UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 30 settembre 2026

RIDICOLE PERCENTUALI
di Franco Astengo



Reggio Calabria. Non vota nessuno, ma festeggiano.
 
Non sarebbe valsa la pena profondersi a commentare l’esito delle elezioni suppletive di Reggio Calabria data la totale inconsistenza statistica del test . A farci cambiare idea stimolando un intervento è stata la smodata esultanza del centro-destra apparentemente vittorioso e per via del bizzarro commento di Paolo Mieli apparso questa mattina sulle colonne del “Corriere della Sera” là dove il “prezzemolo” dei canali TV e delle presentazioni di libri vari è arrivato a sostenere che la scarsa partecipazione al voto ha consentito di capire il reale punto di partenza dei diversi schieramenti. Allora, di fronte a questo tipo di valutazioni, è necessario chiarire alcuni punti. Premesso che sempre le elezioni suppletive hanno espresso scarsa attrattività verso elettrici ed elettori (come del resto i ballottaggi: sul cui meccanismo in un Paese dalle tenaci appartenenze e dal permanere di un sottile filo di antipolitica ci sarebbe da riflettere) il risultato del collegio di Reggio Calabria avuto in esito alle elezioni del 27-28 settembre 2026 richiede una valutazione preliminare.
Il tasso di astensione ha raggiunto un livello abnorme e si tratta di un segnale, questo sì, da non sottovalutare per l’intero sistema politico: non si vorrebbe che dopo tanto can-can mediatico al momento del voto per le elezioni politiche previste comunque per il 2027 il totale dei voti validi indicasse una ulteriore crescita di disaffezione al punto da rendere ancor di più fragile l’intero sistema. Tanto più che le forze di governo si presenteranno all’appuntamento con un bilancio complessivo di arretramento su tutti i fronti, dal ruolo internazionale dell’Italia e delle condizioni materiali di vita delle cittadine e dei cittadini e l’opposizione di centro-sinistra non sembra proprio riuscire a rendersi conto della gravità della situazione e a produrre una qualità minimamente convincente di proposta arrabattandosi in una davvero deprimente e confusa ricerca di leadership. Così emergerebbero tutte le condizioni per presentarsi sulla scena di un qualche pifferaio di Hamelin capace di cacciarci tutti quanto in un baratro (pifferaio che non sarà sicuramente il tronfio ex-generale che si sta occupando esclusivamente di questioni marginali che pensa possano rendergli elettoralmente rispetto a un target preciso: quello del maschio, bianco, atletico, magari super-tatuato pronto per qualche avventura magari balneare da dolce vita).



Scritto questo allora verifichiamo qualche cifra.
Collegio Calabria UO-5 (Reggio Calabria)
Iscritti nelle liste: 345.486
Voti Validi: 75.181 pari al 21,76%
Astenuti, bianche e nulle: 270.305 pari al 78,24%
Roscioli (centro-destra) 38.359 voti pari all’11.10% degli aventi diritto.
Benedetto (campo largo al gran completo) 27.511 voti pari al 7,96% degli aventi diritto.
Giannetta (Futuro Nazionale) 8.226 voti pari al 2,40% degli aventi diritto.
Toscano (DSP) 1.085 voti pari al 0,31% degli aventi diritto.
Sembrano cifre eloquenti, purtuttavia proviamo a sviluppare una impropria (impropria perché l’elezione del 2022 era legata al contesto nazionale) comparazione con il risultato delle elezioni politiche del 2022.
Iscritti nelle liste 295.188 (era previsto il voto all’estero)
Voti Validi 138.354 pari al 46,86%
Astenuti bianche nulle 156.834 pari al 53,14%
Cannizzaro (centro-destra) 65.916 pari al 22,33% degli aventi diritto.
Battaglia (centro-sinistra) 29.041 pari al 9,83% degli aventi diritto.
Foti (M5S) 28.154 pari al 9,53% degli aventi diritto.
Latella (Riformisti) 6.091 pari al 2,06% del totale degli aventi diritto.
Seguono altre liste: per la comparazione si può prendere a paragone la lista di Italia Sovrana e Popolare omologa a quella di Democrazia Sovrana e Popolare. Candidato Massara 2.002 voti pari al 0,67% sul totale degli aventi diritto.
In sostanza tra le politiche 2022 e le suppletive 2026 (pur con tutte le remore del caso circa l’espressione di un giudizio complessivamente valido) si sono persi 63.173 voti validi.
Il centro destra ha perso 27.557 suffragi pari all’11,23% sul totale degli aventi diritto.
La somma del “campo larghissimo” (con l’inesattezza nel computo del voto di Azione che era presente nella lista riformista del 2022) ha perso 35.775 voti pari al 13,63% sul totale degli aventi diritto.
Questi sono i dati sui quali i partiti dovrebbero riflettere in un’ottica sistemica e non di appoggio per una ricerca forzata della governabilità che sembra essere l’assillo su cui ci si sta muovendo circa la ricerca della nuova formula elettorale che sta per essere discussa in seconda lettura (e quindi definitiva) al Senato.

