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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 27 giugno 2026
RITORNO ALLA POESIA
CIVILE
di Donato Di Poce
Ritorno
alla poesia civile
che è più una necessità
di mettere a fuoco la vita
che un ritorno alla poesia civile
da cui non sono mai andato via.
Ritorno alla poesia civile
per non dimenticare
i genocidi chiamati difesa
preventiva
e il futuro rubato dall’IA.
Ritorno alla poesia civile
per ricordare che siamo ostaggi
di tecnocrati teocratici e bulli
mediatici.
Ritorno alla poesia civile
per non dimenticare
i conati convulsi della vita
e gli schiamazzi dei silenzi
scritti.
Ritorno alla poesia civile
per schivare sibili d’angoscia
e crateri di dolore esistenziale
perché oggi la vita mi fa male.
venerdì 26 giugno 2026
POESIA COME COSTRUZIONE DI CIVILTÀ
di Francesco Macciò

Francesco Macciò
Dalla parola poetica alla
coscienza civile.
Testo predisposto per la tavola
rotonda Abbiamo bisogno oggi di una poesia civile?
nell’ambito dell’incontro di studi e letture
poetiche promosso dal Festival Internazionale di Poesia
di Genova e curato da Donatella Bisutti, Biblioteca Universitaria di Genova, 16
giugno 2026.
Ogni poesia
è, in ultima analisi, poesia civile, se si accoglie il termine nella sua
accezione più alta e, con un deliberato slittamento di significato, si fa
derivare dalla civitas,
comunità dei cittadini, l’idea odierna di civiltà come progresso culturale e
umano. Più propriamente, tuttavia, restringendo il campo semantico all’ambito
letterario, questa forma espressiva si riconosce nella sua vocazione corale e
nella chiarezza con cui affronta questioni di interesse collettivo, quali la
giustizia e l’ingiustizia, la libertà, la guerra e la pace, i diritti umani, la
politica, la memoria storica, i problemi sociali. In questa linea
interpretativa, essa riveste un ruolo decisivo non solo nella vita
della comunità, ma anche perché offre una via
d’uscita dall’autoreferenzialità che affligge tanta poesia contemporanea, quando
si ripiega su un minimalismo incapace di oltrepassare l’orizzonte
dell’esperienza individuale. Lo scopo - ammesso che alla poesia possa attribuirsene
uno - non consiste soltanto nell’espressione dell’interiorità, ma nell’interrogare
criticamente il mondo, metterne in luce le contraddizioni e suscitare una più
vigile coscienza della sfera collettiva dell’esistenza. Come in ogni autentica
poesia, anche nella poesia civile l’io trascende sé stesso, sottraendosi alle
secche dell’individualismo, per farsi voce di tutti: una coralità che si
manifesta apertamente nel confronto con la storia e con il destino dell’uomo.
L’approdo a una parola
essenziale, essenziale quanto il colpo di fucile del cecchino austriaco,
consente a Ungaretti di restituire, con un’immediatezza pari a quella della
documentazione fotografica e delle altre testimonianze dirette, ma con la forza
di un linguaggio poetico forgiato nell’esperienza estrema della trincea, tutta
la drammaticità della guerra. La bocca digrignata del compagno massacrato,
illuminata dal plenilunio, basta da sola a rendere visibile l’indicibile,
trasformando una vicenda personale in memoria universale, con un’evidenza che
ancora oggi non cessa di porci di fronte a quell’orrore (si veda Veglia,
in L’allegria).

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Ungaretti
Risalendo agli albori della
civiltà occidentale, la tematica civile trova in Archiloco,
intorno alla metà del VII secolo a. C., una delle sue prime attestazioni
nell’elegia del naufragio. Si tratta di un componimento molto diverso
dall’elegia moderna: non un lamento soggettivo, ma una riflessione sul dolore e
sulla condizione umana. Il poeta parte da un evento concreto - il naufragio -
per ricavarne un insegnamento che va oltre la vicenda individuale. Il messaggio
non è quello di reprimere il dolore, ma di governarlo attraverso la
consapevolezza della mutevolezza della sorte e della necessità, per l’uomo, di
affrontarla con dignità. Il frammento si colloca così all’origine di quella
sapienza etica che attraverserà tutta la letteratura greca: la misura, il
dominio di sé, la capacità di resistere ai rovesci della fortuna senza perdere
la propria umanità. Archiloco si rivolge all’amico Pericle con queste parole: «Gli dèi, caro
Pericle, hanno posto come rimedio ai mali più difficili la salda
sopportazione».
