UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 28 maggio 2026

IMPOSTA SUI GRANDI PATRIMONI
di Alfonso Gianni
 


Una proposta di legge di iniziativa popolare per porre un’imposta sui grandi patrimoni.
 
Più le differenze sociali e reddituali si allargano nel nostro paese e nel mondo, più il tema di ottenere una giustizia fiscale diventa urgente e necessario. Infatti è argomento di interesse e dibattito particolarmente nei paesi a capitalismo maturo. Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Il citatissimo Thomas Piketty, al termine di oltre un paio di migliaia di pagine, distribuite in due ponderosi volumi, dedicate allo studio del moderno capitalismo giunge alla conclusione (in Capitale e ideologia, La nave di Teseo, Milano 2020) che il sistema fiscale di una “società giusta” deve basarsi su tre grandi imposte progressive: “un’imposta progressiva annuale sulla proprietà, un’imposta progressiva sulle successioni e un’imposta progressiva sul reddito” (pag.1.108). Più di recente ce lo ricorda con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un agile, quanto prezioso, libretto recentemente uscito anche in edizione italiana (Gabriel Zucman I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi, Torino 2026). La questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una giustizia fiscale. La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit - ProPublica - ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere.
 

Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro), ha chiarito come anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale - che pure esiste in modo consistente e va ovviamente combattuta - cioè da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici e di trovate di ingegneria fiscale, a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza, e una pletora di fiscalisti adisposizione, possono accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione, che finora nessuno ha tentato di (contro)riformare, ma di svuotare purtroppo sé e tanto. I dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli - non sto rivelando segreti di Stato - dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Dentro quest’ultima fetta, in una proporzione minima ma danarosa si accomodano i super ricchi. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.



Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo e scuola la cosiddetta curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo Nazionale di Storia Americana, possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva a campana (o a “U” rovesciata che dir si voglia) per convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con la presidenza di George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che - prendendo sempre ad esempio gli Usa - nel 1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per cento. Ma il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.



Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione - storicamente dimostrata - che l’estrema diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società. La lotta di classe è stata vinta dai ricchi come sappiamo. Nel caso italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati - che contribuiscono per l’84,6% alle entrate fiscali dello Stato secondo in dati più recenti - impossibilitati come sono sia ad evadere quanto ad eludere. Così la capacità di spesa dei governi, al di là del loro colore politico, è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione nel 2012, all’articolo 81). Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta facendo il governo Meloni malgrado l’avesse votato solo due anni addietro, ricevendo finora risposte negative. È chiaro che ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso, che tuttavia potrebbe, anzi dovrebbe, entrare nel programma di un governo alternativo a quello attuale. 



In attesa che maturino le condizioni perché ciò accada, un gruppo di cittadini, fra i quali lo scrivente, hanno sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli europei. Abbiamo in sostanza previsto di istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro.


 

Non è la rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello stato di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. Naturalmente c’è da aspettarsi una feroce campagna delle destre - l’hanno già messa in atto - secondo la famosa litania del “stanno mettendo le mani nelle tasche degli italiani”. Ma è evidente che tale proposta non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia basata sui bisogni dei cittadini e la difesa dell’ambiente.



Perché la proposta di legge possa essere discussa dal parlamento servono almeno 50 mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli, almeno entro i confini della attuale legislatura. Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di tempo precisi una legge di iniziativa popolare (Lip) venga discussa e votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo della Lip, i nomi dei sostenitori e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it
Per raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid o Cie, si può farlo anche direttamente al seguente link:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014

