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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 29 agosto 2026
LEGGERE GIBELLI
di Gabriele Scaramuzza

Antonio Gibelli
Una vasta produzione sul tema della
guerra
Bisogna
assolutamente esser grati ad Antonio Gibelli, storico genovese poco
pubblicizzato ma di grande spessore, per le sue ricerche nell’ambito della
nostra contemporaneità e di certe sue radici. Comincio da Il popolo bambino.
Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò (2005), ma sono da tener
presenti anche altri suoi non meno rilevanti lavori. Il tema qui è quello della
preparazione dell’adolescenza, persino dell’infanzia, alla guerra, e dunque
alla violenza, alla sopraffazione, cui soprattutto le destre (ma non solo)
destinano l’umanità. Un tema purtroppo attuale oggi, in cui la politica del
puro potere (non di rado presente anche in passato, ma magari velato, all’orizzonte)
esce allo scoperto in quanto tale, soffocando ogni aspirazione “umana”, e tanto
più cristiana in senso autentico. Sono le radici stesse della nostra cultura
classica ed ebraico-cristiane a venir messe in radicale discussione. Un intero
popolo additato all’odio, ogni singolo distrutto, nessuna sensibilità per la
complessità del reale, per le persone. Milioni di persone sono state condannate
a una morte insensata o a uccisioni motivate dalla prepotenza di pochi, inibiti
alla radice a chiedersi il perché di quanto succede, vittime inconsapevoli di
una tragedia che certo non hanno scelto; condannati anzi per il semplice fatto
di interrogarsi.

Altre sue opere sono: L’officina della
guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale (1991,
2007); Il corpo degli eroi. Medici e patrioti in un carteggio di Adelaide Cairoli,
1862-71 (2025). Tantissime testimonianze, tra le più coinvolgenti, sono
presenti in La Guerra Grande. Storie di gente comune 1914-1919 (2014):
lettere a familiari e a conoscenti stretti, diari o loro frammenti, appelli,
dichiarazioni - con la presenza all’orizzonte della più che probabile morte. E
soprattutto le motivazioni del senso della scrittura, di ciò che ha spinto
tanti anche illetterati a scrivere, a lasciare una traccia di sé, una denuncia,
della immotivata e terribile situazione in cui sono stati posti da irresponsabili
detentori del potere. Questa non può essere che una prima segnalazione, un
invito alla lettura, imprescindibile soprattutto, ma non solo, ai nostri
giorni.
IL GOVERNO HA PAURA E CANCELLA REPORT
Comunicato
degli inviati di Report del 28 agosto.

A sinistra quella che era entrata in
politica dopo la morte di Borsellino
e ora tutela i suoi scagnozzi corrotti
e mette il veto sui messaggi dei suoi
parlamentari collusi con i mafiosi
La
decisione assunta dalla Rai è per noi completamente irricevibile.
È inaccettabile per il metodo, dal momento che l’azienda ha rifiutato qualsiasi
interlocuzione con la squadra in queste settimane facendoci apprendere la
scelta dalle agenzie, e nel merito, dal momento che le figure scelte non sono
in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report. Dal momento
che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità
della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che: nel caso
in cui la Rai non intenda tornare sui propri passi, abbandoneremo in blocco il
programma.
È inaccettabile per il metodo, dal momento che l’azienda ha rifiutato qualsiasi
interlocuzione con la squadra in queste settimane facendoci apprendere la
scelta dalle agenzie, e nel merito, dal momento che le figure scelte non sono
in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report. Dal momento
che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità
della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che: nel caso
in cui la Rai non intenda tornare sui propri passi, abbandoneremo in blocco il
programma.

politica dopo la morte di Borsellino
e ora tutela i suoi scagnozzi corrotti
e mette il veto sui messaggi dei suoi
parlamentari collusi con i mafiosi
*
GOVERNO E POTENTI CONTRO REPORT
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Fratelli di Mafia
cancella Report
Da Instagram. Uno tra le
migliaia di messaggi inviati da cittadini a Rainews.
L’uscita di
Sigfrido Ranucci da Report non è una semplice scelta editoriale o un
avvicendamento di palinsesto. È l’ennesimo segnale d’allarme per un Paese in
cui il giornalismo d’inchiesta libero e indipendente dà troppo fastidio a chi
gestisce il potere. L’Italia continua a scivolare indietro nelle classifiche
internazionali sulla libertà di informazione, e questa vicenda ne è la conferma
plastica. Quando un programma fondamentale per il servizio pubblico viene
ridimensionato o privato della sua voce storica, non si punisce un singolo
giornalista: si colpisce la cittadinanza, privandola del diritto fondamentale
di sapere, verificare e criticare. Un paese che non tollera le domande scomode,
che normalizza il controllo della TV pubblica e che mette a tacere le
inchieste, sta perdendo i suoi pezzi di democrazia. Non è una questione di
schieramenti, ma di libertà: senza un’informazione davvero libera, restano solo
la propaganda e un conformismo che somiglia sempre di più a un regime.
