UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 8 marzo 2026

GIORNATA DELL’8 MARZO
di Chicca Morone e Chiara Rota


 
La Giornata internazionale della Donna è una ricorrenza celebrata ogni anno ovunque nel mondo per ricordare la lunga lotta vissuta da noi donne affinché fossero sanciti i nostri diritti. Molti ne legano l’origine a un evento di cronaca, un presunto incendio in una fabbrica tessile di Cotton a New York, nel quale morirono circa 129 operaie, l’8 marzo 1908. Per noi, risale al 1945 la decisione dell’Udi (Unione donne in Italia) di celebrare la prima “giornata della donna” nelle zone dell’Italia libera.
A scandire un nuovo incipit proprio in questo giorno, è una Roma “invasa” da 20.000 donne riunite a Campo de’ Fiori, non a caso sotto la statua di Giordano Bruno, martire del libero pensiero, dando inizio così agli anni caldi del femminismo italiano: è l’otto marzo 1972. Chiara Rota (autrice degli splendidi disegni, ndr) e io abbiamo deciso di dare la nostra interpretazione della festività attraverso immagini e parole di un eterno femminino... ma felino, attribuendo alle sette gatte le caratteristiche umane che hanno reso indimenticabili le loro presenze nel nostro inconscio!



Cleopatra
Amore e morte nell'ultimo respiro
Sacro rituale


La gatta con l'orecchino
Luccica l'oro lampeggiando furtivo
Sacro lo sguardo




Frida Kahlo
Lottare sempre affrontando dolore
Sacra pittura


Madonna
Nell'Universo madre di ogni donna
Sacre le vesti
                                                            


Marilyn Monroe 
Oltre il sipario implorando il silenzio
Sacro il corpo


Sirena
In occhi chiari azzurri cielo e mare
Sacra fusione


Profeta
Sibilla sacra vede oltre la vista
Sacro responso


AFORISMI INEDITI
Sella - Casiraghy - Gaccione


Casiraghy - Sella - Gaccione
Al Salotto Sella (21 febbraio 2026)

I più coraggiosi si lanciano nel baratro della morte senza il paracadute della religione

*
Per sua stessa natura il processo creativo rifugge dalla coerenza
 
*
L’atarassia: un suicidio a metà
 
*
Solo nella sfida l’uomo si sente vivo



Alberto Casiraghy
Per Angelo Gaccione (2026)

Alberto Casiraghy
 
Ci sono segreti indispensabili


*
Da anni cerco un cervello di riserva


*
Cerco ritagli di luce nel buio imprevisto


Alberto Casiraghy e Angelo Gaccione
Salotto Sella (21 febbraio 2026)
 
Angelo Gaccione
 
Il luogo del pensiero è necessariamente un luogo del silenzio. 
Meditare presuppone silenzio. Sentire profondamente presuppone silenzio. Interrogare il proprio cuore presuppone silenzio


*

La guerra è terrorismo di Stato. Il terrorismo di stato si chiama guerra


*
La semplicità è un’arte ed è anche difficile


*
Chi provoca discordia ottiene guerra
 

 

SCAFFALI
di Annitta Di Mineo


Luan Rama

Scorrendo le pagine del romanzo di Luan Rama La donna che veniva dalla nebbia, pubblicato da Montabone Editore, con foto di copertina di Fahredin Sphia, tradotto in italiano da Sadina Rama, il lettore viene trascinato da emozioni che lo inseriscono all’interno della narrazione, facendolo sentire parte integrante della storia narrata. Narrazione di un amore interrotto a causa della guerra e dopo tanti anni la voglia di sapere, il desiderio di ricercare per ottenere una risposta. Un viaggio per mettere ordine ad un passato rimasto sospeso, senza risposta, interrotto dalla follia di un conflitto che non ha permesso l’amore fra due giovani studenti perché il ragazzo viene chiamato alle armi, lasciando la fidanzata a Milano-Italia con la promessa di ritornare. Però il vivere è turpe, non mantiene i patti.
Il tempo andato, presente e futuro ineluttabilmente uniti, che si influenzano tra loro, trasformando e forzando un destino, ma la caparbietà di una donna, ancorata al ricordo del suo amore, vince nel conoscere la verità seguendo il suo scandaglio fino in Albania.  
Scrittore e poeta di elevata caratura detiene l’arte di muoversi con profonda raffinatezza e sensibilità dando vita ad un romanzo colmo di nuance capaci di comunicare un messaggio educativo, un annuncio di pace fra i popoli stanchi di piangere i propri morti, o di non ricevere notizie dei suoi soldati dispersi. E ancor più forte la denuncia del fallimento delle guerre che portano povertà, desolazione, macerie, disumanità e spegnimento di sogni.
Come in una sorta di un montaggio filmico le scene si spostano chiamando in causa personaggi, luoghi e inquadrature diverse orbitando
attorno all’appello della pace, costantemente smentita dal genere umano e dagli accadimenti funesti.