IL DISCORSO DI PAPA LEONE XIV
 


Non è casuale che il Papa abbia fatto a Metz e non a Parigi il discorso politicamente più importante della visita in Francia. Egli si rivolge infatti agli europei, non ai francesi, e l’ammonimento è chiarissimo: signori, avete smarrito la strada indicata da Schuman.
  
Incontro “Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità”.    
Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz.
 
Signor Presidente,
Signor Cardinale,
Distinte Autorità civili e religiose, 
Signore e Signori,
sono molto felice di trovarmi qui, in questa città storica, crocevia nel cuore del continente, per un incontro dal titolo evocativo: Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità. Vi ringrazio per le gentili parole che mi sono state appena rivolte. Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. È da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita. Oggi vogliamo intraprendere, con il pensiero, un viaggio che comincia dalle radici dell’Europa per arrivare al suo presente e guardare verso il futuro. Ci chiediamo in che modo Robert Schuman sia stato plasmato dalla storia di questa terra, della quale era figlio, e come abbia contribuito in modo fondamentale a plasmare l’Europa moderna, fino a esserne considerato un “Padre fondatore”. 



Robert Schuman, che ha conosciuto confini in continua evoluzione, ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano. La sua formazione cristiana gli ha trasmesso il valore dell’uguaglianza, senza distinzione di razza o classe sociale, e gli ha insegnato la dignità del lavoro. La successione di diverse sovranità nazionali gli ha impresso l’importanza del diritto internazionale e il valore della parola data. Cresciuto in un contesto in cui l’orgoglio e lo spirito di vendetta sembravano prevalere, Schuman si è impegnato per la pace e la fratellanza tra i popoli che, dopo essersi a lungo combattuti, riconoscevano finalmente di aver bisogno l’uno dell’altro. Quali sono dunque gli insegnamenti di Robert Schuman per l’Europa e il mondo di oggi? Innanzitutto, un profondo desiderio di pace. Purtroppo oggi la guerra è riapparsa, anche in Europa: una nuova «inutile strage», che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili. E ancora oggi, come nel 1950, le parole contenute nella Dichiarazione Schuman rimangono attuali: «Il contributo che un’Europa organizzata e vivente può dare alla civiltà è indispensabile per mantenere relazioni pacifiche». È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace.



Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo. Al contrario, le parole di Schuman sono quanto mai attuali: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano». Tuttavia, bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo. «Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui» (Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2026). Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire. L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi; dove si mettono in comune le risorse per fare in modo che «ogni guerra [...] diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile». 



L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore. Il diritto internazionale e il multilateralismo sottolineano l’eguaglianza effettiva degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto. Oggi, le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare. Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi.
Schuman ci ricorda che bisogna sempre dimostrare realismo e coraggio: «L’Europa - affermava - non si farà in un colpo solo, né in una costruzione complessiva: si farà attraverso realizzazioni concrete che creano prima di tutto una solidarietà di fatto». Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di “avere tutto, subito” non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. È con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o  dimenticato.

 

UCRAINA: CHI STA UCCIDENDO LA PACE?
di Giovanni Bonomo


 
A proposito di chi continua a evocare la “Resistenza ucraina” quasi sovrapponendola, con una disinvoltura storica che trovo sorprendente, alla Resistenza europea contro il nazifascismo, forse qualche distinzione gioverebbe. Le parole contano, e la storia, quando viene usata come argomento politico, conta ancora di più. L’Ucraina sta certamente resistendo a un’invasione russa, ma non siamo di fronte a una Resistenza partigiana nel senso storico italiano del termine: siamo davanti a uno Stato sovrano, con un esercito regolare, che combatte una guerra contro l’esercito regolare di un altro Stato.
Confondere i due piani significa trasformare l’analogia storica in propaganda. Ferruccio Parri, uno dei massimi dirigenti della Resistenza italiana, divenne nel giugno 1945 presidente del primo governo nominato dopo la Liberazione (non, come talvolta si legge, il primo presidente del Consiglio della Repubblica, che sarebbe nata soltanto l’anno successivo). Ve lo immaginate un Ferruccio Parri che rubacchia o rivende le armi della Resistenza? La domanda è volutamente urticante ma serve a ricordare quanto sia rischioso trasferire automaticamente il patrimonio morale della Resistenza italiana su una guerra contemporanea nella quale entrano in gioco Stati, eserciti regolari, alleanze militari, industrie della difesa, interessi geopolitici e quantità enormi di denaro pubblico.