edoardotusacciu
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cancella Report
venerdì 28 agosto 2026
A TE CHE RESISTI
A Papa Leone
XIV
28 agosto 2026,
festa di Sant’Agostino
Caro Papa
Leone,
A te che
resisti vogliamo dire anzitutto la nostra ammirazione per l’umile coraggio con
cui osi chiedere ai potenti del mondo di rovesciare le loro condotte per
instaurare una pace disarmata e disarmante. Temiamo però che se Tu restassi
solo a proclamare la necessità di questa conversione per la salvezza del mondo,
saresti additato come un trasgressore e un pericoloso visionario, e forse anche
ingiuriato con l’intenzione di travolgerti. D’altra parte la situazione di
pericolo a cui è giunta la storia che stiamo vivendo è a uno stadio così
avanzato che Tu nella raccolta delle tue invocazioni alla pace giungi a porre
una questione radicale: la specie umana, cioè tutti noi, dobbiamo, e meglio
ancora, possiamo, “continuare ad abitare la Terra”? Questa domanda insorge
quando, come Tu osservi, “la combinazione del dominio cibernetico con il riarmo
globale induce a porre seriamente tale questione”, e quando “oggi ben 103 Stati
sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra, e le armi
rimbombano e uccidono” dall’Ucraina al Medio Oriente fino al Congo, “e in tante
altre situazioni”: Noi condividiamo il tuo dolore, perché una viva sofferenza
ci procura la distruzione anche di una sola casa nell’uno o nell’altro teatro
di guerra. A questa realtà si può aggiungere il pericolo che la fine violenta
del mondo possa intervenire quasi per caso, contro la stessa volontà degli
uomini, anche dei più potenti, perché, come è stato denunciato qualche
settimana fa dalla OpenAI, una delle maggiori industrie americane
di Intelligenza Artificiale, due dei suoi sistemi informatici sono sfuggiti al
controllo umano ed hanno deciso, sulla base di loro “ragionamenti” del tutto
autonomi e inintelligibili dai loro stessi creatori, delle azioni che in altre
circostanze potrebbero essere tali da giungere alle conseguenze più nefaste; e
in tal caso non ci sarebbe alcuno Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico da Te
ricordato, che potrebbe impedirlo. Così stando le cose, la nostra risposta non
può essere di routine, mentre non si intravvede un’assunzione di responsabilità
da parte di quegli artefici della politica odierna che credono solo alle armi e
prendono posizioni stantie o solo interessate alla competizione per il potere,
come si è visto anche in quest’ultima torrida e guerreggiante estate. Occorre
al contrario mettere in campo risorse non ancora esperite o nascoste, occorre
una reazione di straordinaria portata di cui sia protagonista l’umanità tutta
intera, quella “magnifica humanitas” che hai esaltato nella tua ineguagliabile
enciclica.
Né tranquillizza
l’idea che in futuro l’Intelligenza Artificiale sarà domesticata così da
diventare un puro strumento nelle mani dell’uomo; questa candida rassicurazione
non basta più quando sempre più si fa manifesto come la tecnica cessi di essere
strumento per farsi signora: ne fece una denuncia precoce, che non si può
ignorare, il filosofo Martin Heidegger già nel 1966: “la tecnica moderna nella
sua strapotenza planetaria non è uno strumento e non ha più a che fare con
strumenti: essa strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra”; una
strozzatura che lo portava a chiedersi se, giunti a questo punto, “solo un Dio
ci può salvare”. Avvertendo la gravità della crisi, alcune voci profetiche del
Novecento, uscite dal mondo laico, si posero questa stessa domanda, in
controtendenza rispetto al pensiero della modernità secolare, soprattutto
occidentale. Decodificata, questa domanda suggeriva che l’umanità in “una
rinnovata cooperazione, una rinnovata cooperazione con Dio”, secondo le
parole di Claudio Napoleoni, potesse salvarsi e uscire dalla chiusura a cui la
storia del mondo era pervenuta. I credenti sanno, che proprio questa è la
strada della salvezza. Ma per il senso comune e la cultura del tempo questo è
un pensiero alieno, perché si tratterebbe di richiamare Dio dall’esilio a cui
l’età moderna, affidandosi alle sole risorse dell’uomo, lo ha relegato,
confinandolo nel privato. Ma per preservare il mondo e perché la storia
continui è proprio a questa domanda che l’uomo di oggi dovrebbe dare riscontro
e così, nell’unità di credenti e non credenti, in forza del comune principio di
responsabilità a cui ha richiamato Hans Jonas, porre mano all’impresa del
rovesciamento del corso letale della storia. Questo comporta però che il Dio
richiamato dal suo esilio sia un Dio credibile. Ma purtroppo sono in
circolazione nel mondo di oggi immagini non lusinghiere di Dio, non solo per
sovrapposizioni e superstizioni che nei secoli si sono andate accumulando su di
Lui, ma anche per l’uso strumentale che viene fatto del suo nome per interessi
del tutto mondani e per vere e proprie corruzioni di cui negli ultimi tempi è
stata oggetto la sua figura.
Tu stesso ne sei stato colpito quando alla tua affermazione che Dio ripudia tutte le guerre, e “non è mai dalla parte di coloro che impugnano la spada”, il vicepresidente americano Vance ha replicato che Dio “era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti”, e ti ha invitato ad andare a lezioni di teologia. Altrettanto aberrante è stata la scena della imposizione delle mani alla Casa Bianca per consacrare il nuovo messia, e grottesco il coro dei pretesi attuali antagonisti dell’Anticristo. Ma dove la contraffazione dell’immagine di Dio è stata più dolorosa e tale da suscitare la ripulsa più motivata, è stato nel sovvertimento che soprattutto nelle vicende più recenti il nome e il mandato di Dio hanno subito ad opera dello Stato di Tel Aviv, col rischio di un travolgimento degli stessi valori universali della fede d’Israele e dell’intero popolo ebraico. La promessa della terra è stata interpretata come legittimante l’esclusione e perfino lo sterminio di ogni altro popolo, le operazioni militari anche più efferate sono state designate con nomi biblici, e l’operazione guidata dalla piattaforma di Palantir per il tracciamento e l’uccisione degli “obiettivi” da eliminare a Gaza, è stata chiamata “Gospel”, cioè Vangelo. Per contro una straordinaria purificazione dell’immagine e della figura di Dio è stata operata nella Chiesa cattolica negli ultimi decenni, come nelle altre Chiese cristiane, e incoativamente anche nell’Islam. Non che nella Chiesa sia stata minimamente cambiata la nozione della fede nel Dio Padre del Figlio crocefisso, né la corrispondente teologia tramandata dai Concili, ma ne è stata via via affinata l’interpretazione e straordinariamente arricchito l’annuncio. Ciò è stato necessario anche perché nell’attuale rapidità e sommarietà dell’informazione e della trasmissione del sapere, alcune tradizioni bibliche che giustamente vengono presentate come “parola di Dio”, se percepite in modo letterale e al di fuori di un’interpretazione o ermeneutica altrettanto ispirata (che era poi quella, secondo gli evangelisti, di Gesù), si prestano ad equivoci fino a risolversi in contromessaggi.
