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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
giovedì 30 aprile 2026
PRIMO MAGGIO…
Dentro lo stridore sociale
dominante è il comando del profitto che ormai si è esteso sull’insieme di
contraddizioni che la modernità presenta, assumendo l’egemonia di tutte le
innovazioni che via via si stanno presentando sulla scena sia sul piano
tecnologico, sia economico, sia politico. Ogni nostro atto, ogni nostra
possibilità di visione, è compiuto in funzione dell’apparire quasi sempre
pubblicitario del combinato disposto tra reale e virtuale sul quale la logica
del profitto si espande e si afferma. Così si è arrivati più ancora che alla
negazione al considerare superfluo il conflitto, sia nel sociale sia nel politico.
Il conflitto è considerato ormai marginale, momento di turbamento dell’ordine
costituito. È giusto lottare per una possibilità di migliore remunerazione del
lavoro ma la condizione per ottenere ciò non può essere quella di continuare ad
esercitare una funzione di mera riproduzione del consumo come fattore
egemonico, pagando il prezzo dello smisurato allargamento delle disuguaglianze
su tutte le basi: individuali, collettive, planetarie con la guerra tornata
sovrana a regolare la storia. Ricordarsi le condizioni di allargamento del
concetto di sfruttamento alienante a categorie diverse da quelle del lavoro
subordinato (ambiente, genere, tecnologia) potrebbe rappresentare la
possibilità di compiere dopo tanto tempo un nuovo passo in avanti almeno dal punto
di vista della nostra capacità di riflessione adeguandola a contrapporci agli
inganni di una presunta modernità che l’uso dell’AI vorrebbe segnare quale leva
dell’intensificazione del dominio.
“INTERNAZIONALE” PER IL
PRIMO MAGGIO
di Zaccaria Gallo
Sempre,
dagli anni del Ginnasio e poi del Liceo e dell’Università, quel canto, quella
musica, ha trasmesso un’emozione intensissima. Passavano fazzoletti rossi e
garofani scarlatti, sulle giacche, nei taschini, fra le mani e le bandiere,
avanti e nel mezzo del corteo, quasi danzando al suono della banda. Primo
Maggio e i visi dei lavoratori della mia città! In seguito, con l’avanzare
degli anni e dell’impegno politico, altra musica e altri canti intonammo:
“Bella ciao”, “Bandiera Rossa”. Ma, l’Internazionale sempre faceva
battere forte il cuore. In ogni occasione. Anche al cinema, in alcuni film che,
per questa colonna sonora, sono rimasti icone nella mente e anima. Anche ora che
su queste pagine vado a ricordarli. “Compagni,
avanti il Gran Partito / noi siam dei lavoratori. / Rosso un fiore in noi è
fiorito/ una fede ci è nata in cuor./ Noi non siamo più nell’officina, / entro
terra, nei campi, al mar, / la plebe sempre all’opra china / senza ideal in cui
sperar. / Su lottiam! L’Ideale nostro alfine sarà, / l’Internazionale, futura
umanità! …”. Ecco, sono i
primi versi della traduzione italiana, seppure infedele, del canto originale
composto nel 1871 da Eugène Pottier, operaio e poeta anarchico per celebrare La
Comune di Parigi di cui era stato combattente.

Eugène Pottier

A musicarlo sarà chiamato anni dopo Pierre Degeyter iscritto al Partito Operaio Francese. Al secondo Congresso dei Soviet russi che sancì la Rivoluzione d’Ottobre, fu cantata: i delegati degli operai, dei soldati e dei contadini si resero conto, in quel momento, di quello che stavano vivendo e costruendo. Cadeva il Palazzo d’inverno, gli oratori invocavano l’unione di tutti i lavoratori del mondo in un progetto rivoluzionario. Era presente, quella sera, a Pietroburgo, John Reed, giornalista americano che così testimoniò quei momenti: “Improvvisamente, su impulso generale, ci siamo ritrovati tutti in piedi, riprendendo le note entusiasmanti dell’Internazionale. Un vecchio soldato dai capelli grigi piangeva come un bambino. Alexandra Kollontaij batteva rapidamente le palpebre per non piangere. La potente armonia si diffuse nella stanza, perforando finestre e porte e salendo in alto nel cielo”.

