UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 20 luglio 2026

GENOVA 25 ANNI DOPO
di Franco Astengo
 

19 luglio 2001: G8 di Genova, tre giorni di “innocenza perduta”.
 
In questi giorni si sono accumulate analisi, ricordi, retrospettive: potrebbe apparire ultroneo aggiungere qualcosa. Purtuttavia una chiosa potrebbe esserci concessa. Non furono soltanto incidenti e poliziesca “macelleria messicana”: il tutto, in seguito, delegato alla magistratura e al ricordo. In realtà nel corso di quei giorni abdicò la politica: da un lato ci si rassegnò a una idea della politica concepita esclusivamente come ordine pubblico con il corollario di sopraffazione e di violenza e dall’altro emerse una pratica che considerava la politica come assegnata alla categoria del “movimento senza visione” inteso come fattore del “tutto”. Si aprivano i 25 anni del “disordine”: poche settimane dopo esplosero le “Torri Gemelle” con le conseguenze che ben conosciamo, poi la crisi del 2007, l’emergere dell’insostenibilità ambientale del modello novecentesco di sviluppo capitalistico, il “salto del tappo” della globalizzazione con il ritorno alla geopolitica militarizzata, fino all’attualità densa di pericoli e attraversata da parole che non avremmo mai più voluto sentire: guerra, pericolo nucleare, genocidio. Intanto le democrazie rappresentative dell’Occidente si trovavano erose dall’interno dal ritorno dei peggiori “ismi”: populismo, nazionalismo, razzismo e l’idea della “fine della storia” si mostrava in tutta la sua fallacia. Nazioni considerate terra di conquista del capitalismo globale emergevano come grandi potenze e la richiesta di materiali necessari per l’innovazione tecnologica mutava di segno anche dal punto di vista dei riferimenti geografici.



Nel corso di questi 25 anni non si sono aperte le porte della prosperità, della pace, della democrazia ma si sono presentate sul cammino dell’umanità tappe di un percorso seminato di disillusioni, inquietudini, paure cancellando del tutto il portato sociale, politico, culturale dei “30 gloriosi” del ’900, che già la reaganomics aveva posto in totale discussione. Siamo al punto in cui fa paura il progresso tecnologico e si presenta una spaventosa concentrazione di potere al vertice di chi amministra quello che appare un sapere scientifico rivolto al mutamento radicale nell’insieme delle relazioni sociali. Lo scenario peggiore ci sta presentando il conto. Poco si riflette su di un percorso compiuto nel pensiero teorico dall’insieme delle forze politiche, a partire dal rapporto stilato da Francois Lyotard nel 1979 per conto dell’Unesco (”La condizione post-moderna”) laddove si sosteneva che fossero giunte al capolinea le meta-narrazioni che nella modernità avevano cercato di dare senso unitario alla realtà: l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo. Jurgen Habermas si accorse subito della china che avrebbero preso le cose e avanzò una critica serrata al “pensiero debole” individuandone gli obiettivi che erano quelli della superficialità culturale e del disarmo etico. Quanto abbia pesato il prevalere sulla realtà politica di questo “pensiero debole” post-moderno, di cui a Genova si videro le espressioni, sembra evidente se consideriamo il prevalere di una forma di quel “relativismo politico” che ha avuto il ricasco nell’idea della “decrescita felice”. “Decrescita felice” che ha avuto una stagione di grande fortuna trovando spazio tra i fautori del pensiero delle “moltitudini movimentiste” e nella dannazione del “pensiero forte”, della razionalità concreta, del realismo storicista. 



