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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 9 febbraio 2026
GOVERNO
di Franco Astengo
Nazionalismo arrogante e richiamo
democratico.
In questi ultimi giorni sono
emersi questi due punti: l'ondata di nazionalismo di bassa lega con la quale i
telecronisti RAI hanno inondato i telespettatori nel corso della cronaca della
cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali; la decisione di mantenere la
data del referendum nonostante che l'accoglimento da parte della Cassazione del
nuovo quesito proposto da 550.000 elettrici ed elettori imponesse una procedura
diversa e la correttezza istituzionale suggerisse una diversa data. Entrambi i
fatti denotano come a questo governo strada facendo siano rimasti soltanto due
elementi di identità. Elementi di identità mutuati, peraltro, direttamente
dalla storia politica del partito di maggioranza relativa: il nazionalismo
antistorico e l'arroganza come surrogato di un autoritarismo che non può non
trovare difficoltà ad imporsi in un Paese dove la Costituzione democratica
trova ancora profonde radici nei settori migliori della società. I temi
"classici" derivanti dalla matrice fascista hanno difficoltà ad
emergere in particolare sul piano economico (e conseguemente su quello sociale,
come avrebbe voluto la "matrice" di Salò) e l'esercizio stesso del
populismo (rimane in piedi il tema della colpevolizzazione dei migranti)
presenta forti difficoltà ad emergere in una situazione dove è difficile
proporre misure anche falsamente popolari: difatti si sta marciando all'insegna
del favore delle società di rating di marca liberista; il corporativismo si può
esercitare soltanto a favore di categorie relativamente influenti (come i
balneari); crescono disuguaglianze inaccettabili in un clima complessivo di
disfacimento sociale.
Serve un'analisi precisa di
questa situazione considerando appieno come si stiano presentando occasioni
politiche da non perdere come nel caso del referendum: i margini di manovra del
governo sono assai ridotti, il piano internazionale appare costringente a
scelte particolarmente difficili, agiamo in un quadro interno nel quale stanno
prevalendo disaffezione e distacco qualunquista.
L'esito del voto del 22/23 marzo
prossimi presenta elementi da vero e proprio "tornante storico":
affermare il dettato costituzionale attraverso il "No" alla deforma
appare quasi come un imperativo categorico per le opposizioni; un "No"
come strada maestra di costruzione dell'alternativa. È necessario avere
coscienza di questo stato di cose, senza illusionismi ottimistici, ma con la
consapevolezza degli spazi che ci sono e che si possono aprire e chiamando
tutta la "nostra parte" a partecipare e contribuire attraverso un
necessario "richiamo democratico".
Ultimo accenno: il nazionalismo
va denunciato e combattuto senza esitazioni indicandolo come il pericolo
principale e cercando di contribuire ad aprire un dibattito serio che questa
"politica recitativa" intende soffocare.
REFERENDUM
di
Guido Salvini - ex magistrato
Oltre
il Sì e il No per riflettere e star fuori dalla guerra.
Il
referendum sulla riforma costituzionale in materia di giustizia occupa da
settimane molte pagine dei quotidiani e di tutti gli altri mezzi di
comunicazione. Non è solo un referendum tecnico su una legge. Quello che è in corso è uno scontro politico
che costituisce l’atto finale della guerra trentennale tra la politica e la
magistratura. Uno scontro nel quale le forze politiche sembrano addirittura in
seconda fila rispetto all’ANM e la vera opposizione al Governo, anche a livello
comunicativo, è un’associazione privata come l’ANM, che sta finanziando la sua
campagna elettorale come fa un qualsiasi partito politico, con somme elevate
derivanti dalle quote degli scritti, consenzienti o no. In questa battaglia a
colpi di slogan, si ha poca attenzione per le conseguenze degli aspetti tecnici
della riforma (il sorteggio, l’Alta Corte disciplinare, la divisione delle
carriere con i due Csm). L’atteggiamento psicologico è quello di due eserciti
in battaglia. Ciascuno usa dei simboli, per attirare l'attenzione dei
potenziali sostenitori, e entrambe le parti evocano le conseguenze, salvifiche
per il Sì, apocalittiche per il No della riforma. Andremo a votare di fatto un
referendum che è diventato globalmente a favore o contro la magistratura. Ma in uno stato democratico e di diritto come
il nostro la fiducia nella magistratura dovrebbe essere qualcosa di fondante e
naturale. Se non è così c’è qualcosa che davvero non funziona. In realtà non
sappiamo nemmeno che cosa accadrà; sappiamo che oggi l’art. 104 nella parte in
cui garantisce l’indipendenza del Pubblico Ministero non viene toccato, e che
peraltro in alcuni paesi in cui, con le carriere separate, il Pubblico Ministero
sarebbe in qualche modo controllabile dall’esecutivo oggi si indaga proprio sulla
politica (in Francia, Spagna, Portogallo).
Potrebbe verificarsi anche una eterogenesi dei fini, nel senso che, con la riforma, le Procure potrebbero diventare una forza di “super-polizia”, sganciata del tutto dalla giurisdizione e che comanda sempre la Polizia giudiziaria, con più potere di prima. Lo ha prospettato anche Luciano Violante in un recente articolo sul Corriere. Per il momento ragioniamo solamente su ipotesi. Comunque per molto tempo cambierà poco o nulla, i Pubblici Ministeri, che hanno fatto lo stesso concorso dei giudici, per trent'anni saranno ancora i medesimi. Dovremo vedere cosa accadrà, senza l’anima belligerante di oggi, ragionando sine ira, nel tempo su possibili correttivi. Approvata per ora la cornice costituzionale non poco dipenderà anche dal contenuto delle norme attuative sulle modalità, ad esempio, del sorteggio, tra tutti i magistrati o solo tra chi chiederà di partecipare e sulle formazioni e l’ampiezza delle liste dei “laici” anch’essi da sorteggiare. Quanto al nuovo sistema elettorale del CSM non sono certo il solo tra i magistrati e gli ex magistrati a non ritenere uno scandalo il sorteggio dei Consiglieri anche se molti anche per timore tacciono.
Quando
esplose lo scandalo Palamara, l’ANM, su richiesta del gruppo “anti-correnti” Articolo
101, fu indetta una consultazione tra i magistrati anche sul sorteggio, e 1800
magistrati, pari ad oltre il 40% dei votanti, si erano espressi a favore. Ma non
accadde nulla. Le
correnti controllano tutto, anche le più piccole richieste, un trasferimento o la
partecipazione a un corso. Lottizzano non solo il Consiglio ma i posti di
magistrato segretario del CSM e la Scuola superiore, per non parlare dei
