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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 19 ottobre 2026
TEMPO DA MEDITARE
di Angelo Gaccione
“L’Eco è un giornale che non riceve contributo alcuno dallo Stato e dai partiti”. È la presentazione, il biglietto da visita della testata diretta da Roberto Fronzuti incastonata nel colophon e non lascia indifferente il lettore. Non ha lasciato indifferente me, che so bene, essendo del mestiere, quanto costa e quanta fatica ci vuole per tenere in vita senza tali contributi, un giornale come questo. Un giornale necessario perché funziona da termometro e fa sentire il battito del polso della città e del suo hinterland. Un giornale che non fa sconti a nessuno è naturale che rifiuti contributi da chicchessia; non dovendo niente a nessuno può sfidare tutte le consorterie e denunciare ogni guasto, ogni aberrazione. Non è solo quella dichiarazione che mi ha colpito; mi hanno colpite anche queste parole non leggere e che vogliono essere un monito per la nostra labile memoria: “Per non dimenticare il nazi-fascismo e i campi di sterminio. Per ricordare ai giovani che le dittature nazi-fasciste sono state la causa delle tragedie del secolo scorso, causa di guerre, fame e miseria”. E subito sotto un riquadro a colori mette in fila come tutto è cominciato; come Hitler abbia progressivamente creato i presupposti per giungere alla fine della democrazia e come solo dopo si è arrivati allo sterminio.
Vale la pena vederlo in dettaglio questo processo, perché come ebbe
a scrivere il filosofo e scrittore spagnolo George Santayana: “Chi non sa
ricordare il passato sarà costretto a riviverlo”. Hitler non iniziò con i campi
di sterminio. Iniziò con vietare i libri, prendere di mira la stampa, incolpare
gli immigrati, creare nemici tra i vicini, controllare i tribunali e i giudici,
attaccare i diritti dei lavoratori, diffondere bugie e teorie del complotto,
usare la religione come un’arma, sostituire la verità con la propaganda. Non è
un vero e proprio decalogo questo del giornale milanese L’Eco: manca un punto
perché lo sia, ma può bastare. A molti farà scoprire una sorprendente analogia
con questo nostro tempo. Un tempo da meditare a fondo.
GRAZIE PER LA SOLIDARIETÀ
Come molti
lettori e lettrici avranno saputo, “Odissea” è stato attaccato per l’ennesima
volta. Non è la prima volta e non sarà l’ultima, lo abbiamo messo in conto. Lo
hanno fatto proprio mentre il giornale ha iniziato il suo 24° anno di vita. Questa
volta non ci hanno procurato danni materiali, per fortuna; ci hanno però impedito
di mandare i link dei vari articoli per alcuni giorni, di ricevere email, di
rispondere, di scaricare la posta. Insomma, vogliono tapparci la bocca.
Ovviamente non ci riusciranno: abbiamo usato WhatsApp per far girare gli
articoli e tantissimi nostri contatti li hanno rilanciati a loro volta.
Grandissima la solidarietà arrivataci da tutta Italia e anche dall’estero. È
difficile ridurre al silenzio gente come noi. Naturalmente un abbraccio grande
a quanti ci sono stati vicini con il loro incoraggiamento e il loro affetto: è
stato davvero commovente. Grazie anche a quanti hanno voluto mandarci un
piccolo contributo che noi consideriamo grande. Noi non possiamo che mandar
loro dei libri e tenero duro.
Ora è sempre Resistenza! Contro
ogni guerra sempre! Contro ogni censura sempre!
