UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 31 maggio 2026

LA SCOMPARSA DI EDGAR MORIN
di Franco Astengo


Edgard Morin

La mia sinistra e il “Socialismo della finitudine”.
  
È morto Edgar Morin: a 104 anni uno degli ultimi maîtres à penser della cultura contemporanea. Sociologo, filosofo, antropologo e epistemologo: un “intellettuale onnivoro”. Mi permetto di ricordarlo per un passaggio di pensiero che mi fa ritornare ad un testo di Felice Besostri, la cui mancanza proprio in questi giorni non è mai stata così forte nella sinistra italiana.
Nel luglio 2014 sul blog “Perché la sinistra” compariva infatti un testo di Felice che prendeva spunto proprio dal libro di Morin Ma gauche (Erickson, Trento 2011): “La sua sinistra è anche la mia, quella che ricomponga i suoi filoni ideali storici : socialista, comunista e libertaria con l’aggiunta dell’Ambientalismo e dei diritti umani e civili. Si parla dei filoni ideali, perché le loro realizzazioni storiche hanno deluso, mentre gli ideali non tradiscono mai. La situazione attuale della sinistra è peggiore che 100 anni fa. Ora come allora la sinistra è divisa, ma almeno allora si divideva tra socialdemocratici e comunisti su come arrivare ad una società socialista, non per avervi rinunciato. Allora si pensava che il Partito dovesse prefigurare la futura società. Se ne fossimo ancora convinti ci sarebbe da averne paura. Sappiamo tutti come è la vita interna ai partiti. Cosa manca alla sinistra per aspirare a governare il paese con suoi uomini e donne e suoi programmi? Si pensa che non ha un leader carismatico. Sbagliato! È la mancanza di sintonia con la maggioranza dei cittadini, quelli che hanno pagato e pagheranno la crisi. Più che di un leader abbiamo bisogno di tante persone assolutamente normali che vivano insieme ad altri come loro, ne ascoltino le domande anche se non hanno subito le risposte, ma si impegnano cercarle. C’è una crisi della rappresentanza e perciò della democrazia, anche perché ci si è fatti abbagliare a sinistra dai miti della governabilità, ma anche perché abbiamo separato la rappresentanza dalla sua organizzazione. Denunciamo che i poveri assoluti sono passati da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila. È un dramma che non si traduce in un aumento dei consensi per chi ritiene che sia intollerabile. Ci sono anche 2 milioni e mezzo di depressi, che non si aggiungono ai poveri assoluti, è molto probabile che i poveri assoluti siano anche depressi. Perché questo fatto, la mancanza di consenso tra chi è emarginato, non è al centro delle nostre riflessioni? Che è poi l’unico modo per rendere credibile il legame indissolubile tra libertà democrazia e socialismo. Quello cui credo perché lo ripeto sono qua da socialista, e i socialisti devono ritrovare piena cittadinanza nella sinistra”.

Fin qui Felice Besostri nell’occasione citata.



Su quella base elaborammo assieme l’idea del “socialismo della finitudine” le cui basi politiche ancora nel 2020 così eravamo capaci di riassumere: Siamo nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata, a partire dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei partiti di massa.
È questo, della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo della finitudine”. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma di una aggregazione politica così teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico”.



È questo, della presa d’atto dell’avvenuto mutamento di paradigma, il senso di una proposta d’analisi che mi sono permesso di definire come del “socialismo della finitudine”. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma di una aggregazione politica così teoricamente impostata dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico”.
Felice Besostri ci ha lasciato nei primi giorni del 2024, Edgar Morin adesso: possiamo considerare l’idea del “socialismo della finitudine” un lascito di entrambi.

