UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 11 luglio 2026

MALIGNITÀ DI LETTERATI
di Angelo Gaccione


 
Non crediate che siano solo i politici ad essere maestri di malignità e di battute salaci nei confronti dei propri avversari. Ne conosciamo di quelle pronunciate da prìncipi e da re già dalla più lontana antichità, ma anche venendo a tempi a noi più vicini, non ne hanno lesinato capi di Stato e primi ministri; graduati del mondo militare e alti porporati, tanto che se ne potrebbe stilare una vera e propria corposa antologia. I politici ci hanno spiazzati soprattutto perché spesso e volentieri non si sono limitati agli avversari o ai nemici, ma hanno preso di mira persino compagni di partito semplicemente perché appartenenti a “correnti” differenti. Dossettiani, andreottiani, fanfaniani, morotei, dorotei… il vecchio e storico partito della Democrazia Cristiana nel corso della sua lunga esistenza ha prodotto un ricco intreccio di correnti e i suoi leader non si sono risparmiati fendenti verbali al curaro, a volte più micidiali di quelli di un vero e proprio affilato stiletto. I letterati e gli intellettuali non sono da meno, e anche i più insospettati di loro si sono appioppati nomignoli tutt’altro che leggeri e benevoli. Hanno coniato battute sferzanti e feroci riferite agli aspetti fisici, alle inclinazioni personali, e addirittura ai titoli delle loro opere. Prendiamo ad esempio un famoso scrittore romano: da bambino fu colpito da tubercolosi osteo-articolare che gli procurò una invalidante zoppia. Gli amici letterati, che pure ne ammiravano il valore, cinicamente gli affibbiarono il nomignolo di amaro Gambarotta. Un mio carissimo amico, che i letterati li frequentava assiduamente, mi confidò che per la sua magrezza lo definivano l’osso nella manica. Lo aveva saputo da uno dei letterati del suo giro. Il titolo del romanzo di Carlo Cassola Il superstite, fu ribattezzato Il superstitico; quello della scrittrice Elsa De Giorgi I coetanei, divenne I coitanei; e chi lo coniò è un nome talmente insospettabile e famoso che se ve lo rivelassi ne rimarreste sorpresi. A un poeta vivente abbastanza in vista, non è andata meglio di Orazio che, com’è noto, veniva definito: porcello del gregge di Epicuro. Il nostro viene indicato
con il nomignolo di: il Vate malignamente modificato dai detrattori in: il Water. Un amico critico d’arte e poeta di definizioni me ne rivelò una discreta quantità. Ad un noto pittore piuttosto aitante avevano affibbiato questi connotati: una testa di Cassio su una faccia di Bruto. Come si può vedere, le allusioni ironiche ai nomi cassio e bruto, qui usati come aggettivi denigratori, non vogliono nasconderci nulla del loro perfido intento.

PER CHI SUONA LA CAMPANA
di Eros Barone


 
Etica ed epica di un capolavoro della letteratura mondiale.
  
La “terza guerra mondiale a pezzi”, che papa Francesco aveva acutamente individuato fin da quando la Nato è andata ad “abbaiare” ai confini con la Russia servendosi dell’Ucraina come testa di ariete per oltrepassarli, è in pieno svolgimento e il punto di non ritorno è stato perfino calendarizzato dai “signori della guerra europei” nel 2029. Novant’anni fa aveva inizio la guerra civile spagnola, il prologo della seconda guerra mondiale. È stato detto giustamente che sotto l’imperialismo non vi è guerra che non sia atroce e non vi è pace che non sia precaria. Per questo è ancora preziosa e sempre attuale la lezione che Ernest Hemingway ci consegna nel romanzo dedicato a quel “prologo”. E anche se oggi non formuleremmo alla stessa maniera la nostra inquietudine di fronte allo spaventoso «destino da carne industriale e da cannone» che ci aspetta, del protagonista di Per chi suona la campana vanno salvaguardati, dal punto di vista della costruzione di un’etica dell’impegno politico e civile, i punti di forza essenziali e irriducibili: l’etica del fare e la coerenza morale, che tengono ben fermo il senso storico delle azioni di ognuno di noi. Ma «perché un giorno ogni pericolo sia vinto e il paese sia un posto dove si viva bene» occorre comprendere che è necessario agire nelle retrovie del nemico e far saltare quel ponte: due azioni strettamente connesse in cui Hemingway ha riconosciuto, sia pure a livello simbolico ma con una profonda intelligenza storica e una capacità evocativa impareggiabile, il programma della Resistenza e il presupposto indispensabile della lotta per un mondo migliore.


