UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 5 maggio 2026

DAL NOMOS AL KAOS  
di Franco Astengo
 


Riprogettare le coscienze e la società.
 
Roberto Ciccarelli (‘il Manifesto’ 3 maggio) analizza il testo di Kaos il nuovo libro di Massimo Cacciari e Roberto Esposito sviluppando il suo ragionamento sui termini che i due autori individuano nella distruzione del "Nomos" e nel Kaos il punto di frontiera dove il mondo si è inabissato in una guerra civile mondiale, la politica scompare dietro l'efficienza interessata degli algoritmi, mentre si rafforzano i riferimenti al sangue, all'identità e al patrimonio.
Non basta però affrontare il Kaos acconciandosi con l'espressione del "senso del limite" dentro ai confini stabiliti dai canoni novecenteschi. Il Kaos ha dentro gli arcaismi ipertecnologici dei nuovi fascismi: questo fatto necessita - appunto - una "riprogettazione della società" considerandolo (come del resto Cacciari sostiene da tempo, forse da "Krisis") fase ambivalente oltre la dissoluzione del Nomos, quale "grembo generativo per ogni possibile ordine futuro". All'idea del "riprogettare la società" andrebbe però anteposta l'idea del "riprogettare la coscienza" quale punto di affrontamento del nodo "individuo/collettivo": nodo che è saltato dall'epoca del passaggio dall' "homo faber" all'uomo-consumo.
Non basta quindi il "senso del limite" (come nell'ipotesi ecologista ed eco-socialista) e non è certo sufficiente una riproposizione della società socialista raccolta attorno al vecchio intreccio "socialismo e democrazia".
Vale la conclusione dell'articolo di Ciccarelli "Il compito di un pensiero politico è passare da una scienza del limite (cioè la resistenza) verso una prassi istituente (cioè la creazione")."
Rimane attuale il tema della lotta di classe a partire dai rapporti sociali di produzione al fine di creare soggettività capaci di progettare e sostenere una nuova transizione? Questa domanda è ancora valida? Difficile disporre di risposte efficaci.



Nello stesso giorno, 3 maggio, della pubblicazione dell'articolo di Ciccarelli nel merito del libro di Cacciari e Esposito sulle colonne della ‘Lettura del Corriere della Sera’ il politologo Mark Leonard mette in guardia l'Occidente: "Il consenso sulle regole non tornerà più (di conseguenza il Nomos n.d.r)  cambia tutto in base a quattro agenti: capitale, clima, tecnologia, civiltà."
Leonard allora distingue tra "architetti" ed "artigiani". Un confronto che si colloca ben oltre il confronto tra Oriente e Occidente, tra autocrazie e democrazie.
La scommessa dei prossimi tempi, almeno ad avviso di chi scrive, sarà sul ruolo degli architetti: gli architetti del pensiero dovranno tornare a lavorare in termini storici immaginando il mondo come dovrebbe essere e in quale mondo si potrà fornirgli nuova forma come era avvenuto nel grande confronto tra '800 e '900. Guardare cioè alle forze profonde che stanno trasformando l'orizzonte umano, riaprendo così il discorso della transizione dal Kaos. Quelli che potevano apparirci come i punti-cardine di un progetto adesso possono essere considerati soltanto elemento di partenza: Pensiamo alla democrazia. Una questione sulla quale è necessario dimostrarsi estremamente chiari nelle nostre espressioni. In precedenza all’esplosione dell’emergenza sanitaria la democrazia liberale appariva già in forte difficoltà (svaniva allora il sogno della "fine della storia).
È urgente rinnovare un tentativo di transizione dal Kaos partendo da un punto fermo: l'inevitabilità di ricostruire una coscienza e una volontà politica, prima ancora di elaborare (e indicare) una proposta di società. Assieme ricostruire la coscienza dell'io penso e la coscienza morale, il pilastro dell'etica. Ferma restando però la necessità della battaglia politica quotidiana attorno all'esistente e al contingente da condurre prioritariamente per l'affermazione dei principi costituzionali che rimangono traccia intangibile da considerare elemento concreto del progetto di transizione dal Kaos.