POETI STRANIERI
di Anna Rutigliano


J. K. Stefansson


Il binocolo, a cui, il poeta islandese Jón Kalman Stefánsson, autore della presente raccolta poetica, Quando i diavoli si svegliano dèi (Djöflarnir taka á signáðir og vakna sem guðir), Iperborea, 2023, pagg.160, (con testo originale a fronte, tradotto da Silvia Cosimini), affida le proprie osservazioni/intuizioni del mondo sia naturale che artificiale, dalla finestra del terzo piano di un edificio di Reykjavіk, presso cui abita, non sempre restituisce immagini nitide del paesaggio circostante, complici l’aurora boreale, lo scioglimento dei ghiacciai ed il mare pieno di plastica. Un terzo occhio interiore, infatti, agisce simultaneamente alla lente di ingrandimento binoculare di Stefánsson: esso sembra essere racchiuso tutto in una congiunzione ( Eða=oppure), apparentemente piccola e circoscritta,  ma che invece espande la prospettiva di libertà del poeta/individuo sul mondo, a seconda che si scelga di vivere coraggiosamente o si opti per il niente (O - questa congiunzione pacata, modesta o forse allora non è una congiunzione ma dubbio, disperazione, paura, speranza, ottimismo, è il ponte che regge ogni cosa.). 



Così, per Stefánsson, la cui epoca presente è pervasa dalla filosofia della morte in ogni dove (e la Morte, come il cielo- la vediamo ovunque andiamo), ricalcando i versi shelleyiani di Death is here and there (la morte è qua e là),  le catene montuose islandesi, non sono leopardianamente indifferenti alla condizione umana, non rappresentano mera roccia brulla, fredda e desolata, tali da obbligare il poeta a peregrinare per il mondo, rifuggendo dal dolore, semmai esse fendono il buio per elevare l’anima, in cerca di spiragli di luce, al vasto cielo, tingendosi di rosa in un mattino ottobrino (è bello vedere i monti quando si guada fuori, abbiamo bisogno di fare affidamento su di loro, abbiamo davvero bisogno di fare affidamento su tutto ciò che si innalza, che fende il buio, che accoglie più luce e ci offre una prospettiva.), oppure, possono personificarsi in grandi politici, in quanto dovrebbero essere i presidenti degli Stati Uniti, della Russia e della Cina. La fusione totale del poeta con la natura raggiunge, poi, il suo apice, nel processo di deificazione di Tíra, suo fedele amico cane, nel Dio che fa anche bei sogni


Il poeta con Tìra

A Tíra, così come ai suoi simili a quattro zampe, Stefánsson, infatti, dedica una poesia dai toni teneri, scorgendo nella sua figura, la terapia che lenisce ogni tipo di solitudine sino a non dover più avere bisogno del cielo o di un dio su cui fare affidamento, anche se materialmente il suo nome non sarà mai il titolo delle vie cittadine del mondo. (Tíra significa piccola luce… lo so che Reykjavіk non le intitolerà mai una strada, eppure è una luce che fende il buio, desidera solo essere amata desidera solo amare, mi accoglie ogni volta come se meritassi di vivere). Come nel “Doppelbereich” rilkiano dell’esistenza, nel “doppio regno” di Stefánsson, il cui novantasette per cento è costituito da morte ed il sette per cento di vita, noi abitanti del pianeta terra abbiamo, tuttavia, una missione fondamentale per salvare quella piccola porzione restante di esistenza: vivere come unico scopo, che non solo vada oltre il sentimento di “Söknuður” (del rimpianto) della persona amata dipartita e delle persone a noi care, in generale, ma che abbia, soprattutto, il sapore della “Hlatúrinn” (della risata) di un bambino che si addormenta diavolo e si risveglia angelo/dio, perché il futuro, negli occhi del poeta, poggia speranzosamente sulle gracili spalle dei bambini. Vivere è anche sfidare la legge  gravitazionale terrestre che ci  incatena i piedi senza alcuna possibilità di volo, dettaglio sfuggito ai più grandi filosofi, nelle osservazioni di Stefánsson, (vivere non è uno standard internazionale né un marchio registrato, vivere è superare la forza di gravità del tempo nella testa, lasciare che siano le dita dei piedi ad invecchiare), per non essere relegati e puniti nel quarto girone infernale dantesco degli “avari di ideali” (la voce più alta, è quella ovvio, del quarto girone: “sanzione per la rinuncia ai tuoi ideali”).



