UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 11 maggio 2026

RIPROPOSTE
di Alida Airaghi
 

Massimo Bontempelli 

L’antica Milano operosa in un romanzo di Massimo Bontempelli.
                                                                                                                                       
La casa editrice milanese Utopia, fondata nel 2020, si è guadagnata in questi pochi anni un ruolo di grande considerazione per l’elevato livello letterario e l’eleganza delle sue pubblicazioni, proponendo una selezione rigorosa di opere che comprendono nomi di rilievo del ’900 in lingua italiana (Bontempelli, Deledda, Ottieri, Scanziani), insieme ad autori internazionali di successo, con un’attenzione particolare alle culture emergenti. Il primo titolo uscito da Utopia sei anni fa è stato Gente nel tempo, romanzo del 1937 di Massimo Bontempelli, del quale sono state stampate finora altre quattro opere, tra cui quest’ultima: La vita operosa.
Massimo Bontempelli (Como 1878 - Roma 1960) fu una controversa figura di poeta, romanziere traduttore, giornalista, compositore, critico, drammaturgo. Laureato in filosofia e in lettere, visse in varie città, collaborando a numerose e importanti testate giornalistiche e case editrici. Convinto interventista, inviato di guerra, combatté come artigliere al fronte, ottenendo la Medaglia di bronzo al valor militare. Trasferitosi a Parigi, entrò in contatto con le avanguardie artistiche francesi, affidandosi nelle prime opere a un irrazionalismo onirico sulle tracce del movimento surrealista di Breton, e inaugurando con gli amici Alberto Savinio e Giorgio De Chirico la corrente sperimentale del “realismo magico”. Tornato a Roma, aderì al Partito Fascista insieme a Pirandello, per la cui compagnia teatrale iniziò a scrivere opere drammatiche, sempre oscillanti tra atmosfere fiabesche e spettrali. Estremamente critico nei confronti del provincialismo letterario italiano, fondò prestigiose riviste dal respiro cosmopolita (“900” – con Curzio Malaparte –, “Quadrante”, “Città”), rivalutando l’imprevedibilità del caso e il fascinoso dominio della magia contro il determinismo massificante della società borghese, e sottolineando il ruolo fondamentale dell’inconscio nelle azioni umane, insieme alla necessità di rifarsi al mito come sorgente immaginativa di ogni forma artistica. 


Ungaretti e Bontempelli
in duello

Di carattere burrascoso e polemico (rimane nell’immaginario collettivo il duello con Giuseppe Ungaretti, avvenuto nella villa di Pirandello a Sant’Agnese nel 1926, e conclusosi con il ferimento del temerario poeta), Bontempelli vinse il Premio Strega nel 1953 con la raccolta di racconti L’amante fedele, quando ormai era approdato a una più tranquilla condivisione degli ideali democratici, sia con la fondazione del Sindacato Nazionale Autori Drammatici, sia con l’elezione al Senato nelle liste del Fronte Democratico Popolare e l’adesione al Gruppo Democratico di Sinistra.
La vita operosa è un romanzo in nove capitoli uscito a puntate in rivista nel 1920, ripreso da Vallecchi nel 1921, da Mondadori nel 1925, e infine nell’opera omnia mondadoriana del 1961 (riproposta nel 1978 e nel 1997), curata dalla compagna dell’autore Paola Masino.
Racconta un anno di vita milanese di un giovane reduce della Grande Guerra, con ambizioni letterarie e vaghe aspirazioni di successo mondano, approdato nel capoluogo lombardo in cerca di fortuna economica e riconoscimenti culturali. Accompagnato e custodito da un suo Dàimone personale, che come un’ombra mordace e rimproverante commenta i suoi errori, le sbadataggini, le ingenuità attraverso risatine e caustiche sottolineature, il glorioso sottotenente del nostro esercito attraversa la Milano di un secolo fa a piedi, in carrozza, su tranvai sferraglianti. Suo esplicito memento incoraggiante è il pensiero a mezza voce “Perdio, qui bisogna trovar modo di fare molti quattrini!”, e con questo proposito si imbarca in una serie di iniziative imprenditoriali o decisamente truffaldine oppure destinate a totale fallimento. Tenta la strada della pubblicità, inventando campagne di réclame puerili; progetta ipotesi urbanistiche irrealizzabili; si candida come mediatore di legname all’ingrosso facendosi soffiare ogni compravendita da volpeschi concorrenti; rifiuta per viltà di convalidare brevetti industriali futuristici, e per pigrizia congenita evita appuntamenti risolutivi in orari troppo mattinieri. I personaggi in cui si imbatte sono non solo bizzarri, ma anche minacciosi: ladruncoli, prostitute, millantatori, impostori, attaccabrighe o squilibrati. Non fanno bella figura nemmeno gli intellettuali che il giovane reduce ambisce frequentare, individui boriosi e vanesi che si riuniscono in bar alla moda o in salotti aristocratici, “professorume e scrivaneria” intorno a tavole imbandite, in cui si discute continuamente della bellezza del passato, dell’incertezza del presente, appellandosi però a un finto ottimismo per ricostruire l’Italia distrutta. L’amarezza consapevole che affiora nel protagonista di tanto in tanto, gli fa intuire la falsità delle nuove ideologie, ammantate di linguaggi ingannevoli: “OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla rassegnazione a morire… È dunque la volontà ferma di rifare all’Italia i cinquecentomila rósi dai vermi del Piave e del Carso…”.




