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UNA NUOVA ODISSEA...
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 16 febbraio 2026
FREUD, RONDINI E BALCONI
di Angelo Gaccione
Recentemente ho fatto un sogno molto strano. In genere tutti
sogni ci appaiono strani perché al risveglio non ricordiamo che dei frammenti,
quelli immediatamente prima di riaprire gli occhi, e i frammenti, si sa, decontestualizzati
e avulsi dal racconto intero, non ci si rivelano che incoerenti. C’è stata una
stagione in cui tenevo sul comodino una penna e un quaderno, e appuntavo quanto
riuscivo a ricordare dei sogni. Li trascrivevo in fretta e poi li sottoponevo
ad analisi ricorrendo al contenuto latente e manifesto e senza trascurare
argomenti, luoghi e pensieri dei giorni precedenti. Non partivo, dal nulla, si
intende, avevo presente il celebre libro di Freud L’interpretazione dei
sogni e tutto quello che negli anni avevo letto in proposito. Quelle
analisi mi aiutarono a capire e a rendere precise cose che in apparenza si
mostravano caotiche.
Ma veniamo al sogno recente. Ero in compagnia di un amico
critico e docente universitario e percorrevamo un tratto del viale Sabotino per
svoltare sulla via Crema. In pratica il mio quartiere milanese di Porta Romana.
Il tram non proveniva dal viale Montenero in direzione dei Navigli, come
avrebbe dovuto, ma dalla via Crema che non è una via tranviaria e non ha binari.
La cosa mi stupì molto, ma mi stupì di più il tono sconsolato dell’amico nell’indicarmi
i palazzi. Era avvenuto un fatto singolare: erano stati abbattuti tutti i
balconi e le facciate risultavano scorticate e tristi. Mi sono svegliato
abbastanza angosciato. Ho subito pensato ad un mio vecchio romanzo in cui a
proposito di balconi il protagonista diceva (cito a memoria) più o meno una
frase come questa: “Destavo quella città soprattutto per i suoi balconi
eternamente chiusi”. Se ci pensate i balconi chiusi danno un senso di
tristezza, e se non ci fossero, come nel sogno, sarebbe davvero angosciante.
Per me i balconi sono come tanti palchetti teatrali affacciati sulla via dove
ferve la vita. Ma sono anche gli svolazzi delle rondini che sotto i balconi
venivano a fare il nido puntuali, e il loro garrire mi dava una grande gioia da
ragazzino. Quando torno in Calabria, gran parte del tempo lo passo affacciato
al balcone.
Le metropoli moderne, con i palazzi di vetro e cemento, hanno cancellato i balconi e “Non c’è posto / per i nidi delle rondini / e anche lo sguardo non sa / dove tenere i suoi piccoli”, dicono i versi di una poesia di Giancarlo Consonni, perché “la vita sta in teche di vetro” e delle rondini non ci importa niente. Ha ragione Montale: “Abbiamo fatto del nostro meglio, per peggiorare il mondo”.
OMAGGIO A CONSONNI
“Odissea”
ringrazia quanti da ogni parte d’Italia hanno voluto esprimere il loro commosso
ricordo per la scomparsa del poeta Giancarlo Consonni. Veramente tante le
testimonianze ed i messaggi. Ne pubblichiamo alcuni.