Basta pensare a che cosa arrivi a un orecchio
abituato all’informazione quotidiana quando sente lodare il Dio degli eserciti,
data l’ignominia degli eserciti moderni, o sente il racconto di popoli che per
comando divino sono votati allo sterminio, a cominciare da Gerico, o
l’invocazione dei Salmi al Dio che punisce tutte le genti. Veramente qui
echeggia la verità di un verso dolente del poeta e frate servita David Maria
Turoldo quando con struggente affetto cantava: “Oh quale per Te tenerezza mi
ispira il carico di errate preghiere onde si crede di renderti onore!”.
Perciò è stato
così importante che in questi anni il Dio annunciato dalla Chiesa, sia stato un
Dio esente da ogni ambiguità denigratoria, un Dio di cui, per significare la
bontà, la lettera a Tito esalta l’“humanitas” (un Dio umano!), di cui papa
Francesco diceva che è solo misericordia e, con uno dei suoi neologismi
spagnoli, che “primerea”, cioè arriva primo nell’amore, e di cui
Benedetto XVI, già non più papa, scriveva che l’idea che per essere risarcito
del peccato degli uomini avrebbe avuto bisogno del sacrificio del Figlio era
“del tutto errata”, fino alla tua affermazione che Dio non ascolta le preghiere
di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue. Anche nell’Islam abbiamo
visto come si sia affinata la percezione di Dio, sia nel Documento di Abu Dhabi
sulla Fratellanza Umana, firmato insieme a Papa Francesco dal Grande Imam di
Al-Azhar, secondo il quale “le diversità di religione sono una sapiente volontà
divina”, sia con l’affermazione dei sapienti musulmani, contro lo Stato
islamico, secondo cui la nozione che il Profeta sia stato “inviato con la
spada” è parte di un Hadith che è “specifico rispetto a un determinato tempo e
luogo, tempo e luogo che si sono ormai esauriti”. È dunque questo Dio della
libertà e della misericordia che l’umanità intera può ritrovare, richiamandolo
dal suo esilio, per riprendere lena e riappropriarsi del futuro.
A noi pare che questo possa fare oggetto di una grande e straordinaria iniziativa della Chiesa, e se possibile delle Chiese e di altre confessioni religiose, che tutte insieme e in comunione tra loro si rivolgano all’umanità tutta intera perché si distolga dalla via sbagliata e intraprenda la strada della sua salvezza storica aperta sul futuro. In particolare, pensiamo che compito della Chiesa sia di “aggiornare” l’annunzio di questo Dio, e di farlo nel modo più solenne e a lei proprio che potrebbe essere la convocazione di un Concilio Vaticano III, portando così a compimento il ciclo cominciato col Concilio Vaticano II. Come Giovanni XXIII, contro “i profeti di sventura” ebbe il coraggio profetico di indire un Concilio per rinnovare la figura della Chiesa “nel mondo di questo tempo”, così oggi la Chiesa potrebbe rispondere alle angosce di oggi offrendo l’immagine di un Dio sempre uguale a se stesso, ma compreso secondo le domande e le sfide del mondo di questo tempo; e come il Concilio Vaticano II si concluse con la “Gaudium et Spes”, così il Vaticano III potrebbe concludersi mostrando il volto del “Dominus Deus in mundo huius temporis”. Ciò darebbe anche l’occasione di adempiere a un compito che può essere attuato solo collegialmente, di una nuova scelta delle letture bibliche proclamate nelle occasioni liturgiche per aiutare il popolo cristiano a una nuova corretta elaborazione della fede: impresa di carattere pastorale che valga a far meglio rilucere l’unità dei due Testamenti, contro ogni sospetto di indulgenze cosiddette “marcionite”. Così anche la Chiesa cattolica farebbe la sua parte nella restituzione al mondo della vera immagine di Dio mediante una disambiguazione di letture bibliche e preghiere che nelle liturgie quotidiane a fronte di una moltitudine di fedeli, se recepite in modo letterale o “fondamentalista”, possono prestarsi a fraintendimenti e offuscamenti dello splendore della fede.
Come tu stesso hai ricordato nel discorso al III World
Meeting «sulla Fraternità Umana», «nella Bibbia sono i testi più recenti e più
maturi a narrare una fraternità che supera i confini etnici del popolo di Dio e
che si fonda nella comune umanità», segno che non tutti i testi della Bibbia
hanno pari validità pastorale. Così rinnovato “il concetto di Dio” dopo le
sfide letali di oggi, così come fu rivisitato alla fine del III millennio “il
concetto di Dio dopo Auschwitz”, una grande comunione di popoli potrebbe dare
riscontro alla domanda se “solo un Dio ci può salvare”. Così, nel 1934,
Dietrich Bonhoeffer propose un “grande concilio ecumenico della santa chiesa di
Cristo” per il disarmo e la pace. Naturalmente questa è una suggestione, se non
un suggerimento di cui solo Tu, caro papa Leone, puoi giudicare l’opportunità e
decidere che fare.
