UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 27 marzo 2026

PER LAURA


 
Laura Margherita Volante

O
dissea formula gli auguri più cari alla nostra amica e collaboratrice Laura Margherita Volante di Ancona, al suo cuore perché lo ha grande.

REFERENDUM: ANALISI DI UN RISULTATO
di Alfonso Gianni


 
La vittoria del No cambia le carte in tavola.
 
L’esito del referendum contro la legge Nordio-Meloni ha colto di sorpresa un po’ tutti, compresi quelli che hanno lavorato fin dall’inizio per la vittoria del No. Non si aspettavano infatti che potesse avvenire in quelle così nette proporzioni. Le percentuali sono aride e ormai ampiamente note, meglio precisare i numeri esatti, dietro ai quali stanno donne e uomini che hanno scritto una pagina importante per la nostra democrazia. Se guardiamo agli elettori iscritti in Italia i No sono stati 14.461.336, i 12.448.255; considerando – come è giusto fare – anche i voti provenienti dall’estero (ove il Sì ha prevalso) i No sono 15.083.988 e i 13.251.887. In Italia la differenza è dunque stata di poco superiore ai due milioni, mentre nel complesso superiore a un milione e ottocentomila a favore del No. La distribuzione geografica del voto segnala che in sole tre regioni il ha prevalso, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre tre regioni del Sud, ove generalmente si è votato meno, Campania, Basilicata e Sicilia vantano le più alte percentuali di No. Con il significativo caso di Napoli dove il No si è affermato con il 75,49% di voti, a sottolineare però un dato che positivo di per sé non è e cioè la differenza nei rapporti tra e No tra le città (grandi e medie) e i piccoli centri.



Il primo elemento di sorpresa – che ha vanificato calcoli e previsioni anche dei principali istituti sondaggistici – è stata l’inaspettata alta affluenza alle urne, pari al 58,93% (secondo Eligendo, il sito del Ministero degli interni) per quanto riguarda gli iscritti in Italia, che scende al 55,7% se si considera anche il voto proveniente dall’estero. Un risultato considerevole per una prova elettorale che come è noto non prevede il quorum ed alla quale il governo aveva deciso di non permettere alcuna facilitazione per la partecipazione dei fuorisede. In realtà tale affluenza poteva considerarsi sorprendente solo per chi considerasse esclusivamente l’andamento calante della partecipazione al voto nelle elezioni politiche, visto che nelle europee del 2024 e nelle regionali dell’anno successivo i votanti erano stati meno della metà degli aventi diritto. Ma non per chi avesse preso in esame l’affluenza al voto nei cinque referendum costituzionali che si sono finora tenuti nel nostro pase. Solo in un caso infatti il numero dei votanti rimase inferiore e di parecchio al 50%: si tratta del referendum tenutosi il 7 ottobre del 2001 dove si presentarono ai seggi solo il 34,05% dei potenziali elettori per approvare, purtroppo, la matrice dell’attuale autonomia differenziata, ossia la sciagurata riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, votata di stretta maggioranza dall’allora centrosinistra.



L’errore di molti analisti – anche se non tutti -, commentatori e protagonisti politici e persino di forze che poi si sono impegnate senza risparmio nella contesa referendaria, è stato quello di non distinguere con la giusta nettezza il voto su una modifica costituzionale, tramite l’esercizio dell’unico strumento di democrazia diretta in nostro possesso, da quello per eleggere la rappresentanza politica ai vari livelli. Un errore che ha portato a previsioni sull’esito del voto appoggiate su premesse completamente sbagliate, come quella per cui il No avrebbe potuto prevalere solo nel caso di una affluenza al voto sensibilmente inferiore al 50%.
Un errore, direi, di natura strategica, o peggio ancora ontologica, perché mostra la profonda non comprensione del fatto che la crescente astensione nelle elezioni politiche ai loro vari livelli deriva da una disaffezione verso la “politica politicante”, da una sfiducia crescente nei partiti politici, nelle élite che popolano le istituzioni e probabilmente anche nei sempre più contorti meccanismi elettorali, ma non verso l’esercizio del diritto di voto in quanto tale se questo mette in gioco principi generali ed elevati. Quali sono appunto quelli contenuti nella nostra Carta costituzionale. Non si tratta di un generico e romantico attaccamento alla Costituzione “più bella del mondo”, ma ai suoi specifici princìpi e valori, capaci di incidere sulla condizione materiale e la vita delle persone, non solo quella presente, ma, direi soprattutto, quella futura.