“Molto belle
le tue righe su Consonni, che purtroppo non conoscevo. Vi accomuna l’amore per
Milano, la dedizione alla città. E devo dirti che anch’io mi sento un po’
milanese (anche se ovviamente non conosco la città come te, anzi la conosco
molto poco, in fin dei conti), perché gli anni trascorsi alla Statale e la
lunga frequentazione di Milano (per ragioni culturali e affettive) nei decenni
della mia vita me la rendono cara per tanti aspetti… E tu, caro amico, sei una
delle ragioni culturali e affettive che mi rendono cara Milano. Le citazioni
delle poesie dialettali di Consonni contenute nell’articolo di Paolo Di Stefano
sul Corriere che mi hai inviato mi sembrano molto belle. Un uomo sensibile,
simpatico e intelligente, pure un bravo poeta, mi pare di capire”
Franco
Toscani
“Caro
Angelo, ho appena letto di Consonni. Mi dispiace molto. A Natale avevo regalato
a mio figlio fotografo il libro da lui curato Il verso di Milano. Fai le
mie condoglianze a Graziella Tonon. Io non ho il suo numero di telefono. Mille
grazie”
Antonella
Doria
“Mi dispiace
moltissimo per questa improvvisa scomparsa. Consonni era davvero una bella
persona, che aveva dato anche una grande mano a tutti noi ai tempi della
battaglia sul nuovo progetto del Giardino dei Giusti di Gariwo, che rischiava
di snaturare il Monte Stella del Bottoni. Riposa in pace, Giancarlo”
Donatella
Del Col
“Grazie caro
Angelo, bellissimo il tuo omaggio. Sono in lacrime, ho perso un padre”
Pierfrancesco
Sacerdoti
![]() |
| A Palazzo Reale per Pinelli |
“Era un carissimo
amico, ho un grande dispiacere!!!”
Alberto
Borioli
“Addio a un
poeta che apprezzavo”
Renato
Pennisi
“Avevo
conosciuto e apprezzato Giancarlo Consonni come urbanista e saggista e non
sapevo che fosse anche poeta. Mi dispiace”
Maria Carla
Baroni
“Mi dispiace
molto, spero non abbia sofferto. Gli avevo dedicato due recensioni e mi aveva
ringraziato mandandomi due acquerelli”
Alida
Airaghi
“Bene
soprattutto il tuo scritto su Giancarlo Consonni. Mi aveva appena regalato l’immagine
di copertina del mio Suture, che uscirà a giorni e te lo farò avere.
Grazie. Materiali di Estetica gli dedicherà senz’altro un numero intero”
Gabriele
Scaramuzza
![]() |
| Poeti a Palazzo Reale per Pinelli |
“Ciao
Angelo, commovente il tuo bel pezzo su Consonni. Buona giornata”
Angela Passarello
“Caro
Gaccione, ahimè l’ho saputo anch’io stamattina. Sto scrivendo un breve ricordo
per il sito di Einaudi. Sì, Giancarlo era una persona speciale. Un caro saluto”
Mauro
Bersani
“Grande
perdita purtroppo”
Federico
Migliorati
“Sì ho
visto, che dispiacere…”
Lorenzo Degli
Esposti
“Mi dispiace
per la perdita di questo eccezionale poeta. Condoglianze alla famiglia. Un
abbraccio Angelo”
Tano Capuano
TEMPESTA IN UN BICCHIERE D’ACQUA
Gratteri così ha risposto alla domanda di un giornalista che
gli chiedeva delle cricche criminali in Calabria, ma i disonesti e chi fa finta
di non voler capire, hanno tentato di dare un senso diverso alle sue parole per
screditarlo. Pensano che siamo tutti cretini. Onesti sì, ma idioti no. Quanto
agli scarsi di comprendonio, ce ne sono sempre, ci mettiamo a disposizione per
una consulenza gratuita. Grazie a Dio, con questo giornale collaborano alcuni raffinatissimi
studiosi del buon uso della lingua italiana di padre Dante.
POETI
di Valbona Jakova
Lei in me
Dalla sua
dipartita non l’ho più sognata.
È svanita per non essere raggiunta.
Oltre ai pensieri ci sono molti flussi,
onde indecifrabili vaganti nell’etere,
naviganti in spazi vicini e lontani
che virano senza apparente direzione,
eppure ci disturbano, ci toccano.
È svanita per non essere raggiunta.
Oltre ai pensieri ci sono molti flussi,
onde indecifrabili vaganti nell’etere,
naviganti in spazi vicini e lontani
che virano senza apparente direzione,
eppure ci disturbano, ci toccano.
Sono nascosti dietro lo specchio.
Dita invisibili mi fanno girare
la testa e vedo nello specchio
mia madre.