Proprio il ricordo del 2001 ci chiama ancora a distinguere tra “pensiero debole” e “senso del limite”. “Senso del limite” da cui dovrebbe discendere una teoria di quel “socialismo della finitudine” individuato teoricamente come portatore di una visione di una società nella quale affrontare la complessità delle contraddizioni in atto intrecciando il portato “materialista” con quello “post-materialista” (per dirla in termini semplicistici ma forse più o meno comprensibili). Una distinzione necessaria quella tra “pensiero debole” e “senso del limite” da intendersi come base per una nuova concezione dell’ideologia. Una concezione protesa oltre la semplice idea di una democrazia contrattualistica. Una visione che reclama l’organicità di un’egemonia di visione per una società diversa fondata sull’uguaglianza e la sobrietà. Un “senso del limite, una sorta di “umiltà” d’approccio che rechi con sé un’idea-forza dell’alternativa, ricordando che l’assenza di una sufficiente espressione di soggettività è causa non secondaria delle difficoltà che incontrano i diversi sistemi i cui protagonisti sembrano trovarsi in difficoltà a trovare nuovi equilibri. Sarà soltanto attraverso l’espressione di una critica alla concezione della politica quale mera sfera della mediazione che sarà possibile riformulare una interpretazione attiva del rapporto tra struttura e sovrastruttura. Nella post-modernità sta emergendo una nuova dimensione nel rapporto tra politica e tecnologia e ancora tra questa e la stessa natura umana.



Quando la struttura economica va in crisi si ha un rivolgimento nella sovrastruttura. A Genova 2001 non si riuscì a capire che la chiave per affrontare ciò che si stava presentando sulla scena stava in una diversa concezione della soggettività “non presupposta ma posta; non individuale ma collettiva”. Fu quella di Genova una reazione frutto di uno sforzo generoso ma interno allo spirito dei tempi, di sfrangiamento individualista. A Genova mancò la capacità di comprendere come la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, fosse in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale degli uomini e alle loro condizioni di vita e di lavoro. In quel momento ma anche in seguito si smarrì il senso del comprendere come i diversi momenti della sovrastruttura (le forme politiche della lotta di classe, le forme giuridiche, ecc.) esercitassero e continuassero a esercitare la loro influenza sul decorso delle stesse lotte, determinandone forma e contenuto.
Oggi si tratterebbe di riproporre, nonostante le segmentazioni in atto, l’imperante paura di massa e il relativo rifugio nell’io, la prospettiva della ricostruzione del “blocco storico” da realizzarsi, prima di tutto sul piano teorico, attraverso la riunificazione delle categorie d’uso della politica di marca anglosassone (policy, politics, polity). Lo scopo dovrebbe essere quello di tornare ad esprimere l’unità di un processo storico reale, ristabilendo le connessioni perdute tra il pensiero e l’azione, tra la teoria e la prassi. 



L’indicazione di un processo storico reale inteso quale soluzione non speculativa del rapporto d’implicazione tra economia, politica e storia per riproporre, a partire dalla riflessione possibile sulla storia della sinistra europea, il momento egemonico della volontà politica intesa come ricerca ed espressione della critica dell’esistente e del rinnovamento di un progetto di abolizione dello “stato di cose presenti”. Una ricerca da condursi attorno alla necessità di un mutamento di paradigma da realizzare rispetto all’antica linearità delle “magnifiche sorti e progressive”.

AUTONOMIA DIFFERENZIATA 




LEGGE LORENZIN




domenica 19 luglio 2026

PONTE MORANDI
di Angelo Gaccione



I morti non ce li hanno fatti vedere. Non si trova nessuna foto dei 43 corpi straziati. Nemmeno una foto di tutte le vittime assieme. Allora ho cercato una croce, una povera croce, la più misera di tutte le croci a loro memoria. 