Perché le dimensioni dell’intervento occidentale sono ormai gigantesche. La NATO ha dichiarato al vertice di Ankara del luglio 2026 che gli Alleati europei e il Canada finanziano ormai la maggior parte dell’assistenza di sicurezza all’Ucraina e che, per il 2026, gli Alleati hanno promesso 70 miliardi di euro in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento. A ciò si aggiunge l’Ukraine Facility dell’Unione Europea, nata con una dotazione iniziale di 50 miliardi di euro per il periodo 2024-2027, fra prestiti e sovvenzioni, accompagnata da meccanismi di controllo e da condizioni legate anche alle riforme e alla lotta alla corruzione. Parliamo infatti di corruzione. Nel 2025-2026 le stesse autorità anticorruzione ucraine hanno portato alla luce indagini di enorme rilievo: l’operazione “Midas”, in particolare, ha riguardato un presunto sistema di tangenti da circa 100 milioni di dollari nel settore energetico e ha coinvolto figure vicine ai vertici politici. 



Zelensky non risulta personalmente coinvolto nell’inchiesta citata da Reuters. Il fatto che siano proprio le istituzioni ucraine a condurre queste indagini dimostra, correttamente, che esistono organismi che combattono la corruzione, ma dimostra anche che il problema non può essere semplicemente cancellato dal racconto pubblico perché disturba la narrazione edificante della “Resistenza”. Non vi sono elementi sufficienti per sostenere che gli armamenti occidentali vengano sistematicamente rivenduti sul mercato nero, ma gli organismi di controllo statunitensi hanno documentato problemi e rischi nella tracciabilità del materiale militare trasferito all’Ucraina. Il Dipartimento della Difesa americano ha rilevato un netto miglioramento dei controlli: la conformità inventariale per alcune categorie sottoposte a monitoraggio rafforzato è passata dal 40% all’88%, pur permanendo criticità nei trasferimenti effettuati attraverso Paesi terzi. 



Possiamo discutere all’infinito se quella in Ucraina sia anche, sul piano geopolitico, una guerra per procura fra Russia e Occidente. Sta di fatto che, da quasi cinque anni, l’Europa - e con essa l’Italia - investe enormi risorse nel sostegno militare a un conflitto, mentre la nostra Costituzione, all’art. 11, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
La domanda che pongo è allora questa: quanto capitale politico, diplomatico ed economico stiamo investendo, invece, nella pace? Chi pone questo interrogativo viene spesso liquidato con una parola ormai buona per tutte le stagioni: filo-putiniano. Pazienza, preferisco il rischio di un’etichetta al conforto di un pensiero per procura. Perché il vero interrogativo non dovrebbe essere se siamo “con Putin” o “con Zelensky”, con la NATO o contro la NATO, dovrebbe essere molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: chi sta davvero lavorando per mettere fine alla guerra? chi sta invece uccidendo ogni tentativo di pace?

DIFESA CIVILE DISARMATA



57.136 consegnate al Senato: “Un’altra difesa è possibile” apre la fase due, ora la parola al Parlamento.
Le Reti promotrici hanno depositato al Senato 57.136 firme (54.751 digitali e 2.385 cartacee), ben oltre il quorum di 50.000. Ora si apre un doppio binario: advocacy e pressione istituzionale perché il Parlamento discuta e voti la proposta, e rilancio informativo per portare la difesa civile, non armata e nonviolenta in tutti i territori.

 

 

LA FRASE DEL GIORNO



“Le piante sono il vestito della terra.
I fiori ne sono la musica”.
Francesco Saverio Lanza

