SULLA POESIA CIVILE
di Eros Barone

Eros Barone
Partirei da quella che è la domanda più
indecifrabile che un critico letterario possa formulare: che cos’è la poesia?
Qualcuno – un poeta tra i maggiori della seconda metà del Novecento – ha
fornito una risposta che è molto chiara nella sua semplicità: la poesia è
progetto di sé e del mondo, ossia programma di resistenza alla morte. Senza
questa continua spinta al confronto con la soglia dell’essere, non c’è né può
esserci poesia. Tuttavia essa non si esaurisce nella semplice
riflessione sul confine (poiché altrimenti il dato consolatorio prevarrebbe), e
anzi deve farsi carico più radicalmente della sfida al limite, deve incarnare
un disegno finalizzato a intuire una trama etico-civile nell’ordine caotico
dell’esistente. A questo assioma aggiungerei un altro fondamentale assioma:
poiché tutto è politica (anche se la politica non è tutto), non vi è poesia che
non sia, perlomeno in sede di interpretazione critica, anche poesia civile,
mentre la poesia civile in forma esplicita, per così dire esiodea, corre sempre
il rischio della non-poesia. In ogni caso,
se oggi vi è la necessità di trasformare la letteratura in prassi,
allontanandola dall’intrattenimento e accentuandone la dimensione didattica e
pedagogica, il rischio va corso e i poeti non possono limitarsi, nemmeno “per
voto”, ad “appendere le loro cetre ai salici”. La
congiuntura nazionale e internazionale che stiamo vivendo e soffrendo ci impone
semmai di spostare in avanti l’orizzonte del confronto, rivolgendoci
prevalentemente ai giovani e a coloro che verranno.
Emerge allora il dovere etico sottostante al lavoro letterario: un
dovere che si incarna nel principio erasmiano secondo cui lectio transit in mores. Si tratta, in
altri termini, di ripartire da una definizione di civiltà che nasce di
fronte a scelte sempre più nette, quando si deve uscire da Troia portando o il
padre, o il bambino, o tutti e due, mentre qualcosa dovrà di necessità venir
perduto. La congiuntura attuale richiede quindi l’intervento di un
intellettuale simile ad Enea, che tenti di connettere passato e futuro, sapendo
bene che nel presente c’è tanta ruina, sapendo che non appartiene al presente
la verità. Da parte sua, il critico non può chiudersi, ipocriticamente, nella
fortezza dell’iper-specialismo, ma deve avere la capacità di articolare giudizi
di valore e di elaborare un progetto a tutto tondo, che è quanto dire dotato di
carica etica, politica ed estetica. Del resto, il presupposto fondante della
poesia civile è che il linguaggio poetico non si concluda in sé stesso ma sia
teso alla liberazione del lettore, al superamento dello stato di cose
esistente: che abbia dunque un forte potere contestativo su cui tanto più
occorrerà insistere in una fase dominata dai linguaggi manipolatori della
comunicazione di massa, dalla vanificazione dei significati e dal dominio di
una società che va incontro a una vera e propria «liquidazione della
letteratura».
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| Eros Barone |