privilegiati fuori ruolo. E tutto dipende da loro già a livello dei Consigli
giudiziari, i piccoli CSM di ogni Distretto, dove i capetti locali delle
correnti formulano i “pareri” su di te, decisivi per il resto della tua vita
professionale. Li incontri tutti i giorni e li devi “omaggiare”, l’ho visto per
tanti anni. I Consigli giudiziari andrebbero studiati quanto il CSM, è lì che
nasce tutto ma nessuno se ne accorge.
Nel
lontano 2017, in tempi non sospetti, già prima del caso Palamara in un articolo
su Il Dubbio avevo suggerito un rimedio, abbastanza radicale, contro il
correntismo, ovvero il “sorteggio temperato” degli incarichi direttivi. Era una
proposta che costituiva un antidoto alla colonizzazione del CSM da parte delle
correnti, che, tramite una ristretta élite di magistrati, governano la vita
professionale di tutti. Era il sorteggio parziale degli incarichi direttivi,
ambitissimi in particolare per i vertici delle Procure, incarichi da sempre
decisi fuori dal CSM tra i capi delle correnti, lo abbiamo visto nella vicenda
dell’Hotel Champagne. Per evitare i fenomeni di autopromozione e di scambi di
favori, (io voto il tuo per quel posto, tu il mio per quell’altro) basterebbe
in ogni concorso, selezionare tra gli aspiranti una rosa ristretta di idonei
per l’incarico, tre o quattro con capacità in pratica uguali ci sono sempre, e
poi sorteggiarne uno. Fine così dei mercanteggiamenti e delle trame di
corridoio per i vari incarichi perché l’alea finale li rende inutili. Questo semplice
correttivo avrebbe da un lato annullato il potere delle clientele e di improprio
indirizzo politico-giudiziario delle scelte per le nomine chiave, e,
dall’altro, comunque rispettato in ogni caso un livello di professionalità
idoneo. Se si fosse ragionato su questo metodo, il “sorteggio tra gli idonei”
per gli incarichi, sarebbe stato, volendo, un argomento serio anche da parte
dell’ANM per opporsi al sorteggio elettorale del CSM. In alternativa si sarebbe
potuto adottare un sistema di rotazione degli incarichi direttivi, anche per
anzianità. Mi ha colpito che nessuno
abbia raccolto la mia proposta, pur non avendo ricevuto alcuna obiezione di
principio.
Senza dimenticare comunque che la corruzione del sistema ha investito nelle più importanti nomine di competenza del CSM non solo la componente dei magistrati ma anche il mondo della politica. Infatti agli incontri “riservati” all’Hotel Champagne che servivano a scegliere in modo sotterraneo che doveva essere il nuovo capo della Procura di Roma erano presenti non solo magistrati del Consiglio ma anche esponenti politici. Non condivido l’idea di due concorsi separati, una inutile impuntatura del governo; studiamo e usiamo gli stessi codici, le stesse tecniche investigative, le stesse regole di giudizio, in pratica lo stesso know how. I colleghi di concorso non sono quelli con cui si stabiliscono rapporti di potere, li perdi presto di vista, sono i capi corrente del tuo ufficio che non perdi di vista mai sino alla pensione.
Per
quanto riguarda invece la gestione della carriera, concordo sul sorteggio
elettorale e in generale sulla necessità della divisione in due del CSM e
sull’Alta Corte disciplinare. Con l’Alta Corte si evita, giustamente, la giurisdizione
domestica, i magistrati si conoscono direttamente o indirettamente tutti tra
loro, i gradi di separazione tra giudicanti e giudicati sono minimi. Ma non
apprezzo la prevalenza nell’Alta Corte dei magistrati di Cassazione, che sono i
più lontani dalla vita ordinaria degli uffici. Andrà un giorno anche rivista
l’iniziativa disciplinare del Procuratore Generale per i giudici, che sarebbe del
tutto incoerente. Con riferimento ai due CSM separati sono d’accordo, anche per
evitare interferenze sulla carriera dei giudici da parte dei Pubblici Ministeri,
non come singoli che conducono un’indagine ma in quanto “categoria” perché sono
da sempre più influenti del CSM anche grazie alla loro visibilità. Del resto negli
ultimi anni, Presidente e Segretario dell’ANM, sono quasi sempre stati Pubblici
Ministeri benché i Pubblici Ministeri siano un numero molto inferiore. Inoltre nella campagna elettorale, sembra che
l’unico tema sia l’indipendenza della magistratura rispetto alla politica,
quindi il tema della indipendenza esterna. Resta in secondo piano il tema della
indipendenza interna, che riguarda invece l’autonomia dei singoli rispetto ai
capi e ai colleghi potenti. Ne ho parlato molto nel mio libro uscito da poco: Tiro
al piccione (Pendragon, 2025).
È un tema che all’esterno sfugge, solo chi vive all'interno dei Tribunali lo conosce. L’indipendenza interna del singolo giudice è minacciata dal fatto che la tua vita dipende dall'assegnazione a una sezione piuttosto che ad un’altra, magari grazie ad un concorso ad hoc bandito quando c’è il posto libero che ti interessa o dall’assegnazione di una indagine di rilievo, dal rischio di un’azione disciplinare o di un trasferimento, dal rischio di isolamento. E all’interno di ogni Tribunale, c’è una sorta di casta, di “cerchio magico”, composto intorno ai colleghi di corrente che vivono per diventare capi o per “andare a Roma”, in un costante meccanismo di autopromozione e - mi dispiace dirlo - anche di ricerca di una clientela da soddisfare quando saranno eletti. E si sente questa pressione, tu dipendi in tutto e per tutto da loro, qualche volta puoi essere anche portato a torcere qualche comportamento per ingraziarti quelli che all’interno di un Tribunale contano. Io l’ho sentita moltissimo a Milano. Ho sentito molto il fatto di non avere “appartenenze”, eppure il lavoro del magistrato dovrebbe essere in qualche modo solitario, solo un lavoro di coscienza, meno “ambiente” c’è meglio è. Perché in fondo poi il vero “potere giudiziario” di cui si parla nella Costituzione non è il potere del CSM o dell’ANM ma la sentenza del singolo giudice.
Sono poi convinto che tantissimi, anche quando in alto si decide di indire uno sciopero contro il Governo, sono contrari o disinteressati ma aderiscono religiosamente tutti per conformismo, perché altrimenti “ti vedono”, ed è meglio evitarlo. Alla fine di questa campagna di guerra credo vincerà il Sì, perché il ciclo di vita dell’attuale governo non è certo concluso e, circostanza non indifferente per l’elettore medio, i magistrati si sono resi spesso antipatici. Se mi si chiede cosa voterò, credo che oggi la scelta più razionale e meno belligerante sia star fuori da questa guerra, votare scheda bianca.
domenica 8 febbraio 2026
IN RICORDO DI WALDENFELS
di
Roberta Guccinelli