 
Luan Rama
La donna che veniva dalla nebbia
Montabone Editore, 2025
Pagg. 132 - € 15

POETI
di Tania Chimenti


 
Io, che ho l’ossessione
di legare i segni tra loro,
penso al regalo che mi hai fatto:
la camicia che ti sta stretta,
con impressa la marca
un otto al rovescio,
l’infinito in un palindromo.
 
Così ora spero
nel prossimo regalo
magari una bambola
“facciamo che ricominciamo.
Vero, mamma?”

 

VERSI
di Gianna Caliari


Gianna Caliari
 
A mia madre Dina
 
Il tuo volto risplende immenso
come la luna d’agosto
che mi ha vista nascere
come il tuo cuore
che si riempiva di gioia
Al nostro ritorno
non sapevi di quel gatto nero
che – nascosto nel tuo ventre –
ci graffiava – crudele
Ma per questo tuo cuore
grande come il mondo
mi è stato concesso il grande privilegio
vedere al di là della porta quel mistero
che agli uomini
non è concesso vedere.

COME TE STESSO
di Adam Vaccaro
 

Roberto Caracci

L’immagine delle moltiplicazioni infinite
  
L’ossessione dell'abisso, inteso come oggetto inesplicabile e inarrivabile, o il fascino della matassa mai completamente dipanata, della sfida del cerchio che non si chiude ed evolve in una spirale, quale immagine sia del DNA, che della nostra complessità operativa mentale. È la cornice e l’orizzonte culturale della caldera vulcanica e nucleo motore che alimenta il moto creativo inesausto di Roberto Caracci. È un moto interconnesso sia alla dinamica della nostra costitutiva struttura biologica, sia ai livelli più alti dei sensi elaborati dalla cultura interdisciplinare umana. È la dimensione del molteplice, che implica ciclicità incessante, esaltazione del soggetto e al tempo stesso bisogno uscita dai suoi limiti, quale premessa di possibilità di rinascita, entro una non preordinata ricerca tra sacro e profano. Da parte mia cercherò di articolare una sintesi delle sue molteplici fioriture creative, condivise in decenni di scambi, letture e analisi reciproche, condite da serate conviviali e giocose, momenti importanti al pari degli scambi più impegnativi. Ma il fascino che mi sollecita a farlo, non fa parte dell’inarrivabile fondo senza fondo di ciò che continuiamo a cercare di articolare con parole, suoni o immagini, cui diamo il nome di poesia? Della quale ci è dato solo di avvicinare il suo segreto, ma mai fare completamente nostro, come le due dita michelangiolesche della Cappella Sistina, che continuano a dirci all'infinito, come te stesso



