AI POTENTI DELLA TERRA
di Don Mimmo Battaglia
Al termine del vertice Nato Erdogan
ha consegnato ai capi di governo presenti un cofanetto con una pistola e sei
proiettili. Non poteva esserci gesto più chiaro per presentare il
messaggio di morte di cui la NATO è portatrice. In reazione a tale gesto
l’Arcivescovo di Napoli ha inviato questo messaggio ai potenti della terra. Da
leggere e meditare.

Il coerente regalo di Erdogan ai capi
di Stato e di Governo
Ai potenti della terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta. A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere. Viene deposto in un
astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori. E per
qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone
maniere. È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una
pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata
in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria
ufficiale, oggetto da esporre. Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di
poterle regalare. Questo è il vero scandalo. Ci dite che si tratta di un
simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle
leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò
che una civiltà considera normale. E quel dono insegna che il potere deve
riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo
armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con
eleganza, la possibilità della morte. Sulla canna è stato inciso il nome di chi
riceveva l’arma. Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile. È il
nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata. Il nome della donna che
potrebbe restare senza marito. Il nome del bambino che potrebbe attendere
inutilmente il ritorno di suo padre. Il vero destinatario di un’arma non è mai
soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe
incontrarne il proiettile. Per questo non riesco a considerare quel gesto una
semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in
cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più
domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama
equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha
ancora sparato. Da cristiano, non posso accettarlo. Il Vangelo ci ha consegnato
un’altra immagine del potere. Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto
spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un
asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi
stanchi. Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo. Sono due civiltà. Bisogna
scegliere. Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La
incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi
dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il
male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di
adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio. Un’arma non
diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non
diventa umana perché porta inciso un nome. Chiedo dunque a voi, responsabili
delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a
lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un
simbolo per cancellarne il significato. Fate qualcosa di più difficile.
Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in
una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di
paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi
può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti. E al
prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un
generale, non per un ministro. Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre
il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non
firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie
quando la diplomazia fallisce. Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma
una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non
sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti
alle armi. E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già
perduto tutti”.

di Stato e di Governo




















.jpg)

.jpg)