B. Waldenfels
La
scomparsa del filosofo
Per chi abbia
rappresentato, nei suoi lavori, una fonte costante di ispirazione filosofico-artistica
e una mente aperta alle scienze umane e alle pratiche di cura; per chi potrà
scoprirne un giorno la forza e il rigore del pensiero, la sottigliezza dei
ragionamenti Bernhard Waldenfels, ovunque sia, rimarrà un “pungolo” che non
lascia indifferenti. Il pungolo della libertà, dove la libertà è relazionale, contestuale,
partecipata, o non è, perché non la si gioca mai in solitaria. Lo sapeva bene
lui che era nato a Essen nel 1934 quando il potere industriale, bellico,
cresceva con quello nazista. Lo sapeva e ne faceva tesoro, questo maestro di
libertà condivisa. È un energico invito, il suo, a indagare non solo “tra” le
varie discipline, ma anche «nelle crepe e ai margini del quotidiano», in ogni terra
liminare o luogo soglia in cui possano sorgere fenomeni che per loro natura,
come lo straniero, l’esule, l’eccentrico, lo strano, il rifugiato, ad esempio,
sono dentro e fuori i confini. È un “appello”, sobrio, ma fermo, cui occorre rispondere
con il proprio nome nella grande rete della storia (all’appello si
risponde con il proprio nome e, prima ancora, con la propria presenza corporea),
ognuno nella sua stessa singolarità, nessuno da solo, senza gli altri; un
appello a tenere desta l’attenzione primaria nei confronti di ogni realtà,
natura inclusa, «che gridi in silenzio», con le parole di Simone Weil, «per
essere letto altrimenti». Di questa attenzione, che è una sorta di percezione approfondita,
suscettibile di essere attratta da quanto ci accade insieme ad altri, si nutre come
alla propria fonte originaria un’etica che non teme di confrontarsi, come la
sua, con le proprie ombre e la propria amoralità che le impediscono l’arroganza
dell’autofondazione.
![]() |
| B. Waldenfels |