La Milano del 1919 è tuttora riconoscibile nel nome delle sue piazze, strade, chiese e ristoranti, ma soprattutto nel clima umido, nei colori grigi della periferia: “Il cielo era coperto, come si conviene a una città di vita operosa. L’aria avvolgeva un velo di grigio intorno alle case”, “Andavo a caso. L’erba era polverosa e l’orizzonte bigio, perché Milano è un’austera città”, “In mezzo alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città”, “Questa prima sala del Caffè Campari di Milano, città di vita operosa, è luogo classico per incontri d’affari”. Nel capoluogo lombardo allora come ora valeva la stessa dinamica laboriosità, un’uguale frenesia economica, la smania per il successo e il prevalere di una comunicazione spesso artificiosa: “Tutti, di giorno e di notte, d’estate e d’inverno e anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi narrano la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto, tutti, tutte, idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne invertiti, cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove semplici, vedove rimaritate…”.
Massimo Bontempelli utilizza in questa sua seconda prova narrativa, pubblicata a quarantadue anni, un repertorio stilistico assorbito dalle esperienze letterarie contemporanee, lontane da ogni ampolloso classicismo come da qualsiasi retorica nazionalistica, e invece vicine alle esperienze artistiche promosse dal surrealismo e dal futurismo: immaginazione, avventura, cambi veloci di scene, molteplicità di personaggi e ambienti, tutto reso omogeneo da tonalità ironiche, canzonatorie o addirittura beffarde, con un’evidente polemica verso il conformismo sociale. Similmente alle forme di scrittura inaugurate da Savinio e Palazzeschi, si allinea alla loro impostazione giocosa e dissacrante, nell’accostarsi con curiosa vitalità e leggerezza allo spettacolo coinvolgente della rinascita di un paese umiliato e ferito dalla tragedia della prima guerra mondiale.


 
La copertina del libro
 
Massimo Bontempelli
La vita operosa
Utopia Ed. 2026
Pagine 152 €

  

INTERROGARSI SUL PREMIO STREGA


 



Questa nota di Livia De Pietro è stata pubblicata su Facebook il 29 aprile scorso. Non essendo su Facebook, e non avendo alcun interesse per questo Social, non avrei avuto modo di vederla se non mi fosse stata inviata dopo la pubblicazione su “Odissea” della lettera di una delle autrici partecipanti al Premio Strega, la signora San Guedoro. Mi sono in parte sorpreso perché proprio nei giorni scorsi, volendo sapere qualcosa di più su questo importante premio per scriverne una nota, avevo mandato alcune domande alla segreteria. Con grande gentilezza e sollecitudine le risposte sono arrivate subito, il 7 maggio, prima di quando mi aspettavo. Non ho avuto modo di leggere le risposte per impegni vari e perché ho bisogno di tempo per stendere la riflessione che ho in mente, ma la lettera della signora San Guedoro e questa risentita doléance della signora De Pietro mi hanno procurato un certo disagio. Angelo Gaccione



Maria e Goffredo Bellonci


In questi giorni, essendo in giuria al Premio Strega, sto leggendo i dodici libri finalisti. Una vera immersione, che ogni anno dovrebbe essere un piacere, e invece, puntualmente, diventa anche un motivo di perplessità. Accanto a opere solide e meritevoli, ce ne sono altre che lasciano francamente interdetti: poco incisive, prive di slancio, talvolta persino noiose. E la domanda, inevitabile, torna a farsi strada: come sono arrivate fin qui? Quali sono, davvero, i criteri con cui il Comitato Scientifico seleziona i titoli e li porta fino alla finale di un premio cosi prestigioso? Perché, a volte, sembra che il valore letterario non sia il fattore determinante. La letteratura dovrebbe sorprendere, scuotere, lasciare un segno. Non semplicemente occupare pagine. Forse è il momento di interrogarsi seriamente su cosa si stia premiando”. Livia De Pietro

DE CHIRICO AL CASTELLO DI DESENZANO


Giorgio De Chirico

17 maggio - 4 ottobre 2026 Castello di Desenzano del Garda (Brescia) a cura di Giordano Bruno Guerri: Giorgio De Chirico. Un mondo senza tempo”.
 
Un viaggio nell’arte di Giorgio de Chirico e degli artisti che hanno riscritto il linguaggio del Novecento italiano.
 
