UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 26 marzo 2026

ANALISI SUL REFERENDUM   
di Franco Astengo


 
In tempi che rimangono comunque di forte disaffezione il tema costituzionale rimane comunque il "magnete" più importante per attirare all'impegno la parte democratica e progressista del nostro Paese. Accadde nel 2006, si ripeté nel 2016 e ancora 10 anni dopo, oggi, un ventennio segnato da tentativi di stravolgimento del nostro assetto democratico respinti dal voto popolare e dall'impegno unitario di forze politiche, sindacali, associative. Questo è il primo segnale da cogliere rispetto a questo risultato. Il tema della partecipazione al voto rimane comunque all'ordine del giorno. Sicuramente la quota di presenza ai seggi nell'occasione referendaria è risultata più alta del prevedibile e di quanto pronosticato dai sondaggi. Però alla fine tra territorio nazionale ed estero (c'è da modificare qualcosa nel voto all'estero rivedendo i criteri di ammissione al voto) la vittoria del No si colloca di poco al di sopra del 30% degli aventi diritto e questo rimane un preoccupante segnale di fragilità del sistema. Si è molto discussa la questione della spaccatura territoriale rispetto alla partecipazione al voto tra Centro-Nord e Sud. Da notare sotto questo punto di vista il riproporsi del tema centro/periferia, con il voto delle città favorevole al No e quello dei centri periferici favorevoli al anche nelle regioni del Nord dove il ha prevalso complessivamente (un punto che potrebbe anche far pensare di un voto per il "meno moderno" ma si tratta di un elemento che dovrebbe essere discusso più a fondo). In questo caso offriamo il dato riferito alle percentuali ottenute dai due schieramenti rispetto al totale degli aventi diritto. (totale nazionale 13.251.887 pari al 27,06% del totale degli aventi diritto); No (totale nazionale 14.461.573 pari al 31,47% sul totale degli aventi diritto).


 
Regioni dove il ha superato la media nazionale: Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia (le 31 regioni dove il ha prevalso) con Marche. Umbria, Abruzzo, Piemonte, Emilia Romagna, Lazio, Valle D'Aosta, Toscana regioni dove ha prevalso il No con alta partecipazione. Risulta evidente da questa analisi un forte disaffezione da parte di potenziali sostenitori del (votanti di partiti di governo) in regioni-chiave come la Sicilia e la Campania.


 

Il No rimane al di sotto della media nazionale nel Molise, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia, Calabria, Trentino Alto Adige, Sardegna, Abruzzo, Valle d'Aosta, Puglia, Lombardia Veneto fanalino di coda. L'analisi approfondita del voto per il No rapportato al totale degli iscritti conferma quindi una importante spalmatura su tutto il territorio nazionale: un elemento da considerare quindi con grande attenzione dal punto di vista della capacità di aggregazione sul momento e sulla ulteriore necessità di "solidificazione".
 

 

 

  

LETTERA A TRAVAGLIO
di Marco Vitale
 

Condivido la gioia per la netta vittoria del No alla Riforma costituzionale voluta dal governo Meloni. Mi congratulo con Te personalmente e con l’intera compagine del Fatto Quotidiano che tanto avete contribuito a questa vittoria, voce indipendente e quasi isolata nel contrastare le macroscopiche menzogne con le quali i capi della compagine del hanno cercato di ingannare gli italiani. Ma il sospiro di sollievo per lo scampato pericolo è stato presto attenuato dai primi commenti sull’esito del Referendum sentiti in televisione. Si sono tutti scatenati su questioni di minore importanza o, comunque, estranei al significato profondo del Referendum. Nella prima mezza giornata di commenti non ho sentito quasi nessuno commentare il significato più profondo del referendum, mentre è proprio su questi che bisogna richiamare l’attenzione e la riflessione. Tenterò di proporre, con alcune riflessioni, alcuni punti che mi sembrano fondamentali.
 