Edoardo Sanguineti
Come Edoardo Sanguineti ha spesso
ribadito, formulando una sorta di “degnità”, a parer mio, inoppugnabile, «ogni
linguaggio…è un’ideologia, un pensiero che si fa verbo, un sistema di
classificazioni e di progettazioni che si incarna nella concreta comunicazione
simbolica» [1].
È questa degnità, è questa verità basilare che i detentori del potere
culturale ufficiale si sono costantemente impegnati a negare anche in Italia.
Separare la “poesia” dalle idee, la “magia” dell’espressione dalla sua stessa
‘Weltanschauung’, ha sempre costituito la tecnica privilegiata per normalizzare
la poesia in generale e proscrivere la poesia civile in particolare. La
dialettica dei distinti è sempre stata il toccasana per neutralizzare i rischi
di una seria dialettica degli opposti, anche nelle cose della letteratura,
anche in quella sorta di club per ‘happy few’ che è la poesia. Riproponendo non
implicitamente ma ‘ex professo’ l’ineludibile e indissolubile rapporto tra il
linguaggio e l’ideologia, la poesia civile è allora la voce che ricorda come la realtà
storico-sociale – che non è l’impero dei segni ma piuttosto il segno degli
imperi – stia all’origine del testo poetico, che a sua volta vi apre la propria
strada. In tale prospettiva il contesto, dunque,
non solo non è irrilevante, ma è segno che si incastona nel testo modificandone
la natura, poiché la letteratura vive in un continuo porre una meta che la
oltrepassa. Ed è proprio in questo slittamento dall’impero dei segni al
segno degli imperi che sta la cifra di quel significato transitivo della
scrittura che si può definire come la “destinazione esplicitamente estramurale”
della poesia civile. Se d’altronde, a
partire da un certo momento storico, la poesia sembra essersi trasmutata da un
“genere letterario” in una varietà psicoterapeutica, spetta proprio alla poesia
civile il compito di riaffermare che la poesia è un’arma, sia pure povera, e
che la fede in tale arma è necessaria per comprendere la realtà e scalfirne la
superficie: un’arma povera per mezzo della quale si riafferma un’esigenza di
controllo, comprensione e direzione dell’esistenza umana, molto più che non un
semplice desiderio di felicità. Se infatti lo scopo della poesia è la
comprensione della condizione umana, spetta alla poesia civile, ‘pars pro
toto’, il compito di mostrare che questa comprensione non si dà se non
all’interno di una “lotta di interessi”, laddove tale lotta non è semplicemente
una ideologia politica, ma è, più radicalmente, la compiuta attualizzazione
delle “armi pietose” cantate da Tasso nell’‘incipit’ della Gerusalemme liberata. Insomma, in conflitto con tutte le forme di
estetismo tardonovecentesco, dal vitalismo al formalismo, la poesia civile ci ricorda
che la poesia in generale è l’interprete privilegiata delle tensioni più serie
della nostra società, oltre che la nutrice della prosa.
Dopodiché, individuare la radice
machiavelliana dell’ossimoro “armi pietose” non
è semplicemente il frutto di un’indagine sulle fonti: più radicalmente è un
lume acceso sul modo di intendere la residua funzione dell’intellettuale
nella società. Il principio etico-politico che «quella guerra è giusta che l’è
necessaria, e quelle armi sono pietose, dove non si spera in altro che in elle» [2] indica quale sia l’uso
corretto delle armi letterarie per intervenire nella società. Orbene, se la
letteratura vuole tornare ad essere strumento di comprensione del mondo,
secondo il principio erasmiano per cui lectio
transit in mores, non basterà descrivere il paesaggio con serpente che è
l’Italia del terzo decennio degli anni Duemila. Se la tradizione non è
semplicemente ripetizione o celebrazione, bensì trasmissione e traduzione, sarà
necessario opporsi all’amnesia sociale con ogni forza, nel segno dei classici,
anche quelli più apparentemente inattuali, come Tommaso Campanella e come
Vittorio Alfieri. Del primo basterà citare l’impegno programmatico a combattere
la triade di comportamenti che, così nel Seicento come nel mondo attuale, vanno
per la maggiore: «Io nacqui
a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia». Del secondo, di
cui, in piena consonanza con il primo, non sarà mai abbastanza valorizzato il
trattato Della tirannide, dell’Alfieri, dico, merita di essere
riproposta, come segnacolo in vessillo, la sfida dell’alterità e della
distanza: «Mi trovan duro? / Anch’io lo so: /
pensar li fo. / Taccia ho d’oscuro? / Mi schiarirà / poi libertà».
Dal canto suo, Sartre ha scritto che la
letteratura si fa nel linguaggio ma non è mai data nel linguaggio: essa è un
rapporto fra gli uomini ed un appello alla loro libertà. Fatte salve nella loro
connessione ideale le considerazioni che precedono, ritengo pertanto di poter
concludere questa introduzione rispondendo affermativamente e congiuntamente
alla domanda che è la chiave d’oro di questo convegno: sì, abbiamo bisogno oggi
di una poesia civile, perché abbiamo bisogno sempre della poesia.


D. Bisutti e E. Barone
Note
1. Cfr. E. Sanguineti, Ghirigori,
Genova 1988, p. 47.
2. Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, cap.
XXVI.
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