione che diventa
anche istituzionale.
“L’INFINITAMENTE
MEDIO”
di
Luigi Mazzella

Ennio Flaiano
Non
ho conosciuto Ennio Flaiano, ma sono stato amico di quasi tutti i suoi amici
che lo ritenevano del tutto e felicemente ateo. Tra i suoi biografi,
però, c’è chi lo definisce, per asserito amor di precisione, un agnostico
razionalista e ricorda la sua battuta: “Era ateo ma si era convertito
per poter bestemmiare!”. Non so se Flaiano abbia avuto la fortuna di potere
studiare fuori dai seminari religiosi (certamente non è stato alunno dei
Gesuiti in scuole di cosiddetta élite). Desumo che, come
tutte le persone di intelligenza pari alla sua, egli ha sempre
rappresentato per i fideisti un duro ostacolo da superare e solo i più “aperti”
(si fa per dire) lo citano con il dovuto rispetto.
Di
recente è stato ricordato il suo aforisma: “stanco dell’infinitamente
piccolo e dell’infinitamente grande, lo scienziato si dedicò all’infinitamente
medio” ”che, com’è stato giustamente osservato, altro non è che il
modello sociale vincente nella collettività umana, quello della mediocrità. Naturalmente, sull’estensione e quantità degli
individui mediocri nell’età attuale, i pareri divergono, ma la domanda
principale è: devono essere ricompresi tra i mediocri gli esseri umani che,
improvvidamente disconoscendolo, rinunciano all’uso di ragione? Possibile
che non capiscano che la razionalità è la sola qualità che li distingue dagli
altri esseri viventi? Che cosa li convince a porre fiducia in ciò che viene
rivelato da altri: sedicenti sacerdoti di un invisibile Dio o maestri di un
superiore pensiero? Possibile che si inducono a credere, senza possibilità di
verifica o con la conoscenza di prove contrarie, nella realizzabilità di
astratte utopie salvifiche e benefiche e si lanciano, a spada tratta, contro
chi osa pensare in maniera diversa? C’è chi ritiene che la presenza
abbondante di fideisti convinti e di fanatici politici di incrollabile
ideologia rappresenta, per come vanno le cose, il segno di un progressivo
dissolvimento di ogni possibilità di civile convivenza in Occidente. Io sono
tra essi. D’odio si muore è il titolo del mio ultimo libro e ne è
protagonista proprio quell’infinitamente medio di cui scrive Ennio
Flaiano.