La difesa dei principi costituzionali e la lotta politica immediata rappresentano una necessità che non si intende negare: sarà l'intreccio tra la battaglia politica quotidiana anche negli aspetti maggiormente legati ai "rami bassi" e la definizione dell'orizzonte a stabilire i termini di una possibile transizione da muovere in una complessità che segnerà comunque il passaggio della storia evidenziando colossali contraddizioni.
La coscienza della propria appartenenza e la volontà politica di determinare il cambiamento rimangono fattori insuperabili e necessari come motore di qualsivoglia iniziativa della trasformazione dello stato presente delle cose.
Attenzione però lo stato presente delle cose va cambiato sia nel senso della condizione oggettiva della nostra esistenza sia in quello dell'assunzione di una consapevolezza soggettiva del vivere con gli altri. 

LA GENTILEZZA E LA DOLCEZZA  
di Angelo Gaccione


 
Sono tante le qualità che possiamo trovare in un essere umano, tuttavia non saprei dire, fra la dolcezza e la gentilezza, quale sia più ammirevole. La prima sembrerebbe una qualità innata, una virtù forse inscritta nel dna e che si eredita, perciò non tutti la possiedono. È così intimamente connaturata alla persona da formarne il carattere. La seconda attiene all’educazione, alla propria formazione morale, e si può conquistarla solo con una profonda consapevolezza che implichi il rispetto degli altri, la vicinanza solidale con i propri simili, con ogni essere sensiente che ci circonda. Non ho più dimenticato la perorazione della dolcezza che se ne fa nel brano di un famoso racconto: “Una donna dalla bellezza conturbante può tenermi avvinto per il tempo del mio turbamento; ma una donna dolcissima può fare quello che vuole del mio cuore, può disporne a piacimento ed io le sarò sempre devoto” e concludeva: “La bellezza senza dolcezza è frigida”. E la gentilezza? Ho scelto in proposito le definizioni che ne danno tre personalità differenti: il musicista tedesco Ludwig va Beethoven: “Io non conosco nessun altro segno di superiorità nell’uomo che quello di essere gentile”; lo scrittore americano Mark Twain: “La gentilezza è un linguaggio che il sordo può sentire e il cieco può vedere”; il grande militante e teorico della nonviolenza, l’indiano Mohandas Karamchand Gandhi
: “Con la gentilezza si può scuotere il mondo”. Tre visioni che conferiscono alla gentilezza un valore enorme. Beethoven ne fa un segno di distinzione superiore a tutti gli altri, e Mark Twain vede nella pratica concreta della gentilezza, un linguaggio che non ha bisogno di parole. Un linguaggio fatto di gesti che diventano cura, attenzione, disponibilità, disinteresse. Un linguaggio silente, ma prezioso nel suo farsi, nel suo donarsi, senza chiedere, senza contropartita. Pensiamo soltanto al semplice gesto di aiutare un anziano ad attraversare la strada. Quanto a Gandhi, l’ha sperimentata tutta la vita la gentilezza, offrendo persino il suo fragile corpo agli aguzzini. E li ha scossi con la sua rivoluzione gentile, li ha costretti a provare orrore della loro ferocia. 

IDRA INVITA


Cliccare sulla locandina per ingrandire
 
Sabato prossimo 9 maggio, fra le 9 e le 13, a Villa Demidoff, nel Parco Mediceo di Pratolino (locandine e programma in allegato), si tornerà a parlare di un nodo irrisolto della sanità, dell’urbanistica e dell’ambiente, che      che riguarda Firenze, l’intera area fiorentina e il Mugello: l’ex sanatorio Guido Banti.  Un gioiello architettonico circondato da un grande abbraccio di conifere, un tempio della salute impresso nella memoria di generazioni di cittadini, oggi abbandonato da decenni a dispetto del valore dei luoghi e della crisi profonda della sanità pubblica che affligge la popolazione in tempi di investimenti in arsenali bellici piuttosto che in salute e in granai. Attraverso una riflessione multidisciplinare l’incontro, patrocinato dalla Città Metropolitana di Firenze e dal Comune di Vaglia, si propone di riaprire una finestra di attenzione sul caso-Banti e di iniziare a raccogliere un ampio e variegato ventaglio di proposte perché quel bene sanitario, ambientale, storico e architettonico esca dalle condizioni di degrado e di pericolosità in cui versa e torni a rappresentare per la comunità – anche a tappe, anche a pezzi - un valore fruibile condiviso.
Bentrovati, se anche voi ci sarete! [Idra, Firenze]

GLI INCONTRI DI APICE

 