Vale a dire, ogni scrittura e gesto d’arte, come ogni persona, letteralmente non esiste, se non trasmette, mentre ci scorre sui binari invisibili dagli occhi ai neuroni, il piacere di sé, il piacere del testo, come analizzato nel secolo scorso da Roland Barthes. Di tale magia Caracci sa declinare i segreti, e che siano affabulazioni filosofiche, romanzi o racconti, i suoi testi catturano e calamitano il lettore rigo dopo rigo, per sapere come si svolgerà il filo del gomitolo nascosto.
Anche questi sei racconti filosofici di Come Te Stesso (Editoriale Delfino Srl, Milano, 2025), se per filosofia intendiamo una elaborazione e visione della complessità inesausta della vita, lo confermano. A tale proposito, in Caracci c’è una visione che declina in modi particolari il senso del tragico. Da un lato, vicende e personaggi si odiano e scontrano in modi irriducibili, ma poi l’Autore trova crepe in tale irreparabilità, tra le quali intravede la luce opposta e salvifica, dell’amore resistente (o resiliente, per usare un termine oggi più di moda) della vita che supera le contraddizioni, per poter ritornare in scena e ricominciare.  In Caracci è questo bisogno che prevale, irradiato da una radice mediterranea, che ricomprende e va oltre anche la radice napoletana, senza la quale la fenomenologia vitale rimane sospesa sull’abisso del nichilismo distopico, condito da deliri senza preludi (ricordando il suo romanzo del 2020, Preludi & deliri), abbandonata al deliquio di un salto dal ponte sull’abisso del nostro esistere (Ponti sull’abisso, 2024). Per cui, se la realtà è un ponte che sfocia nell’indefinibile, come in un preludio di Liszt, occorre riaffermare il suo fascino, che è il segreto della poesia, dell’arte e dell’amore, inestinguibili corpi della nostra anima.
Questi racconti mettono in scena una visionarietà affabulatrice, che avvince come le spire di un boa la nostra attenzione, senza di che ogni testo diventa lettera morta. Come detto, c’è una visione aperta alla vendetta della vita, per cui se scorre in essi sangue e odio, alla fine svolazzano irridenti angeli invisibili e salvifici, invece che orrendi pipistrelli (vedi il primo e il secondo dei sei racconti: La prima notte dei pipistrelli e Inseguimento a due voci).
Così, che siano pipistrelli o sguardi nemici, alla fine trionfa un Sé, che ricomprende l’Io, ma è capace di andare oltre grottesche e chiuse idiozie. Ed è la chiave, il soggetto protagonista che regge come un Atlante quel ponte sospeso, di cui non si intravedono piloni. È questo il personaggio innominato che salva dal patetico e mieloso romanzetto di appendice, il ripreso orizzonte del lieto fine, innevato nel nostro bisogno di continuare a vivere qui, anche in questo eden ignobilmente devastato.


 

Caracci riflette sulla catena biologica interminabile della vita, dalle cellule ai corpi interi di ogni essere, e ne fa metafora del fare della scrittura. Rovescia pertanto con acuta elaborazione di quella che Gian Battista Vico (credo) qualificherebbe come filosofia poetica. In tale rovesciamento, non è la scrittura qui che elabora metafore dalle cose e dai corpi dell’esistenza, facendone costruzioni simboliche che moltiplicano il mondo, reale e immaginario, ma è tale mondo che è metafora del fare della scrittura. Diventano così due semicerchi che tendono a comporre un cerchio. Ma tendono a un cerchio che non si chiuderà mai, perché è la meccanica del vivente che lo impone, in cui ogni settore o anello è utile-inutile, perché è sostituibile.
E sta in questo il suo fascino, che nella cultura occidentale la scrittura tende a farsi lucente creatura ed armatura delle supponenze dell’ego, riducendo l’arte a fiore della propria hybris creativa ed egolalica. La visione di Caracci coinvolge in un unico sguardo critico, sia il fare dell’arte e della scrittura che quello della natura, e sollecita uno sguardo più ampio, di un senso ritrovato solo sul piano del molteplice.
Spinge cioè a riprenderci la sapienza oscura di una dinamica che è una incessante sostituzione, divisione e moltiplicazione infinita, della dinamica in cui viviamo e di cui siamo parte, ma della quale facciamo così fatica a farne materia dei nostri più alti costrutti mentali. Una dinamica biologica che è sempre la stessa: l’atomo non ha alcun senso in sé, se non diventa parte di una molecola, e questa di una cellula, quali clinamen che già Epicuro vide nella loro utilità ed energia moltiplicata solo se si univano in un grado superiore.