Con tutta la
nostra solidarietà e il più sincero affetto,
Raniero La
Valle,
Luis Carlos
Orellana,
Giovanni
Spallanzani
Con:
Raffaele Luise,
Roberto Savio, Riccardo Petrella, Domenico Gallo, Mario Agostinelli, Agata
Cancelliere, Angelo Gaccione, Sergio Paronetto, Francesco Domenico Capizzi,
Tecla Mazzarese, Annika Colombi, Claudio Ciancio, Massimo Zucconi, Gian Giacomo
Migone, Enrico Peyretti, Franco Ferrari con i Viandanti PRS, Anna Sabatini
Scalmati, Fabio Filippi, Flavio Pajer, Centro Impastato di Palermo, Agnes
Duerrschnabel, Eugenio Castioni, Bianca de Matthaeis, Maria Cristina Giorcelli,
Centro Gandhi onlus, Carlo Fiocchi, Maria Luisa Arena, Fausta Ferraro, Angela
Mancuso, Carlo Maria Ferraris, Federico Palmonari, Giovanna Pitrone, Salvatore
Nocera, Pasquale De Sole, Gianfranco Maddoli, Angelo Mozzappi, Carla Porelli,
Paolo Bertagnolli, Oberhofer Rosa Maria, Antonino Nigito, Fabrizia Orsaria,
Rossana Mattiussi, Anna Maria Viviani, Agnese Rastelli, Monica Simenoni,
Fiorella Tagliaferri, Marina Rossi, Elisabetta Rossi, Mario Dal Negro, Carla
Portesine, Magda Gruarin, Fulvia Carrucoli, Danilo Solfaroli Camillocci,
Luciano Benini, Emanuela Ferrari, Aldo Preda, Giorgio Giunta, Maurizia Manini,
Anna Bardelli, Severino Piovanelli, Piergiorgio Bortolotti, Isabella Falletti,
Anna Maria Gon, Luisa Fattorusso, Giuseppe De Marco, Angela Silvestre, Pina
Garau, Eliana Princi, Cristina Stevanoni, Ivano Mariconti, Maurizio
Quattrocchi, Gianni Pastro, Giovanna Carrara, Maria Ragonese, Paola Mancinelli,
Ambretta Greco, Daniele Barbieri, Ester Prestini, Salvatoreantonio Aulizio,
Irene Ciravegna, Rolando D'Alonzo, Marco Lisandrelli, Grazia Zuriatti, Enrico
Virtuani, Enzo Robles, Alida Airaghi, Alfio Minetti, Nanda Regondi, Enzo
Carpentieri, Valeria Aimaretti, Rinaldo Geremia, Ado Grilli, Paola Saccani,
Angelo Bufalari, Elida Della Lucia, Mario Ghidoni, Silvia Rizzi, Maria Grazia
Papaleo, Santo Di Nuovo, Paola Lazzaro, Paola Bottoni, Valeria Dalla Bona,
Paola Redaelli, Anita Cappello, Mirella De Gregorio, Luisa Mucci, Lino Allegri,
Fabiola Dessi, Chiarastella Pesenti, Massimo Zamboni, Mario Marchiori,
Alessandra Manzoni, Franca Littarru, Rosalba Capitaneo, Giuseppe Turani, Piera
Gaia, Maria Rizzi, Ales Bello, Maria Adele Valperga, Giuliana Moda, Giuseppina
Timpani, Fabio Fabio, Raffaele Iavazzo, Angelo Persiani, Fabrizio Persico,
Roberto Serone, Margherita Masè, Mariella Smiroldo, Maria Gabriella Fornero,
Suor Annamaria Mulazzani, Leonelli Cristina, Mario Vatta, Roberta Amoroso,
Luigi Alfieri, Liliana Frascati, Vincenzo Pezzino, Caterina Siligardi, Carmela
Dortello, Giovanna Monina, Carmen Campesi, Sebastiana Ottaviani, Gabriella
Verucci, Romano Demicheli, Sandra Niccolai, Ilva Palchetti, Marialuisa
Virtuani, Chiara Benvenuti, Mariarosa Tinaburri, Stefano Poli, Barbara Daga,
Giuseppe Cago, Salvatore Maugeri, Vittorio Florioli, Isa Benatti, Romano
Madera, Doriana Laraia, Alessandra Basilio, Nicoletta Negri, Nicola Lo Bianco,
Grazia Napoletano, Pierpaolo Loi, Alessandro Bazzan, Claudio Freschi, Pietro
Pizzuti, Paolo Farinella prete, Luigi Elli, Angela Margaritelli, Danilo De
Regis, Antonia Bufano, Laura Donati, Maria Rita Vella, Rosangela Mura,
Mariateresa Chiesa, Cristina Marchionni, Valeria Caroli, Clara Benedini, Lucia
Tibaldo, Carmine Miccoli, Silvia Gonzato, Anna Maria Bionda, Pina Allegrini,
Renata Longo, Nevio Santini, Roberto Gelpi, Paolo Restuccia, Alfonso Pastore,
Maria Pia Tironi, Massimo Pesenti, Luciano Paradisi, Pietrina Rubanu, Patrizia
Guarise, Mariagrazia Medici, Patrizia Farronato, Rosaria Carbone, Andrea
Gusmini, Giuseppe Angelastro, Mauro Conte, Maria Manzotti, Aldo Bacchiocchi,
Rossana Papagni, Sandro Calvani, Carla Portesine, Francesco Maisto, Massimo
Laureano, Andrea Melodia, Giuliana Sarogni, Francesco A. Romito, Mirella De
Gregorio, Gabriela Lovato, Antonino Nigito, Giuseppe Staccia, Sergio Flotta,
Silvana Botassis, Maria Speranza Perna, Melania Sinibaldi, Libere Cittadine,
Giovanni Ambrosoni, Francesco Maisto, Stefano Poli, Paola Seri, Fabrizia
Baldissera, Nicola Ianni, Carlos Cerón, Rosario Grillo, Carmen Secchi, Nunzio
Marotti, Giorgia Delledonne, Sandra Speranzini, Cecilia Attiná, Roberto Bosi,
Eralda Caserio, Mario Casini, Ermelinda Lando, Elisabetta Alberton, Camilla
Briganti, Angela Vezzani, Raffaele Magrone, Monica Zanolla.
