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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
giovedì 17 settembre 2026
LA BRECCIA DI PORTA PIA
Era l'alba del 20 settembre del 1870, quando l'artiglieria
dell'esercito italiano entrava in azione per aprire un varco nella cinta
muraria vaticana. Dopo 5 ore di cannoneggiamenti il muro cedeva nel tratto tra
Porta Pia e Porta Salaria. Alle 9.45 i bersaglieri della XII e XIV divisione
entravano in Roma. Era la fine della teocrazia vaticana. Roma diventava
capitale d’Italia. Roma era restituita all’Italia, e l’Italia all’Europa. Si
compiva un processo storico che a Roma aveva visto nascere il Comune di Arnaldo
da Brescia, la Repubblica di Cola di Rienzo. Successi insperati, ma che erano
stati possibili grazie a quel piccolo fiume carsico di artigiani e lavoratori,
di cui le strade di Roma conservano ancora memoria (Via dei Funari, Fornari,
Falegnami, Giubbonari ecc.). C'era un'altra Roma che si opponeva allo
strapotere della rendita: nobiliare e papalina. Una Roma resistente, che
avrebbe ripreso il filo rosso della storia con la nascita della Repubblica
giacobina nel 1798, e ancora nel Risorgimento con quella mazziniana del 1849.
Rivoluzioni di emancipazione, represse ogni volta, ma che lasciavano il segno
nella storia. Questa Roma del popolo il 20 settembre del 1870 salutava
gioiosamente l’ingresso dei bersaglieri nella città, intonava per le strade la
marcia di Garibaldi, sventolava la bandiera italiana da finestre e balconi,
indossava la coccarda tricolore... saliva sulla torre del Campidoglio per
liberarlo dagli zuavi papalini. Nel principio laicità, quella Breccia ha
segnato l’apertura alla cittadinanza democratica, che chiama ognuno alla
responsabilità dell’impegno etico-politico-sociale per un mondo di liberi ed
uguali. Un impegno oggi ancora più necessario di fronte a rigurgiti neofascisti
e fanatismi religiosi, mentre nostalgie di patriarcato in gerarchizzazione
sessista e sociale continuano a minare l’affermazione della pari dignità.
Quella dignità che la Costituzione della Repubblica italiana pone in
corrispondenza dell’uguaglianza, per il concretizzarsi della piena cittadinanza
democratica. Allora questa Breccia continui a essere il nostro faro di
liberazione da ogni sopraffazione e sopruso nel motto internazionale dei Liberi
Pensatori Né dogmi Né padroni.
AL CECAM DI MARCONIA
L’Utopia tra le nebbie della
memoria. Appunti di un naufragio
Un
piroscafo, l’attraversamento del mare di Alboràn, l’ultimo pezzo di
Mediterraneo arrivando a Gibilterra, una tempesta più o meno improvvisa, metà
della Royal Navy mal ancorata nella rada del porto del protettorato inglese,
una manovra azzardata del capitano John Mc Keague, la spinta improvvisa del mare
sull’ariete sottomarino di una corazzata inglese, lo squarcio a poppa. È così
che affonda Utopia, piroscafo della
Compagnia di navigazione inglese Anchor Line, la sera del 17 marzo 1891.
Trasportava emigranti delle regioni del Mezzogiorno a New York. Era iniziata la
grande emigrazione italiana verso il continente americano. L’utopia di un sogno
che si infrange tra i morosi a Gibilterra. Un lungo silenzio durato
centotrent’anni prima del riaccendersi dell’attenzione per una tragedia remota
che ha sepolto quasi seicento uomini, donne e bambini. La storia di questo
drammatico naufragio è riemersa da un’imponente mole documentale ricercata in
archivi di mezza Europa, arricchendo e sovvertendo la scarna narrazione
bibliografica sul tema.
