UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 20 febbraio 2026

EGO
di James Hansen



Secondo quanto riferito dall’ Agenzia Reuters e da numerose testate della stampa americana, il Presidente Donald Trump avrebbe esplicitamente posto come ‘prezzo’ del suo assenso ad un grosso finanziamento federale finalizzata alla costruzione di una nuova galleria sotto il fiume Hudson per raggiungere la città di New York, una sola, bizzarra, condizione. Pretende che i nomi di due dei più importanti nodi dei trasporti americani - la Penn Station di New York e il Dulles Airport di Washington D.C. - vengano cambiati per onorare lui, che diventino dunque ‘Trump Station’ e ‘Trump International Airport’…
Il Presidente, alla richiesta di confermare o negare la sua insolita pretesa, ha risposto invece che “Sono due questioni diverse” - presumibilmente perché New York e Washington sono due città diverse - e poi ha cambiato argomento. Ad ogni modo, i due nodi in questione hanno proprietari diversi. L’aeroporto di Washington Dulles è controllato direttamente dal governo federale, mentre Penn Station - un’importante centrale ferroviaria - è dell’ente semi-pubblica Amtrak. Non è detto però che le due amministrazioni vedano la questione alla stessa maniera. La reazione pubblica alla proposta del Presidente è stata marcatamente sotto tono, del tipo “Boh, è una delle sue…”. Donald Trump non è mai stato un ‘modesto’. Era stato eletto alla Presidenza con un certo entusiasmo, forse nella speranza che, nella sua eccentricità, avrebbe portato un po’ di ‘aria fresca’ a Washington. L’aria è effettivamente cambiata, ma in peggio, e lui è ormai decisamente impopolare. Sondaggi recenti riferiscono che il 36% della popolazione USA approva il suo operato, mentre il 62% “disapprova”. A seguire la tendenza, il dato pare destinato a peggiorare. Intanto, cresce la preoccupazione per cos’altro Trump possa combinare nei circa tre anni che rimangono alla sua Presidenza. Al momento, e solo per fare un esempio, il Presidente americano esprime grande entusiasmo per il progetto di fare del Canada - ad ora una nazione indipendente, seppure vagamente legato alla Corona britannica - il cinquantunesimo degli attuali cinquanta stati degli Stati Uniti; questo che lo voglia o meno gli abitanti. Il  Governo canadese non è tanto convinto che scherzi, e dalla capitale, Ottawa, fanno sapere di star facendo i preparativi per la difesa militare del confine da un’eventuale invasione americana. Il perché di queste iniziative del Presidente - di cui non si sente il bisogno - non è perfettamente chiaro. Si direbbe che Donald Trump, che non potrà più - per legge - fare un’altra volta il Presidente degli Stati Uniti, starebbe invece facendo di tutto per entrare nel libri di storia. Chissà cos’avranno da dire.  

ALLA BIBLIOTECA “VIGENTINA”
Corso di Porta Vigentina n. 15 (Milano) ore 18 fermata Crocetta MM3 







Incontri con gli Autori

La forma e l’aspetto anno XVI

Incontri a parola. A cura di Cesare Vergati



L’autore dà forma a quel che vediamo e percepiamo, mostrando il mondo in modo che sembri vicino alle nostre esperienze e pensieri. È così che larte diventa un modo singolare di esprimersi e comunicare. 

ALLA BIBLIOTECA “G. GIUSTI”
Monsummano Terme (Pistoia)





giovedì 19 febbraio 2026

COMANDO, POTERE, GOVERNO
di Franco Astengo



Una campagna referendaria ancora sottodimensionata.   
 