STILE ANTICO
di Angelo Gaccione
La XX edizione del Festival Milano Arte Musica si è conclusa
ieri sera nella chiesa di Santa Maria della Passione in una maniera che a molti
potrebbe sembrare insolita: non con un robusto e ricco concerto strumentale
come ci si poteva aspettare, ma con l’esibizione di un semplice coro puramente
vocale. Un coro polifonico di appena dodici elementi, sei donne e sei uomini,
disposti a semicerchio sull’altare di una chiesa che è la seconda per grandezza
dopo il Duomo. Se era una scommessa da parte degli organizzatori che hanno
predisposto il programma (programma che ha preso avvio il 30 giugno scorso),
devo dire che è stata una scommessa coraggiosa e l’hanno vinta alla grande. Siamo
stati gratificati da un raffinatissimo concerto per voci sole, che non ci ha fatto rimpiangere l’assenza di strumenti. Ho scritto concerto perché
il verbo concertare indica “accordo”, “coordinazione” per eseguire qualcosa che
insieme si armonizzi. E cosa c’è di più perfetto di un coro di voci che cerca in
maniera perfetta la sua armonia? E può farlo senza strumenti e senza pregiudicarne
la bellezza, come è accaduto ieri sera. Ricordiamoci, altresì, che un coro
polifonico vocale agisce come un insieme strumentale: esegue melodie con
registri e toni differenti, con coloriture differenti, ma che trovano un
accordo perfetto nella fusione dei timbri, nelle caratteristiche delle singole
voci. E di voci “Stile Antico” (proprio così, Stile Antico in lingua italiana;
e l’omaggio alla nostra tanta vituperata meravigliosa lingua non poteva non far
felice uno scrittore come me che da anni ne difende la bellezza contro i
barbari e i denigratori), un ensemble londinese che può vantare un robusto
curriculum internazionale, ne esibiva quattro: tre da soprani, tre da alti, tre
da tenori e tre da bassi. Mi permetto un’altra breve divagazione necessaria,
solo per segnalare che il canto, il suono puro della voce, è nato prima
di ogni strumento, prima delle note messe sul rigo di uno spartito. Il canto
degli uccelli, il fischio degli uomini, il tambureggiare della pioggia c’erano
prima che uno strumento li imitasse. Le mondine cantavano assieme senza
strumenti di accompagnamento nelle risaie. Le donne della mia infanzia
cantavano a più voci e in coro la villanella mentre spannocchiavano le spighe:
un coro robusto, un coro armonioso: a volte allegro e gioioso, a volte malinconico
e dolente. Mio nonno cantava dall’alto del gelso bianco e noi lo imitavamo
reggendo dal basso un enorme candido lenzuolo bianco su cui una cascata di
frutti maturi, scendeva come una pioggia benigna. Io cantavo e fischiavo come
un fringuello spensierato, e lo faccio ancora oggi anche per strada, in questa
città a volte triste e fin troppo rumorosa, per ricordare a me stesso che non c’è nulla di
più umano e fraterna della musica, del canto.
Mi sono sembrate così bene accordate, così armoniosamente fuse,
le voci dei componenti di “Stile Antico” – anche se non c’era un maestro a
guidarli in questo omaggio a William Byrd e ai suoi allievi (Thomas Morley,
Peter Philips, Thomas Tomkins) – che Quomodo cantabimus, Factus est repente, Laudibus
in sanctis, Ecce vicit Leo e il resto, non ci hanno per nulla fatto sentire la
mancanza di strumenti di accompagnamento. Pareva, a volte, di sentire il
sottofondo di un basso continuo, la traccia di un organo, il vibrare di uno strumento
a corda, tale era la magia delle voci. Ed avrebbero potuto insistere per minuti
e minuti solo su una semplice esclamazione come l’ alleluia, nient’altro, e
noi non ci saremmo saziati di gustarne il suono, l’armonia, le variazioni, gli
alti e i bassi, il robusto e gli acuti. Miracolo della voce umana, e delle sue infinite possibilità.
giovedì 27 agosto 2026
L’ITALIA E LA GUERRA
Il sentimento della
gente

Samuele Scognamiglio
Vittime senza parola
![]() |
Samuele Scognamiglio |
Popolo sovrano: un cavolo! Non abbiamo deciso
niente e non decideremo mai niente. L’Ucraina non ha rispettato gli accordi di
Minsk violandoli ripetutamente per poi gridare: “Al lupo al lupo! la Russia mi
invade”. Gli accordi si rispettano sempre. Ma forse i colonialisti europei
(Francia e Inghilterra) non vedevano l’ora di far guerra con e contro
qualcuno. E saranno accontentati, la Russia non scherza. Purtroppo l’Italia si
è fatta trascinare in questa guerra. Io sono sessantenne e bene o male la mia
vita l’ho fatta, ma i miei figli e nipoti me li sto già piangendo. È un mondo
che non mi piace più. [Grazia Piscopo]
GUERRA SENZA FINE

A sinistra il laburista guerrafondaio
Il gioco “Putin è Hitler, la Russia è la Germania nazista” in
Occidente, soprattutto nel Regno Unito, continua imperterrito. Parlando a Kiev,
il Primo Ministro britannico Burnham ha paragonato la lotta dell’Ucraina alla battaglia
della Gran Bretagna contro la Germania nazista: “La mia nazione ha tenuto viva
la fiamma della libertà europea nel XX secolo; voi dovete mantenerla viva nel
XXI”. Questo tipo di retorica indica che Londra ha scarso interesse per seri
negoziati di pace. Suggerisce invece la determinazione a continuare ad
alimentare il conflitto e a usare l’Ucraina come pedina nello scontro tra
Londra e Mosca. Questa è una pessima notizia per i comuni cittadini ucraini,
che continuano a pagare il prezzo più alto per le ambizioni e i giochi politici delle élites al potere. Ma è un’ottima notizia per Zelensky e
la sua cricca corrotta e, naturalmente, per ogni produttore di armi che trae
profitto da una guerra senza fine.
