UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 8 febbraio 2026

IN RICORDO DI WALDENFELS
di Roberta Guccinelli


B. Waldenfels
 
La scomparsa del filosofo
 
Per chi abbia rappresentato, nei suoi lavori, una fonte costante di ispirazione filosofico-artistica e una mente aperta alle scienze umane e alle pratiche di cura; per chi potrà scoprirne un giorno la forza e il rigore del pensiero, la sottigliezza dei ragionamenti Bernhard Waldenfels, ovunque sia, rimarrà un “pungolo” che non lascia indifferenti. Il pungolo della libertà, dove la libertà è relazionale, contestuale, partecipata, o non è, perché non la si gioca mai in solitaria. Lo sapeva bene lui che era nato a Essen nel 1934 quando il potere industriale, bellico, cresceva con quello nazista. Lo sapeva e ne faceva tesoro, questo maestro di libertà condivisa. È un energico invito, il suo, a indagare non solo “tra” le varie discipline, ma anche «nelle crepe e ai margini del quotidiano», in ogni terra liminare o luogo soglia in cui possano sorgere fenomeni che per loro natura, come lo straniero, l’esule, l’eccentrico, lo strano, il rifugiato, ad esempio, sono dentro e fuori i confini. È un “appello”, sobrio, ma fermo, cui occorre rispondere con il proprio nome nella grande rete della storia (all’appello si risponde con il proprio nome e, prima ancora, con la propria presenza corporea), ognuno nella sua stessa singolarità, nessuno da solo, senza gli altri; un appello a tenere desta l’attenzione primaria nei confronti di ogni realtà, natura inclusa, «che gridi in silenzio», con le parole di Simone Weil, «per essere letto altrimenti». Di questa attenzione, che è una sorta di percezione approfondita, suscettibile di essere attratta da quanto ci accade insieme ad altri, si nutre come alla propria fonte originaria un’etica che non teme di confrontarsi, come la sua, con le proprie ombre e la propria amoralità che le impediscono l’arroganza dell’autofondazione.


Il saggio di Waldenfels
curato dalla Guccinelli

Ogni sua opera esige in fondo che l’interlocutore rimanga esploratore  nellesperienza, che si faccia un po’ fenomenologo evitando, nelle sue avventure cognitive nell’ambito dell’umano, di ridursi a un semplice epigone, che viene solo dopo l’esperienza e si limita, di conseguenza, a registrarla come un dato, a giustificarla come un fatto. L’esperienza che non cessa di stupire e non lascia in pace, alla quale ci richiama con una fedeltà quasi socratico-platonica, è per lui la “scena primaria” su cui ognuno di noi si forma con altri. Una ricerca del genere, che occorre svolgere dall’interno, dal basso, dai «bassifondi» della stessa «esperienza», che non è possibile condurre da soli, appunto, ma “insieme” ad altri, questa indagine in grado di smentire ogni possibile forma di solipsismo, non muove dalla mera soggettività, da mere inclinazioni o idiosincrasie e nemmeno dal proprio volere, ma da un altrove radicalmente inteso: da un “altro” avvertito, accolto, patito, talvolta subito a livello innanzitutto sensorio-corporeo, nella sua più profonda e selvatica “estraneità”. Si tratta di una proposta fenomenologico-responsiva che trova i propri Grundmotive nelle forze che spingono a rispondere a chi all’improvviso ci interpella rimanendo tuttavia ignoto, inappropriabile. Quei motivi così poco ortodossi nel lessico anche fenomenologico, che non forniscono alcuna ragione sufficiente per un estraneo che si presenta in termini di pathos, li trova in quanto suscita determinate reazioni o risposte reattive, sul piano espressivo, alle altrui richieste, prima ancora che l’eventuale risposta in senso proprio possa assumere una forma verbale e caricarsi di responsabilità. 



Il pungolo dell’estraneo (Der Stachel des Fremden) è precisamente il titolo del volume con il quale Waldenfels, nel 1990, rende esplicito anche per sé stesso un cammino filosofico sempre in divenire, iniziato di fatto molti anni prima con la sua dissertazione dottorale, incentrato sulla figura dell’estraneo, del senza-luogo, un itinerario in cui conta più che l’obiettivo da raggiungere, in una ricerca che venisse declinata in termini teleologici, il processo del domandare e rispondere, ciò che accade “tra” quanti ne sono coinvolti. Il pungolo di Waldenfels, che sollecita per sua natura, incalza, pone domande, è uno sprone a rispondere (una spina, un pungiglione) nel linguaggio in primis responsivo del corpo, una spinta benevola che può nondimeno scuotere, inchiodare, mettere con le spalle al muro, favorire trasformazioni, generare inquietudine, angoscia o stupore, come lo procurava all’interlocutore, nelle vertigini, l’interrogare di Socrate, cui il filosofo tedesco dedica, non a caso, la tesi di dottorato, Das sokratische Fragen. Aporie, Elenchos, Anamnesis [La domanda socratica. Aporia, elenchos, anamnesi], pubblicata nel 1961.

