UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 5 agosto 2026

PRO-MEMORIA ANTIPRIMARIE
di Franco Astengo


 
1) È necessario stabilire la natura vera del contendere nelle prossime elezioni legislative generali: il tema del governo non è quello centrale. Il vero punto dirimente rimane quello della necessità assoluta del respingimento della destra reclamando la natura antifascista della consultazione (primo punto del programma: la Costituzione è antifascista). La priorità rimane quella del mantenimento dello stato di diritto e della repubblica parlamentare basata sulla Costituzione. Su questo elemento assolutamente decisivo va chiamato a raccolta l’elettorato che si è espresso nel referendum del Marzo 2026: senza distinzioni di partito, con una campagna univoca ricordando che proprio nell’occasione referendaria il risultato fu deciso da un ritorno alle urne, sia pure molto parziale, di elettrici ed elettori in parte giovani al primo voto e in parte “retour” dalla crescita dell’astensionismo causato dal clamoroso fallimento del M5S (elezioni 2022: il M5S perde 6 milioni di voti e l’astensionismo cresce di 4 milioni).
2) Inoltre va sottolineato come questione centrale e strategica della difesa dell’impianto della repubblica parlamentare è rappresentato da ruolo, compiti, funzioni del Presidente della Repubblica, da cui discendono tutti gli altri organismi di garanzia dalla Corte Costituzionale, alla Corte dei Conti, al CSM, al consiglio superiore di difesa. È quello della presidenza della Repubblica il vero bersaglio grosso su cui punta la destra. Ed è l’obiettivo presidenza della repubblica che rappresenta la ragione vera dell’inclusione nella formula elettorale dell’indicazione della leadership. La strategia è chiara: mettere in difficoltà il Presidente contrapponendogli un Primo Ministro che la propaganda indicherà come eletto direttamente dal popolo e quindi la successiva richiesta, neppure troppo implicita di Presidenza da eleggersi direttamente come programma per la legislatura successiva (vedi programma dell’MSI e del documento di Rinascita Nazionale della P2).



3) Per questo motivo la questione dell’indicazione della leadership va rifiutata e bypassata indicando alla testa della coalizione una figura di grande rilievo in campo culturale totalmente estranea al gioco dei partiti ma ben orientata dal punto di vista della qualità della democrazia, facendo intendere che da parte nostra la scelta sarà demandata come vuole la Costituzione al Presidente della Repubblica che potrà scegliere in base ai risultati elettorali e alle combinazioni parlamentari (che non sono il diavolo, così come le preferenze non sono l’origine di tutti i mali), come del resto  non è stata l’origine di tutti i mali la formula proporzionale e l’elezione  dei Sindaci e dei Presidenti di Regione da parte dei rispettivi consigli (ricordiamo il nesso: elezione diretta - cacicchi). Maggioritario, elezione diretta, ecc. tutti elementi che hanno concorso allo svuotamento del sistema dei partiti che pure si erano macchiati di colpe gravissime in una Italia bloccata dalla “conventio ad excludendum” in assenza di alternative.


Risposta: Nessun centesimo alla guerra

4) Sono ben consapevole che in questo modo le elezioni si trasformano in un referendum pro o contro il governo uscente. Su questo elemento usando una punta di ottimismo della volontà richiamo ancora una volta l’esito del referendum (nel ragionamento includo anche i 13 milioni di sì raccolti nel referendum CGIL 2025. Sulla base di questi dati si può azzardare che il nostro plafond sui temi di fondo, Costituzione e lavoro, senza intermediazione ma con ilo concorso dei partiti, può valere all’incirca tra i 13 e i 14 milioni di voti. Nel 2022 il centro-destra ha avuto 12.300.000 voti con il partito di maggioranza relativa fermo a 7.000.000, davvero pochi.