 
 
In questi racconti, cerca forme tale dinamica, che ne costituisce la spina dorsale, in cui come dice in Delitto senza castigo, la tragedia del nostro orizzonte culturale non ha ancora reso struttura del proprio processo operativo, nella vita singola e sociale, come nelle creazioni più alte e complesse, che il singolo moltiplica il proprio ego solo se contribuisce a farsi parte della soggettività più complessa, quale è il Sé. E il Sé esiste nella sua massima espansione solo se contribuisce a farsi parte di una comunità.
È una verità semplice, ma che nella follia dei deliri di onnipotenza che continuano a ripetersi in termini tutt’altro che ridotti, anzi crescenti, entro l’orizzonte mondiale contemporaneo, può portare solo alla distruzione del senso, il che è sintesi della distruzione antropologica in atto. La quale è generata dalla distruzione del senso del limite, distruzione etica del delirio di un singolo soggetto (proiettata poi in un gruppo etnico-razziale, in uno Stato, in un’Area geografica) che crede di essere tutto, interrompendo così la moltiplicazione vitale, avviando anzi il processo inverso di distruzione.
In questi racconti, dopo aver letto e seguito il ricco percorso sia creativo che di elaborazione di pensiero di Caracci, trovo perciò una sintesi di radicale critica della struttura fondante della civiltà occidentale. Un esempio è a p. 68 (in Delitto senza castigo), dove il Soggetto Scrivente, mentre racconta, offre a sé stesso e a ogni soggetto, operante sulla pagina o fuori, “una terza possibilità”, di uscita dal suo fare abituale. Che, di primo acchito, è una uscita impossibile, pena il delitto peggiore, di uccisione di sé, che comporta il castigo peggiore, dello smarrimento e smemoramento del fratto che siamo fatti da ciò che facciamo.
Ma l’ipotesi offerta è un altro fare, non più totalizzante in un cerchio, ma una C che coniuga l’Io e l’Altro, L’uccisione imperdonabile di quel primo Sé è lo sbocco in una totalizzazione aperta, che esce dal delirio egocentrico e narcisista, di uno stato interiore che uccidendo l’Altro uccide sé stesso. Dunque, la foce è nel Delta (psichico, mentale e sociale) della Paideia dell’amore dell’Altro, che è Come Te Stesso.
 
 
La moltiplicazione offerta di possibilità non contemplate fuori dal corso storico in atto, è illuminata nella storia umana da presenze che diventano riserve reali e simboliche di utopie concrete, immagini di Baobab capaci di riserve di acqua di vita, di cui l’intorno è privo, e reso assetato deserto. Sono presenze di pensiero e di creatività anche nel nostro attuale contesto antropologico, in cui detta legge un potere che lo nega.
Ma non è una storia limitata al contemporaneo, perché siamo in un circuito storico millenario di delitto umano, che crede di essere in-vestito di eterno vertice di superiorità maschile, rivestita di logica patriarcale che pretende di agire in nome di Dio, di cui perciò non teme un castigo ma un premio. Una logica che nella fase estrema del neoliberismo imperialistico, trova la sua massima esaltazione.
La vita è esaltata invece dalla visionarietà folle di chi esce dall’attualità, per diventare inattuale e inventare un’altra storia. Questi racconti narrano e ricordano a loro modo questa assurda inattuale e surreale pretesa, che si innerva nell’oltre senso di ogni nuova ramificazione e fase del percorso umano che, a partire dai bagliori di pensiero elaborati nell’Ellade, a Cristo, a Gandi, al pensiero illuminista e marxiano, continua a elaborare esemplari di Baobab che hanno offerto acqua per un altro orizzonte.
 


