UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 12 luglio 2026

IL CENTRO SINISTRA E LA PACE
di Franco Astengo


... ma il Pd non è da meno

Il centro sinistra si trova in difficoltà su di un tema fondamentale come quello della pace e del riarmo europeo. Si paga l’assenza di una elaborazione politica e soprattutto della capacità di far valere la propria di elaborazione e ci divide sul terreno scelto dall’avversario. Occorrono lucidità e capacità analitica che sicuramente non rappresentano le caratteristiche peculiari di chi sta elaborando questa specie di intervento. Purtuttavia alcuni punti fermi si possono cercare di individuare: prima di tutto l’ipotesi di un esercito europeo è tutta di là da venire, perché del tutto da venire è una identità politica dell’Europa. Manca ancora a sinistra l’idea di considerare l’Europa “spazio politico”. Tornando al tema degli armamenti: nella situazione attuale la Germania è la sola a disporre di una siderurgia all’altezza di una produzione capace di soddisfare un’ipotesi di adeguato riarmo (torna qui il tema della capacità industriale di ogni singolo paese con particolare riferimento all’Italia). La Rheinmetall produce già carri armati e Leonardo è juniorpartner mentre è noto che l’industria meccanica italiana è del tutto sussidiaria a quella tedesca in particolare nello strategico comparto del “Nord Ovest”.
Inoltre, nell’eventualità, si tratterebbe di un riarmo “da combattimento sul terreno” perché la migliore tecnologia missilistica e dei droni sta da altre parti e questo è un altro elemento da considerare. Quanto al nucleare la messa a disposizione del loro potenziale da parte di Francia e Gran Bretagna vale più o meno un decimo del potenziale russo (che rimane numericamente il più consistente) e americano, oltre al presentarsi del problema di a chi sarebbe assegnato il comando strategico (sempre con riferimento all’assenza di un esercito europeo).

A TRIESTE PER RICORDARE DARIO




MILANO ARTE MUSICA



Louis-Noel Bestion de Comboulas


Jean-Philippe Rameau nella Chiesa San Bernardino alle Monache
Via Lanzone, 13 - Milano
 
Concerto: Giovedì 16 luglio 2026, ore 18.00 e 20.30
 
Jean-Philippe Rameau: Pièces de clavecin en concerts
Ensemble Les Surprises diretto da
Louis-Noël Bestion de Camboulasclavicembalo e direzione
  
Giovedì 16 luglio sarà accolto in doppia replica alle 18.00 e alle 20.30 un ensemble legato a doppio filo alla rassegna milanese, il gruppo francese Les Surprises, tra i più brillanti e apprezzati del panorama internazionale di musica antica. Nella cornice della raccolta Chiesa di San Bernardino alle Monache, gioiello del Quattrocento lombardo raramente accessibile al pubblico, troveranno spazio le Pièces de clavecin en concerts del compositore barocco Jean-Philippe Rameau.
 

