UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 21 gennaio 2026

GENOCIDI
di Chiara Landonio


 
A proposito del Giorno della Memoria e non solo.
 
Quanto del mondo concentrazionario è morto e non ritornerà più, come la schiavitù e il codice dei duelli? quanto è tornato o sta tornando? che cosa può fare ognuno di noi, perché in questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga vanificata?” Per riparlare del giorno della memoria proporrei di partire da queste domande di Primo Levi incise ne I Sommersi e i salvati. Il tema fondamentale del giorno della memoria, se vuole essere tale, è la questione di una memoria che impedisca nuovamente il genocidio, che funzioni da deterrenza o almeno che insinui dubbi. Non è avvenuto: il genocidio si ripresenta oggi sotto i nostri occhi a Gaza e anche in Sudan.
Cosa non ha funzionato? Nel testo citato Primo Levi parla dell’atto del ricordare dicendoci che l’esercizio della memoria mantiene il ricordo fresco, ma afferma anche: “[...] è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese”.



Il giorno della memoria, istituzionalizzato in Italia dal 2000 e dall’ONU dal 2005, si è trasformato negli anni in una mastodontica macchina mitologica, un giorno intoccabile, fondativo e perciò sacro. Ora quando ci troviamo di fronte a qualcosa che ha l’aura dell’intangibilità, mi pare che sia necessario insinuare il dubbio, comprenderne i motivi che lo hanno reso sacro e ricontestualizzarlo nell’attualità dell’oggi. Nel giorno della memoria noi ricordiamo il terribile genocidio perpetrato dai nazisti sugli ebrei in particolare, mentre lo sterminio dei rom, dei malati di mente, degli omosessuali, dei prigionieri politici è stato derubricato a evento collaterale. E già questo è un elemento su cui sarebbe utile riflettere. Inoltre lo ricordiamo come un unicum, un evento spartiacque tra un prima e un dopo. Primo Levi scrive: “Inoltre, fino al momento in cui scrivo, [...] il sistema concentrazionario nazista, rimane tuttavia un unicum sia come mole sia come qualità”. L’unicità di tale terribile evento sarebbe dovuta al fatto che alla brutalità della soluzione finale si sia accompagna una tecnicizzazione, un’industrializzazione della morte mai vista prima rappresentata dal sistema concentrazionario come modello di eliminazione. Eppure da questo assunto vi è stato con il tempo uno slittamento di significato in cui l’unicità non è più ascrivibile al sistema concentrazionario, alle modalità messe in atto dal nazismo, ma quell’unicum diventa un vuoto attorno al quale le vittime della Shoah sono diventate le Vittime con la maiuscola. In nuce questo slittamento è presente già in Primo Levi quando dice: “Nessuno assolve i conquistadores spagnoli dei massacri da loro perpetrati in America per tutto il sedicesimo secolo. Pare che abbiano provocato la morte di almeno 60 milioni di indios; ma agivano in proprio, senza o contro le direttive del loro governo; e diluirono i loro misfatti, in verità assai poco pianificati, su un arco di più di cento anni; e furono aiutati dalle epidemie che involontariamente si portarono dietro”. È quel ma che stride e stride nelle orecchie delle vittime di altri genocidi o massacri. Se ciò è comprensibile in Primo Levi in quanto ogni vittima vive la propria sofferenza e l’assurdità dell’annientamento della propria persona sulla propria pelle come qualcosa di unico e abnorme, vero è anche che per le vittime di qualunque genocidio gli effetti sono i medesimi, le vittime rimangono pur sempre vittime, non vi può essere una gerarchia del dolore patito. Ce lo dice chiaramente Simone Weil ne L’Iliade o il poema della forza: “La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno”.