In collaborazione con il Dipartimento di Studi storici “Federico Chabod”, APICE (Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale) organizza il seminario L’individualismo anarchico a Milano. Politica, editoria e arte agli inizi del XX secolo che si terrà martedì 12 maggio 2026 a partire dalle ore 14:30 in Aula 113 (via Festa del Perdono 3, Università degli Studi di Milano). L’iniziativa si inserisce nel contesto di valorizzazione del Fondo Giuseppe Monanni conservato ad APICE. Il fondo comprende l’archivio e la biblioteca dell’editore anarchico Giuseppe Monanni (1887-1952), attivo a Milano tra anni Dieci e Trenta, insieme alla compagna Leda Rafanelli (1880-1971), alla guida di diverse imprese editoriali. La raccolta documenta in modo significativo la cultura anarchica del periodo, includendo anche riviste rare, materiali redazionali, corrispondenza e documentazione relativa alla censura e alle attività editoriali sotto il regime fascista.
Il seminario intende approfondire la complessità dell’individualismo anarchico milanese attraverso un approccio interdisciplinare, mettendo in dialogo storia politica, storia delle idee, storia dell’editoria e storia dell’arte. All’inizio del Novecento Milano si affermò, infatti, come uno dei principali laboratori dell’anarchismo individualista in Europa. Giornali, riviste e case editrici animavano un ambiente dinamico e stratificato, in relazione costante con la politica, il mondo del lavoro e le arti. Nonostante questa centralità, il fenomeno è rimasto poco esplorato dal punto di vista storiografico, risultando perciò meritevole di ulteriori approfondimenti. 
Il programma prevede interventi dedicati a Ettore Molinari, Nella Giacomelli, Carlo Carrà, Ugo Fedeli, Bruno Filippi, Leda Rafanelli e Giuseppe Monanni.
Introduce Gianfranco Ragona (Università di Torino), coordina Lorenzo Pezzica (Università di Bologna). Intervengono Elena Papadia (La Sapienza Università di Roma), Antonio Senta (Università di Bologna), Virginia Magnaghi (Biblioteca Hertziana-Istituto Max Planck), David Bernardini, Roberta Cesana, Nicola Del Corno (Università degli Studi di Milano).
 
Link per seguire la diretta su piattaforma Teams https://bit.ly/426XRrF
In allegato il programma del seminario.

  

LA PUGLIA SCEGLIE PACE E DISARMO




lunedì 4 maggio 2026

INNAMORATEVI DEI DIFETTI
di Angelo Gaccione


 
S
appiamo bene che la poesia d’amore gronda di aggettivi magniloquenti in cui tutte le virtù sono esaltate, e che gli innamorati vivono in un universo separato dove non c’è posto che per i pregi, i soli che gli occhi del cuore sanno vedere. Nel mondo degli innamorati, almeno finché dura l’innamoramento, non c’è posto per i difetti, e come recita un proverbio africano: “Non è mai notte dove ci si ama”. Non si dice, del resto, che l’amore è cieco? È più facile trovarne traccia nei testi delle canzoni. In quello di Alberto Testa: Grande, grande, grande, musicato da Tony Renis, arrangiato da Pino Presti e poi reso celebre da Mina, non si va leggeri. I difetti “son talmente tanti che nemmeno tu li sai” si legge, e vengono persino puntigliosamente elencati: bambino capriccioso, la vuoi sempre vita tu, sei l’uomo più egoista e prepotente… Per fortuna ci sono momenti in cui l’uomo si riscatta, si trasforma, diventa un altro, ed eccolo diventare grande, grande, grande, come sa esserlo solo lui. E l’amore torna a fare il miracolo. Nel lontano 1994 scrissi un testo poetico dal titolo “Mi piaci e basta” da inserire in una raccoltina di versi amorosi rimasta finora inedita. Chissà come la prenderanno i lettori, mi sono detto allora, trattandosi di una difesa dei difetti. L’innamorato si rivolge all’amata e dice di piacergli proprio “perché sei piena di difetti come me” e soprattutto perché non somiglia all’aurora, tanto meno a un prato fiorito o a una musica. Perché non è la voce del mare né la luce del tramonto, e soprattutto perché la luna non gli ricorda nulla di lei. Mi piaci e basta, le dice, e non c’entrano le sciocchezze dei poeti. “Mi piaci senza perché, perché non è necessario che ci sia un perché, e perché ne ho piene le scatole dei perché. Perché per ogni cosa dev’esserci un perché? Si domanda, e conclude: “Mi piaci e basta, e vederti mi rende più allegro, meno difficile la vita”. Qualche giorno fa, staccando dal calendario da tavolo il foglio del giorno trascorso, vi ho letto questo suggerimento di un anonimo: “Innamoratevi dei difetti. Dura di più”. Ho pensato: “Vuoi vedere che è proprio per questo che il mio matrimonio è durato così a lungo?”.