Pierre Degeyter

Sergej Fedorovic Bondarcuk immortala questa scena nel film “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Franco Nero interpreta John Reed, appunto il giornalista americano, che aveva deciso di essere in Russia assieme a Luisa Braiant (Sidne Rome) e che assiste alla scena indimenticabile della massa dei lavoratori mentre scendono in strada e al canto dell’Internazionale si dirigono verso il Palazzo d’Inverno. Un tram va incontro a questa “fiumana di lavoratori” e l’autista del mezzo pubblico sgrana gli occhi di fronte a quello che gli sta sbarrando la strada. Dovrà fermare il tram: la scena che lo stordisce, infatti, sta cambiando la strada della Storia. Non a caso ho utilizzato il termine “Fiumana”, perché questa immagine mi fa tornare in mente l’altra fiumana di lavoratori, dipinta da Giuseppe Pellizza da Volpedo e che con il titolo “Il Quarto Stato” tutti noi conosciamo per averla vista almeno una volta nella nostra vita (io, senza fiato, alla galleria di Arte moderna di Milano, molto tempo fa). Il soggetto è una rivolta operaia nella Piazza Malaspina di Volpedo, in provincia di Alessandria. È l’avanzare verso di noi, che guardiamo la grande tela, della stessa fame, della stessa richiesta di riconoscimento dei diritti dei lavoratori di ogni parte della terra, che abbiamo visto nella scena di Pietroburgo. Ci sembra di ascoltare, nel sottofondo, l’unico canto attendibile che possa accompagnare l’immagine dei due uomini e della donna che, a piedi nudi, un bambino in braccio e in primo piano, invita con eloquente gesto la massa dei lavoratori che sono alle sue spalle a seguirla. Tutti i contadini compiono gesti molto naturali, mentre camminano inondati dalla luce del sole, come i due uomini in primo piano. Quello al centro, vero protagonista che guida il corteo, appare come un uomo sulla trentina d’anni, fiero, con una mano alla cintola dei pantaloni e con l’altra a reggere la giacca appoggiata sulla spalla; e l’altro, vicino a lui, sulla sua destra, pensoso, con la giacca lasciata appendere dalla spalla sinistra. Dice Pellizza a commento: “Col fatto reale dell’avanzarsi di una massa di uomini del lavoro io tento simboleggiare il grande cammino che essi vanno compiendo…”. Il loro cammino è una lotta di classe.
Pellizza riuscirà a vedere la sua opera presentata in una mostra, solo una volta a Roma, nel 1907, anche perché si suicida il 14 giugno dello stesso anno. La tela, da quel momento, rimane chiusa in un deposito, per poi risorgere negli anni cinquanta, diventando una vera icona della lotta dei lavoratori contro i padroni sfruttatori e tanto famosa da approdare al cinema diventando il manifesto del capolavoro di Bernardo Bertolucci “Novecento”. Nell’epilogo del primo atto del film, Anita precede per le strade silenziose e deserte di Parma un carretto, trainato dai buoi e guidato da Olmo, con al seguito alcune donne disperate. Sul carretto ci sono i cadaveri carbonizzati di quattro braccianti, rimasti vittime di un incendio appiccato dai fascisti alla Casa del Popolo. Anita e Olmo gridano e chiamano a voce alta i cittadini ad aprire le finestre, a gridare con loro lo sdegno e il dolore per il misfatto, a non essere indifferenti. Ma quando giungono nella grande Piazza della città emiliana, lo sconforto assale Anita, che non si dà pace per dover constatare di essere stati lasciati soli e con il presentimento anche della loro fine. Dirà sconsolata al suo compagno: “Ci uccideranno tutti! Tutti!”. Olmo l’abbraccia e mentre tenta di consolarla, si sospende un attimo e, poi, con il volto che si accende di speranza, dice ad Anita: “No, aspetta, guarda… ascolta”: ed ecco che compare, in fondo, una banda: intona l’Internazionale, sbuca dai portici sul selciato della piazza, seguita da una folla interminabile di lavoratori scesi dietro i loro compagni morti. È un funerale, ma anche l’inizio della Resistenza! Altro film, altra sequenza indelebile, legata a quel canto, altro sanguinoso episodio della Storia Italiana. Lo possiamo leggere direttamente su un cippo marmoreo: “1° maggio 1947 qui celebrando la festa del lavoro e la vittoria del 20 aprile su uomini donne e bambini si abbatte il piombo della mafia e degli agrari per stroncare la lotta dei contadini contro il feudo”.