Nella tensione amletica fra “Líf og Dauði”, (fra vita e morte), il nostro poeta di Reykjavіk, pertanto, affida alla scrittura poetica il ruolo di ponte di connessione col regno degli invisibili: la poesia di Stefánsson è la lira dell’Orfeo rilkiano che con la musica, come il canto degli uccelli in natura, come le note di Bach, si adagia, sia pur dolorosamente, sul nostro cuore ostinato e pulsante alla velocità di un trattore, per rendere visibilmente eterna l’esistenza: eru skáldin celeb eilífðarinnar (i poeti sono le celebrità dell’eterno).

PARTITA DOPPIA
di Alessandra Paganardi


Alessandra Paganardi
(foto: Angelo Gaccione)
 
L’amore non si merita – si dona
ma questo io non l’ho capito mai
– mi dicevano: impegnati, sta’ buona,
meriterai l’amore che non sa
 
Molto tardi ho capito che l’amore
non è questione di ragioneria
magari non farà rima con cuore
ma ancor meno con computisteria
 
in fondo è proprio come respirare
non ha partita doppia il sentimento
non si misura con avere e dare
 
non è padrone della pioggia il vento
non puoi cambiare le onde del mare
  ama, solo di questo sii contento.

 

 

SCRITTURE POETICHE
di Alida Airaghi
 

Silvia Rosa


Quando la poesia riscatta un’infanzia non poetica.
 
Silvia Rosa è nata, vive e insegna a Torino: ha pubblicato diverse raccolte di poesia, collabora a blog e riviste letterarie, ed è impegnata in importanti progetti educativi rivolti a donne italiane e straniere, relativamente ai temi del gender e dell’emigrazione. Questa sua particolare sensibilità per le problematiche sociali, insieme alla formazione psicopedagogica e all’interesse per la poesia, dal punto di vista critico e di produzione diretta, risulta palese nella sua ultima pubblicazione in versi, L’ombra dell’infanzia.
Le sette sezioni in cui si suddivide il libro (C’era una voltaL’ombra dell’infanziaTutta tenebreIl dio dei bambini rottiDecalogo di sopravvivenza di bambine sotto scaccoCiò che hanno fatto di noiIl gioco delle nuvole) evidenziano già nei titoli il senso drammatico dell’argomento affrontato: l’abuso sessuale e psicologico subito dalle bambine. Un’ombra che vela, avvolge, incupisce i primi anni di vita prolungandosi poi a condizionare l’intera esistenza di donne che hanno patito esperienze di violenza. Il volume è infatti dedicato Alle sopravvissute, a coloro che sono rimaste segnate per sempre da una scandalosa e imperdonabile sopraffazione.
Chi è “questa bambina / spigolosa dalla chioma tutta tenebre / e la sottana strappata”, la bambina protagonista dei versi, personificazione di tutte le bambine derubate dell’innocenza e della spontaneità, costrette nell’inferno del terrore, della rabbia, del rancore infinito? Silvia Rosa la descrive con parole intenerite, commosse ma anche furenti e scandalizzate: uccellino smagrito, bambina sottile, bambina libellula, “quintessenza della solitudine, / un bocciolo di fiato al vento”, “bambina piccina cuore friabile / sbranato a morsi”,  “bambina solissima, scricciolo della / foresta più fonda, sei un cagnetto / che abbassa la testa”, “la manina schiusa volteggiando in cielo / come una rondine senza primavere”, raccontando di lei lo spaventato stupore, i desideri infantili disattesi (compleanni e natali trascorsi nella finzione), il desiderio naturale di essere amata e di attirare l’attenzione altrui. E poi l’ingiustificato senso di colpa, il rimorso per i propri sentimenti ostili, la vana richiesta di aiuto e solidarietà da parte del mondo adulto…