5) Al riguardo dei temi scabrosi dal punto di vista del programma (una stesura dettagliata non è consigliata come dovrebbero insegnarci i maestri di tutte le sconfitte dalle elezioni del 2006 in avanti) certamente servono alcuni punti distintivi comuni. Mancano però fantasia e visione: parliamo di proposte politiche e non di decreti-legge. Enuncio soltanto un caso, forse il più complicato: quello della guerra in Europa. Anche in questa occasione dovrebbe aiutarci la lettura della storia. Si tratta di combattere i nazionalismi e fornire garanzie alle popolazioni Una soluzione proponibile potrebbe essere quella coreana, Pam Mun Jon 38° parallelo. Tutto fermo con la baracca per le trattative costruita sulla linea di confine (quasi come la zattera sul Niemen). Prospettiva: garanzia internazionale per un referendum che salvaguardi anche le minoranze (come dovrebbe essere pure nelle repubbliche baltiche). Contemporaneamente apertura di una trattativa UE/Russia per aprire zone smilitarizzate e denuclearizzate in entrambe le aree (anche qui “nihil sub sole novum”: un piano del genere- più o meno – lo presentò il ministro degli esteri polacco Rapacki negli anni’50). Del resto una logica di questo tipo accompagnò le trattative sia per i missili di Cuba (con il ritiro dei missili USA dalla Turchia) e quelle successive degli accordi Salt e della risoluzione del confronto Pershing-Cruise. Ma questo è soltanto un esempio: si tratta di varare proposte politiche sostenibili ma non di scrivere decreti-legge: questa distinzione rappresenta il vero punto politico di una campagna elettorale senza ricorrere a pericolosi populismi.



5) Inutile aggiungere la rovinosità dell’effetto primarie sull’andamento successivo della campagna. Le primarie non saranno mai una festa democratica come può pensare qualcuno: per essere una festa democratica bisognerebbe che le primarie fossero destinate per suffragare con il voto una leadership già indicata (come nel caso di Prodi e di Veltroni: anche in quelle occasioni dobbiamo ricordare che l’esito elettorale non fu brillantissimo). L’Ulivo non svolse nessuna primaria, Prodi era stato indicato dalla coalizione, con Rifondazione Comunista si fece una intelligente desistenza (come del resto propone oggi la segretaria del PRC distinguendo piano di governo e piano della rappresentanza politica). L’unica occasione in cui si vinse con chiarezza quella del 2006 (anche grazie allo sfilamento della Lega dal centro-destra). Poi la legislatura andò come andò e prevale lo spirito scissionista (non solo nel PRC). Non aggiungo altro anche se qualcos’altro da ricordare ci sarebbe. Ci sarebbe poi da considerare l’effetto partecipazione: per chi chiede 15 milioni di voti, 300.000 partecipanti alle primarie non apparirebbero un granché come viatico. Nel 2021 Conte è stato eletto presidente del M5S alle primarie con 62.000 voti su 67.000 partecipanti scesi nel 2025 a 53.000 su meno di 60.000 votanti.

6) Aggiungo infine che, nel caso del programma di Futuro Nazionale fosse incluso il progetto di reimmigrazione per chi dispone della doppia cittadinanza si renderebbe necessario un passo ufficiale presso il Presidente della Repubblica per segnare una difficoltà a partecipare alle elezioni considerata la presenza di una candidatura posta al di fuori del perimetro costituzionale (è stato un errore in passato non aver compiuto analogo passo per Forza Nuova e Casa Pound).

A MIRABELLA IMBACCARI
A cura di Annitta Di Mineo: lingua madre e non solo.












martedì 4 agosto 2026

LE CRISTALLERIE DELLA BOVISASCA
di Angelo Gaccione


 
Il nome Bovisasca può suonarvi strano; in realtà deriva dal nome della via che a sua volta lo ha assunto dalla cascina Bovisa attorno a cui si formerà il borgo. Il toponimo è latino, deriva da boves (buoi), niente di più pertinente visto il carattere agricolo del luogo. I dati storici ci informano che “Il territorio che ora chiamiamo della Bovisasca era originariamente nel comune di Affori ed era una distesa di campi agricoli governati da alcune cascine la più grande delle quali era quella di San Mamete. La Cascina San Mamete per fortuna è ancora presente in via Bovisasca 125 e si trova di fronte all’antichissima chiesa risalente all’XI secolo”. 