COOPERATIVA AURORA
“La lezione di Salazar”




 
Via Spallanzani n. 6 a Milano Venerdì 8 maggio ore 20,30
  

MARCIA CONTRO LA GUERRA TRIESTE




domenica 3 maggio 2026

LIBERTÀ DI STAMPA
di Zaccaria Gallo
 


3 maggio 2026 “World Press Freedom Day”
 
Caro amico Direttore di giornale o di telegiornale, caro Redattore o semplice Giornalista, caro Operatore televisivo o Reporter fotografo, so che la tua missione risponde a queste parole: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto a non essere molestato per la propria opinione e a quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Ecco perché, oggi, io voglio essere accanto a te, in questa Giornata che promuove la libertà di stampa e ricorda coloro che hanno perduto la vita nel perseguire questo diritto fondamentale. Nella storia moderna, una comprensione comune del principio di libertà di stampa è nella dichiarazione Universale dei Diritti umani che contiene appunto anche il diritto alla libertà di espressione: punto di svolta contro la manipolazione delle informazioni e di tutte le forme di ostacoli che cercano di sopprimere questa libertà. Tu, sei un mio preziosissimo amico, perché mi consenti, con il tuo lavoro (e, ormai più spesso, con sacrifici grandissimi) di ottenere giuste notizie sulla società in cui viviamo. Senza di te mi sarebbe difficile, o talvolta impossibile, poter discutere liberamente e apertamente su come vanno guardate le cose e su come dovrebbero cambiare: quando ti leggo o ti ascolto, o guardo le tue foto, intesso quel dialogo che è alimento della democrazia. E tutto questo è possibile se esiste la libertà di stampa. Quella libertà che mi consente di ricevere informazioni che non siano manipolate o al servizio di una particolare persona, organizzazione, interesse; perché, quando sei libero, io so che puoi indagare sulle persone di potere, sui governi, che puoi sempre porre domande difficili e cercare di scoprire cosa stia realmente accadendo, indipendentemente dalle conseguenze politiche. 



Con il tuo lavoro, consegni nelle mani del popolo la forza della democrazia: lo rendi consapevole su quali debbano essere le giuste decisioni da seguire nel momento in cui è chiamato ad esprimersi con il suo voto. E, anche dopo aver votato, mi dai la possibilità di poter controllare se le promesse elettorali di coloro che io ho ritenuto degni di portare avanti idee e progetti, siano diventate realtà vive e vere e non sono, invece, rimaste solo vuote parole. Io e te sappiamo bene che i governi autoritari vogliono mantenere il potere sopra ogni cosa. Avere conoscenza del fatto che siano spesso incredibilmente corrotti, quanto incompetenti, dovrebbe effettivamente mettere in pericolo la loro presa sul potere, a condizione che ai cittadini venga detta la verità. Ma, quando non c’è una stampa libera, quella che tu garantisci ogni giorno, quando il flusso delle informazioni è controllato dal governo o dagli oligarchi, io sono destinato a ricevere una immagine distorta di quello che accade. Però, questa è la mia grande fortuna (ed è per questo che oggi con te celebro questa giornata mondiale): è sapere che tu, nonostante innumerevoli difficoltà, non deroghi all’impegno che ti sei assunto nell’informarmi e nel fermarti dall’indagare per fare emergere la verità. Ho parlato di difficoltà? Scusami! Non ci sono solo le difficoltà, ma c’è sempre il pericolo di perdere la tua libertà personale e tanto spesso, ormai, la stessa tua vita. 



Quanto è lungo l’elenco dei tuoi colleghi uccisi, fino a ieri, in ogni parte del mondo, e non solo per un incidente di guerra, ma anche per la proterva decisione di ridurti al silenzio. Le mafie, le oligarchie di ogni colore, hanno paura del giornalismo, hanno paura delle domande: loro quando possono scappano dalle domande, scappano dalle inchieste e, se proprio sono costretti, possono arrivare anche a toglierti la vita. Chi compie il male o compie misfatti ha bisogno di oscurità e silenzio. È quello che accade sotto i nostri occhi negli Stati Uniti di Trump, nella Striscia di Gaza, nei territori palestinesi della Cisgiordania ad opera dei coloni e dell’esercito israeliano, in Turchia, in Ucraina e in Russia, in Messico e in tantissime altre parti del pianeta. Tu sei considerato un pericolo, soprattutto quando operi negli scenari di guerra e diventi un obiettivo: sparano prima a te e poi al nemico. Perché sei un testimone scomodo, soprattutto se fai luce su crimini e genocidi. 