LE PAROLE OSCENE
di Nino Di Paolo
 


Anche questa volta, come nello scorso autunno, in corrispondenza della missione nonviolenta della Flotilla, oltre a registrare le prevedibili e previste bestialità perpetrate dai pirati dell’innominabile primo ministro di Israele, abbiamo dovuto subire cascate di parole oscene. Chiamare arresti i sequestri, percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi i disarmati, sono atti osceni. Ricordo che alcuni decenni fa, quando chi aveva abbracciato la lotta armata smise di praticarla, un senso di smarrimento percorse le menti dei reazionari di casa nostra. “Come faremo a far passare per terroristi coloro che non si inchinano all’unico ordine possibile se nessuno spara più?” si chiedevano i maestri di pensiero del mainstream mediatico. E tifavano, sotto sotto, senza poterlo dire, che qualche lupo solitario, qualche scheggia impazzita sparasse a qualcuno. Questo recondito bisogno è arrivato comunque fino ai nostri giorni con ministri che si paragonano a Giovanni Falcone o che attribuiscono omicidi di mafia alle BR. Lapsus, nel secondo caso, ma intanto nel primo, lasciamo perdere… Vero è che in ogni angolo del mondo, ormai, il termine “terrorista” non si nega più a nessuno, ma anzi viene più frequentemente appioppato a chi non terrorizza ma vuole evitare di essere terrorizzato, cioè all’oppositore del Governo in carica, dittatoriale, autocratico o para-democratico che sia. Oggi, da noi, mancando (fortunatamente) lupi solitari e schegge impazzite, come colpire chi prova, senza armi, a mettere umanità in contrapposizione alla bestiale violenza dei prepotenti? Semplice, chiamando arresti i sequestri, percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi i disarmati. Ora, che questo lo facciano le testate giornalistiche dichiaratamente reazionarie indigna (sempre) ma non meraviglia, è quando testate e talk show televisivi vogliono fare gli equidistanti che iniziano i conati di vomito. Quando ad utilizzare questo linguaggio, magari non in malafede ma proprio perché lo hanno introiettato, sono esponenti della stampa o politici che si dichiarano progressisti o riformisti, allora il disgusto diviene totale. Possiamo, direi dobbiamo, essere disgustati da tutto ciò ma questo non ci esime dal continuare a utilizzare le parole della nostra lingua nel senso appropriato del loro significato. Se non vogliamo entrare nella terminologia dell’agone politico, possiamo iniziare dal Discorso della Montagna, dalle Beatitudini. E non andremmo fuori strada.

mercoledì 27 maggio 2026

ELEZIONI COMUNALI
di Franco Astengo
 

Numeri provvisori dal primo turno.  
 
Sicuramente è impresa coraggiosa tentare di ricavare dati di indicazione generale sul piano politico dall'esito del primo turno delle elezioni comunali svolte il 24-25 maggio 2026 in molte regioni italiane. Ci riferiamo ai 18 comuni capoluogo di provincia dove si è votato: Venezia, Reggio Calabria, Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Andria, Trani, Crotone, Agrigento, Messina, Enna, Avellino ritenendo il loro risultato quello più analizzabile sul terreno politico generale. Del resto l'analisi del risultato di tutti i comuni è fortemente condizionato dalle alleanze variabili stabilitesi a livello locale e dalla presenza in tutti i piccoli comuni di un grande numero di liste civiche e pseudo-tali. Abbiamo vissuto fasi di grande volatilità elettorale e di forte crescita dell'astensione poi frenata molto parzialmente in occasione del referendum sulla giustizia del 23 marzo di quest'anno. Sorprenderà allora questa valutazione di sostanziale stabilità tra l'esito delle elezioni comunali precedenti (svoltesi tra il 2020 e il 2021 sempre in riferimento ai capoluoghi già citati) e l'esito di quelle tenutesi domenica e lunedì scorsi. La nostra valutazione è di tipo complessivo ed esula dalla specifica importanza delle singole situazioni da Venezia a Reggio Calabria, da Messina a Salerno (certo che si conferma ancora una volta il rinserramento nell'Italia Centrale e segnatamente in Toscana delle coalizioni a trazione PD) pur con qualche eccezione.
Eppure tirando giù i dati nel dettaglio sembra proprio essere così: un dato complessivo di scarsi scostamenti tanto da farci ritornare indietro ai tempi di quando uno spostamento dello 0,2 in avanti o all'indietro poteva causare uno sconvolgimento nell'assetto di una forza politica (non dimentichiamoci di quale effetto ebbe, ad esempio, nel PSI il mancato raggiungimento della soglia psicologica del 10% in occasione delle elezioni politiche del 20 giugno 1976).