Mi scuso per la ripetitività degli interventi ma l'evidente sottovalutazione del valore dell'esito referendario del 22/23 marzo anche da parte dei sostenitori del "NO" induce e quasi obbliga a cercare di contribuire a sviluppare un'analisi adeguata alla qualità dello scontro. Non è stata fin qui colta l'acutezza della contraddizione tra comando, potere e governo che va ben oltre la stessa affermazione dell'essenza della nostra Costituzione Repubblicana pur messa in pericolo da una eventuale affermazione del "Sì".
Lo stesso intervento svolto ieri dal Presidente della Repubblica in sede CSM è apparso "fuori dalla storia" appartenente a un'epoca diversa da quella attuale.
Un'epoca nella quale si sta sviluppando da parte della destra legata a teorie di origine messianico- esoterica come quella MAGA una vera e propria"torsione" nell'insieme degli equilibri sociali e politici: una torsione alimentata prima di tutto da un forte spinta al ritorno al nazionalismo che porta con sé tutte le sue storiche pulsioni negative (razzismo incluso). Pulsioni che trovano ancora più spazio in un quadro internazionale contrassegnato da una logica dei "blocchi" neppure segnata da una diversità tra sistemi politici ma in lotta fra loro partendo da una comune visione autocratica di negazione della divisione dei poteri di classica derivazione liberale. La campagna referendaria deve necessariamente oltrepassare la tecnicalità del contendere (pur di alto valore etico/giuridico) e porsi di fronte agli interrogativi di fondo: prima fra tutti quello riguardante una società fondata sulla competizione individualistica e quindi segnata da un egoismo che diventa localista, nazionalista, sovranista, facilmente populista. Si tratta di principiare da una domanda: "È questa espressa dalla destra MAGA cui fa riferimento la destra italiana l'idea del potere che sorge da una società che ha l'individualismo competitivo come forma dominante?" e ancora com'è cambiata l'ideologia che riferiva a un vivere come quello del '900 fondato sulla "fatica dell'appartenenza"?
Una risposta efficace a queste domande è del tutto interna alla prospettiva aperta dallo stesso confronto referendario (pur trattandosi di un singolo episodio che avviene in un Paese della "periferia dell'Impero"). In gioco non c'è soltanto un fatto episodico.


Per rispondere efficacemente occorre ritornare alla sostanza delle cose che riguardano l’umana coesistenza, quando questa assume l’aspetto consapevole di un’identità collettiva. Una identità collettiva che deve essere considerata tanto dal punto di vista del Potere, quando dal punto di vista del Conflitto.
In questo suo duplice aspetto di Potere e di Conflitto la politica è pensabile come un’Essenza, rintracciabile attraverso la risoluzione di alcune questioni:
1) Qual è l’origine della collettività e quali i suoi fondamenti di legittimità?
2) Quale rapporto c’è tra l’energia originaria delle forme politiche e le loro realtà istituzionali?
3) Quali sono i soggetti dell’azione del potere politico, cioè chi agisce, chi comanda che cosa a chi?
4) E questo comando come avviene, con quali limiti, a quali fini?
5) Quali sono i confini dell’ordine politico, come e da chi sono individuati, chi includono e chi escludono?
Le concrete risposte a queste domande possono arrivare soltanto attraverso una riflessione sulle forme storiche della politica e sono determinate dalle modalità con cui le categorie che abbiamo fin qui indicato, conflitto, ordine, potere, forma, legittimità, sono di volta, in volta organizzate praticamente e pensate teoricamente.
La difesa dell'ordine costituzionale stabilito dall'Assemblea Costituente tra il 1946 e il 1948 rimane ancora il punto di saldatura più efficace, almeno per quello che riguarda l'Italia, di questo contesto: ed è proprio il punto che si intende travolgere. Per questo fondamentale motivo vale davvero la pena di sviluppare un'adeguata campagna referendaria a favore del ‘No’, che mi permetto di insistere finora si è svolta su contenuti e toni non adeguati alla qualità dello scontro (come invece sta dimostrando l'avversario anche quando attacca in maniera sconsiderata sentenze penali giudicate sfavorevoli).