Sabato 19 settembre 2026, alle
ore 18:30, nella sede dell’Associazione Culturale Ce.C.A.M., in Piazza Elettra,
a Marconia, sarà presentato il libro di
Gianni Palumbo pubblicato da Marotta&Cafiero
editoti). Dopo i saluti di Antonio De Sensi (Assessore alla Cultura Comune di
Pisticci) e Giovanni Di Lena (Presidente Associazione Culturale Ce.C.A.M.),
interverranno Michele Durante (già Direttore Archivio di Stato di Taranto) e l’autore.
mercoledì 16 settembre 2026
PERSONALISMO E
POPULISMO
di Franco Astengo
Gli inciampi del Pd e Movimento 5Stelle
Scusandomi
dell’insistenza torno ad analizzare la situazione politica italiana sul
versante del centro-sinistra così come può essere possibile leggerla al momento
della riapertura dei lavori parlamentari e in conclusione delle diverse “feste”
di partito e di giornale. L’intento di questo modesto intervento è
soltanto quello di rappresentare un punto di collegamento tra diversi soggetti
che possono impegnarsi per presentare una visione “diversa” da quella del
“campo largo” proponendosi, per quanto possibile, di rappresentarla anche a livello
elettorale all’interno di una coalizione di centro-sinistra che necessariamente
dovrà costituirsi come unitariamente “pluralista” (affrontando in questo mondo
la rappresentanza delle forze di sinistra poste su di un piano non
corrispondente alla possibile soluzione di governo e anche quella delle forze
centriste e/o civico-centriste).
Proprio ieri, 15 settembre, si è votato
al Senato la nuova legge elettorale che poi dovrà tornare alla Camera per la
ratifica conclusiva: si sta ancora discutendo sulla delicata questione del
numero delle firme necessarie per presentare una lista fuori da quelle già
inserite nei gruppi parlamentari di questa legislatura mentre sembrano
abbandonate (se mai si non portate avanti in passato) le battaglie sulle liste
bloccate e sull’indicazione della leadership di coalizione.
Insomma: ai profili di
incostituzionalità (pure presenti) dovrà pensarci la Corte e sarà necessario
impegnarci per provocare il suo pronunciamento in anticipo sulla data delle
elezioni.
Nel frattempo proprio il tema
della leadership della coalizione sta causando un dibattito che sta mettendo in
difficoltà il centro-sinistra e soprattutto causando smarrimento al nostro
elettorato.
Si sta evidenziando un impasto
tra personalismo e populismo di cui il presidente del M5S appare la sintesi
emblematica nel tentativo di recupero di una certa identità originaria del
movimento (che stando a notizie di stampa il fondatore starebbe per porre in
discussione anche sul piano elettorale) e l’ansia di ritornare a posizioni
perdute esprimendo una volontà di rivalsa che sicuramente non si addice a un
frangente delicato come quello che stiamo attraversando. Dal canto suo la
segretaria del PD pare intenzionata a impostare lo scontro su di un suo
personale duello all’arma bianca con la presidente del Consiglio uscente: un
confronto che alla fine si svolgerebbe del tutto sull’onda dell’immagine e non
certo sul piano di quella radicalizzazione dei contenuti e di necessario
radicamento sociale che pure la situazione, in particolare quella
internazionale, richiederebbe.
Qualche settimana fa si erano
levate voci ragionevoli indicanti i pericoli insiti nello scontro attraverso le
primarie e nel relativo personalismo.
Egualmente appare a scartamento
ridotto il necessario livello di contrasto verso l’operazione “Futuro
Nazionale”.
Invece servirebbe
una sinistra capace di preparare la competizione elettorale politica
definendola già una “contesa costituzionale” e non una semplice gara per
assegnarsi la governabilità. In questo senso mi permetto di ritenere che un
atteggiamento del genere rappresenterebbe la migliore esplicitazione di quel
“fronte antifascista” che dovrebbe essere rapidamente costruito almeno come
componente della coalizione. La destra di governo ha mutato il senso della futura
competizione, se si poteva pensare almeno fino al referendum sulla
magistratura, ad un confronto racchiuso nel perimetro costituzionale adesso ci
troviamo di fronte alla necessità di affermare – addirittura- la sopravvivenza
dello “Stato di diritto”.