Questi racconti invitando a immaginare rami diversi del proprio percorso narrativo, si fanno metafora di possibilità altre, uscendo dal percorso atteso, svestendo così di supponenza il deus ex machina del narratore di un’unica assoluta verità, offrendo la sua operatività creativa all’essenza del molteplice, che impone apertura, domande, molteplicità e capacità di incontrare l’altro, non più nemico ma fonte di arricchimento e forse di una delle mille forme di amore. E sta in questo il senso del racconto, L’addomesticamento del lupo famelico, di una relazione con la morte, che non è terrore, se vissuta come parte e snodo di moltiplicazione della vita. 
Come già detto, in questi racconti scorre parecchio sangue, che è una delle parole più ripetute. Ma sangue come (quasi) tutte le parole è veicolo di sensi multipli, positivi e negativi. Di morte, quanto di vita. Ed è questo il crinale che ci donano questi sei racconti, tra realtà e immaginazione, a tratti sfrenata, a tratti meditativa come quella di un saggio seduto su un sasso, di fronte al panorama quieto di un pomeriggio tra i lampi dell’ultimo sole mediterraneo. Che nel racconto, “Tepore d’inverno”, diventa luce di un eros esplosivo, occasionale e ginnasiale tra la calca di un autobus anni ‘70.
Cercando di chiudere questo percorso di lettura, ribadisco che, pur con diverse tonalizzazioni relative anche al soggetto narrante, incarnato di volta in volta da voci di uomo adulto, di donna, di ragazzo o di bambino, la narrazione inanella scene di violenza grottesche e insensate, miserie economiche e morali della nostra contemporaneità, descritta sempre con acribia, tra lampi concretissimi e surreali, di rabbia, ironia e insieme di pietas. Ma alla fine, come in un processo di vinificazione o di spremitura di olive, emerge il liquore e il bisogno di una solarità umana mediterranea, senza ragioni e con tutte le ragioni di una energia vitale allucinata, eppure tranquilla e non arresa.  


 
Adam Vaccaro
autore di questa nota

Credo che le citazioni del brano che segue, tratto dal racconto finale, “Tunnel tra le dita”, coaguli il senso che ho cercato di trarre, non solo di questo libro, ma di tutto il percorso di ricerca dei Caracci. Il racconto è di due ragazzi che al mare scavano una galleria nella sabbia: “Stai andando da qualche parte?”, chiede la madre, cui viene risposto; “Non lo so. Sto andando. Qualche parte è… dappertutto”; “E comunque il percorso lo scegli tu e non lo scegli tu…”; “domani avrei continuato a scavare… non sapevo quale percorso avrei compiuto… Sarei andato avanti. Nessuno avrebbe potuto fermarmi… Sarebbe stato il mio labirinto, la mia trincea, la mia strada… non mi sarei mai accontentato… Tutto aveva senso se avessi continuato a scavare”. Ma “verso la volta della galleria, nel fondo… il baluginio dell’uscita… nella direzione di una piccola feritoia di luce che… aveva il colore rosso fiamma del sole al tramonto, ma anche quello chiaro e spumeggiante dell’alba, sul filo del mare. Dipendeva da me”.
  

sabato 7 marzo 2026

LA GUERRA È TERRORISMO DI STATO
di Angelo Gaccione


Disegno di Chiara Rota 
(marzo 2026)

I bombardamenti indiscriminati di Stati armati criminali e il conseguente massacro di civili inermi e innocenti; la distruzione di case, ospedali, scuole, chiese, musei, archivi, biblioteche e beni inestimabili del patrimonio culturale e artistico mondiale; la devastazione del territorio; l’inquinamento di suolo, corsi d’acqua e aria, provocato dagli ordigni militari e che persisterà per anni ed anni: polveri sottili, innalzamento della temperatura, avvelenamento di estese aree coltivate a cibo alimentare; l’annientamento di esseri viventi del mondo animale: da quelli domestici al resto della fauna urbana e non; la cancellazione di tanta componente vegetale diffusa in ogni dove… Tutto questo si connota come genocidio e gli artefici di esso come terroristi di Stato. Come è scritto nella parte in alto del disegno che Chiara Rota ha così efficacemente illustrato: la guerra è terrorismo di Stato ed il terrorismo di Stato si chiama guerra. Ne discende che tutti gli artefici, nessuno escluso, sono criminali di guerra e di questo crimine si sono macchiati nei confronti dell’umanità intera. Essi hanno agito contro la vita nel suo complesso e su quanto l’intelligenza e la creatività hanno trasmesso alle generazioni future. Probabilmente nessuno di loro pagherà a tempi ravvicinati, ma noi, uomini e donne di pace che alla guerra ci opponiamo, dobbiamo additarli al mondo intero come criminali di guerra e genocidi perché questo è il marchio di infamia che portano inciso sulla loro pelle. Il disegno di Chiara Rota raffigura un barbagianni, simbolo di morte e di sciagura, immerso in una notte desolata. È sospeso dentro il nulla, imprigionato da un filo spinato, anch’esso simbolo di morte. Non vola più, ha la testa ripiegata dal dolore e si sta lasciando morire. Ci annuncia la sconfitta di quello che era un simbolo di pace e di gioia: la colomba con nel becco il ramoscello di ulivo. La pace si è arresa alla barbarie della guerra e dei suoi lugubri officianti. Meditiamo sulla frase e sul simbolo di questa immagine, e soprattutto non concediamo nulla ai terroristi di Stato e alla loro pratica di morte: la guerra. Hanno perso ogni senso di umanità, ogni pietà, ogni compassione. Mostri indegni del genere umano è il nostro verdetto.