Quando, finalmente, aggiorneremo il Codice Penale eliminando le tante ambiguità che esso contiene? Il linguaggio giuridico è volutamente uno dei più ambigui, contorti e manipolato in assoluto. La sua artificiosità è fatta apposta e voluta perché esso sia usato come un vero e proprio strumento di potere ad uso e consumo delle classi dominanti. Non per nulla è stato uno scrittore, Alessandro Manzoni, ad usare per la prima volta l’efficacissimo motto popolare di azzeccagarbugli per designare un avvocato, un uomo di legge. Non per nulla il nostro Parlamento pullula di avvocati, è dominato da questa categoria, e le leggi che ne vengono fuori brillano per spudoratezza, per scandalosa ambiguità e sembrano fatte apposta per essere violate. Sembrano scritte deliberatamente per tutelare i farabutti di ogni risma che raramente alla “giustizia” vengono assicurati. Gli scrittori, che del linguaggio dovrebbero essere i più rigorosi custodi e difensori, per tenere fede al principio di verità e di chiarezza, non se ne curano come se la cosa non li riguardasse, e lasciano a politici, giuristi e gazzettieri della peggiore specie, di farne scempio e strumento di oppressione e di menzogna. Prendiamo la ambigua locuzione neutra: “è caduto il Ponte Morandi” con cui azzeccagarbugli, politici, giuristi e gazzettieri hanno coperto in questi otto anni la strage di ben 43 persone. Il genere “neutro” non esiste: vale per le azioni umane che per i fenomeni naturali in genere. Tutto ha sempre un’origine. Un ponte non crolla, è lasciato crollare dalle inadempienze, dal menefreghismo. A Piazza Fontana non è scoppiata una bomba, è stata fatta scoppiare da mani assassine e criminali. Dunque ci sono dei soggetti, dei responsabili a cui dare nomi e cognomi. E, se vogliamo essere coerenti e giusti, dobbiamo applicare questo rigore logico ad ogni singolo evento. Perciò non scoppia la guerra, è fatta scoppiare; i soldati non sono morti, sono stati mandati a morire. E allora dobbiamo cercare il soggetto, i soggetti, i responsabili. Perché, lo ripeto, il genere neutro non esiste. I credenti coerenti con loro stessi dicono: “Il buon Dio ha mandato la pioggia per ristorare i campi. Danno il nome a un fenomeno, ne indicano il soggetto e non usano il genere neutro. I non credenti, o semplicemente la gente comune, dice: “È piovuto” e “Ha piovuto”. In questa seconda formula nella mia lingua dialettale. Questo perché l’artefice non è immediatamente identificabile o perché più saggiamente non si può attribuire un potere di tal fatta a qualcuno di fisicamente concreto. Ma se ti metti a ragionare con il più semplice dei contadini, ti dirà, senza sapere di meteorologia e di fisica, tutte le ragioni e le cause della pioggia. Cioè come si è prodotta, le combinazioni che l’hanno determinata. In ultima analisi, le cause come soggetto. E anche in questo caso ogni neutralità va a farsi benedire.      