lunedì 23 febbraio 2026
ACRONIMI E SIGNIFICATI RECONDITI
di Romano
Rinaldi
La rielezione dell’attuale presidente degli USA,
effettiva da poco più di un anno e della durata programmata di quattro anni, ha
avuto come leitmotiv l’acronimo MAGA (Make America Great Again) dietro al quale
c’è una nuova visione del ruolo degli USA nel mondo e dei mezzi per ottenerlo
che ribalta praticamente tutti i principii ai quali si era finora ispirata
l’egemonia americana nel mondo occidentale con implicazioni anche per tutti gli
altri Paesi attratti da quel “modello” (soft power) o brutalmente sospinti, a
suon di bombe, verso quell’ideale.
Il primo
elemento che è stato inserito in questo nuovo modello è quello
dell’isolazionismo; quindi, niente più guerre e la promessa di contribuire in
men che non si dica alla fine di quelle in corso, ovunque fossero e per
qualsiasi ragione (o torto). Il “deal master” (creatore di accordi) aveva la
certezza di riuscire nel suo intento di mettere tutti d’accordo ricorrendo ad
azioni soprattutto economiche (protezionismo) a carattere coercitivo oppure con
minacce militari (in parte anche messe in atto) ed offrendo proposte che non
potevano essere rifiutate (suona un po’ come la Chicago negli anni tra il 1920
e il 1930 ma questo è solo un dettaglio). Nulla di ciò si è finora verificato. Per
il resto, la teoria MAGA propone un’infarcitura di soluzioni retrograde a tanti
problemi.
Ad esempio; quelli dell’immigrazione, con le deportazioni di massa; dell’ambiente e delle variazioni climatiche, con il più bieco negazionismo; dell’aiuto ai paesi poveri per la salvaguardia della salute, con la cancellazione di quasi tutti i programmi; della ricerca di base in campo biomedico, con altrettanti drastici tagli ai finanziamenti ed infine con l’indebolimento di tutti gli organismi sovranazionali, a partire dall’ONU in funzione di una preminenza del diritto della forza (degli USA) a dispetto della forza del diritto, interno ed internazionale del quale questa amministrazione ha deciso di liberarsi definitivamente. Oltre naturalmente a doversi liberare di tutti i pesi e contrappesi tra i poteri dello Stato che devono esistere in uno stato di diritto basato sulle regole della democrazia liberale.
Ecco
dunque spiegata in poche parole in cosa consiste questa “filosofia” MAGA di cui
molti governanti anche da noi, compresa la nostra Presidente del Consiglio, si
riempiono la bocca, pur professando un “atlantismo” e una “difesa dei valori
occidentali” che non si capisce bene su cosa dovrebbero essere fondati date
queste premesse.
Bene ha
fatto dunque il Premier canadese a Davos a denunciare l’impossibilità di
adeguarsi a questo modello e tantomeno poter continuare “business as usual”
soggiacendo alle imposizioni che l’elefante americano, sdraiato con la sua
lunga schiena su tutto il confine dall’Atlantico al Pacifico tra i due Paesi,
potrebbe mettere in atto con un “rotolino” verso Nord! E benissimo ha fatto il
Cancelliere tedesco Merz a rimarcare, a Monaco, lo stesso principio invitando
l’Unione Europa a reagire in modo fermo e consono a questa intollerabile
prepotenza mettendo in atto una reazione adeguata per evitare di cadere nella
trappola della destrutturazione dell’ordinamento liberal-democratico che ha
garantito all’Europa gli ultimi 80 anni di pace pressoché totale. Il periodo
più lungo in assoluto di prosperità e pace nella millenaria storia delle sue
Nazioni.

Merz

Questa scossa alla prepotenza americana sta finalmente cominciando a dare qualche risultato. È infatti risaputo che alla boria dell’acronimo MAGA, fa riscontro un altro acronimo col quale l’attuale presidente era noto nel suo mondo degli affari: TACO, ovvero “Trump Always Chickens Out”, tradotto: se messo alle strette, scappa come un pollo. Ecco, questo è dunque l’atteggiamento da adottare con chi non molla finché non sente del duro.
In
quest’ottica il mondo intero, tutt’ora incapace di scrollarsi di dosso lo
sbigottimento creato dalle imposizioni dei dazi capestro voluta dal Presidente
degli Stati Uniti d’America (POTUS), dovrebbe accogliere con una notevole
soddisfazione la recentissima decisione della Suprema Corte degli Stati Uniti
d’America (SCOTUS) di dichiararli illeciti. E tutti dobbiamo anche ritenerci
molto fortunati in quanto la nomina dei 9 giudici della Corte (a fine mandato
solo per fine vita o dimissioni) è prerogativa del presidente in carica e Trump
si è trovato nella fortunata posizione di poterne nominare ben tre, trovandone
già altri tre di nomina repubblicana (Bush Senior e Junior) e solo tre di
nomina democratica (Biden e Obama). Nel confronto tra i poteri dello Stato,
SCOTUS ha prevalso su POTUS, persino in un sistema in cui è normale una certa soggezione
(per nomina) dei giudici al potere politico.