Al riguardo dei temi
scabrosi dal punto di vista del programma (una stesura dettagliata non è
consigliata come dovrebbero insegnarci i maestri di tutte le sconfitte dalle
elezioni del 2006 in avanti) certamente servono alcuni punti distintivi comuni.
Mancano però fantasia e visione: parliamo di proposte politiche e non di
decreti-legge. Enuncio soltanto un caso, forse il più complicato: quello della
guerra in Europa. Anche in questa occasione dovrebbe aiutarci la lettura della
storia. Si tratta di combattere i nazionalismi e fornire garanzie alle
popolazioni Una soluzione proponibile potrebbe essere quella coreana, Pam Mun
Jon 38° parallelo. Tutto fermo con la baracca per le trattative costruita sulla
linea di confine (quasi come la zattera sul Niemen).
Concludo con le
parole del compianto Felice Besostri (intervento del 2013): Servono non solo
la legge elettorale ma anche le regole sui conflitti di interesse, sul voto di
scambio, sulle concentrazioni nei media (compresi i social n.d.r) e sul
finanziamento della politica.
In sostanza: il tema
costituzionale-istituzionale, della forma dell’agire politico non sarà
secondario quando dovremo affrontare l’arduo cimento delle urne (compreso il
ruolo dei partiti e il rapporto rappresentanza/governabilità già così sbilanciato
dal maggioritario e dalla riduzione del numero dei parlamentari).
RICCHI E INCOMPETENTI
di Arnaud Bertrand
Se vuoi davvero capire a che punto è il mondo e verso dove è
diretto, probabilmente non c’è nulla di più significativo dello studio PISA
dell’OCSE: un test globale somministrato ogni tre anni a ben 760.000
quindicenni in 91 paesi. Nessun altro rapporto al mondo, redatto da qualsiasi
istituzione, riesce a cogliere meglio se i paesi stiano costruendo o
dilapidando il proprio futuro. I risultati più recenti del PISA sono stati
pubblicati proprio ieri (oecd.org/en/publication) e sono davvero affascinanti, ma
per certi versi piuttosto deprimenti. Perché deprimenti? Perché, purtroppo, i
dati mostrano che il mondo sta diventando meno intelligente: dal 2012 circa i
punteggi in scienze, lettura e matematica sono in costante calo nei paesi OCSE.
Il punteggio relativo alla lettura è particolarmente preoccupante: è
letteralmente crollato, perdendo 28 punti dal 2015; secondo il rapporto, ciò
equivale a una perdita di quasi un anno e mezzo di istruzione scolastica. A
peggiorare le cose, l’abilità di lettura che ha subito il calo maggiore a
livello generale è proprio quella di cui abbiamo più disperatamente bisogno: la
capacità di valutare criticamente ciò che si legge, incrociare le fonti e
distinguere il segnale dal rumore. Purtroppo, in media, i quindicenni di tutto
il mondo sono sempre meno capaci di rallentare e riflettere davvero su ciò che
stanno leggendo. È interessante notare, tuttavia, che analizzando i dettagli
questo grande “impoverimento intellettuale” non è uniforme: si concentra
prevalentemente nei ricchi paesi occidentali, mentre molti paesi in via di
sviluppo stanno effettivamente diventando molto più competenti. Ad esempio,
paesi ricchi come Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia sono in caduta libera,
mentre nazioni come Cambogia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti stanno registrando
notevoli progressi. Va chiarito che ciò non significa che i paesi in via di
sviluppo siano ora “più intelligenti” di quelli ricchi: a parte una notevole
eccezione, non è ancora così. Tuttavia, stanno recuperando terreno rapidamente,
sia perché i paesi ricchi stanno diventando meno competenti, sia perché loro
stessi stanno migliorando. L’unica eccezione è, come prevedibile, la più “intelligente”
di tutte, e con un ampio margine: la Cina.