In questo senso la prova referendaria ha assunto una dimensione politica nel significato più alto del termine, quello che la politique politicienne ha perduto da tempo. Non tanto perché dalle stesse dichiarazioni dei rappresentanti del governo, dal ministro Nordio e i suoi collaboratori fino alla Presidente del Consiglio quando ha deciso di entrare a piedi giunti nella contesa, si poteva facilmente evincere che nella legge non vi era traccia di vera riforma della giustizia, che invece ne avrebbe bisogno dato il suo insoddisfacente funzionamento;  non solo perché il tentativo di mascherare la manovra dietro una presunta tecnicalità delle norme per tenere lontano l’interesse dei cittadini era poco credibile in sé, visto che non si mette mano a sette articoli della Costituzione per decidere solo degli aspetti normativi di carattere tecnico; ma soprattutto perché, strada facendo, si è potuto chiarire, attraverso un’azione di propaganda cui va dato atto di buona efficacia, che questa legge non era altro che uno dei passi con i quali le destre tentavano di accelerare un processo di distruzione dei fondamenti della Costituzione e di pura involuzione autoritaria. Un passo che aveva come precedente la legge sulla autonomia differenziata, su cui la Corte costituzionale era sì intervenuta ma in modo inefficace, negando un integrale referendum abrogativo, come dimostra il fatto che il governo ha potuto procedere alle intese con quattro regioni del Nord, aggirando, o meglio beffando, gli stessi avvisi, i cosiddetti paletti, posti dalla Consulta. Un passo che si proponeva di continuare con un’altra modifica costituzionale di fondo, quella del premierato.



In sostanza quando la critica del testo si è collocata entro la più generale denuncia del contesto, quando la connessione fra i decreti “sicurezza” e il progressivo scivolamento del nostro paese entro un sistema di guerra è diventata se non a tutti palese certamente diffusa, è scattata una esigenza di partecipazione diretta che abbiamo anche potuto valutare nelle sue fasi. Il punto di svolta è stato certamente la scelta, operata dai 15 “volenterosi” di depositare un quesito che rendeva evidente la quantità e la gravità delle modifiche costituzionali e di richiedere con tempi strettissimi su questo la raccolta delle firme. Alcuni, e non solo a destra, hanno tacciato questo atto di una semplice azione per guadagnare tempo. Anche se il tempo ha avuto la sua importanza per dispiegare quell’azione di propaganda di cui ho detto, non era questo l’obiettivo principale. Si trattava invece di rendere il referendum effettivamente un referendum popolare, dove la partecipazione diffusa diventava l’agente proponente. La prima e indispensabile condizione per sottrarlo ad una lettura e a una conferma plebiscitaria quale quella esplicitamente voluta dalle destre. Una scelta – va detto non per tigna ma per onestà - non voluta e non compresa, all’inizio, anche da forze che poi si sono spese con generosità nella campagna referendaria. Quelle cinquecentocinquantamila firme, raccolte in tre settimane, a cavallo delle festività natalizie e di fine anno, hanno funzionato da scintilla di una presa di coscienza collettiva e diffusa che si è tramutata nell’affluenza alle urne e nel successo del No.