E. Eemingway

Ernest Hemingway amava profondamente la Spagna e la considerava come la sua seconda patria. Questa predilezione spiega l’intensità dei sentimenti con cui partecipò, fin dal luglio 1936, alla guerra civile spagnola, schierandosi ai primi posti tra i sostenitori della repubblica, come molti altri antifascisti americani ed europei. Nel corso di quella drammatica vicenda egli fu anche testimone dell’aspra lotta politica, ideologica e personalistica che divideva gli esponenti del governo repubblicano, i capi militari, i partiti e i rappresentanti delle forze internazionali che partecipavano alla guerra. Il romanzo Per chi suona la campana, scritto nel 1940, non narra soltanto un episodio significativo di quella vicenda militare, ma rispecchia anche i motivi politici e morali che, secondo l’autore, ne avevano segnato il cattivo andamento. Tuttavia, benché questi aspetti siano oggetto di una ricostruzione attenta e puntuale, il romanzo attinge il suo significato pregnante alla luce di una prospettiva ideale più ampia, fin quasi a configurarsi, per la carica simbolica che lo anima, come una vera e propria allegoria. Una concisa sintesi della narrazione si rende perciò necessaria. Mentre in Spagna infuria la guerra civile, Robert Jordan, un giovane professore americano, si arruola come volontario nell’esercito repubblicano. Inviato dietro le linee franchiste, raggiunge una banda di partigiani, con l’incarico di far saltare un ponte d’importanza strategica. Capo della banda, dopo il crollo morale di Pablo, che ne è il comandante nominale, è diventata Pilar, una fiera contadina. Nel gruppo c’è anche Maria, una ragazza di diciannove anni brutalmente violentata dai fascisti e salvata da Pilar. Jordan e Maria si innamorano al primo sguardo, ma gli avvenimenti precipitano e il disastro incombe. I franchisti attaccano un vicino avamposto partigiano e lo annientano. È chiaro che presto verrà la volta del gruppo di Pilar, ma Jordan, pur consapevole dell’inutilità della sua missione, fa ugualmente saltare il ponte. Quando sta per raggiungere i compagni, viene ferito a una gamba e rimane solo sulla collina ad aspettare il nemico e la morte.


Hemingway in Spagna

Così, il ponte d’acciaio, che supera con un solo arco la ripida gola alpestre situata nel territorio controllato dalle forze franchiste e che Robert Jordan ha l’incarico di far saltare in concomitanza con l’inizio di un’offensiva repubblicana, sta al centro dell’azione narrativa dal primo capitolo all’ultimo: un’azione che, in questo romanzo di cinquecento pagine, occupa non più di una settantina di ore, vale a dire tre giorni scarsi e tre notti. I vari episodi, le conversazioni, i monologhi interiori e i richiami al passato ruotano tutti intorno al tema del ponte che occorre far saltare, finché Robert Jordan riuscirà nell’impresa, ormai diventata quasi inutile e il cui successo egli pagherà con la vita. E invero, il fatto che la fisionomia etico-politica di Robert, così come viene tratteggiata da Hemingway, sia quella, insieme, di un valente uomo d’azione, di un amante appassionato e di un intellettuale rigoroso, non caratterizza solo il protagonista di Per chi suona la campana, ma risponde ad un clima morale che pervade l’intero romanzo. La lezione che se ne ricava è quella di un’attitudine aperta e generosa, d’impegno pratico – tecnico e morale insieme – nelle cose che si dovevano fare. Di questa lezione faranno tesoro, fra molti altri, scrittori come Elio Vittorini, autore di Uomini e no, romanzo sulle azioni dei Gap, e come Italo Calvino, autore del Sentiero dei nidi di ragno, romanzo che narra le peripezie di una banda partigiana in Liguria. Non per nulla il messaggio del romanzo, fondato come è sulla coincidenza di etica ed epica, è risolutamente contrario all’individualismo e al disimpegno nei rapporti con gli altri: due atteggiamenti cui il protagonista di Per chi suona la campana è del tutto estraneo, come indicano in modo inequivocabile i celebri versi di John Donne, che Hemingway ha messo come epigrafe del romanzo e che vengono ripresi nel titolo: «Nessun uomo è un’Isola, intero in sé stesso... Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. [...] Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te.» 

POESIE
di Tania Chimenti
 


La gioia è appoggiata ai teli
sulle ringhiere dei terrazzi.
Le case al mare lo sanno,
mentre i giovani asciugano
al vento il tempo.
Lentamente risaliranno
i rimpianti:
efflorescenze saline
che ricoprono di bianco.
 
*


Degli amanti non si attende il ritorno.
Del cancro, sì.
Così il tuo silenzio fu interpretato
dai compagni come il ritorno del temibile.
Quella volta però fu diverso:
era tempo di fiori d’arancio.
Si seppe poi che al matrimonio
avevi invitato uno solo dei compagni,
lasciando gli altri
in quel disincanto muto
di chi scopre di non avere più
nulla in comune.
Io invece,
anche nella nostalgia
invetriata dal ricordo,
ho tenuto con me
quell’estraneità
come si tiene un vizio.
L’abitudine a perdere.
A perdersi.
 