Francesco Rosi dirige il film “Salvatore Giuliano” e ci mostra Giacomo Schirò, un calzolaio di Sangiuseppe Iato, che inizia il suo discorso celebrativo del Primo Maggio del ’47, contrassegnato dagli scioperi e dalle lotte per la terra in Sicilia. Nella grande Piana degli Albanesi di Portella della Ginestra, una massa di lavoratori, con mille bandiere e al canto dell’Internazionale, si è radunata: sono gli umili del mondo, con le loro donne e i loro bambini. Hanno sfilato e hanno cantato e ora in silenzio ascoltano le parole che vengono pronunciate dal palco. Un discorso che sarà interrotto dal crepitio dei mitra del bandito Giuliano, assoldato dalla mafia e da un potere politico economico, da sempre ostile al mondo proletario.
Quel canto, oggi, tuttavia, sopravvive nel ricordo degli otto lavoratori e dei tre bambini morti su quel prato e di quei ventisette feriti alcuni dei quali persero la vita nei giorni successivi alla strage. A loro fu negata la gioia di far festa il primo di Maggio. E infine, ho un altro ricordo, contenuto in un altro film, da condividere con i lettori del mio scritto. Giuseppe De Santis nel 1964 dirige “Italiani brava gente”, un film ambientato in Russia, quando i soldati italiani furono inviati lì a combattere in appoggio ai soldati tedeschi. Raffaele Pisu e Riccardo Cucciolla sono due di loro: Giuseppe Sanna un muratore idealista di Cerignola e Loris, un contadino romagnolo. La sequenza, che ci lascia con un senso di profonda amarezza, ma anche di consapevolezza e che si svolge nel corso del film, è quella più carica di emozione. I soldati italiani, in marcia, incontrano un reparto di soldati della Wermacht, che trasporta dei civili russi prigionieri: donne, ragazzi e ragazze, uomini giovani e anziani.
Uno dei soldati tedeschi scherza con gli italiani e per dimostrare l’irrisione nei confronti dei prigionieri russi, li minaccia con il mitra e li sfida a dimostrare il loro coraggio intonando l’ Internazionale. Dopo un primo momento di paura e disorientamento delle donne e dei ragazzi, che non riescono a decidere sul da farsi, dalla folla seduta per terra si alza un contadino russo e con grande dignità intona i primi versi cantati dell’Internazionale. Scena potente, perché unisce alla dimostrazione dell’orgoglio nazionale russo, l’idea del comunismo e lo sbalordimento dei militari italiani, lavoratori mandati a morire contro altri lavoratori come loro. Basta guardare le inquadrature sui visi dei soldati italiani e sentire con emozione che in quel momento hanno capito!
Non si può a
questo punto, dimenticare che esiste una traduzione del testo dell’Internazionale
di Franco Fortini, e in onore ai partigiani e alle partigiane d’Italia (e
del mondo) con alcuni di questi versi mi pare giusto concludere questo mio
contributo al Primo Maggio. “Noi siamo
gli ultimi del mondo. / Ma questo mondo non ci avrà. / Noi lo distruggeremo a
fondo. / Spezzeremo la società. / Nelle fabbriche il capitale / come macchine
ci usò. / Nelle scuole la morale / di chi comanda ci insegnò. / Questo pugno
che sale, / questo canto che va, / è l’Internazionale / un’altra umanità. /
Questa lotta che uguale / l’uomo all’uomo farà, / è l’Internazionale. / Fu
vinta e vincerà!”.
martedì 28 aprile 2026
A PROPOSITO DEL CORTEO DEL 25 APRILE A MILANO
di Rosella Simone
Ci sono giunti diversi scritti sul 25 Aprile di Milano, soprattutto da fuori. Abbiamo scelto di pubblicare le note del musicista Aldo Bernardi e del poeta e critico letterario Adam Vaccaro. Per il resto, questo scritto di Rosella Simone basta e avanza, e soprattutto smentisce tutte le falsità che se ne sono scritte. I cartelli della Brigata ebraica hanno sfilato liberamente e sono stati applauditi. I provocatori che inneggiavano ai massacratori criminali (Trump, Netanyhau, Reza Pahlavi), erano quattro gatti e non si è permesso loro di sporcare il corteo.