Carney

La professionalità ha dunque prevalso nei confronti dell’obbedienza. Una bella lezione al nostro Governo che straparla di giudici politicizzati, soprattutto riferendosi a presunte maggioritarie tendenze sinistrose e vorrebbe introdurre norme di nomina più dipendenti dal governo in carica, per la stessa ammissione del Ministro Guardasigilli, proponente della riforma che sarà presto sottoposta a referendum popolare.
Tornando alle
relazioni tra UE e USA, il fatto che nel nome di un revanscismo nazionalista ci
siano governanti europei che, ammiccando al movimento MAGA, non riescono a capire
cosa stanno mettendo in gioco a nome e per conto delle popolazioni che
dovrebbero guidare con saggezza e lungimiranza verso un miglioramento delle
loro condizioni, è a dir poco disarmante. E finché si tratta di un piccolo
Paese come l’Ungheria (9,6 milioni di abitanti, poco più di due volte quelli di
Roma e provincia), uscita da poco dal regime totalitario comunista dell’ex Unione
Sovietica ed ora ondeggiante verso un altro regime, questa volta di stampo neonazista
(come capita nella fisica: il principio dell’azione e reazione…), non c’è tanto
da meravigliarsi. Bisogna aspettare una maturazione. Ma se si tratta
dell’Italia, il Paese che ha fondato e poi sofferto tutte le sanguinose
conseguenze di quel tipo di regime, per poi riscattare la propria identità tra
le Nazioni-guida fondatrici della UE fornendo un grande contributo intellettuale,
normativo, legislativo, politico e morale a questa titanica impresa, no
non si può facilmente capire quanto sia arretrata la mentalità di chi non ha
capito cosa si debba fare per la salvaguardia degli interessi del popolo di
tutta la Nazione. Ovvero tutta la popolazione che ha il diritto di essere
rappresentata da chi li governa nel rispetto della Costituzione alla quale
questi rappresentanti hanno giurato fedeltà. Il loro dovere è quello di
assecondare le legittime aspirazioni di tutti al miglioramento delle condizioni
di vita e convivenza civile nel Paese, secondo appunto i dettami della
Costituzione. Questo è il solo “populismo” che i governanti hanno il dovere di
rispettare.
Viceversa, non hanno alcun diritto di esibirsi in una forsennata
rincorsa del populismo tout court che si esprime coi sentimenti della pancia da
parte ahimè della meno dotata porzione della popolazione. Una porzione che si presenta
solitamente come una minoranza molto rumorosa e prepotente e che per questo riesce
ad orientare il consenso.
Ecco,
dunque, quando si sente la nostra Presidente del Consiglio affermare di essere
in sintonia con i principi propugnati dalla presente amministrazione americana attraverso
il movimento MAGA, vengono i brividi, soprattutto perché questi principi vengono
presentati come la continuazione di un rapporto nel solco dell’atlantismo e
della difesa dei “valori occidentali” come se nulla fosse cambiato nell’ultimo
anno. Se non è pura mistificazione in malafede, si tratta di una imperdonabile
ingenuità. Nell’un caso o nell’altro non è un buon servizio all’Italia né all’Unione
Europea e soprattutto va in senso contrario all’auspicabile evoluzione degli
ordinamenti UE in senso federalista coi quali potremmo finalmente ambire al
completo riscatto dalla barbarie in cui ci hanno precipitato un centinaio di
anni fa, coinvolgendo il mondo intero, il regime fascista italiano e il conseguente