 

 

 

 

POETI TRADOTTI
di Anna Rutigliano
 


La poesia n. 373 di Emily Dickinson, dal titolo originale This World is not Conclusion (Questo mondo non è un epilogo), qui di seguito proposta, manifesta, in tutta la sua potenza, lo scetticismo epistemologico della poetessa statunitense, la quale preferì la solitudine, quale spazio di ricerca dell’autenticità, lontano dalle rigide convenzioni sociali dell’America del XIX secolo. L’imperitura tensione fra fede nell’aldilà e dubbio sull’esistenza, non oggettivamente comprovabile, di una vita ultraterrena, che da sempre attanaglia l’umanità, si riflette nella struttura metrica giambica, improntata sull’ampio uso retorico dell’enjambement: artificio linguistico questo, che, scardina ogni logica che miri a colmare il senso di vuoto dell’anima, consapevole del suo mortale destino, come espresso nella chiusa finale del testo originale: Narcotics cannot still the Tooth, that nibbles at the soul= nulla possono i narcotici per sedare il dente che rode l’anima),  ricalcando il pensiero marxiano sull’alienazione dell’uomo (Entfremdung), dovuta non solo ai processi di produzione capitalistica ma anche all’influsso della religione quale “oppio dei popoli” (Die Religion ist das Opium des Volkes).


 
Questo mondo non è un epilogo
 
Questo mondo non è un epilogo,
prosegue oltre,
invisibile come musica,
ma reale come suono,
ammalia e confonde,
la filosofia non lo sa,
e - alla fine l’intuito deve procedere,
per mezzo di un enigma,
per decifrarlo, confonde gli studiosi,
per ottenerlo, l’umanità si è caricata
dello sprezzo di generazioni,
ha mostrato la crocifissione.
La fede vacilla- sorride e si ricompone-
arrossisce se qualcuno la scorge-
s’afferra ad un briciolo d’evidenza-
e domanda la via alla girandola -
esagerate movenze dal pulpito,
s’accavallano forti Halleluja,
nulla possono i narcotici per sedare il dente
che rode l’anima.
 
(Trad. it. di Anna Rutigliano)

LIBRI DI POESIA
di Carlo Di Legge


 
                                                              
La cifra di questo libro di poesia di Alessandro Carandente, e dell’intera sua scrittura in versi, sta scritta nel titolo. Il libro comprende i testi poetici dal 2021 al 2025 e il titolo recita che si tratta di poesie “a lietto fine”. Perché non si pensi al clamoroso errore di stampa, la parola lietto viene scritta in corsivo nel titolo; si voleva dire proprio questo, giocando, come fa sempre l’autore, sull’equivocità dell’espressione, sul gioco di parole – a lieto fine/a lietto fine –  nel contesto, ovvero sulla lieve modifica della sola parola, che nel caso incontra il senso napoletano. Ma, seppure in dialetto, “a lietto fine” cosa vorrà dire? Anche in questo caso, affinché non vi siano dubbi (ma ne saremo mai certi? Non si sa mai), c’è il disegno a colori di donna nuda, di schiena, che campeggia in pagina bianca, sotto il titolo: dunque a lietto vorrà dire cosa di storie allegre e di baruffe d’amore e di sesso. Ma niente di leggero, intendiamoci. Niente di scapestrato, come sto per spiegare, ma talvolta qualcosa che ispiri umorismo e forse allegria. Non si tratta soltanto di poesie o testi in versi, peraltro: la seconda parte del libro, infatti, contiene i frutti di un’altra vena di scrittura di Carandente, quella degli euforismi (poi c’è la saggistica: recentissima la raccolta Da Leopardi a Scotellaro (2026, ma con saggi anche non recenti). La parola aforismi qui e in generale nella sua scrittura viene, sempre per la facezia e il gusto dell’invenzione nel dire, ritoccata in eu-forismi, motto di spirito tra euforia e aforisma.
Si tratterà di dare credito a queste manifestazioni di buonumore, al frequente calembour, con l’armamentario di lingua che ciò comporta? Credo che, prescindendo come si deve dalle vicende personali, che conosco, nel caso la vena di forte provocazione dell’autore e la sua forza umana di risposta alle avversità si siano bene incontrate con il sofisticato spirito (è laureato in filosofia, e tra l’altro ha all’attivo un dottorato di ricerca in italianistica tra l’università di Tours e quella di Tor Vergata, ha un lungo passato di poesia a partire dalla vicinanza a Franco Cavallo e alla sua cerchia, nel nord-ovest napoletano, tra Campi Flegrei e Cuma, Napoli e non solo); con il suo personale contesto di provenienza, di famiglia contadina, sempre presente a mio avviso, a salvare il fondo di buon senso; con l’ineguagliabile atmosfera della città di Napoli vissuta dalla parte privilegiata, fascinosa (ma quale parte di Napoli non è importante?) della Sibilla, di Pozzuoli e vicinanze, che accompagna il suo cammino con quello di tutte le intelligenze che hanno popolato “Secondo Tempo”, la sua rivista, nel respiro del dialetto napoletano alternato all’uso della lingua italiana e soprattutto, per quanto riguarda lui, del francese. Ricordo una occasione di lettura di molti anni addietro, in cui ci si riuniva a dire versi in una sede “seria”, cioè un palazzo sede di amministrazione comunale, e si voleva ricordare qualcuno che non c’era più, dunque era un momento triste. Ma Carandente non fu ligio alla consegna, non obbedì ai tempi né eseguì il compito dato dagli organizzatori o lo fece alla rovescia: cominciò a leggere i suoi spesso irriverenti versi e euforismi, come un flusso senza fermata, davanti agli spettatori, perlopiù scrittori di versi, allibiti, finché qualcuno non intervenne – come si vuol dire, fu una storia dalla serie “fatelo smettere”. Ma lui non fece una piega.
E quindi, anche qui nel libro, tanto per incominciare, per il 700° anniversario della morte di Dante: “… e scrive e parla di te ogni cazzullo/ ti storce sconciamente ogni marzullo/ t’hanno scoperto in tanti, o padre Dante/ pur i veltroni, i salmoni e i meloni”. Basterà per far intendere di cosa si tratta.