Perché gli italiani sono tornati a votare in buon numero?
Perché hanno capito che era una votazione importante, se non, a lungo termine, esistenziale, come quando si votò il referendum tra Monarchia o Repubblica. Perché hanno voluto comunicare, con il loro voto, che credono ancora fortemente nella nostra Costituzione, unico e saldo baluardo, contro svolazzi e bischerate varie, tipo, primariato a colpi di maggioranza e senza discussione in parlamento né confronto serio. Perché sono rimasti fedeli alla democrazia. Perché, al contrario di quello che credevano molti capi della compagine del e nonostante tutto l’impegno che ci hanno messo, la maggior parte degli italiani ha dimostrato di non avere gli anelli al naso.
 



Perché gli italiani non solo hanno votato in buon numero ma hanno votato No a questa riforma?
Perché hanno respinto un attacco grossolano e riempito di menzogne contro la magistratura in blocco, ed hanno sentito il dovere di proteggerla come pilastro indiscutibile della Costituzione e dello stile di diritto e hanno voluto esprimere il loro apprezzamento per ringraziare i tanti valorosi e coraggiosi magistrati, vivi e morti, che onorano la loro professione. Questo non vuol dire che tanti che hanno votato No pensino che non sia necessario fare riforme importanti e significative nella magistratura. Questo No vuol dire: vogliamo una magistratura più forte non più debole, più libera non più asservita, con più mezzi e non con meno mezzi, più rispettata dalla politica e non meno rispettata. E chiediamo che i Nordio e le Bartolozzi cambino mestiere. Propongo che da subito si incominci a studiare, elaborare e proporre proposte serie per correggere quello che va corretto nelle disfunzioni e debolezze della magistratura.
 
Perché i No hanno di gran lunga sorpassato il numero di voti che i partititi politici hanno ottenuto nelle più recenti elezioni politiche e amministrative?
Perché sono confluiti nel No anche molti voti che vengono impropriamente attribuiti ai partiti dell’opposizione. Sono voti per la Costituzione non voti contro la Meloni, ma contro la sua linea istituzionale che, passando per una loro legge elettorale con un premio di maggioranza esagerato, sarebbe sfociata nel primariato come scardinamento finale della Costituzione.  Oltre agli indirizzi di partiti, sindacati, associazioni e giornali (pochi e poco), si è formato un tessuto di reti spontanee e volontarie che si sono legate e quindi si sono scambiate idee, riflessioni, paure, speranze che hanno contribuito al livello e all’esito del voto. Ho partecipato ad alcune di queste reti e non ho mai sentito parlare, né ho io mai parlato, di un voto contro la Meloni. Si è parlato di Costituzione, di minacce istituzionali, di risveglio democratico, ma mai di governo, di primarie, di politica estera, di vicinanza a Trump e simili che sono i temi che ho sentito rimbombare nel primo pomeriggio del dopo referendum, soprattutto in giornalisti e altri professionisti della politica politicante.
 


Perché i sondaggi e i giornalisti, in grande maggioranza, sbagliano regolarmente le loro previsioni e le hanno sbagliate clamorosamente anche in questo referendum?

Basta ascoltare i loro commenti sul post referendum per dare una risposta a questa non difficile domanda. Si parlano solo tra di loro e non ascoltano mai cosa si dice nel Paese.

 
Perché, secondo le attribuzioni di voto, la grande maggioranza di chi vota Lega ha votato per il Sì?
Perché è una Lega che non ha più niente in comune con quello che fu la Lega di Bossi e che aveva sollevato molte speranze.