 

Waldenfels non era propriamente uno scheleriano, essendo piuttosto waldenfelsiano. Mi ha accolto molti anni fa, dopo una mostruosa fatica scheleriana, nella sua propria casa fenomenologica dove, sebbene provenga da altrove, “comincia l’estraneo” e ha compreso, anche quando lo ha sottoposto a severa critica, il mio “ordine del cuore” scheleriano come nessun scheleriano ha mai fatto o avrebbe potuto fare. “I filosofi ti piantano in asso”, pensa a ragione un altro grande Bernhard, Thomas. No, non sempre lo fanno. Talvolta nemmeno quando scompaiono all’improvviso.

COME FOSSE UNA LETTERA
di Zaccaria Gallo


Da sin. Gallo, Gaccione, Langella
Libreria Mondadori a Bisceglie

Lo scrittore Zaccaria Gallo su Una gioiosa fatica di Gaccione

Carissimo Angelo, amico mio, troppo tardi conosciuto e troppo separato, perché diviso da oltre seicento chilometri di distanza geografica, intellettuale finissimo e grande poeta, scrittore e redattore di “Odissea” (immancabile ristoro per chi, come me, vive e crede che, ancora, la cultura abbia il potere di salvare il mondo), compagno, nel senso proprio del “ compagno” di fede nel messaggio di fraternità e lotta per un mondo senza ingiustizie, amante della Pace e nemico della guerra e di chi la alimenta, sodale nell’amore per la Poesia, ti dico subito: mi hai mandato i tuoi versi e chiedi a me che ti scriva, di loro, qualcosa. Ti conosco, e mi conosci: non giriamo attorno alla verità! Non sono un critico letterario, non ho le armi indispensabili per usare parole degne del nome di critica verso quello che leggo. Sono un medico, che vive nei libri e con i libri, e che, nonostante l’età ormai avanzatissima, prova intimo piacere nell’osservare la bellezza che lo circonda, e nel rinvenire nelle parole della Poesia, quella stessa bellezza che c’è a primavera, in un prato senza nome e nell’estate, accanto al suono dolce del mare di Puglia, o fra ulivi e querce in autunno o nel dolce picchiettare delle gocce di pioggia in inverno sulla gronda della mia finestra. È con questo animo che voglio trovare le parole per dirti, come fosse una lettera (sai? come si faceva una volta), quello che ho sentito nella mia anima, leggendo i tuoi versi, e voglio farlo a modo mio: con l’animo del viaggiatore che vuole, appunto, compiere un viaggio nelle tue Poesie, contenute in questo tuo bellissimo libro, specchio esatto del tuo essere al mondo. E, allora, viaggiamo in questo tuo testo che, se ha l’aspetto d’un vero autoritratto (ci sei tu, intero per come sei e per come ho imparato a conoscerti), ha anche una esatta corrispondenza con la totalità delle idee e delle tensioni che fanno parte della mia natura, e il grande valore per i messaggi e i contenuti universali che si incontrano. È vero, sei inquieto, siamo inquieti, eppure sono d’accordo con te: questa inquietudine è il principio da cui poter far nascere la serenità. Tu intimi alla morte di non oltrepassare la soglia della tua casa, almeno fino a quando non ti sia data la possibilità di raccogliere i ricordi e tutto quello che hai scritto e letto, perché tutto possa vivere nella luce, con la gioia e la felicità che hanno gli uccelli del mattino. 


La copertina del libro

Ma non c’è solo la morte e il buio della notte a generare inquietudine. Ti chiedi chi è il fantasma che scende dal quadro appeso alla parete (Bacon? Sì, certamente è lui, con i suoi cardinali), per pugnalare chi tradisce il vero significato della Croce. Vibra il tuo spirito anticlericale (che t’accomuna al mio) intriso dallo sdegno per le colpe della Chiesa. E da poeta-intellettuale impegnato nella lotta per una società diversa, nella quale, oggi viviamo, mediti sul vero significato da dare all’esistenza umana e del rapporto uomo con uomo. Perché sei il poeta che lotta contro i “signori” e “padroni”, quelli che, per intere generazioni, hanno tenuto in schiavitù altri esseri umani. Citi e credi e vivi nella Resistenza, che non deve mai aver fine, che non bisogna dimenticare, che ancora oggi è condizione necessaria per conquistare e mantenere viva la libertà, una libertà gioiosa, condizione di chi crede nella vita e nella Pace e non in quella lugubre di chi dà la morte. Per questo, a lettere chiarissime, nei tuoi versi, dici che non sarai mai dalla parte di chi fabbrica le armi, di chi le commercia e le distribuisce nel mondo, con i portatori di guerre, di tutte le guerre, con il loro immenso terribile carico di distruzione, dolore, morte. E io sono ancora con te quando, nelle tue poesie, dichiari di combattere sempre tutti coloro che erigono barriere tra gli esseri umani. 