Ma quella sono io: un lampo della sua
apparenza che sfugge, che scivola sulla
mia pelle lasciando
gli impulsi dei suoi tratti
nascosti, a intermittenza,
in un’espressione astratta,
proprietà di dimensioni temporali
appartenenti ai volti delle schiere
dell’aldiquà, passate oltre.
Ovattati segnali in codice
che ci toccano, vengono a trovarci,
vibrano e se ne vanno ancora,
perché ciò che hanno dato -
frammenti di bellezza temporanea,
prima di attraversare il confine del tempo -
deve rimanere in noi.
domenica 15 febbraio 2026
OLTRE LA DIAGNOSI
di Francesca Mezzadri
La risposta della letteratura.
Ogni epoca
elegge il proprio linguaggio dominante. Il nostro ha scelto quello della
diagnosi. L’inquietudine diventa disturbo, la malinconia sindrome, l’eccesso
d’energia squilibrio da modulare. In nome dell’efficienza e della stabilità, la
fragilità tende a essere trattata come un’anomalia tecnica. La riforma sancita
dalla Legge Basaglia, promossa da Franco Basaglia, ha rappresentato una
conquista civile: la chiusura dei manicomi ha restituito diritti e dignità a
persone per troppo tempo relegate ai margini. Ma ogni conquista apre nuove
domande. Se i muri sono caduti, quale idea dell’uomo li ha sostituiti?
L’istituzione totale è stata superata, ma la tentazione di tradurre ogni
disagio in protocollo resta forte. Non si tratta di negare la malattia mentale
né l’utilità dei farmaci. La sofferenza psichica può essere grave, devastante,
talvolta mortale. La cura è necessaria. Ma quando la classificazione diventa
l’unico sguardo possibile, l’essere umano rischia di essere ridotto a
etichetta. Qui interviene la letteratura. Non per opporsi alla scienza, ma per
ricordarle che l’uomo non coincide mai interamente con la sua cartella clinica.
In Uno, nessuno e centomila, Luigi Pirandello mostra la
frantumazione dell’identità come vertigine conoscitiva: la crisi non è soltanto
disfunzione, è scoperta della molteplicità. In Il giovane Holden,
J. D. Salinger racconta l’irrequietezza giovanile senza medicalizzarla: l’insofferenza
è domanda di autenticità. E ancora: Alda Merini, che ha conosciuto l’esperienza
dell’internamento, ha trasformato la ferita psichica in parola luminosa. Nei
suoi versi il manicomio non è solo luogo di costrizione, ma anche spazio in cui
l’identità, pur ferita, continua a cantare. La poesia non cancella il dolore,
ma lo sottrae al silenzio.
Allo stesso modo Antonia Pozzi ha
attraversato un tormento interiore che oggi qualcuno sarebbe forse tentato di
tradurre in formula clinica. Eppure la sua scrittura non è sintomo: è coscienza
acuta, sensibilità radicale, ricerca di senso fino al limite estremo. La letteratura
non romanticizza la sofferenza. Non suggerisce che il dolore sia un privilegio
o una scorciatoia verso il genio. Ma rifiuta che venga ridotto a errore
biologico. Restituisce biografia dove c’è solo codice, singolarità dove c’è
categoria. Il rischio della psichiatrizzazione diffusa non è la cura in sé, ma
la cultura che la circonda: l’idea che l’equilibrio continuo sia la misura di
tutto e che ogni scarto debba essere corretto. Eppure l’essere umano è anche
dismisura, ambivalenza, contraddizione. Non tutto ciò che inquieta è
patologico; talvolta è ricerca, talvolta è conflitto creativo. La scienza
misura ciò che può essere misurato. La letteratura custodisce ciò che eccede la
misura. La prima interviene sui sintomi. La seconda interroga il senso. In un
tempo che tende a nominare rapidamente per poter gestire, la scrittura
rallenta. Ascolta. Racconta. Ricorda che nessuna sigla potrà mai esaurire una
vita intera. La risposta della letteratura al problema della medicalizzazione
dell’umano non è un rifiuto della psichiatria, ma un invito alla complessità.