Il saggio di Waldenfels
curato dalla Guccinelli

curato dalla Guccinelli
Ogni sua opera esige in fondo che l’interlocutore rimanga esploratore nell’esperienza, che si faccia un po’ fenomenologo evitando, nelle sue avventure cognitive nell’ambito dell’umano, di ridursi a un semplice epigone, che viene solo dopo l’esperienza e si limita, di conseguenza, a registrarla come un dato, a giustificarla come un fatto. L’esperienza che non cessa di stupire e non lascia in pace, alla quale ci richiama con una fedeltà quasi socratico-platonica, è per lui la “scena primaria” su cui ognuno di noi si forma con altri. Una ricerca del genere, che occorre svolgere dall’interno, dal basso, dai «bassifondi» della stessa «esperienza», che non è possibile condurre da soli, appunto, ma “insieme” ad altri, questa indagine in grado di smentire ogni possibile forma di solipsismo, non muove dalla mera soggettività, da mere inclinazioni o idiosincrasie e nemmeno dal proprio volere, ma da un altrove radicalmente inteso: da un “altro” avvertito, accolto, patito, talvolta subito a livello innanzitutto sensorio-corporeo, nella sua più profonda e selvatica “estraneità”. Si tratta di una proposta fenomenologico-responsiva che trova i propri Grundmotive nelle forze che spingono a rispondere a chi all’improvviso ci interpella rimanendo tuttavia ignoto, inappropriabile. Quei motivi così poco ortodossi nel lessico anche fenomenologico, che non forniscono alcuna ragione sufficiente per un estraneo che si presenta in termini di pathos, li trova in quanto suscita determinate reazioni o risposte reattive, sul piano espressivo, alle altrui richieste, prima ancora che l’eventuale risposta in senso proprio possa assumere una forma verbale e caricarsi di responsabilità.
Il pungolo dell’estraneo (Der Stachel des Fremden) è precisamente il titolo del volume con il quale Waldenfels, nel 1990, rende esplicito anche per sé stesso un cammino filosofico sempre in divenire, iniziato di fatto molti anni prima con la sua dissertazione dottorale, incentrato sulla figura dell’estraneo, del senza-luogo, un itinerario in cui conta più che l’obiettivo da raggiungere, in una ricerca che venisse declinata in termini teleologici, il processo del domandare e rispondere, ciò che accade “tra” quanti ne sono coinvolti. Il pungolo di Waldenfels, che sollecita per sua natura, incalza, pone domande, è uno sprone a rispondere (una spina, un pungiglione) nel linguaggio in primis responsivo del corpo, una spinta benevola che può nondimeno scuotere, inchiodare, mettere con le spalle al muro, favorire trasformazioni, generare inquietudine, angoscia o stupore, come lo procurava all’interlocutore, nelle vertigini, l’interrogare di Socrate, cui il filosofo tedesco dedica, non a caso, la tesi di dottorato, Das sokratische Fragen. Aporie, Elenchos, Anamnesis [La domanda socratica. Aporia, elenchos, anamnesi], pubblicata nel 1961.
Waldenfels
non era propriamente uno scheleriano, essendo piuttosto waldenfelsiano. Mi ha accolto
molti anni fa, dopo una mostruosa fatica scheleriana, nella sua propria casa
fenomenologica dove, sebbene provenga da altrove, “comincia l’estraneo” e ha compreso,
anche quando lo ha sottoposto a severa critica, il mio “ordine del cuore”
scheleriano come nessun scheleriano ha mai fatto o avrebbe potuto fare. “I filosofi
ti piantano in asso”, pensa a ragione un altro grande Bernhard, Thomas. No, non
sempre lo fanno. Talvolta nemmeno quando scompaiono all’improvviso.
COME FOSSE UNA LETTERA
di Zaccaria Gallo
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Da sin. Gallo, Gaccione, Langella
Libreria Mondadori a Bisceglie
Lo scrittore Zaccaria Gallo su “Una
gioiosa fatica” di Gaccione
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Libreria Mondadori a Bisceglie
Carissimo Angelo, amico mio, troppo tardi conosciuto e troppo separato, perché diviso da oltre seicento chilometri di distanza geografica, intellettuale finissimo e grande poeta, scrittore e redattore di “Odissea” (immancabile ristoro per chi, come me, vive e crede che, ancora, la cultura abbia il potere di salvare il mondo), compagno, nel senso proprio del “ compagno” di fede nel messaggio di fraternità e lotta per un mondo senza ingiustizie, amante della Pace e nemico della guerra e di chi la alimenta, sodale nell’amore per la Poesia, ti dico subito: mi hai mandato i tuoi versi e chiedi a me che ti scriva, di loro, qualcosa. Ti conosco, e mi conosci: non giriamo attorno alla verità! Non sono un critico letterario, non ho le armi indispensabili per usare parole degne del nome di critica verso quello che leggo. Sono un medico, che vive nei libri e con i libri, e che, nonostante l’età ormai avanzatissima, prova intimo piacere nell’osservare la bellezza che lo circonda, e nel rinvenire nelle parole della Poesia, quella stessa bellezza che c’è a primavera, in un prato senza nome e nell’estate, accanto al suono dolce del mare di Puglia, o fra ulivi e querce in autunno o nel dolce picchiettare delle gocce di pioggia in inverno sulla gronda della mia finestra. È con questo animo che voglio trovare le parole per dirti, come fosse una lettera (sai? come si faceva una volta), quello che ho sentito nella mia anima, leggendo i tuoi versi, e voglio farlo a modo mio: con l’animo del viaggiatore che vuole, appunto, compiere un viaggio nelle tue Poesie, contenute in questo tuo bellissimo libro, specchio esatto del tuo essere al mondo. E, allora, viaggiamo in questo tuo testo che, se ha l’aspetto d’un vero autoritratto (ci sei tu, intero per come sei e per come ho imparato a conoscerti), ha anche una esatta corrispondenza con la totalità delle idee e delle tensioni che fanno parte della mia natura, e il grande valore per i messaggi e i contenuti universali che si incontrano. È vero, sei inquieto, siamo inquieti, eppure sono d’accordo con te: questa inquietudine è il principio da cui poter far nascere la serenità. Tu intimi alla morte di non oltrepassare la soglia della tua casa, almeno fino a quando non ti sia data la possibilità di raccogliere i ricordi e tutto quello che hai scritto e letto, perché tutto possa vivere nella luce, con la gioia e la felicità che hanno gli uccelli del mattino.