Io c’ero e
invece di fermarmi al punto di raduno mi sono portata in testa risalendo il
flusso, ma arrivata all’incrocio di corso di Porta Venezia e via Senato la
strada è bloccata da un cordone di polizia, non propriamente attrezzato da
guerriglia tipo Genova 2001, ma, comunque, con scudo antisommossa e bastone. Mi
fermo perché la cosa è molto curiosa: in più di sessant’anni di onorata
partecipazione a cortei vari è una cosa che non avevo mai visto, ed è: o
molto stupita o creata ad arte, una sorta di teatro a beneficio della
propaganda. Davanti ci sono pochi manifestanti dietro la moltitudine con i
camion con la musica, i gruppi con i tamburi, centri sociali, ProPal, Ebrei ed
ebree contro il fascismo, l’Anpi… e, proprio di fronte ai poliziotti, dietro di
me, che ormai sto in mezzo a vedere come la faccenda va a finire, un gruppo che
inalbera piccoli cartelli neri con scritti in bianco tutti i nomi dei campi di
sterminio nazisti.
A uno con la
bandiera rossa chiedo: “Perché ci hanno fermato?”. “Hanno fatto entrare la
brigata ebraica”, mi risponde. “Come, non sono questi qua dietro?”, commento
sorpresa. “No, sono quelli lì davanti”. Guardo ed effettivamente davanti, oltre
il cordone di polizia, c’è un gruppetto formato da Forza Italia, le bandiere
dell’Iran dei tempi del tiranno Reza Pahlavi, una bandiera ucraina, bandiere
israeliane, una bandiera statunitense, qualche cartello in onore di Netanyahu.
Il solito baraccone, penso. C’è dal 2004, una invenzione dell’allora presidente
del consiglio Silvio Berlusconi, immagino in combutta con Ariel Sharon, allora
presidente in Israele. Coppia formidabile di inventori di provocazioni e di
“burlesque”.
Il fatto è
che questo scherzetto poteva finire molto male. Il cordone di polizia aveva
evidentemente l’ordine di tenere bloccato il corteo ma di far passare alla
spicciolata i dimostranti. Sperando che intimoriti se ne andassero? Il fatto è
che non se ne sono andati e, alla fine, il cordone di polizia era “circondato”
davanti e dietro da dimostranti, e non era un bel vedere. Da un punto di vista
dell’ordine pubblico era la cosa più stupida che potessero
fare. È vero che nelle strade adiacenti, come ho potuto constatare in
seguito, c’erano, al solito, parcheggiati parecchi altri blindati ma, questo
resta il punto più opaco. Farli entrare prima del tempo, lasciarli bloccati per
90 minuti circondati su tutti i lati, poi estrarli non è gestione dell'ordine
pubblico, è teatro. L’ipotesi più benevola è incompetenza. La meno
benevola è che si volesse produrre esattamente quelle immagini: la polizia che “protegge
gli ebrei” dai manifestanti di sinistra. Immagine che servirà probabilmente al
governo ma distrugge l’immagine della polizia, costretti a raggrupparsi in
quadrato e sperare di uscirne indenni. Cosa che è successa, fortuna loro e
nostra, soprattutto per la intelligenza dei partecipanti al corteo che avevano
chiaro, e lo hanno dimostrato senza necessità di esibizionismi, che sapevano
con chiarezza la differenza tra antisionismo e antisemitismo, che non erano
cascati nella sperata manipolazione semantica e neanche in quella diretta che
avrebbe potuto finire male, bastavo un solo imbecille da parte dei passanti,
dei partecipanti o della polizia. Non posso non ricordare l’agente ventinovenne a
Torino al corteo per Askatasuna che, preso dal panico, se è lanciato in avanti
da solo, evidentemente non aveva retto alla tensione ed era scattato nonostante
gli ordini fossero ben diversi, e così facendo mettendo a rischio l’incolumità
sua e di tutto un corteo. Entrambe azioni assolutamente vietate dalle tattiche
di piazza, tanto che si potrebbe malevolmente pensare che il governo Meloni
mandi senza troppi riguardi la polizia allo sbaraglio e a fare brutte figure. Il
corteo era pacato, saggio, fiero e lieto di sé e, soprattutto, consapevole e
infatti ha applaudito le “ebree e gli ebrei contro il fascismo”, fischiato la
brigata ebraica che è vero che è esistita, tre mesi nel 1945 insieme agli
inglesi che l’avevano inventata per creare quella bella confusione che ancora
oggi porta devastazione e morte. La solita politica del caos che fa tanto
comodo ai capi totalitari vecchi e nuovi.