Curare, sì. Ma senza dimenticare che ogni persona è storia irripetibile, voce
unica, ferita che chiede non solo trattamento, ma comprensione.
LA MORTE DEL POETA CONSONNI
La famiglia Consonni informa che non ci saranno funerali.
Camera ardente sino a lunedì mattina in via Pace 9 (ore
8-12 e 14-19), stanza 11. Segue poi cremazione a Lambrate.
“Odissea” ringrazia quanti da varie città hanno voluto esprimere, attraverso noi, il loro dispiacere per la perdita del poeta Consonni. I messaggi pervenuti saranno pubblicati a breve.
SPLENDE A CASCATA L’ORO DEI CEFALI
di Giuseppe Cinà
Nota alla silloge di Giancarlo Consonni Pinoli,
Einaudi, 2021
“Nel suo andare per il mondo, la poesia è autonoma da chi
l’ha scritta... Ogni volta che trova ospitalità, risuonando nel corpo e nell’anima
di un lettore... ha luogo una sorta di (ri)nascita... La poesia dei poeti non
potrebbe vivere senza il convivio, ideale e concreto, di chi la sa riconoscere”
(Il Quotidiano del Sud, 21 marzo 2021). Per capire la poesia di Giancarlo
Consonni suggerirei di partire dalle affermazioni sopra riportate. Esse ne
definiscono quasi programmaticamente i principali caratteri distintivi: parola,
brevità, convivio.
Il volume Pinoli (Einaudi 2021) porta alle più chiare
conseguenze queste assunzioni, in coerenza con le precedenti prove dell’autore,
in dialetto e in lingua (in dialetto lombardo: Lumbardia (i Dispari
1983), Viridarium (Scheiwiller 1987), Vûs (Einaudi 1997); in
lingua: In breve volo (Scheiwiller 1994), Lui (Einaudi 2003), Filovia
(Einaudi 2016), Oblò (LietoColle 2009). È proprio con la poesia
Parola (“Porgere la parola/ al silenzio/ come all’amata/ un fiore”) che prende
avvio la silloge, articolata in cinque parti distinte da sottili marcature
tematiche. La prima (Les petites heures) si svolge sul filo di una narrazione
di eventi naturali colti nei loro aspetti aurorali e crepuscolari, una ouverture
per frammenti di vita e paesaggi (di Laigueglia, terra amata dall’autore),
ripresi nella seconda (Les grands heures) con più largo respiro, in un concerto
di piante e animali in amore a far da primattori, dove il Gloria in excelsis di
papaveri e fiordalisi “Di rosso, blu e giallo oro/non è il paradiso/ è solo un
campo di grano” (Frumento). Delle tre parti successive (Sonatina, Interludio e
Oratorio) la prima introduce - in consonanza con gli amori della natura -
“l’andirivieni di baci e libellule” (I primi baci) di giovani le cui parole
resistono “come le erbe errabonde/ nelle insenature dei coppi” (Le parole); la
seconda si apre alla memoria di affetti, amici e bellezze nascoste; e infine
quella conclusiva mette in scena un Oratorio di vite ed eventi a tratti
mistici, da cui trapela il contrappunto tra mondo antico e modernità, campagna
e città. Dunque una narrazione sinfonica in cinque movimenti, sorretta da uno
sguardo sul mondo pieno di empatia, capace di portarne allo scoperto un doppio
registro di sogno e realtà.