Scaffale della libreria
di Anna Rutigliano

Sì, carissimo Angelo, io sono con te, e con i colori della tua giornata, che sono i colori dell’arcobaleno e non del nero simbolo di oppressione, buio della ragione, a favore del profitto e dello sfruttamento. E che commovente immagine evocano, a proposito proprio della libertà, quelle nuvole che passando nel cielo, al di sopra di un carcere, incontrano lo sguardo del carcerato e decidono di posare la loro prua sulle sbarre della finestrella della cella, consentendo di poter vedere, nella sua bellezza, il cielo azzurro, anche lui libero. Continuando il mio viaggio nelle tue poesie, caro Angelo, scopro con te Parigi, città a me diventata cara da quando, per ragioni letterarie personali, sono riuscito a visitare. Quanto mi fai vibrare il pensiero e l’anima quando ci parli della Place Vendome dove, con quel tuo spirito surreale che mi incanta, descrivi Proust e Marx che riconoscono passare Chopin. Ma Parigi, poi, tu la guardi con gli occhi giusti della ragione, che non dimentica, né fa dimenticare, con bellissimi versi, che la capitale francese è paragonabile a un cocktail umano, fatto di cogenti contraddizioni, tra la bellezza dei boulevards e la esplicitata presenza di una scritta su un muro, dove qualcuno, assieme a te, scrive che non si può assolvere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. 


Poesia del libro affissa nella
cella di un Istituto di pena

E questo non solo in Francia. Divorati dalla nostalgia, turchi, greci, slavi, neri, e italiani vivono e mangiano la loro malinconia nella Germania del dopoguerra e, chi non ha problemi con le bevande alcoliche, si consola con enormi boccali di birra. Si muore sul lavoro, per un pezzo di pane, per un mutuo da pagare per la casa, per riempire il portafogli del datore di lavoro. E fatalmente o, forse… naturalmente… poi con le “milanesi”, eccoci, caro Angelo, assieme, nella tua Milano, e anche un po’ la mia, da tempo. Avvolta nel grigio del suo cielo (che gioia quando si apre al sole), con i tuoi versi m’inviti a percorrere le sue strade e le sue piazze, come spesso ho fatto a piedi, alla ricerca di una bellezza che c’è, e che si nasconde per donare gioia a occhi e anima una volta trovata. “Labirinto borghesiano nel suo disordine”, dici, certo, non perfetta, ma da amare, proprio per la sua imperfezione e per alcuni momenti che non si possono dimenticare. 



Poesia scritta su un tovagliolo
incorniciata e affissa al ristorante
milanese New Tentacoli

Che meraviglia quei tuoi versi che, improvvisamente, in una pagina, ce la mostri, Milano, come una donna che “si toglie i suoi tacchi a spillo” e indossa il mantello del silenzio. A sera, sotto quel mantello, dopo le diciannove, tante volte, prima di tornare alla mia abitazione, mi ci sono ritrovato immerso in quel silenzio, di domenica, con tutti i negozi e i caffè chiusi. E lì, proprio a Porta Romana, senza esseri umani, si accarezza, con lo sguardo del cuore, quell’albero che con amore (sì, Angelo, perché gli alberi sono capaci d’amare) dà asilo agli uccelli che ogni giorno lottano per sopravvivere in questa nostra città. Che meraviglia quella luce solare quando illumina e riscalda i palazzi eleganti di Porta Romana, golosa fetta di quartiere. Mi rammenti la Rotonda della Besana, dove anche io, in passato, non ho mai tralasciato di entrare, come anche nel Parco della Villa Reale già Belgioioso: due luoghi in cui, come dici tu giustamente, la ferocia non ha posto.



Intervista sul quotidiano "Il Giorno"
 

Pace e serenità invece che riconciliano il tuo animo di poeta con la realtà, perché è possibile ascoltare la musica che si ha nell’anima e sentirsi liberi di alzarsi in volo, come gabbiani per lasciarsi trasportare dal vento e non dalla deriva, alla quale vogliono condurci quelli che ci negano la libertà. E si leva la tua voce, forte, nei versi in cui agli italiani, figli della Magna Grecia, gridi di non dimenticare il valore che nella vita degli uomini ha l’amicizia e l’ospitalità e la salvaguardia della Bellezza. Come non amare quei versi in cui tu, con aspetto tipicamente baudelariano, sanamente anarchico, scendi con leggerezza per strada, vestito di bianco, leggero come una libellula e, volentieri, vorresti regalare una rosa per ogni sorriso di ragazza incontrata per caso. Strade e personaggi: indimenticabile quel Donato Buongiorno che, amava camminare di notte per le vie deserte, non si saprà mai alla ricerca di cosa, e che, nel giorno del suo funerale, ha radunato una folla imponente a rendere omaggio proprio a lui, così schivo e solitario, tanto da non avere un amico. Ma poi, in altri versi, ricompari, amico mio, amico del vino, della memoria, della Poesia, degli alberi (sacra la tua indignazione verso gli “scorticatori”). In mirabili liriche, poni delle domande, che, una volta poste, non sono più solo tue, sul futuro del nostro pianeta, che rischia di veder scomparire le nuvole, i campi di grano, quella nostra aria e quella nostra acqua, che dovremmo sempre francescanamente ringraziare per la sua esistenza casta e pura. Perdere tutto questo, significherà portare l’umanità a livelli talmente intollerabili dell’esistenza, da desiderare l’autoannullamento. 