È anche utile dire che del genocidio nazista rimangono le memorie dei prigionieri sopravvissuti, europei di varie nazioni che ce lo hanno raccontato. Del genocidio in America latina del sedicesimo secolo non è rimasto uno straccio di racconto da parte delle vittime, i luoghi del genocidio dei nativi americani sono stati urbanizzati e ripuliti dal sangue, mentre le vittime sono state segregate e rinchiuse in luoghi appartati. Il genocidio di Gaza vorrebbe essere negato con una ricostruzione basata sul turismo e sul divertimento. Di fronte a ogni genocidio vale per le vittime quello che le SS dicevano all’interno dei Lager: “In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederebbe. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lager, saremo noi a dettarla”.
Il fatto che le vittime della Shoah siano diventate le vere e uniche Vittime è ciò che rende il giorno della memoria, così confezionato parte della cultura di destra di cui parlava Furio Jesi: “La cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura, ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione”.



Se la Shoah ha un’importanza peculiare per noi occidentali sta invece nel fatto che quel genocidio è stato compiuto in Europa, perpetrato da europei su europei che non si riconoscevano più in quanto ebrei, ma in quanto europei. S. Zweig ne Il mondo di ieri scrive: “[...] ora per la prima volta da secoli si imponeva agli ebrei una nuova comunità da essi non più sentita, la comunità dell’espulsione sempre rinnovatasi dai tempi dell’Egitto. [...] Per questo essi durante la fuga si fissavano l’un l’altro con gli occhi brucianti chiedendosi: perché io? E perché tu? Perché io insieme con te, che non conosco, di cui non comprendo la lingua né il modo di pensare, a cui nulla mi lega? Perché tutti noi? E nessuno sapeva una risposta”.
Anche questo è forse un unicum all’interno delle storie genocidiarie e cioè il fatto che la coscienza di essere ebrei e non più semplici europei si sia prodotta attraverso l’espulsione e l’eliminazione, mentre di solito la coscienza della propria identità è presente prima dell’eliminazione e ne è la causa. E da qui l’errore di chiamare la Shoah (distruzione, catastrofe) Olocausto (sacrificio agli dei in cui la vittima veniva interamente bruciata), in cui l’eliminazione diventa sacrificio, offerta totale alla divinità, riportando in un terreno sacro ciò che sacro non è e cioè la distruzione.
 

 

 

SOLIDARIETÀ CON LA RIVOLTA IN IRAN
 


La Rivolta, diffusa e radicale, della popolazione in Iran ha cause profonde:
1.- Un Paese dove la classe lavoratrice e gli strati più disagiati della popolazione sono pesantemente impoveriti dall’inflazione galoppante, mentre i poteri politici ed economici continuano ad arricchirsi dalla vendita del petrolio.
2.- Un Paese in cui il potere centralizzato, gerarchico, teocratico, in una società fortemente militarizzata nega ogni forma di libertà e ne impedisce lo sviluppo sociale a tutti i livelli.
3.- Un Paese in cui per le donne che osano togliersi il velo significa la condanna a morte.
A scendere nelle piazze per protestare nelle principali città e province sono tantissimi, una marea crescente, coscienti di sfidare la morte. Sono costretti ad affrontare una repressione poliziesca e dei guardiani del regime che cinicamente e spietatamente sparano contro i manifestanti facendo migliaia di morti ed entrano nelle case per arrestare e impiccare. Siamo contrari ad interventi esterni che, in modo intermittente, vengono minacciati sia da Trump che da Netanyahu, finalizzati ai propri interessi neo-colonialisti. La democrazia non si esporta, magari con l’infausta prospettiva del ritorno alla monarchia. È invece necessaria la solidarietà delle classi lavoratrici e di un ampio movimento popolare a livello internazionale, affinché sia la stessa popolazione iraniana, in piena autonomia, a decidere del proprio futuro.
Unione Sindacale Italiana – Sezione Provinciale Milano

 

LA VOCE DEI LETTORI



Caro Direttore, il bullo della Casa Bianca oramai non si tiene più a freno e ne spara una più pesante e ridicola al giorno. Gli americani sono sempre più allibiti nel vedere in giro milizie armate zeppe di delinquenti di ogni sorta che girano armati, a volto coperto e operano rastrellamenti sempre più simili a quelle delle bande paramilitari dei narcos. Si stanno rendendo conto in quali mani abbiano consegnato il loro destino. Avevano creduto che Trump facesse finire le guerre e si occupasse di loro, e invece temono che faccia scoppiare la terza guerra mondiale. Non approvano assolutamente le sue pretese sulla Groenlandia come mi conferma mio cugino che in America ci vive da tempo. Complimenti a “Odissea” per l’impegno continuo per la pace. Cordialmente. Filiberto Anelli 

CAFAGGIOLO E COSTA SAN GIORGIO
di Associazione volontariato Idra



Incontro costruttivo con la sindaca del territorio che ospita il castello di Michelozzo in Mugello.
 