La dimensione civile può trovare
piena espressione anche nella lirica. In Orazio, ad esempio, oltre alla
tensione etica che attraversa le Satire,
essa assume nelle Odi una marcata
connotazione politico-celebrativa, strettamente connessa al progetto ideologico
del principato augusteo. Emblematico è il celebre Nunc est bibendum (Odi,
I, 37), nel quale la vittoria di Azio è esaltata non soltanto come un successo
militare, ma come l’evento fondativo del nuovo ordine inaugurato da Augusto.
Nella rappresentazione oraziana, Cleopatra cessa di essere una semplice
avversaria di Roma per assurgere a simbolo dell'alterità orientale e del
disordine che il principato si propone di ricondurre entro la restaurata pax Romana. Il componimento diviene
così non soltanto celebrazione del vincitore, ma anche strumento di costruzione
dell’immaginario politico e civile, contribuendo a legittimare il nuovo assetto
inaugurato da Augusto.
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Archiloco
In altri contesti la poesia
civile sconfina nel tono aspro e veemente dell’invettiva, trovando in Dante una
delle sue più alte espressioni. Basti ricordare i celebri incipit
accomunati dal medesimo grido di dolore e di indignazione: «Ahi serva Italia,
di dolore ostello»; «Ahi Pisa, vituperio delle genti»; «Ahi Genovesi, uomini
diversi». L’attacco interiettivo “Ahi” non è soltanto un artificio retorico, ma
il segno di una partecipazione alle sorti della comunità. L’invettiva dantesca
nasce infatti da una profonda tensione etica: la denuncia della corruzione
politica, della discordia civile e del degrado morale si accompagna
costantemente all’aspirazione a un ordine fondato sulla giustizia. La
parola si fa pertanto giudizio e monito, fino a configurarsi come coscienza critica
del proprio tempo.
Le cose, del resto, non sono oggi
molto cambiate, se pensiamo alla “serva Italia” ancora evocabile nel contesto
della politica contemporanea, o a un poeta come Giorgio
Caproni, profondo conoscitore e cultore di Dante, che nel secolo scorso si scaglia con un’arringa
sarcastica contro la partitocrazia e la degenerazione della vita politica:
«Guardateli bene in faccia. / Guardateli. / Alla televisione, / magari, invece
/ di guardar la partita. / Son loro, i “governanti”. / Le nostre “guide”. / I “tutori”
/ - eletti - / della nostra vita. / Guardateli. / Ripugnanti» (Show, in
Res amissa). Mutano i contesti storici e i registri espressivi, ma non la
funzione della parola poetica: come in Dante, anche in Caproni essa si fa
invettiva, denuncia e monito.


Caproni
Non è questa la sede per
ripercorrere la storia della poesia civile nelle sue molteplici articolazioni:
dalla commedia in versi di Aristofane alla satira, che da Marziale, Persio e
Giovenale giunge fino a Parini e oltre, nel tentativo di «raddrizzare il legno
storto» di cui siamo fatti, sino ai grandi poemi epici, da Omero a Virgilio e,
in età moderna, a Foscolo, nei quali la riflessione sul destino comune assume assetti
differenti ma ugualmente rilevanti. Mi limiterò, pertanto, a richiamare ancora
un paio di esempi di particolare interesse.