 
Scrittore del tutto ragionevole, Carandente, anzi razionale, ma nel senso che è pronto a calcolare, ad evocare l’ironia o il sarcasmo anche contro la gente del mondo delle lettere, non solo in Campania, sì da farsi qualche nemico – tanto ce ne facciamo anche senza volere e ne abbiamo senza sapere.
Il libro è una raccolta di argomenti diversi, uniti poi per temi, come in quarta di copertina; la musa di Carandente, se così si può dire nel suo caso di letterato pronto a ridere della letteratura e dei facitori di libri (di quelli prevaricanti e presuntuosi, con rispetto di quelli serî e bravi), è il presentarsi dell’occasione, nutrito da studio continuo dei testi su cui lavora. C’inoltriamo leggendo in una galleria di amici e personaggi, come di fatti e di sensazioni. I suoi versi nascono o possono farlo in ogni momento, ma il fatto è che ad ogni passo (ricordo un titolo: Passo vegliante, il suo inizio del 1982, che pareva in qualche modo molto diverso, comunque già doveva dirigersi in questo senso) l’occasione può scattare, e quindi l’occhio, l’orecchio e i sensi sono protesi ad afferrarla. E viene la scrittura.



Con ciò, dando rilievo alla sua natura ironica e al piglio sarcastico che ricordo fin dai tempi dell’università, non sto dicendo che l’autore non abbia sentimenti seri. Nella dimensione del pubblico, il suo radicalismo politico, pur senza appartenenze a partiti, è evidente. Eppoi basti pensare al privato, alla sua famiglia, o alle amicizie sincere, che ha saputo coltivare e rispettare, mentre in altri casi, quando prima o poi ci si avvede che qualcosa non va, o si prosegue nell’equivoco, cosa che non è il suo forte, o si smette. Questo buon senso permane e dev’essere il fondamento della sua solidità.
Vale anche qui, poiché abbraccia il suo percorso nelle sue modifiche, anche fino ad oggi, la motivazione per il premio Minturnae, conferitogli nel 2007 per la raccolta Risveglianze: “Sin dall'esordio si è connotato per la tecnica scaltrita e la consapevolezza teorica del fare poesia. Sotto l’apparente patina di lacca lirica c'è la riflessione critica e il momento speculativo del linguaggio che si interrogano senza sosta sul proprio fare poetico. L'esplosione ritmica è frenata dalla pausa riflessiva, dalla tensione del dire. Lungi dal consegnarsi ingenuamente alla positività dei significati in atto, avanza là dove non si può più andare, in quella terra incognita dove il senza nome cerca nuove relazioni per esistere.
 A partire da Ecrivoci, extravaganze, screzi d’alfabeto, Il supplente precariota e Bon ton bonsai bonbon, Per chi suona la gabbana? invece, il linguaggio ha invertito bruscamente la rotta; dall’azzeramento ha viaggiato verso l’esterno con cui non ha mai smesso di dialogare, in euforica contaminazione, e di reagire all’alienazione consumistica in atto con l’insorgenza del gioco traslativo e la freschezza del paradosso dell’evidenza”.


 

Il programma linguistico attuato nel libro di poesia e negli euforismi è dunque quello esposto nell’esergo, ripreso da G. Benn: vi si legge che “Queste frasi… contengono solo se stesse”. Anche in questo modo si può fare critica sociale, politica, letteraria, facendo poesia: in fondo è la lezione dello sperimentalismo, ognuno a suo modo, in ogni momento in un modo. Così si giustifica il motto in Odisseo e altrove: “ma non feci strage di Proci/nel mattinale incarnato/li inseguii fino a Procida”. E le altre diavolerie e motteggi – che molto spesso portano una posizione precisa rispetto alla società e agli altri, al potere.