Come può reagire la piccola vittima di fronte a un tale dolore? Con un avvilito mutismo, in primo luogo (“la bambina si agglutina e / si annicchia, sbranata dal buio”), in seguito sforzandosi di risultare sempre più docile e amabile, poi vergognandosi del proprio corpo, da rivestire e camuffare con abiti sgraziati, da punire inconsciamente attraverso la negazione o l’eccesso del cibo (“diventare una mappa d’ossicine in rilievo”), infine lasciandosi andare all’aggressività, al desiderio di vendetta.
Silvia Rosa nella nota finale del libro afferma di avere composto questi versi basandosi sulle suggestioni derivate da alcuni testi sulla pedofilia e i soprusi familiari, in particolare riflettendo sulle parole di Neige Sinno in Triste Tigre (Neri Pozza 2023). Ovviamente la sua preparazione psicopedagogica, insieme al lavoro di ascolto e indagine attiva con donne abusate, ha determinato la forte denuncia politica che sta alla base della sua scrittura. La domanda se abbiano inciso dolorose esperienze vissute in ambito personale riveste poca importanza, rispetto alla decisione di servirsi dello strumento poetico per raccontare la sofferenza femminile.
L’angoscia infantile viene rielaborata utilizzando di immagini tratte da fiabe universalmente conosciute e l’inserimento di filastrocche giocose, con l’intento di attenuare la tensione: “Formichina formichetta, che cammini in fretta in fretta”, “fuoco fuochino, / fuoco delle mie brame”,Stella stellina, la notte s’avvicina / la fiamma traballa”. Come giustamente commenta nella sua partecipe e acuta postfazione Franca Alaimo: “C’è tutto il repertorio fiabesco, ma rielaborato in chiave lirico-saggistica”.



La poetessa affronta anche il mondo brutale e vile che circonda la bambina violata, e usa termini di totale disprezzo al riguardo, partendo dalla figura genitoriale autrice della violenza – padre o patrigno –, che anziché essere protettivo e affettuoso, assume le sembianze dell’Orco, della Bestia, del Mostro, del Buio, del Lupo nero, nell’imporre con tracotanza “il suo tuttopotere” osceno. Per continuare con la madre complice nel proprio silenzio, accampante scuse non credibili (“Non mi ero accorta di niente”), madre matrigna mentitrice, verso cui esplode un grido di ritorsione: “uccidi la madre / cattiva e poi rinnega quella buona, / non è mai esistita”. Infine, anche il Cielo impassibile diventa bersaglio della gelida avversione dell’autrice: il “Dio padre padrone”, “il dio dei bambini rotti” non ascolta, non risponde alle preghiere, così come le “Madonne zitte e insensibili come le madri”.
In realtà nessuno può capire il dramma di chi non ha voce per urlare, nessuno avrà mai la capacità di consolare. Nemmeno le istituzioni, gli psicologi, gli insegnanti hanno i mezzi, il tempo, la generosità o la volontà di immedesimarsi nella tragedia patita da chi rimarrà “damaged for life”, segnato per tutta l’esistenza.
In realtà nessuno può capire il dramma di chi non ha voce per urlare, nessuno avrà mai la capacità di consolare. Nemmeno le istituzioni, gli psicologi, gli insegnanti hanno i mezzi, il tempo, la generosità o la volontà di immedesimarsi nella tragedia patita da chi rimarrà “damaged for life”, segnato per tutta l’esistenza.