 

Vediamo in estrema sintesi:
nei 18 comuni capoluogo erano iscritti nelle liste elettori 1,408.899 elettrici ed elettori. Hanno depositato un voto valido nell'urna (il riferimento è ai candidati sindaci) 835.491 cittadine e cittadini pari al 59,30%. Negli stessi capoluoghi in occasione delle precedenti elezioni comunali elettrici ed elettori aventi diritto assommavano a 1.437.715; i voti validi furono 872.924 pari al 60,71% (la flessione è dell'1,41%). Nell'occasione del 2026 i 18 candidati sindaci presentati dal centrodestra hanno ottenuto 317.134 voti pari al 22,50% sul totale degli aventi diritto; mentre quelli presentati dal cosiddetto "Campo Largo" ne hanno assommato 317.527 pari al 22,53% (aleggia lo spettro del pareggio nonostante l'ingresso del M5S nel cosiddetto "campo largo" : ingresso che, alla luce del responso dei numeri, potrebbe essere giudicato ininfluente; ma si conosce il divario di consenso prodotto dal M5S tra elezioni locali e consultazioni generali). Le candidature civiche e "altre" alle quali abbiamo assimilato anche quelle di De Luca a Salerno e Basile a Messina (e non quella di Crisafulli a Enna assegnata al "Campo Largo") hanno toccato i 200.830 suffragi (pari al 14,25% sul totale degli avanti diritto).



Questi gli scostamenti rispetto alle precedenti comunali:
le candidature del centro-destra avevano avuto 321.686 consensi pari al 22,37% degli aventi diritto (nel 2026 crescita dello 0,13%); le candidature del centro-sinistra avevano avuto 348.311 voti (nel 2026 un meno 1,69%) quelle del M5S 35.452 voti pari al 2,46% e quelle "civiche e altre" 167.475 voti pari all'11,66%. In sostanza: la partecipazione al voto dopo le montagne russe tra politiche 2022, regionali 2024-2025, referendum 2026 (nell'occasione delle elezioni regionali 2024-2025 la partecipazione complessiva era scesa al 50,24% sempre in riferimento ai 18 capoluoghi presi in esame per risalire al 58,96% nel referendum sulla giustizia 2026) appare tornata al livello delle elezioni comunali 2020-2021 (-1,41%). Anche le candidature del centro-destra sono rimaste stabili crescendo, di elezioni comunale in elezione comunale, dello 0,13%. Sul versante del "campo largo" sempre riferendoci all'esito delle candidature a Sindaco si direbbe che non è emerso alcun vantaggio dall'ingresso del M5S (in totale la perdita complessiva è dell'1,69% mentre il MoVI Mento aveva avuto il 2,46%). Crescono le candidature civiche e altre fino al 14,25% dal precedente 11,66% ma qui entra in ballo il peso degli "affaire" De Luca a Salerno e Basile a Messina. Tutto questo in via provvisoria in attesa di maturare ulteriori riflessioni.

QUESTIONE DI SWING
di Angelo Gaccione
 
Lorenzo Baldasso

Chi sa che cosa ne avrebbe detto il banchiere Tommaso Marino se avesse potuto vedere il magnifico Salone della sua Cinquecentesca dimora di Piazza della Scala adibita a platea per una indiavolata orchestra di swing fatta di trombe, tromboni, sax, batteria, pianoforte, chitarra e diretta dal virtuoso scanzonato clarinettista Lorenzo Baldasso. Secondo me sarebbe rimasto sedotto anch’egli da questa musica vitalissima, libera e liberatoria e non gli sarebbe dispiaciuto affatto questa “intrusione”. Da quando Equivoci Musicali sotto la direzione artistica di Davide Santi e Rachel O’Brien ha scelto Palazzo Marino per la sua rassegna “Palazzo Marino in Musica”, e segnatamente la decoratissima Sala Alessi, di musica di ogni tipo ve ne ha portata parecchia in queste quindici edizioni. Compreso, appunto, lo swing della favolosa Millennials’ Orchestra di Lorenzo Baldasso che ha aperto la Stagione 2026.