Presentazione del libro alla
Biblioteca Ostinata 

E, infine, torna con l’amore per i libri, il senso vero dell’esistenza di Angelo Gaccione, poeta e vivo amante delle parole e delle pagine scritte e stampate, quando nel testamento che vuole lasciarci chiede di posare le sue ceneri, (che accada il più lontano possibile!), sul ripiano di una biblioteca: per continuare ad essere ancora, e sempre, accanto a chi non gli è mai stato nemico in vita: ogni libro, infatti, ha donato a lui la sua amicizia, anche quello che apparentemente non valeva granché. La vita, ci dici, gioca con noi, fino alla fine: si fa beffe del nostro essere e, solo quando da vecchi ci avviciniamo alle soglie dell’infinito silenzio, la riconosciamo davvero per quello che ha contato, conta e potrebbe contare: la vista e i sensi, infatti, si son fatti più acuti rispetto a quando eravamo giovani. Terrò così il tuo libro accanto a libri più cari sulla mia scrivania al termine di questo primo viaggio, caro Angelo, perché mi piacerà ancora, di tanto in tanto, riprendere a viaggiare, per risentire dai tuoi versi, l’invito ad amare la vita con le parole “illuminose” della tua Poesia.

[Bisceglie, febbraio 2026]

IL DIALOGO INFINITO
di Laura Garavaglia  


 
L’intreccio tra Poesia e Matematica
 
La poesia e la matematica, lungi dall’essere discipline opposte, condividono una radice comune fondata sull’esplorazione della realtà e sulla ricerca della verità. Questo legame, spesso considerato invisibile, si manifesta attraverso diversi punti di tangenza fondamentali. Un primo, evidente punto in comune che hanno poesia e matematica è relativo al linguaggio. Lo esprime chiaramente Leonardo Sinisgalli, poeta, ingegnere e matematico: “La poesia ha in comune con la matematica, la tensione dell'intelligenza, la felicità in relazione allo sforzo: un sonetto è un meccanismo, una elaborazione perfetta, in cui è possibile ammirare la capacità di un pensiero compiuto, di una sequenza di immagini all’interno di un certo numero”. In una lettera a Gianfranco Contini del 1941, Sinisgalli paragona ad una formula matematica la potenza espressiva della poesia: a+bj, dove a e b sono numeri reali e j è l’unità immaginaria, che esprime la forza e la compressione della poetica. La lettera è pubblicata nel libro Furor Mathematicus[i] un’opera-laboratorio in cui Sinisgalli distrugge lo steccato tra le ‘due culture’, elevando la matematica a strumento di indagine poetica e la poesia a forma suprema di precisione razionale. 


Sinisgalli

Entrambe le discipline utilizzano un linguaggio universale che punta alla massima densità di significato con il minimo dispendio di mezzi, come ha sottolineato anche il matematico lettone, naturalizzato statunitense Lipman Bers: “La matematica è molto simile alla poesia. Quello che fa buona una poesia, una grande poesia, è che in essa c’è un’ingente quantità di pensiero espressa in poche parole”.[ii] Queste affermazioni mi inducono a confrontare, ad esempio, una celeberrima poesia e una altrettanto famosa formula per chiarire come una grande quantità di pensiero possa essere contenuta in una sintesi estrema: “M’illumino / d’immenso”, di Ungaretti due versi che vivono della tensione tra l'atto soggettivo, il “piccolo” io che riceve la luce, “d’immenso” è l’infinito. L’uomo di fronte al cosmo.


Ungaretti
 
Questa essenzialità e densità di significati mi sembra di trovarla nella famosa equazione di Paul Dirac, Premio Nobel per la fisica nel 1933, che ha unito la Meccanica Quantistica con la Relatività Ristretta scoprendo la relazione necessaria tra due elementi (materia e antimateria, o due particelle correlate):   
(𝞉 + 𝒎)Ψ = 0


Dirac
 

La “poesia” della matematica la si trova anche nell’Identità di Eulero, che racchiude le cinque costanti di questa cosiddetta “scienza dura” (che di duro a mio avviso non ha nient’altro se non l’impegno che necessariamente richiede tutto ciò che si affronta con entusiasmo), sintetizzando l’intera storia del pensiero quantitativo:  
e + 1= 0