BOUNTY KILLER
di Marcello Campisani - avvocato



Forse non riuscirò a perdonarmi questa bassa voglia di commentare, peraltro non in rima, queste manifestazioni di matta bestialitate. Certamente alcuni politici, Salvini in primis, danno il peggio di sé quando si avventurano sul terreno minato della giustizia. Infatti la vorrebbero à la carte, secondo cioè gli umori del momento e non già secondo le norme che essi stessi hanno deliberato, come nella fattispecie. Troppe cose mi intrigano. Intanto come ha fatto l’uccisore dei due rapinatori a farsi rifilare 14 anni di reclusione? O è un ceffo della peggior specie o deve essersi dato da fare per ottenere una durissima condanna e poi atteggiarsi a vittima. In breve e all’ingrosso: la pena per l’omicidio volontario è di 21 anni. Dedotto un terzo, per le cosiddette attenuanti generiche, che competono a tutti i non i non particolarmente carogna, fanno 14 anni. Un altro terzo gli va riconosciuto per l’attenuante della provocazione. Letteralmente: aver agito in stato d’ira, determinato da un fatto ingiusto altrui. Col che scendiamo sotto la doppia cifra. La terza attenuante poteva ben comprarsela, nel senso che con un milione o poco meno avrebbe potuto risarcire gli eredi. Somma misera per due vite, ma che i giudicanti avrebbero ben potuto ritenere congrua, attesa l’aleatorietà del reddito dei rapinatori.
In sintesi: dopo circa un anno e mezzo di reclusione intra-muraria (decurtata dell’eventuale detenzione domiciliare) sarebbe stato ammesso ai servizi sociali, come Berlusconi e, ops, Minetti. Del resto, se invece di accoppare esseri umani, si fosse dedicato alla caccia in riserva ed ancor più alla caccia grossa, non avrebbe speso molto meno. Credo che togliersi lo sfizio di stecchire a pistolettate dei ceffi chiusi in un'autovettura e che non possono difendersi, se non con armi a turacciolo, valga almeno quel prezzo. Ma non va bene invece per i nostri giustizialisti politicanti. Questo omicidio andrebbe anzi premiato col futuribile Nobel per il miglior bounty killer. È un coro unanime di tutti coloro che sono rimasti i trucidi longobardi di manzoniana memoria:
cui fu ragion l'offesa e gloria il non aver pietà”.
Non dubito poi che, se in saccoccia agli assassinati venisse rinvenuta una tessera di partito di suo gradimento, l’ineffabile Salvini comincerebbe a berciare per ottenere la revisione del processo e la condanna del gioielliere pistolero all’ergastolo. Intanto poveretto lo compatiamo, visto che a breve sarà accolto nelle grandi braccia di San Vittore, sottratto agli affetti familiari, fottendocene invece alla grande dei suoi cattivoni, che giacciono serenamente sotto due metri di terra e che, contrariamente a lui, in quanto rapinatori, non lasciano né affetti, né familiari, né rimpianti.


 
 
 

 

IN DIFESA DEL LIBERO PENSIERO   
di Chicca Morone



Ogni giorno veniamo bombardati da una serie di notizie molto poco rassicuranti: nel piccolo come nel grande, con una sistematicità di cui solo un ingenuo non può vederne l’occulta regia, volta a renderci del tutto instabili, rosi dalla paura. Dalle città invase da “stranieri” convinti che a loro sia tutto concesso, ai ben più pericolosi Imam che ci spiegano come si picchia una moglie che non ubbidisce senza fiatare a un ordine del marito; ai deliranti discorsi di una migliore organizzazione del nostro ordinamento politico quando sottoposto alla Sharia, l’insieme dei principi morali, etici e giuridici della religione islamica.
Non più rassicuranti sono le folkloristiche asserzioni di Ursula Von der Leyen quando, nelle vesti di presidente della commissione europea, dichiara l’Europa essere fondata sui valori del Talmud...  Chiunque di noi abbia viaggiato non solo in Europa si è tolto le scarpe per entrare in un tempio buddista o in una moschea; noi donne ci siamo coperte i capelli con veli prima di scendere dall’aereo appena atterrato in terra fortemente islamica, soprattutto vestite con indumenti più che coprenti: una forma di rispetto verso la loro religione... perché non esiste la reciprocità da parte loro verso il nostro credo cristiano? Perché pretendono di aggirarsi rivestite di burka ultra-coprenti da cui emergono solo gli occhi, risultando soggetti non identificabili dai rilevamenti in paesi in cui il terrorismo non scherza proprio? Perché abbattono e distruggono crocefissi, simboli di quella nostra cristianità che ha tutti i diritti di essere rispettata quanto i loro credo?