Gioca praticamente in un campionato a sé: basta guardare la classifica nella tabella (sono stati testati solo gli studenti di Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang: 4 regioni che contano 200 milioni di abitanti). I risultati della Cina in matematica sono davvero impressionanti: secondo il rapporto, il livello più alto – il livello 5, che segna l’inizio della fascia dei “migliori” (top performers) – parte da un punteggio di 607. Lo studente cinese “medio” ottiene 612 punti: i ragazzi cinesi “normali” si collocano a un livello considerato d’élite nel resto del mondo. Di fatto – e questo è probabilmente il dato più curioso dell’intero rapporto – se si osserva la colonna relativa alla “percentuale di studenti con scarse prestazioni in scienze, lettura e matematica”, la Cina si ferma all’1,8%. Ciò significa che solo l’1,8% degli studenti cinesi rientra nella categoria delle scarse prestazioni in tutte e tre le materie: una cifra quasi trascurabile, paragonabile a un errore di arrotondamento. Persino Singapore, seconda in classifica e generalmente considerata un modello di eccellenza nell’istruzione, si attesta al 6,8%: un dato quasi quattro volte peggiore. La Francia, il mio Paese, è al 21,3%: quasi dodici volte peggio. Tutto ciò, per inciso, sfata il mito comune secondo cui esisterebbero ragazzi geneticamente irrecuperabili e impossibili da istruire: la Cina dimostra che, con il sistema giusto, praticamente ogni studente può raggiungere un livello di competenza adeguato.
Cosa ci dice tutto questo sul mondo e sulla sua direzione?
Oltre al fatto che, se il futuro appartiene a chi sa pensare, la Cina è nella
posizione ideale per conquistarlo? Credo che il quadro generale sia questo: la
traiettoria di un Paese non è mai qualcosa di inevitabile. Quindici anni fa la
Finlandia era il fiore all’occhiello dell’istruzione mondiale; oggi è in caduta
libera (si veda l’ultimo grafico). La Cambogia occupava l’ultimo posto in tutte
le classifiche, mentre ora registra i miglioramenti più significativi mai
rilevati dallo studio. A cambiare non sono stati i ragazzi: si tratta sempre di
studenti finlandesi (la Finlandia ha uno dei tassi di immigrazione più bassi
dell’Occidente) e di studenti cambogiani. Inoltre, non conta molto – o
quantomeno conta meno – se un Paese sia ricco o meno. Per esempio, nel Sud-est
asiatico, sia la Malesia che l’Indonesia – le due maggiori economie dell’ASEAN
dopo Singapore – stanno ottenendo risultati molto scarsi; al contrario, la
Thailandia e il Vietnam, pur essendo più poveri, vantano studenti con una
preparazione migliore e punteggi in costante miglioramento. Ecco dunque la
conclusione fondamentale: i ragazzi non cambiano, possiedono tutti un potenziale
– sempre – come dimostrato dal caso della Cina (con quel dato dell’1,8%). Ciò
che cambia è il modo in cui gli adulti decidono di valorizzare quel potenziale.
È una constatazione che infonde speranza – poiché significa che qualsiasi Paese
può scegliere di invertire la rotta in qualsiasi momento – ma che al contempo
rattrista, visti i risultati: significa infatti che molti Paesi stanno
scegliendo di deludere le aspettative dei propri giovani.
martedì 15 settembre 2026
IPERPOLITICA
di Franco Astengo
L’attualità
sembra improvvisamente dominata dalla necessità di “regolamentare” e
“fronteggiare” l’ipotesi distruttiva introdotta dall’esasperazione
dell’innovazione tecnologica. Questo fatto potrà avvenire soltanto per mano
pubblica? Si potrà così rappresentare la nuova frontiera della funzione dello
Stato? Quale tipo di democrazia si dovrà costruire per attuare questo compito
che, almeno per alcuni, dovrebbe segnare per l’umanità la possibilità stessa di
continuare ad esistere?