Valéry

Paul Valéry è stato definito da Italo Calvino nelle Lezioni americane “il poeta del rigore impassibile della mente”. Claudio Bartocci osserva  “nella sterminata officina dei Cahiers, che abbracciano cinquant’anni di implacabile e solitario ragionare, centinaia e centinaia sono le osservazioni dedicate alle scienze matematiche (“elle sont exercise, et comparable à la dance”) e – come per Musil, i modelli che suscitano ammirazione, rispetto e invidia non sono tanto i letterati o gli artisti, quanto Riemann, Poincaré, Enriques, Élie Cartan, Émile Borel, Hadamard, oppure le “forte tête de la physique”, Plank, Einstein, Langevin, Lorentz”.[iii] Mi sorge spontaneo pensare a un altro punto in comune che hanno scienziati poeti: la tensione alla bellezza. Esiste un’estetica della matematica, che matematici e fisici apprezzano e che consiste appunto in quella sintesi estrema a cui sopra ho accennato, così come la bellezza nasce dallo spazio bianco tra i due versi di Ungaretti. È in quel salto visivo che avviene una sorta di illuminazione. Dirac era appunto un’esteta della matematica e quindi della fisica, fino a dichiarare “Il ricercatore, nel suo sforzo di esprimere matematicamente le leggi fondamentali della Natura, deve mirare soprattutto alla bellezza matematica. Deve prendere ancora in considerazione la semplicità, ma subordinandola alla bellezza. (…) Accade spesso che i requisiti di semplicità e bellezza coincidano, ma laddove entrino in conflitto, il secondo deve avere la precedenza”. [iv]


Calvino

Anche un altro famoso matematico, Godfrey Harold Hardy, professore a Cambridge dal 1906 al 1919, ha descritto in modo chiaro e puntuale questo concetto di bellezza, paragonandola a quella della poesia e dell’arte in generale: “I matematici, come i pittori e i poeti sono creatori di modelli. Il pittore crea i suoi modelli con forme e colori, il poeta con le parole. Definire la bellezza matematica può essere difficile, ma è così par qualunque genere di bellezza. E anche se non sapremmo dare una definizione di bella poesia sappiamo sempre riconoscere una poesia bella quando la leggiamo”.[v]


Hardy


Questa ricerca di una bellezza che scaturisce dall’ordine e dal numero trova un eco nelle visioni di Lautréamont. Nei suoi Canti di Maldoror, egli elevava un celebre inno alle “matematiche severe”, lodandone la chiarezza e la capacità di liberare l’uomo dal fango dell’incertezza, definendole “più alte di ogni poesia” proprio per la loro perfezione sovrumana.


Lautréamont

In Italia, negli anni ’60, Primo Levi, Carlo Emilio Gadda e in particolare i già citati Italo Calvinio e Leonardo Sinisgalli si sono occupati a fondo nelle loro opere del rapporto tra letteratura e scienza. Ecco un passo illuminate di Primo Levi, scrittore, poeta laureato in chimica, tratto da L’altrui mestiere: “Sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con quella letteraria, scavalcando un crepaccio che mi è sempre sembrato assurdo. C’è chi si torce le mani e lo definisce un abisso, ma non fa nulla per colmarlo; c’è anche chi si adopera per allargarlo, quasi che lo scienziato e il letterato appartenessero a due sottospecie umane diverse, reciprocamente alloglotte, destinate a ignorarsi e non interfeconde. 


Gadda

È una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della Controriforma, quando non risalga addirittura ad una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto. Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile. [...] fra le due culture non c’è incompatibilità: c’è invece, a volte, quando esiste la volontà buona, un mutuo trascinamento”.[vi]


Levi

Per Calvino, scrivere è un atto di precisione quasi matematica. La poesia non è “vago sentimento”, ma lo sforzo supremo di dare una forma nitida all’indistinto del mondo. È esattamente ciò che fa una formula fisica: riduce il rumore per trovare la costante. Già nella Sfida al Labirinto (1962) sottolineava come l’atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono affermando che entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione. Piuttosto che ambire a un’impossibile esaustività, come certo il lettore avrà già capito, questo lavoro vorrebbe offrire degli spunti di riflessione accennando ad alcuni autori che hanno esplorato la felice contaminazione tra scienza e poesia. In quest’ottica, mi limito a richiamare Lucrezio e Dante come riferimenti imprescindibili ma universalmente noti, la cui statura monumentale permette di assumerli come presupposti ideali senza doverne approfondire la trattazione, lasciando spazio a percorsi meno frequentati. Se Lucrezio e Dante rappresentano la struttura e l’ordine, un riferimento imprescindibile resta Jorge Luis Borges. 


Borges

In lui, la matematica abbandona la rigidità del dogma per farsi labirinto, calcolo combinatorio e gioco metafisico, aprendo la strada a una sensibilità scientifica modernissima. Egli rappresenta infatti il vertice di quella “poesia del pensiero” dove la matematica è la struttura stessa del narrare.
Mi limito a citare i versi finali della poesia Elogio de la sombra: “Llego a mi centro,/a mi álgebra y mi clave,/a mi espejo./Pronto sabré quién soy”.[vii] Qui Borges usa il termine “algebra” nel senso più puro e poetico possibile: la riduzione della complessità della vita a una formula essenziale. Dopo aver perso il mondo visibile (la geometria delle forme), gli resta il mondo dei simboli (l’algebra del pensiero). Se il mondo sensibile è fatto di immagini che mutano, l’algebra è fatta di relazioni eterne. Per Borges, approdare all’algebra significa spogliarsi del “corpo” per diventare “formula”, un’essenza che non può più morire perché non appartiene più al tempo.