 
Alessandro Carandente
Poesie a lietto fine
Marcus Edizioni, Napoli 2025

venerdì 10 luglio 2026

IN... CANTO
di Angelo Gaccione



Prendete una magnifica chiesa nel cuore di Milano: Santa Maria della Passione, attaccata al Conservatorio “Giuseppe Verdi”. Chi la frequenta sa bene di quale meraviglia custodisce la Sala Capitolare. Prendete almeno due capolavori assoluti: L’ultima Cena di Gaudenzio Ferrari e la Crocifissione di Giulio Campi che troverete alla vostra sinistra e alla vostra destra percorrendo la navata fino ai piedi dell’altare. Prendete i due magnifici organi disposti in cornu evangelii e in cornu epistolae. Prendete un coro composto dalla soprano Iris-Anna Dechert, dal tenore Philipp Classen, dal basso Roland Faust, dall’alto Jonathan Kionke. Prendete un organista: Markus Utz. E prendete un sassofonista: Sandro Compagnon. Prendete la musica organistica di Heinrich Isaac che deve accendere di bagliori i brani liturgici. Prendete tutto questo e vi troverete coinvolti non in un semplice concerto, ma dentro un raffinatissimo evento in cui armonia e bellezza hanno toccato il vertice, ed il nostro cuore se ne è estasiato. Dobbiamo questo miracolo all’Associazione Culturale La Cappella Musicale e alla sua XX edizione del festival internazionale di musica antica Milano Arte Musica.



L’Ensemble Cantissimo, di cui vi ho dato i nomi delle singole voci, ci ha mostrato che cosa si può fare con il suono prodotto dalle sole corde vocali, con le modulazioni, con i toni, con i registri, con i timbri. Erano quattro voci e pareva un coro di angeli e l’armonia che ne derivava bastava a sé stessa anche quando né l’organo del maestro Utz, né le struggenti improvvisazioni del sassofono di Compagnon, erano convolti nell’accompagnamento. E quando questi strumenti entravano a sorreggerne l’architettura armonica tutto si faceva più denso e più dolce nello stesso tempo. 



Sulla presenza dominate dell’organo nella musica sacra ci è noto tutto: è uno strumento celeste, mistico. Ma vi assicuro che la presenza del sassofono si è rivelato sorprendente sia negli a solo, sia nelle parti in cui organo e coro andavano all’unisono. Una serata preziosa. Un regalo graditissimo. Chi ha avuto l’ardire di sfidare la tremenda calura di ieri sera per recarsi in Santa Maria della Passione, ne è stato ampiamente ricompensato.

LA VOCE DEL CUORE
di Chicca Morone
 


Jannik” una voce di bambino rompe il sacro silenzio sul campo erboso di Wimbledon: il giocatore che sta per servire, Sinner, il numero uno del ranking mondiale, invece di dare un segno di irritazione, si ferma, guarda in direzione della voce e saluta. Meno gradevoli sono state le incitazioni al tennista Arthur Fery in campo contro Flavio Cobolli, destabilizzato anche dalla tifoseria contraria. A volte capita che dal pubblico sorgano delle voci, più che altro domande al campione che sta giocando... Famose sono state alcune richieste di matrimonio: Maria Sharapova spiritosamente ha risposto “forse”; meno sportivo Rafa Nadal ha semplicemente risposto di no con la mano; “Sposami Roger” indirizzato a Federer ha provocato la reazione del giudice di sedia, oltre all’ilarità del pubblico; Steffy Graf è stata la migliore, nell’informarsi sul patrimonio del pretendente... Djokovic che aveva sottolineato il suo stato di “coniugato”; per non parlare di Zverev, biondo vichingo, interessato all’anello che avrebbe ricevuto... Sono voci di sconosciuti che arrivano in luoghi particolari in momenti altrettanto desueti con potere esilarante. C’è da dire che quando ascoltiamo la voce del nostro interlocutore riceviamo un messaggio non solo immediato ed espresso nel significato delle parole, ma anche quello che è contenuto nella frequenza della sua voce di cui non ne abbiamo percezione a livello conscio. Un bambino che chiama per nome Jannik ha fatto breccia nel suo cuore, perché come tutte le persone sensibili, ha percepito quel momento di coesione profonda di qualcuno che era lì per applaudirlo...