Così dopo interi decenni di crollo delle ideologie, crisi dei
partiti e «morte della politica», ecco che finalmente la politica è tornata. O
almeno così sembra: in effetti, mai come oggi la società sembra spaccarsi in
due su tutte le questioni di attualità, dai vaccini alla guerra in Ucraina,
dall’Unione Europea a Gaza e si profila addirittura una nuova segmentazione del
potere a livello mondiale con l’Oriente unito al Sud (con una prevalenza di
governi autocratici ) versus l’area Nord-Occidentale (anche qui con i sistema
politici pericolosamente inclinati verso il “metodo” illiberale).
Le organizzazioni politiche sono sempre più deboli, i sindacati
inesistenti, i partiti evaporati, e la percentuale dei votanti sembrerebbe
calare salvo il “richiamo della foresta” del riconoscimento identitario come è
avvenuto in Sassonia. Dalla post-politica siamo insomma passati
all’iperpolitica: un fenomeno, grandemente alimentato dai continui litigi
online, in cui a dominare sono moralismo dilagante, apparenza senza sostanza e
incapacità di immaginare dimensioni di lotta collettiva. Questa è la tesi dello
storico Anton Jäger che nel suo Iperpolitica, politicizzazione senza
politica tenta di fornire una chiave per capire un presente in cui il
dibattito su qualsiasi istanza riguardante la società, la cultura o l’economia
si esaurisce perlopiù in controversie buone per le piattaforme social, senza
che a tanta animosità corrisponda alcun effetto sui processi decisionali. Un
segnale della crisi delle democrazie liberali e dello scivolamento delle
relative forme di governo verso la semplificazione autoritaria? Dunque la crisi
delle democrazie liberali.

Anton Jager
La crisi della democrazia liberale, nell’epoca dei sovranismi e
dei populismi, è stata ben riassunta in un’intervista rilasciata tempo addietro
dall’autocrate russo Putin al “Financial Times” nella quale, l’ex-agente del
KGB, ne dichiarava la fine a favore delle cosiddette (semplifichiamo per
economia del discorso) “democrazie illiberali” del tipo di quella praticata (e apparentemente
sconfitta) in Ungheria e ipotizzata in Italia attraverso l’ipotesi del
premierato eletto dal popolo, poi accantonato e oggi ripreso con la formula dell’indicazione
della leadership delle coalizioni (tutto questo figlio del maggioritario
coartante una complessità politico-sociale e dell’idea che la sera dei
risultati elettorali si dovrebbe sapere chi governerà nei prossimi 5 anni).
Un interrogativo pesante quello della “qualità” costituzionale
della forma di stato e di governo che si proprio alla vigilia di un
“horribilis” anno elettorale che riguarderà i paesi-chiave in Europa.

Commenta il politologo Yascha Mounk autore di Il popolo vs. la
democrazia (Feltrinelli) “Il
liberalismo inteso come libertà dell’individuo e di scegliere come essere governato
va difeso a oltranza. C’è invece una battaglia da fare contro il falso
capitalismo mascherato da liberalismo economico che produce ineguaglianza e
ingiustizia”.
Sembra quasi di rintracciare, nella replica di Mounk, accenni
nell’idea di passaggio dalla “democrazia repubblicana” (dalla Costituzione
intesa come punto di non ritorno all’antico stato amministrativo liberale) alla
“democrazia progressiva” che fu al centro della proposta della sinistra
italiana negli anni difficili del consolidamento democratico post- fascismo.
Esporre le cose in questo modo però finirebbe con il rischiare un
eccesso di semplificazione e allora si rende necessario andare meglio nel
merito rispetto a ciò che è accaduto nel determinare questa vera e propria
crisi della democrazia occidentale.
