25 LUGLIO
di
Franco Astengo

Il Gran Consiglio
Ricordare
in questa fase storica il 25 luglio 1943, caduta del fascismo, non può
rappresentare un semplice esercizio della memoria. Il quadro istituzionale e i
fatti più recenti ci indicano con grande chiarezza i pericoli che sta correndo
la democrazia repubblicana in un tentativo di torsione autoritaria che la
destra sta compiendo esibendo anche posizioni di forza. Dobbiamo avere chiaro
che la prossima contesa elettorale non si giocherà soltanto all’interno del
“perimetro costituzionale” ma addirittura attorno all’esistenza dello Stato di
diritto. È questo
il significato profondo di questo ricordo del giorno in cui cadde il regime e
si avviò il percorso di una Repubblica Italiana “nata democratica” come ci ha
ricordato Nadia Urbinati nel suo ultimo libro.

Non dimentichiamo che nel frattempo, infatti, anche su questa
materia è passato il ciclone Trump, in un quadro di modifica profonda dei
termini del confronto politico, spostato sull’uso della forza, l’idea della
guerra come esito esaustivo della politica, gli affari delle Big-Tech
considerati gli elementi del dominio, addirittura l’illusione spaziale intesa
come piedistallo del potere. Torniamo in Italia: La Costituzione italiana è
dichiaratamente antifascista e questo concetto va ribadito con forza non tanto
e non solo perché rimane latente la tensione revisionista (della Costituzione e
non solo della Storia) ma soprattutto perché esiste una rinnovata necessità di
inveramento di valori. Da dove deriva, infatti, la riattualizzazione, in
particolare nella situazione italiana, del confronto fascismo /antifascismo? Prima
di tutto dall’emergere nel dibattito politico di alcuni punti distintivi che
vanno attentamente analizzati:
1) Razzismo. È indubitabile che esista e si stia affermando una
politica che non può che essere giudicata come razzista. Una politica che si
esercita soprattutto nell’identificazione del “diverso” e nell’affermazione di
un presunto primato per “alcuni” che poi si traduce concretamente nei
tentativi, non sempre riusciti, di respingimento dei migranti ma che oltrepassa
anche questo aspetto diffondendo tragicamente una cultura del superamento della
legge morale e di inasprimento dei demoni derivanti delle paure soggettive.
2) Militarismo. Questo potrà apparire un punto secondario, ma non
è così. Ne abbiamo avuto la riprova ascoltando determinati accenti, soprattutto
provenienti dall’ambiente militare, in occasione della ricorrenza del
centenario del massacro collettivo denominato “Prima Guerra Mondiale”: Abbiamo
anche sentito l’espressione di idee riguardanti il ripristino della leva
militare obbligatoria intesa come strumento di “educazione nazionale” per le
giovani generazioni. C’è n’è da vendere per considerare pericoloso questo
“militarismo” di ritorno.
3) Politiche economiche e sociali. Il rapporto tra economia,
diritti sociali, welfare viene visto dalla destra in un pericoloso impasto di
corporativismo e di assistenzialismo ben giustificato dallo sfrangiamento della
struttura dello Stato, dalle incertezze europee e da un quadro generale di regressione
verso il lobbismo inteso come fattore integrante dell'agire politico.
4) Politica dei diritti. Proprio nei giorni del ricordo dei
tragici fatti del G8 di Genova 2001 due drammatici fatti di cronaca ci hanno
ricordato proprio il punto qui richiamato in epigrafe: il valore dello stato
diritto e della separazione dei poteri. L’esito del referendum del marzo scorso
aveva fornito, in questo senso, un’indicazione chiara che ci permettiamo di
affermare non è stata raccolta sufficientemente dalle forze dell’opposizione.
5) Comunicazione. Ci troviamo in una fase di vero e proprio
cedimento al potere dei social (inutile ricordare il video in diretta dal
Colosseo postato ieri). Non esiste purtroppo una capacitò di espressione per un’alternativa
di pedagogia politica. La decostruzione degli apparati comunicativi, realizzata
appunto attraverso i social, appare come la premessa indispensabile per
l’apoteosi tra l’uno e la folla, il capo verso la moltitudine aclassista e
omologata. C’è da notare, in questo, come si sia verificato un salto di qualità
rispetto a quando, poco tempo fa, il tema della comunicazione era affrontato
attraverso l’accumulo di proprietà di TV e giornali, che aveva caratterizzato
l’era definita sbrigativamente come del “berlusconismo”.
5) Autoritarismo. Il tutto è condito da una crescita verticale
nella presenza dell’autoritarismo nella vicenda politica italiana, con un
mutamento progressivo nella stessa forma di governo cui si vuol dare il colpo
definitivo con la legge elettorale attualmente in discussione. La tendenza
all’autoritarismo nasce, è bene ricordarlo, fin dagli anni’80 del XX secolo
quando si cominciò a parlare, scrivere e praticare di “decisionismo”. La linea
era già stata tracciata allora: la complessità della domanda sociale, frutto
della crescita degli anni’70, andava tagliata riducendo lo spazio tra di essa e
la politica (Luhmann). Per fare questo occorreva un di più di segno del comando
da realizzarsi attraverso la personalizzazione. Più o meno la ricetta degli
anni’20, mutatis mutandis. Oggi il tutto appare ulteriormente esasperato, dopo
i venti anni di bipolarismo temperato fondato soprattutto sull’ esibizionismo
dei singoli e sull’incapacità (reciproca da parte dei due poli) di leggere
l’allargarsi e il trasformarsi delle contraddizioni sociali dentro la crisi.
C’è stato addirittura chi, qualche tempo fa, aveva scritto di
“pericolose incrostazioni insite nel paradigma “fascismo /Antifascismo”, e
adesso c’è anche chi ritiene che la definizione "antifascismo" possa
essere considerata divisiva. È il caso allora di ribadire con grande forza,
proprio nella ricorrenza del 25 luglio 1943 (e ancor di più questo dovrà essere
fatto tra 55 giorni quando saremo chiamati a ricordare l’8 settembre) che non è
questione di mode sociologiche e/o storiografiche: il valore dell’Antifascismo
rimane e va esaltato quale fattore di definizione politica e come elemento
d’identità indispensabile tale da consentirci sia sul piano storico sia su
quello politico di stare agganciati a spirito e lettera della già tanto
martoriata Costituzione Repubblicana. La Costituzione non va difesa ma
affermata nei suoi principi fondamentali (come ha dimostrato il già ricordato
recente esito referendario) e nella lettera dei suoi articoli, uno per uno,
senza pensare (come è stato fatto in passato sbagliando) che la seconda parte,
in fondo, sia separata dalla prima. La forma parlamentare, il ruolo del
Presidente della Repubblica, l’esito elettorale legato alla rappresentanza non
considerando la governabilità il fine esaustivo dell’azione politica, la
divisione dei poteri tra esecutivo, legislativo, giudiziario rimangono gli
intoccabili pilastri di fondo della nostra democrazia.






.jpg)
