MILANO IN BICI PER LA PALESTINA




ROBERTO MARELLI
Al Museo Martinitt e Stelline di Milano






QUALE FRANCESCO?
A Guardamiglio - Lodi





Etta Rossi: Pane


domenica 27 settembre 2026

MUSICA E GUERRA
di Martino Dolfini


Benjamin Britten

“Nel 1958 il comitato istituito per la ricostruzione [della cattedrale di Coventry, città in Inghilterra rasa al suolo nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1940 da un bombardamento aereo tedesco] si rivolse a Benjamin Britten per una grande composizione sinfonico-corale in vista dell’inaugurazione della nuova Cattedrale, prevista per il 1962 (...). Britten accettò subito la proposta, che esaudiva il desiderio a lungo coltivato di scrivere un ampio lavoro pubblico nel solco della tradizione inglese degli oratori di Haendel. Fu l’occasione per scrivere una Messa da Requiem, legando il compianto per le vittime dell’immensa tragedia vissuta dal popolo inglese al radicale rifiuto che Britten aveva coraggiosamente rivendicato anche nei momenti più bui della lotta contro la Germania nazista. L’idea di Britten, infatti, fu di mescolare al testo in latino della messa una serie di poesie di Wilfred Owen, un giovane ufficiale-poeta caduto in Francia il 4 novembre 1918 a pochi giorni dall’armistizio, una delle voci più potenti della poesia inglese contro l’assurdità e immoralità della guerra”.

Queste parole sono tratte dal commento introduttivo a War Requiem di Benjamin Britten che al Teatro alla Scala di Milano, ha inaugurato il Festival MITO 2026, sotto la direzione dell’australiana Simone Young. Un lavoro, e una direzione, difficili: con un’orchestra sinfonica, un coro, un coro di voci bianche maschili, e tre voci soliste - soprano, tenore e baritono. Al tenore e al baritono, accompagnati da un ensemble strumentistico solo a loro dedicato, era affidata l’esecuzione dei recitativi delle poesie di Owen che hanno intervallato le sei parti canoniche della Messa. Uno spettacolo intenso e che scuote, non fosse altro per i testi di Owen.


B. Britten

I miei complimenti alla direttrice artistica Speranza Scappucci che ha osato portare sotto gli occhi e alle orecchie di tutti quelli che lo volessero ascoltare un monito alla guerra in un momento in cui i cittadini dell’Europa sono inebetiti (eufemismo) davanti al procedere verso la guerra inseguito dalle propagande governative. Insomma, per dirla con Massimo Barberis, era un’occasione “per schierarsi contro gli ignobili princìpi che portano alla devastazione e alla morte”.
Non solo la partecipazione del pubblico non è stata eccezionale (parecchi palchi erano riempiti a metà, diversi vuoti), ma, peggio, il palco reale era completamente vuoto: né sindaco, né altre autorità, neppure delle persone in sostituzione. Il messaggio di questa amministrazione milanese è stato chiaro. Riporto qui sotto il testo (e la traduzione) della poesia di Owen che meglio descrive, a mio parere, i rischi a cui tutti andiamo incontro. Un testo, credo, che dovrebbe girare nelle scuole per sensibilizzare insegnanti e studenti. Nell’ultima riga c’è tutta l’impotenza e lo stupore di fronte alla guerra di massa e alla cecità di chi l’ha voluta e portata fino in fondo: metà dei giovani d’Europa falcidiati (‘and half the seed of Europe’) e l’incredibile ripetizione alla nausea (‘one by one’) del delitto di Abramo che non ascolta la voce - una supplica quasi – dell’angelo, e va fino in fondo convinto delle proprie credenze. Carne da cannone, è l’espressione che si legge oggi in giro. Non credo che chi la usi si renda pienamente conto del suo significato e della sua portata, Owen sì.
 

Wilfred Owen

LA PARABOLA DEL VECCHIO E DEL GIOVANE    
di Wilfred Owen
 
Dunque Abramo si levò, spaccò la legna e partì,
portando con sé il fuoco e un coltello,
mentre soggiornavano insieme,
Isacco, il primogenito, domandò: Padre mio,
tutti questi preparativi, il ferro, il fuoco,
ma dov’è l’agnello per il sacrificio?
Allora Abramo legò il giovane con cinghie e pulegge
ed eresse in quel punto parapetti e trincee,
e brandì il coltello per scannare suo figlio.
Quand’ecco che, dal cielo, un angelo lo chiamò:
Non stendere la mano contro il fanciullo,
non fargli alcun male. Guarda,
quel capro impigliato per le corna nella macchia;
offri il Capro dell’Orgoglio in vece sua.
Ma il vecchio non volle saperne e trucidò il figlio,
e metà del seme d’Europa, uno per uno.