![]() |
| Yascha Mounk |
Questa era la terza fase della democrazia: la prima fase era
quella della democrazia dei partiti, capaci di ottenere un consenso di massa
intorno alla propria ideologia; la seconda fase è stata quella della
“democrazia del pubblico” con i leader che prevalgono sui partiti e il rapporto
di fiducia personale tra il Capo e il pubblico della Tivù generalista scalza le
ideologie. La terza fase è quella (definizione di Ilvo Diamanti) “ibrida”
realizzata attraverso l’ingresso sulla scena di Internet che ha finito con il
miscelare democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La semplificazione
“tranchant” imposta dall’uso di Internet nel dibattito politico ha poi fatto
prevalere la semplicità delle “impressioni diritte” fra le quali la logica della
paura, quella che determina nazionalismo e razzismo, ha finito con l’assumere
una dimensione addirittura egemonica aprendo la porta alla fase definibile
della “democrazia recitativa” rivolta a una società prevalentemente percorsa
dall’individualismo competitivo. In base all’analisi di questi cambiamenti può
prefigurarsi una deformazione della democrazia, nel senso di uno smarrimento
dei tratti identitari, pur conservando intatte le forme della democrazia
novecentesca configuratesi attraverso il rito elettorale. Il risultato è quello
di uno svuotamento di senso progressivo e di depotenziamento.
Si aprirebbero (anzi si sono già aperti) varchi per avventure
autoritarie ben interpretate da Trump e Netanyahu, e per lo strapotere delle
lobbie in quadro di tecnocrazia dominante. Si verificherebbe, in sostanza,
l’affermarsi di tre negative condizioni: quella tecnocratica, quella populista,
quella plebiscitaria, riducendo la cittadinanza ad audience passiva del capo
carismatico. Si otterrebbe così il risultato di una sorta di riunificazione tra
rappresentanza e governabilità in una sorta di “simbiosi” del potere con
l’estinzione dei corpi intermedi tra la società e la politica.

Netanyahu, Trump, Putin
Da dove partire, allora, per modificare questo tipo di pericolosa
prospettiva?
Non si deve avere timore, a questo proposito, di rialzare anche
qualche bandiera lasciata cadere nel fango dalla borghesia, purché si abbia
saldo l’orizzonte che abbiamo davanti: in questo senso dovrà verificarsi
anche il recupero di un’ideologia prefigurante una visione del mondo che si contrapponga
all’ideologia dominante dell’individualismo, del corporativismo, del
governo separato completamente dalle istanza sociali. Agire in questo modo
all’interno della società attuale potrebbe apparire uno sforzo inutile,
circondati come siamo da un dominante “pensiero unico”.
Da questi punti di principio risaltano poi gli elementi concreti
di contrasto alla deriva in atto; il rifiuto della personalizzazione esasperata
partendo da una capacità complessiva di governo nell’insieme del delicato
sistema dei media; la difesa della centralità dei Parlamenti; la fondatezza di
un pluralismo politico basato sulla capacità di lettura e d’interpretazione
della complessità delle fratture sociali contrastando la deriva hobbesiana verso
“l’autonomia del politico”. Purtroppo in questo principio di terzo millennio
anche le donne e gli uomini con uno spiccato senso civico stanno agendo
individualmente allontanandosi dai partiti, dai sindacati, dalle organizzazioni
politiche perfino dalle Chiese. Questo fenomeno ha segnato gli ultimi vent’anni,
incidendo più a sinistra che a destra. Le rivolte dell’antipolitica innescata
dalla crisi dei subprime del 2007, da “Occupy Wall Street” alle primavere arabe
del Nordafrica e in Medioriente, fino alle marce per il cambiamento climatico,
hanno scosso il sistema come del resto è avvenuto anche in Italia dopo una
vorticosa fase segnata dalla volatilità elettorale e dalla crescita
dell’astensionismo causato dalle delusioni inferte dal populismo (uno vale uno,
democrazia diretta, pieni poteri).