Les Surprises 
Gabriel Grosbard
 
Raffaele Mellace: «Come Ulisse uomo dal multiforme ingegno, Jean-Philippe Rameau è stato organista importante, autore fondamentale del repertorio per il clavicembalo, geniale uomo di teatro, teorico musicale celebre e sottile. Nel 1741, a 57 anni compiuti, di poco maggiore di Bach e Handel si lanciò in una nuova avventura (e d’altra parte, non aveva inaugurato la carriera operistica a cinquant’anni?): un libro a stampa di Pièces de clavecin en concerts. Quella che resterà la sua unica produzione cameristica, in cui lo strumento principe del barocco si vede affiancato a due compagni, è, certo, una raccolta di sonate a tre. Ma con molti distinguo, che l’autore esplicita nei ben quattro avvertimenti (Avis) anteposti all’edizione a stampa. Si tratta infatti di una rivisitazione personale, alla luce della tradizione francese di cui Rameau è sotto il regno di Luigi XV l’interprete più autorevole, del genere secentesco e italiano della sonata a tre, che dall’area padano-veneta Corelli aveva innalzato ai noti fasti in riva al Tevere. I modelli di Rameau sono però più prossimi: le raccolte di pièces de clavecin da suonarsi «avec accompagnement de violon» pubblicate da Elizabeth-Claude Jacquet de la Guerre (1707) e soprattutto (è lui stesso ad ammetterlo nel primo degli Avis) da Jean-Joseph de Mondoville. Rameau vi aggiunge una voce, lasciando, tipicamente per l’epoca, indeterminata la scelta degli strumenti che dovranno affiancare il pilastro clavicembalo: flauto o violino, viola da gamba o un secondo violino. L’obiettivo è realizzare un modello innovativo di musica da camera in cui l’intreccio delle voci vale assai più del contributo del singolo: infatti «ho dovuto darlo in partitura perché è necessario non solo che i tre strumenti si intreccino tra loro, ma anche che gli esecutori si intendano l’un l’altro». Il risultato è un ideale di “concerto” che si tiene equidistante dalla scrittura italiana (corelliana: il clavicembalo non è certo relegato al basso continuo) così come dal contrappunto delle sonate a tre bachiane, in una dimensione in cui la centralità del clavicembalo (che Rameau prevedeva peraltro come unico esecutore) viene esaltata dall’apporto coloristico delle altre voci strumentali. E d’altra parte, che questa musica si presti alla consolidata prassi barocca della migrazione ad altro organico e insieme tradisca un’ambizione “sinfonica”, l’attesta la trascrizione d’autore di diversi di questa ventina di movimenti vuoi per clavicembalo solo, vuoi per l’orchestra, destinati a calcare le scene in una serie di titoli operistici: Dardanus, Les Fêtes de Polymnie, Le Temple de la Gloire, Zoroastre
Un’altra osservazione riguardante l’intera raccolta, anch’essa di tradizione clavicembalistica e di lunga durata (almeno fino al Tombeau de Couperin di Ravel), è la titolazione di ciascun brano, all’apparenza enigmatica ma in realtà perfettamente trasparente. Quasi tutti i movimenti altro non sono che ritratti in musica, o se si vuole più semplicemente omaggi, a personaggi dell’entourage di Rameau, di norma musicisti o mecenati. Questa raccolta di originalissime sonate a tre, tutte salvo una in tre tempi, si configura dunque come musica di molto ingegno ma anche di affetti, tradotti nella grazia d’un Musizieren felice destinato all’ambito riservato della camera. Così quasi ad apertura della serie ci confrontiamo con la grazia dolente e l’eleganza melodica della Livri, tombeau in do minore in memoria del conte di Livri, protettore di Rameau, scomparso l’anno stesso della pubblicazione della raccolta. Il secondo concerto dispone quattro pannelli diversissimi, avviati dall’omaggio a Jean-Benjamin de La Borde, all’epoca bambino prodigio ma destinato cinquant’anni più tardi alla ghigliottina; prosegue con il melos grave e composto della sarabanda in sol minore dedicata alla clavicembalista Anne-Jeanne Bouconn, poi moglie del citato Mondoville, con il giocoso rondement in Sol maggiore L’Agaçante e con due minuetti contrapposti, in Sol maggiore e minore. Altrettanto vario il terzo concerto, aperto dallo spigliato omaggio al fermier général Alexandre-Jean-Joseph Le Riche de La Pouplinière, della cui orchestra privata Rameau era direttore, cui si contrappongono i due evocativi rondeaux della Timide. Infine, il concerto conclusivo esordisce con l’impegnativa Forqueray in re minore: unica pagina contrappuntistica della serie, aperta da incisivi, memorabili salti di ottava, costituisce un dono nuziale per il violinista Jean-Baptiste Forqueray; prosegue con la grazia malinconica dell’evocativo Le Cupis, dedicato a François Cupis, primo violino all’Opéra e fratello della celebre danzatrice Camargo; si conclude, e con lui tutta la serie, con la spensierata gavotta in Re maggiore La Marais, omaggio a uno dei primi musicisti di Francia, il virtuoso di viola da gamba Marain Marais (se non, più probabilmente, a suo figlio Roland), scomparso nel 1728, ma ancora ben vivo nella memoria. Memoria, sua e di tante altre figure di musicisti o appassionati di musica, che questa raccolta tanto efficacemente ancora oggi tramanda».


Juliet Guignard
 

INFORMAZIONI
Associazione Culturale La Cappella Musicale
via Vincenzo Bellini 2 - 20122 Milano
tel 02.76317176 | 3392697178       
e-mail mail@lacappellamusicale.com  
sito www.milanoartemusica.com
 

BIGLIETTI
Intero: 18,00 €
Ridotto (Under26 e gruppi di minimo 10 persone): 12,00 €
Gratuito: Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto sospeso: regala un biglietto!
Sarà destinato agli utenti dei servizi sociali del Comune di Milano
 
Concerto in Abbonamento
Abbonamento MAM
Abbonamento Grandi Concerti
 
Punti vendita:
online (con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
sul posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto
presso Associazione Culturale La Cappella Musicale
Lunedì dalle 15.00 alle 18.00
Mercoledì dalle 10.30 alle 13.30
Si consiglia vivamente l’acquisto in prevendita.  
È gradito il pagamento elettronico.  