È lunga la tradizione vocale nella storia della musica che ci ragguaglia sull’argomento, visto che non siamo solo corpo, ma esistiamo come campo vibrazionale, definito dal fisico professor Federico Faggin “seity”. Chi ha una marcia in più come Sinner riceve colori e sfumature spesso ignorati dagli altri.
I nostri predecessori ne avevano cognizione, ma molte tradizioni sono state coperte da un sapere egocentrico ed esclusivista, che ha rinnegato l’importanza del legame con l’ultraterreno. Le figure sacerdotali egizie erano dotate di una voce particolare destinata ad attrarre le forze necessarie per la realizzazione dei riti: non per nulla erano chiamati “giusti di voce” in quanto dotati di quella conoscenza esoterica non accessibile a chi non aveva ricevuto la “giusta” iniziazione.



Il Mito è cosparso di indicazioni sul potere della voce: dagli stridii delle Arpie, al grido di battaglia delle Amazzoni, ai famosissimi canti ammaliatori delle Sirene.
Mezze donne e mezze pesci attiravano i marinai tra i flutti: sono rimaste come simbolo della seduzione intellettuale della donna nei confronti dell’uomo. Ammaliatrici per eccellenza, usavano la voce per attrarre in luoghi da dove alla vittima non fosse divincolarsi perché non si trattava di una semplice infatuazione fisica...



Anche nella fiaba di Hans Christian Andersen la sirenetta la voce ha un rilievo particolare: per poter incontrare sulla terra il principe di cui è perdutamente innamorata sacrifica il suo dono, il suono magico della sua gola, quello che la rende creatura degli abissi circondata da simili... con relativa perdita di se stessa!
Come non rivolgere il pensiero al mitico Orfeo, figlio di Apollo, che con il suo canto ammansiva belve, guariva il corpo e l’anima delle persone? Il mito ci narra che sia stato in grado di scendere nell’Oltretomba per tentare di riportare in vita Euridice: la sua voce aveva convinto persino gli Dei a concedere tale grazia…
Oggi, studiosi delle tradizioni soprattutto orali, ci hanno insegnato quanto la comunicazione tra noi umani non sia fatta solo di parole pronunciate in modo più o meno definito, ma compaia dentro ognuno di noi in un “accordo”, attraverso cui entriamo in empatia o antipatia con l’interlocutore: le note “stonate” che percepiamo con l’orecchio fisico sono più facilmente percepibili da noi nelle persone con accordi dissonanti perché emerge più facilmente la radice più profonda, volta a significare il progetto di chi tende a manipolarci.
Nello stesso modo le parole suadenti di chi “fa parte” del nostro accordo, non necessariamente con la nota di base uguale, ci portano a percepire con maggiore naturalezza la volontà costruttiva dell’interlocutore, quando questa è tale.
Ciò non significa che i possibili manipolatori che incontriamo sulla nostra strada siano categorie fisse: siamo noi che affinando maggiormente la nostra percezione del suono delle parole altrui, diventiamo più sensibili a una comunicazione subliminale, quella che provoca in noi sensazioni sotto il livello del coscio, ma in grado di condizionare il nostro comportamento.



Il suono della voce di nostra madre è irrepetibile e nel momento in cui veniamo in contatto con una voce somigliante, un accordo simile, siamo più propensi a recepire il messaggio in modo positivo, creando la tendenza a vivere in modo favorevole la situazione.
Non ci sono regole fisse nella percezione di quanto ci circonda: è semplicemente importante imparare ad ascoltarsi profondamente perché difficilmente il nostro inconscio ci tradisce quando i nostri sensi sono vissuti in modo equilibrato, quando siamo in grado di vivere la realtà saggiamente, senza eccessi.
Il monito è nella sedicesima lama dei Tarocchi: “La Torre”. Narrano di un popolo che comunicava con una sola lingua, ma che, insuperbito, avesse iniziato la costruzione di una torre “alta fino al cielo”. Per punire la superbia umana Dio aveva confuso le lingue, impedendo loro di capirsi e causando la dispersione dell’umanità.
Forse oggi una ricerca di comunicazione più interiorizzata rispetto alla proposta dell’IA, dai ritmi compulsivi, potrebbe migliorare la vita di ogni singolo ed evitare la costruzione di opere destinate a essere distrutte.

SALVARE LA DEMOCRAZIA REPUBBLICANA


 
Alle segreterie nazionali:
Partito Democratico
Movimento 5 Stelle
Sinistra Italiana
Europa Verde
+ Europa
Italia Viva
Azione
Rifondazione Comunista
 
Ai gruppi parlamentari:
Partito Democratico
Movimento 5 stelle
Alleanza Verdi – Sinistra
+ Europa
Italia Viva
Azione
 
Alla segreteria confederale CGIL
Alla presidenza nazionale ARCI
Alla segreteria nazionale ANPI


 
TESTO DELL’APPELLO PROMOSSO DALL’ASSOCIAZIONE 

“IL ROSSO NON È IL NERO” DI SAVONA 

(mail: astengo.franco@gmail.com)