nazismo tedesco, quest’ultimo il frutto della tipica esasperazione teutonica per
il “lavoro fatto alla perfezione”!
UN CORO DI INDIFFERENZA
di
Vittorio Melandri
(Che lo scempio della Costituzione, chiamato “separazione delle carriere”, o forse meglio “delle corriere”, sta amplificando).
Da tempo mi angoscia il coro di
indifferenza che dotti e meno dotti, si affannano ad intonare in memoria dell’eterno
“fascismo”. Quello che da sempre affonda le sue radici in quel terreno reso
sempre fertile dalla violenza, dalla sopraffazione sul più debole, dal
vigliacco servaggio offerto a chi è creduto più forte. Quel fascismo che in italiano
si è saputo codificare una volta per tutte, quello subito denunciato da Gobetti
e Matteotti, e che lo stesso Mussolini dichiarava di non aver inventato, bensì
estratto dall’anima degli italiani. Il coro degli indifferenti, canta beato
pensando che quel fascismo sia stato cambiato per sempre dal sangue versato, e
compone versi che descrivono i cambiamenti, che indicano i fascisti vestiti di
nuovo, come se fascisti non fossero più. In Italia è bastato che una legge
elettorale suicida e demenziale, favorisse un’abile “Underdog”, perché
riemergesse dal profondo, vestito di nuovo ma intatto nella sua sostanza. Le
frasi non sono libri, ma i libri sono pur fatti di frasi, e assumo l'arbitrio,
sulle tracce di Italo Calvino di estendere ad una frase di Gobetti, il
significato che lui attribuisce ai libri classici. Per cui si può purtroppo
dire classica, la frase di Gobetti, “fascismo come autobiografia degli italiani”,
perché... non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
REFERENDUM
di Marcello Campisani
Diciamola così
fuori dai denti:
di che cosa si sono lamentati
da sempre i destrorsi governanti?
In che cosa si sono prodigati,
per aver giustizia ed uguaglianza?
Forse ridando ai ladri conclamati,
senza provar nessuna ripugnanza,
i vitalizi e pure gli arretrati?
Vietando che si possa protestare?
Col salario minimo impugnato
contro chi lo cerca d'attuare?
Col massimo invece illimitato?
Dicendo di politich'inquinato
nonchè traditor d'ogni diritto
il giudice che si sia adeguato
non al detto, ma bensì allo scritto?
Avvisando i peggio delinquenti
che stanno per assere arrestati?
O, perché più non siano sorprendenti,
delle perquisizioni preavvisati?
Come può mai passarvi per la mente
che la riforma costituzionale
la giustizia voglia più efficiente
se le si fa mancare l'essenziale?
Han la Corte dei conti soggiogata
per poter sprecare impunemente
e, se non formalmente eliminata,
quei giudici non contano più niente,
“avendoli svuotati d'un volere,
subordinati ad un Procuratore
soggetto al politico potere,
fatti fuori così senza clamore.“
I regnanti si fecero ammazzare
per non firmare la Costituzione.
Non mi pare il caso di scherzare
coi tentativi di manomissione.
INEDITO
di Maria Pia Quintavalla
Con tutti
io mi confesso,
come se fossi un’anima in ascolto
un’asse nella stanza a fare da
trave -
Con tutti io ripeto
l’ansia di sapere se in un orecchio
suono,
lei mi potrà sentire, e intorno
nuvole, balletti di unicorni
nascono
come un’erba come se
fossi un’anima capace di lenire
in frazioni le domande
che un tempo non contrario
furono già a fuoco, ma in tutte
l’eco della sua voce in
solitaria,
sposta a me i confini,
li demanda altrove.
domenica 22 febbraio 2026
RIFLESSIONI SULLE ARTI
di Pierfrancesco Sacerdoti