Ecco allora che Silvia Rosa appresta nei suoi versi un “Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco”, con indicazioni precise stilate in dieci paragrafi su come salvare se stesse senza cercare sostegno in un appoggio esterno. Tra queste regole, alcune sembrano tattiche di resilienza (scrivere, disegnare, tenere un diario, contare), altre hanno motivazioni psicologiche più profonde: mentire, dissimulare, adeguarsi a ruoli prestabiliti, non confidare la propria angoscia, praticare l’opposizione esplicita verso gli adulti, credere in se stesse. “Costruisci mattoncino dopo mattoncino la tua corazza / di salvezza”, fai della ribellione / la tua seconda pelle, diventa una bambina terribile”, “il tuo obiettivo è restare viva, non intera”.
Nelle poesie di Silvia Rosa la pressione del messaggio da veicolare sembra legittimamente sovrastare la ricerca formale, proprio per la forte istanza civile di denuncia che lo anima: ma l’intera struttura del volume rispetta un solido equilibrio compositivo, basandosi su collaudati artifici retorici, come le frequenti metafore e gli indovinati neologismi, nella volontà di elaborare un linguaggio già di per sé antitetico, conflittuale, scardinante la banalità comunicativa che prevale nella narrazione comune sulle violenze in famiglia.
 
 

Silvia Rosa
L’ombra dell’infanzia
Pequod, 2025
Pagine 83, euro 15
Postfazione di Franca Alaimo

 

I LIBRI “BUONI”



Ci sono libri che non scadono mai e anche se invecchiano, invecchiano molto bene. Sono passati 25 anni da quel lontano 2001 quando la Viennepierre pubblicò Milano la città e la memoria. Ventidue protagonisti della cultura raccontano e si raccontano (pagine 290 euro 18) su interessamento della poetessa Donatella Bisutti. Suo fu il merito, e bisogna dargliene pubblicamente atto. Fu un libro di successo, sia per il prestigio delle personalità con cui avevo conversato nel corso di un lungo arco di tempo, sia per l’attenzione della stampa e per le vendite. Riproporre il residuo di copie rimaste in magazzino a seguito della morte dell’editore Vanna Massarotti ci è sembrato doveroso, e chi lo acquisterà, questo ottimo e interessante volume, davvero non se ne pentirà. Testimoni di un lungo arco storico della cultura e degli eventi; testimoni di libri e di editoria; testimoni della vitalissima Milano del dopoguerra; testimoni della sua crisi morale; testimoni del clima di paura e di insicurezza; testimoni del suo disincanto. Non sono molte le copie disponibili e abbiamo deciso di proporle al prezzo simbolico di 5 euro per chi vive a Milano o nei suoi confini e può venirlo a ritirare; a 10 euro per chi vive altrove e dobbiamo spedirglielo. Ciò che si ricaverà sarà devoluto alle casse vuote di “Odissea”. 

Per richieste: latoestremo@gmail.com  Tel. 348 - 8760129

 


Gli Autori con cui ho conversato:
Gaetano Afeltra, Enrico Baj, Carlo Bo, Giuseppe Bonura, Carlo Castellaneta, Vincenzo Consolo, Maria Corti, Raffaele Crovi, Gillo Dorfles, Luciano Erba, Giuliano Gramigna, Gina Lagorio, Francesco Leonetti, Nino Majellaro, Ottiero Ottieri, Ferruccio Parazzoli, Fernanda Pivano, Giuseppe Pontiggia, Giovanni Raboni, Granfranco Ravasi, Lalla Romano, Arturo Schwarz.

LA FRASE DEL GIORNO
di Laura Margherita Volante 




 
La speranza ad ogni passo è l’inizio di un arrivo
”.

 

NON CI SONO BARRIERE
di Giuseppe Natale


 

Non ci sono barriere e recinti
non ci sono gabbie e gabbiotti
nei cieli tersi del firmamento.
 
Non si alzano muri e muraglie
non si tracciano confini e frontiere
nei cieli aperti del firmamento.
 
Non si fondano Nazioni e Stati
nei cieli accoglienti del firmamento.
 