Conosco le aggressioni e le violenze, non solo verbali, ma fisiche e psichiche alle quali ti sottopongono, agli arresti e agli interrogatori che sfociano spesso in vere torture, agli agguati che si concludono con l’omicidio (non abbiamo dimenticato Ilaria Alpi). E non possiamo non tacere la preoccupazione che ci assale se pensiamo al nostro paese, all’Italia, che quest’anno è retrocessa dal 49° posto del 2025 al 56° posto della graduatoria Reporters sans Frontieres (RsF, dati ANSA). Il comportamento dell’attuale maggioranza di governo, la compresenza purtroppo anche di tuoi colleghi, apertamente adusi a propagare notizie e opinioni false e dichiaratamente prone verso finanziatori palesi o occulti, ci fa ogni giorno intravedere quante volte si cerchi di evitare il confronto con opinioni divergenti, quante volte si eviti il contradditorio con la stampa, e non si tratta solo di un fastidio, quante volte si orienti l’opinione pubblica in direzioni diverse da quelle sostenute dalla verità dei fatti. Per questo condivido la tua preoccupazione (che da cittadino deve essere anche mia): questo approccio riflette una volontà di controllare fin dove è possibile l’informazione e di evitare il confronto delle opinioni. Allora, mi rivolgo a te, oggi, che è la Giornata Mondiale per la Libertà di stampa, per dirti grazie. Senza la tua libertà non c’è democrazia e senza democrazia non c’’è la mia libertà.

  

UN BILANCIO DI LUNGO CORSO
di Carmine Tedeschi



Angelo Gaccione, Una gioiosa fatica. 

A cura di Giuseppe Langella, La scuola di Pitagora, Napoli 2025.
  
Questa recensione è apparsa lunedì 26 aprile 2026 sulla Rivista letteraria “Incroci”. Odissea ringrazia l’autore Carmine Tedeschi e il direttore Lino Angiuli per averne autorizzato la pubblicazione su “Odissea”.     
 
Le due date del sottotitolo (1964- 2022) individuano un bel pezzo di vita illuminato dalla scrittura poetica. In pratica, dalla giovinezza alla piena maturità dell’Autore. Limiti ampi, entro i quali si immagina facilmente l’operazione selettiva che gli ha permesso di pescare fra le sue poesie quelle più adatte a formare questa raccolta antologica con un intento tematico unitario. Raccolta che somiglia molto ad un bilancio di lungo corso. «Posso con semplicità affermare che la poesia ha riempito la mia vita e me ne sono nutrito. In maniera discreta, ma continua, l’ho sempre praticata». Così Gaccione informa il lettore nell’Incipit.
L’esplicita confessione viene ripresa quale premessa di lettura anche da Franco Loi e da Tiziano Rossi, rispettivamente ne l’Ouverture e nell’Introduzione, in capo alla raccoltaMa se ne ricava anche una conferma implicita dalla prima occhiata al Sommario, dove i titoli delle sezioni, tutti al femminile, raggruppano le poesie per sottotemi, in base a diverse situazioni registrate dalla voce poetante: Le ritrovate, Le illuminate, Le straniere, eccetera. L’effetto curioso è che a prima vista viene spontaneo riferire gli attributi a donne sconosciute, per cui ci si aspetta una lirica d’amore. Ma ti accorgi subito dell’abbaglio: si riferiscono alle poesie stesse. Le quali con le donne amate hanno tuttavia qualcosa in comune, ed è l’amore consumato, la memoria, la nostalgia. Perché scrivere poesie è sempre un atto d’amore, verso qualcuno o qualcosa non importa.
Qui l’oggetto d’amore esplicato diffusamente nei versi si profila vasto, ma non indeterminato. Si definisce man mano che la lettura procede. Nasce però da un bisogno morale già chiaro fin dall’inizio (Loi lo segnala in due poesie di esordio), che si può identificare nella sete di giustizia, nell’avversione alla prepotenza e all’inganno, nella pietà per il dolore altrui e quindi umanamente di tutti. La visuale si allarga perciò dal Sé alla società tutta, agli ultimi, al travaglio storico attraversato, al presente intossicato dall’odio in dimensione globale. È questa, la tematica comune a tutte le sezioni, che rende la raccolta nell’insieme un esemplare di poesia civilmente “impegnata”, come si diceva caparbiamente una volta (ma perché mai non si deve poterlo dire ancora?).



