LA PASSIONE E GIUDA
di Angelo Gaccione

Gaudenzio Ferrari: Ultima cena
Ascoltare Bach e avere di fronte due capolavori è un
privilegio raro. È accaduto ieri in Santa Maria della Passione nella giornata del
festival internazionale di musica antica promosso da Milano Arte Musica (la
Cappella Musicale, per intenderci). Una giornata piena cominciata già al
mattino e che è proseguita fino a tarda sera e compresa sotto il pertinente titolo
“Passione Bach”. La musica sacra in chiesa ha il suo luogo naturale, la
sua casa. La casa del Signore, come dicono i sacerdoti quando celebrano. E lo è
altrettanto per la pittura, in questo caso, perché i due capolavori a cui mi
riferisco: la Deposizione di Bernardino Luini nella cappella di destra e
l’Ultima cena di Gaudenzio Ferrari in quella di sinistra, sono una di
fronte all’altra. È in questi due spazi raccolti e simbolici che, opportunamente,
si è scelto di fare eseguire il Concerto Brandeburghese n. 5 in Re maggiore e
il Concerto in Re minore per clavicembalo ed archi dai giovani allievi dell’Istituto
di Musica Antica del vicino Conservatorio; e la Cantata sacra BWV 189 dai forti
echi “bachiani”, e a Bach in un primo tempo attribuita, di Melchior Hoffmann.
In verità nella cappella che ospita l’Ultima cena c’è un terzo
capolavoro: la Crocifissione di Giulio Campi, ma non è in posizione
frontale come i primi due; si trova sulla parete di sinistra. Insomma, due
spazi ricchi di eventi e di rappresentazioni della Passione del Cristo a
cui la giornata musicale si ispira. Alla fine della Cantata una giovane guida ha
illustrato simboli, stile, significati biblici e personaggi, in particolare
della Cena di Ferrari. Trattandosi del tradimento del Nazareno non
poteva non parlare di Giuda. Giuda che nel dipinto Ferrari raffigura con barba
e capelli neri (il nero dell’inferno, il nero del peccato) in modo che chi
guarda riconosca subito il reietto, il paria, il traditore. Lo isola dagli
altri apostoli che confabulano fra loro sorpresi, increduli da quando hanno
appena appreso dalla rivelazione di Gesù. Ora io da tempo vado difendendo l’operato
di Giuda – e non perché mi siano simpatici i traditori, tutt’altro, ne ho il
massimo disprezzo – lo difendo perché accogliendo tutto ciò che sappiamo dai
racconti favolistici, allegorici e mitici dei libri sacri, sulla schiena di
questo poveretto che si è assunto il disprezzo del mondo, è stato caricato un
macigno, il peso terribile di una montagna. E in più gli costa pure il
suicidio: si impiccherà ad un siliquastro (Cercis siliquastrum), il cosiddetto
albero di Giuda. Ma se andava fatta la volontà di Dio perché il suo “disegno”
si doveva compiere nel mondo da lui creato (mandare sulla croce il suo unico
figlio) e ci doveva essere un traditore per favorire tale disegno, come avrebbe
potuto il povero Giuda opporsi al Padreterno? Come opporsi, da misero tapino
qual era, all’onnipotenza dell’Onnipotente, dell’Onnisciente, dell’Onniveggente?
Giuda è stato lo strumento della volontà di Dio, il capro espiatorio
involontario ed è dunque innocente. Fossi stato Gaudenzio Ferrari avrei dipinto
la figura di Giuda con lo sguardo ed il dito rivolto verso il cielo: “È lui il
mandante” avrei significato, “è lassù in alto che dovete cercare, è sua la
colpa, non mia”. Naturalmente non avrei avuto nessuna committenza e il dipinto
non sarebbe mai stato esposto in Santa Maria della Passione. Avrei reso
giustizia a Giuda, questo sì, ma oggi non avremmo un tale capolavoro. Meno
male. Per fortuna io sono uno scrittore e posso solo fantasticare.
























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