L'Orchestra

Lo swing con i suoi ritmi indiavolati in un Salone così austero e che ha conquistato un pubblico tutt’altro che di giovanissimi quali eravamo! C’è mancato poco che non si vedessero dei ballerini dinoccolati e atletici vorticare nella sala come avveniva negli anni Trenta e Quaranta nei locali di Harlem o di Kansas City. L’omaggio che la Millennials ha voluto tributare a nomi come Mary Lou Williams, Benny Gooldman, Artie Shaw, Billie Holiday, Edgar Sampson, Teddy Wilson, tanto per citare qualche stella del panorama jazz, è stato eccezionale; senza dimenticare che la loro virtuosità e maestria è parte integrante di gruppi e di orchestre che hanno fatto la storia della musica afro-americana di un intero periodo e che continua a raccogliere estimatori ed appassionati. La Millennials’ Orchestra di Sala Alessi era composta da un insieme di ben 15 musicisti più una voce, quella di Chiara Pederzani. “Una magnifica voce” dico alla signora che mi siede accanto in terza fila. “È sua moglie” mi risponde, “mio figlio l’ha traviata”. Apprendo con piacere e sorpreso che la signora è la mamma del direttore e si chiama Antonella Mosconi. “Ha studiato canto lirico, ma l’ha traviata e le ha infuso questa passione per il jazz, per lo swing”. Mi racconta che sin da piccolissimo il figlio covava una prepotente passione per la musica. Ora Lorenzo è un talentuoso clarinettista, docente e giovanissimo maestro di appena 33 anni e lei ne è fiera e orgogliosa. Simpatico, coinvolgente, chiacchierone, ha dialogato con il pubblico in sala: ci ha informato sui brani, sulle orchestre, sui musicisti; ci ha dato qualche assaggio di sé, ha fatto qualche gradevole battuta, come raramente avviene. E abbiamo gradito ricambiandolo con applausi intensi e calorosi. 


I direttori artistici

Di solito musicisti e interpreti si concentrano sullo strumento e sull’esecuzione e non sprecano una parola che sia una; non fanno un solo accenno ai brani o agli autori di essi, non danno indicazioni, non entrano in risonanza con chi li ascolta. Baldasso no, ha trasfuso agli ascoltatori la sua allegria e ci ha fatto divertire perché i componenti stessi si divertono mentre suonano, mentre gli strumenti si rispondono, dialogano, si inseguono, improvvisano, fanno coro. Ci siamo lasciati contagiare dalla vitalità della musica, dal virtuosismo degli interpreti e dalla simpatia del direttore. In fondo, parafrasando liberamente Duke Ellington, è questione di swing. E se non ha quello swing non significa nulla.

 

 

 

  

LA FRASE DEL GIORNO
di Laura Margherita Volante 



 
La guerra è l’arma dei vigliacchi sugli inermi.
La pace è il vessillo dei coraggiosi contro i potenti
”.

CHI PORTA PACE E CHI PORTA GUERRA


 

Dieci partecipanti civili del Global Sumud Land Convoy sono stati arrestati dalle Forze Armate Arabe Libiche (LAAF) e dalle autorità della Libia Orientale. Mobilitarsi per il rilascio. (Nelle foto sotto due immagini del Convoglio umanitario a Foggia  nella "Catena per la Pace" dello scorso gennaio. In una è ritratta Leonarda Alberizia arresta ora in Libia). 





 

AVIANO. MARCIA CONTRO TUTTE LE GUERRE 
Partecipare, mobilitarsi, diffondere a tutti i contatti già da ora.




   

martedì 26 maggio 2026

INTERNAZIONALISMO E MILITARISMO
di Franco Astengo
 


La splendida prova di internazionalismo fornita attraverso tutti i tentativi di mare e di terra per portare aiuto a ciò che rimane della popolazione di Gaza deve essere sottolineata con grande forza sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista storico. Sotto l'aspetto storico siamo davanti alla migliore eredità dei punti alti, in particolare del socialismo europeo soprattutto sotto l'aspetto della visione di chi al momento dell'inverarsi della tragedia della prima guerra mondiale si oppose alle diverse union sacrée quando sull'altare delle convenienze nazionaliste fu sacrificata la II internazionale. Sul piano più direttamente politico questo afflato internazionalista che il governo israeliano sta cercando duramente di reprimere richiama direttamente  una riflessione rivolta sia verso il movimento per la pace che mi pare non riesca ad esprimersi in forma convinta sul piano globale sia  verso i partiti della sinistra europea ai quali andrebbe ricordato come l'internazionalismo si opponga direttamente al militarismo: una memoria che in questo momento di rilancio del nucleare in chiave bellica e di grande espansione dell'industria delle armi andrebbe rinfrescata giorno per giorno. È importante riassumere, proprio in questo momento storico, i contenuti di base del concetto di internazionalismo che deve sottendere un principio comune: quello dell'impossibilità di concepire l’aspirazione alla libertà e all’uguaglianza entro i confini di una singola realtà statuale: l'idea di considerare decisivo uno "spazio politico europeo" dove contenere l'idea internazionalista (ben diversa dal semplice sovra-nazionalismo) come fattore fondamentale di espressione per ogni principio etico e politico. 