SEDE
Chiesa di San Bernardino alle Monache
Via Lanzone, 13 - Milano
MM De Amicis e Sant’Ambrogio, tram 2, 3, 14, bus 58, 94

 

PROGRAMMA
Jean-Philippe Rameau                   
(1683 – 1764)     
 
Cinquième concert                          
La Forqueray - La Cupis - La Marais
Premier concert                                         
La Coulicam - La Livri - Le Vézinet
Deuxième concert
La Laborde - La Boucon - L’Agaçante - Menuets
Troisième concert
La Lapoplinière - La Timide – Rondeau - Tambourins
 
ORGANICO
violone - Gabriel Grosbard
viola da gamba - Juliette Guignard
clavicembalo -
Louis-Noël Bestion de Camboulas

CORTILI IN VERSI A ORINO



Il 18-19 luglio 2026 avrà luogo la seconda edizione del "Piccolo Festival di Poesia - Cortili di-versi" a Orino (Va) con la direzione artistica di Benedetto Ghielmi, fondatore di "Condividendo Poesia". Protagonisti una ventina di poeti provenienti da varie regioni d'Italia. La manifestazione letteraria patrocinata dal Comune di Orino e con il sostegno di Radio Marconi, avrà luogo in alcune corti del borgo della Valcuvia. Il taglio del nastro inaugurale sarà alle ore 10.30 presso "Lo Spazio Gentile" con il laboratorio di poesia al femminile a cura di Maddalena Grigoletto. Alle ore 17.30 nella "Cort di Munighitt" avverrà l'incontro centrale della rassegna poetica: sarà presente la poeta Margherita Rimi, una delle voci più significative del panorama poetico. Letture a cura di Sara Pennacchio. Dalle ore 20.30, nella "Cort di Vanulett" avrà luogo una lettura poetica dove si alterneranno i primi dieci autori accompagnati dalle musiche della violoncellista Viola Valsecchi e dal cantautore Santorosso. La domenica mattina, dalle ore 10.00 con ritrovo in Piazza XI Febbraio, la poesia risuonerà nei boschi della montagna retrostante il borgo orinese. Nel pomeriggio nella "Cort di Matt" dalle ore 15.30, si terrà il momento che chiuderà il sipario sulla seconda edizione del Festival di Poesia "Cortili di-versi".

LA BUONA MUSICA A LANCIANO
di Niki Ranalli



Una settimana di musica, arte e cultura: il Festival che ha emozionato Lanciano.

Ci sono eventi che durano pochi giorni, ma che riescono a lasciare un ricordo destinato a rimanere nel tempo. Il Festival che si è svolto a Lanciano dal 28 giugno al 5 luglio 2026 per la 15a edizione è stato proprio questo: una manifestazione che ha saputo trasformare ogni serata in un momento di incontro, condivisione e crescita culturale, regalando al pubblico emozioni autentiche attraverso il linguaggio universale della musica e dell’arte. Per un’intera settimana, il festival ha rappresentato un punto di riferimento per appassionati, musicisti, studiosi e curiosi, offrendo un programma ricco e variegato nel quale concerti, conferenze, mostre e momenti di riflessione si sono alternati in perfetta armonia. Non si è trattato soltanto di una rassegna musicale, ma di un vero percorso culturale capace di valorizzare il patrimonio artistico e musicale, dimostrando come la bellezza possa ancora oggi unire persone di età e provenienze diverse. L’apertura del festival è stata affidata alla mostra “Moz-Art”, un'esposizione che ha saputo fondere fotografia e pittura in un dialogo intenso tra immagini, colori e sensibilità artistiche. Le opere esposte hanno accompagnato i visitatori per tutta la durata della manifestazione, diventando il filo conduttore di un viaggio fatto di creatività e ricerca espressiva. La serata inaugurale è proseguita con una conferenza dedicata alla musica e ai libri, impreziosita dall’ascolto di incisioni su grammofono: un momento particolarmente suggestivo che ha riportato il pubblico al fascino senza tempo dell'ascolto analogico, ricordando quanto la musica possa conservare intatta la propria capacità di emozionare. Nei giorni successivi il festival ha continuato a sorprendere grazie a una successione di concerti di altissimo livello. 