Ci sono giunti diversi scritti sul 25 Aprile di Milano, soprattutto da fuori. Abbiamo scelto di pubblicare le note del musicista Aldo Bernardi e del poeta e critico letterario Adam Vaccaro. Per il resto, questo scritto di Rosella Simone basta e avanza, e soprattutto smentisce tutte le falsità che se ne sono scritte. I cartelli della Brigata ebraica hanno sfilato liberamente e sono stati applauditi. I provocatori che inneggiavano ai massacratori criminali (Trump, Netanyhau, Reza Pahlavi), erano quattro gatti e non si è permesso loro di sporcare il corteo.
SULLE
MANIFESTAZIONI DEL 25 APRILE
di Adam Vaccaro
Il caso del
gruppo ebraico alla manifestazione del 25 aprile è un esempio di come la
visione di parte può falsificare la realtà, quale ormai sistematicamente messo
in atto dal governo sionista israeliano, che fa diventare antisemitismo ogni
critica ai crimini del suo teocratico delirio di onnipotenza. Nel caso
specifico della manifestazione c’è stata una dinamica di intromissione che ha
suscitato da parte dei manifestanti una presa di posizione determinata da un
ben preciso senso storico e politico. Da parte del gruppo ebraico c'è
stato un tentativo di strumentalizzare la Resistenza italiana sventolando le
bandiere dei governi israeliano e statunitense, completamente estranei allo
spirito della manifestazione. L’unica bandiera da sventolare il 25 aprile
è quella della Repubblica Italiana, frutto della Resistenza di una eroica e
unitaria minoranza italiana costituente i partiti del CLN. Nella manifestazione
c’erano per caso bandiere di questi partiti? O altre bandiere della II Guerra
mondiale, come quelle inglese o russa (milioni di morti e apertura dei campi
nazisti da parte dell’Armata Rossa, e non degli USA come falsifica Benigni ne ‘La
vita è bella’)? Certo, la logica sarebbe la stessa anche per le presenti
bandiere Palestinesi, che però non erano simboli di un governo esterno, ma
della ferita aperta nel cuore dei manifestanti che connetteva memoria e presente,
rifiutando la violenza bestiale israeliana col genocidio che nega la vita ai
Palestinesi e fa sentire con sgomento la rinascita degli orrori nazisti,
proprio in chi li avrebbe dovuti cancellare per sempre. Se sono quindi da
condannare gli insulti di qualche ignorante squinternato al gruppo ebraico, non
responsabile dei crimini del governo sionista, ciò non intacca il bisogno
fraterno di liberazione, non ridotto a polverosa retorica istituzionale, ma
testimonianza di sentimento attuale ancora vivo, come quello che animò la
Resistenza Italiana e restituì dignità a tutto il popolo italiano.