Si tratta di principi elementari che vanno portati avanti con grande determinazione e che debbono ispirare la possibile ripresa di una presenza della sinistra anche sul  nostro piano interno: non si tratta soltanto di contrastare le iniziative belliche o di esprimere solidarietà a quelle umanitarie come nel caso indicato all'inizio (anche nel caso dell'accoglienza ai rifugiati) ma piuttosto di disporre della piena consapevolezza della necessità di opporsi a questo esistente nel quale sembra emergere una gigantesca operazione di riarmo globale. Per quanto riguarda l'Italia ad esempio non può essere che ribadita la contrarietà al nucleare anche per uso civile (troppo sottile il confine tra civile e nucleare) e la necessità di una strategia industriale che superi l'attuale centralità dell'industria delle armi (pensiamo alla Germania e all'operazione in atto di conversione dell'industria automobilistica in industria bellica e alla sussidiarietà all'industria tedesca di parte rilevante del comparto industriale del Nord Italia e al ruolo di Leonardo). Su questi punti va ricercata una solidarietà di massa senza il vincolo stretto della dimensione puramente ideologica e va anche collegata un'analisi politica da sviluppare attorno ai nodi della crisi della democrazia liberale e della sua insufficienza rispetto al prorompere delle modificazioni sociali frutto delle applicazioni tecnologiche.



Non ridurre l'impatto delle modificazioni tecnologiche sull'assetto sociale a semplice mero "contrasto" verso l'idea di assorbimento dell'individualismo competitivo che segna la "modernità" nella totale subordinazione dei diversi livelli di governo e delle stesse espressioni di massa all'impero della tecnica.
Dovrebbe essere avanzata una proposta non solo di regolazione dei fenomeni correnti che (come nel caso del regime israeliano) incorporano la guerra nell'ipotesi di accentramento del potere per via tecnocratica ma di vera e propria progettualità alternativa. Una progettualità alternativa che dovrebbe essere mossa richiedendo l'adozione da parte dei soggetti politici di due punti di principio fondamentali: il primo riguardante la "qualità" la cui massima espressione non può che essere rappresentata dall'opzione della pace; il secondo riguarda la "dimensione" e torna così l'affermazione del principio internazionalista. 

TRATTATI
di Alessandro Pascolini - Università di Padova



Il Trattato di non Proliferazione verso il crepuscolo?
 
Si è chiusa il 22 maggio sera a New York la cruciale undicesima Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) iniziata il 27 aprile scorso. Dopo settimane di difficili negoziati e dibattiti, i rappresentanti di circa 190 paesi mondiali non sono riusciti a raggiungere il consenso su un documento finale che riaffermasse gli impegni condivisi raggiunti nelle Conferenze di revisione del 1995, 2000 e 2010 — apparentemente a causa di riferimenti al programma nucleare iraniano che gli Stati Uniti insistevano a includere nel documento. Il Trattato NPT è il fondamentale strumento internazionale per regolare le problematiche dell’energia nucleare: vieta a nuovi paesi l’accesso di alle armi nucleari, impone il disarmo nucleare e promuove le applicazioni nucleari pacifiche. Entrato in vigore nel 1970, è quasi universale, mancando solo Corea del Nord, India, Israele, Pakistan e Sud Sudan. Dato il ruolo cruciale del trattato per la sicurezza globale, ogni cinque anni si tiene una conferenza per “esaminare il funzionamento del trattato al fine di accertare se le finalità del suo preambolo e le sue disposizioni si stiano realizzando” e per proporre suggerimenti per rafforzare il controllo dell’energia nucleare militare e civile. Per l'estrema sensibilità politica delle conferenze di riesame e la complessità dei lavori da svolgere, la comunità internazionale si impegna nei tre anni che precedono una Conferenza in lavori di preparazione, con un comitato preparatorio articolato in tre sessioni. 