Il pubblico ha potuto riscoprire il suono raffinato del liuto, della chitarra alla spagnola, del fortepiano, del clavicembalo, del flauto dolce e degli strumenti della tradizione barocca, interpretati da musicisti di grande esperienza e sensibilità artistica. Ogni esibizione è stata molto più di un semplice concerto: è stata un'occasione per immergersi in epoche lontane, lasciandosi trasportare da melodie che ancora oggi conservano una straordinaria forza espressiva. Particolarmente apprezzata è stata anche la scelta di alternare ai concerti momenti di approfondimento culturale. Le conferenze hanno permesso agli spettatori di comprendere meglio il contesto storico delle opere eseguite, il lavoro dei compositori e l’evoluzione degli strumenti musicali. Questo dialogo continuo tra musica e conoscenza ha reso ogni appuntamento ancora più coinvolgente, dimostrando come la cultura diventi più viva quando viene raccontata e condivisa. Uno degli aspetti più belli dell’intera manifestazione è stato il clima che si è creato sera dopo sera. Gli artisti non sono apparsi come figure distanti, ma come protagonisti di un incontro sincero con il pubblico. Ogni applauso, ogni sorriso e ogni momento di silenzio durante le esecuzioni hanno contribuito a creare un’atmosfera intima e partecipata, nella quale la musica è diventata un linguaggio comune capace di abbattere qualsiasi distanza. Il gran finale ha rappresentato il momento più intenso dell’intero festival. La presentazione del libro del Maestro Matteo Cicchitti “Eternità d’istanti”, seguita dal concerto conclusivo diretto da Matteo Cicchitti insieme all’ensemble Musica Elegentia, ha sintetizzato perfettamente lo spirito della manifestazione. L’esecuzione, caratterizzata da eleganza, precisione e profonda espressività, ha coinvolto il pubblico in un viaggio musicale capace di intrecciare passato e presente, dimostrando quanto la musica antica continui ancora oggi a parlare al cuore delle persone. La serata si è conclusa in un clima di festa, simbolo di un festival capace di coniugare tradizione e contemporaneità. Al termine della settimana resta soprattutto il ricordo delle emozioni vissute. Il festival ha confermato come la cultura non sia soltanto intrattenimento, ma anche occasione di crescita personale, dialogo e condivisione. Ogni concerto, ogni conferenza e ogni esposizione hanno contribuito a costruire un’esperienza collettiva nella quale il pubblico è stato protagonista insieme agli artisti. In un’epoca in cui spesso il tempo sembra scorrere troppo velocemente, manifestazioni come questa ricordano il valore di fermarsi ad ascoltare, osservare e lasciarsi emozionare.

sabato 11 luglio 2026

MALIGNITÀ DI LETTERATI
di Angelo Gaccione


 
Non crediate che siano solo i politici ad essere maestri di malignità e di battute salaci nei confronti dei propri avversari. Ne conosciamo di quelle pronunciate da prìncipi e da re già dalla più lontana antichità, ma anche venendo a tempi a noi più vicini, non ne hanno lesinato capi di Stato e primi ministri; graduati del mondo militare e alti porporati, tanto che se ne potrebbe stilare una vera e propria corposa antologia. I politici ci hanno spiazzati soprattutto perché spesso e volentieri non si sono limitati agli avversari o ai nemici, ma hanno preso di mira persino compagni di partito semplicemente perché appartenenti a “correnti” differenti. Dossettiani, andreottiani, fanfaniani, morotei, dorotei… il vecchio e storico partito della Democrazia Cristiana nel corso della sua lunga esistenza ha prodotto un ricco intreccio di correnti e i suoi leader non si sono risparmiati fendenti verbali al curaro, a volte più micidiali di quelli di un vero e proprio affilato stiletto. I letterati e gli intellettuali non sono da meno, e anche i più insospettati di loro si sono appioppati nomignoli tutt’altro che leggeri e benevoli. Hanno coniato battute sferzanti e feroci riferite agli aspetti fisici, alle inclinazioni personali, e addirittura ai titoli delle loro opere. Prendiamo ad esempio un famoso scrittore romano: da bambino fu colpito da tubercolosi osteo-articolare che gli procurò una invalidante zoppia. Gli amici letterati, che pure ne ammiravano il valore, cinicamente gli affibbiarono il nomignolo di amaro Gambarotta. Un mio carissimo amico, che i letterati li frequentava assiduamente, mi confidò che per la sua magrezza lo definivano l’osso nella manica. Lo aveva saputo da uno dei letterati del suo giro. Il titolo del romanzo di Carlo Cassola Il superstite, fu ribattezzato Il superstitico; quello della scrittrice Elsa De Giorgi I coetanei, divenne I coitanei; e chi lo coniò è un nome talmente insospettabile e famoso che se ve lo rivelassi ne rimarreste sorpresi. A un poeta vivente abbastanza in vista, non è andata meglio di Orazio che, com’è noto, veniva definito: porcello del gregge di Epicuro. Il nostro viene indicato
con il nomignolo di: il Vate malignamente modificato dai detrattori in: il Water. Un amico critico d’arte e poeta di definizioni me ne rivelò una discreta quantità. Ad un noto pittore piuttosto aitante avevano affibbiato questi connotati: una testa di Cassio su una faccia di Bruto. Come si può vedere, le allusioni ironiche ai nomi cassio e bruto, qui usati come aggettivi denigratori, non vogliono nasconderci nulla del loro perfido intento.