Il Castello di Desenzano si conferma sempre più un palcoscenico di grande arte, diventando un punto di riferimento sul Lago di Garda per mostre ed eventi culturali di rilievo. In questo contesto si inserisce il nuovo appuntamento del 2026 che, dopo l’esposizione dedicata al Futurismo, propone un percorso attraverso l’opera di Giorgio de Chirico e degli artisti che, insieme a lui, e in risposta alle avanguardie futuriste, hanno ridefinito e consacrato l’arte del Novecento italiano. L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno del Comune di Desenzano del Garda nella promozione della cultura e della valorizzazione artistica del territorio. Organizzata da Il Cigno Arte al Castello di Desenzano del Garda, dal 17 maggio al 4 ottobre, prosegue l’indagine nell’arte del secolo scorso concentrandosi sul momento chiave del “Ritorno all’Ordine”. Dopo il trauma della Prima Guerra Mondiale e l’energia frenetica del Futurismo, molti artisti sentirono il bisogno di rallentare, ritrovare equilibrio e tornare a un’idea di bellezza più stabile e riconoscibile. In tutta Europa si diffuse così una nuova sensibilità fatta di silenzio, misura e riscoperta di armonia, bellezza classica e radici culturali. 


In Italia, questa voglia di concretezza trovò un’importante voce nella rivista dei Valori plastici, attorno alla quale Giorgio de Chirico fu protagonista insieme a un gruppo di artisti noti come “Les Italiens de Paris” che includeva, fra gli altri, Filippo de Pisis, René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e Mario Tozzi. Negli stessi anni, nella Milano del 1923, la critica d’arte Margherita Sarfatti promosse lo spirito di un altro importante movimento, gli artisti del gruppo “Novecento” rappresentati qui in mostra da Mario Sironi e Achille Funi, suoi principali capiscuola. In questo contesto si inserisce anche Nino Bertoletti, figura che permette di riscoprire un interessante scambio di lettere con de Chirico, parte del percorso espositivo. Per gli artisti del Secondo Dopoguerra, de Chirico rimase un punto di riferimento fondamentale, quasi una figura mitica. La sua influenza attraversa tutto il secolo e arriva fino agli anni Settanta, quando protagonisti dell’arte come Gino De Dominicis e Mario Schifano gli rendono omaggio, confermandone il ruolo di maestro capace di parlare ancora al presente.


Bozzetto per La figlia di Jorio

La mostra vede esposte insieme a una ventina di opere di de Chirico provenienti da musei pubblici e collezioni private, i bozzetti conservati al Vittoriale degli Italiani per la rappresentazione de La figlia di Iorio di Gabriele d’Annunzio, oltre a due ritratti fotografici originali di Claudio Abate (in cui vi è anche De Dominicis) e Mario Dondero, e a una selezione di dipinti di Alberto Savinio, Mario Tozzi, Filippo de Pisis, Mario Sironi e altri pittori.
 
Ufficio stampa  
Lisa Oldani - annalisaoldani@gmail.com - +39 349 4788358
Claudia Tanzi - ct.claudiatanzi@gmail.com - +39 340 1098885

CALUSCA. GUERRA INFINITA




domenica 10 maggio 2026

BUFERA AL PREMIO STREGA


 

In questi giorni sono emerse pubblicamente diverse lamentele sul premio Strega, non solo da parte di autori partecipanti, ma anche di qualche giurato. Ne daremo conto su “Odissea”, pubblichiamo, intanto, questa lunga lettera inviataci dalla scrittrice Lodovica San Guedoro che al premio partecipa dal lontano 2016.
 
Gentilissimo direttore,
 
mentre autorevoli voci della giuria Strega ammettono pubblicamente che il livello della dodicina sia molto basso, la mia opera di sublime autentica letteratura viene silurata al suo primo apparire: quest’anno sono stata esclusa per la settima volta. Il mio nome è Lodovica San Guedoro, l’ultimo romanzo escluso è Il giardino chiuso. Chi può vantare altrettante partecipazioni ed esclusioni? Sono anche traduttrice e cofondatrice con Johann Lerchenwald di Felix Krull Editore, casa editrice senza pari, un atto di resistenza letteraria come lo sono le partecipazioni allo Strega.
 
Un elenco delle partecipazioni:
 
2016: L’allegro manicomio - candidato da Cesare Milanese e Biancamaria Frabotta
 
2017: Pastor che a notte fonda nel bosco si perdé… - Dacia Maraini e M. Rosa Cutrufelli
 
2019: Le memorie di una gatta - Pietro Gibellini
 
2020: Amor che torni…  - Paolo Ruffilli
 
2022: Il mostro di Firenze e altri racconti - Franco Cardini
 
2023: Sacro Amor Profano - Cardini
 
2026: Il giardino chiuso - Marcello Rotili
 
Il libro è stato nel frattempo recensito entusiasticamente su una decina di blog letterari di alto livello, sul Corriere della Sera e su Sipario.