Maggiani

Tra i poeti contemporanei, che hanno una formazione scientifica (mi perdonino coloro che potrei aver dimenticato di citare) faccio i nomi di Gianni Darconza, Bruno Galluccio, e Roberto Maggiani. In questi tre autori, la doppia matrice di fisici e matematici si traduce in una scrittura di estrema specificità, che definirei quasi un’architettura logica del verso. La loro poesia non cerca la suggestione vaga, ma la necessità della dimostrazione: ogni parola è collocata con la precisione di una variabile in un’equazione, rendendo il testo un organismo dove rigore e bellezza coincidono. Un ultimo (non certo per importanza) punto di tangenza tra poesia e “scienze dure” è la grande capacità di immaginazione che hanno matematici, fisici e poeti. Lascio alla voce di tre donne, due matematiche e una poeta, chiarire quanto ho sopra scritto. La prima è Ada Lovelace, figlia di George Gordon Byron, una delle più brillanti figure della matematica del XIX secolo, considerata la prima programmatrice di computer della storia, “l’incantatrice dei numeri”, come la chiamava l’amico matematico Charles Babbage. In una nota datata 1841 scrive: “L’immaginazione è la facoltà della scoperta (…) la scienza matematica mostra ciò che è. È il linguaggio delle relazioni invisibili tra le cose. Ma per utilizzare e applicare questo linguaggio dobbiamo essere capaci di apprezzare, sentire, misurare completamente l’invisibile, l’inconscio. L’immaginazione mostra anche ciò che è, l’essere che sta al di là dei sensi. Pertanto l’immaginazione è coltivata in particolare da coloro che sono realmente scienziati, coloro che desiderano penetrare i mondi che ci circondano!”.

Lovelace

In questo periodo Ada Lovelace stava pensando di scrivere poesia matematica “un tipo di poesia unico, di natura molto più filosofica e elevata che nessuno al mondo abbia visto sino ad ora”.[viii] L’altra matematica e scrittrice è Sofia Kovalevskaya, che ebbe la cattedra di matematica all’Università di Stoccolma grazie al suo grande talento, la prima donna in Europa, in epoca moderna, a far parte del corpo docente di una prestigiosa università con pieni diritti di insegnamento e ricerca, superando enormi pregiudizi sociali: “bisogna abbandonare il vecchio pregiudizio che un poeta debba inventare qualcosa che non esiste, che immaginazione e invenzione coincidano. Mi sembra che il poeta debba solo percepire quello che gli altri non percepiscono, guardare più a fondo di come guardano gli altri. E i matematici devono fare lo stesso. Non è possibile essere matematici senza essere poeti fino in fondo”.


Szymborska

Infine la poeta polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996, ha scritto: “Non ho difficoltà a immaginare un’antologia dei più bei frammenti della poesia mondiale in cui trovasse posto anche il teorema di Pitagora. Lì c’è quella folgorazione che è connaturata alla grande poesia e una forma sapientemente ridotta ai termini più indispensabili e una grazia che non a tutti i poeti è concessa”.[ix]


Claudio Bartocci
 
Note
1. L. Sinisgalli, Furor Mathematicus, a cura di G. I. Bischi, Mondadori, 2019
2. G. Lolli, Matematica come narrazione, Il Mulino, 2018
3. AA VV, Racconti matematici, a cura di C. Barocci, Einaudi, 2006
4. P.A.M. Dirac, La bellezza come metodo, Raffaello Cortina Editore, 2019
5. G. H. Hardy, Apologia di un matematico. De Donato Editore, 1969
6. P. Levi, L’altrui mestiere, Einaudi, 1985
7. J. L. Borges, Poesía completa, Debolsillo, 2019
8. C. Hollings, U. Martin, A. Rice, Ada Lovelave. La formación de una científica informática, Universitat de València, 2019 (citazione tradotta in italiano da L. Garavaglia)
9. 
W. Szymborska, Letture facoltative, Adelphi, 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANGELO GACCIONE E I SUOI ‘POETI’
di Salvatore Di Marzo
 


Angelo Gaccione, nel suo Poeti. Ventinove cavalieri e una dama (Di Felice Edizioni, 2025), traccia un percorso poetico che attraversa un universo individuale di modelli, entro le cui coordinate è possibile individuare una profonda riflessione sull’‘essere’ e sull’“esserci”, sulla vita e sulla Storia che circostanzia la vita propria e altrui.
 