SUL PREMIO STREGA
di Angelo Gaccione


 
Sul Premio Strega, “Odissea” ha pubblicato diversi scritti in uno spazio temporale molto ravvicinato, eccoli nell’ordine: domenica 10 maggio una lunga polemica lettera di un’autrice che al premio è stata candidata ben sette volte, Lodovica San Guedoro. Lunedì 11 maggio una risentita doléance critica di una giurata, Livia De Pierto. Martedì 12 maggio una mia intervista alla Segreteria Nazionale del Premio. Mercoledì 13 maggio una lettera della poetessa Alida Airaghi che né allo Strega, né a qualsiasi altro premio ha mai voluto partecipare spiegandone le ragioni. A questo punto potevamo ritenere chiuso il discorso. Senonché, nei giorni successivi, ricevetti in dono il libro: Come un racconto. Gli anni del Premio Strega scritto dalla sua fondatrice, Maria Bellonci, e pubblicato dal Club degli Editori in edizione limitata nel luglio del 1977. Una ricostruzione dall’interno a cominciare dalla prima assegnazione a Flaiano nel 1947, ma, naturalmente, il racconto prende avvio da quel lontano 1944 quando a casa di Maria e Goffredo Bellonci, in Viale Liegi, il sodalizio cultuale di un gruppo di amici letterati ed intellettuali getta le basi per la nascita del Premio. Non si trascuri la data: è il 1944, tempo di guerra, tempo di fascismo, tempo di Resistenza. In appendice al volume lettere, articoli di stampa, il doveroso Regolamento firmato a mano dai giurati (fra questi il mio conterraneo Vincenzo Talarico), l’elenco dei vincitori dal 1947 al 1976 e un ricco corredo di foto. In quegli stessi giorni venni a conoscenza di diversi retroscena: alcuni divertenti, persino sfide a duello e scontri fisici fra letterati di rango; altri poco edificanti, e diciamo pure meschini, per aggiudicarselo: pressioni, intrighi ad opera di autori insospettabili, super celebrati e da cui non ve lo sareste mai aspettato. La delusione mi convinse a non spendere più tempo sull’argomento e così feci.



A distanza di alcune settimane però, anche su un giornale come “il Fatto Quotidiano” comparvero articoli di risentimenti, polemiche e critiche sul Premio Strega, a seguito della pubblicazione dei libri scelti e dei possibili vincitori. E da quelle pagine che ne venni a conoscenza, anche se ero convinto che questo organo di stampa non si occupasse di premi e pettegolezzi letterari. Decisi di ritornare sull’argomento appena incombenze meno frivole me lo avrebbero permesso. Ed eccole, ora, le considerazioni che sono venute fuori. Il premio Strega è un premio appannaggio di un ristretto gruppo di grandi editori, quelli che conosciamo tutti. Possiedono il denaro e le necessarie forze di pressione: organi di stampa nazionali, televisioni, librerie, riviste e hanno una penetrazione forte nelle scuole e nelle università. Al loro servizio hanno una folta schiera di scrittori, poeti, saggisti, docenti universitari, critici e recensori che sono, di regola, anche autori di questi editori. Sono quelli che godono di maggiore visibilità, autori già noti e che hanno spazio sui giornali e nei programmi tivù più popolari e seguiti. Come si può vedere, per gli autori sconosciuti o meno noti e per le case editrici minori, la partita è persa in partenza. È una pura illusione, quella di alcuni autori e autrici, credere che basti essere candidati da un “personaggio in vista” (magari per lavarsi la coscienza), per poter competere. Per salvare la faccia, il Premio Strega dovrebbe adottare l’unico criterio di verità: riservarlo alle case editrici grosse. Lasciare che si accordino fra esse a turno - per scegliere l’autore (o l’autrice) che desiderano - abolendo le giurie. Si eviterebbero polemiche e conflitti, competizioni diseducative (don Milani le disprezzava) fra personalità che dovremmo considerare dei modelli, classifiche quasi sempre discutibili, e soprattutto si metterebbero al riparo la credibilità e la dignità dei giurati.


Alida Airaghi e Angelo Gaccione

Sappiamo che di libri ne vengono candidati una marea e per i giurati sarebbe umanamente impossibile leggerli tutti. Allora che senso ha far partecipare tante editrici e tanti autori? Perché sprecare tante energie e tanta carta? Che opinione si può fare dei giurati un autore che non fa parte di nessuna banda letteraria, che non ha merce o potere da scambiare, che ha badato per oltre mezzo secolo a mettere assieme un centinaio di versi o poco più, e alla vecchiaia li ha pubblicati in un libro introdotto da due poeti come Franco Loi e Tiziano Rossi, e da una postfazione di un filosofo ed intellettuale come Fulvio Papi, nello scoprire che  non ha meritato nemmeno una menzione? Sa bene che quei giurati non sono stupidi, sono anche loro dei poeti, hanno una sensibilità letteraria e sanno distinguere il grano dal loglio. Può solo ipotizzare che di quel libro non abbiano visto neppure l’ombra; e se lo hanno visto, non meritano nemmeno il disprezzo.              

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