PER CHI SUONA LA CAMPANA
di Eros Barone


 
Etica ed epica di un capolavoro della letteratura mondiale.
  
La “terza guerra mondiale a pezzi”, che papa Francesco aveva acutamente individuato fin da quando la Nato è andata ad “abbaiare” ai confini con la Russia servendosi dell’Ucraina come testa di ariete per oltrepassarli, è in pieno svolgimento e il punto di non ritorno è stato perfino calendarizzato dai “signori della guerra europei” nel 2029. Novant’anni fa aveva inizio la guerra civile spagnola, il prologo della seconda guerra mondiale. È stato detto giustamente che sotto l’imperialismo non vi è guerra che non sia atroce e non vi è pace che non sia precaria. Per questo è ancora preziosa e sempre attuale la lezione che Ernest Hemingway ci consegna nel romanzo dedicato a quel “prologo”. E anche se oggi non formuleremmo alla stessa maniera la nostra inquietudine di fronte allo spaventoso «destino da carne industriale e da cannone» che ci aspetta, del protagonista di Per chi suona la campana vanno salvaguardati, dal punto di vista della costruzione di un’etica dell’impegno politico e civile, i punti di forza essenziali e irriducibili: l’etica del fare e la coerenza morale, che tengono ben fermo il senso storico delle azioni di ognuno di noi. Ma «perché un giorno ogni pericolo sia vinto e il paese sia un posto dove si viva bene» occorre comprendere che è necessario agire nelle retrovie del nemico e far saltare quel ponte: due azioni strettamente connesse in cui Hemingway ha riconosciuto, sia pure a livello simbolico ma con una profonda intelligenza storica e una capacità evocativa impareggiabile, il programma della Resistenza e il presupposto indispensabile della lotta per un mondo migliore.


E. Eemingway

Ernest Hemingway amava profondamente la Spagna e la considerava come la sua seconda patria. Questa predilezione spiega l’intensità dei sentimenti con cui partecipò, fin dal luglio 1936, alla guerra civile spagnola, schierandosi ai primi posti tra i sostenitori della repubblica, come molti altri antifascisti americani ed europei. Nel corso di quella drammatica vicenda egli fu anche testimone dell’aspra lotta politica, ideologica e personalistica che divideva gli esponenti del governo repubblicano, i capi militari, i partiti e i rappresentanti delle forze internazionali che partecipavano alla guerra. Il romanzo Per chi suona la campana, scritto nel 1940, non narra soltanto un episodio significativo di quella vicenda militare, ma rispecchia anche i motivi politici e morali che, secondo l’autore, ne avevano segnato il cattivo andamento. Tuttavia, benché questi aspetti siano oggetto di una ricostruzione attenta e puntuale, il romanzo attinge il suo significato pregnante alla luce di una prospettiva ideale più ampia, fin quasi a configurarsi, per la carica simbolica che lo anima, come una vera e propria allegoria. Una concisa sintesi della narrazione si rende perciò necessaria. Mentre in Spagna infuria la guerra civile, Robert Jordan, un giovane professore americano, si arruola come volontario nell’esercito repubblicano. Inviato dietro le linee franchiste, raggiunge una banda di partigiani, con l’incarico di far saltare un ponte d’importanza strategica. Capo della banda, dopo il crollo morale di Pablo, che ne è il comandante nominale, è diventata Pilar, una fiera contadina. Nel gruppo c’è anche Maria, una ragazza di diciannove anni brutalmente violentata dai fascisti e salvata da Pilar. Jordan e Maria si innamorano al primo sguardo, ma gli avvenimenti precipitano e il disastro incombe. I franchisti attaccano un vicino avamposto partigiano e lo annientano. È chiaro che presto verrà la volta del gruppo di Pilar, ma Jordan, pur consapevole dell’inutilità della sua missione, fa ugualmente saltare il ponte. Quando sta per raggiungere i compagni, viene ferito a una gamba e rimane solo sulla collina ad aspettare il nemico e la morte.