Moltitudini di nuvole
libere comunità d’abitanti vaganti
popolano spazi infiniti.
 
Spicca il volo l’anima mia
con le ali della fantasia
verso diversi altri
empatici mondi possibili.
 
[Maggio 2026]

LETTERATURA
di Marco Sbrana



Gerard Murnane
 
L’eccedenza del linguaggio nota critica su Le pianure di Gerald Murnane.
*

Il mondo parla. A volte, in estasi placida, la sensazione di essere i destinatari privilegiati dei segni del mondo.

*
Piano il linguaggio, piana la parola. L’effetto è quello dell’aedo. Intorno a un fuoco acceso alla bell’e meglio, il saggio della comunità racconta la storia, che è, sempre, la Storia. Il virtuosismo non esiste in una prosa che tenta di replicare il parlato e, il che è più importante, il senso della trasmissione (orale in questo caso specifico). Studiando Franz Kafka, Walter Benjamin rilevava che della Verità, a restare, non era il contenuto, bensì l’atto del tramandarla. Il narratore in prima persona parla con la lingua soffusa di Kent Haruf all’interno di quello che, in fondo, è un progetto di autofinzione à la Carrère. Ché importante è l’Io ma, a differenza di quel che avviene nei romanzi del francese, più importante dell’Io è il mondo che lo circonda, che lo traduce. Siamo in pianura. Gerald Murnane deve girare il film Nell’interno. Le pianure lo sovrasteranno. Tale la trama, semmai, e chi scrive non lo crede, valga qualcosa. Lo sovrasteranno, sì, ma più corretto è il verbo “assorbire”. Le pianure di Murnane si adattano bene alla langue di Saussure. Sappiamo che nella sua linguistica chi parla non parla, ma è parlato. L’evento della parola dipende dal magma di differenza che è il sistema autonomo della langue. È impossibile scrivere senza scrivere della scrittura. Sicché il riferimento a Saussure, se ci pensiamo, non è poi tanto ardito. Quanto diciamo è già detto; non diciamo, siamo detti. Qual è il ruolo del soggetto non parlante ma parlato? Murnane tenta di dare come risposta la testimonianza. Che non è testimonianza di eventi (parole) ma testimonianza di luoghi (langue) Ricerca, dunque, oltre che testimonianza. Ma ricerca in sé fallimentare. Perché:
“Le pianure erano tanto immense che nessuno dei loro abitanti era mai sorpreso di sentire che comprendevano una regione che non aveva mai visto”.
 


Williams Carlos Williams

William Carlos Williams, sì, lo incontriamo, nella metafisica del quotidiano, nell’elevazione dell’inane. Carver. Lo si chiama minimalista, lo si inscrive nel “dirty realism”, ma i pavoni comparsi d’un tratto, i pasticceri in soliloqui assurdi, luci come da palco che si spengono d’improvviso, tutto in Carver, per via della sottrazione (dovuta a Gordon Lish) che applica restituisce, più che il “vero”, più che il “nudo e crudo”, la sospensione di un elemento isolato. Per questo alcuni critici lo hanno associato al realismo magico.
E poi Haruf: per gli analoghi scenari, per la prosa piana.
Le pianure segue il percorso del narratore all’interno della comunità della pianura, al fine di raccontarla in un film. Viene coinvolto nella “faida dei colori”; si introduce negli accesi discorsi dei latifondisti; ottiene la protezione di un mecenate.