Bernini. Sant'Andrea al Quirinale

Per una teoria dei contrasti.
“Il bello è convenienza, la grazia un contrasto,
cioè una certa sconvenienza, o almeno
un certo straordinario nella convenienza”.
Giacomo Leopardi - Zibaldone
Molto stimolante l’incontro di poesia che si è appena svolto a
casa nostra (serata del 17 gennaio 2018). Erano presenti e hanno letto le loro
poesie: mia mamma Marjorie Tomkins, Antje Stehn, Alessandro Castagna, Santo
Zanolli, Federico Bock. In particolare mi ha colpito una riflessione di
Alessandro: nella poesia c’è bisogno di contrasti, di qualcosa che scuota il
lettore. Una delle sue poesie era esemplare come dimostrazione di questo
principio. Non so se sia un principio valido in assoluto, ma mi viene da estenderlo
anche alle altre arti, riprendendo una conversazione che ho avuto più tardi con
mia mamma. In scultura questo vale ad esempio per Michelangelo, per Bernini
(nelle fontane soprattutto), per Rodin (neo-michelangiolesco), per Somaini
(neo-michelangiolesco anch’egli): idea del corpo che si libera dalla materia,
contrasto tra peso del corpo e levità dello spirito.
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Ritratto di Michelangelo
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Nel caso di Michelangelo (forse il primo ad applicare questo principio in modo evidente, ma volendo il tema esiste già in nuce nel rapporto scultura-architettura nel Romanico) questo si lega a un pensiero religioso-spirituale-filosofico, che dà più sostanza e significato e potenza a una scelta che comunque trovo sia efficace anche su un piano squisitamente formale. In fondo questo discorso è riflesso della natura e della vita, che non possono esistere senza contrasti: la roccia aspra che si alterna alle colline morbide coperte di vegetazione, il mare che lambisce le scogliere, i nostri corpi in cui convivono parti dure (le unghie, i denti, le ossa) con altre morbide, le nostre vite con l’alternanza o addirittura la convivenza tormentata di sentimenti, stati d’animo, idee opposte, contrastanti, contraddittorie. Momenti di noia ed eccitazione, gioia e tristezza, esaltazione e depressione possono convivere nella stessa persona a distanza di ore, giorni, settimane, un po’ come avviene nel tempo meteorologico.
![]() |
| Somaini al lavoro |
Per l’idea dell’arte che mima la vita sono debitore a Giancarlo Consonni, che parla per esempio di affabilità od ostilità delle architetture e degli spazi urbani come se fossero persone. E l’arte nasce come imitazione e descrizione della natura: dalla pittura, alla scultura, alla musica, all’architettura. Tornando alle arti trovo particolarmente interessante il lavoro di Francesco Somaini, sia quando crea contrasti all’interno dell’opera stessa (opaco-lucido, scabro-liscio) sia tra scultura e architettura (per esempio nella scala di Casa Bassetti in via Gesù) sia nelle più tarde proposte di scultura a scala urbana, in cui la scultura assorbe l’architettura (approccio diametralmente opposto a quello delle archistar del decostruttivismo e dintorni, che salvo alcuni casi come il Guggenheim di Bilbao, in cui vi è distinzione e contrasto tra la carrozzeria scultorea e le parti squadrate e modulari, tendono a un generale aspetto organico e/o aggressivo dell’insieme). In pittura questo discorso è forse più difficile da sostenere, in quanto ci si muove nelle due dimensioni su una superficie tendenzialmente liscia e omogenea.
Forse i primi segnali di una tendenza di questo tipo si possono riconoscere nelle opere di Caravaggio, soprattutto quelle più tarde, in cui convivono parti perfettamente rifinite con altre grezze o appena abbozzate, con effetti che talvolta farebbero pensare all’intervento di artisti diversi sulla stessa tela, o di riprese di dipinti iniziati anni prima quando lavorava in modo diverso e rifinito-virtuosistico, con tecnica precisa e dettagliata (come nel Riposo durante la fuga in Egitto). In alcuni casi l’elemento grezzo fa pensare addirittura a errori, come nell’estremità inferiore della croce di bambù che sfuma nel panneggio rosso in modo del tutto innaturale, contrastando con la perfetta rifinitura e cura dei dettagli di tutto il resto del dipinto.
Maddalena D’Alfonso sostiene che sia voluto, quasi una firma dell’artista, e questo andrebbe a sostegno della teoria che vado qui sostenendo. In Caravaggio e in altri pittori successivi (Rembrandt, Velasquez, Goya…) il contrasto è anche nell’alternanza dei chiaroscuri, delle luci forti alternate a ombre profonde. L’esito è di grande drammaticità, e riflette lo spirito del tempo. Tornando a scultura e architettura un esempio sommo è quello della sovrapposizione della scultura (ad esempio putti, raggi, nuvole, ecc.) alle parti architettoniche negli interni di Bernini, applicando un metodo “dell’invasione” (più che della contaminazione) parente ma diverso della tecnica del non finito che discende da Michelangelo, e che Bernini usa nelle fontane, nel contrasto tra finte rocce e figure.

Autoritratto di Borromini

In Borromini tutto è architettura, ma anche qui c’è il gusto per l’accostamento di forme e repertori decorativi in conflitto tra loro, quasi appartenenti a modi opposti. Ma subentrano altri procedimenti, come la deformazione degli ordini architettonici e la plasticità complessiva. Essi deviano però dal nostro discorso, che trovo sia più coerentemente sviluppato da Bernini, che cerca la sintesi delle arti ma senza fusione, con una sovrapposizione di elementi architettonici e scultorei che interferiscono ma restano separati, creando appunto meravigliosi effetti plastici e cromatici che si trovano ad esempio in Sant’Andrea al Quirinale.