ANCORA SUL REFERENDUM
di Luigi Mazzella
 


Voterò Sì anche se la riforma Nordio non rappresenta per me l’optimum sotto il profilo della riconduzione della responsabilità politica dei pubblici Ministeri sotto la sovranità popolare del Parlamento. E ciò perché ritengo “concettualmente” molto importante che chi giudica sia considerato l’unica figura istituzionale appartenente alla giurisdizione e si elimini l’innaturale avvicinamento, disposto dall’autoritarismo fascista, di funzioni che sono abissalmente distanti (l’una è volta a decidere la controversia, l’altra a chiedere che la vertenza sia decisa in un modo o nel suo contrario). Chi decide è l’unico e vero giudice: l’altro è un semplice avvocato dell’accusa, un istante, come l’avvocato del privato cittadino. In altri termini, è un avvocato dello Stato che esercita il suo ruolo nel campo penale e non in quello civile e amministrativo proprio degli avvocati dello Stato inquadrati nell’Avvocatura dello Stato, organo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Avere distinto concettualmente i due ruoli è certamente un merito della riforma Nordio. 
Non lo è, con altrettale certezza, quello di avere mantenuto in piedi un CSM per i pubblici Ministeri che invece andavano semplicemente ricondotti nell’alveo previsto in tutte le democrazie, il Ministero della Giustizia. 
E ciò perché democraticamente l’autorità politica dell’Esecutivo rispondesse davanti al Parlamento, organo rappresentativo eletto dal demos, dei comportamenti politicamente aberranti dei suoi impiegati.
Paolo Cirino Pomicino ha ragione di temere che un CSM per i pubblici Ministeri ne rafforzerà la tracotanza e aberranza politica, ma non sono d’accordo con la sua idea di gettare con l’acqua sporca (CSM) anche il bambino (separazione delle carriere). Certamente il neo fascismo presente nel DNA di alcuni dei nostri governanti ha condotto a riesumare un altro residuo del Regime: quello della Corporazione. E con altrettanta sicurezza può dirsi che un CSM per i P.M., quale che sia la sua composizione rafforza l’idea e la forza corporativa della categoria. Per liberarci, però, di ogni forma, palese o nascosta di “autocrazia” dovremmo augurarci un Paese privo di condizionamenti religiosi o ideologici improntati all’assolutismo e ciò non è neppure immaginabile. Lo stesso democristiano Cirino Pomicino ha nel suo DNA politico l’assolutismo cattolico che gli ha impedito di vedere, per ottanta anni, l’autocrazia dei pubblici Ministeri dal processo Montesi a quello di Tangentopoli e Mani Pulite.

    

CARRIERE SEPARATE



 
Intanto separare le carriere
o, più esattamente, le funzioni
vieta di aggiungere un sapere
a quello delle altre cognizioni.
 
Giudica meglio chi ha più sapienza,
sia per avere fatto l'avvocato
o aver di Piemme l'esperienza
o per esser stato processato.
 
Questa riforma costituzionale
non è che l'ennesima indecenza
d'una legislazione puntuale,
tesa a favorir la delinquenza,
 
come il safari al magistrato
quale mai se n'ebbero confronti,
sotto ogni aspetto perpetrato
e senza più i giudici dei conti,
 
avendoli svuotati d'un volere,
subordinati ad un Procuratore
soggetto al politico potere,
fatti fuori così senza clamore.
 
Avverando il sogno d'Al Capone
che nessuno sia mai più arrestato,
ciò dall'assassino al mascalzone,
se non di cinque giorni preavvisato.
 
La perquisizione poi è vietata,
senza una previa informativa,
per dar alla persona sospettata
tempo di far sparir la refurtiva.
 
Se invece l'intenzione fosse sana
si triplicherebbe il personale
per avere giustizia in settimana.
Li si priva però dell'essenziale.
 
È il dicastero meno finanziato.
Ma allorché si fan quet'intraprese,
per far del controllor il controllato.
certamente non si bada a spese.

AL CECAM DI MARCONIA



Sabato 21 Febbraio 2026, alle ore 18:30, nella sede dell’Associazione Culturale Ce.C.A.M., in Piazza Elettra, a Marconia, sarà presentato il libro Un conflitto infinito di Cosimo Rodia. Dopo i saluti di Antonio De Sensi (Assessore alla cultura del Comune di Pisticci) Giovanni Di Lena (Presidente del Ce.C.A.M.) dialogherà con l’Autore.