Il punto centrale del nostro ragionamento può essere così riassunto:
occorre far comprendere appieno che la pericolosità massima del tentativo in atto da parte della destra di modificare la formula elettorale non risiede tanto nella questione della governabilità e quindi della semplice traduzione dei voti in seggi, quanto nel mutamento (per via ingannevolmente surrettizia) della forma di governo parlamentare.
L’indicazione del candidato/a alla presidenza del Consiglio preventivamente richiesta alle coalizioni e alle eventuali liste autonome in occasione delle elezioni legislative generali assumerebbe alcuni significati precisi: 1) il contrasto oggettivo con la Presidenza della Repubblica perderebbe la sua prerogativa essenziale di scelta del Presidente del Consiglio con il rischio di una frattura istituzionale difficilmente sanabile 2) In secondo luogo il collegamento diretto ( e innegabile) tra il candidato presidente del consiglio e il listino di maggioranza (eletto in blocco dalla maggioranza) renderebbe gli eletti con questa formula (non sindacabili perché su lista bloccata) parte (decisiva) del Parlamento direttamente subordinata alla Presidenza del Consiglio (simil stabunt simil cadent). Se si verificasse il tipo di situazione appena descritta si renderebbe il ruolo del Presidente della Repubblica del tutto superfluo sulla scelta politica più importante spingendo così l’insieme del sistema verso il presidenzialismo di un “eletto del popolo” non intermediato da un voto di fiducia espresso dalle Camere, reso anch’esso superfluo dall’elezione diretta in blocco  del listone di maggioranza. Questo significherebbe il totale rovesciamento dell’impostazione adottata nella Costituente sulla forma di governo superando “de facto” la centralità parlamentare.
Inutile ricordare gli accenti contenuti in questo tipo di impostazione e risalenti alla legge Acerbo del 1924 e al plebiscito del 1929.
Ci rivolgiamo ancora una volta come in precedenti occasioni a quelle associazioni e organi informativi di cultura politica con i quali intratteniamo da tempo rapporti di collaborazione per avanzare una proposta di appello sul tema fondamentale della difesa della Democrazia Repubblicana.
È necessario che nelle forze politiche democratiche e costituzionali non prevalga la tentazione di allinearsi nell’idea di utilizzo di questo marchingegno a fini propri personalistici. Per questo ci appelliamo alle forze politiche, ai sindacati, ai soggetti associativi allo scopo di aprire un confronto di merito su questo delicatissimo tema.



Primi firmatari:
Associazione per il Rinnovamento della Sinistra - Roma
Associazione Enrico Berlinguer - Milano
Associazione “Laudato Sì” alleanza per la giustizia sociale - Milano
Associazione “Articolo 21” per il diritto all’informazione - Roma
Associazione “Socialisti in Movimento” - Milano
“Critica Sociale” rivista - Milano
“Alternative per il Socialismo” rivista -Roma
ATTAC Italia - Roma
Associazione Mediterranea - La Spezia
Associazione “Infiniti Mondi” - Nola (Napoli)
Circolo Pertini - Sarzana
“La Bottega del Barbieri” blog di spazio culturale 

e di attivismo politico - Imola
“Ancora Fischia il Vento” blog di politica internazionale 

e geopolitica - Rimini
“Odissea” blog di dibattito politico-culturale - Milano
“La Sinistra quotidiana” sito comunista di informazione politica
“Il Lavoro” giornale socialista - Salerno
Associazione “Socialismo 1892”  - Taranto
Circolo “Calogero - Capitini” - Genova
Comitato Ligure Scuola e Costituzione - Genova
Biblioteca Popolare di Bubbio (Asti)
Officina Lavagnese - movimento politico civico e progressista  Lavagna (Genova)
Circolo Aldo Moro - Genova
ATTAC  - Savona
Sezione ANPI di Sassello (Savona)
“La nuova Savona” quotidiano online
Associazione “Il Rosso non è il Nero” - Savona

 

 