Burri

Perché questo principio si diffonda in ambito pittorico bisogna aspettare sostanzialmente gli anni del secondo dopoguerra, con le opere soprattutto di Fontana e Burri, che scavalcano il limite tra pittura e scultura e arrivano talvolta a esiti quasi architettonici (Gibellina per Burri, le opere degli anni ‘60 per Fontana). Qui il contrasto è tra parti grezze e lisce, e tra materiali e colori diversi, fino a un’accentuazione decisa della tridimensionalità. In musica, ambito in cui mi sento meno competente, il principio del contrasto vige già in età barocca nell’uso delle dissonanze o nei concerti, dove i movimenti veloci (primo e terzo) e quello lento centrale contrastano e si esaltano reciprocamente. Questa regola è portata all’estremo da Vivaldi, che gioca sul contrasto tra lentezza sensuale e velocità isterica. In architettura, dopo l’esperienza del barocco, per arrivare a esiti di analoga efficacia bisogna aspettare il liberty: esemplare il caso di Sommaruga, che fa del contrasto uno dei pilastri della sua poetica: da palazzo Castiglioni, alle ville di Sarnico, al complesso di Campo dei Fiori, la salda composizione dell’insieme, coerente e controllata, entra in dialettica con forti contrasti cromatici e chiaroscurali. Sia nelle masse architettoniche, sia nei repertori scultorei, sia nella finitura e nel colore delle superfici, sia nell’uso e finitura dei materiali, che negli esiti possono essere accostati alle opere di Wagner o alle sinfonie di Mahler.

Andreani. Casa via Serbelloni

La lezione di Sommaruga sarà raccolta da Arata e poi, con esiti più estremi e affascinanti, da Andreani. Di quest’ultimo l’opera più rappresentativa per illustrare il nostro discorso è la casa di via Serbelloni: michelangiolescamente il volume puro di intonaco rosa (anima-cristallo) emerge dalla massa lapidea dello scabro basamento (carne-roccia). Evoluzione del tema svolto da Sommaruga nella facciata principale di Palazzo Castiglioni.

Sommaruga. Palazzo Castiglioni

Saltando il razionalismo, dove pure la legge dei contrasti si trova tanto in Le Corbusier (rapporto cartesiano-organico, razionale-carnale) quanto, in modo più sottile, nel Mies degli anni 1929-1931 (rapporto tra la griglia modulare della struttura e la disposizione libera delle pareti divisorie), arriviamo a Scarpa e Luigi Moretti, maestri nel gestire la dialettica tra regola ed eccezione, tra trasparenza e opacità, tra materiali contrastanti, ecc.

Scarpa. Negozio Olivetti

Due opere esemplari per illustrare la teoria dei contrasti: il negozio Olivetti a Venezia e il complesso di corso Italia a Milano. In pittura: teoria dei complementari e dei contrasti simultanei, tra impressionismo e puntinismo: qui siamo a una scala più piccola ma l’esito è quello di una maggiore luminosità della pittura.
In architettura: efficacia
dell’alternanza tra spazi ampi e alti, e piccoli e bassi, grandi sale e spazi
di servizio e/o distribuzione. Si vede nei palazzi antichi come nei teatri, e
ritorna in Kahn e Siza. La mancanza di contrasto genera caduta e assenza di tensione,
l’opera manca di personalità, diventa equivalente e banale. Processo che nasce
forse nel Rinascimento, con la volontà di creare regole universali che poi
diventano accademiche (in pittura, in scultura, in architettura). Oggi è il
minimalismo (in architettura) a mostrare la corda: abbinare piani di marmo,
vetro, specchio, legno lucidato è diventato lo “stile internazionale” dei
negozi di alta moda: finisce che sono tutti uguali. Sarebbe interessante
approfondire il tema e vedere se esiste una letteratura sull’argomento.
Immagini nel testo
- Gian Lorenzo Bernini, Sant’Andrea al Quirinale. Foto Richard Mortel-Flickr.
- Francesco Somaini, Verticale Assalonne III. Foto Renagrisa-Flickr.
- Caravaggio, San Giovanni Battista. Foto Rawpixel.
- Giuseppe Sommaruga, Palazzo Castiglioni. Foto Melancholia~itwiki.
- Aldo Andreani, casa in via Serbelloni a Milano. Foto Maurizio Montagna-Abitare.
- Carlo Scarpa, negozio Olivetti a Venezia. Foto SEIER+SEIER.
- Luigi Moretti, complesso in corso Italia a Milano. Foto Diego Terna-Flickr.
*Dedico questo testo alla memoria di Giancarlo Consonni
[Milano, 18 gennaio
2018. Revisioni: Oleggio, 14 gennaio 2026; Milano, 13 febbraio 2026]
RACCONTI
di Francesca Mezzadri