Ma non c’è solo la morte e il buio della notte a generare inquietudine. Ti chiedi chi è il fantasma che scende dal quadro appeso alla parete (Bacon? Sì, certamente è lui, con i suoi cardinali), per pugnalare chi tradisce il vero significato della Croce. Vibra il tuo spirito anticlericale (che t’accomuna al mio) intriso dallo sdegno per le colpe della Chiesa. E da poeta-intellettuale impegnato nella lotta per una società diversa, nella quale, oggi viviamo, mediti sul vero significato da dare all’esistenza umana e del rapporto uomo con uomo. Perché sei il poeta che lotta contro i “signori” e “padroni”, quelli che, per intere generazioni, hanno tenuto in schiavitù altri esseri umani. Citi e credi e vivi nella Resistenza, che non deve mai aver fine, che non bisogna dimenticare, che ancora oggi è condizione necessaria per conquistare e mantenere viva la libertà, una libertà gioiosa, condizione di chi crede nella vita e nella Pace e non in quella lugubre di chi dà la morte. Per questo, a lettere chiarissime, nei tuoi versi, dici che non sarai mai dalla parte di chi fabbrica le armi, di chi le commercia e le distribuisce nel mondo, con i portatori di guerre, di tutte le guerre, con il loro immenso terribile carico di distruzione, dolore, morte. E io sono ancora con te quando, nelle tue poesie, dichiari di combattere sempre tutti coloro che erigono barriere tra gli esseri umani.
Sì, carissimo Angelo, io sono con te, e con i colori della tua giornata, che sono i colori dell’arcobaleno e non del nero simbolo di oppressione, buio della ragione, a favore del profitto e dello sfruttamento. E che commovente immagine evocano, a proposito proprio della libertà, quelle nuvole che passando nel cielo, al di sopra di un carcere, incontrano lo sguardo del carcerato e decidono di posare la loro prua sulle sbarre della finestrella della cella, consentendo di poter vedere, nella sua bellezza, il cielo azzurro, anche lui libero. Continuando il mio viaggio nelle tue poesie, caro Angelo, scopro con te Parigi, città a me diventata cara da quando, per ragioni letterarie personali, sono riuscito a visitare. Quanto mi fai vibrare il pensiero e l’anima quando ci parli della Place Vendome dove, con quel tuo spirito surreale che mi incanta, descrivi Proust e Marx che riconoscono passare Chopin. Ma Parigi, poi, tu la guardi con gli occhi giusti della ragione, che non dimentica, né fa dimenticare, con bellissimi versi, che la capitale francese è paragonabile a un cocktail umano, fatto di cogenti contraddizioni, tra la bellezza dei boulevards e la esplicitata presenza di una scritta su un muro, dove qualcuno, assieme a te, scrive che non si può assolvere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
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| Poesia del libro affissa nella cella di un Istituto di pena |
E questo non solo in Francia. Divorati dalla nostalgia, turchi, greci, slavi, neri, e italiani vivono e mangiano la loro malinconia nella Germania del dopoguerra e, chi non ha problemi con le bevande alcoliche, si consola con enormi boccali di birra. Si muore sul lavoro, per un pezzo di pane, per un mutuo da pagare per la casa, per riempire il portafogli del datore di lavoro. E fatalmente o, forse… naturalmente… poi con le “milanesi”, eccoci, caro Angelo, assieme, nella tua Milano, e anche un po’ la mia, da tempo. Avvolta nel grigio del suo cielo (che gioia quando si apre al sole), con i tuoi versi m’inviti a percorrere le sue strade e le sue piazze, come spesso ho fatto a piedi, alla ricerca di una bellezza che c’è, e che si nasconde per donare gioia a occhi e anima una volta trovata. “Labirinto borghesiano nel suo disordine”, dici, certo, non perfetta, ma da amare, proprio per la sua imperfezione e per alcuni momenti che non si possono dimenticare.
Che meraviglia quei tuoi versi che, improvvisamente, in una pagina, ce la mostri, Milano, come una donna che “si toglie i suoi tacchi a spillo” e indossa il mantello del silenzio. A sera, sotto quel mantello, dopo le diciannove, tante volte, prima di tornare alla mia abitazione, mi ci sono ritrovato immerso in quel silenzio, di domenica, con tutti i negozi e i caffè chiusi. E lì, proprio a Porta Romana, senza esseri umani, si accarezza, con lo sguardo del cuore, quell’albero che con amore (sì, Angelo, perché gli alberi sono capaci d’amare) dà asilo agli uccelli che ogni giorno lottano per sopravvivere in questa nostra città. Che meraviglia quella luce solare quando illumina e riscalda i palazzi eleganti di Porta Romana, golosa fetta di quartiere. Mi rammenti la Rotonda della Besana, dove anche io, in passato, non ho mai tralasciato di entrare, come anche nel Parco della Villa Reale già Belgioioso: due luoghi in cui, come dici tu giustamente, la ferocia non ha posto.