Noi abbiamo un turismo in Toscana che tiene, che funziona, cresce, però abbiamo il problema di costruire un’offerta turistica adeguata per i grandi ricchi del mondo, per coloro che hanno bisogno di un’accoglienza di livelli straordinari come quella che qui può essere offerta”. Questo l’auspicio espresso ai massimi livelli dalla Regione Toscana nove anni fa, ad aprile 2017, in occasione della presentazione in grande spolvero del piano della tenuta medicea “Il sogno di Cafaggiolo”.
Oggi quel sogno sembra infranto in Mugello, e mostra la corda anche a Firenze: a ridosso di altri gioielli medicei - Palazzo Pitti, Giardino di Boboli, Forte Belvedere - un analogo investimento immobiliare del medesimo imprenditore argentino nei due conventi che hanno ospitato per decenni la Scuola di Sanità Militare è fermo al palo, a oltre quattro anni dal contestato via libera rilasciato dalla giunta Nardella. Cosa mai è successo? Quali prospettive si aprono in questi due luoghi-simbolo della storia, dell’architettura e della cultura rinascimentale? Che ruolo gioca il patron Unesco in questa partita?



In attesa dell’appuntamento fissato con l’assessora all’Urbanistica del Comune di Firenze Caterina Biti il prossimo 4 febbraio, l’associazione fiorentina promotrice del processo partecipativo ‘Laboratorio Belvedere’ attivamente osteggiato quattro anni fa da Palazzo Vecchio ha chiesto e ottenuto la settimana scorsa un incontro con Sara Di Maio, la sindaca del Comune di Barberino di Mugello, che ospita il castello ridisegnato da Miclelozzo su incarico di Cosimo il Vecchio, carissima poi anche al nipote Lorenzo e agli umanisti Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e Agnolo Poliziano. Un fitto e costruttivo colloquio di oltre un’ora, nel corso del quale Idra ha consegnato e illustrato il dossier che raccoglie i tanti autorevoli interventi dal mondo della cultura in difesa del riuso saggio e qualificato del complesso di Costa San Giorgio, ed è stato possibile ricevere una prima porzione di informazioni sullo stato dell’arte a Cafaggiolo, suggerendo al tempo stesso strategie di comunicazione apparentemente apprezzate. Come ha osservato Girolamo Dell’Olio, referente di Idra, sarebbe stato forse opportuno infatti che a diffondere e circostanziare la clamorosa notizia della mancata firma della convenzione attuativa coi Comuni e con la Regione da parte dell’investitore argentino fossero le stesse amministrazioni che quella convenzione, e le discusse varianti urbanistiche collegate, hanno laboriosamente costruito e promosso in anni e anni di attività dei propri uffici. Impegni ed energie che non hanno sortito i risultati attesi, e che converrebbe probabilmente adesso dedicare a quella rivisitazione del progetto alla quale - e questa è certamente l’incoraggiante notizia positiva ricevuta dalla sindaca - già si starebbe lavorando di concerto con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. 