 

La recensione che eleggo a rappresentare meglio il mio libro è apparsa su Bibbia d’Asfalto a firma di Ettore Fobo: Il giardino chiuso di Lodovica San Guedoro, edito da Effigi nel settembre 2025, sin dalle prime pagine, smentisce una mia convinzione, che nei nostri tempi di corruzione estetica, di sfacelo morale e malora intellettuale, sia diventato impossibile scrivere d’amore in maniera innocente, leggera, ricercata, frizzante ed elegante, in definitiva in modo credibile. Leggendo questo romanzo ho dovuto ricredermi, anche nei nostri tempi la passione amorosa può essere raccontata e rimanere viva e pulsante, nella memoria che la rinnova e nell’arte che la immortala. La scrittura di Lodovica San Guedoro è capace di addensare su di sé le potenze di Eros, il grande ingannatore, il sublime imbroglione, se ciò che ci inganna è anche ciò che ci eleva. Colpisce innanzitutto lo stile: asciutto, lieve, enigmatico, attraversato a tratti da un anelito all’allegria e alla spensieratezza che lo scuotono e impreziosiscono, rendendo il romanzo, denso ma breve, più vitale- e dunque massimamente sfuggente – della maggior parte della narrativa che si scrive oggi in Italia.  Anelito magari disilluso dal reale che lo soffoca ma presente in ogni momento della storia. Su tutto incombe, però, come una fatalità sinistra: l’impossibilità per i due personaggi di trasformare il loro intreccio in un idillio compiuto. Il romanzo è proprio la storia di un amore irrealizzato, per volontà di uno dei due protagonisti, l’amore tra Laura, scrittrice innamorata, forse senza speranza, e Giovanni, attore più giovane di lei di qualche anno. Roma è il palcoscenico in cui la vicenda si svolge, in trattorie tipiche dei nomi evocativi, come Osteria dell’Aquila, dove si consumano le schermaglie amorose tra questi due personaggi, tra Laura, follemente innamorata, e Giovanni, all’apparenza chiuso nella sua indecifrabile pigrizia, come in una sorta di apatia erotica.  È questo l’amore inconcluso di due artisti che vivono in maniera totale e lasciano i paraocchi all’ingresso del teatro urbano di cui sopra, laddove sembra svolgersi una storia di ripicche, di dispetti, di laceranti incomprensioni, di dedizione e di sogni infranti. Il romanzo è costruito con dialoghi sciolti e ficcanti, con una lingua colorata ed espressiva, da pièce teatrale o da satira affilata della contemporaneità. Fra i brani più intensi - e divertiti - quello in cui Roma viene rivelata en passant nella sua cacofonia, nel suo caos spettrale, nel suo crudele dinamismo, e infine nella sua, a tratti comica, ineffabilità; il tutto reso   con nonchalance non priva di una sorniona, e a tratti sfrontata, ironia. Il personaggio di Laura descrive così la città eterna: “Per contenere le uscite, a tratti ti aggrappi a un bus o te la fai a piedi, ma sei pur sempre in navigazione nello sconfinato mare ribollente e mugghiante. Lunedì incontri Tizio, Caio e Sempronio, martedì Sempronio, Caio e Tizio, mercoledì, fin quasi al tramonto, non sai se incontrerai Tizio e Caio (lui ride e scuote la testa), ma poi di botto li incontri insieme, per strada, e con loro c’è anche Sempronio che pensavi d’incontrare giovedì… Se…”. 



Il tono di questa prosa avvincente si fonde con visioni apocalittiche di un’umanità di risibili manichini; in questa scrittura raffinata ed estrosa, il mistero dell’eros non si piega, com’ è ormai consuetudine, a piatte descrizioni naturalistiche o psicologiche, esso si rivela come una maschera ambigua e misteriosa, in un brioso balletto di ombre, come uno specchio pitico e una metamorfosi. Mi piace l’attitudine tranchant di questa prosa, espressione della maturità stilistica raggiunta dall’autrice e di una, a lunga elaborata nelle segrete di una coscienza vigile e insonne, capacità di sintesi, ed è una sintesi stregata.  Esse si ravvisano già nella presentazione dei personaggi che si trova in esergo all’opera, a mo’ di prologo teatrale – Lodovica San Guedoro è anche drammaturga – dove i personaggi secondari, che pure hanno un loro peso specifico nella tramatura del romanzo, e una loro intrinseca vividezza, sono definiti tutti comparse, e a quel ruolo confinati ingloriosamente, perché così pretende l’amore, quando viene vissuto con il pathos necessario: che il mondo intero divenga un puro sfondo, il suo trambusto materiale e psichico solo una fuggevole ombra sugli occhi sognanti di Cupido. L’amore non si realizza? Fra i due personaggi rimane un muro d’incomprensione? La passione è comunque totalizzante. Questa di Lodovica San Guedoro è una scrittura che sa affascinare perché non è mai leziosa e mai strizza furbescamente l’occhio al lettore, ma lo trascina nel suo, anche pericoloso e inquietante, incantesimo. Ho letto il romanzo con la lentezza necessaria per assaporarne la sottile fragranza, affinché, in un mondo sempre più frenetico, il momento della lettura scavi in noi l’impronta di una metafisica impasse, romanzi del genere sono un lascito prezioso. Sembrano appartenere ad altre epoche, con le quali condividono una tensione all’impossibile, il pathos del desiderio, il fascino di un destino. Lodovica San Guedoro si conferma così, per l’ennesima volta, un’autrice da seguire con attenzione, anche nelle sue esatte diagnosi. Prendiamo questa: “La pensi veramente così?! Io ho sempre creduto che solo chi ha tempo, vive e ama, può fare cose adorabili, avere una storia! È un privilegio oggi prezioso, preziosissimo, aver tempo e usarlo come noi! Hai mai riflettuto che oggi l’amore non può esistere già solo perché gli manca la base materiale del tempo? Che non possono svilupparsi storie, storie uniche, imprevedibili, originali, come quelle che sono state vissute e tramandate dai nostri antenati?”