Johann Lerchenwald
Il sole sanguina di Lodovica San
Guedoro
“Il sole
sanguina”, dedicato alla memoria di Johann Lerchenwald, si colloca in una zona
liminare tra confessione, elegia e riflessione meta-letteraria. Un
racconto del lutto ma anche la messa in scena di una coscienza che tenta di
ricomporsi attraverso l’atto stesso della scrittura. In questo senso, il testo
appare come un documento interiore prima ancora che narrativo.
La voce narrante si presenta
immediatamente con una dichiarazione identitaria forte: “Ero una maga”. La
metafora della magia non è vezzo lirico, ma chiave strutturale dell’opera. La
scrittura viene concepita come atto alchemico: mescolare sentimento e pensiero,
attimo ed eterno, passato e futuro. L’autrice tematizza così la propria poetica
mentre ne denuncia l’apparente smarrimento. La magia è perduta, la formula
dimenticata; e tuttavia l’intero testo dimostra che quella formula continua ad
agire. Il paradosso è fecondo: la scrittrice che si dice paralizzata produce
una prosa densissima, controllata, coerente nella sua tensione.
Il racconto è un attraversamento
delle fasi del lutto senza mai ridursi a schema clinico. Non c’è linearità, ma
onde successive di memoria, rimpianto, senso di colpa, esaltazione del passato e
paura del presente. Il tempo è frantumato. “Le mie nozioni sono imprecise, la
mia cognizione del tempo è confusa”: la dichiarazione esplicita coincide con
l’organizzazione del discorso. Il passato irrompe con vividezza sensoriale -
Roma, i capelli lunghi, i volti bagnati di lacrime - mentre il presente è una
zona opaca, quasi anestetizzata. Si delinea una dissociazione sottile tra l’io
che ricorda e l’io che sopravvive.
![]() |
| Johann Lerchenwald |

Lo scrittore bambino
Particolarmente significativa è
la dinamica della colpa. L’episodio dell’infermiera e delle visite mancate non
è narrato come fatto esterno, ma come ferita ancora aperta. La protagonista si
difende, ma nello stesso tempo si autoaccusa. L’espressione “io io” segnala uno
sdoppiamento: un io che soffre e un io che si osserva soffrire. È qui che il
testo raggiunge una delle sue punte più intense: il lutto non è solo perdita
dell’altro, ma collasso dell’identità condivisa. “Più preciso sarebbe dire di
me stessa tutta.” L’amato non è complemento, ma metà ontologica. La morte
dell’altro coincide con un’esperienza di disintegrazione del sé.
Eppure, accanto alla
disperazione, permane una tensione eroica. L’alleanza giovanile - “In due
contro il mondo” - assume toni quasi mitici. Draghi trafitti, vie smarrite e
ritrovate: il lessico è epico, ma non retorico. È la mitologia privata di una
coppia che ha costruito la propria identità nell’opposizione e nella fedeltà
reciproca. Il ricordo non è idealizzazione ingenua; è riaffermazione di un
patto. La memoria diventa spazio sacro in cui l’altro continua a esistere.
La scrittura di San Guedoro si
muove su un registro alto, volutamente inattuale. Non c’è compiacimento
minimalista né ironia difensiva. L’autrice assume il rischio dell’enfasi e lo
governa con una lingua ritmica, scandita da ripetizioni (“profondo, profondo,
profondo”), da accumulazioni e da immagini cosmiche (cielo, oceano, abisso).
Tale scelta stilistica rispecchia la psicologia della narratrice: una
personalità assoluta, incapace di mezze misure. L’intensità non è ornamento, ma
struttura caratteriale.