Secondo quanto è stato possibile apprendere, il nuovo Piano Operativo le cui controdeduzioni sono state approvate lo scorso 15 ottobre dal Consiglio comunale di Barberino prevede infatti l’adozione di criteri di garanzia ispirati a norme per il governo del territorio maggiormente responsabili in materia di consumo di suolo e tutela del paesaggio. Sembra del resto anacronistico l’obiettivo difeso e promosso nove anni fa dalla Regione Toscana di costituire ‘riserve di lusso’ a beneficio dei ‘grandi ricchi del mondo’ proprio là dove vengono individuati a livello internazionale i beni ‘patrimonio dell’Umanità’ Unesco (qui c’è certo da interrogarsi sulla capacità di vigilanza che esprimono in proposito i relativi Uffici, centrali e locali, in Mugello e a Firenze). “Sarebbe bello - ha proposto Dell’Olio - raccogliendo la piena condivisione della dott.ssa Di Maio, “che il Mugello riacquisisse, secondo quella che è anche una nuova cultura museale, certe opere che sono state prodotte qui e pensate qui”. Ma non sembra una soluzione socialmente accettabile, aggiunge Idra, quella di chiudere questa fruizione in un recinto privatistico, come testimonia già solo la volontà espressa dalla proprietà di Cafaggiolo di escludere la popolazione dallo stesso godimento visivo del castello di Michelozzo attraverso il trasferimento altrove di una strada statale che corre su un suo lato, la SS 65 della Futa.



Che fare, dunque, adesso? E soprattutto: come fronteggiare comunque il rischio - in Mugello come a Firenze - di una ulteriore dilazione dei tempi di recupero e valorizzazione - ma sociale - di un’eredità architettonica così importante? Idra ha proposto al riguardo alcuni dettagli di una ricetta che si appresta a sperimentare in un altro cantiere di impegno nell’area fiorentino-mugellana: le iniziative di conoscenza, studio, riflessione e confronto in corso di preparazione sul grande complesso sanitario abbandonato di Pratolino, l’ex Ospedale Saverio Aloigi Luzzi e l’ex Sanatorio Guido Banti. Con soddisfazione il presidente dell’associazione fiorentina ha registrato l’interesse e la disponibilità a collaborarvi da parte della dott.ssa Di Maio, sindaca di Barberino ma anche componente della giunta della Città Metropolitana di Firenze. Al termine dell’incontro, l’impegno assunto da entrambi a scambiarsi documentazione utile: gli atti amministrativi da un lato, la ricca relazione redatta sul caso Cafaggiolo dal prof. Leonardo Rombai per Italia Nostra Firenze dall’altro.

RES INTER ALIOS ACTA 
di Luigi Mazzella



Orazio dice che “Dulce est desipere in loco” (È piacevole, al momento opportuno, essere stupidi). È un motto ambiguo che si presta a essere male interpretato, circa il significato di “momento opportuno”. I nostri Governanti in carica e i nostri rappresentanti dell’opposizione in Parlamento, nonché molti uomini politici e commentatori Italiani (ed ancor più per Europei) hanno inteso l’anelito alla stupidità come un loro bisogno costante, permanente. Addirittura come un must valido in ogni circostanza della vita privata e pubblica. In altre parole, per i leader dell’“Occidente dei cinque irrazionalismi” si dev’essere stupidi sempre se si vuole avere il consenso della maggioranza, che con il sovra affollamento del Pianeta, è diventata per legge di natura sempre più condannata all’imbecillità e sempre più ostile alle “cime” di intelligenza. Orbene, da quando alcuni rappresentanti di Stati Europei, asserviti, per il tramite dei servizi segreti deviati deviati al Deep State americano (sorretto dal Partito Democratico di Obama e Clinton) hanno cominciato, dopo la sconfitta elettorale subita ad opera di Trump, a diffondere odio e litigiosità nel Pianeta, gli stupidi di tutto l’Occidente si sono sentiti chiamati a raccolta e hanno iniziato a dire melensaggini sulla stampa, in televisione (e on line, persino in blog che erano riusciti a guadagnarsi un  certo rispetto tra persone di un buon quoziente intellettivo). È così che il “caso Groenlandia” è diventato il test più significativo (e preoccupante per i risultati) circa il cattivo uso del raziocinio di cui può essere capace un essere umano. Vediamo di analizzarlo. Il territorio che vorrebbe essere acquistato da Trump per costituire come le isole Hawaii una parte distante e al tempo stesso facente tutt’uno con gli altri Stati Uniti d’America è attualmente annesso (in realtà “sottomesso”) alla Danimarca, dopo essere stato sotto il dominio della Norvegia. Dall’uno e dall’altro Paese, i suoi abitanti, mongoli Inuit, chiamati dispregiativamente Eschimesi (mangiatori di carne cruda) sono stati a lungo dileggiati per i propri costumi sessuali liberi e contrari alle mortificazioni religiose di luterani incalliti come quelli scandinavi (vedi sul punto: Hedy Belfort, Romanzo di una cortigiana anonima, Effigi editore, 2025) 