1. I ‘poeti’ di Gaccione: tra lettura e scrittura
 
Poeti è un libro intimo e, come sostiene Alessandra Paganardi, che insieme a Vincenzo Guarracino ne cura le note, costituisce «molto più di una raccolta di poesie: è un’autobiografia, un documentario, un laboratorio di scrittura, un formidabile archivio fotografico, un petrarchesco Secretum» (p. 7). Un itinerario nel proprio sentire, insomma, attraverso i propri ‘poeti’, dai cui passi si intraprende un cammino creativo e riflessivo scandito, tappa dopo tappa, dalla viva presenza di exempla poetici.
Per analizzare meglio gli aspetti contenutistici in tal senso è opportuno riflettere sulla struttura del libro. Angelo Gaccione compone il suo volume di trentuno poesie: la prima funge da introduzione, da soglia, mentre le successive prendono avvio da ciascuno dei poeti scelti e appaiono disposte in ordine cronologico di scrittura, tra fine luglio e il mese di agosto 2022 (p. 11). Sulla base di ciò si fa strada una prima considerazione, ovvero quella per cui i singoli componimenti di Gaccione svolgono e ricontestualizzano il contenuto in nuce di quelli da cui sono avviati: in tal modo si sancisce l’appartenenza culturale di Gaccione al modello e l’introiezione, mediante la lettura, del suo immaginario poetico. Come conseguenza di questo agire “a priori” (vale a dire quello scaturito all’atto della lettura), prende forma una seconda considerazione: la ricontestualizzazione del significato originario determina un suo arricchimento portato dalla sensibilità di Gaccione, dalla dinamica intima che definisce il suo sentire poetico. Si ha dunque, l’impressione, leggendo Poeti, non solo di entrare nel ‘laboratorio’ di Gaccione, ma soprattutto di assistere a un dialogo poetico tra l’autore e la sua fonte; fattore, questo, che permette di riflettere sul carattere dinamico delle significanze poetiche, introiettate al momento della lettura ed estrinsecate all’atto della scrittura, dopo un periodo di latenza, più o meno lungo, nell’io poetico.
 
2. Frammenti di un dialogo poetico in Angelo Gaccione: alcuni esempi
 
Entrando nel merito delle poesie, è da precisare la maniera d’avvio dei componimenti: essi principiano da versi (non sempre il primo) delle poesie-modello, svolgendo la tematica secondo il sentire proprio di Angelo Gaccione; in altre occasioni, la composizione si dipana intorno ad un concetto cardine, un filo simbolico della poesia originale intramato nel tessuto della fonte poetica, intessendo una riflessione ulteriore a quella dell’exemplum. Per citare alcuni esempi, si veda quanto accade nella poesia Sereni di Gaccione: «Qui il tarlo nei legni… | ha roso la credenza da ogni | parte. | Era la credenza di mia nonna | sopravvissuta a tre vite | fino a me. || Ora è piena di buchi | come il fondo dello scolapasta. || In silenzio ricama dentro il legno | il tarlo, e vive. | Ma quello che lavora in me | a cosa mira e vuole?» (p. 21). Una breve poesia che può definirsi ‘multifocale’, vista la pluralità tematica. Ciò che pare evincersi in primis, è il passaggio da una dimensione temporale esteriore ad una esistenziale interiore: il tarlo, che agisce sugli oggetti desueti della memoria, finisce per rodere diuturno il poeta. Si veda ora la poesia Il tempo provvisorio di Vittorio Sereni, da cui il componimento di Gaccione origina «Qui il tarlo nei legni | una sete che oscena si rinnova | e dove fu amore la lebbra | delle mura smozzicate | delle case dissestate: | un dirotto orizzonte di città. | Perché non vengono i saldatori | perché ritardano gli aggiustatori? | Ma non è disservizio cittadino | è morto tempo da spalare al più presto. | E tu, quanti anni per capirlo: | troppi per esserne certo» (Gli strumenti umani, 1965). Anche qui la dimensione esteriore sembra permeare l’immagine poetica tratteggiata dai versi e come nella sua filiazione essa non è altro che panorama interiore dell’io poetico dell’autore, inconciliato e inconciliabile con la realtà. Inoltre, pare possibile riconoscere la prossimità della poesia di Gaccione a quella di Sereni nel sentimento di fatiscenza dell’individuo, proiettato, come un’ombra, sugli ‘oggetti’ poetici decadenti (alle «mura smozzicate | delle case dissestate» di Sereni corrisponde la credenza «piena di buchi | come il fondo di uno scolapasta»). Nella natura solipsistica delle due poesie, ulteriore vicinanza è data dalla chiusura di entrambe: a quella lapidaria di Sereni fa eco l’incognita (forse solo in apparenza) di Gaccione, che sembra esprimersi, in maniera inquieta rispetto alla rassegnazione di Sereni, sulla consunzione dell’individuo di fronte al tutto.
Nella poesia Quasimodo (p. 21), poi, Gaccione riflette sull’archetipo della terra madre mutuando il tema dal componimento Isola (Òboe sommerso, 1932) del poeta di Modica. Oltre che il primo verso, da cui germinano quelli di Gaccione («Di te amore m’attrista»), l’autore recupera dal modello immagini poetiche, che si inseriscono nell’intento precipuo della nuova lirica: così, ad esempio, gli «oscuri profumi | […] d’aranci», che in Isola hanno il compito di rievocare il ricordo della propria terra e il dolore della distanza, spaziale e temporale, nella poesia di Gaccione si realizzano nella terra «odorosa di zagara» e si arricchiscono di una tematica che può dirsi civile, percorrente l’intero componimento: il ricordo della propria terra non è (o non è solo) nostalgia, dolore per la lontananza, ma dolore per il destino di una terra mater non più veramente sentita o riconosciuta dai suoi figli: «Hanno svilito il tuo nome nel mondo | piegato come servi a dire sì. || Io no, non ti ho tradita | e torno a te | con tenerezza antica». Non sembra rilevante stabilire se la terra di cui si parla sia Cosenza, luogo di nascita di Gaccione, Milano, città in cui egli vive, o più in generale l’Italia; ciò che interessa al poeta è ricucire i fili di amorose corrispondenze, un sentimento di imperitura appartenenza, tra l’io lirico e la propria terra: «Non so dove mi coglierà la sorte | ma il mio respiro lo regalo a te».
Un ulteriore esempio può essere quello costituito dalla poesia dedicata ad Antonia Pozzi (p. 28) – unica dama tra cavalieri –, che prende avvio dal verso Anima, andiamo. Non ti sgomentare, primo del componimento Fuga (1929) della poetessa milanese. In essa, come spesso accade nei suoi versi, Antonia Pozzi in dialogo con la propria anima trasfigura la realtà, attraverso immagini vivide – diremmo fotografiche –, in assoluto soggettivismo, mediante il quale esprime il proprio essere sofferto: «non guardare il lago, | s’esso ti fa pensare ad una piaga | livida e brulicante». Una sofferenza lenita soltanto dall’aspirazione all’evasione, un invito rivolto a sé stessa onde ripararsi da quel «velenoso mondo che la attira e la respinge», allo scopo di ritrovare una pacificazione interiore: «E tu sarai, | nella pineta, a sera, l’ombra china | che custodisce: ed io per te soltanto, | sopra la dolce strada senza meta, | un’anima aggrappata al proprio amore». Per quanto riguarda il componimento di Gaccione, egli sembra proseguire il “cammino senza meta”, mano nella mano al proprio ‘io’: «facciamo un tratto di percorso ancora | tienimi compagnia fino a sera | se tu stai salda io non crollerò». Tuttavia, nella poesia di Gaccione non vi è approdo al sospirato, bramato, agognato locus amoenus pozziano; in questo il senso della poesia di Gaccione, in cui pare avvertirsi un vero e proprio rovesciamento del significato del componimento d’origine o, meglio, una sua rivelazione tragica, come tragica è la fine della sua autrice: la volontà di una ‘fuga’ pacificatrice dal mondo (e nel mondo) di Antonia Pozzi resta irrealizzata, tenendo a mente l’esito della vita della poetessa; di conseguenza, nel segno di una concordia pessimistica, Gaccione non può non rivelarsi in balia di quel mondo che ‘sgomenta l’anima’: «Non ci saranno sprechi di parole | e anche tu da qualche tempo taci | anima mia perché non ho conforto? | Se non consoli me chi ti consola?». Il dialogo, come anche altrove, si fa solipsismo, in una, forse, delle poesie più intime della raccolta Poeti.