I lavori dell’undicesima Conferenza si annunciavano difficili già per il fallimento dei lavori di tutte le tre sessioni del comitato preparatorio, concluse senza un documento concordato, ma soprattutto per la complessa situazione politica attuale e la crescente conflittualità internazionale. Dopo numerose revisioni di un progetto di dichiarazione finale, già giudicato debole in partenza dai sostenitori del disarmo, il vietnamita Do Hung Viet, presidente della conferenza, con “profonda delusione”, ha rinunciato a presentare il testo per l’adozione, dichiarando: “ho presentato quattro versioni del progetto di documento finale, tutte accuratamente riviste seguendo i desideri degli Stati parte. Nonostante tutti i nostri sforzi, comprendo che la Conferenza non è in grado di raggiungere un accordo sul contenuto del suo stesso lavoro”. Il presidente Viet ha effettivamente perseguito con intelligenza un accordo su una bozza di documento finale relativamente breve (sette sole pagine), concentrata sui principi piuttosto che su specifici eventi e posizioni, e ha anche aggirato una serie di delicate questioni chiave — tra cui la sfida nucleare nordcoreana, gli attacchi agli impianti nucleari ucraini e iraniani e il crescente disagio riguardo alle pratiche di deterrenza nucleare estesa agli alleati — nel tentativo di raggiungere il consenso sulle questioni fondamentali. Tuttavia, ciò non è stato sufficiente per raggiungere un accordo tra le numerose divergenti posizioni degli stati parte. 



Secondo osservatori indipendenti, i cinque paesi nucleari del NPT (Cina, Francia, Russia, UK e USA) hanno utilizzato congiuntamente tattiche di intimidazione diplomatica aggressiva contro gli stati non dotati di armi nucleari per impedire la definizione di misure concrete e urgenti per scongiurare una nuova corsa agli armamenti nucleari e rassicurare gli stati non nucleari che non saranno attaccati o minacciati da stati dotati di armi nucleari. Gli stati parti hanno così mancato l’occasione di utilizzare la conferenza per affrontare la vertiginosa serie di pericoli nucleari, incluso il deficit nella diplomazia per il disarmo nucleare. Per la prima volta dal 1972 non esistono limiti concordati sulle dimensioni degli arsenali nucleari russi e statunitensi, i più grandi del mondo. In assenza di nuovi vincoli bilaterali o multilaterali, esiste un serio rischio di una pericolosa corsa globale agli armamenti nucleari nei prossimi anni. È la terza volta consecutiva che la conferenza di revisione non riesce ad adottare un testo, bloccata dalla Russia nel 2022 e dagli Stati Uniti nel 2015. Nonostante questo nuovo fallimento, il trattato continua a esistere, ma con un rischio crescente di erosione della sua legittimità e fiducia, che potrebbe portare alcuni stati non nucleari a chiedersi se la non proliferazione sia veramente la migliore soluzione per la loro sicurezza. Il presidente Du Hung Viet aveva avvertito: “un ulteriore fallimento potrebbe inficiare la stessa credibilità del Trattato di non-proliferazione”.

ANDARE OLTRE LA SUPERFICIE   
di Chicca Morone
 


È interessante assistere alla competizione di due persone che si affrontano per misurarsi su un argomento comune in cui abbiano affinato la materia di loro interesse: che sia una partita di scacchi o altro che non comporti la fisicità, poco importa perché è sempre l’intelligenza che trionfa sul caso o sulla fortuna, salvo situazioni particolari di improvvisa distrazione o défaillance di uno dei due contendenti. Negli scacchi ogni giocatore ha la possibilità di scegliere diverse mosse, compatibilmente con il pezzo che ha deciso di muovere, ma ogni mossa comporta conseguenze ineluttabili: la necessità delimiterà sempre più la libertà di scelta, creando la situazione finale non realizzata dal caso, ma come risultato di leggi rigorose.
La libertà d'azione diventa sempre più incisiva, tanto quanto le decisioni coincidono con la natura del gioco, con lo studio delle possibilità.
Un nostro impulso cieco, ciò che noi consideriamo libertà ne è l’esatto opposto, è una non-libertà perché immancabilmente ci condiziona il futuro.
Il vero individuo libero si realizza nella conoscenza sempre più approfondita di se stesso e dello spirito che lo anima: in questo modo può davvero essere padrone del proprio destino e non schiavo di un qualche "demone" che lo inibisca nell’espressione completa e libera. Si tratta di scegliere la qualità della propria vita, scandagliando a fondo le proprie caratteristiche più recondite e soprattutto ascoltando ciò che la nostra anima cerca di farci capire attraverso il nostro corpo, a volte con qualche piccola malattia, a volte urlandocelo con infarti e carcinomi. Platone ci viene in aiuto anche in questo caso con il mito di Er, a chiusura del dialogo della Repubblica: dove inizia il libero arbitrio e quanto l’obbedienza alla connessione col divino ci obbliga in determinate scelte? Er, valoroso soldato morto in battaglia, si risveglia poco prima che il suo corpo mortale venga bruciato e racconta quanto ha sperimentato nel passaggio da uno stato all’altro.



