BUFERA AL PREMIO STREGA
In questi giorni sono emerse
pubblicamente diverse lamentele sul premio Strega, non solo da parte di autori
partecipanti, ma anche di qualche giurato. Ne daremo conto su “Odissea”, pubblichiamo, intanto, questa lunga lettera inviataci dalla scrittrice Lodovica
San Guedoro che al premio partecipa dal lontano 2016.
Gentilissimo
direttore,
mentre autorevoli voci della giuria
Strega ammettono pubblicamente che il livello della dodicina sia molto
basso, la mia opera di sublime autentica letteratura viene silurata al suo
primo apparire: quest’anno sono stata esclusa per la settima volta. Il mio nome
è Lodovica San Guedoro, l’ultimo romanzo escluso è Il giardino chiuso.
Chi può vantare altrettante partecipazioni ed esclusioni? Sono anche
traduttrice e cofondatrice con Johann Lerchenwald di Felix Krull Editore, casa
editrice senza pari, un atto di resistenza letteraria come lo sono
le partecipazioni allo Strega.
Un elenco delle partecipazioni:
2016: L’allegro manicomio - candidato
da Cesare Milanese e Biancamaria Frabotta
2017: Pastor che a notte fonda nel
bosco si perdé… - Dacia Maraini e M. Rosa Cutrufelli
2019: Le memorie di una gatta - Pietro Gibellini
2020: Amor che torni… -
Paolo Ruffilli
2022: Il mostro di Firenze e altri
racconti - Franco Cardini
2023: Sacro Amor Profano - Cardini
2026: Il giardino chiuso - Marcello
Rotili
Il libro è stato nel frattempo
recensito entusiasticamente su una decina di blog letterari di alto livello,
sul Corriere della Sera e su Sipario.
La recensione che eleggo a
rappresentare meglio il mio libro è apparsa su Bibbia d’Asfalto a firma di
Ettore Fobo: Il giardino chiuso di Lodovica San Guedoro, edito da Effigi
nel settembre 2025, sin dalle prime pagine, smentisce una mia convinzione, che
nei nostri tempi di corruzione estetica, di sfacelo morale e malora
intellettuale, sia diventato impossibile scrivere d’amore in maniera innocente,
leggera, ricercata, frizzante ed elegante, in definitiva in modo
credibile. Leggendo questo romanzo ho dovuto ricredermi, anche nei nostri
tempi la passione amorosa può essere raccontata e rimanere viva e pulsante,
nella memoria che la rinnova e nell’arte che la immortala. La scrittura di
Lodovica San Guedoro è capace di addensare su di sé le potenze di Eros, il
grande ingannatore, il sublime imbroglione, se ciò che ci inganna è anche ciò
che ci eleva. Colpisce innanzitutto lo stile: asciutto, lieve, enigmatico,
attraversato a tratti da un anelito all’allegria e alla spensieratezza che lo
scuotono e impreziosiscono, rendendo il romanzo, denso ma breve, più vitale- e
dunque massimamente sfuggente – della maggior parte della narrativa che si
scrive oggi in Italia. Anelito magari disilluso dal reale che lo soffoca
ma presente in ogni momento della storia. Su tutto incombe, però,
come una fatalità sinistra: l’impossibilità per i due personaggi di trasformare
il loro intreccio in un idillio compiuto. Il romanzo è proprio la storia di un
amore irrealizzato, per volontà di uno dei due protagonisti, l’amore tra Laura,
scrittrice innamorata, forse senza speranza, e Giovanni, attore più giovane di
lei di qualche anno. Roma è il palcoscenico in cui la vicenda si svolge,
in trattorie tipiche dei nomi evocativi, come Osteria dell’Aquila, dove si
consumano le schermaglie amorose tra questi due personaggi, tra Laura,
follemente innamorata, e Giovanni, all’apparenza chiuso nella sua indecifrabile
pigrizia, come in una sorta di apatia erotica. È questo l’amore
inconcluso di due artisti che vivono in maniera totale e lasciano i paraocchi
all’ingresso del teatro urbano di cui sopra, laddove sembra svolgersi una storia
di ripicche, di dispetti, di laceranti incomprensioni, di dedizione e di sogni