Chiara Rota

Chiara Rota. Nata a Torino nel 1976, laureata in Architettura, dal 2009 - in parallelo con la sua attività professionale - concretizza progetti promossi dall’Associazione Culturale Il Mondo delle Idee, di cui fa parte nel Consiglio Direttivo. È specializzata nella realizzazione di grafiche con disegni fatti a mano per le performances organizzate dall’Associazione. 
 
Opere: il folder Scintille di luce, raccolta di cartoline in edizione limitata che illustrano gli auguri natalizi in Haiku di dieci poeti (2019); i disegni che accompagnano le poesie mitomoderniste per l’evento Anima-li in libertà organizzato in collaborazione con l’Associazione “Dimore San Giovanni Onlus” tenutasi presso l’Auditorium Vivaldi di Torino (2019); le illustrazioni per l’evento Summa Etilica, tenutosi presso il Museo del Risorgimento di Torino (2018), nell’ambito del circuito regionale La vendemmia a Torino e la serie di cartoline prodotte in occasione dell’evento In vino veritas, tenutosi presso il MAO (Museo Arti Orientali) nel (2017). Ha realizzato le illustrazioni di animali umanizzati dei volumi La foresta incantata (2021), Il paradiso degli orsi (2022), e Il Viaggio (2024). Ha creato speciali cartoline in tiratura limitata a tecnica mista, china, acquerelli e matite, come Halloween (2010), 8 marzo (2011) e Pinocchio e la Luna (Attini Arte, 2019). Dal 2018 al 2020 ha collaborato con Poste Italiane al progetto L’Italia ritratta, un ciclo di folder a tiratura limitata con all’interno dieci cartoline disegnate a china e acquerellate, illustranti i monumenti più significativi delle città italiane. Nel 2018 con Vincenzo Zitello, Daniele Dubbini e Chicca Morone incide il CD Amor Vincit Omnia suonando le Crystal Bowls.

 

LATITANZA E DISERZIONE
di Romano Rinaldi
 



Apprendo come chiunque altri dalla stampa che il 5 marzo scorso in Parlamento, riunito in audizione sugli sviluppi della recente crisi in Medio Oriente, il Governo avrebbe dovuto riferire in merito alla guerra scatenata contro l’Iran da Israele e Stati Uniti la settimana scorsa. Sembra invece si sia trattato di una imbarazzante manfrina offerta da due dei ministri (Estero e Difesa) i quali, a prescindere dalle loro rispettabilissime funzioni e competenze, sono apparsi più come due pesci in barile che in grado di fornire al Parlamento e al Paese le risposte che ci si potevano aspettare per chiarire quale sia la posizione dell’Italia in questa ingarbugliatissima fase storico-politica. Il fatto che formalmente uno dei ministri ricopra la carica di Vice Primo Ministro potrebbe anche essere accettato come un efficace vicariato per la Presidente del Consiglio, se questa fosse stata impegnata in più alti incarichi. Purtroppo però questa possibile forma nasconde una sostanza che emana miasmi malsani. Infatti, l’assenza del capo del Governo era dovuta alla partecipazione ad una trasmissione radiofonica utilizzata per veicolare la propaganda per il prossimo voto referendario e per fare attività di promozione anti-opposizione. Ecco che, nel momento in cui il Paese è di fronte a delle responsabilità come Nazione tra le Nazioni (europee in primis, mondiali in secundis) e i cittadini si sentono coinvolti in fatti che prima o poi li riguarderanno tutti, come sempre avviene in caso di guerre anche senza la diretta partecipazione, la più alta carica del Governo, non si sente nell’obbligo di esserci in prima persona ed assumersi l’onere che va necessariamente con l’onore di rappresentare tutta la Nazione all’interno e all’estero. Lascio a voi quale dei due termini richiamati nel titolo e le possibili implicazioni, si debbano adottare per definire e sanzionare il comportamento della prima rappresentante del Governo di questo Paese, reso irrilevante anche da questi atteggiamenti “istituzionali”.