 
Perché nessuna persona responsabile ha, sino ad ora richiesto, le dimissioni di Meloni?
Perché le difficoltà che il Paese deve affrontare in questo terribile periodo, soprattutto sul piano economico, sono tali che solo degli irresponsabili possono chiedere le dimissioni del Governo. Il Paese, nell’interesse di tutta la collettività, ha bisogno che il Governo tenga botta e si prepari, come del resto devono fare le opposizioni, per il confronto politico a tempo debito sui programmi e sulla classe dirigente degli schieramenti che si confronteranno per il Governo. Certo sarebbe decente che il responsabile primo di questo referendum berlusconiano e cioè il Ministro Nordio e la sua capo di gabinetto dessero le dimissioni. Ma la decenza, così come il coraggio non si può né imparare né insegnare. Ma il governo deve reggere, anche se indebolito. Ciò non vuol dire che il significato di questo referendum non sia anche politico e che nel voto non abbia giocato un ruolo anche l’insoddisfazione per la politica economica ed estera del governo Meloni. Come si può pensare che una votazione di questo tipo non abbia un contenuto politico? Ce l’ha e grande. Ma insieme a tanti altri temi sui quali i cittadini dovranno esprimere un voto politico e di governo. Questo è stato un voto per la Costituzione. Certamente le analisi più approfondite del voto che ci forniranno gli esperti, permetteranno approfondimenti. Soprattutto quelli sulla distribuzione territoriale e sull’età dei votanti, saranno molto utili, purché non vengano annacquate con eccessivi tecnicismi e trascurando i temi fondamentali che ho cercato di delineare. Per ora questo voto, schiettamente italiano e non partitico e strettamente costituzionale come la natura del referendum richiedeva, ci dona un momento di sollievo e di speranza. Non sprechiamolo, una ennesima volta, con risse di parte e con tecnicismi di politica politicante, se non con analisi menzognere.
 

 

 

 

TRIESTE TESSE PER LA PACE




mercoledì 25 marzo 2026

POLITICA INTERNAZIONALE
di Romano Rinaldi


 
Approssimazione, faciloneria e guai seri.
 
Di questi tempi l’anno scorso, annotavo qualche riflessione (1) su modi e metodi dell’amministrazione americana nell’affrontare temi di interesse globale (Organismi Internazionali), manifestare ambizioni di supremazia (Canada, Groenlandia, dazi all’Europa, ecc.) e gestione dei confitti armati in atto (Ucraina e Gaza). Tutti temi che già lasciavano presagire nefasti sviluppi.
Ora siamo purtroppo alla prova dei fatti con un nuovo conflitto in Medio Oriente che ha già un’altissima probabilità di estendersi, soprattutto per le conseguenze economiche, a livello planetario e Dio non voglia che si traduca anche in una guerra totale “sua sponte” visto che dopo oltre tre settimane dall’inizio dei bombardamenti ancora non sono noti, neppure ai principali attori, gli obiettivi finali. In tutto questo c’era purtroppo poco di imprevedibile incluso il modo in cui questa crisi è stata alimentata e sospinta dallasmisurata sete di dominio del famigerato attuale Governo dello Stato di Israele guidato da spregiudicati criminali (su Netanyahu pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale dal 2024), assecondati dall’amministrazione americana con a capo un uomo privo di capacità di giudizio, del senso del limite, delle più elementari doti di pensiero logico, di cultura e persino di capacità espressiva per concetti poco più evoluti di una “ola” da stadio. Cose di cui già dissi anche durante il suo primo mandato. In questo improvvido assalto contro l’Iran, in violazione di ognuno e tutti i principi del diritto internazionale, i modi e i metodi adottati non si discostano da tutto quanto sta avvenendo nei dintorni della “capanna bianca” e la tribù che se ne è impossessata, pur con legittime elezioni, dove tutto sembra impostato secondo approssimazione e faciloneria. 