 

Sono a Sua disposizione per altre informazioni e l’invio del pdf del romanzo in questione. 
Un caro saluto,
Lodovica San Guedoro

 

LETTURE
di Anna Rutigliano
 


È un progetto di libertà il lavoro di scrittura d’esordio di Angela Strippoli, autrice di Una vita nel cerchio, SECOP edizioni, 2026, pagg. 142, quasi un romanzo quasi una poesia, a detta della stessa scrittrice. E come il suono metallico del tam-tam che si propaga nel vento a richiamare l’attenzione delle molteplici vite a coesistere, allo stesso modo l’ago di Angiolina “la Cartara”, (profetico epiteto attribuito dalla nonna materna dell’autrice), nel suo ininterrotto moto di filatura, sfilatura ed intreccio di fili di seta rossi vermiglio, incalza con incessante ritmo poetico potente per creare varchi di vita significativamente consistenti, oltre i solchi del telaio, oltre i limiti del pensiero imposto dall’esterno (avevo consapevolezza del tam-tam ininterrotto dell’ago che attraversava il telaio e, nel contempo a quella consapevolezza legai il desiderio di accoglierlo come ritmo poetico tessile). Ma Angiolina, di appena sei anni, donna sognante di sogni a venire, raggiungerà la propria consapevolezza di poetessa soltanto mediante un processo di decostruzione di tipo derridiano, in cui il binarismo oppositivo “saper leggere e scrivere/ non saper leggere e scrivere”, affidato all’errato pregiudizio della maestra di scuola elementare (ero stata condannata dal tribunale del pregiudizio, che diceva: leggere e scrivere è privilegio di pochi, dei più dotati), venga neutralizzato con lavoro umile, costante, tormentato e caparbio (terribile è l’arte del recupero ma sono artigiana insonne sognatrice di filo in filo in recupero di parola, parola conquisto mai fui così temeraria) di viaggi del cuore all’interno del cerchio, pronti a solcare le più alte maree del proprio sogno/bisogno di scrittura negato dall’istruzione stessa e dalla complicità di sua madre, vittima di un rigido e severo sistema socio-educativo del Bel Paese anni ’60 (Vele di carta tra audaci e convulsi velieri di alte maree, Lei, la poesia ne fugge l’insidia Controvento affonda lo sguardo nel cuore e va).



Il legame simbiotico fra scrittura e ricamo, parole, peraltro, accomunate dall’etimologia araba di رقم  (“raqama”) col significato di “punteggiare” ma anche di “scrivere” su tessuto, non è il solo filo resistente che si dipana nell’opera di Angela Stippoli. Vi è un ulteriore punto di congiunzione fra il sé della poetessa ed il mondo esterno che affonda le proprie radici nell’atteggiamento di dedizione/devozione verso la madre terra, amore trasmesso con il lavoro di pazienza e sacrificio di suo padre nei campi (Da mia madre ereditai l’ago, da mio padre la zappa, in fondo la stessa radice. Divenni un’abile ricamatrice di trame di stoffa e di terra… creai solchi pensando da poeta; e ancora: un lungo interminabile filo rosso corre indomabile sul foglio, come la spoletta nel telaio e l’aratro nei campi). Solco, seme, scrittura sutura, costituiscono, in assonanza, un quadrinomio perfetto nell’ottica della rinascita e del ciclo naturale dell’esistenza, quale possibilità di alterità: elementi che riecheggiano nei versi dickinsoniani della poesia Don’t put up my Thread and Needle: Leave my Needle in the furrow – where I put it down- I can make the zigzag stitches-Straight when I am strong; Till then- dreaming I am sowing-Fetch the seam I missed- Closer so I- at my sleeping – Still surmise I stitch= Non metter via il mio ago e filo: lascia il mio ago nel solco in cui l’ho posato, potrò cucire i punti a zig zag dritti quando sarò forte; Sino ad allora, sognando di cucire, recupero la cucitura mancata affinché nel sonno supponga ancora di cucire). Ma, se da un lato, la poetessa di Amherst sceglie consapevolmente la solitudine, e appartata nella propria stanza in una dimensione onirica, si dedica alla poesia cucendola letteralmente su fascicoli non concepiti per il pubblico, ma riscoperti soltanto post-mortem dalla sorella Lavinia (“Dickinson’s Fascicles”), dall’altro, Angela Strippoli, per la quale il filo è rinascita (E se dipendesse da un filo la rinascita?, mi chiesi), nella coraggiosa traversata del telaio, trova risposta al proprio interrogativo, nell’atto audace di oltrepassare i confini del cerchio, mostrando il frutto, seminato e coltivato con cura nel giardino d’infanzia della propria anima, dinanzi ad una commissione esaminatrice, in un’aula un tempo a lei austera e inaccessibile: una gigante riproduzione su tela della fotografia di sua madre sorridente e spensierata in bicicletta, sapientemente ricamata e rilegata a mano, sarà la sua tesina in cui la sua penna/ago rappresenterà la chiave d’accesso al mondo.(Mi avvalsi del potere del filo per creare un abito che prese forma artistica…Pertanto attraverso il filo e il tessuto scelsi un modo per creare un legame tra me e il mondo).