![]() |
| Niklas Luhmann |
L’esito complessivo di questa fase è che tutto questo “mouvement” non ha cambiato in profondità il sistema, anzi lo ha isolato in una sorta di “distacco sociale” di cui soffrono in evidenza le forze progressiste mentre il pendolo si sta spostando, come abbiamo già avuto modo di analizzare, verso una politica fondata su due teoremi fondamentali: “la riduzione nel rapporto politica/ società” di origine luhmanniana e l’esaltazione del concetto “amico-nemico” elaborato da Carl Schimtt. Così si sta verificando la “reductio ad unum” delle grandi contraddizioni: da quella “principale” di natura marxiana a quelle post-materialiste ecologica, digitale, di genere tutte comprese e schiacciate dentro la logica del “dominio tecnocratico”.
LA CUCINA È ARTE
di Angelo Gaccione
[A Mirella per il suo compleanno]
La cucina è arte e come tale dovremmo considerarla. Soffermiamoci intanto sulla parola
arte che ha bisogno di essere chiarita. Il termine deriva dal latino ars
e indica abilità, perizia tecnica. È un concetto non molto lontano dal
significato che vi attribuisce la parola greca téchne. In effetti, per
poter realizzare qualcosa, qualsiasi cosa, dobbiamo avere una buona manualità,
la tecnica, che si acquisisce nel corso del tempo e con un continuo e rigoroso
esercizio. Ovviamente, è necessario seguire delle regole consolidate e delle
procedure da cui non si può derogare; così com’è altrettanto necessario
diventare padroni degli strumenti di cui ci si deve servire. Ma che cos’è sul
piano della realizzazione pratica l’arte? Potremmo dire che è il prodotto
finito, il risultato del perfetto impiego degli elementi che abbiamo appena considerato.
Non dovremmo mai dimenticare l’aspetto artigianale della creatività, né
trascurare, come scrive Cédric Perrin su “Diacronie. Studi di Storia
Contemporanea”, che il termine “Artigiano designa letteralmente
l’uomo dell’arte, colui che padroneggia le tecniche del proprio mestiere”. All’abilità,
perché la perfezione diventi arte, si devono accompagnare l’intuito e
l’immaginazione. Ricordiamoci che per molte realizzazioni non esiste un disegno
aprioristico e che sono l’intuito e l’immaginazione a dar corpo e forma, man
mano che si procede, a ciò che ne risulterà. Nel campo della scrittura, per
esempio, l’autore può fissare uno schema di massima da seguire, ma non ha in
mente tutta l’opera; l’esito, quello che ne risulterà, può rivelarsi
completamente diverso dai postulati di partenza. E per la cucina? All’incirca
un decennio fa, o poco più, ho vergato questa definizione apparentando la sua
creatività e quella della pasticceria: “La cucina, come la pasticceria, è
un’arte raffinata che implica molte conoscenze e abilità; è quasi un
procedimento alchemico: crea dal nulla ciò che non c’è”. Tutti hanno a
disposizione gli stessi ingredienti, ma non tutti sanno tirarne fuori una
pietanza perfetta. Come chi scrive: tutti hanno a disposizione l’intero
alfabeto, ma pochi sanno farlo diventare arte, materia viva.
lunedì 14 settembre 2026
PROVE DI GUERRA ATOMICA
di
Lodovica San Guedoro

Lodovica San Guedoro
Anche in
Germania come in Polonia fanno le prove.
Monaco di Baviera. Organetti di Barberia e altri
suoni meno grati.