Opera assimilabile, è chiaro, a Cuore di tenebra di Conrad ma senza il colonialismo, e quindi al capolavoro di Coppola Apocalypse Now ma senza l’atrocità del Vietnam. È anche Tempo di uccidere di Flaiano, ma senza guerra coloniale, solo meraviglia dell’esotico.
“Secondo i poeti noi veneriamo tutti la pelle chiara. Di sicuro, però, ci sono altri motivi per cui non permettiamo alle nostre mogli e figlie di indossare il costume da bagno, giusto? Sappiamo che d’estate la luce del sole può rendere una persona cieca alle possibilità che si trovano al di là delle pianure. E quando ci capita di vedere una turbolenza nell’aria, come un vortice d’acqua sopra la nostra terra a mezzogiorno, non ci voltiamo forse perché ci ricorda l’insensato ordine degli oceani?”
Perché il mondo ci ha preceduti, e necessariamente ci eccede. Non solo fisicamente, anche fisicamente, il che ha varie implicazioni, ma è il senso del mondo che è necessariamente e indefinitamente e da sempre differito.
“Perché anch’io sapevo che ogni volta che mi avvicinavo a una donna non volevo altro che apprendere il segreto di una particolare pianura.” E il mondo ci parla, ci traduce, ci abita (non lo abitiamo), ci parla (langue) e non ne parleremo mai a dovere. “Quali parole, quale macchina da presa potrebbe mostrare le pianure dentro ad altre pianure di cui ho sentito parlare così spesso in queste settimane?”
Sicché il compito dell’artista non può più essere uno stantio, ottocentesco, naturalistico rappresentare quanto piuttosto testimoniare il linguaggio, consci che sempre ci eccederà. La testimonianza non spiega; dialoga. Cosa c’è da spiegare? Non c’è teleobiettivo abbastanza profondo da cogliere il nocciolo del mondo. Verrebbe spontaneo seguire il dogma di Wittgenstein (del primo Wittgenstein): Di tutto quello di cui non si può parlare si deve tacere. Ma il linguaggio parla attraverso di noi, non può tacere. È un caso che Wittgenstein abbia in parte rinnegato la durezza del Tractatus?
Il linguaggio, o il mondo, o la pianura, si mantiene vivo parlando attraverso di noi; non possiamo tacere.



L. Wittgenstein

E viene in aiuto Beckett. Gli fu chiesto quale fosse il compito dell’artista. Nell’impossibilità di esprimere, così Beckett, il dovere di esprimere. Ma torniamo all’eccedenza e pensiamoci. Che ci sfugga la totalità, che il linguaggio (o, ripeto, la pianura nella metafora di Murnane) ci ecceda, non è condanna; è salvezza. Se il linguaggio non ci eccedesse, saremmo noi la totalità, saremmo noi un Io autistico, chiuso nel circuito di una eterna simbolizzazione che non consentirebbe l’esistenza, e quindi l’incontro con, l’assolutamente altro. “Quando un uomo riflette sulla propria gioventù, la sua lingua sembra riferirsi più spesso a un luogo che alla sua assenza, e a un luogo libero da qualunque idea di Tempo come velo o barriera.” E qui Murnane dichiara la sua poetica, chiaro e tondo.
Le scuole di scrittura insegnano che bisogna mostrare (show) e non dire (tell). Non: La portinaia è pettegola ma: La portinaia scostò le tende e vide l’inquilino del terzo piano con una donna vestita di rosso. Ma è chiaro che lo show è pretesto del tell. A rischio di essere etimologicamente osceno, Murnane denuncia la falsità della rappresentazione, dello show come pretesto, e dice.
Per chiudere: “Qualcuno sta guardando noi e la nostra preziosa terra. Stiamo scomparendo nella pupilla buia di un occhio di cui non siamo nemmeno a conoscenza. Più di una persona, tuttavia, può giocare a questo gioco. Ho ancora il mio giocattolo, la mia fotocamera, che rende invisibili le cose”. E a volte, in modo goffo, puntava l’obiettivo verso di me e mi chiedeva se avevo voglia di partire per una spedizione nel mondo invisibile. Si torna a Benjamin. L’occhio che guarda l’occhio che guarda l’occhio. Idea ideae, dunque. Ovvero è garantito, malgrado il moderno abbia dissolto la Verità, l’atto del tramandarla. 

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