I NODI IRRISOLTI
DELL’INDUSTRIA ITALIANA
di Franco Astengo
Il deficit della sinistra nella capacità di progettare una visione
alternativa di società e di modello di sviluppo sta misurandosi con una realtà
molto difficile che l'attualità ci pone di fronte ogni giorno. La
condizione generale di conflitto e di conseguente crisi energetica in relazione
al modello di sviluppo capitalistico impostosi negli ultimi anni sta portando a
un disegno di mutazioni già in atto .Il primo punto da affrontare dovrebbe
allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione
di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il
meccanismo di accumulazione dominante secondo i principi della programmazione
democratica e una visione di "società sobria" di forte tensione verso
l'uguaglianza e fondata sull'intervento pubblico in economia verso settori
decisivi dell'industria, dell'ambiente, dei trasporti, della scuola(la cui
priorità di intervento dovrebbe essere quello di affrontare il deficit
cognitivo che assilla diversi settori sociali) della sanità. Oggi il ritorno
della guerra come prospettiva globale, il riferimento a innovazioni
tecnologiche in grado di mutare il quadro di riferimento sociale, l'emergere di
tensioni "dittatoriali" sconvolgono l’assetto consolidato in un
momento in cui si sta attraversando una forte difficoltà per
quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come
“globalizzazione” e di evidente ripresa del nazionalismo. Di seguito uno schematico richiamo ai punti
“critici” della produzione e dello sviluppo industriale nel nostro Paese al
riguardo dei quali non solo il governo sta operando perché siano affrontati
come uniche idee attraverso la ripresa del settore militare e di quello nucleare,
magari aggiungendo qualche cosiddetta “grande opera” anche se la vicenda del
ponte sullo Stretto sembra davvero in ritirata. L’opposizione
appare incerta e priva di una linea adeguata: di questi temi e del mondo del
lavoro in generale non pare proprio che si stia discutendo con i capi-partito
per dirla con Giusti “in tutt’altre faccende affaccendati”. Si può aggiungere il tema dell’Europa al riguardo
della possibilità di affrontare in comune questioni come quelle della ricerca
applicata alla produzione, dell’energia, del superamento di barriere
economiche. Nella sinistra ci sono difficoltà
a considerare quello europeo come spazio politico.
Esaminiamo schematicamente cinque
punti decisivi analizzati anche in base ai dati pubblicati più recentemente:
“Economia non osservata”.
(l’antica economia sommersa)
Gli ultimi dati
Istat, relativi al 2024, sul valore della cosiddetta “economia non osservata”,
ovvero l'insieme del sommerso e delle attività illegali, è pari a 218,2
miliardi.
Le unità di lavoro
irregolari sono circa 3.270.000, con un incremento di 145.000 unità rispetto al
2023. Il lavoro non regolare cresce sia nella componente dipendente (+5,4%
+ 121,8mila unità), sia in quella indipendente (+2,7% + 23,4mila unità).
Il valore aggiunto
generato dall'impiego di lavoro irregolare presenta un peso particolarmente
elevato negli altri servizi alle persone, dove rappresenta il 19,4% del valore
aggiunto del settore, anche per l'inclusione del lavoro domestico e in
agricoltura dove il valore aggiunto sommerso, connesso esclusivamente alla
componente di lavoro irregolare, è pari al 15,2% del totale del comparto. Al
contrario, il fenomeno risulta più limitato nei comparti industriali (con una
incidenza compresa tra lo 0,9% e il 2,8%) e negli Altri servizi alle imprese
(1,5%). Non fatichiamo a prevedere che per il 2025 e il 2026 questi dati
risulteranno numericamente accresciuti.
“Produzione industriale”
Riportiamo il commento ISTAT ai
dati del primo semestre: Anche in termini
tendenziali la produzione, al netto degli effetti di calendario, è in
flessione. Il calo è marcato nei beni di consumo, mentre l’energia e i beni
strumentali registrano una crescita moderata. Nel primo semestre dell’anno, la
produzione totale al netto degli effetti di calendario registra una crescita
tendenziale modesta (+0,5%), con un incremento particolarmente sostenuto nella
fabbricazione di mezzi di trasporto, mentre ritorna qui il nodo del militare.
“Innovazione Tecnologica”
Nonostante i
progressi compiuti negli ultimi anni, il sistema italiano dell’innovazione
continua a scontare alcune debolezze strutturali che ne limitano l’efficacia
complessiva. La prima riguarda il persistente divario tra ricerca e impresa. A
fronte di una produzione scientifica di alto livello, gli investimenti privati
in ricerca e sviluppo restano inferiori rispetto a quelli dei principali
partner europei, con un ritardo particolarmente evidente nel tessuto delle
piccole e medie imprese. Il rapporto Istat sulla ricerca e sviluppo in Italia
indica infatti un sistema imprenditoriale sempre più polarizzato. Mentre le
grandi imprese, con almeno 250 addetti, continuano ad aumentare la propria
spesa in R&S, le imprese di minori dimensioni mostrano segnali di arretramento.
Nella fascia sotto i 50 addetti si registra una riduzione del 2,3%, mentre la
spesa cresce del 7,3% nelle grandi imprese e del 2,8% in quelle di media
dimensione. Si tratta di un dato particolarmente rilevante, perché sono
proprio le PMI a costituire l’ossatura del sistema produttivo italiano. Questo
squilibrio si traduce quindi in una minore capacità di trasformare i risultati
della ricerca in applicazioni industriali, innovazione diffusa e nuovi
prodotti. Minore capacità che causa il deficit tecnologico che frena in
particolare la produzione industriale.