infranti. Il romanzo è costruito con dialoghi sciolti e ficcanti, con una
lingua colorata ed espressiva, da pièce teatrale o da satira affilata della
contemporaneità. Fra i brani più intensi - e divertiti - quello in cui
Roma viene rivelata en passant nella sua cacofonia, nel suo caos spettrale, nel
suo crudele dinamismo, e infine nella sua, a tratti comica,
ineffabilità; il tutto reso con nonchalance non priva di una sorniona,
e a tratti sfrontata, ironia. Il personaggio di Laura descrive così la
città eterna: “Per contenere le uscite, a tratti ti aggrappi a un bus o te la
fai a piedi, ma sei pur sempre in navigazione nello sconfinato mare ribollente
e mugghiante. Lunedì incontri Tizio, Caio e Sempronio, martedì Sempronio, Caio
e Tizio, mercoledì, fin quasi al tramonto, non sai se incontrerai Tizio e Caio
(lui ride e scuote la testa), ma poi di botto li incontri insieme, per strada,
e con loro c’è anche Sempronio che pensavi d’incontrare giovedì… Se…”.
Il tono di questa prosa avvincente si fonde con visioni apocalittiche di un’umanità di risibili manichini; in questa scrittura raffinata ed estrosa, il mistero dell’eros non si piega, com’ è ormai consuetudine, a piatte descrizioni naturalistiche o psicologiche, esso si rivela come una maschera ambigua e misteriosa, in un brioso balletto di ombre, come uno specchio pitico e una metamorfosi. Mi piace l’attitudine tranchant di questa prosa, espressione della maturità stilistica raggiunta dall’autrice e di una, a lunga elaborata nelle segrete di una coscienza vigile e insonne, capacità di sintesi, ed è una sintesi stregata. Esse si ravvisano già nella presentazione dei personaggi che si trova in esergo all’opera, a mo’ di prologo teatrale – Lodovica San Guedoro è anche drammaturga – dove i personaggi secondari, che pure hanno un loro peso specifico nella tramatura del romanzo, e una loro intrinseca vividezza, sono definiti tutti comparse, e a quel ruolo confinati ingloriosamente, perché così pretende l’amore, quando viene vissuto con il pathos necessario: che il mondo intero divenga un puro sfondo, il suo trambusto materiale e psichico solo una fuggevole ombra sugli occhi sognanti di Cupido. L’amore non si realizza? Fra i due personaggi rimane un muro d’incomprensione? La passione è comunque totalizzante. Questa di Lodovica San Guedoro è una scrittura che sa affascinare perché non è mai leziosa e mai strizza furbescamente l’occhio al lettore, ma lo trascina nel suo, anche pericoloso e inquietante, incantesimo. Ho letto il romanzo con la lentezza necessaria per assaporarne la sottile fragranza, affinché, in un mondo sempre più frenetico, il momento della lettura scavi in noi l’impronta di una metafisica impasse, romanzi del genere sono un lascito prezioso. Sembrano appartenere ad altre epoche, con le quali condividono una tensione all’impossibile, il pathos del desiderio, il fascino di un destino. Lodovica San Guedoro si conferma così, per l’ennesima volta, un’autrice da seguire con attenzione, anche nelle sue esatte diagnosi. Prendiamo questa: “La pensi veramente così?! Io ho sempre creduto che solo chi ha tempo, vive e ama, può fare cose adorabili, avere una storia! È un privilegio oggi prezioso, preziosissimo, aver tempo e usarlo come noi! Hai mai riflettuto che oggi l’amore non può esistere già solo perché gli manca la base materiale del tempo? Che non possono svilupparsi storie, storie uniche, imprevedibili, originali, come quelle che sono state vissute e tramandate dai nostri antenati?”
Sono a Sua disposizione per altre
informazioni e l’invio del pdf del romanzo in questione.
Un caro saluto,
Lodovica San Guedoro




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