In Botta e risposta III, un testo di
Satura, la tensione civile si esprime non attraverso l’enfasi dell’oratoria, ma nello stile dimesso, colloquiale e
solo apparentemente prosastico dell’ultimo Montale. Tale
scelta stilistica conferisce al componimento una particolare efficacia critica,
poiché la denuncia si affida a una parola
scarna, priva di ornamenti retorici, che proprio per questo acquista una forza
esemplare. Scaturiti dall’esperienza storica dell’Italia del
secondo Novecento, questi versi conservano ancora oggi una sorprendente
attualità, perché richiamano alla necessità di resistere tanto ai vincitori
quanto ai vinti che, riemergendo dalle «stalle di Augia», rialzano il capo e
mostrano il loro vero volto, e di non lasciarsi ingannare da quel «peggio» che
si traveste da «meglio»: «Resistere
al vincitore / merita plausi e coccarde, / resistere ai vinti quand’essi / si
destano e sono i peggiori, / resistere al peggio che simula / il meglio vuol
dire essere salvi / dall’infamia».


Montale
In una recente poesia di Mauro
Macario, autore che interpreta con lucida radicalità le derive della
contemporaneità, le distopie di una società sull’orlo dell’abisso prendono
forma in un linguaggio asciutto e tagliente. Ne emerge una riflessione amara,
nella quale l’utopia di cambiare il mondo attraverso l’impegno civile si
infrange contro il disincanto, la consapevolezza di una sconfitta storica e il tramonto
delle grandi speranze collettive: «Credevamo di cambiare il mondo / con i
sit-in di protesta / noi pacifisti / in fondo Gandhi ce l’aveva fatta / ma a
noi non è andata così» (Pioggia a Big Sur, in Il culto del disordine).
Come mostrano anche questi scarni e sommari
esempi, la poesia civile, se è davvero poesia, sottrae la scrittura poetica
alla marginalità in cui è stata confinata - o nella quale rischia di richiudersi - quando non riesce a parlare a tutti di ciò che
riguarda tutti. In tale prospettiva, essa non è soltanto necessaria, ma, grazie
alla forza espressiva e all’immediatezza che le sono proprie, può metterci in
guardia dai rischi e dalle storture del presente e contribuire
a mantenere viva una coscienza critica in un tempo segnato dal progressivo appiattimento
degli strumenti di conoscenza e interpretazione della realtà.

giovedì 25 giugno 2026
“POESIA CIVILE”: QUALCHE PRECISAZIONE
di Angelo Gaccione
Le domande comprese sotto il titolo: Abbiamo bisogno di una
poesia civile oggi? per l’incontro che si è tenuto a Genova il 16 giugno
scorso erano state suggerite da Donatella Bisutti. Sei domande secche a cui alcuni
di noi erano stati chiamati a rispondere. I pochissimi minuti a disposizione e
il numero degli invitati non avevano alcuna pretesa di arrivare a conclusioni,
né di affrontarle tutte e sei, ma, appunto, di interrogarsi. Proprio perché non
avremmo avuto il tempo di affrontarle tutte, avevo pubblicato su “Odissea” le
mie brevi risposte alle altrettante brevi domande della poetessa milanese,
limitandomi a rispettare i minuti concessi a ciascuno di noi, leggendo la
noticina pubblicata mercoledì 24 su “Odissea” e a cui fa riferimento Angela
Passarello. La mia noticina seguiva a quelle di Adam Vaccaro e di Eros Barone,
anche queste pubblicate su “Odissea”. All’amica Passarello devono essere
sfuggiti sia questi due interventi, sia le mie risposte più articolate e
complessive alle sei domande. Per comodità inserisco qui il link in modo che si
possano leggere tutte le domande della Bisutti e tutte le mie risposte. https://libertariam.blogspot.com/2026/06/sulla-poesia-civile-conversazione-fra.html
Gli interventi di Vaccaro e di Barone si trovano anch’essi in
prima pagina e facilmente consultabili. Se Angela avesse avuto modo di leggere
questi scritti, di sicuro la sua riflessione di stamattina avrebbe avuto un
altro taglio. Per quanto mi riguarda ho detto e scritto fino alla noia che chi
scrive poesia può trattare tutti i temi che vuole e sono pienamente convinto,
come il poeta Éluard, che quando si parla d’amore si parla anche d’altro. La
mia recente raccolta poetica, Una gioiosa fatica, di tematiche ne tocca
parecchie. Io non distinguo tra “poesia civile” e “poesia incivile”, ma tra
buona poesia e pessima poesia. Però distinguo, e come distinguo! Tra individui