Intervista sul quotidiano "Il Giorno"
Pace e serenità invece che riconciliano il tuo animo di poeta con la realtà, perché è possibile ascoltare la musica che si ha nell’anima e sentirsi liberi di alzarsi in volo, come gabbiani per lasciarsi trasportare dal vento e non dalla deriva, alla quale vogliono condurci quelli che ci negano la libertà. E si leva la tua voce, forte, nei versi in cui agli italiani, figli della Magna Grecia, gridi di non dimenticare il valore che nella vita degli uomini ha l’amicizia e l’ospitalità e la salvaguardia della Bellezza. Come non amare quei versi in cui tu, con aspetto tipicamente baudelariano, sanamente anarchico, scendi con leggerezza per strada, vestito di bianco, leggero come una libellula e, volentieri, vorresti regalare una rosa per ogni sorriso di ragazza incontrata per caso. Strade e personaggi: indimenticabile quel Donato Buongiorno che, amava camminare di notte per le vie deserte, non si saprà mai alla ricerca di cosa, e che, nel giorno del suo funerale, ha radunato una folla imponente a rendere omaggio proprio a lui, così schivo e solitario, tanto da non avere un amico. Ma poi, in altri versi, ricompari, amico mio, amico del vino, della memoria, della Poesia, degli alberi (sacra la tua indignazione verso gli “scorticatori”). In mirabili liriche, poni delle domande, che, una volta poste, non sono più solo tue, sul futuro del nostro pianeta, che rischia di veder scomparire le nuvole, i campi di grano, quella nostra aria e quella nostra acqua, che dovremmo sempre francescanamente ringraziare per la sua esistenza casta e pura. Perdere tutto questo, significherà portare l’umanità a livelli talmente intollerabili dell’esistenza, da desiderare l’autoannullamento.
E, infine, torna con l’amore per i libri, il senso vero dell’esistenza di Angelo Gaccione, poeta e vivo amante delle parole e delle pagine scritte e stampate, quando nel testamento che vuole lasciarci chiede di posare le sue ceneri, (che accada il più lontano possibile!), sul ripiano di una biblioteca: per continuare ad essere ancora, e sempre, accanto a chi non gli è mai stato nemico in vita: ogni libro, infatti, ha donato a lui la sua amicizia, anche quello che apparentemente non valeva granché. La vita, ci dici, gioca con noi, fino alla fine: si fa beffe del nostro essere e, solo quando da vecchi ci avviciniamo alle soglie dell’infinito silenzio, la riconosciamo davvero per quello che ha contato, conta e potrebbe contare: la vista e i sensi, infatti, si son fatti più acuti rispetto a quando eravamo giovani. Terrò così il tuo libro accanto a libri più cari sulla mia scrivania al termine di questo primo viaggio, caro Angelo, perché mi piacerà ancora, di tanto in tanto, riprendere a viaggiare, per risentire dai tuoi versi, l’invito ad amare la vita con le parole “illuminose” della tua Poesia.
[Bisceglie, febbraio 2026]
IL DIALOGO INFINITO
di Laura Garavaglia
L’intreccio tra Poesia e
Matematica
La poesia e
la matematica, lungi dall’essere discipline opposte, condividono una radice
comune fondata sull’esplorazione della realtà e sulla ricerca della verità. Questo
legame, spesso considerato invisibile, si manifesta attraverso diversi punti di
tangenza fondamentali. Un primo, evidente
punto in comune che hanno poesia e matematica è relativo al linguaggio. Lo
esprime chiaramente Leonardo Sinisgalli, poeta, ingegnere e matematico: “La
poesia ha in comune con la matematica, la tensione dell'intelligenza, la
felicità in relazione allo sforzo: un sonetto è un meccanismo, una elaborazione
perfetta, in cui è possibile ammirare la capacità di un pensiero compiuto, di una
sequenza di immagini all’interno di un certo numero”. In una lettera a
Gianfranco Contini del 1941, Sinisgalli paragona ad una formula matematica la
potenza espressiva della poesia: a+bj, dove a e b sono numeri reali e j è
l’unità immaginaria, che esprime la forza e la compressione della poetica. La
lettera è pubblicata nel libro Furor Mathematicus, [i]
un’opera-laboratorio in cui Sinisgalli distrugge lo steccato tra le ‘due
culture’, elevando la matematica a strumento di indagine poetica e la poesia a forma
suprema di precisione razionale.