Qui vi è forse la riflessione più importante da fare su questo voto. Si può vedere, senza forzature, una connessione, una progressiva e positiva influenza, fra la raccolta di firme per un referendum abrogativo della legge Calderoli sulla autonomia differenziata, poi negato dalla Consulta, le grandi manifestazioni dell’autunno per Gaza, le agitazioni studentesche e giovanili contro la crescente torsione repressiva nel paese, la mobilitazione delle donne sempre più arricchita di contenuti e connessioni con altri momenti di lotta, fuori da ogni ritualità, e quest’ultima raccolta massiccia e rapida di firme e infine l’esito del voto. Vi è una caratteristica che accomuna questi diversi momenti di protagonismo popolare: quella di avvenire in modo sostanzialmente spontaneo, al di fuori e al di là della sfera di influenza politico organizzativa dei partiti, ma anche del sindacato – benché sia stato del tutto apprezzabile l’impegno della Cgil - e delle grandi associazioni. Un modo cioè di rispondere in positivo alla crisi della politica, sfuggendo alle sue regole e ai suoi sempre più respingenti confini. Un fenomeno che abbiamo visto e tuttora vediamo manifestarsi non soltanto nel nostro paese e nel quadro europeo. Basti pensare, per fare un solo esempio, alle forme di lotta capaci di coinvolgere settori ampi di popolazione, che si verificano negli States contro le scelte violentemente repressive imposte da Trump quale inevitabile ricaduta interna del sistema di guerra che si vuole imporre a livello mondiale abbattendo ogni forma di ordine e di diritto internazionali. Mi pare sempre più evidente che un processo di (ri)costruzione della sinistra debba passare attraverso questi percorsi.


I massacrati

Nello stesso tempo quanto è avvenuto in queste settimane, se riandiamo anche a un recente passato, ha potuto giovare dei depositi, delle sedimentazioni di altri momenti di lotta, anche se dall’esito assai meno fortunato. Per rimanere nell’ambito referendario non si può dimenticare il referendum sui diritti dei lavoratori promosso dalla Cgil che non raggiunse il quorum, ma registrò il consenso di oltre 12 milioni di voti. La gran parte di questi, ce lo dicono anche le prime valutazioni differenziate sui territori, sono certamente confluiti nel grande fiume dei No di qualche giorno fa. Le prime analisi sul carattere sociale del voto che già sono state abbozzate il giorno successivo alla chiusura delle urne - che ovviamente meritano approfondimenti come eventuali correzioni – impediscono di stabilire una trasposizione integrale e tantomeno meccanica del voto perdente del 2025 sul tema del lavoro nel voto vincente di questo marzo. Anzi, stando a quanto emerge da autorevoli istituti sondaggistici – sottolineando anche qui la necessità di ben più approfondite inchieste – non è dalle zone socialmente disagiate o di più alta presenza operaia che arriva il maggiore contributo all’affluenza e al No. Entro questo quadro si iscrive anche la differenza tra il voto delle grandi città e le zone di provincia  Ma quella campagna sui temi e sui diritti  sociali, quello del lavoro in particolare, ha sicuramente dissodato il terreno perché fosse più comprensibile il legame tra la difesa di quei diritti e la salvaguardia dell’autonomia e della indipendenza della magistratura. Come si è concretamente visto anche nella iniziativa della procura di Milano contro Glove e Deliveroo, a favore dei diritti dei riders, una categoria di lavoratori tra i più sfruttati e dove è meno facile l’insediamento sindacale, e non solo per ragioni oggettive.



Non ci si deve stupire quindi se nel voto referendario sono tornati alle urne molti di coloro che da tempo se ne erano allontanati. O che la percentuale dei giovani, appartenenti alla fascia tra i 18 e i 28 anni, sia stata così decisiva per l’alta affluenza alle urne e per la vittoria del No. Secondo le stime di Nando Pagnoncelli la generazione Z ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. In sostanza il voto referendario ha dimostrato di erodere le sacche dell’astensionismo, inattaccabili, almeno finora, da parte del voto per le elezioni politiche e soprattutto di favorire la partecipazione delle fasce di giovani che andavano a votare per la prima volta e che hanno saputo vivacizzare la campagna referendaria con modalità creative. Questo dato in particolare apre una finestra sul futuro e mette in campo potenzialità su cui riflettere e che però chiedono di essere consolidate e tramutate in solide realtà.