Protagonista e non comparsa nel tessuto esistenziale, Angela Strippoli affida il suo progetto di libertà ad un filo che si muove in una duplice direzione: da un lato, è un filo “appeso” al sentimento di riconoscenza nei confronti dell’insegnante, quale maestra di scrittura, nonostante gli errati preconcetti sulla piccola Angiolina di appena sei anni (E la curiosità per la lettera fui io, la tua maestra a trasmetterla. -Questo me lo devi- Si è vero, lo riconosco.);  dall’altro, esso insegue, invisibile, come  rivolo sotterraneo, nuovi solchi di luce nel mondo. (L’abito è perfetto, ha buchi da tutte le parti. Fa luce, fa mondo).
La metafora del doppio con cui il romanzo/poesia di Angela Strippoli si contraddistingue, segna, dunque, nuovi e possibili percorsi di libertà di pensiero: è nel solco della scrittura che il seme del pregiudizio viene gettato dalla scrittrice, per poi ritornare sotto forma di rinnovato spirito, la cui nuova consistenza e sostanza dovrà essere preziosamente custodita di generazione in generazione, affinché il filo dell’esistenza, come per il ricamo palestinese del Tatreez (تطريز)
, sia, nell’eterno sibilo del vento, espressione di identità, creatività e r-esistenza non solo soggettiva ma di un popolo intero: Metri e metri di tessuto di puro cotone al quale inserisco sei cerchi di telaio da ricamo e aggrappata a quel gioco recupero me e il popolo che è in noi, traendo il filo dall’ informe matassa della nostra esistenza.    

SCAFFALI
di Pasqualina Deriu
 

Il libro di Valeria Dal Bo, Onirico Blues (I Quaderni del Bardo Ed. 2023, pagine 110 € 10) apre con il tema dell’acqua: “acque profonde” dice il cartello. Viene subito in mente il pensiero di Bachelard, lo studioso della psicologia delle acque, là dove dice che “la profondità in un elemento materiale è anche un tipo di destino… un destino essenziale che trasforma incessantemente la sostanza dell’Essere”. Infatti la poesia di Valeria sta ad indicare un processo di trasformazione, dunque una poesia del divenire, non a caso Valeria ama Lucrezio che è il primo grande poeta del divenire. Ma non è solo un’acqua profonda quella che appare nella prima poesia, il mare è visto per lo più come una laguna insidiosa e il paesaggio è scuro e triste il “cielo è sempre d’inverno”. Però essendo quella di Valeria poesia di trasformazione si intuiscono anche il percorso e le difficoltà, percorso non sempre lineare ma pieno di ostacoli, grovigli di oggetti, di strade in cui si procede per avanzate e ritorni indietro. Il personaggio porta sul braccio alzato una corona di spine con una ciliegia rossa nel mezzo che scivola di qua e di là come se non appartenesse alla voce narrante. Si potrebbe fissare in questo ossimoro forse il tema unitario del libro. Gli affanni da una parte (la corona di spine), la vitalistica ciliegia rossa che però sfugge anche quando è stata già conquistata dal soggetto e deve riconquistarla. Colori cupi sì, ma malgrado i morti disseminati nelle pagine, le teste mozzate, non sono poesie di morte, anche qui, come nei libri di Edgar Allan Poe, che vedrei molto bene come un suo antenato, punto di riferimento di scrittura di Valeria, abbiamo la morte che descrive la vita, o meglio la descrizione della vita attraverso la morte. Ne La Gheisha si legge “che cosa stai aspettando” mi dice “A me che sono ancora morta”. O in altra poesia “Non sapevo se fossi ancora morta o di già viva” e in un’altra dove finalmente è viva “Io che finalmente ho me/ ho deciso di festeggiare con tre zingare, che malgrado l’abito nero di una di loro esprimono tuttavia il vitalismo gitano. 



I fantasmi del passato, nella poesia Rivelazione si sono dissolti o scoloriti. Da un mondo claustrofobico, però, c’è sempre la via d’uscita, come per Montale, “il varco è lì” scriveva a proposito della “petroliera” ne La casa dei Doganieri. Qui è “l’imbarcadero”? La via di fuga? Frequente è il movimento dall’oscuro e tenebroso al luminoso, dai mormorii funebri alla musica. Da un mondo di tenebra spunta un fanciullo vestito di bianco che porge una piccola arpa e insiste perché lei (la narratrice) suoni, mentre si illumina tutto. Lei prova e la musica inonda la città. C’è sempre un richiamo alla vita, un’alba sorgiva: una bambina che fa segno di salire, ride e agita le braccia; una nascita all’alba, nei pressi della stazione centrale, sul prato d’ombra e luce dove si impara a volere. Altre figure simboliche sono disseminate qua e là: “l’androgino” simbolo dell’eros, come nel Simposio di Platone; la “cerva portentosa” che esprime il rinnovamento continuo della vita, processo di morte e rinascita. Il “serpente dai colori variopinti” simbolo anch’esso di trasformazione e rigenerazione. La nuova vita è radicalmente diversa da quella del passato e segna una rottura definitiva, ce lo dice l’ultima poesia “Non aspettiamo lettere/poiché siamo partite senza lasciare/recapito”.