Se è vero, come io credo, che tutte le religioni abbiano uguale valore, perché permettiamo che vengano assassinati uomini, donne e bambini che hanno la colpa di essere nati in una terra smembrata da potenze straniere più di cent’anni fa, in base a criteri di sopraffazione e imbrogli biecamente materiali? Per andare all’origine di questa vergognosa spartizione bisogna risalire alla prima guerra mondiale, quando segretamente viene siglato l’accordo Syles-Picot, accordo che porta il nome dei due “gentiluomini”, uno inglese e l’altro francese: un trattato segreto (datato 1916) tra Regno Unito e Francia che divise il Medio Oriente in sfere di influenza, in vista della sconfitta dell'Impero Ottomano e la vittoria della Triplice Intesa. Senza consultare un solo arabo, un solo curdo, un solo siriano o chiunque altro vivesse in quelle terre, vennero decisi i confini, delimitando sulla cartina cinque zone dell’immenso Impero, dopo 400 anni di ininterrotta sovranità.
La zona blu, lungo la costa mediterranea di Siria e Libano, comprendente le città di Beirut e Tripoli, e che si estendeva verso nord fino alla Cilicia, sotto il diretto controllo francese.
La zona rossa, che copriva la Mesopotamia meridionale, l’area intorno a Bassora e Baghdad, estendendosi verso il Golfo Persico, sotto il diretto controllo britannico.
La Zona A, che comprendeva l’interno della Siria, incluse le città di Damasco, Aleppo, Homs, Hama, e che si estendeva fino a Mosul nel nord dell’Iraq, nominalmente uno stato o una confederazione araba, ma sotto l’influenza e la protezione francese.
La Zona B, quella che sarebbe diventata la Transgiordania e parti dell’Arabia settentrionale, sarebbe stata un’altra area araba nominalmente indipendente, sotto l’influenza britannica.
Poi c’era la Palestina, la cosiddetta Zona Marrone, zona troppo delicata, troppo collegata a valori sacri, troppo contesa per essere ceduta direttamente a una delle due potenze. L’ambigua formula di “amministrazione internazionale”, con dettagli lasciati deliberatamente vaghi, è quello che oggi riempie le prime pagine dei giornali, non solo dal 7 ottobre 2023.
Quello a cui assistiamo tutti i giorni, il genocidio fatto di violenze, stupri, distruzioni di città, aggressioni agli insediamenti palestinesi da sempre in Cisgiordania può essere fatto risalire a questo “accordo”, siglato in lingua inglese, da questi due uomini che non avevano tenuto conto delle realtà etniche, religiose, tribali o linguistiche sul territorio.




Sopraffazione, disprezzo per una qualsiasi norma etica, certezza di impunibilità sono oggi alla base di questa guerra, che guerra in Palestina non è, perché da una parte c’è un esercito armato fino ai denti e dall’altra una popolazione inerme che sta subendo il martirio nella più completa indifferenza dei nostri governanti.  
Il fanatismo è una orribile forza che spinge l’individuo alla certezza di avere il diritto di imporre la propria volontà sull’altro: dai primi cristiani che dopo essere stati massacrati dai pagani si sono dati ad altrettanta persecuzione dei non correligionari; fino ai sionisti, che dopo aver subito l’Olocausto oggi dichiarano che “Gaza deve essere distrutta, non un solo palestinese deve rimanere in vita”. Tutti hanno perso l’occasione di vedere profondamente nell’Altro, di percepire quella parte di sé apparentemente diversa, ma in realtà fatta della stessa sostanza di cui è stato creato l’Universo.
Oggi gli odierni guru dell’intelligenza artificiale intenderebbero “microchipparci” tutti in un’ottica “evolutiva” per lo meno delirante: inoltre dicono apertamente che l’IA sostituirà l’uomo, ma pare che tali affermazioni non ci impensieriscano abbastanza. Certamente l’uso di armi nucleari potrà ridurre drasticamente la popolazione e quanti si sono costruiti bunker sotterranei, certi di sopravvivere, potranno gestire facilmente i pochi di noi “pecore” che hanno dimostrato di seguire il gregge senza battere ciglio!
Finché non impareremo a non lasciarci invadere dalla violenza, dalla sopraffazione e dall’odio, potremo solo diventare piccoli robot nelle mani di chi deciderà chi può vivere chi deve morire.