Un simile terremoto non poteva non avere conseguenze sul governo e sulla maggioranza delle destre. Infatti cadono le prime teste, quali quelle degli impresentabili Dalmastro e Bartolozzi, mentre la stessa Meloni preme per le dimissioni della Santanchè, su cui il Pd ha annunciato una mozione di sfiducia. È evidente che lo schieramento delle destre non ha la maggioranza reale nel paese e che questa è stata garantita solo da una truffaldina legge elettorale, che ovviamente Meloni vuole ulteriormente peggiorare, e dagli errori clamorosi compiuti dal centrosinistra. Ma la strada per cantare vittoria nei confronti dello schieramento governativo è ancora lunga e tutta da costruire. Non solo perché, se torniamo a guardare i numeri reali, la percentuale del No sul totale degli aventi diritto al voto sfiora il 30% senza raggiungerlo (è il 29,33%) pur superando nettamente il fermo al 25,77%. Ma soprattutto perché il peggiore errore che si può fare è credere che quei voti referendari siano già nelle tasche delle forze di opposizione, che cioè il voto del 22 e 23 marzo sia automaticamente trasferibile nelle elezioni politiche della primavera del 2027 o in eventuali elezioni anticipate che la premier sembrerebbe considerare come una possibile soluzione ai suoi guai.


I massacratori

Il governo è tornato a premere per affrettare la discussione parlamentare sulla pessima legge elettorale ultra-maggioritaria il cui testo è stato già presentato. Ma non è detto che il suo cammino sarà facile, anche per contrasti interni alla maggioranza, dal momento che la Lega potrebbe preferire l’attuale sistema, potendo godere di un insediamento territoriale ben definito da fare valere per la conquista dei collegi uninominali. D’altro canto il premierato, ovvero la terza gamba su cui si reggeva il disegno reazionario, appare una prospettiva poco credibile visto che un inevitabile referendum “confermativo” incontrerebbe con ogni probabilità un’opposizione forse ancora maggiore di quella che si è manifestata contro la legge Nordio-Meloni. Comunque è un rischio che l’attuale maggioranza non si può permettere.



Dai primi commenti del dopo voto a sinistra fa capolino un altro purtroppo tradizionale errore, ancora peggiore: quello di sfruttare la vittoria referendaria per regolare i rapporti all’interno del cosiddetto campo largo accelerando la convocazione delle primarie per decidere la leadership dello schieramento. Significherebbe mostrare di avere capito poco o nulla della lezione che questo voto ci offre o quantomeno di immiserirne la portata. Il suo esito fa di più che non mettere in difficoltà, determinando elementi di crisi, lo schieramento governativo: interrompe quel disegno reazionario a più tappe che le forze dominanti intendono perseguire al di là delle figure politiche che al momento le rappresentano. La vittoria del No, proprio per i soggetti e la modalità che l’hanno determinata, richiede l’avvio di un processo rifondativo della politica, ben altra cosa da una ridefinizione di posizioni all’interno dei tradizionali schieramenti; richiede di cogliere questa voglia di battersi per grandi ideali e obiettivi, quali la pace e la effettiva democrazia che il capitalismo maturo intende radicalmente negare, e la capacità di tradurli in programmi puntuali e in agende di lotta; reclama, in sostanza, di combattere la scissione  tra le grandi idealità - capaci, di fronte alla loro offesa, di profonde reazioni morali e insorgenze popolari - e l’agire politico. Il compito resta arduo e grande, ma l’esito di questo referendum ci indica la strada e nello stesso tempo è un primo passo. Ora bisogna proseguire questo cammino.
 
Acri (Cosenza) la rossa

Post Scriptum:
devo ringraziare l’amico Franco Astengo per avermi fornito percentuali e dati numerici che spero di avere usato in modo corretto.