indifferenti al dolore del mondo, alle sue storture, alle sue ingiustizie, ai
suoi massacri, e che da menefreghisti tacciono, non muovono un dito, non li
vedi mai in piazza, non li vedi prendere posizione su nulla, conniventi di
fatto con i massacratori, con gli aguzzini, con i corrotti. Se ne guardano bene
dal compromettersi, dal guastarsela con chicchessia. La stragrande maggioranza
dei nostri poeti e letterati sono campioni in queste pratiche. Se un
verseggiatore non ha la sensibilità di commuoversi davanti al bambino palestinese
mutilato di gambe e braccia dai macellai dello Stato israeliano e non si
indigna, sono affari suoi. Io non lo accuso di non fare versi su questo, lo accuso
di non venire in piazza a protestare come uomo contro l’orrore, come uomo contro
il disumano. Certo, a volte ho questa illusione di credere che un poeta, un artista, un uomo di cultura abbiano una sensibilità più accesa e dovrebbero comportarsi meglio di tanti farabutti, ma
siccome conosco a fondo gli uomini, me ne faccio una ragione. E per tantissime
altre, di ragioni, li ritengo umanamente peggiori delle persone semplici e
scarsamente acculturate.
CIVILE O INCIVILE?
di Angela Passarello
(Ignoro i contenuti e le
conclusioni dei relatori, invitati al convegno di Genova, Abbiamo bisogno di
una poesia civile oggi?)
Caro
Angelo Gaccione,
leggendoti, stamattina, su
Odissea (mercoledì 24 giugno), sono d’accordo con quanto affermi. Sì, la
scrittura, come tutte le forme espressive dell’umano, aiuta a stare nel mondo.
Tra le forme espressive, giustamente, ne citi diverse, fino a concludere con Addio
Lugano bella o con Il disertore, che, secondo te, durante le
manifestazioni, nelle piazze, sono tra i momenti più emozionanti. Sarei d’accordo
con te, se non fosse che, nell’ultima manifestazione per la Palestina, chi ha
emozionato più delle canzoni storiche, è stato un bambino palestinese con il
suo slogan, ben ritmato “giù le mani dai bambini”. La sua voce e la sua
presenza hanno risvegliato emozioni profonde, riportandoci all’essenza
originaria di cui tutti siamo origine e parte. Nessuna poesia, in quel momento,
avrebbe dato ristoro, forza e vitalità al corteo, come la presenza di quel
bambino, la sua parola, l’innocenza della sua voce, il suo sorriso. Vista la
brevità di questa mia riflessione, ricordo i concerti e le manifestazioni
poetico-militanti del passato, seguite da migliaia di giovani e di meno giovani.
Nessuno, mi pare le abbia etichettate come civili. Forse incivili, sì, dai
benpensanti, sempre scandalizzati dal diverso. Tra le varie, mi viene in mente
il concerto di Laurie Anderson, che ho avuto modo, poche settimane fa, di
apprezzare, insieme a centinaia di persone, alla Triennale di Milano. Un
concerto che definirei totale, sia per i contenuti poetici e narrativi che per
i suoni, la voce, le immagini. Un concerto civile? No, non amo la definizione
“civile”, non la amo perché è riduttiva, come lo è la definizione “poesia civile”.
Eppure il concerto di Laurie Anderson, oltre a emozionare, ha posto
domande, denunciando il potere economico, a livello mondiale, e lo stato
attuale della condizione umana. I nuovi generi e le identità plurali dell’umanità
robotizzata. Un excursus dal passato al nostro presente, gridato, urlato con
ironia, bellezza, con pause e meditazioni. Come sappiamo, tanti sono gli
autori, i poeti, i musicisti, gli artisti che, pur non definendosi civili,
hanno contribuito a nutrire la cultura, a risvegliare le coscienze, tra i
tanti, Dario Fo. Certamente la poesia, come tutte le arti, a noi presenti,
racconta l’esistere: vita e morte. Enigmi. Complessità. Poteri occulti e
sfacciatamente evidenti. Così, in questa nostra epoca di sconvolgimenti, di
grandi trasformazioni terrestri, anche la poesia è uno dei possibili strumenti,
necessari, al risveglio dal sonno o dall’incantamento, provocati dai potenti
mezzi dei poteri mondiali. Concludo questa mia breve riflessione con un verso
di Philippe Jaccottet: (...) e la parola non è più o meno utile /
degli amenti di salice in palude: se
anche si sfanno non importa, brillano, / altri verranno in questi boschi/ che
morranno,/ marcirà la bellezza, e non importa, / poiché risiede in ciò che acceca,
e splende. (Da: Il Barbagianni ignorante, 1992).