Conflitto infinito racconta la storia della Palestina dalla dominazione turca ai nostri giorni, attraversando la nascita del nazionalismo arabo, l’insediamento sionista, la nascita della Stato di Israele, il mancato riconoscimento degli arabi palestinesi, le varie guerre, i tentativi di pace, le Risoluzioni delle Nazioni Unite, il terrorismo, il militarismo degli ortodossi israeliani, per giungere all’impasse odierna in cui la distruzione è diventata feroce e umanamente intollerabile. La narrazione cristallizza fatti, recuperati da studiosi di diversa estrazione, senza esprimere giudizi, demandati eventualmente ai lettori. L’unico parere personale espresso dall’autore è quello che la pace rimarrà una chimera se non si risolvono: i problemi dei campi profughi e di un popolo apolide; dei villaggi distrutti; della segregazione degli ebrei palestinesi; del mancato riconoscimento reciproco del diritto ad avere una Patria.

mercoledì 18 febbraio 2026

CAMERA DEI DEPUTATI   
di Franco Astengo


 
Modifica al Regolamento
 
Riprendo la notizia da un articolo di Kaspar Hauser pubblicato dal 'il Manifesto': "Oggi la Camera dei Deputati approverà un'ampia e profonda modifica al proprio Regolamento che, dalla prossima legislatura dovrebbe ridare a questo ramo del Parlamento un ruolo più incisivo rispetto alla funzione di controllo del Governo".
Non entriamo nel merito delle diverse tecnicalità presenti nel testo di riforma limitandoci ad osservare che, assieme a norme sul "cambio di casacca" che comunque lasciano integro l'articolo 67 della Costituzione sull'assenza del vincolo di mandato, contiene norme riguardanti la decretazione d'urgenza cercando di regolare, a questo proposito, il complesso di relazione tra proposta del Governo e capacità d'intervento dell'Aula fornendo anche, come fa opportunamente notare l'articolista una carta in più al Presidente della Repubblica nella sua opera di "moral suasion" quando vuole convincere l'esecutivo a non procedere a suon di decreto. Sullo sfondo di tutto questo rimane però il tema della legge elettorale (nel suo insieme, come vedremo, non soltanto della formula che tradurrà i voti in seggi: elemento che nell'attuale formula ha prodotto fenomeni di rilevantissima distorsione: ad esempio il centro destra con il 42,3% dei voti si è aggiudicato l'83,5% dei collegi uninominali nell'occasione delle elezioni 2022). Sono due i temi in discussione:
a) la rappresentatività politica nella formazione dell'Aula;
b) il rapporto tra dominio della maggioranza e concorso plurale alla governance.
A proposito della formula elettorale sarebbe importante anche valutare l'insieme della legislazione in materia: ad esempio nel merito del numero e della dislocazione delle sezioni elettorali, della composizione dei seggi, degli orari di votazione (senza pensare alle formule elettorali per Comuni e Regioni e al voto popolare per le province: temi che meriterebbero comunque particolare attenzione). Non dovrebbe sfuggire all'attenzione di tutti il punto riguardante l'astensionismo: ormai siamo a livelli tali che non consentono la sottovalutazione del tema come avvenne negli anni'90 anche da parte di importanti politologi che semplificarono parlando di "fenomeno fisiologico di allineamento delle democrazie occidentali mature". Deve essere ancora fatto notare come il fenomeno dell'astensionismo sia ben collegato a quello della volatilità elettorale (fenomeno che ci porta direttamente al tema della natura e del ruolo dei partiti): gli episodi di volatilità elettorale che si sono registrati nel sistema politico italiano da oltre quindici anni a questa parte hanno - ad esempio - costantemente fatto registrare una perdita di voti in cifra assoluta verso il partito, via via di maggioranza relativa e di parallelo incremento della quota astensionista (un solo esempio: nelle elezioni del 2018 il M5S ebbe la maggioranza relativa con circa 10 milioni di voti; nel 2022 la maggioranza relativa è toccata a FdI con 7 milioni di voti circa mentre il M5S ha perso 6 milioni di voti e la non partecipazione è salita di 4 milioni di unità).