sabato 9 maggio 2026

MENZOGNE
di Franco Astengo



Le fake news d’epoca
 
Un tempo erano chiamate “bugie” oppure in termine giornalistico “bufale” adesso nella modernità social “fake news” ma il rapporto tra le falsità e la politica è sempre stato molto stretto. “Abbiamo preso il mostro” urlò Bruno Vespa al telegiornale della sera del 21 dicembre 1969 annunciando l’arresto di Valpreda per la strage di Piazza Fontana e, nel tempo, via sciorinando. Arriviamo all’oggi. Il “Corriere della Sera” sta celebrando i suoi 150 anni e tra le varie iniziative in corso c’è quella di allegare una volta alla settimana al quotidiano del giorno la copia anastatica del “Corriere” nei giorni dei grandi fatti della storia d’Italia e del mondo. Il 7 maggio 2026 lettrici e lettori del quotidiano di maggior tiratura hanno trovato allegata la copia del 10 maggio 1978: il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro disteso sulla famosa R4 rossa in Via Caetani traversa di Via delle Botteghe Oscure. Contestiamo la media distanza tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù perché in quel caso il corpo di Moro avrebbe dovuto essere depositato in via Celsa che funge proprio da passaggio naturale tra l’ex-sede del PCI e l’ex-sede della DC (anzi in un angolo di Palazzo Cenci-Bolognetti dovrebbe esserci ancora la sede di una qualche delle tante schegge democristiane ancora presenti nei meandri del sistema politico italiano: ma non ne siamo sicuri). Torniamo alla copia anastatica del Corriere del 10 maggio 1978, probabilmente chi cura questo lavoro non ci ha fatto caso. Però il punto più importante di questa copia sta a pagina 13 sotto il titolo: “Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario. Così senza dubbi di sorta o punti interrogativi d’occasione veniva presentato l’assassinio mafioso di Peppino Impastato.
L’incipit dell’articolo (siglato da tal S. V.) contiene sì un punto interrogativo: “Suicidio e attentato, oppure l’uno e l’altro assieme?”. La verità sarebbe poi stata scoperchiata e le responsabilità del clan Badalamenti emerse nella verità: naturalmente nessuno del governo, degli inquirenti, nei giornali, nelle tivù che presentarono in quel modo l’episodio ha mai chiesto scusa. Però che oggi al Corriere nessuno abbia pensato a scrivere due righe sul quotidiano per segnalare la presenza nella copia anastatica di questa fake-news di regime (perché di questo si trattava in allora) desta diversi pensieri: il primo che si ritiene quel fatto morto e sepolto e che nessuno se lo ricordi. Allora era proprio il caso di segnalarlo in tempi nei quali le fake-news di regime stanno prendendosi completamente la scena approfittando anche della passività che l’uso dei social sta elargendo a piene mani nel disorientamento generale.

ANCORA SU GENTILEZZA E DOLCEZZA
Lettrici, lettori, collaboratori, un vero coro di voci, da tutta Italia.


Alberto Casiraghy
Uovo (maggio 2026)
 
Gentilezza e dolcezza. Meravigliose doti! Bellissimo articolo, e tu sempre bravissimo. Buona giornata e grazie. [Maria Spinelli]
 
Complimenti per un articolo che sembra proveniente da un altro mondo ma è nutrito di sentimenti e sensibilità che accomunano gli umani degni dell’evoluzione degli ultimi 10 milioni di anni. [Romano Rinaldi]
 

La bellezza conturbante, capace di turbamento profondo, una dirompente vertigine, è quella che colse Stendhal all’uscita da Santa Croce a Firenze nel suo Grand Tour. Sottile disquisizione tra dolcezza e gentilezza, l’una sì un linguaggio dell’anima, l’altra una conquista, raggiunta attraverso il proprio codice morale e comportamentale, supportata da mitezza ed empatia, favorente relazioni sociali e la nostra aura energetica. Allineata al tuo squisito sentire. [Tata Marchi]
 
Caro Angelo, è un pensiero tenero che oggi manca veramente! Grazie per le tue riflessioni su queste cose fondamentali e un po’ neglette… [Julia Pikalova]
 
Che meraviglia Angelo amico mio carissimo. Sono sulla riva del fiume delle tue parole ammirando scorrere le condivise acque della dolcezza e della gentilezza. Grazie. Ti abbraccio forte. [Zaccaria Gallo]
 
In riferimento alla mia poesia ho parlato di “epica gentile” di contro all’epica guerresca… penso che la gentilezza sia un tratto femminile che permea anche l’anima degli uomini migliori. [Gabriella Galzio]
 