CANADA  
di James Hansen


Il cerebroleso 

Nessuno ce l’ha con i canadesi, cosa che per certi versi sorprende, perché il loro paese è immenso, secondo solo alla Russia per estensione territoriale, ma con una popolazione (circa 40 milioni di persone) marcatamente inferiore a quella italiana. Il Canada è ancora una sorta di rimasuglio del fu Impero Britannico e in teoria riconosce Carlo III d’Inghilterra come sovrano. Nei fatti, il rapporto è più sentimentale che reale. Il Paese ha comunque un vicino decisamente ingombrante, gli Stati Uniti, il cui Presidente, Donald Trump, non fa un mistero delle sue ambizioni di conquistare quello che pubblicamente definisce il “51esimo stato” degli Stati Uniti che, attualmente, ne conta solo 50 di stati, descrivendo il Primo Ministro canadese come il suo “Governatore” del Paese. Trump è notoriamente uno svitato e le sue minacce non sono da prendere troppo sul serio. Tuttavia, sono state ripetutamente pronunciate e, per prudenza, il Canada si prepara a respingere l’invasore. C’è, questo sì, un netto squilibrio tra le capacità militari dei due paesi: il Canada ha un esercito di circa 44 mila effettivi, mentre le forze armate americane arrivano attualmente a contare all’incirca 1,32 milioni di uomini e donne in divisa.  Ad ogni modo, il Primo Ministro canadese, Mark Carney, ha recentemente fatto conoscere a grandi linee la strategia di difesa che il suo Paese adotterebbe nelle circostanze… In sostanza, si tratterebbe di una sorta ‘resistenza mujaheddin’ come quella praticata dagli afghani. Non potendo aspettarsi di ottenere una vittoria di per sé sugli americani, i canadesi pensano semplicemente di difendere ogni singolo centimetro quadrato del loro territorio con piccoli scontri e continue azioni di disturbo, niente battaglie campali tanto da rendere ‘anti-economica’, l’aggressione. Che tutto questo possa succedere è, nei fatti, improbabile. Però, siamo entrati in una fase di grandi stravolgimenti internazionali e anche i paesi ‘pacifici’ devono tenere gli occhi aperti. Non sono tutti così fortunati come l’Italia, protetta da barriere naturali; a nord dalle Alpi e a sud dall’Adriatico e il Mediterraneo…

REFERENDUM CONTRO LA GIUSTIZIA
Don Paolo Farinella ci invita a dire No!


Don Paolo Farinella
 
Sono Paolo Farinella, prete in San Torpete a Genova. Mi aiuti a divulgare la locandina acclusa per un incontro pubblico organizzato venerdì 13 marzo 2026  ore 18 al  Bi.Bi. Service Genova, Via XX Settembre n. 41, 3° piano?



Occorre una mobilitazione collettiva, senza dare per scontato nulla, perché la posta in gioco non è la carriera dei magistrati, di cui al governo non importa nulla, ma il vero obiettivo sono le elezioni del febbraio 2029: l’elezione del Presidente della Repubblica, con l’orrore di vedere La Russa col busto di Mussolini sotto il braccio entrare al Quirinale. Passo intermedio: elezioni politiche del 2027, con una Legge elettorale truffa. Conclusione: a quel punto sarà un giochino porre la Magistratura tutta a cuccia, senza nemmeno scomodare la Costituzione, ma solo attraverso leggi ordinarie. Se non si capisce questo è meglio chiudere baracca e burattini e consegnare direttamente alla neo-post-vetero fascista e casa Pound le chiavi della “Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!” (Dante, Purgatorio VI, 76-78).

Un abbraccio affettuoso e resistere fino alla fine.

Paolo Farinella - prete
  

 

  

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