La presenza delle forze politiche appare ovviamente fondamentale dal punto di vista dell'impianto complessivo dell'operazione di ostacolo al tentativo della destra di fuoriuscire dal quadro costituzionale (cui l'attuale destra di governo non ha mai appartenuto in nessuna delle sue componenti): sarebbe difficile proclamare una riaffermazione della tanto bistrattata centralità del Parlamento senza i partiti e non avanzando una proposta di formula elettorale di tipo sostanzialmente proporzionale con il mantenimento dell'espressione del voto di fiducia al governo da parte delle due Camere. La modifica del Regolamento dovrebbe quindi essere accompagnata da una legge elettorale comprendente tutti gli elementi organizzativi e non soltanto quello della formula elettorale che sia coerente in modo da consentire effettivamente una funzione di controllo non limitata alla semplice ratifica. Ricordiamo allora, per puro esercizio di memoria, i principali canoni interpretativi sulla funzione di controllo che affianca quella legislativa. Oltre alla funzione legislativa, altre importanti funzioni del Parlamento sono quelle di indirizzo politico e di controllo sull'attività del Governo. Per lo svolgimento di tutti i loro compiti, le Camere dispongono inoltre di strumenti diretti ad acquisire (dal Governo, ma anche da altri) le informazioni necessarie.  La partecipazione alla definizione dell'indirizzo politico avviene in primo luogo in occasione del dibattito e della votazione sulla fiducia al Governo, che deve presentarsi alle Camere entro dieci giorni dalla sua formazione (art. 94 Cost.).



La fiducia al Governo espressa da entrambi i rami del Parlamento rimane, assieme alla designazione del Presidente del Consiglio da parte del Presidente della Repubblica, l'architrave della nostra democrazia repubblicana che va difesa da qualsiasi tentativo di forzatura personalistica come nel caso del sedicente "Premierato".
Infine occorre ricordare con forza che: Il Parlamento è l’unico tra gli organi costituzionali a porsi come immediata emanazione della sovranità nazionale. Nelle forme di governo parlamentare, infatti, è il solo a essere formato in virtù di una scelta compiuta direttamente dal corpo elettorale espressione dell’intero Paese. Gode dunque di una legittimazione popolare diretta, a differenza di ogni altro organo costituzionale. In considerazione di ciò, e in rapporto a quanto disposto dall’art. 1 della nostra Costituzione circa la sovranità popolare, ne consegue la centralità del Parlamento, intesa però non come preminenza di questo sugli altri organi sovrani (questi sono tutti tra loro indipendenti, autonomi, equi-ordinati), bensì come centralità politico-costituzionale che deve essere mantenuta pena il sovvertimento di fatto dell'ordinamento costituzionale.

LA VOCE DEI LETTORI   




martedì 17 febbraio 2026

REFERENDUM: PARTITA APERTA
di Alfonso Gianni


 
Il No nel referendum avanza anche nei sondaggi.
 
Gli ultimi sondaggi vedono il No in netta risalita: la rilevazione di You Trend dell’11 febbraio stima il No in vantaggio del 2,2% sul Sì, dati confermati anche più recentemente (vedi Giovanni Diamanti su repubblica.it, del 16 febbraio). Diciamo la verità: il merito non è tutto delle ottime argomentazioni contenute nel materiale di propaganda allestito dal Comitato civico del No, presieduto da Giovanni Bachelet, che trovate cliccando su www.referendumgiustizia2026.it. L’insieme dei sondaggi capovolgono quindi la narrazione iniziale che voleva attribuire al Sì una facile vittoria. L’esito del referendum è in realtà contendibile. All’avanzata del No ha certamente contribuito inconsapevolmente anche il ministro Nordio. Ogni volta che apre bocca si capisce sempre meglio quale è la posta in gioco in questa partita. La sua esternazione in una trasmissione televisiva su La7 non lascia equivoci. Il ministro concede “generosamente” che il Pd un domani potrebbe ritornare al governo e in questo caso si ritroverebbe “ancora una volta con questa sovranità limitata dalle interferenze e dalle pressioni della magistratura”. Non è la prima volta che lo dice, peraltro, segno che ne è proprio convinto. L’obiettivo della maggioranza e del governo è infatti quello di rendere la “politica” zona franca, libera da presunti lacci e lacciuoli che le metterebbe una invasiva magistratura. In queste ultime ore il ministro ha ulteriormente caricato la sua aggressività definendo addirittura “paramafioso” il metodo con cui opera il Consiglio Superiore della Magistratura (vedi repubblica.it del 16 febbraio). Ciò che è insopportabile per le destre è precisamente l’equilibrio dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – che è precisamente uno dei pilastri su cui si fonda non solo lo stato democratico ma anche quello liberale. Solo che questa destra non conosce freni. Il suo è un disegno che punta alla destrutturazione e quindi alla rottura della Repubblica costituzionale. Un piano non originale – i precedenti di Gelli come della Trilateral non vanno dimenticati – che si articola in diversi passaggi. Il primo è stato quello dell’Autonomia differenziata. La Corte Costituzionale ha sì messo dei paletti, ma ha impedito il referendum interamente abrogativo, per quanto richiesto da un milione e trecentomila firme di cittadine e cittadini. In questo modo il più che spregiudicato Calderoli ha potuto agevolmente aggirare gli ostacoli posti e arrivare alle pre-intese con quattro regioni del Nord, segnando un punto a favore della secessione dei ricchi e della rottura dell’unità del Paese, anche se non ancora definitivo.
Il secondo passo è rappresentato dalla legge Meloni-Nordio contro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il terzo, se dovesse vincere il Sì nel referendum di fine marzo, si articola a sua volta in due progetti, il premierato, il sogno non nascosto della Meloni, e una legge elettorale fintamente proporzionale ma in realtà ultra-maggioritaria, dal momento che consegnerebbe alla coalizione con il solo 40% dei voti un premio di maggioranza che la porterebbe al 55%, dandole quindi una maggioranza assoluta nelle aule parlamentari quanto fittizia nel Paese.