mercoledì 24 giugno 2026
TUTTO CIÒ CHE È UMANO MI RIGUARDA
di Angelo Gaccione
Testo letto in occasione della
tavola rotonda sulla poesia civile alla biblioteca dell’Università di Genova
martedì 16 giugno 2026.
Ho titolato questi pochi minuti di confronto sulla poesia
civile usando il celebre motto di Publio Terenzio Afro: “Sono un uomo, e di
quanto è umano nulla penso che mi sia estraneo” tratto dal libro Autopunizione
più noto come Il punitore di me stesso. Ma avrei potuto citare
direttamente un mio aforisma del 2023 riferito proprio alla poesia civile: “È
civile tutto ciò che oppone l’umano al disumano”. Direi che nulla di più
pertinente al mio modo di essere e di essere nel mondo. Nel mio agire e nel mio
operare con la scrittura, attraverso i vari linguaggi volta a volta impiegati
(poesia, narrativa, saggistica, teatro, fiaba, aforismi, critica d’arte,
teatrale, letteraria, musica, giornalismo), ho tenuto fermo i concetti di tanti
altri intellettuali che hanno influito sulle mie convinzioni. Proudhon, per
esempio, era fermamente convinto che la scrittura avesse un impatto concreto
sulla realtà per poterla modificare. È uno strumento importante che serve a diffondere
nella società il seme del cambiamento. Da parte sua lo scrittore algerino
Albert Camus, ha scritto che “Per agire l’uomo deve parlare” e quindi il dovere
e la necessita di un impegno attivo, mentre Marx ci esorta a vivere come si
pensa, altrimenti finiamo per pensare come viviamo. Ne discende che se vogliamo
un mondo migliore dobbiamo pensare e agire, altrimenti diamo ragione ad un mio
aforisma che così recita: “Pretendono un mondo migliore, ma non muovono un dito
perché lo diventi”. Per quel che mi riguarda ho svolto sempre una intensa
attività di scrittura in coerenza con le mie idee – ho fondato giornali,
circoli, movimenti, – e Odissea è in piedi da 23 anni. Cerco, in maniera attiva
e militante di portare concretamente il mio corpo dentro lo spazio pubblico
dove e quando è necessario, anche se ora non sono più giovane e non ho le forze
di un tempo. Vorrei chiudere riprendendo una delle domande che ci ha posto
Donatella Bisutti: “La poesia civile può avere oggi un impatto sulla società?
Io sono convinto di sì. La poesia civile ha un impatto sulla società, e per la
sua particolarità è molto più efficace di tante altre forme espressive. Al
poeta bastano pochi versi per arrivare al cuore delle cose. Come avviene al
canto, alla fotografia o alla immagine pittorica. La forza delle poesie e delle
foto sul genocidio di Gaza è stata enormemente superiore a tutti i discorsi e a
tutti gli articoli di giornale. Basta controllare su Internet per averne la
prova. Il canto de Il disertore o di Addio Lugano bella nei
cortei, creano sempre una fortissima empatia emozionale fra i partecipanti,
superiore a qualsiasi discorso.
IPAZIA
di Chicca Morone

Julius Kronberg Hypattia 1889
Una donna geniale vittima del fanatismo.