Sinisgalli

Entrambe le discipline utilizzano un linguaggio universale che punta alla massima densità di significato con il minimo dispendio di mezzi, come ha sottolineato anche il matematico lettone, naturalizzato statunitense Lipman Bers: “La matematica è molto simile alla poesia. Quello che fa buona una poesia, una grande poesia, è che in essa c’è un’ingente quantità di pensiero espressa in poche parole”.[ii] Queste affermazioni mi inducono a confrontare, ad esempio, una celeberrima poesia e una altrettanto famosa formula per chiarire come una grande quantità di pensiero possa essere contenuta in una sintesi estrema: “M’illumino / d’immenso”, di Ungaretti due versi che vivono della tensione tra l'atto soggettivo, il “piccolo” io che riceve la luce, “d’immenso” è l’infinito. L’uomo di fronte al cosmo.

Ungaretti
Questa
essenzialità e densità di significati mi sembra di trovarla nella famosa equazione
di Paul Dirac, Premio Nobel per la fisica nel 1933, che ha unito la Meccanica
Quantistica con la Relatività Ristretta scoprendo la relazione necessaria tra
due elementi (materia e antimateria, o due particelle correlate): (𝞉 + 𝒎)Ψ = 0


Dirac


La
“poesia” della matematica la si trova anche nell’Identità di Eulero, che racchiude
le cinque costanti di questa cosiddetta “scienza dura” (che di duro a mio
avviso non ha nient’altro se non l’impegno che necessariamente richiede tutto
ciò che si affronta con entusiasmo), sintetizzando l’intera storia del pensiero
quantitativo:
eiπ + 1= 0


Valéry
Paul Valéry è stato definito da Italo Calvino nelle Lezioni
americane “il poeta del rigore impassibile della mente”. Claudio Bartocci
osserva “nella sterminata officina dei Cahiers,
che abbracciano cinquant’anni di implacabile e solitario ragionare, centinaia e
centinaia sono le osservazioni dedicate alle scienze matematiche (“elle sont
exercise, et comparable à la dance”) e – come per Musil, i modelli che
suscitano ammirazione, rispetto e invidia non sono tanto i letterati o gli
artisti, quanto Riemann, Poincaré, Enriques, Élie Cartan, Émile Borel,
Hadamard, oppure le “forte tête de la physique”, Plank, Einstein, Langevin,
Lorentz”.[iii] Mi sorge spontaneo pensare a un altro
punto in comune che hanno scienziati poeti: la tensione alla bellezza. Esiste
un’estetica della matematica, che matematici e fisici apprezzano e che consiste
appunto in quella sintesi estrema a cui sopra ho accennato, così come la
bellezza nasce dallo spazio bianco tra i due versi di Ungaretti. È in quel
salto visivo che avviene una sorta di illuminazione. Dirac era appunto
un’esteta della matematica e quindi della fisica, fino a dichiarare “Il
ricercatore, nel suo sforzo di esprimere matematicamente le leggi fondamentali
della Natura, deve mirare soprattutto alla bellezza matematica. Deve prendere
ancora in considerazione la semplicità, ma subordinandola alla bellezza. (…)
Accade spesso che i requisiti di semplicità e bellezza coincidano, ma laddove
entrino in conflitto, il secondo deve avere la precedenza”. [iv]

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| Calvino |
Anche un altro famoso matematico, Godfrey Harold Hardy, professore a Cambridge dal 1906 al 1919, ha descritto in modo chiaro e puntuale questo concetto di bellezza, paragonandola a quella della poesia e dell’arte in generale: “I matematici, come i pittori e i poeti sono creatori di modelli. Il pittore crea i suoi modelli con forme e colori, il poeta con le parole. Definire la bellezza matematica può essere difficile, ma è così par qualunque genere di bellezza. E anche se non sapremmo dare una definizione di bella poesia sappiamo sempre riconoscere una poesia bella quando la leggiamo”.[v]

Hardy
Questa
ricerca di una bellezza che scaturisce dall’ordine e dal numero trova un eco
nelle visioni di Lautréamont. Nei suoi Canti di Maldoror, egli
elevava un celebre inno alle “matematiche severe”, lodandone la chiarezza e la
capacità di liberare l’uomo dal fango dell’incertezza, definendole “più alte di
ogni poesia” proprio per la loro perfezione sovrumana.


Lautréamont
In
Italia, negli anni ’60, Primo Levi, Carlo Emilio Gadda e in particolare i già
citati Italo Calvinio e Leonardo Sinisgalli si sono occupati a fondo nelle loro
opere del rapporto tra letteratura e scienza. Ecco un passo illuminate di Primo
Levi, scrittore, poeta laureato in chimica, tratto da L’altrui mestiere:
“Sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura
scientifica con quella letteraria, scavalcando un crepaccio che mi è sempre
sembrato assurdo. C’è chi si torce le mani e lo definisce un abisso, ma non fa
nulla per colmarlo; c’è anche chi si adopera per allargarlo, quasi che lo
scienziato e il letterato appartenessero a due sottospecie umane diverse,
reciprocamente alloglotte, destinate a ignorarsi e non interfeconde.


Gadda

È una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della Controriforma, quando non risalga addirittura ad una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto. Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile. [...] fra le due culture non c’è incompatibilità: c’è invece, a volte, quando esiste la volontà buona, un mutuo trascinamento”.[vi]
Per Calvino, scrivere è un atto di precisione quasi matematica. La poesia non è “vago sentimento”, ma lo sforzo supremo di dare una forma nitida all’indistinto del mondo. È esattamente ciò che fa una formula fisica: riduce il rumore per trovare la costante. Già nella Sfida al Labirinto (1962) sottolineava come l’atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono affermando che entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione. Piuttosto che ambire a un’impossibile esaustività, come certo il lettore avrà già capito, questo lavoro vorrebbe offrire degli spunti di riflessione accennando ad alcuni autori che hanno esplorato la felice contaminazione tra scienza e poesia. In quest’ottica, mi limito a richiamare Lucrezio e Dante come riferimenti imprescindibili ma universalmente noti, la cui statura monumentale permette di assumerli come presupposti ideali senza doverne approfondire la trattazione, lasciando spazio a percorsi meno frequentati. Se Lucrezio e Dante rappresentano la struttura e l’ordine, un riferimento imprescindibile resta Jorge Luis Borges.