![]() |
| Lodovica San Guedoro |
Stamattina le dolci e
svagate melodie di un organetto di Barberia, come ne I ragazzi della
via Paal! L’ho visto attraversare la Volkartstrasse, sulla cassa dondolava uno
sgargiante pappagallo! Mi sono avvicinata, incuriosita: era di pezza. E accanto
aveva un bel sacchetto profondo di velluto per le monete… Sul davanti della cassa, mentre il suonatore
riprendeva a girare la manovella, ho letto: Bacigalupo Berlin. Abbiamo
insegnato la musica a tutta l’Europa! E adesso? Prego, non divaghiamo. Tornata
a casa, l’organetto ha continuato a cullarmi e con me tutto il quartiere. Mai
gli altri anni si era attardato tanto. Pensate che sta suonando anche adesso,
adesso che dovrei in verità scrivere di un altro tipo di melodia: quella che si
è fatta sentire giovedì 10 settembre mentre mi lavavo la faccia. Sembra, questo
organetto, venuto quasi per esorcizzare il mio spavento di tre giorni fa…
Il suono era inusitato:
una vibrazione sorda e bassa che si prolungava in modo inquietante… Sulle prime
ho pensato alla suoneria di un qualche nuovo dispositivo installato da quello
del quarto piano. Ma allora perché non la disattivava, visto che era in casa, a
giudicare dai suoi inconfondibili colpi di tallone, eredità di un glorioso
passato? Li udivo immediatamente sotto di me. Doveva essere andato in bagno,
dove si trovava il dispositivo… Trasalendo per un successivo dubbio interiore,
mi sono diretta verso la stanza grande. E non era certo il pianoforte ad
emettere l’allarmante suono, come avrebbe potuto, se ci fossimo trovati in un
racconto di Hoffmann, bensì quell’oggetto che si agitava convulsamente sulla
tastiera: lo smartphone! Lo schermetto era persino illuminato da una luce
rossastra! Afferratolo, ho letto con la vista annebbiata: Bundesweiter
Warntag! Test di allarme nucleare! ho perciò pensato subito, come le altre
volte. E, come le altre volte, mi sono sentita atterrita, minacciata, sconvolta,
anche se l’esplosione atomica non era ancora avvenuta, non era ancora un fatto corporeo
e tangibile, ma solo un’ipotesi, per così dire, di lavoro. Maledetti, come vi
permettete di distruggermi così i nervi, di sconvolgere ancora la mia anima già
martoriata e sconvolta dal dolore per la perdita di mio marito, ho gridato
dentro di me con tutto il furore, preparate spudoratamente la guerra e vorreste
anche apparire previdenti governanti che hanno a cuore la sicurezza della
popolazione! Da quando mio marito è morto non parlo quasi più ad alta voce, ma
talvolta grido senza potermi controllare.
Che l’Intelligenza Artificiale, da me interrogata in proposito, mi abbia
successivamente tranquillizzata, non mi ha tranquillizzata affatto. Non le
credo. Del resto non credo a nessuno. Non credo che questa allerta generale in
Germania non si riferisca alla guerra. Il sistema di allarme via smartphone non
è nato per la guerra ma per i disastri naturali (alluvioni, tempeste o ondate
di calore estremo), gli incidenti civili (incendi in grandi stabilimenti
chimici con emissione di fumi tossici), i guasti infrastrutturali (blackout
elettrici prolungati o contaminazione dell’acqua potabile), sosteneva la
suddetta Intelligenza. Mi voleva persino spiegare come si differenziano i suoni
delle sirene, come si distingue cioè quello di prova da quello di pericolo reale!
Se fossi stata masochista, l’avrei devotamente pregata di farlo… Ieri intanto
una conoscente anziana, ma sveglia, incontrata per la strada, dopo essere
smontata dalla bicicletta, mi ha detto pressappoco che lo scoppio della guerra
è previsto per il ’29 e che dove abita lei i ricchi si stanno vendendo le ville
per espatriare e che lei prega l’Universo che scongiuri la guerra. Capirai, con
quello che gliene importa all’Universo di noi! Io mi sento immersa più che mai nelle
dicerie; come ho scritto sopra, non credo a nessuno; non mi fido di nessuno. So
solo che niente e nessuno può scongiurare le insensatezze. La mente umana è
troppo lunatica, imponderabile, labile, e troppo precari sono i suoi possessi. Le
sue passioni sono invece incontrollabili. Schopenhauer non diceva che le donne
sono brutte perché hanno i fianchi larghi e le gambe corte? Se anche un grande
filosofo, una mente universale, è capace di ragionare in modo così ridicolmente
fazioso, capriccioso e inattendibile, figuriamoci miliardi di sciocchini senza
arte né parte!
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