Un territorio non piccolo, se teniamo conto che congiungeva un asse extraurbano di tutto rispetto: Quarto Oggiaro, Bovisa e Affori Comasina. Motivi per andare alla Bovisasca, per un non milanese come me, potrei dire che non ce ne fossero molti. Così lontana, così periferica. La prima volta che ci approdai per accompagnare una persona per una visita da una dottoressa che si mimetizzava nei luoghi più improbabili (alle tasse non sfuggono i pesci piccoli come noi), provai un senso di desolazione. 



All’epoca in cui c’era ancora la coltivazione del gelso, venirne a gustare i frutti non mi sarebbe dispiaciuto: quelli rossi, soprattutto, che da ragazzini nel luogo dove sono nato ci divertivamo a tirarceli addosso dopo esserci messi a torso nudo. Le dita diventavano di un rosso acceso – e così le labbra – e per sbiancare usavamo quelli acerbi strofinando sulle macchie. C’erano campi, fontanili e marcite alla Bovisasca, prima che vi si installasse la Montecatini negli anni Cinquanta trasformandone la fisionomia con le abitazioni per le maestranze e per il via vai di lavoratori che vi giungevano dai quartieri più diversi della città.



C’era qualche cascina, c’erano cave e laghetti che fornivano materiali per l’edilizia e soprattutto un famoso oleificio già attivo negli anni Venti. La ferrovia corre parallela alla via Bovisasca dove c’è il manufatto che sono venuto a vedere accompagnato dall’amico architetto Pierfrancesco Sacerdoti, che tanto si sta dando da fare per evitare che venga abbattuto. Un ponte, che la ferrovia scavalca, conduce nella parte opposta dove i capannoni danno il segno di una fervida attività. I tetti di amianto fanno ancora mostra di sé, mentre al di qua, dove il “cassero” dello stabilimento delle Cristallerie dei Fratelli Livellara svetta altero, si demolisce e si costruisce, perché terreni come questi fanno gola e la Bovisa, con i suoi campus universitari e tutto il nuovo che vi è nato dalle dismissioni industriali, dista una decina di minuti a passo svelto. 



Chissà dove sono finiti gli scarti industriali, le coperture di amianto e il resto, prodotto dagli abbattimenti. Avendo interesse per quella che con una brutta locuzione viene definita “archeologia industriale”, e avendo firmato l’appello per la sua tutela, non potevo non venire a vederlo da vicino questo edificio dalla forma curvilinea architettonicamente di grande fascino. La forma attuale può essere attribuita all’ingegnere Eugenio De Micheli, che fu direttore dei lavori; l’ha assunta tra il 1935 e il 1936 a seguito dell’ampliamento del primitivo oleificio creato dall’industriale Giovanni Balestrini. 



È stato nel 1964 che lo stabilimento è divenuto sede delle Cristallerie, e seppure seminascosta da una pianta rampicante, la scritta Fratelli Livellara, è ancora presente sulla fascia frontale dell’ingresso. La sua forma ingentilisce tutta l’aria su cui affaccia nonostante lo stato di abbandono, e almeno la struttura esterna andrebbe salvaguardata; sarebbe un peccato se venisse demolita. Se tutto deve somigliare al presente, allora tutto diventerà uniforme come una caserma militare, come un’uniforme, appunto. Tutto uguale in ogni dove, sembra essere l’imperativo; ed il passato non deve lasciare nessuna impronta di sé. Tutto globalizzato: ogni spazio, ogni luogo, ogni comportamento, ogni lingua. In questo modo anche le nostre anime finiranno per non distinguersi più. 