DALL’INFANZIA ALL’ADOLESCENZA
di Zaccaria Gallo
 

 Non più Bambine è il secondo lavoro discografico di Davide Di Chio per Abeat (2026) e, questa volta in duo con il contrabbassista Andrea Gallo, ed è un progetto significativo, nel quale i brani si distinguono per un lirismo intenso e una naturale cantabilità, elementi che rendono l’ascolto immediatamente coinvolgente. Il disco è dedicato a due giovani figlie di Di Chio, Eleonora e Valentina, non più bambine, con una musica che stabilisce una certa continuità col passato. L’ascolto del dialogo intimo tra la chitarra classica di Davide Di Chio e il contrabbasso di Andrea Gallo evoca profonde sfumature emotive, guidando l’ascoltatore in un vero e proprio viaggio interiore e generando un mix di sentimenti contrastanti e suggestivi. Il timbro caldo della chitarra e le note profonde del contrabbasso richiamano il passaggio del tempo e la fine dell’infanzia, che sono sentimenti propri della nostalgia e della malinconia. L’essenzialità del duo crea l’atmosfera di un segreto sussurrato, avvolgendo chi ascolta in una dimensione privata e protetta. L’equilibrio tra i due strumenti trasmette, poi, un senso di quiete, ideale per la riflessione e il rilassamento e i continui scambi e le improvvisazioni tra i due musicisti mantengono viva l’attenzione, regalando momenti di inattesa bellezza lineare. Un disco, dunque sul crescere e sull’abbandono del tempo passato, attraverso un’evoluzione e una maturazione intrinseca che risiede in ognuno di noi. 



La musica parla con la voce del cuore e attraversa spazi di immacolata bellezza, profuma di magia, di quelle piccole cose che hanno significato quando non le abbiamo più con noi. Non più bambine è un omaggio al diventare grandi e lo fa con tanti tasselli di tempo e silenzio che ci prendono per mano e ci portano nel nostro lontano. Prendiamone alcuni di questi tasselli, per fare un esempio. Rainbow è il primo singolo estratto dall’album, un perfetto esempio dell’intenso lirismo e della profonda sintonia tra chitarra e contrabbasso. Rappresenta una tavolozza di colori emotivi che simboleggia la transizione e la varietà delle sensazioni legate al diventare grandi. L’arcobaleno diventa metafora visiva di una rinascita dopo il cambiamento. Il brano si poggia su sonorità sognanti e rarefatte che richiamano lo stile post-rock/ambient. La struttura è lineare ed evocativa, costruita su continui scambi in cui la chitarra stende campiture melodiche e il contrabbasso colora le frequenze basse senza mai appesantire la trama. Una storia duratura è il brano di chiusura del disco e affronta il tema della persistenza dei legami e dei ricordi, nonostante il tempo che passa. Racconta la consapevolezza che le radici e l’affetto familiare restano stabili di fronte alle evoluzioni della vita. Presenta un andamento più circolare e disteso rispetto agli altri pezzi. La chitarra classica segue un arpeggio continuo e rassicurante, mentre il contrabbasso si inserisce con note lunghe e profonde, conferendo al finale dell’album una sensazione di stabilità e risoluzione emotiva. Un buco nel cuore esprime il senso di vuoto, la malinconia e quel piccolo strappo interiore che i genitori provano quando vedono i propri figli abbandonare l’infanzia. 