 
È evidente, per chi ha l’animo libero da odi, rancori, passionalità politiche che gli unici a dover trattare per la compravendita sono i danesi e gli statunitensi. 
Gli altri sono terzi e per il brocardo latino che anche gli stupidi (se non totalmente incolti) dovrebbero conoscereRes inter alios acta, tertio neque nocet neque prodest ciò che è negoziato tra alcuni non nuoce e non giova ad altri. È il principio di relatività, applicato in materia di contratto ma il suo valore ha assunto un significato universale (Nessuno dev’essere in grado di interferire nella vita degli altri né con atti vantaggiosi, né tantomeno con atti nocivi). Anche gli “impiccioni” per natura dovrebbero tenerne conto: il rispetto della sfera giuridica che non è quella “propria” deve ritenersi sacrosanto! 
Nel caso in esame (Groenlandia) i “terzi” devono solo mantenersi equidistanti dai due Paesi che sono oggettivamente contraenti: il contesto non li riguarda. 
Domanda: Ed invece che sta accadendo oggi per odio malsano e malato contro Trump? I governanti Europei (i “volenterosi” di tutte le guerre, in prima fila, seguiti a ruota dalla scodinzolante pulzella italica) e i loro ancora più idioti seguaci ritengono di doversi impicciare di affari di danesi e statunitensi fino all’iniziativa “super-beota” di mandare addirittura propri militari nella zona controversa, senza avvedersi neppure del “ridicolo”! Cosa li induce a tanta imbecillità? L’idea che la Danimarca aderisce alla NATO? Ma l’alleanza atlantica non comporta affatto né la perdita della sovranità territoriale della Danimarca né una loro acquisita “co-sovranità”. 

E ciò senza dire che a quell’Alleanza aderisce, in primis, l’America del Nord e che Trump si è solo posto, correttamente, come contraente estraneo per l’acquisto e non come preteso “co-proprietario”, come pretendono, invece, di comportarsi Macron, Starmer e Merz (per non dire di Meloni che sinora, nonostante Crosetto e Tajani, si è limitata a flebili miagolii, privi di senso). 
Conclusione: Il caso Groenlandia costituisce la prova del nove della irrazionalità Europea, perché dimostra che i suoi sciocchi leader continuano a essere prostrati a dispetto del risultato elettorale, dinanzi all’America di di Obama & co, guerrafondaia e servile nei confronti del Deep State, espressione di spioni e generali al servizio dell’industria delle armi. Povero Vecchio Continente! 

  

EVENTI
In via Maffei e a Santo Stefano Ticino sulla Siria.




 