DUE REFERENDUM A CONFRONTO
di Franco Astengo
 


Una delle tesi sostenute compilando questo lavoro è quella dell'importanza del voto al riguardo del referendum sul lavoro indetto dalla CGIL e svolto nel giugno 2025. Non si raggiunse il quorum ma il voto favorevole ai quesiti superò i 12 milioni di voti: non lontano quindi da quei 14 milioni di voti che hanno consentito di sconfiggere l'ennesimo attacco alla Costituzione. Un risultato accantonato frettolosamente come una sconfitta da dimenticare invece punto di raccolta di una aggregazione che ha funzionato da piattaforma per il risultato odierno. Come si vedrà le percentuali sul totale degli aventi diritto non risultano poi così tragicamente minoritarie. Abbiamo così provato a comparare il voto del No nel referendum costituzionale con il voto favorevole ai quesiti CGIL, regione per regione (percentuali sempre rigorosamente sul totale degli aventi diritto).
Le distanze percentuali minori tra il No 2026 e il voto favorevole ai quesiti CGIL 2025 si sono verificati in Piemonte e Lombardia rispettivamente con un meno 3,43% e un meno 3,76%: dimostrazione dell'esistenza di un problema operaio al Nord al di fuori da una più complessa "questione settentrionale". Appare evidente che in Piemonte e in Lombardia siano emersi settori (presumibilmente impegnati nell'industria) che hanno votato per i quesiti proposti dalla CGIL confermando soltanto parzialmente l'indicazione del sindacato nel referendum confermativo. Da notare ancora che il voto 2025 nelle due regioni ha avvicinato molto quello di Toscana ed Emilia tradizionali capofila delle cosiddette "regioni rosse" dove può essere permesso affermare che il voto segue in grandi dimensioni l'indicazione politica generale. In conclusione emergono alcune questioni di grande rilievo che dovrebbero impegnare da subito il fronte uscito vittorioso da questa contesa:
1) il considerare questo risultato del No nel referendum confermativo (considerata appieno la valenza politica) come punto d'appoggio fondamentale per la costruzione di una alleanza stabile e strutturata capace di proporre un'alternativa;
2) L'esistenza di un divario rilevante tra Centro Nord e Sud, accompagnato dell'acuirsi della diversità tra i centri urbani e le piccole città, gli entroterra, le periferie anche quale esito della crescita complessiva delle disuguaglianze;
3) La necessità di approntare una risposta alle problematiche giovanili. Il voto della generazione Z può essere stato originato, in questa occasione, da un moto per certi versi spontaneo di anelito democratico ma ha ora bisogno di consolidarsi attorno a una concreta capacità di proposta;
4) esiste una questione di "condizione materiale" (aggravata dalla crisi internazionale e dalle incertezze del governo prima di tutto intorno alla vicenda europea e della relazione con gli USA) che si riflette in particolare nelle aree più avanzate e suoi settori maggiormente coinvolti nella fase della post-globalizzazione e dell'innovazione tecnologica: il tema molto sentito dell'assenza di programmazione industriale ne fa parte appieno.

VOTO: CADONO LE PRIME TESTE




LA MARCIA DEI BRUCHI A MILANO
Ritrovo in Piazzale Lodi fermata MM3 Gialla - 
Ore 16





CONTRO TUTTE LE GUERRE 
Manifestazione Nazionale Sabato 28 marzo a Roma





Partenza alle ore 14 da Piazza della Repubblica, viale Luigi Einaudi, Piazza dei Cinquecento, Via Cavour, Piazza dell’Esquilino, Via Liberiana, Piazza di Santa Maria Maggiore, Via Merulana, Piazza di Porta San Giovanni. Arrivo dei pullman ad Anagnina (metro A).

  

OCCHIO ALLA SALUTE
Boicottare la spazzatura alimentare.





giovedì 26 marzo 2026

ANALISI SUL REFERENDUM   
di Franco Astengo


 
In tempi che rimangono comunque di forte disaffezione il tema costituzionale rimane comunque il "magnete" più importante per attirare all'impegno la parte democratica e progressista del nostro Paese. Accadde nel 2006, si ripeté nel 2016 e ancora 10 anni dopo, oggi, un ventennio segnato da tentativi di stravolgimento del nostro assetto democratico respinti dal voto popolare e dall'impegno unitario di forze politiche, sindacali, associative. Questo è il primo segnale da cogliere rispetto a questo risultato. Il tema della partecipazione al voto rimane comunque all'ordine del giorno. Sicuramente la quota di presenza ai seggi nell'occasione referendaria è risultata più alta del prevedibile e di quanto pronosticato dai sondaggi. Però alla fine tra territorio nazionale ed estero (c'è da modificare qualcosa nel voto all'estero rivedendo i criteri di ammissione al voto) la vittoria del No si colloca di poco al di sopra del 30% degli aventi diritto e questo rimane un preoccupante segnale di fragilità del sistema. Si è molto discussa la questione della spaccatura territoriale rispetto alla partecipazione al voto tra Centro-Nord e Sud. Da notare sotto questo punto di vista il riproporsi del tema centro/periferia, con il voto delle città favorevole al No e quello dei centri periferici favorevoli al anche nelle regioni del Nord dove il ha prevalso complessivamente (un punto che potrebbe anche far pensare di un voto per il "meno moderno" ma si tratta di un elemento che dovrebbe essere discusso più a fondo). In questo caso offriamo il dato riferito alle percentuali ottenute dai due schieramenti rispetto al totale degli aventi diritto. (totale nazionale 13.251.887 pari al 27,06% del totale degli aventi diritto); No (totale nazionale 14.461.573 pari al 31,47% sul totale degli aventi diritto).