Transizione ecologica e industria
italiana
Il sistema industriale e le
rappresentanze politiche nazionali stanno sollevando forti critiche verso
l'attuale struttura dei mercati dei permessi di emissione europei. Il rischio
evidenziato dal mondo produttivo è il cosiddetto paradosso
industriale: imporre normative rigide senza tutele tariffarie
globali rischia di penalizzare le imprese italiane che investono in
sostenibilità, spingendo alla delocalizzazione della produzione verso Paesi con
standard ambientali inferiori (carbon leakage), senza un reale beneficio per il
pianeta. In quest'ottica, l'Italia ha proposto a livello europeo la revisione e
la sospensione temporanea del meccanismo ETS (Emission Trading System)
per frenare le speculazioni finanziarie sui costi della CO2.
“Difficoltà energetica e ritorno
al nucleare”
L'approvazione della legge delega
del 2026 non si traduce nell'immediata apertura di cantieri. L'effettivo
ritorno all'energia atomica dipenderà dalla stesura dei decreti legislativi,
dalla costituzione di una nuova Autorità per la sicurezza nucleare,
dall'attrazione di capitali privati e dal superamento dei vincoli legati al
consenso dei territori coinvolti. Rimangono aperti i nodi storici sulla
localizzazione degli impianti, sul rifiuto sociale delle comunità locali e
sulla mancata individuazione di un Deposito Nazionale definitivo per i rifiuti
radioattivi già esistenti. Inoltre I costi iniziali di investimento sono
altissimi. Gli SMR commerciali non dispongono ancora di filiere industriali
mature o prototipi standardizzati su larga scala, rendendo
incerti i reali costi operativi. La costruzione e la messa in funzione delle
centrali richiede tempi lunghi (almeno 10-15 anni). Inoltre,
l'approvvigionamento di uranio espone a dinamiche geopolitiche simili a quelle
dei combustibili fossili.
“Competitività complessiva”
I principali freni competitivi,
si concentrano su 3 dinamiche:
1) Nanismo
Aziendale: Le micro e piccole imprese costituiscono ancora il
tessuto portante del Paese, mentre le imprese medie (tra 100 e 400 addetti)
pesano solo per il 10% del totale (contro il 17,5% della
Germania). La carenza di grandi aziende frena lo sviluppo economico: l'80% della ricerca
industriale in Italia viene effettuato da aziende con più di
500 dipendenti .
2) Costo
dell'Energia: Rappresenta un ostacolo critico per ben il 92% delle
associazioni industriali nazionali, penalizzando i margini e
rendendo la produzione meno competitiva rispetto ai concorrenti extra-UE.
3) Investimenti Immateriali:
L'Italia sconta un ritardo cronico negli investimenti in digitalizzazione,
brevetti e competenze (R&S), che rimangono stabilmente inferiori rispetto
alla media delle principali economie europee.
UNA GENERAZIONE FRAGILE
di Franco Astengo
Il danno
più grave che questa destra casualmente al governo in Italia può compiere è
quello di rendere ancora più fragile di quanto non lo sia questa generazione di
ragazzi che ieri sono scesi in piazza per protestare: “senza coordinamento”.
“senza piattaforma” come ha sottotitolato giustamente “il Manifesto”. È la
generazione dei social, che esce dall’isolamento del Covid, che in qualche caso
è stata “accompagnata” per le strade da genitori e insegnanti: proprio a
sottolineare questa debolezza strutturale. Trattare questa generazione come fu
trattata la generazione del ’77 significherebbe regalare decenni di storia alla
cupezza del revanscismo e del rancore per le avanguardie e al riflusso di una
massa che si è vista respingere brutalmente dall’impegno. Accadde anche nel
2001 quando un’idea alternativa della globalizzazione che già aveva avuto casa
a Porto Alegre e a Seattle fu affogata nel sangue dell’inganno di una
repressione senza senso.
LE RADICI DEL MALE
di Chicca
Morone
Col bianco delle nevi delle Alpi / Col rosso dei
tramonti siciliani / Col verde delle valli di Toscana / Noi facemmo una
bandiera / Bianca, rossa e verde / La bandiera tricolor.
Potrebbe sembrare stucchevole, ma quando mi sono trovata al Teatro Alfieri
di Torino alla rappresentazione dello spettacolo musicale “Rinaldo in campo”
sono stata coinvolta in un profondo stato emozionale. Ero adolescente, ma ricordo
i sentimenti di allora poco diversi da quelli odierni sebbene mediati da
funzioni razionali alla parola Patria. La commedia di Garinei e Giovannini era
stata concepita per i festeggiamenti del Centenario dell’Unità d’Italia e
raccontava del brigante siculo, finto garibaldino per entrare nelle case dei
nobili e rubare il possibile, improvvisamente redento dall’amore per Angelica.