A Milano presso Don Orione





A Vizzolo Predabissi sui Genocidi con Silvano Piccardi




martedì 20 gennaio 2026

CARLO PENATI A LAINATE
Voci in dialogo





IN DIFESA DEI CURDI 




L’ONU PERSONALE DI TRUMP
di Franco Astengo


Forse in maniera inopportuna ma mi permetto di sollevare un tema che mi pare fortemente sottovalutato. Si tratta di questo: nella crisi degli organismi sovranazionali e in particolare dell'ONU, in una fase di scontro frontale all'insegna della "logica dei blocchi" il presidente USA sta cercando di utilizzare il cosiddetto "Board di pace" per Gaza allo scopo di costruire un sovra-organismo raccolto non tanto attorno agli Stati Uniti ma soprattutto misurato sulla sua persona in quanto indicato come presidente a vita. L'invito di farne parte è stato rivolto a 60 governi del mondo; il mantenimento della tessera in via permanente si potrà ottenere con un pagamento da un miliardo di dollari; il rinnovo del board avverrà ogni tre anni; l'obiettivo sarà quello di "non esportare la  democrazia" in aree di conflitto ma di "promuovere la stabilità a una governance affidabile". Tutti questi elementi paiono prefigurare un nuovo organismo sovranazionale che ponga l'ONU fuori gioco promuovendo un assetto di "parte". Un organismo sovranazionale magari contrapposto ad altri in modo da segnare una suddivisione in blocchi.
La suddivisione in blocchi non regolata da "organismi terzi" (niente Consiglio di Sicurezza e diritto di vero) pare davvero essere l'obiettivo dell'amministrazione statunitense per cercare legittimità per le proprie iniziative di espansione anche territoriale. Il medio Oriente rappresenterà il primo banco di prova del Board e proprio per questo paesi come Turchia, Qatar e Egitto non potranno evitare di esserci: questo fatto pone due questioni importanti, la prima quella del coinvolgimento di questi paesi nelle fasi successive dell'operazione, la seconda quella del rapporto con Israele che rimane comunque il punto nodale dell'equilibrio nell'area partendo dal principio che il governo di Tel Aviv considera Gaza e Cisgiordania "affare interno". Non secondaria risulterà anche la posizione di alcuni dei paesi aderenti ai BRICS, in particolare sempre dell'area mediorientale molto legati al tema "petrolio" (tanto per semplificare).
Quindi sarà sul piano più generale che l'estensione di presenza del Board all'insieme del quadro di relazioni internazionali dovrà misurarsi: una sorta di nuova "Internazionale" sovranista (Millei e Orban hanno già annunciato la loro adesione) in un contesto di nuova dimensione delle sfere di influenza e di trasformazione degli assetti politici raccolti attorno al dominio di autocrazie fondate sulla sopraffazione da parte di ricchezze di dimensioni smisurate?
Di conseguenza la ricchezza (complessivamente intesa) considerata quale elemento fondativo di suddivisione gerarchica nell'esercizio del dominio e la possibilità di espressione di una politica di potenza rimarrebbe l'unica frontiera possibile. Così per noi sorgerebbero altre due questioni molto complesse e strettamente legate fra di loro: NATO e Unione Europea.
Sono finiti i tempi nei quali ci si poteva permettere il lusso di scandire "Fuori dalla NATO" e propugnare "Fuori dall'Europa". Appare evidente che è necessaria una nuova strutturazione degli equilibri anche e soprattutto sul piano europeo laddove emerge una necessità di definizione di linea rispetto agli stravolgimenti in corso, tenuto conto soprattutto che al di sopra di questo gioco apparentemente di scacchi, sovrasta il tema fondamentale della guerra.
In questo contesto che sicuramente qui è stato analizzato in maniera a dir poco lacunosa la sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo. Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquiescenza ai meccanismi capitalistici di finanziarizzazione dell’economia e di conseguenza della guerra.


 
Nella situazione attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa appunto come “spazio politico”, affidando alla questione della pace la necessaria centralità. La questione europea necessita di un ripensamento al riguardo di determinate posizioni assunte anche nel recente passato. Debbono essere elaborati elementi di progettualità alternativa posti sia sul terreno della strutturazione politica, sia al riguardo della prospettiva economica e sociale e soprattutto della pace. Non è sufficiente pensare alla green economy e ai possibili relativi modelli di vita: le fasi di transizione si stanno presentando diverse e complesse, difficili da intrecciare. Occorre elaborare una posizione della sinistra nel determinare una proposta politica rispetto al progetto trumpiano. Abbiamo davanti grandi difficoltà: dobbiamo essere capaci di ripensare i temi dello sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi economici, culturali, sociali, ambientali e collegarli all'interno di un praticabile schema geopolitico. Deve essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico corrispondente però ed i soggetti rappresentativi della sinistra europea avrebbero il dovere di trovare adeguate sedi di confronto.
 

 

REFERENDUM GIUSTIZIA



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Barbero per il no: “Il rischio? Magistrati agli ordini della politica”.

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