 
Regioni dove il ha superato la media nazionale: Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia (le 31 regioni dove il ha prevalso) con Marche. Umbria, Abruzzo, Piemonte, Emilia Romagna, Lazio, Valle D'Aosta, Toscana regioni dove ha prevalso il No con alta partecipazione. Risulta evidente da questa analisi un forte disaffezione da parte di potenziali sostenitori del (votanti di partiti di governo) in regioni-chiave come la Sicilia e la Campania.


 

Il No rimane al di sotto della media nazionale nel Molise, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia, Calabria, Trentino Alto Adige, Sardegna, Abruzzo, Valle d'Aosta, Puglia, Lombardia Veneto fanalino di coda. L'analisi approfondita del voto per il No rapportato al totale degli iscritti conferma quindi una importante spalmatura su tutto il territorio nazionale: un elemento da considerare quindi con grande attenzione dal punto di vista della capacità di aggregazione sul momento e sulla ulteriore necessità di "solidificazione".
 

 

 

  

LETTERA A TRAVAGLIO
di Marco Vitale
 

Condivido la gioia per la netta vittoria del No alla Riforma costituzionale voluta dal governo Meloni. Mi congratulo con Te personalmente e con l’intera compagine del Fatto Quotidiano che tanto avete contribuito a questa vittoria, voce indipendente e quasi isolata nel contrastare le macroscopiche menzogne con le quali i capi della compagine del hanno cercato di ingannare gli italiani. Ma il sospiro di sollievo per lo scampato pericolo è stato presto attenuato dai primi commenti sull’esito del Referendum sentiti in televisione. Si sono tutti scatenati su questioni di minore importanza o, comunque, estranei al significato profondo del Referendum. Nella prima mezza giornata di commenti non ho sentito quasi nessuno commentare il significato più profondo del referendum, mentre è proprio su questi che bisogna richiamare l’attenzione e la riflessione. Tenterò di proporre, con alcune riflessioni, alcuni punti che mi sembrano fondamentali.
 
Perché gli italiani sono tornati a votare in buon numero?
Perché hanno capito che era una votazione importante, se non, a lungo termine, esistenziale, come quando si votò il referendum tra Monarchia o Repubblica. Perché hanno voluto comunicare, con il loro voto, che credono ancora fortemente nella nostra Costituzione, unico e saldo baluardo, contro svolazzi e bischerate varie, tipo, primariato a colpi di maggioranza e senza discussione in parlamento né confronto serio. Perché sono rimasti fedeli alla democrazia. Perché, al contrario di quello che credevano molti capi della compagine del e nonostante tutto l’impegno che ci hanno messo, la maggior parte degli italiani ha dimostrato di non avere gli anelli al naso.
 



Perché gli italiani non solo hanno votato in buon numero ma hanno votato No a questa riforma?
Perché hanno respinto un attacco grossolano e riempito di menzogne contro la magistratura in blocco, ed hanno sentito il dovere di proteggerla come pilastro indiscutibile della Costituzione e dello stile di diritto e hanno voluto esprimere il loro apprezzamento per ringraziare i tanti valorosi e coraggiosi magistrati, vivi e morti, che onorano la loro professione. Questo non vuol dire che tanti che hanno votato No pensino che non sia necessario fare riforme importanti e significative nella magistratura. Questo No vuol dire: vogliamo una magistratura più forte non più debole, più libera non più asservita, con più mezzi e non con meno mezzi, più rispettata dalla politica e non meno rispettata. E chiediamo che i Nordio e le Bartolozzi cambino mestiere. Propongo che da subito si incominci a studiare, elaborare e proporre proposte serie per correggere quello che va corretto nelle disfunzioni e debolezze della magistratura.
 