A cominciare dalle dichiarazioni del Comandante in Capo e del Segretario alla Difesa, rinominatosi Ministro della Guerra. Un individuo che intrattenne via social aperto (Signal), comunicazioni riservate relative ad un attacco aereo sullo Yemen, comunicando tempi e modalità d’uso delle varie armi prima degli assalti (2) ed ora invoca pubblicamente l’aiuto di Dio (quale?) per distruggere il nemico. A fronte di questo intollerabile sfregio alla coscienza dell’umanità senziente, si consuma un’ulteriore tragedia a scapito delle inermi popolazioni di una vasta area geografica, con accompagnamento musicale e di immagini da videogioco che mostrano esplosioni e distruzioni commentate entusiasticamente da Trump per il fantastico lavoro che le forze armate USA stanno facendo.
Un piccolissimo risultato positivo di questo immane caos nel quale sembra confidare chi l’ha scatenato, sta affacciandosi con una seppur tardiva, presa di coscienza dell’Unione Europea e del suo ruolo per la difesa dei principi che ne regolano l’istituzione e ne dovrebbero attuare il compimento in una configurazione federale. L’UE sta timidamente provando a riaffermare i principi di legalità e diritto (nazionale e internazionale) sui quali si deve fondare la convivenza pacifica tra i popoli. Pena il ritorno alle clave previsto da Einstein per la Quarta guerra mondiale. Ben venga lo sforzo al quale dovrebbero contribuire tutti, ben consapevoli delle limitazioni artificiose che il voto unanime implica per tutti i partecipanti.



Un altro aspetto “positivo” che sta emergendo in questi giorni sta nel fatto che Trump si lamenti a gran voce per l’inazione della NATO che a suo dire, dovrebbe intervenire in appoggio alle truppe USA in questa guerra scatenata illegalmente per compiacere l’alleato israeliano. Qui si palesano due realtà, la prima consiste nella totale irrilevanza che Trump attribuisce alle regole e al diritto in generale e qui non c’è in effetti nulla di nuovo, lo sappiamo bene da quando si è affacciato sulla scena politica. Del resto, lo ha dichiarato lui stesso: “rispondo solo alla mia morale e alla mia volontà” doti che ha sicuramente messo in atto nei suoi rapporti in “affari” con Jeffrey Epstein.
La seconda consiste nell’effettivo ruolo che la NATO ha avuto e comunque dovrebbe avere secondo le regole del Trattato su cui si fonda l’Alleanza tra i Paesi partecipanti (USA inclusi). Insomma, il fatto che Trump definisca “tigre di carta” la NATO senza gli USA e che minacci il ritiro completo dall’Alleanza, è la più robusta dimostrazione che la NATO ha funzioni essenzialmente difensive e non è uno strumento di aggressione militare contro altri paesi, a meno che da questi non provenga un primo attacco a uno dei partecipanti all’Alleanza.
Ci sarebbero poi da tenere in conto tutte le dichiarazioni di Trump sullo stato di avanzamento della guerra e i risultati conseguiti. Un caleidoscopio di esagerazioni e millanterie cui fanno spesso seguito sonore smentite nei fatti che va avanti ormai ben oltre la possibilità di sopportazione anche da parte di alcuni suoi stretti collaboratori che cominciano a dileguarsi (v. Joe Kent, capo del controterrorismo). E qui si cela sperabilmente un’altra buona notizia, almeno in prospettiva. Tuttavia, ormai lo sappiamo bene, Trump è incapace di strategia a medio/lungo termine. I suoi interventi sono d’impulso e se non giungono a qualche risultato che lui possa definire “un successo”, non c’è alcun piano B. Va avanti a tentoni sperando nella prossima occasione propizia. Questo alimenta il caos che in questa guerra è anche il principale alleato dell’Iran.