Gaccione
 

Questi sono solo alcuni esempi di riflessione in cui si tenta di ripercorrere gli intrecci dei fili che legano Angelo Gaccione ai suoi modelli, modelli interferenti che talvolta coesistono, in termini di tematica (e quindi di sensibilità poetica), in un’unica lirica. Si sono, insomma, osservate alcune delle forme e dei modi dei componimenti di Poeti, ma ci si può ancora chiedere il perché di una simile raccolta, cosa ha spinto Gaccione alla ‘gioiosa fatica’ di un libro intimo e profondo come questo; una domanda, del resto, lecita se proprio l’autore, in limine del volume, con la poesia Poeti (p. 13), pone un quesito, il quesito, che introduce e sintetizza il tutto: «Chissà per quale scopo | vengono al mondo i poeti». Un quesito indiretto e articolato con fine retorica, velato di una profonda malinconia: «Forse per cantare la mestizia | del fiore reclinato sul suo stelo | il brontolio dell’acqua tra le rocce | il sibilo del vento lungo i muri | le nubi appollaiate sopra i tetti | il garrire delle rondini nel cielo | le ombre che si allungano alla sera | l’angoscia dei profughi in cammino. | Dare conforto al cuore di una madre | rendere accettabile il dolore | e fare che la morte sia gentile. | Chissà». Una serie di vocazioni a cui sono chiamati i poeti (e chi scrive è sicuro che ogni poeta che legga questi versi si sentirebbe chiamato in causa da almeno uno di tali intenti); una serie di vocazioni, si diceva, che si concretizzano in una profonda consapevolezza, la quale, infine, tutte le ingloba e che i poeti sono chiamati a sostenere. In tal senso, i due versi finali della poesia sono chiari: «O solo per gravarli della pena | che la fatica di vivere comporta». Nulla da aggiungere, questo distico rivela il senso profondo dell’intero libro di Angelo Gaccione.


 

Questo testo è apparso mercoledì 7 Gennaio 2026 su “Eroica Fenice”. Si ringrazia l’autore per averne autorizzato la pubblicazione su “Odissea”.   

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