Gentilezza e dolcezza non hanno molto a che fare con la bellezza. Le prime sono virtù, l’ultima è fuori dai comportamenti abituali. Grazie. [Maurizio Nocera]
 
La gentilezza impegna. Sono tempi senza impegno. [Maria Antonietta Montella]
 
Molto bello il tuo pezzo di oggi. Bravo! Oddio, detto così può fare pensare che io consideri molto meno belli gli altri. Ovviamente non è così. Sono stato colpito dal fatto che hai trattato due temi ordinari e usurati, dolcezza e gentilezza, riportandone i valori alla nostra attenzione. Dicendo cose che tutti noi pensiamo e avremmo potuto dire. Solo che l’hai fatto tu e l’hai scritto tu. [Giuseppe Cinà]
 
Toccante l’articolo sulla gentilezza. [Emma Atonna]
 
Grazie delle tue bellissime parole e per le perle di saggezza dei grandi. Chi possiede la virtù della gentilezza, possiede anche una grande interiore bellezza. Buona sera Angelo. [Teresa Straface]
  
Caro Angelo, che bella coppia che siete! E condivido il tuo apprezzamento della dolcezza e della gentilezza, anche se a me essere sempre gentile non è servito a molto, sopraffatta come sono stata dalla prepotenza altrui per tutta la vita. Ma Matteo (vv. 5,5) mi consola: “Beati i miti perché erediteranno la terra”. Quando? Un caro saluto. [Alida Airaghi]
 
Sempre a fare centro! [Giuseppe Faragasso]
 
Grazie Angelo. Quello di cui avremmo bisogno, la gentilezza se non finanche la dolcezza. [Tania Chimenti]
 
Se tutti facessimo la nostra parte al di là delle stupide ideologie il mondo sarebbe migliore e scongiureremmo la guerra che un manipolo di criminali vuole imporci… [Chicca Morone]
 
Molto bella questa riflessione, siamo così disabituati a riceverne che quando ci sono ci sorprendono, quasi ci destabilizzano, non sappiamo più “fronteggiarle” ormai addestrati alla difesa. [Assunta Fusaro]
 
Molto bello. [Alberto Romeo]
 
Apprezzo e condivido e vorrei aggiungere che la gentilezza non conosce gerarchie e ha nei confronti del mondo un atteggiamento empatico. [Valeria Dal Bo]
 
È molto utile sottolineare queste qualità dell’essere umano tanto trascurate, quanto trascurato l’uomo, cioè la sua vera natura in questo momento. È importante riconoscere nell’altro queste qualità perché riconoscerle nell’altro implica il riconoscerle anche in noi stessi. La gentilezza è contagiosa. La dolcezza suscita tenerezza. Abbiamo tutti bisogno di dolcezza e tenerezza. Ti mando una bellissima canzone di Bourville sulla tenerezza che è cugina della dolcezza. È in francese. [Gianna Caliari]
 
Condivido. Da borgnana apprezzo moltissimo la gentilezza e chi ne coglie il valore. Grazie. [Roberta Guccinelli]
 
Fai bene a ricordarne il valore in un momento in cui sembra si sia perso tutto ciò che non sa di violenza e sopraffazione. [Aldo Stroppi]
 
S’apre il mondo a chi ha il cuor gentile. [Claudio Fantozzi]
 
Sono totalmente d’accordo… Grazie. [Chiara Pasetti]
 
Grazie Angelo. È il quadro che è sul mio letto dal 7 maggio 1962, data del nostro matrimonio. (è l’immagine messa a corredo dello scritto ndr). [Carla Zarro]
 
Ottime considerazioni su gentilezza e dolcezza, virtù importantissime. ]Franco Toscani]
 
Viva la gentilezza! E anche la fragile dolcezza… [Gabriele Scaramuzza]


Mi dispiace se sulla gentilezza e dolcezza ho un punto di vista diverso, soprattutto come persona di sesso femminile. È una questione culturale.
Ciò che per me sarebbero qualità normali non mi commuovono, purtroppo faccio i conti da quando sono nata con pochi esempi di gentilezza e dolcezza da parte di persone sia uomini sia donne. Ho incontrato angeli sulla mia via. Non mi avrebbero mai lasciata sola, mi avrebbero cercata e sostenuta con premura affetto dolcezza. Alcuni, anche molto giovani non ci sono più fra noi e altri abitano in altre città. Mio padre era persona dolcissima e gentile, uomo educato, rispettoso, antifascista. D’altra parte la persona commossa è un uomo. Sicuramente buono come sei tu. Angelo. Se c’è una riflessione redenta ben venga per promuovere gentilezza, e commoviamoci... per una normalità rara, vista l’involuzione umana. Essere gentili non è un merito come non lo è essere onesti. Il mondo è un inferno e forse Dante lo riscriverebbe. [Laura Margherita Volante]



SALONE DEL LIBRO TORINO   




Luca Ariano dialoga con la giornalista Mariangela Taccone sul volume Innesti Umani (Bertoni Editore) da lui curato assieme ad Emanuela Rizzo. Giovedì 14 maggio alle ore 16,30 Padiglione 2 - Stand G 130 - H 129. 

 

Privacy Policy