Lunedì di Quaresima del 415: viene assassinata Ipazia, matematica,
astronoma, filosofa neoplatonica, insegnante autorevole ed estremamente
rispettata, amata da cristiani e pagani, ma evidentemente odiata da qualcuno. Un
qualcuno di genere maschile, roso dall’invidia verso una donna che si permetteva
di parlare in pubblico ed era a capo della scuola neoplatonica di Alessandria:
il vescovo Cirillo, capo di quella Chiesa che aveva iniziato a trasformarsi da
perseguitata a persecutrice e non solo del paganesimo, ma anche dell’ebraismo. Il
pensiero vescovile era che una donna, la più importante intellettuale della
città, punto di riferimento non solo per i suoi studenti, ma anche per le
autorità politiche e religiose, doveva stare al suo posto, altrimenti essere
eliminata. La giovane Ipazia era un vero problema perché, non esente da influenze
teosofiche e occultistiche apprese da filosofie e religioni egizie nonché
assiro-babilonesi, era “qualcosa” di impensabile per chi - legittimato
dall’editto di Tessalonica (380D. C.) - si giudicava depositario della vera
religione.
La cultura di Ipazia era arrivata a
un tale grado di perfezione da non avere paragone con tutti i filosofi del suo
tempo, tanto da succedere nella scuola platonica ed essere disponibile per
chiunque desiderasse spiegazioni su tutte le scienze filosofiche. Ne era
testimone Socrate Scolastico, teologo suo contemporaneo.
Ci si chiede come abbia potuto accadere
un tale efferato assassinio, dato il suo carisma enorme, riconosciuto ovunque:
da ogni parte del mondo giungevano allievi desiderosi di apprendere i principi
non solo filosofici, ma anche astronomici, matematici e di ogni scibile umano. Persino
Sinesio, filosofo, poeta e oratore, futuro vescovo di Tolemaide, era giunto da
Cirene per conoscere questa donna incredibile.
Tra i suoi ammiratori il prefetto
romano Oreste, spesso alla ricerca del suo consiglio nelle questioni di
carattere pubblico, aveva cercato di mettere in guardia Ipazia essendo stato
lui stesso aggredito pubblicamente.
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| Julius Kronberg Hypattia 1889 |

Jules Gaspard Ipazia 1908
Forse, osservando la situazione nella
Alessandria dell’appena iniziato Quinto secolo, potremmo avere una spiegazione
e soprattutto un monito per questo nostro secolo agli albori. L’Impero è in declino
e Alessandria in disfacimento: mille sono le cause, non ultima la crisi di
identità con problemi interni tra cristiani legati alla tradizione e gli
innovatori, come anche tra i pagani filosofi e i tradizionalisti. Il tessuto
sociale è lacerato, i punti di riferimento della politica imperiale, svaniti;
gli dei dello Stato se ne sono andati e sono rimasti pochi richiami alla
grandezza del passato. In questo vuoto di un potere forte,
Ipazia si trova a rivestire anche un ruolo politico, protagonista del momento
più infuocato degli scontri interreligiosi tra le varie comunità di
Alessandria, decisamente cruenti all’inizio del Quattrocento. La scintilla è la trasformazione del
tempio di Dioniso in chiesa cristiana, quando emergono i resti di un tempio
segreto dedicato al culto di Mitra. Alcuni teschi lì ritrovati danno modo
di accusare i pagani di sacrifici umani e al vescovo Teofilo di indire una
processione antipagana: ovvia la reazione con inizio di guerra civile. L’imperatore
Teodosio II, filo cristiano, interviene su consiglio della sorella: ma nel chiedere
al vescovo di perdonare le offese pagane, gli concede di poter distruggere il
tempio e la famosa biblioteca.
![]() |
| Jules Gaspard Ipazia 1908 |
Ipazia, la cui filosofia non è
semplice erudizione, ma “uno stile di vita, una costante, religiosa e
disciplinata ricerca della verità”, pur restando neutrale, intravede subito
la degenerazione dei possibili sviluppi: non può ignorare il fanatismo, la
violenza e l’intolleranza di questa nuova religione che invece di costruire distrugge
templi e biblioteche continuando a provocare scontri tra ebrei, pagani e
cristiani. Un “Divide et impera” di cui
ben abbiamo contezza in questi ultimi anni. Con l’arrivo ad Alessandria del
vescovo Cirillo, si apre un nuovo periodo in cui potere politico e militare si
fondono: nasce un unico corpo di polizia, i Parabolani. Un vescovo battagliero, pronto ad
affermare il suo potere a ogni costo, e che, nell’entrare in conflitto con il
prefetto Oreste, trova ottima occasione per incolpare proprio Ipazia di impedirne
la riconciliazione.