Marta Havryshko
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| A sinistra il laburista guerrafondaio |
MINIMA
IMMORALIA
A proposito di
rincoglionimento europeo, Mario Draghi, dopo essersi prestato al gioco sporco
di von der Leyen, i cui unici interessi sono il riarmo e la guerra alla Russia,
prova a rimettersi in gioco con un tink tank, e a rilanciare le sue
proposte. Il problema è che non capisce che l’epoca dell’Europa fatta dai
tecnici è finita, ed è finita con la caduta dell’Unione Sovietica, quando gli
Stati Uniti hanno imboccato la strada dell’unipolarismo, ossia hanno dato
libero sfogo alle mire imperialistiche. Il risultato dell’illusione che tutto
procedesse come prima è che l’Europa è scivolata di nuovo nel baratro della
guerra, se non esce in fretta dal quale, ciò che l’aspetta è la miseria o la
cenere. La via d’uscita dal baratro è naturalmente la pace, non una pace
qualsiasi, ma quella che passa per lo scioglimento della NATO, e un patto per
la sicurezza comune con la Russia. In altre parole, il rilancio dell’Europa non
passa per le riforme economiche, ma per l’unità politica. Questa a sua
volta passa per il risveglio della passione politica, la quale può essere
sollecitata solo dall’obiettivo della sovranità, dalla volontà di progettare il
futuro in termini di progresso sociale, oltre che di sviluppo
economico, in una parola, da una strategia (non è necessario aggiungere
politica). Enrico Letta che non è tra i promotori, forse per rivalità
personale, o forse perché ha capito, sebbene si tratti di un’ipotesi poco
credibile, che il problema dell’Europa è politico. [Franco Continolo]
DAL RISIKO AL PALIO BANCARIO
di Alfonso
Gianni
La contromossa di Luigi Lovaglio, il ceo del Monte
del Paschi di Siena, per fermare la scalata di Intesa Sanpaolo, ha reso ancora
più complessa ed incerta la situazione del panorama bancario italiano, e non solo.
Poiché la vicenda è piuttosto intricata e il risiko sta trasformandosi in un
tormentone destinato a bypassare l’estate, è bene ricapitolarne alcuni passaggi
essenziali, anche perché in questa vicenda date e successioni delle mosse
possono avere una certa rilevanza. Lo scorso 8 giugno, l’amministratore
delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, lancia un’offerta non concordata su
Mps, per una entità di circa 36 miliardi, prevedendo, anche per sfuggire agli
eventuali ostacoli che l’Antitrust potrebbe frapporre, di inglobare
nell’operazione Unipol, lasciandole rilevanti parti della banca senese così
conquistata. Ma trattenendo per sé Mediobanca, inclusa l’ambita quota del
13,32% di Generali.
Intanto Unicredit – che nel novembre del 2024 aveva
tentato di “mangiarsi” il Banco Bpm, ma aveva dovuto rinunciare perché il governo, con il particolare
attivismo della Lega, aveva posto troppe condizioni perché l’operazione potesse
andare in porto – ha per il momento preso le distanze dal risiko nella sua
versione italiana, concentrandosi, finora con successo, malgrado il non
gradimento del governo di Merz, sulla conquista della quarta banca tedesca, la
Commerzbank, arrivando a detenere quasi il 49% del pacchetto azionario.
Alla vigilia del Ferragosto,
Giorgia Meloni, con ogni probabilità a conoscenza delle intenzioni di Lovaglio,
rilascia un’intervista a Milano Finanza
nella quale, contraddicendo con nonchalance
una sua precedente dichiarazione che definiva concluso l’intervento governativo
nella vicenda Mps, insiste sulla necessità di mantenere il nome e l’integrità
della secolare banca senese. Ma era stato proprio il Tesoro nel novembre del
’24 a vendere il 15% delle azioni di Mps, che finirono a Banco Bpm, Anima,
Francesco Gaetano Caltagirone e alla Delfin degli eredi Del Vecchio. E sono
proprio le modalità di quella vendita che non hanno convinto la Procura
milanese che ha aperto un’indagine al riguardo. In ogni modo l’intervista della
Premier rappresenta un assist che Lovaglio non si lascia sfuggire.
Ecco dunque partire la proposta
dell’amministratore delegato di Mps che consiste in una ambiziosa doppia
operazione di carattere straordinario, ovvero una Ops (un’offerta pubblica di
scambio di azioni e titoli) su Banco Bpm e contemporaneamente su Banca Generali
(la Banca che si occupa di piccole e medie imprese e credito per le famiglie) di
cui Assicurazioni Generali possiede il 50,1%. La notizia è stata accolta
piuttosto freddamente daimercati, a giudicare dall’andamento in Borsa in questi
giorni delle societàdirettamente implicate nella eventuale operazione.
All’estero l’annuncio ha subito dure stroncature. L’autorevole Financial Times non l’ha mandato a dire
e ha scritto con insolita durezza: “Le società che ricevono un'offerta non
richiesta hanno a disposizione numerose opzioni. Possono intavolare una
trattativa, fare ostruzionismo, difendersi strenuamente, oppure fare qualcosa di completamente folle. La
banca italiana Monte dei Paschi di Siena sembra avere optato per quest’ultima
strada”.
Tuttavia la grande letteratura ci
insegna che anche nella follia c’è un metodo, una qualche logica che conviene
considerare. Nel caso della mossa di Lovaglio credo si tratti, per dirla in
parole semplici, del suo tentativo di ingrandire, ingrossare e potenziare Mps
al punto da renderla un boccone troppo grosso perfino per Intesa Sanpaolo. Ma
se questo è il disegno non pare scaldare gli animi nemmeno di coloro che
dovrebbero sostenerlo in prima persona. Prova ne sia l’andamento del Cda della
banca senese che non ha registrato l’unanimità sulla proposta, ma ha visto
astensioni che non possono essere sottovalutate e ancor più conta lo
scetticismo diffuso tra i principali azionisti della banca senese. D’altro
canto Lovaglio ha ostacoli non piccoli davanti a sé. Il primo è costituito
dalla necessità di ottenere la maggioranza dei due terzi a favore della sua
proposta nella Assemblea convocata per il 29 ottobre. La maggioranza
qualificata è resa necessaria dalla condizione di passivity rule, cui Mps è sottoposta essendo oggetto di una Ops
(quella di Banca Intesa). Cosa faranno Delfin e Caltagirone in quella occasione
non è né chiaro né ad horas
prevedibile. Va tenuto, direi soprattutto, conto che Bpm ha come azionista
quasi al 30% Credit Agricole, il quale
non ha nessun interesse ad abbandonare la sua rilevante posizione in Bpm per
diventare un socio di minoranza in una Mps ingigantita.