Hemingway in Spagna

Così, il ponte d’acciaio, che supera con un solo arco la ripida gola alpestre situata nel territorio controllato dalle forze franchiste e che Robert Jordan ha l’incarico di far saltare in concomitanza con l’inizio di un’offensiva repubblicana, sta al centro dell’azione narrativa dal primo capitolo all’ultimo: un’azione che, in questo romanzo di cinquecento pagine, occupa non più di una settantina di ore, vale a dire tre giorni scarsi e tre notti. I vari episodi, le conversazioni, i monologhi interiori e i richiami al passato ruotano tutti intorno al tema del ponte che occorre far saltare, finché Robert Jordan riuscirà nell’impresa, ormai diventata quasi inutile e il cui successo egli pagherà con la vita. E invero, il fatto che la fisionomia etico-politica di Robert, così come viene tratteggiata da Hemingway, sia quella, insieme, di un valente uomo d’azione, di un amante appassionato e di un intellettuale rigoroso, non caratterizza solo il protagonista di Per chi suona la campana, ma risponde ad un clima morale che pervade l’intero romanzo. La lezione che se ne ricava è quella di un’attitudine aperta e generosa, d’impegno pratico – tecnico e morale insieme – nelle cose che si dovevano fare. Di questa lezione faranno tesoro, fra molti altri, scrittori come Elio Vittorini, autore di Uomini e no, romanzo sulle azioni dei Gap, e come Italo Calvino, autore del Sentiero dei nidi di ragno, romanzo che narra le peripezie di una banda partigiana in Liguria. Non per nulla il messaggio del romanzo, fondato come è sulla coincidenza di etica ed epica, è risolutamente contrario all’individualismo e al disimpegno nei rapporti con gli altri: due atteggiamenti cui il protagonista di Per chi suona la campana è del tutto estraneo, come indicano in modo inequivocabile i celebri versi di John Donne, che Hemingway ha messo come epigrafe del romanzo e che vengono ripresi nel titolo: «Nessun uomo è un’Isola, intero in sé stesso... Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. [...] Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te.» 

POESIE
di Tania Chimenti
 


La gioia è appoggiata ai teli
sulle ringhiere dei terrazzi.
Le case al mare lo sanno,
mentre i giovani asciugano
al vento il tempo.
Lentamente risaliranno
i rimpianti:
efflorescenze saline
che ricoprono di bianco.
 
*


Degli amanti non si attende il ritorno.
Del cancro, sì.
Così il tuo silenzio fu interpretato
dai compagni come il ritorno del temibile.
Quella volta però fu diverso:
era tempo di fiori d’arancio.
Si seppe poi che al matrimonio
avevi invitato uno solo dei compagni,
lasciando gli altri
in quel disincanto muto
di chi scopre di non avere più
nulla in comune.
Io invece,
anche nella nostalgia
invetriata dal ricordo,
ho tenuto con me
quell’estraneità
come si tiene un vizio.
L’abitudine a perdere.
A perdersi.
 

 

 

 

 

POETI TRADOTTI
di Anna Rutigliano
 


La poesia n. 373 di Emily Dickinson, dal titolo originale This World is not Conclusion (Questo mondo non è un epilogo), qui di seguito proposta, manifesta, in tutta la sua potenza, lo scetticismo epistemologico della poetessa statunitense, la quale preferì la solitudine, quale spazio di ricerca dell’autenticità, lontano dalle rigide convenzioni sociali dell’America del XIX secolo. L’imperitura tensione fra fede nell’aldilà e dubbio sull’esistenza, non oggettivamente comprovabile, di una vita ultraterrena, che da sempre attanaglia l’umanità, si riflette nella struttura metrica giambica, improntata sull’ampio uso retorico dell’enjambement: artificio linguistico questo, che, scardina ogni logica che miri a colmare il senso di vuoto dell’anima, consapevole del suo mortale destino, come espresso nella chiusa finale del testo originale: Narcotics cannot still the Tooth, that nibbles at the soul= nulla possono i narcotici per sedare il dente che rode l’anima),  ricalcando il pensiero marxiano sull’alienazione dell’uomo (Entfremdung), dovuta non solo ai processi di produzione capitalistica ma anche all’influsso della religione quale “oppio dei popoli” (Die Religion ist das Opium des Volkes).