mercoledì 8 luglio 2026

I NANI DELLA NATO
di Franco Continolo



È un momento precario per la NATO, scrive Alexandra Sharp sulla News letter di Foreign Policy. Potremmo più chiaramente dire che in un mondo – in un’Europa – dove prevalessero i lumi della ragione, l’Alleanza si sarebbe già sciolta; il motivo non è Trump, ma la mancanza di strategia, ovvero di giustificazione politica. La strategia, diceva von Clausewitz, è solo politica, perché la vittoria militare per essere risolutiva deve portare alla pace, all’ordine, concetti strettamente politici – l’unica pace concepibile dal punto di vista militare, come sosteneva von Moltke dopo Sedan, è quella data dall’annientamento del nemico, dalla tabula rasa. Trump non ha strategia, ma ha il merito di non vederne neanche nella NATO, i cui "concetti strategici” sono delle autentiche boiate aventi lo scopo di creare disorientamento, incertezza, paura quindi dipendenza (dagli Stati Uniti), e di dirlo con franchezza. Strategia vuol dire necessità, ma in un’alleanza significa anche solidarietà, altra virtù assente nella NATO – se vi fosse solidarietà si considererebbe il riarmo come investimento comune, da dividere in proporzione alle capacità. Invece della solidarietà c’è il clientelismo trumpiano di stampo mafioso, al quale un’Europa guerrafondaia non ha niente da obiettare. Il risultato della generale confusione ideologica, della non-strategia, è che ad Ankara si confrontano due guerrafondai che in quanto tali dovrebbero andare d’amore e d’accordo: invece, gli uni, l’Europa, è animata dalla guerra alla Russia, e gli altri, l’America, preferirebbe un impossibile pateracchio sull’Ucraina per dare l’impressione di governare il mondo. Giustamente Alastair Crooke vede nel MOU un altro pateracchio, in attesa di sferrare il colpo decisivo contro l’Iran – la differenza tra i due pateracchi è che il primo avrebbe l’obiettivo di continuare a tenere la Russia sotto pressione, in attesa del crollo. L’altro tratto comune tra Europa e America è che entrambe marciano verso la guerra senza l’approvazione dei parlamenti (se si eccettua quella cloaca che è il parlamento europeo). È il tema del commento di Scott Sumner, scritto più di un anno fa, prima delle due guerre persiane. Sumner è un economista che, come Lippmann, vede la guerra come risultato della mancanza di una politica estera – la differenza è che il primo chiama questa mancanza ambiguità. L’altra differenza è che mentre per Lippman la politica estera per non essere episodica, improvvisata deve unire il paese, per Sumner è già qualcosa se la dichiarazione di guerra, anziché da un uomo solo è firmata dalla maggioranza del parlamento. La posizione di Lippmann appare comunque più solida; Sumner è uno di quelli che credono che dare armi all’Ucraina e spingerla a una guerra per procura, non sia guerra.

CASIRAGHY - DI POCE



Fondazione Sormani Prota Giurleo ETS - Sormano (Co)        Con patrocinio del Comune di Sormano (Co)  


             

Comunicato Stampa
 
Presentazione del libro di Donato Di Poce e mostra di opere di Alberto Casiraghy.
Luogo: Casa dei quadri Piazza Santa Maria Sormano (Como)
Titolo: L’arte di stampare sogni: Donato Di Poce e Alberto Casiraghy
Inaugurazione: Venerdì 17 luglio 2026 alle ore 16,30
Durata: sino a domenica 2 agosto 2026
Orari: venerdì, sabato e domenica dalle ore 16 alle 18,30
Informazioni: +39 3470312744  contatti@fondazionesormaniprota-giurleo.it Antonella Prota-Giurleo antonellaprotagiurleo@gmail.com


 
La Fondazione Sormani Prota Giurleo ETS propone un incontro tra Donato Di Poce, poeta, critico d’arte, scrittore, fotografo, autore del libro, recentemente edito da I Quaderni del Bardo Edizioni, Alberto Casiraghy. I sogni di un Pulcinoelefante tra Arte e Poesia, e Alberto Casiraghy, artista, poeta, editore. L’incontro si svolgerà Venerdì 17 luglio alle 16,30; nella stessa occasione verrà inaugurata una mostra di opere di Alberto Casiraghy, le opere saranno esposte sino al 2 agosto.
Riportiamo qui il comunicato edito da I Quaderni del Bardo Edizioni sul testo scritto da Donato Di Poce.



“I Quaderni del Bardo Edizioni annuncia l'uscita di Alberto Casiraghy. I sogni di un Pulcinoelefante tra Arte e Poesia, l’opera definitiva firmata dal critico e poeta Donato Di Poce dedicata a uno dei personaggi più eccentrici e amati del panorama culturale italiano. Il libro esplora l'officina creativa di Alberto Casiraghy a Osnago, definita un "luogo magico di produzione di felicità". Casiraghy, pittore, editore, liutaio e aforista, è il creatore delle celebri edizioni Pulcinoelefante: libretti rari prodotti giornalmente con caratteri mobili su carta pregiata, diventati oggetto di culto per collezionisti di tutto il mondo. Il volume approfondisce il legame artistico e umano tra Casiraghy e Alda Merini, un sodalizio durato diciotto anni che ha dato vita a ben 1.189 titoli, rendendo Casiraghy il "vero editore" della poetessa dei Navigli. Attraverso un ricco album fotografico e analisi critiche originali, Di Poce svela un artista che vive "nel segno della polisemia e dell'empatia con il mondo"."Alberto è un Principe innamorato della poesia e dell’Immaginazione", commenta l'autore Donato Di Poce nel volume. "Ai suoi libri devo eterna gratitudine: sono stati per me dei dispositivi salvavita all'inizio del mio percorso". Il testo arriva in un momento di grande rilancio per l’opera di Casiraghy, dopo che il Comune di Milano ha acquisito il suo prezioso archivio di quasi undicimila titoli, ora conservato a Casa Boschi Di Stefano”.
 

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