Si parla in queste ore nei vari
commenti giornalistici della eventualità che Lovaglio possa cedere una parte
non piccola del 13% di Generali per acquisire risorse finanziarie da mettere
nel quadro delle Ops da lui avanzate che non possono reggere o non sono
sufficientemente appetibili se sorrette soltanto da scambi azionari. Ma se
questo avvenisse si aprirebbe una contesa per crescere dentro Generali da parte
di diversi attori del mondo finanziario, destabilizzando la situazione e quindi
ottenendo un esito contrario al desiderio di mantenere protetto il tesoro
rappresentato dal Leone di Trieste: 900 miliardi di capitali gestiti, 40
miliardi investiti in titoli di Stato italiani alla metà dell’anno in corso. Come
si vede le difficoltà e le contraddizioni che questa complessa operazione ha
innestato sono molteplici e difficilmente componibili. In questa situazione
colpisce l’assenza di visione delle forze politiche e l’eterogenesi dei fini a
cui pervengono le loro iniziative. Gli esempi non mancano. L’intervento del
governo per impedire la conquista di Bpm da parte di Unicredit nel 2024 ha
avuto come conseguenza il facilitato incremento di Credit Agricole nel Banco. Alla faccia della difesa della
italianità tanto sbandierata dai sovranisti nostrani. E se il processo di
ristrutturazione andasse in porto, l’eventualità di vedere filiali in giro per
il Nord del Paese non più con l’italica insegna ma quella dei vicini francesi,
è un altro degli incubi del declinante Salvini. Così la polemica meloniana
sull’eventuale “spezzatino” cui darebbe luogo la proposta di Intesa Sanpaolo appare
quanto mai strumentale, dal momento che anche l’ipotesi, per ora alquanto
confusa, di Lovaglio, comporterebbe anch’essa alla fin fine una sorta di
“spezzatino” e soprattutto l’apertura della sfida per una nuova composizione
delle presenze in Generali. E ancora: Meloni, in nome del libero mercato, critica
il governo tedesco perché interviene ostacolando l’azione di Unicredit su
Commerzbank e poi essa stessa si fa paladina di sostenere una opzione piuttosto
che un’altra nella vicenda Mps.
Ma quello che colpisce ancora di
più è il modo con cui viene trattato un tema che dovrebbe essere al centro dei
programmi nella prossima campagna elettorale – al di là del risiko bancario, si
pensi all’Ilva, per fare un solo esempio – e sul quale quindi si pretenderebbe,
soprattutto da parte della attuale opposizione, che le idee fossero più chiare.
Non è così. Discutere se il governo debba o no intervenire nelle grandi
questioni economiche, soprattutto quando sono gioco l’occupazione, l’ambiente,
il risparmio, l’allocazione delle risorse, insomma scelte fondamentali che
indirizzano il futuro appare a dir poco anacronistico. Dopo la sbornia del
neoliberismo si è constatato che esso non è mai esistito nella forma pura decantata
dai suoi teorici. In modalità più o meno evidenti o pesanti il capitalismo,
anche nella sua dimensione attuale di finanzcapitalismo, si è sempre
appoggiato allo stato, a governi a lui favorevoli. “Noi siamo per definizione
amici del governo” diceva Gianni Agnelli. La novità è che oggi la potenza del
capitale è tale da potere accettare, se necessario, lo scontro anche con quei
governi che esso stesso ha contribuito a insediare. E comunque a tenerli in una
condizione di intimorimento, come in questo caso, vista l’entità dei titoli di
Stato in possesso delle banche.
Ma il problema non riguarda solo
le forze di governo, ma anche, e più drammaticamente dal nostro punto di vista,
quelle dell’opposizione. In un primo momento il Pd ha deciso di affidare la
questione agli esperti del settore. Un profilo minore, diciamo. Ne è nata la
dichiarazione di Antonio Misiani che accusava la Meloni di fare il banchiere,
mentre il Pd si occupava del territorio e dei cittadini senesi. Non a caso la
stampa, compreso la Repubblica con
qualche imbarazzo, annotava una convergenza fra il Pd e la Meloni a favore di
Mps. Poi è arrivata la intervista a Milano
Finanza del 22 agosto alla segretaria Elly Schlein che afferma: “A
differenza della destra, noi pensiamo che il Governo non debba intervenire a
gamba tesa sul risiko bancario. Decida il mercato. E questa posizione resterà
tale anche se saremo chiamati a responsabilità di governo”. Con il che ci si
può legittimamente domandare a che serve andare al governo se poi è il mercato
a decidere.
FRAMMENTI
DI VENTO
di Carlo Di Legge

Un primo piano di Talarico
Scrive il prefatore del libro che la poesia di Raffaele Talarico,
sono oltre vent’anni dalla morte, «continua
a parlarci con forza e limpidezza,
invitandoci a un ascolto più profondo di noi stessi e
del mondo. In queste pagine vive una voce che non si spegne: si rinnova nell’incontro con ogni nuovo lettore».
Senz’altro una delle aspirazioni di chi scrive versi è
sperare che la sua parola gli sopravviva. La vicenda di questa poesia che
continua, anche per la «dedizione» della figlia, che inserisce una sua dedica
al padre – «viandante dell’anima» – anche per questo aspetto coinvolge: sempre in
prefazione, la si indica anche come presa di consapevolezza da parte di un uomo
rimasto fedele in qualche modo alle origini nel Sud dell’Italia, ma che ha
trascorso gran parte della vita tra importanti città del Nord, in particolare Genova
e Milano, che infatti sono motivo di due sezioni su tre; insieme e prima Genova
e la Liguria, che fanno la parte del leone con ben quarantanove testi nella sezione
di apertura (i più sono per Genova, con alcuni dedicati a località e città come
Sestri Levante, Varazze, Brignole, Chiavari, Pegli …), mentre su Milano, a cui
si dedica la parte centrale, le poesie sono nove. Le rimanenti undici, nella
terza parte, Luci sparse, includono
Venezia e Lugano, nonché le vicende della Bosnia, e testi di impegno civile, di
cui pure dice D’Andrea. Ometto di aggiungere altro sulla terza parte per
lasciare al lettore che lo desideri il piacere di leggerla senza altro mio
intervento; se si escludono i brevi riferimenti che ho dato, i registri della
poesia qui sono pressappoco quelli delle altre due sezioni, su cui invece mi
sembra il caso di dire di più.