La via Bovisasca è una via di memoria del lavoro, ma è anche una via di memoria partigiana. Rispettivamente al numero civico 70 della via c’è la lapide in onore di Pietro Brambilla, operaio metallurgico e partigiano della 111ª Brigata Garibaldi morto a 46 anni nel campo di sterminio nazista di Mauthausen nel 1945. 


Pietro Brambilla - in memoria

Chi ha vergato la scritta ha commesso un vistoso errore: Matkausen vi si legge, e nessuno si è presa la briga di rimediare. 


Perraro - in memoria

Al numero civico 75 una lapide ricorda invece il sacrificio di Giuseppe Perraro, morto a Fondotoce nel Verbano nel 1944. Era nato nel 1927: lui di anni ne aveva appena 17.
   

ALBUM

Il degrado

Come si presenta ora

 


 


Rifugio antiaereo 1


Rifugio antiaereo 2


Rifugio antiaereo 3


Rifugio antiaereo 4


LA TRILOGIA DI GROSSMAN
di Gabriele Scaramuzza


V. Grossman

Con Il popolo è immortale si conclude l’edizione italiana della grandiosa trilogia dedicata da V. Grossman all’invasione nazista dell’Unione Sovietica, iniziatasi il 22 giugno 1941 e conclusa con la disfatta tedesca a Stalingrado. 
Cronologicamente, per anno di pubblicazione e per il periodo di cui tratta (i primi tempi dell’invasione tedesca), Il popolo è immortale è in realtà il primo dei tre romanzi (seguiranno StalingradoVita e destino): esce a dapprima puntate su Stella Rossa nel 1942, e rivisto e completato nel 1945. Percorre un’oasi di resistenza nei mesi dell’inesorabile avanzata dei tedeschi e nelle inarrestabili ritirate di sovietici, è scritto con puntualità, freschezza e grande fiducia nell’ umanità del popolo russo. Improvvisamente assalita da forze soverchianti, impreparata ad affrontarle, colta alla sprovvista, anche per il colposo comportamento di Stalin, l’Unione Sovietica si ritira continuamente, soccombe dapprima. La Postfazione di Chandler e Volochova è di estrema utilità per contestualizzare e meglio intendere il romanzo nella storia del suo farsi. Così come l’appendice completa in modo assai istruttivo il materiale antecedente.
Non sono tempi, quelli, in cui ancora si possa scegliere tra guerra e no; la guerra aggredisce senza scampo, certo per colpa di Hitler. La si ha addosso senza tregua nella propria carne, nel proprio sangue, nei propri campi, nei propri animali; il problema è come ci si debba difendere, come la si possa affrontare, come si possa sopravvivere. Emergono le qualità umane, le viltà, la dignità, in una ampia gamma di esistenze comunque ferite. Qui, e tanto più negli altri romanzi, la scrittura di Vasilij Grossman emerge in tutta la sua duttilità, la sua inarrivabile forza, la sua straordinaria “bellezza”. Non a caso è Guerra e pace che Grossman porta con sé a Stalingrado… 


 
 
Vasilij Grossman
Il popolo è immortale.
A cura di Robert Chandler e Julija Volochova.
Traduzione di Claudia Zonghetti
Adelphi, Milano 2024. 

FAUCI E VACCINI
Risponde Chicca Morone
 

Nel lontano 1986 ho avuto il piacere di conoscere personalmente il professor Alberto Sabin, un commensale simpatico e gioioso, pieno di curiosità per il mondo che lo circondava... e non ci trovavamo a New York! La ricerca era la sua anima: non aveva brevettato la sua invenzione, affinché il prezzo contenuto risultasse incentivo per una vasta diffusione della cura. Sono certa che se quest’uomo, caso mai si fosse trovato davanti a una commissione d’inchiesta del senato a Washington, non si sarebbe appellato al quinto emendamento, avvalendosi della facoltà di non rispondere per non autoincriminarsi. Ahimè, non ci sono più i ricercatori di una volta e dobbiamo accontentarci di Bassetti (nomen omen) che avvalla la terapia “Tachipirina e vigile attesa” giudicata “di alto livello scientifico, ineccepibile e applaudiamo ai Fauci il cui diario personale ha fatto inorridire Robert Kennedy jr.
E sui “molti salvati dalle precauzioni comportamentali e vaccinali promosse da Fauci e, ovviamente, da altri, inclusa l’Organizzazione mondiale della Sanità” consiglio una più approfondita indagine sugli effetti avversi, le morti improvvise, i tumori, gli aborti spontanei, la sterilità, miocarditi e quant’altro... statistiche alla mano!
P.S. Fa sorridere l’idea del povero e innocente Anthony scelto come capro espiatorio dell’operato di un’Amministrazione il cui presidente gioca a impersonare la ventiduesima lama dei tarocchi, il Matto!