Dunque, fin dove si spingerà Trump e fin dove spingerà un conflitto ormai generalizzato a tutto il Medio Oriente e di conseguenza a tutto il Mondo?
Una risposta a questa domanda potrebbe provenire prima di tutto da uno psichiatra. Tuttavia, a voler essere ottimisti, di fronte a uno shock economico globale, Trump potrebbe trovarsi in una situazione che non riesce più a gestire al netto di eventuali estemporanei giochetti con annunci e smentite per arricchirsi ancora un po’ sui salti causati alle Borse (v. guerra dei dazi). Mentre per l’Iran un crollo economico dell’occidente rappresenta un obiettivo strategico, l’eventuale contemporanea erosione del consenso interno negli USA, potrebbe costituire quel “muro” oltre il quale la sua indole di TACO (3) non gli permetterebbe di osare. Viceversa, fintanto che si troverà di fronte persone disposte ad osannarlo e blandirlo per paura, per servilismo, per supposta contiguità di “pensiero” o piuttosto per incapacità di comprendere il pericolo che rappresenta per l’umanità, continuerà imperterrito ad intraprendere e perseguire qualsiasi irragionevole decisione che gli passa per la testa. Questa esortazione è soprattutto rivolta alla nostra “mosca cocchiera” che ancora non si è accorta che l’Italia, seguendo questo percorso finirà, alla prossima svolta, nel fosso della storia.
 
(1) R. Rinaldi, Odissea 14-03-2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/03/ce-del-metodo-in-questa-pazzia-di.html?m=1
 
(2) R. Rinaldi, Odissea 29-03-2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/03/dilettanti-allo-sbaraglio-di-romano.html
 
(3) R. Rinaldi, Odissea 23-02-2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/02/acronimi-e-significati-reconditi-di.html?m=1
 

A TRIESTE




AL CIRCOLO CALDARA




RICORDANDO GINO PAOLI
di Alida Airaghi


 
I


Mi chiedi che cosa c’è.
Ripeti: cos’è che hai.
Davvero non capisci,
o fingi, spaventato, perché
non vuoi sentirtelo dire?
Vile.
Temi la confessione.
Ebbene, lo confesso
e mi umilio.
C’è che mi sono innamorata.
Di te ma non di te.
  
II
 
Come faccio a sprecare
anche un attimo solo
del mio starti vicino,
quando poi mi concentro,
attenta a non perdere
nemmeno il respiro
che ti sale da dentro?
Perché mai devo arrendermi
mio padre mio bambino –
a non averti tutto,
e sempre?
  
III
 
Quando ti ho visto arrivare
(la prima volta, intendo),
così strano com’eri
(sgualcito annoiato
imprevisto):
è lui, ho pensato,
iniziando a volare

nel sangue nella mente,

e a dirmi “al diavolo

il passato il futuro

il presente”.

Dai, mi arrendo!

Sarà, la nostra,

una lunga storia d’amore.

Facciamo finta, ti prego,

di non lasciarci.

Mai.

Così durerà. Millenni durerà,

facendo finta. 


Note

Da Alida Airaghi, Rime e varianti per i miei musicanti
Marco Saya ed. Milano 2020
 
Versi che rielaborano i testi di tre canzoni di Gino Paoli:
Che cosa c’è, Come si fa, Una lunga storia d’amore.
  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

  

martedì 24 marzo 2026

BUONGIOR... NO




IL NO AL REFERENDUM
di Franco Astengo



Espressa la massima soddisfazione per l'esito referendario e in attesa di poter analizzare a fondo i numeri definitivi vale forse la pena porre alcuni immediati elementi di riflessione posti sul piano dell'analisi politica.
 