NON IN MIO NOME!
di Aldo Bernardi
Ha ragione al 100 % il
grande uomo ebreo, impavido, libero e morale Moni Ovadia, faccio mie le sue
parole registrate in questo video
e ripeto come da almeno 20 anni dico, scrivo e sostengo e in particolare come urlo e denuncio negli ultimi due anni e mezzo, (per la precisione dall’8 ottobre 2023!). Sionisti del mondo e Stato Genocida d’Israele per mano soprattutto dell’attuale governo Netanyahu, che ricordo non è un uomo solo al comando, ma che ha almeno il 70/80% degli israeliani concordi con quello che ha fatto e fa e dunque tutti complici del genocidio dei Palestinesi che perdura da almeno 80 anni e che si è, guarda a caso, esacerbato dal 7 ottobre 2023!!…Smettetela subito, perché tutto quello che avete fatto, che state facendo e che farete non è in mio nome!
lunedì 27 aprile 2026
UN 25 APRILE INDOMITO

Foto inviata da Angelo Gandolfi
da Longare (Vicenza)
Tra i tanti messaggi giunti a “Odissea” a seguito del mio
editoriale di ieri domenica 26 aprile sulla grande manifestazione a Milano in
ricordo della liberazione dal nazifascismo dal titolo “Milano indomita”, ne
abbiamo scelti alcuni che qui riproduciamo. Tante anche i video e le foto dei
cortei svoltesi in città e paesi italiani. Ringraziamo affettuosamente tutti
coloro che hanno condiviso lo scritto con i loro contatti e rilanciandolo sui
Social. [A. G.]
https://libertariam.blogspot.com/2026/04/milano-indomita-di-angelo-gaccione-non.html
“È bellissimo questo tuo giovanile entusiasmo colmo di
speranza e fiducia nelle nuove generazioni! Infatti è ora di dire basta a chi
cerca di denigrare tutto come se anche da noi non ci fossero giovani con ideali
e pronti a combattere se necessario come i giovani turchi di cui ti inviato il
video pochi giorni fa” (Gianna Caliari, Milano)
“Angelo, un’epifania! Il tuo scritto e le foto hanno toccato
corde profonde. Grazie. La testimonianza è una forma alta del vivere civile”.
(Tata Marchi, Cosenza)
![]() |
| Foto inviata da Angelo Gandolfi da Longare (Vicenza) |
“Voglio morire in una Italia libera dai fascisti” (Laura Margherita Volante, Ancona)
“Grande Milano, dei miei amici mi hanno detto che mai come
quest’anno un’enorme partecipazione davvero sentita” (Maria Antonietta
Montella, Lucca)
“Grazie Angelo. Continuiamo a costruire, nel nostro piccolo,
pace e democrazia” (Silvia Bianchi Barbanti, Sesto San Giovanni)
“Sono pienamente d’accordo con te… sulle nobili motivazioni
della Festa e della manifestazione… e sulla scorretta informazione che ha
sottolineato soltanto quello che premeva a chi indirizza la comunicazione
soprattutto per quel che riguarda la Brigata ebraica” (Vincenzo Guarracino,
Como)
“Condivido certamente. E grazie per le parole chiare!”
(Valeria Raimondi, Brescia)
“Wow!!!! Bellissimo!!!!” (Rita Morandi, Milano)
“Molto incisivo” (Mariacristina Pianta, Milano)
“Anch’io ieri ho partecipato all’enorme corteo piacentino del
25 Aprile… (Franco Toscani, Piacenza)

Foto inviata da Filippo Senatore
“Bellissime foto e articolo” (Ivana Coscia, Milano)
“C’eravamo anche noi, peccato non esserci visti, è stata
davvero una cosa mai vista” (Assunta Fusaro, Milano)
“Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi, come fu
quello dei fratelli Cervi…” (Laura Cantelmo, Milano


Foto inviata da Tata Marchi
“Che meraviglia Angelo!! Qui ad Acri c’è stata la
manifestazione, anche molto partecipata, eravamo in tanti, anche giovani
famiglie, anziani e giovani, anche se erano pochi. C’erano anche le majorette e
la banda. Il sindaco non c’era, al suo posto il vicesindaco che ha fatto un
breve discorso con scarso coinvolgimento emotivo. Questa è una festa importante
per la nostra democrazia e un discorso dovrebbe infiammare i cuori. A mio
parere. Buona domenica” (Teresa Straface, Acri)
“Bravissimo e bravissimi” (Maria Spinelli, Verona)
“Concordo su tutto”. (Adriana Scagliola, Milano)
![]() |
| Foto inviata da Tata Marchi |