L’anima, liberata dalla materia, si era incamminata insieme ad altre fino a giungere in uno spiazzo davanti ai giudici, i quali avevano diviso la schiera applicando le sentenze ai buoni sul petto e ai malvagi sulle spalle: le destinazioni erano ovviamente diverse, chi verso l’infinito cielo e chi verso la profondità della terra, dove ognuno prendeva coscienza delle proprie mancanze. Una volta espiate le colpe, le anime purificate potevano scegliere il modello della prossima vita: una libera scelta, dunque. Ma a ognuno veniva dato il proprio “daimon” con il compito di sorvegliar che si compisse la vita prescelta: niente di diverso dalla legge che regola ogni atto della nostra vita, simboleggiata dalla scacchiera, quella che ci insegna a muovere l’alfiere obliquamente, la torre lateralmente o verticalmente, quella che fa arroccare il Re in protezione difensiva. Ahimè, l’attraversare il fiume Lete ci fa dimenticare (azione della mente) la scelta fatta, per cui, affinché il nostro percorso di vita diventi evolutivo, dobbiamo imparare a riunire nel cuore il pensiero con le funzioni della mente (razionalità) e della pancia (istintualità) - cioè ricordando chi siamo veramente. E il Daimon ci aiuta, ponendoci ostacoli e cercando di non farci ricadere negli stessi errori.  
Niente di diverso dall’Angelo Custode di tradizione cristiana: uno spirito puro creato da Dio per proteggere, guidare e illuminare ogni essere umano durante la vita terrena. La conoscenza dell’individuo a cui è assegnato è profonda, e offre un sostegno invisibile ma percepibile.



Nell’antico Egitto ritroviamo entità simili, dove il Ba simboleggia l’essenza spirituale, l’anima individuale che rappresenta la personalità, il carattere, i sentimenti, dopo la morte libero di muoversi tra il regno dei vivi e l’Aldilà; il Ka che viene raffigurato come “doppio” spirituale, destinato a rimanere sempre vicino al corpo fisico (anche dopo la sepoltura) come protezione e per questo bisognoso di essere nutrito con offerte.
Oggi, impregnati come siamo di materialismo e arroganza abbiamo creato la cosiddetta Intelligenza Artificiale quel meccanismo che “viene utilizzato per definire le interfacce animate e interattive (come assistenti virtuali) progettate per simulare la presenza umana” in grado di sostituirci, migliorando la qualità della nostra vita, secondo gli organizzatori di questa prigione virtuale. Dicono persino che abbia accesso alla Coscienza, come se davvero un pc provasse sentimenti, potesse avere il concetto della divinità, sapesse dare il giusto significato alla sfumatura di una parola se non attraverso il calcolo delle probabilità. Ma c’è “qualcuno” per cui è importante distruggere quel legame che ci rende ben diversi da una macchina priva di anima, ma asservita ai loro comandi.
Eppure stiamo andando verso il baratro, dove anche i droni, impostati dall’IA, decidono autonomamente dove colpire il nemico: una scuola di bambine iraniane? Un colpo maestro sul futuro possibile incremento demografico... Ospedali dove medici cercano di salvare vite? Possibilità di salvezza quasi azzerata per la popolazione... sul tutto il silenzio tombale delle nostre istituzioni, tenute in pugno da dinamiche economico finanziarie di satanico sapore.

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