Perché i No hanno di gran lunga sorpassato il numero di voti che i partititi politici hanno ottenuto nelle più recenti elezioni politiche e amministrative?
Perché sono confluiti nel No anche molti voti che vengono impropriamente attribuiti ai partiti dell’opposizione. Sono voti per la Costituzione non voti contro la Meloni, ma contro la sua linea istituzionale che, passando per una loro legge elettorale con un premio di maggioranza esagerato, sarebbe sfociata nel primariato come scardinamento finale della Costituzione.  Oltre agli indirizzi di partiti, sindacati, associazioni e giornali (pochi e poco), si è formato un tessuto di reti spontanee e volontarie che si sono legate e quindi si sono scambiate idee, riflessioni, paure, speranze che hanno contribuito al livello e all’esito del voto. Ho partecipato ad alcune di queste reti e non ho mai sentito parlare, né ho io mai parlato, di un voto contro la Meloni. Si è parlato di Costituzione, di minacce istituzionali, di risveglio democratico, ma mai di governo, di primarie, di politica estera, di vicinanza a Trump e simili che sono i temi che ho sentito rimbombare nel primo pomeriggio del dopo referendum, soprattutto in giornalisti e altri professionisti della politica politicante.
 


Perché i sondaggi e i giornalisti, in grande maggioranza, sbagliano regolarmente le loro previsioni e le hanno sbagliate clamorosamente anche in questo referendum?

Basta ascoltare i loro commenti sul post referendum per dare una risposta a questa non difficile domanda. Si parlano solo tra di loro e non ascoltano mai cosa si dice nel Paese.

 
Perché, secondo le attribuzioni di voto, la grande maggioranza di chi vota Lega ha votato per il Sì?
Perché è una Lega che non ha più niente in comune con quello che fu la Lega di Bossi e che aveva sollevato molte speranze.


 
Perché nessuna persona responsabile ha, sino ad ora richiesto, le dimissioni di Meloni?
Perché le difficoltà che il Paese deve affrontare in questo terribile periodo, soprattutto sul piano economico, sono tali che solo degli irresponsabili possono chiedere le dimissioni del Governo. Il Paese, nell’interesse di tutta la collettività, ha bisogno che il Governo tenga botta e si prepari, come del resto devono fare le opposizioni, per il confronto politico a tempo debito sui programmi e sulla classe dirigente degli schieramenti che si confronteranno per il Governo. Certo sarebbe decente che il responsabile primo di questo referendum berlusconiano e cioè il Ministro Nordio e la sua capo di gabinetto dessero le dimissioni. Ma la decenza, così come il coraggio non si può né imparare né insegnare. Ma il governo deve reggere, anche se indebolito. Ciò non vuol dire che il significato di questo referendum non sia anche politico e che nel voto non abbia giocato un ruolo anche l’insoddisfazione per la politica economica ed estera del governo Meloni. Come si può pensare che una votazione di questo tipo non abbia un contenuto politico? Ce l’ha e grande. Ma insieme a tanti altri temi sui quali i cittadini dovranno esprimere un voto politico e di governo. Questo è stato un voto per la Costituzione. Certamente le analisi più approfondite del voto che ci forniranno gli esperti, permetteranno approfondimenti. Soprattutto quelli sulla distribuzione territoriale e sull’età dei votanti, saranno molto utili, purché non vengano annacquate con eccessivi tecnicismi e trascurando i temi fondamentali che ho cercato di delineare. Per ora questo voto, schiettamente italiano e non partitico e strettamente costituzionale come la natura del referendum richiedeva, ci dona un momento di sollievo e di speranza. Non sprechiamolo, una ennesima volta, con risse di parte e con tecnicismi di politica politicante, se non con analisi menzognere.
 

 

 

 

TRIESTE TESSE PER LA PACE




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