Qui una scena di vita ripresa con dettaglio da incisore (“I fiori scalzati dai frutti” (Amarene)), là un’altra sospesa nel tempo, “nel silenzio della finestra” (L’ascolto), come in un film di Tarkovskij, dove accanto alla levità delle cose resta, appena nascosta da un velo, la gravità del vivere. Nell’aderire a questo passo quella di Consonni è una poesia epigrammatica (“In salti ripetuti/ splende a cascata/ l’oro dei cefali” (Meriggio), dove sono banditi l’invettiva e la denuncia, le note alte e la ridondanza. Per lui infatti la poesia è quella rappresentazione che fa sì che siano le cose a parlare (“Va sicura la mano/ il dono è nel levare” (Bosso), lasciando posto al lettore affinché possa coglierne il messaggio e con proprie parole entrare nel rito del convivio cui il poeta officiante l’invita. Ne è un chiaro esempio il distico Uva (“Si fa ronzio/ il dolce dell’uva”). Qui al lettore non rimane da figurarsi solo l’innominata protagonista, ma anche il quadro di natura entro cui l’evento ha luogo e respira in uno con il ronzare dell’ape e il maturare del frutto. Per aiutarlo, ecco La piccola matita arenata sulla spiaggia, metafora della poesia come dono, pregna di “parole in potenza” che sta al lettore disvelare. (Fa eccezione aquesto meccanismo proprio la poesia Convivio, scritta per gli ottant’anni di Franco Loi, dove il rito non è rimandato al lettore ma si compie nell’incontro e nella festa augurale). Questo carattere di asciuttezza non impedisce ai versi di Consonni di essere caratterizzati dalla diffusa presenza di figure retoriche. Esse però non sono l’esito di una ricercata tecnica compositiva ma piuttosto della volontà di sfruttare appieno il potenziale semantico delle parole, per meglio esplicitare assonanze e relazioni ricche di senso, che si traducono in sinestesie (“Penso alle ore/ tenere e senza guscio” (Pinoli), metafore (“I primi fiori/ sono botti d’amore” (I primi fiori)) e altre figure. Va inoltre aggiunto che le composizioni non sono connotate da accenti sperimentali (sul piano sintattico, tematico o altro) ma piuttosto da un lavoro artigianale che tiene al centro la parola, l’ingrediente più capace di apparecchiare l’incontro con in lettore. Da tale scelta, e dalla ricerca dell’essenzialità, liberando il verso dalla misura e dal ritmo tonico, deriva l’adozione di una metrica libera, che si compone dietro al fluire delle parole ed è comunque caratterizzata dalla ricorrenza di componimenti brevi, quasi tutti con titoli di una sola parola, forse eco di una certa laconicità lombarda. Ne consegue, come già notato da Giuseppe Traina, quasi una liturgica esaltazione del frammento, con un lessico attento più alla funzione nominale dei sostantivi e meno alle aggettivazioni, dove è quasi assente la punteggiatura, che affiora nel marcare un accento narrativo invece che lirico. Sottoposte al minimo della vestizione poetica (“Dolorano i rami/ gonfi di gemme” (Gemme) - anche se così precise sculture verbali sono l’esito di un attento vaglio - queste poesie assomigliano ancora molto alle prime poesie dell’autore, quelle dialettali, o meglio alla loro traduzione in lingua, che proprio dalla necessità di sintonizzarsi con l’espressività del dialetto avranno maturato alcuni dei loro caratteri distintivi. In esse il paesaggio della narrazione è acceso di vita fin “nel cavo delle foglie” (Nebbia) e la natura si distende ai nostri occhi “nel lievitare del canto/ che sale dalla terra” (Albero), in uno spazio dove il tempo storico è sospeso come in un fermo-immagine tra una quasi Arcadia e un presente, come succede anche nella poesia di Tolmino Baldassari, Biagio Marin e in tanta poesia dialettale. L’io lirico scompare, sostituito dagli occhi e dalla mente del lettore che assiste al teatro inscenato dalla poesia. Un teatro con esiti che portano talora a una illuminazione, a una presa di coscienza, come nella terna di poesie sulla vita al tramonto che chiude la silloge: “L’ultima farfalla/sull’ultimo fiore/ Così l’amore dei vecchi.” (L’ultima farfalla). Ancora una volta Giancarlo Consonni, viaggiatore solitario che va per fasce, boschi e riviere, con voce pacata dà vita a un eden personale e ci mette a parte di una bellezza che fa pace con il mondo.
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| Giancarlo Consonni "Luce" 1991 |
14 febbraio
2026


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