Un Domenico Modugno travolgente, una esuberante Delia Scala, un coro che
riempiva la sala con calde e intense voci... tutte persone che non ci sono più,
come non c’è più il concetto di Patria e di rispetto per il Paese in cui
viviamo. Parole che, se pronunciate in presenza dei soloni proiettati nel
futuro dell’IA e affini, suscitano ironia, a volte epiteti leggermente
infamanti; ma concetti che, repressi, danno spesso origine a quel malessere bisognoso
di sostegni psicologici nel migliore dei casi... quando non a vere e proprie
nevrosi. La Terra è nostra Madre, simbolo del Femminile, di quella parte di noi
che ha diritto di cittadinanza esattamente quanto il Maschile. Senza equilibrio
fra le due istanze non siamo in grado di avere una visione panoramica delle
varie situazioni senza essere o coinvolti troppo emotivamente o inibiti da
funzioni razionali esagerate. Abbiamo bisogno di radici, di sentire il nostro
legame con la Terra da cui trarre nutrimento (Acqua-Linfa), per poter elevare (Fuoco)
i nostri rami verso il cielo (Aria).
Ma se
l’IA ha invaso così tanto le nostre vite, un motivo ci sarà e non è certo dei
migliori: abbiamo imparato a demandare la nostra interezza a una qualche
“entità” a noi esterna senza capire che è il nostro legame con la Coscienza ciò
che ci rende presenti e attivi a 360°. Scegliendo di non esercitare appieno le
nostre facoltà ne perderemo poco alla volta l’ampiezza, nel caso il passare
degli anni non provvedesse già abbondantemente: essere sostituiti
nell’elaborazione dei dati può significare accelerare i tempi... ma siamo
sicuri che in quel lasso di tempo non precludiamo spazio all’intuizione in
grado di farci raggiungere mete insperate e sconosciute?
È utopia,
lo so, e il progresso ci vuole immersi in mille facilitazioni che i nostri avi
non possedevano: adesso viaggiamo da una parte all’altra del globo, conosciamo
altre realtà, visitiamo luoghi sacri da cui emergono vestigia del passato, i
telefonini ci mettono in comunicazione con chiunque e ovunque, computer e
televisione ci danno l’impressione di sapere cosa esista nella realtà che non
possiamo vedere e sentire nel nostro microscopico spazio con i nostri cinque
sensi... ma non sappiamo guardarci “dentro” dove accade ciò in cui maggiormente
dovrebbe essere polarizzata la nostra attenzione, per decodificare gli eventi
esterni senza far parte di un gregge belante.
Parliamo
diverse lingue, i più evoluti anche nove, ma la prima parola che di solito il
bambino pronuncia è una bilabiale, prodotta cioè con la chiusura di entrambe le
labbra: mamma, papà, bimbo. È la prima forma di comunicazione con cui
“assaggiamo” il mondo. Sono concetti radicati dentro di noi che si riferiscono
ad archetipi, modelli originali da cui derivano idee, forme o testi che ci
accompagnano nella nostra evoluzione. Inserire nel vocabolario “Genitore Uno” e
“Genitore Due” è una delle tante forme di destrutturazione da cui siamo
tempestati. In quest’ottica non è da oggi che il tentativo di sostituire l’idea
di Patria legata all’elemento Terra serpeggia un po’ ovunque, abbondantemente,
creando in noi quel distacco - piuttosto corrosivo a livello inconscio - dalla “madre
benigna e pia” a cui si riferisce Francesco Petrarca nella canzone “Italia
mia benché ‘l parlar sia indarno”. Non a caso questo è uno dei primi
componimenti poetici riferito l’unità storica, culturale e spirituale dell’Italia, al di sopra dell’estremo
frazionamento statuale e di fazione allora vigente. Oggi le divisioni sono
molteplici e il “Divide et impera” regna ovunque, ma l’aspetto peggiore è che
il concetto di “sovranità” viene usato politicamente in modo improprio. Oggi
siamo “europei”, “cittadini del mondo” e non ci rendiamo conto della bellezza
del nostro Paese, non sappiamo difenderlo anche solo nel nostro piccolo
metroquadro. Il caos regna ovunque.