Perché? Perché lei è depositaria di una
religione filosofica da cui emerge il concetto di un Dio a cui potersi
assimilare e un percorso in cui poter raggiungere la divinità non attraverso la
Santa Madre Chiesa: inaccettabile per un vescovo dalle mire di potere inesauribile,
a cui l’intera popolazione deve assoggettarsi. Un Klaus Schwab, fondatore del Word
Economic Forum e promulgatore della “Quarta rivoluzione industriale” con tanto
di pensiero unico, ante litteram.
Oggi, dopo
anni di innegabile caos in Vaticano, il papa Leone XIV sta delineando per i
fedeli una via decisamente più cristiana e affine a chi vive nella Chiesa il
proprio legame con il Divino: con l’enciclica “Magnifica Humanitas”
perfettamente esaustiva sui pericoli dell’IA, ma esplicitata con quel distacco
di chi vede dall’alto le possibilità di salvezza esistenti. La divinizzazione
di algoritmi e risposte, vette a cui noi, secondo i guru dell’informatica, “non
potremmo mai arrivare” è stata ridimensionata. In molti hanno iniziato a porsi domande più
che lecite, considerando la voce da cui giungeva più che autorevole.
In
conclusione, mi fa male pensare a una donna come Ipazia, martirizzata dalla
protervia dei Parabolani, cappeggiati da un uomo convinto di essere depositario
del volere di Dio. Ancora oggi esistono esemplari del genere, impuniti; un po’
come il vescovo Cirillo fatto santo da Leone XIII!
Piango per un’Italia
piena di risorse, il cui terreno è fertile, ammirata e ambita da chiunque la
conosca, madre di personaggi totalmente fuori dal comune (da Giordano Bruno a
Galileo, a Leonardo da Vinci, a Federico Faggin) oggi sfortunatamente in mano a
biechi affaristi, pronti a venderla per pochi denari. L’Italia che come Ipazia
viene spogliata dei suoi gioielli, stuprata e bruciata perché “eccessiva”;
un’Italia che non sa difendersi dalle invasioni islamiche quanto da quelle sioniste;
un’Italia che come Ipazia deve fare da capro espiatorio di forze occulte; un’Italia
antesignana delle campagne di vaccinazioni, persino degli animali non
esportabili, a scanso di equivoci. Un’Italia cavia a causa dell’ingordigia di
politici senza scrupoli.
IL DOVERE DI OBIETTARE
di Rosario
Undiemi
Il rimorso
ecologico e la coscienza generazionale.
Gentile Professore,
desidero condividere una riflessione
nata dalla lettura della lettera di Gianluca Rossetti pubblicata ieri sulla
prima pagina di “Odissea”, di cui ho profondamente apprezzato la capacità di
far emergere una verità complessa e dolorosa. Il fulcro del mio interesse
risiede nel potente contrasto generazionale e psicologico vissuto dal
protagonista: l’obbedienza del passato. Il ventenne di allora che, per cieco
dovere militare, si fa ingranaggio di un meccanismo devastante (l’uso di
munizioni pesanti, i bombardamenti costieri, l’inquinamento da metalli e la
distruzione di ecosistemi protetti). La consapevolezza del presente: il
sessantenne di oggi che sviluppa un vero e proprio “rimorso ecologico”, riconoscendo
lucidamente il danno inferto al territorio. Trovo straordinario come il
compimento dei sessant’anni non sia solo un traguardo anagrafico, ma diventi un
catalizzatore esistenziale: il momento in cui si avverte l’urgenza di fare i
conti con l’eredità ambientale lasciata alle nuove generazioni. Questa
confessione a distanza di tempo supera la dimensione individuale e si trasforma
in una potente presa di coscienza collettiva, costringendoci a riflettere su
come il concetto di “dovere” debba oggi includere, necessariamente, la tutela
del futuro.
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