1) In tempi che rimangono comunque di forte disaffezione il tema costituzionale rimane comunque il "magnete" più importante per attirare all'impegno la parte democratica e progressista del nostro Paese. Accadde nel 2006, si ripeté nel 2016 e ancora 10 anni dopo oggi: un ventennio segnato da tentativi di stravolgimento del nostro assetto democratico respinti dal voto popolare e dall'impegno unitario di forze politiche, sindacali, associative. Questo è il primo segnale da cogliere rispetto a questo risultato;
2) la correlazione tra voto politico e voto referendario è apparsa evidente fin da subito: era già insita, infatti, nel metodo seguito per arrivare all'approvazione della riforma. Proposta di riforma costituzionale da parte del governo, nessuna possibilità emendataria da parte del Parlamento. Il modello della "decisionalità" espresso in forma autoritaria. Cosa ci poteva essere di più politico da proporre all'elettorato? (ben oltre il tema specifico): stare o non stare con l'idea di una vera e propria trasformazione autoritaria. Era quello il merito dell'oggetto del contendere referendario;
3) non è stato notato anche da parte dello schieramento del "NO" il valore del referendum perduto nel 2025 sul tema del lavoro. In quell'occasione si aggregarono oltre 12 milioni di voti che, a mio giudizio, hanno costituito la base, quasi il piedestallo su cui si è realizzato il risultato di oggi. Analogo fenomeno si verificò nel 2016 con il referendum sulle trivelle: anche in quel caso non si raggiunse il quorum ma si fornì comunque una identità a un nucleo molto vasto (anche in quel caso al di là del tema specifico si giocò molto sulla questione democratica). Il punto rimane quello di riuscire a fornire occasioni di  una identità ad un preciso settore sociale e culturale  ("la nostra parte") che poi, in occasioni di ancor più ampia portata può riuscire a svilupparsi fino a formare aggregazioni potenzialmente vincenti. Una operazione di radicamento che i partiti in quanto tali nella loro conformazione attuale non riescono più a compiere fino in fondo;
4) Si conferma la spaccatura tra il Nord-Ovest lombardo-veneto- friulano e il resto del Paese dove il "NO" è sicuramente trainato dalle antiche zone rosse Emilia e Toscana ma dove anche Liguria e Piemonte forniscono un rilevante apporto mentre il Sud, con una bassa partecipazione, conferma la sua tradizionale ostilità referendaria (come nel caso del referendum del 2016). Il tema territoriale appare questione di grande delicatezza da affrontare soprattutto perchè mentre si sta applicando l'autonomia differenziata la possibilità di recrudescenza della problematica secessionista potrebbe rappresentare una eventualità non remota per l'agenda del sistema politico;
5) Un altro punto sul quale si dovrà appuntare l'attenzione sarà quello del peso delle grandi questioni internazionali e della guerra sull'orientamento politico complessivo. Argomento sul quale ci fermiamo per evidenti ragioni di economia del discorso;
6) Rimane intero il problema del "come e con chi" si dovrà avviare lo schieramento democratico - progressista verso la prossima scadenza delle elezioni politiche: su questo elemento andrebbe aperto un confronto molto largo non semplicemente ristretto all'interno delle forze politiche e comprendente anche il tema propriamente "politico" della configurazione dell'alleanza e non soltanto limitandoci alla pur fondamentale proposta programmatica.


LETTERA APERTA AL MONDO
di Ikay Romay


 
Da Cuba, una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere.
 
All’umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia. Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l’anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington. E il mondo guarda dall’altra parte.
 
DENUNCIA PER I MIEI NONNI
Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.
 
DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI
Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste. Dov’è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l’infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?
 
DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE
Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate. La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio. Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame.
 
DENUNCIA DEI MIEI MEDICI
Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia. I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l’impero ci punisce per averlo realizzato.
 
AL MONDO DICO
Cuba non chiede l’elemosina. Cuba non chiede soldati. Cuba non chiede che ci amiate. Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno. Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo. Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: crimine contro l’umanità. Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano. Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere. Ai governi complici che tacciono: la storia vi presenterà il conto. Ai media che mentono: la verità trova sempre una via d’uscita. Ai carnefici che firmano sanzioni: il popolo cubano non dimentica e non perdona. A coloro che hanno ancora umanità nel cuore: guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare? Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi.


Tradotto e divulgato da Associazione Svizzera-Cuba, Sezione Ticino
ticino@cuba-si.ch
 

 

 

 

 

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