 
Questo mondo non è un epilogo
 
Questo mondo non è un epilogo,
prosegue oltre,
invisibile come musica,
ma reale come suono,
ammalia e confonde,
la filosofia non lo sa,
e - alla fine l’intuito deve procedere,
per mezzo di un enigma,
per decifrarlo, confonde gli studiosi,
per ottenerlo, l’umanità si è caricata
dello sprezzo di generazioni,
ha mostrato la crocifissione.
La fede vacilla- sorride e si ricompone-
arrossisce se qualcuno la scorge-
s’afferra ad un briciolo d’evidenza-
e domanda la via alla girandola -
esagerate movenze dal pulpito,
s’accavallano forti Halleluja,
nulla possono i narcotici per sedare il dente
che rode l’anima.
 
(Trad. it. di Anna Rutigliano)

LIBRI DI POESIA
di Carlo Di Legge


 
                                                              
La cifra di questo libro di poesia di Alessandro Carandente, e dell’intera sua scrittura in versi, sta scritta nel titolo. Il libro comprende i testi poetici dal 2021 al 2025 e il titolo recita che si tratta di poesie “a lietto fine”. Perché non si pensi al clamoroso errore di stampa, la parola lietto viene scritta in corsivo nel titolo; si voleva dire proprio questo, giocando, come fa sempre l’autore, sull’equivocità dell’espressione, sul gioco di parole – a lieto fine/a lietto fine –  nel contesto, ovvero sulla lieve modifica della sola parola, che nel caso incontra il senso napoletano. Ma, seppure in dialetto, “a lietto fine” cosa vorrà dire? Anche in questo caso, affinché non vi siano dubbi (ma ne saremo mai certi? Non si sa mai), c’è il disegno a colori di donna nuda, di schiena, che campeggia in pagina bianca, sotto il titolo: dunque a lietto vorrà dire cosa di storie allegre e di baruffe d’amore e di sesso. Ma niente di leggero, intendiamoci. Niente di scapestrato, come sto per spiegare, ma talvolta qualcosa che ispiri umorismo e forse allegria. Non si tratta soltanto di poesie o testi in versi, peraltro: la seconda parte del libro, infatti, contiene i frutti di un’altra vena di scrittura di Carandente, quella degli euforismi (poi c’è la saggistica: recentissima la raccolta Da Leopardi a Scotellaro (2026, ma con saggi anche non recenti). La parola aforismi qui e in generale nella sua scrittura viene, sempre per la facezia e il gusto dell’invenzione nel dire, ritoccata in eu-forismi, motto di spirito tra euforia e aforisma.
Si tratterà di dare credito a queste manifestazioni di buonumore, al frequente calembour, con l’armamentario di lingua che ciò comporta? Credo che, prescindendo come si deve dalle vicende personali, che conosco, nel caso la vena di forte provocazione dell’autore e la sua forza umana di risposta alle avversità si siano bene incontrate con il sofisticato spirito (è laureato in filosofia, e tra l’altro ha all’attivo un dottorato di ricerca in italianistica tra l’università di Tours e quella di Tor Vergata, ha un lungo passato di poesia a partire dalla vicinanza a Franco Cavallo e alla sua cerchia, nel nord-ovest napoletano, tra Campi Flegrei e Cuma, Napoli e non solo); con il suo personale contesto di provenienza, di famiglia contadina, sempre presente a mio avviso, a salvare il fondo di buon senso; con l’ineguagliabile atmosfera della città di Napoli vissuta dalla parte privilegiata, fascinosa (ma quale parte di Napoli non è importante?) della Sibilla, di Pozzuoli e vicinanze, che accompagna il suo cammino con quello di tutte le intelligenze che hanno popolato “Secondo Tempo”, la sua rivista, nel respiro del dialetto napoletano alternato all’uso della lingua italiana e soprattutto, per quanto riguarda lui, del francese. Ricordo una occasione di lettura di molti anni addietro, in cui ci si riuniva a dire versi in una sede “seria”, cioè un palazzo sede di amministrazione comunale, e si voleva ricordare qualcuno che non c’era più, dunque era un momento triste. Ma Carandente non fu ligio alla consegna, non obbedì ai tempi né eseguì il compito dato dagli organizzatori o lo fece alla rovescia: cominciò a leggere i suoi spesso irriverenti versi e euforismi, come un flusso senza fermata, davanti agli spettatori, perlopiù scrittori di versi, allibiti, finché qualcuno non intervenne – come si vuol dire, fu una storia dalla serie “fatelo smettere”. Ma lui non fece una piega.
E quindi, anche qui nel libro, tanto per incominciare, per il 700° anniversario della morte di Dante: “… e scrive e parla di te ogni cazzullo/ ti storce sconciamente ogni marzullo/ t’hanno scoperto in tanti, o padre Dante/ pur i veltroni, i salmoni e i meloni”. Basterà per far intendere di cosa si tratta.