Rappresenta la fragilità umana di fronte ai distacchi necessari della crescita. La composizione è minimalista ed essenziale. La struttura si gioca tutta sulle sottrazioni e sui silenzi tra le note: i fraseggi della chitarra sono interrotti da pause eloquenti, supportati dal tocco pizzicato del contrabbasso che accentua l’atmosfera drammatica ma composta del pezzo. Nella musica classica il tema dei bambini che lasciano l’infanzia e il loro percorso di crescita, non è molto frequente. Robert Schumann, per esempio, nell’Album fur die Jugend (Albo per la gioventù) scrive una raccolta di brani destinati ai giovani pianisti che lui segue idealmente nel loro sviluppo musicale. Un po’ più appropriati ci sembrano,  invece, i riferimenti a Petr Il’ic Cajkovskij che compone Album pre mladez op. 39,  in cui sono rappresentate scene dell’infanzia e della crescita e Claude Debussy che scrive Children’s Corner, dedicato alla figlia Chouchou. Entrambe le opere non raccontano una storia precisa, ma evocano un mondo interiore, quello dell’infanzia, osservato con tenerezza, nostalgia e stupore e sono due capolavori molto diversi fra di loro. Nella musica di Cajkovskij ogni brano è una finestra aperta sul momento della crescita: il risveglio, il gioco, una preghiera, una bambola che si rompe, una marcia immaginaria, una fiaba raccontata la sera. Il musicista non guarda il bambino dall’alto, ma si mette alla sua altezza, e la musica conserva lo stupore di chi scopre il mondo per la prima volta. Dietro quella semplicità si avverte, però, la malinconia dell’adulto, che sa quanto fragile sia quel tempo: l’infanzia non viene trattenuta e viene salutata con gratitudine.


Schumann

Debussy, invece, dedica la sua suite, alla figlia Emma, chiamata affettuosamente Chouchou. Non è la descrizione dell’infanzia, ma il sogno dell’infanzia e il tutto è visto attraverso la fantasia: un elefante che danza, il frammento di un pupazzo di neve che si scioglie al sole, un pastorello tra i prati, fuochi d’artificio che illuminano il cielo, l’acqua, la luce, i colori e il silenzio. Debussy dipinge, più che raccontare e le melodie sembrano nascere dalla luce stessa, come riflessi sull’acqua, oppure si ha l’idea di trovarsi in una stanza piena di questi giocattoli, quando gli adulti spengono la luce e gli oggetti all’improvviso respirano: gli animali di pezza imparano a danzare, la neve canta prima di sciogliersi e la luna entra dalla finestra per ascoltare un pianoforte. Debussy guarda il bambino mentre cresce, con la dolce consapevolezza che il tempo lo porterà lontano, entra nel suo immaginario e lo abita dall’interno, come se per qualche istante tornasse egli stesso bambino. Ma c’è un altro grande musicista legato alla musica e all'infanzia ed è Wolfgang Amadeus Mozart. 


Debussy

Mozart non ha scritto un’opera dedicata al passaggio di un figlio verso l’adolescenza, né ne ha fatto un ciclo pedagogico, eppure è la sua vicenda umana che sembra incarnare il mistero del passaggio dall’infanzia verso l’adolescenza e la giovinezza. Mozart a cinque anni componeva e a sette si esibiva davanti alle Corti europee. Nella sua musica convivono per tutta la vita due anime: la limpidezza dello sguardo infantile e la profondità dell’uomo adulto ed è forse proprio questo che rende la sua musica senza età. Con Mozart che cresce, salutiamo la meraviglia e le sue prime note, che mai lo abbandoneranno, sembrano nascere da una specie di gioco, dalla curiosità di chi scopre il mondo con occhi spalancati. Quasi senza accorgercene, questa leggerezza si trasforma in consapevolezza e il sorriso del fanciullo diventa la voce del giovane che impara ad abitare la gioia e il dolore. In Mozart l’infanzia non finisce, si trasfigura, rimane come una sorgente nascosta che continuerà ad alimentare tutta la sua musica. Ed è sostanzialmente quello che si percepisce quando si ascolta il disco di Davide e Andrea: la musica ha una qualità autentica e vibrante, con pagine toccanti, ricche di espressività e di forza comunicativa che, in chi ascolta, coniuga emozioni e piacere, sostenuti da una resa sonora estremamente curata, legata a una costante ricerca melodica, la cui guida principale nasce dal desiderio affettivo di un padre che vede crescere le proprie figlie e che non sono più bambine. È il fascino e il mistero del passaggio dall’età dell’infanzia all’adolescenza di Eleonora e Valentina. Dal punto di vista stilistico, ci piace ricordare che, oltre alla chitarra, c’è il contrabbasso di Andrea Gallo che cambia il colore alla struttura delle composizioni. Chitarra e contrabbasso disegnano delle frasi piene di un lirismo molto intimo, di una spiccata cantabilità, pur rimanendo soltanto strumentale. Questa musica tenta di raccontare storie fatte di note e suoni, ma anche di pause e di silenzi, in uno spazio condiviso tra due sensibilità diverse ma affini, capaci di rafforzarsi. 