Mi domando sempre, accingendomi a una lettura di poesia,
di quale tipo di poesia si tratti: qui i testi sono in verso libero ma si vedrà
che risultano tutti dotati di un loro equilibrio formale, da poeta colto, con quella
misura propria di chi sa dire le cose usando bene la parola. La distinzione tra
forma e contenuto viene superata nell’uso appropriato e spesso musicale della
lingua, come si vedrà. Soprattutto
v’è Genova, la città viva e movimentata di lavoro e di tempo sedimentato nella
storia (come in Tre caravelle a Genova,
evidente riferimento alla storia di Colombo ma anche al sapere della historia rerum gestarum), sotto la
luce-simbolo pulsante della Lanterna, che affascina e attrae: in Palazzo Ducale, L’immaginazione
presa di memoria porta a rivivere: S’è
desto il Doge, / e la deserta quiete / di Palazzo Ducale / del suo passo
risuona…/, grazie alla parola
la città diviene vivente, diviene cioè attiva d’una vita seconda oltre la
propria autonoma vita, dovuta agli uomini vivi e alle stratificate opere di
vite passate: si veda Via Prè – vivace
di giorno, peraltro pronta ad animarsi di vita del tutto diversa, la notte. O Via
del Campo… o altri nomi-titoli di viventi luoghi. Ecco, si tratta di
un’idea di come Genova, l’antica e ormai decaduta ma sempre viva città di mare,
parli all’animo del poeta: (…)
vola Ligure ardore / tra le genti, / bersaglio / il mondo intero.
Il peso della storia e la
enormità delle sue rovine non impediscono il colore e le singolarità anzi le
implicano: è il caso della umanissima gattara,
nell’episodio dell’amica dei gatti. La suggestione del paesaggio e della storia si unisce a
memoria del vissuto, come in San Lorenzo,
riportando a più d’ una sfumatura del sacro, di momenti significativi, nelle
chiese, come nelle vie, nelle piazze. Momenti del paesaggio urbano si fanno persona sensuale, in Vico del Fieno
o in Piazza Nuova, ch’è insieme uccello, e
donna, “docile, tenera amica”, alla quale essere attenti. Parla la effimera figura
d’un istante che non torna, in Torriglia:
«la grafia delle rondini gorgheggia/ un messaggio piumato:/-
Tornerai? – /Sì, tornerò»: è la consapevolezza della
caducità (Santa Maria delle Vigne). Eco
del Novecento italiano, a partire mi sembra non solo da Ungaretti, col quale pure
il poeta ebbe contatti, ma in questo caso endecasillabi, dotati d’una eleganza
e leggerezza del tutto proprie, con vaghissime suggestioni, forse, di Ossi di seppia e di Meriggiare pallido e assorto (non per niente, soprattutto di
Liguria, anche in quel caso, si trattava…). Una musicalità molto sorvegliata si
accompagna al verso breve, alle rime occasionali, alle assonanze: rivolto a
Genova. In Villa Croce, dove il mestiere del poeta è evidente eppure
quasi scompare, nella freschezza del verso endecasillabo in rima non del tutto regolare
del componimento, con la prima quartina in ABBA, e la quarta-quinta-sesta (e
ultima) quartina in ABAB. Oppure sta nel ritmo, come in Darsena.
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| Un primo piano di Talarico |

Veduta di Genova
La vita lavorativa – id
est, la vita creativa, portò Talarico non soltanto a Genova e Milano ma
anche all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, tornando così nella realtà, e non
solo nell’immaginario o simbolicamente, alla propria terra. In tal modo,
riprendendo almeno in parte nella nativa Calabria senza mai interrompere i
contatti al Nord, anzi rendendoli più significativi, l’autore descrive un
cerchio che non tiene mai fermo, animandolo sempre di una fertile circolazione
dello spirito tra i luoghi e le culture, con punte del singolare nell’insofferenza
(Boccadasse: «l’irritante /vischioso nembo /dei ristoranti /impossibili») e
in impegno civile di cui ho detto: lo testimoniano la biografia, le iniziative culturali,
anche nelle scuole oltre che in Accademia, le mostre di pittura, i premi di
poesia vinti – alla sua memoria, per discutere della sua attività, si
organizzano convegni e si pubblicano libri.
La seconda parte del libro non cambia sensibilmente per
qualità di scrittura poetica; sempre si tratta della unione del singolare
vivente con il respiro della grande città e con la sua storia, con i suoi
luoghi pubblici e privati e perfino le sue linee di trasporto pubblico – chi ancora oggi si muove dal Centro (Stazione
Centrale) per Milano sud e viceversa conosce bene “la 65” e difatti Sessantacinque titola una poesia; rispetto
alla parte precedente, anche, varia qualcosa, trattandosi di Milano. Il primo
testo della serie mi pare importante, rendendo esattamente l’individuo alla
moltitudine quasi fatta persona, restituendo il sentire l’atmosfera del passaggio
tra la città che dorme e il suo risveglio, in solitudini di cani e barboni
notturni, e il fare del giorno, il suo animarsi di «generoso scalpiccio per le
scale» nel «Milano trabocca per via» che ben conosce chi vi ha avuto qualche
familiarità. Forse proiettivo, con una punta di solitudine (stavolta, sarà invece
il singolo rispetto alla “folla solitaria”?) il secondo testo, titolato a Piazza Duomo: “Io resto assorto nella piazza enorme, / davanti al Duomo che deserto imbruna; / trascorron lievi le tardive orme / fin delle guglie
all’invisibil cruna, /
pensoso, immoto come affascinato, / e l’ombra mia s’allunga sul selciato”.
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| Veduta di Genova |
Raffaele Talarico
Frammenti di vento
– Poesie
A cura di Filippo D’Andrea
Macabor Editore, 2026
Pagine 146 € 15,00
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