Con buona
pace del fondatore dell’Unione paneuropea (1923) il conte Richard Nicolaus Kalergi
- figlio di un diplomatico austro-ungarico e discendente da parte materna di
una famiglia di Samurai - ogni essere vivente affonda le proprie radici in
luoghi molto diversi gli uni dagli altri: Inuit, Iraniani, Burkinabé, Cinesi,
Europei ecc. per quanto abbiano in comune la sostanza di cui è composta la loro
Coscienza, i loro corpi e le loro usanze presentano notevoli differenze, legate
a radici in territori diversi. Non c’è una razza o una religione migliore
dell’altra (nonostante ci sia chi ne è convinto) per cui è inutile negare che ognuno
di noi abbia il diritto di riferirsi alle proprie tradizioni. Però, se mi si
viene a spiegare che è giusto le donne debbano indossare burka ed essere
picchiate in quanto sottoposte alla volontà dell’uomo, spiego gentilmente che
in Italia dal 1948 alla donna è “persino” stato concesso il voto e che la
Sharia è applicabile nei luoghi dove è nata. Non esiste che un governo
straniero (Marocco) investa milioni di euro per costruire qui a Torino la terza
moschea per importanza in Europa, con annesso un centro di islamizzazione
proprio in un quartier ad alta densità di stranieri. Questo deve essere chiaro
a tutti: l’Italia è uno Stato che consente la libertà di culto, ma dove vige
una Costituzione che deve essere rispettata e non sopraffatta da ambigue trame
eversive. Chiunque non voglia sottoporsi alle nostre leggi è libero di trovare
un altro luogo dove esprimere le proprie convinzioni legate alle radici
socio-culturali che lo hanno improntato.
venerdì 16 ottobre 2026
LETTERE DELLA GRANDE
GUERRA
di Gabriele Scaramuzza

Lorenzo Renzi
Ho
raccomandato su “Odissea” del 29 agosto di questo stesso anno, con la massima convinzione
che mi è possibile, la lettura dei libri di Antonio Gibelli sulla Grande Guerra
e oltre. Con la stessa determinazione segnalo ora le Lettere della Grande Guerra
di Lorenzo Renzi. Si tratta di testi diversi, come diversa è la fisionomia dei
due autori in causa: insigne storico genovese il primo, filologo romanzo di
grande levatura e di encomiabile capacità di lavoro in più ambiti il secondo.
Entrambi tuttavia sono animati dall’impegno etico-politico di denunciare l’orrore
e i crimini della guerra; di ogni guerra, ma in particolare delle due ultime
mondiali. Chi ancora non li avesse letti deve leggerli, se davvero ha veramente
a cuore di prender coscienza, tanto più se da “pacifista” (nei molteplici sensi
di questo termine, chiariti dal recente libro di Roberto Della Seta, Pacifismi.
Storia plurale di un’idea controversa, Mimesis, Milano-Udine 2025), di cosa
sia la guerra, soprattutto nelle sue affermazioni più recenti.
Lorenzo Renzi linguista e
filologo, accademico della Crusca, fa parte della scuola fondata a Padova da
Gianfranco Folena. Scuola in cui elevata è la coscienza civile, oltre
naturalmente alla alta coscienza culturale e scientifica che la anima. Non a
caso une dei principali esponenti di essa, Pier Vincenzo Mengaldo, non si è
dedicato solo alla letteratura italiana di epoche diverse, con esiti di grande
livello. È anche autore di La vendetta è il racconto. Testimonianze e
riflessioni sulla Shoah (Bollati Boringhieri, Torino 2007); nonché di Per
Primo Levi (Einaudi, Torino 2019).
Non mi dilungherò sulla complessa
e ampia tessitura dei motivi che si intrecciano nel lavoro di Renzi. Voglio
solo segnalare due punti che mi stanno a cuore. L’attenzione al lato vissuto,
ai modi soggettivi (certamente diversi) di partecipare alla guerra. Perché è
noto (la fenomenologia lo ha insegnato) che nessun evento si costruisce solo in
una fattualità storicamente data, né nei modi della presenza personale a esso;
bensì piuttosto nel variabile intreccio di un dato e della coscienza che lo
vive.
Un altro punto è un brano da una
lettera di un soldato tedesco dell’ottobre del 1914 (citata a p. 216) concisamente
emblematico del vissuto di chi è stato travolto suo malgrado dalla guerra: “Non
so proprio perché si dovrebbe combattere ancora, forse perché i giornali fanno
apparire la storia in un’altra luce da quella che è in realtà […] Chi è per
continuare la guerra non è più un uomo. La sofferenza non potrebbe essere più
grande nel paese nemico e anche da noi. Può esser solo gente che di tutto
questo non ha nessuna idea”.

Lorenzo Renzi
Lettere della Grande Guerra. Messaggi,
diari, e memorie dall’Italia e dal mondo. Con la collaborazione di Enrico
Benella, Dan Octavian Cepraga, Silvia Rossi. Ed. il Saggiatore, Milano 2021, Pagine
424, € 43.
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