La copertina del libro

Se ne rileva facilmente il percorso incontrando le poesie in tal senso più esplicite, disseminate come pietre nei guadi in tutte le sezioni. Poesie che fanno affiorare la tematica in modo sempre più chiaro, e si fanno sempre più numerose col procedere della lettura. Fino ad arrivare a Le incivili e Le Ultime, segnate tutte dalla passione civile, dove il dettato abbandona le allusioni, i toni smorzati, i temi relativi a sentimenti e rimembranze personali, il compianto per le vittime di stragi e attentati avvenute nel passato, per assumere la forma dell’accusa diretta, del sarcasmo, dell’invettiva, segnando così il punto di arrivo di un climax che va dal disincanto e dall’amarezza, all’irritazione, all’indignazionealla rabbia.
Proviamo ad appendere al filo tematico appena descritto qualche testo esemplare.
Pensosità ed esortazione politica durante i terribili anni Settanta: «Non sparate, /cessate il fuoco per raccogliere i morti/ le coppe di sangue sono ormai colme. […] Il nemico dà ordini alle vostre spalle», (Senza titolo, 1977, da Le Illuminate). «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza/ può fugare i nostri dubbi./ Ultimi illuministi cadiamo sconfitti/ sotto la morta ragione» (Senza titolo, 1978, ancora da Le illuminate). 
Sentimenti e affetti privati, proiettati in una amata compagine urbana, tratteggiata a forti contrasti: «Stupenda notte di Milano/ bella per noi poeti/chi osa ancora oltraggiarti?/ Dacci la tua musica che ci appartiene/ e i tuoi figli violenti/ La notte è degli artisti/ il giorno è dei mercanti.»  (Mia città mio cuore, 1982, da Le Milanesi).
Un monito ad aprirsi alla solidarietà civile in nome di antichi valori in un’epoca che li ha dimenticati; facile intravedervi il fenomeno dell’immigrazione osteggiata. «Perché, figli della Magna Grecia,/ vi siete inimicati gli dèi/ rinunciato alla pietà/ obliato la sacra ospitalità dell’amicizia…?» (A voi figli della Magna Grecia, 1989; da Le Arrabbiate).
Una rivendicazione aperta della propria poesia civile: «Ed ora va’ parola mia/ libra le tue ali sul mondo/ e se ti mettono in catene/ tu mettiti a cantare» (Va’ parola mia, 2000; da Le arrabbiate).
Ancora contro i benpensanti, schifati dalla presenza sempre più invadente di immigrati e barboni. Qui, con efficace e feroce antifrasi, i versi fanno il verso all’orrore, alla ripugnanza che questi “alieni” destano nei beneficiari della civiltà dei consumi, i quali arrivano ad augurarsi che affoghino nel “mare grosso”: «Uno sconcio/ davvero un intollerabile sconcio/ avete ragione da vendere./ Se ogni tanto quei barconi…/ se ogni tanto il mare grosso…/» (Cinquantanove versi, 2010; da Le dolenti). 
Stessa postura sarcastica dinanzi all’indifferenza generale per i drammatici segni del cambiamento climatico: «Che farete quando sparirà l’inverno?/ E quando dalle nuvole non scenderà una goccia/ per anni ed anni,/ che farete, di grazia?» (Poesia impertinente, 2022; da Le Incivili).
Sono solo poche citazioni esemplari della tematica portante, purtroppo insufficienti a significare l’impegno civile nel tempo, sempre più spoglio di riferimenti espliciti al Sé e sempre più prepotente verso il suddetto ‘oggetto d’amore’. Tuttavia la poesia dedicata agli affetti intimi, benché minoritaria, non è del tutto assente dalla raccolta. Solo un esempio: «Parto./ Siate lieti./ E voi che restate dite:/ “Non è passato invano sulla terra”». (Addio, 2014; da Le diverse). Ricorda tanto la lirica, affine per soggetto ma molto diversa per atteggiamento psicologico e resa stilistica, di Caproni: Congedo del viaggiatore cerimonioso.
In definitiva, si capisce perché questa raccolta sia stata pubblicata nell’ambito della collana inventata da Giuseppe Langella per dare man forte alla poesia cosiddetta “civile”.
            

https://incrocionline.wordpress.com/2026/04/26/angelo-gaccione-una-gioiosa-fatica-1964-2022/#more-6189
  

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