Il matrimonio
La paura del mondo contemporaneo -
“la gentilezza se ne è andata” - è la percezione di un impoverimento
relazionale dopo la perdita dell’unico interlocutore totale. La realtà esterna
appare immiserita perché non più filtrata dallo sguardo condiviso. In termini
psicologici, potremmo parlare di una crisi dell’oggetto interno: l’amato
interiorizzato fatica a stabilizzarsi come presenza consolatoria. Da qui
l’angoscia, la sensazione di non-esistenza, la tentazione dell’abisso. E tuttavia il testo non cede al
nichilismo. Il verbo modale “devo” - ripetuto con forza - introduce una
dimensione etica. Scrivere diventa necessità salvifica, non scelta estetica. La
scrittura come atto di resistenza alla dissoluzione. È qui che la metafora
della magia si chiarisce: l’irrazionale non è fuga dalla realtà, ma tentativo
di ricomporla su un piano simbolico. Se la vita biologica ha imposto una
frattura irreparabile, la parola tenta una sutura.


L'autrice del racconto
In questo senso Il sole sanguina
si configura come elegia attiva. Non si limita a piangere; costruisce.
Trasforma la memoria in architettura verbale. Il sole che sanguina è immagine
di un cosmo ferito, ma ancora luminoso. La sofferenza non annulla la grandezza
dell’esperienza vissuta; la rende, anzi, più nitida.
Dal punto di vista accademico, il
testo può essere letto come esempio di autobiografismo trasfigurato: la
dimensione privata è elevata a paradigma universale del lutto amoroso. Ma ciò
che lo distingue è la radicalità emotiva non mediata da distacco ironico. San
Guedoro si espone senza protezioni, e proprio questa esposizione costituisce la
forza del brano.
In conclusione, Il sole
sanguina è un atto di fedeltà: alla memoria dell’amato, alla propria
vocazione di “maga”, alla convinzione che la scrittura possa ancora operare una
trasformazione. È un testo che abita la ferita e, nel farlo, restituisce
dignità al dolore. La malinconia che lo attraversa è energia trattenuta, in
attesa di nuova forma.

A TINA MODOTTI
di
Alberto Figliolia

Tina Modotti
“La vita è
una malattia
dalla quale si guarisce
con la morte…”
Questo, Tina, pensavi
nel duro inverno staliniano
quando sui vetri striati di
ghiaccio
disegnavi con le dita gelate
il volto dei taglienti soli
di Mexico City e le indie di Oaxaca
che tenevano il tuo grande cuore
nelle mani screpolate,
stremate da sangui di fatica?
Tina dagli occhi neri
come un cielo notturno
di vento e nuvole
(ma astri d'amore anche nelle
tenebre),
come il sangue di Julio Antonio:
tu sapevi della sua condanna?
e della tua?
Nel tuo corpo...
un sogno di luce,
ardite armonie,
le infinite lingue delle tue
città
e fotografie di pure linee,
il botto astratto di uno sparo
rivoluzionario,
l'assurdità della Storia
e il gioco del divenire,
l’arte della dimenticanza,
il perdono,
la passione.
Quante volte hai cessato d’essere
quando in Spagna sparavano
nella schiena dei compagni, Tina?
Allora il cuore ti moriva,
rosa d’oscuro plasma?
Non generasti... dalla tua
malinconia
sarebbero nati splendidi fiori
di nuova umanità, Tina,
morta in un taxi sopra le rovine
azteche già morte
e quelle del mondo che sognasti
e non nacque, Tina.

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