Ecco perché il contrabbasso non diventa soltanto uno strumento di  accompagnamento, ma una voce capace di dialogare con la chitarra e creare linee melodiche e veri e propri temi estemporanei, che si intrecciano con il discorso musicale, senza sovrastarlo, aggiungendo profondità e nuove sfumature timbriche. Posso dire che il dialogo tra chitarra e contrabbasso è frutto di un incontro e che questo incontro, attraverso l’ascolto successivo, a chi lo farà, donerà momenti di intima e profonda delicatezza. La musica, forse, più di ogni altra arte, ha il dono di custodire quella delicatezza e di restituircela ogni volta che ne abbiamo bisogno.

POETI TRADOTTI
di Anna Rutigliano
 

Così dalla parola sgorgare di Nelly Sachs, (titolo originale: ‘So rann ich aus dem Wort’, dalla raccolta di poesie Flucht und Verwandlung, Fuga e Metamorfosi, 1959).
 
Così dalla parola sgorgare:
frammento di notte
a braccia aperte
una bilancia solo
per soppesare fughe
in questo tempo stellare
nella polvere immersa
d’impronte impressa.
 
Adesso è tardi.
Via da me leggerezza
e insieme pesantezza.
Lontane son già le spalle
come nubi fluttuanti
senza sostegno
braccia e mani.
 
La nostalgia si tinge sempre
del colore dell’oscurità,
come la notte a riafferrarmi
in suo possesso.

(Trad. di Anna Rutigliano)

PINO APRILE A CASSANO DELLE MURGE




sabato 18 luglio 2026

IL PERICOLOSO REVANSCISMO TEDESCO
di Franco Continolo



La storia dell’europeismo atlantista comincia e finisce con il riarmo della Germania. Entrambi sono avvenuti con il pieno appoggio americano: la differenza è che tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta la Germania di Bonn era un soggetto relativamente passivo, la cui prima preoccupazione era la ricostruzione, mentre oggi è sì un paese in crisi, ma che ambisce a un ruolo egemone, come denuncia Sylvie Kaufmann – e prima di lei Liana Fix. L’altra differenza è che gli Stati Uniti allora appoggiarono le istanze europeistiche per facilitare l’unità del blocco militare antisovietico che si andava costituendo; oggi invece non nascondono il proprio disprezzo per tali istanze. L’europeismo atlantista finisce dunque per la metamorfosi dell’atlantismo, soprattutto ad opera degli ultimi due presidenti americani che hanno instaurato un rapporto padronale con i paesi del continente. La NATO per ora resta in piedi perché anche l’europeismo ha subito una deviazione nell’era dell’unipolarismo americano, diventandone uno strumento nell’ambizioso progetto di sottomettere la Russia. Di questa deviazione è testimone l’arrivo alla presidenza della Commissione di una revanscista tedesca, Ursula von der Leyen. Il revanscismo tedesco è il vero collante della NATO, e al tempo stesso la prova del fallimento dell’europeismo atlantista. Altra prova è il frantumarsi dell’UE in alleanze o bande: i Volenterosi sono il gruppo più in vista, ma non vanno trascurati i baltici che non vedono l’ora di aprire un altro fronte contro la Russia, e i nordici che insieme al Canada si preparano alla guerra sull’Artico. La frantumazione dell’UE è dunque in corso, e l’unico motivo di ottimismo è che i suoi protagonisti sono dei pasticcioni che hanno legato la loro sorte a quella di un regime corrotto e senza speranza.

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