Borges

In lui, la matematica
abbandona la rigidità del dogma per farsi labirinto, calcolo combinatorio e
gioco metafisico, aprendo la strada a una sensibilità scientifica modernissima.
Egli rappresenta infatti il vertice di quella “poesia del pensiero” dove la
matematica è la struttura stessa del narrare.
Mi
limito a citare i versi finali della poesia Elogio de la sombra: “Llego
a mi centro,/a mi álgebra y mi clave,/a mi espejo./Pronto sabré quién soy”.[vii]
Qui Borges usa il termine “algebra” nel senso più puro e poetico possibile: la
riduzione della complessità della vita a una formula essenziale. Dopo aver
perso il mondo visibile (la geometria delle forme), gli resta il mondo dei
simboli (l’algebra del pensiero). Se il mondo sensibile è fatto di
immagini che mutano, l’algebra è fatta di relazioni eterne. Per Borges,
approdare all’algebra significa spogliarsi del “corpo” per diventare “formula”,
un’essenza che non può più morire perché non appartiene più al tempo.

Maggiani
Tra
i poeti contemporanei, che hanno una formazione scientifica (mi perdonino
coloro che potrei aver dimenticato di citare) faccio i nomi di Gianni Darconza,
Bruno Galluccio, e Roberto Maggiani. In questi tre autori, la doppia matrice di
fisici e matematici si traduce in una scrittura di estrema specificità, che
definirei quasi un’architettura logica del verso. La loro poesia non cerca la
suggestione vaga, ma la necessità della dimostrazione: ogni parola è
collocata con la precisione di una variabile in un’equazione, rendendo il testo
un organismo dove rigore e bellezza coincidono. Un ultimo (non certo per importanza)
punto di tangenza tra poesia e “scienze dure” è la grande capacità di
immaginazione che hanno matematici, fisici e poeti. Lascio alla voce di tre
donne, due matematiche e una poeta, chiarire quanto ho sopra scritto. La prima
è Ada Lovelace, figlia di George Gordon Byron, una delle più brillanti figure
della matematica del XIX secolo, considerata la prima programmatrice di
computer della storia, “l’incantatrice dei numeri”, come la chiamava l’amico
matematico Charles Babbage. In una nota datata 1841 scrive: “L’immaginazione è
la facoltà della scoperta (…) la scienza matematica mostra ciò che è. È il
linguaggio delle relazioni invisibili tra le cose. Ma per utilizzare e
applicare questo linguaggio dobbiamo essere capaci di apprezzare, sentire,
misurare completamente l’invisibile, l’inconscio. L’immaginazione mostra anche
ciò che è, l’essere che sta al di là dei sensi. Pertanto l’immaginazione è
coltivata in particolare da coloro che sono realmente scienziati, coloro che
desiderano penetrare i mondi che ci circondano!”.


Lovelace
In questo periodo Ada Lovelace stava pensando
di scrivere poesia matematica “un tipo di poesia unico, di natura molto più
filosofica e elevata che nessuno al mondo abbia visto sino ad ora”.[viii]
L’altra matematica e scrittrice è Sofia Kovalevskaya, che ebbe la cattedra di matematica all’Università
di Stoccolma grazie al suo grande talento, la prima donna in Europa, in epoca
moderna, a far parte del corpo docente di una prestigiosa università con pieni
diritti di insegnamento e ricerca, superando enormi pregiudizi sociali: “bisogna abbandonare il vecchio pregiudizio
che un poeta debba inventare qualcosa che non esiste, che immaginazione e
invenzione coincidano. Mi sembra che il poeta debba solo percepire quello che
gli altri non percepiscono, guardare più a fondo di come guardano gli altri. E
i matematici devono fare lo stesso. Non è possibile essere matematici senza
essere poeti fino in fondo”.


Szymborska
Infine la poeta polacca Wislawa Szymborska, premio
Nobel per la letteratura nel 1996, ha scritto: “Non ho difficoltà a immaginare
un’antologia dei più bei frammenti della poesia mondiale in cui trovasse posto
anche il teorema di Pitagora. Lì c’è quella folgorazione che è connaturata alla
grande poesia e una forma sapientemente ridotta ai termini più indispensabili e
una grazia che non a tutti i poeti è concessa”.[ix]


Claudio Bartocci
Note
1. L. Sinisgalli,
Furor Mathematicus, a cura di G. I. Bischi, Mondadori, 2019
2. G. Lolli, Matematica come
narrazione, Il Mulino, 2018
3. AA VV, Racconti matematici, a
cura di C. Barocci, Einaudi, 2006
4. P.A.M. Dirac, La bellezza come
metodo, Raffaello Cortina Editore, 2019
5. G. H. Hardy, Apologia di un
matematico. De Donato Editore, 1969
6. P. Levi, L’altrui mestiere,
Einaudi, 1985
7. J. L. Borges, Poesía
completa, Debolsillo, 2019
8.
C. Hollings, U. Martin, A. Rice, Ada Lovelave. La formación de una científica informática, Universitat de València, 2019 (citazione tradotta in italiano
da L. Garavaglia)
9. W. Szymborska, Letture
facoltative, Adelphi, 2006

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