 
Scrittore del tutto ragionevole, Carandente, anzi razionale, ma nel senso che è pronto a calcolare, ad evocare l’ironia o il sarcasmo anche contro la gente del mondo delle lettere, non solo in Campania, sì da farsi qualche nemico – tanto ce ne facciamo anche senza volere e ne abbiamo senza sapere.
Il libro è una raccolta di argomenti diversi, uniti poi per temi, come in quarta di copertina; la musa di Carandente, se così si può dire nel suo caso di letterato pronto a ridere della letteratura e dei facitori di libri (di quelli prevaricanti e presuntuosi, con rispetto di quelli serî e bravi), è il presentarsi dell’occasione, nutrito da studio continuo dei testi su cui lavora. C’inoltriamo leggendo in una galleria di amici e personaggi, come di fatti e di sensazioni. I suoi versi nascono o possono farlo in ogni momento, ma il fatto è che ad ogni passo (ricordo un titolo: Passo vegliante, il suo inizio del 1982, che pareva in qualche modo molto diverso, comunque già doveva dirigersi in questo senso) l’occasione può scattare, e quindi l’occhio, l’orecchio e i sensi sono protesi ad afferrarla. E viene la scrittura.



Con ciò, dando rilievo alla sua natura ironica e al piglio sarcastico che ricordo fin dai tempi dell’università, non sto dicendo che l’autore non abbia sentimenti seri. Nella dimensione del pubblico, il suo radicalismo politico, pur senza appartenenze a partiti, è evidente. Eppoi basti pensare al privato, alla sua famiglia, o alle amicizie sincere, che ha saputo coltivare e rispettare, mentre in altri casi, quando prima o poi ci si avvede che qualcosa non va, o si prosegue nell’equivoco, cosa che non è il suo forte, o si smette. Questo buon senso permane e dev’essere il fondamento della sua solidità.
Vale anche qui, poiché abbraccia il suo percorso nelle sue modifiche, anche fino ad oggi, la motivazione per il premio Minturnae, conferitogli nel 2007 per la raccolta Risveglianze: “Sin dall'esordio si è connotato per la tecnica scaltrita e la consapevolezza teorica del fare poesia. Sotto l’apparente patina di lacca lirica c'è la riflessione critica e il momento speculativo del linguaggio che si interrogano senza sosta sul proprio fare poetico. L'esplosione ritmica è frenata dalla pausa riflessiva, dalla tensione del dire. Lungi dal consegnarsi ingenuamente alla positività dei significati in atto, avanza là dove non si può più andare, in quella terra incognita dove il senza nome cerca nuove relazioni per esistere.
 A partire da Ecrivoci, extravaganze, screzi d’alfabeto, Il supplente precariota e Bon ton bonsai bonbon, Per chi suona la gabbana? invece, il linguaggio ha invertito bruscamente la rotta; dall’azzeramento ha viaggiato verso l’esterno con cui non ha mai smesso di dialogare, in euforica contaminazione, e di reagire all’alienazione consumistica in atto con l’insorgenza del gioco traslativo e la freschezza del paradosso dell’evidenza”.


 

Il programma linguistico attuato nel libro di poesia e negli euforismi è dunque quello esposto nell’esergo, ripreso da G. Benn: vi si legge che “Queste frasi… contengono solo se stesse”. Anche in questo modo si può fare critica sociale, politica, letteraria, facendo poesia: in fondo è la lezione dello sperimentalismo, ognuno a suo modo, in ogni momento in un modo. Così si giustifica il motto in Odisseo e altrove: “ma non feci strage di Proci/nel mattinale incarnato/li inseguii fino a Procida”. E le altre diavolerie e motteggi – che molto spesso portano una posizione precisa rispetto alla società e agli altri, al potere.


 
Alessandro Carandente
Poesie a lietto fine
Marcus Edizioni, Napoli 2025

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