“Evviva la libertà che tiene le fiamme dei nostri cuori accese!” (Rossella Pisoni, Cusano Milanino)
PER L’EX SANATORIO “BANTI” DI PRATOLINO
di Associazione di volontariato Idra
Sabato 9 maggio esperienze a
confronto a Villa Demidoff, col sostegno della Città Metropolitana di Firenze e
del Comune di Vaglia
È già nei circoli, nelle scuole, nei
negozi e nelle biblioteche, negli ambulatori e nelle farmacie, lungo la via Bolognese
fra Firenze e il Mugello, questo invito a frugare nei cassetti e nei ricordi: foto,
carte, lettere, storie che aiutino ad arricchire l’appuntamento in programma sabato
9 maggio al Parco Mediceo di Pratolino, nella Sala Rossa di Villa Demidoff, intitolato
“Ex Sanatorio Guido Banti: un mosaico
da ricomporre”. Scopo dell’appuntamento di maggio,
ascoltare tutte le campane, unire tutti gli sforzi, perché un bene
architettonico così radicato nella storia e nella memoria collettiva (un complesso sanitario d’avanguardia, tra i primi
edifici italiani costruiti interamente in cemento armato, per una superficie
complessiva di circa 12.000 mq ed una volumetria di circa 58.000 mc) e il suo splendido parco di conifere (con una
superficie complessiva di circa 51.500 mq) possano
essere restituiti al godimento della collettività. Sarà una giornata di
riscoperta, di riflessione e di incontro, un’occasione di confronto civico e
multidisciplinare, sostenuto dalla Città Metropolitana di Firenze e dal Comune
di Vaglia, che sul suo territorio ospita il gigantesco edificio abbandonato che
ha fatto la storia di Firenze, appollaiato col suo luminoso candore sulle
colline di Pratolino accanto al Parco Territoriale di Monte Morello, Sito di
Importanza Comunitaria, a una manciata di km dal
capoluogo, ben servito dai mezzi pubblici.
“L'abbondanza di balconi e finestre che si affacciano verso valle e le vetrate dell'ultimo piano, pensate per dar luce alle verande elioterapiche, testimoniano la volontà di utilizzare i benefici influssi della natura circostante a fini terapeutici”, recita la Relazione Storico-Artistica del prof. Antonio Paolucci allegata al decreto di tutela del 27 febbraio 2006. I due gioielli di Villa Demidoff e del Parco Mediceo, sede dell’incontro del 9 maggio, rappresentano peraltro un luogo doppiamente simbolico. Già appartenuti alla famiglia russa che al Banti donò nel 1935 le sorgenti e l’acquedotto mediceo di Monte Senario e di Bivigliano (qui nelle parole del prof. Luigi Zangheri), ricordano a tutti noi la lungimirante scelta della destinazione pubblica che l’Amministrazione Provinciale di Firenze seppe portare a compimento, con successo, poco meno di mezzo secolo fa. L’associazione di volontariato Idra, dunque, ci riprova, proponendo questa giornata trent’anni dopo il primo appello che l’infermiera professionale Gina Pratesi indirizzò da Pian di San Bartolo al ministro della Sanità Rosy Bindi (qui alcune delle foto trasmesse nella circostanza).
L’appello si trasformò in petizione popolare, e col “Comitato per la difesa dell’uso pubblico e sanitario dell’ex Sanatorio Banti” Gina Pratesi, Alfea Federici, Giuseppe Nencini e Carlo Francini raccolsero oltre ottomila firme di consenso al recupero del monumento. Dopo sei lustri di mobilitazione con la cittadinanza, dopo l’ultimo incontro tenuto coi vertici amministrativi della ASL a maggio 2021, dopo che è andato a vuoto anche il quinto tentativo di alienare la prestigiosa architettura sanitaria, caratterizzata da “forme sobriamente geometriche tipiche dell’architettura razionalista” (recita ancora la Relazione Storico-Artistica del prof. Paolucci), Idra ci riprova. In tempi di crisi profonda del sistema sanitario, di gestione discutibile del territorio e dei suoi beni storici e architettonici, di allocazione non sempre assennata delle risorse pubbliche, un invito a ridefinire assieme – a partire dal caso emblematico del Banti – priorità, prospettive e sinergie.
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