Questo disegno, proprio perché si articola in passaggi tra loro legati, può essere spezzato se il No prevarrà nel referendum, all’opposto diventerà praticamente travolgente se dovesse vincere il Sì. Per questo è stata importante la raccolta di firme, oltre 540mila in tre settimane, promossa da un gruppo di 15 cittadini e la successiva ordinanza della Cassazione (non a caso sotto il tiro della destra) che ha valorizzato la partecipazione popolare all’indizione del referendum, che invece Nordio aveva dichiarato essere “inutile”, proprio perché il referendum - sia quello abrogativo di leggi ordinarie che quello costituzionale sulle modifiche della Carta -  è lo strumento di democrazia diretta previsto dalla nostra Costituzione, con il quale i cittadini decidono direttamente la sopravvivenza o meno di leggi o parti di esse.
Bisogna insistere in queste settimane sia sul testo che sul contesto politico istituzionale, se si vuole raggiungere e convincere quella maggioranza di cittadine e cittadini che tutti i sondaggi ci descrivono ancora indecisi o addirittura indifferenti, spesso perché privi della necessaria conoscenza della materia. La quale è sicuramente rivestita di tecnicalità di non immediata comprensione, ma neppure indecifrabile. Anzi.
Che il cuore della legge non sia la separazione delle carriere diventa subito chiaro quando si portano i dati che dimostrano che i passaggi da giudice a pubblico ministero e viceversa sono inferiori all’1%, dal momento che su questo aspetto era già intervenuta la legislazione precedente, come la cosiddetta riforma Cartabia.


In realtà il nocciolo sta nella divisione in due del Consiglio superiore della magistratura e nella creazione di un organo come l’Alta Corte disciplinare nonché nello scandaloso metodo di elezione tramite il sorteggio che per la parte “laica” avviene tra chi viene indicato da parte di un Parlamento controllato dalla destra. È proprio questo l’artificio con cui le forze fedeli al governo possono garantirsi una sorta di controllo sugli atti che competono al Csm. Le conseguenze possono essere che tra i magistrati vengono sorteggiate figure inadatte a quel delicato compito, e tra i “laici” possono passare in tutto o in maggioranza i fedeli al governo del momento. Qui sta il vulnus all’indipendenza della magistratura che è la condizione perché essa svolga il necessario bilanciamento nei confronti degli altri poteri.
Chi ci perderebbe sarebbero i semplici cittadini. Ne abbiamo una prova in positivo con la recente iniziativa della procura di Milano che ha posto sotto amministrazione giudiziaria la società che gestisce il servizio a domicilio per Glovo, denunciando lo sfruttamento algoritmico e le forme di caporalato che cancellano diritti e condannano a bassissime retribuzioni i riders, cioè i ciclofattorini. È difficile pensare che una magistratura intimidita e schiacciata dal potere politico avrebbe potuto muoversi contro poteri economici così forti anche a livello internazionale. Lo può fare invece solo una magistratura indipendente e libera da ogni forma di controllo del governo di turno, venendo così incontro al bisogno di giustizia indispensabile soprattutto per chi si trova negli scalini più bassi della condizione sociale.

 

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