lunedì 3 agosto 2026

LA STAZIONE CENTRALE DI MILANO
di Angelo Gaccione
 

Veduta aerea della Stazione Centrale

Ci sono grandi città che hanno delle stazioni ferroviarie enormi. Per ampiezza, e per tutto quanto riescono a contenere nei loro “ventri”, si presentano come delle vere e proprie cittadelle autonome. Una di questa è la Stazione Centrale di Milano. Considerata fra le più grandi stazioni europee, la sua superficie è di ben 220 mila metri quadrati. Solo la facciata di metri ne conta 200. Lasciamo da parte i milioni di passeggeri che vi transitano ogni anno, il numero dei binari, le cinque volte in ferro che li ricoprono (tonnellate e tonnellate di ferro), e consideriamo solo l’enorme quantità di esercizi commerciali di ogni tipo: librerie, caffetterie, supermarket, farmacie, bistrot, agenzie, uffici… se ne contano più di 110. Con la ristrutturazione e la riqualificazione avvenuta fra il 2005 e 2010, la stazione ha cambiato fisionomia. Non nella facciata, che è rimasta quella monumentale, in una combinatoria eclettica ibrida di neoclassico, liberty, art déco, con cui non sono riuscito mai a riconciliarmi, ma all’interno del suo vasto e capace ventre. 


La vecchia Stazione di Milano

Quella precedente, ma che fu in seguito demolita, si ispirava al gusto viennese e se ne trova traccia nelle vecchie foto. Vi si vedono persino le carrozze parcheggiate in un fianco sotto la tettoia: l’avevano costruita ai tempi del regno lombardo-veneto. Arretrandola dove si trova ora, su progetto di Ulisse Stacchini, la inaugurarono nel 1931 in piena epoca fascista. La sua particolarità è unica: per recarsi ai binari bisogna salire, contrariamente alle altre che trovi a piano strada. Ma torniamo alla ristrutturazione. È come essere in un luogo autosufficiente e dove puoi, se ne hai voglia, compiere una serie di incombenze senza renderti conto dello scorrere del tempo. Non solo, dunque, un luogo di puro transito, un non luogo da cui liberarti prima possibile. 



La riqualificazione ha messo in evidenza una serie di opere artistiche prima neglette, ed ha valorizzato il Padiglione Reale di cui parlerò in un’altra occasione. Tra queste, i sei mosaici realizzati tra il 1930 e il 1931 i cui temi riguardano i Mezzi di trasporto e viaggio (figure femminili che reggono conchiglie con perle, rappresentando l’aria (cioè il volo), la terra (cioè il treno), l’acqua (cioè la navigazione). L’Allegoria delle trasmissioni radiofoniche celebra la modernità. Le Vedute di città italiane riproducono scorci come Roma (il Campidoglio) e Milano (l’Arena e l’Arco della Pace). La scoperta del fuoco non ha bisogno di commenti. Paesaggi italiani richiama città come Padova, Napoli, Bologna e Pisa. Le Figure allegoriche alludono al lavoro, al progresso industriale. Fermarsi a gustarsele non è agevole: la fiumana di passeggeri e il rumore non favoriscono né la giusta concentrazione né il raccoglimento. 
 

UN GIARDINO SUL BALCONE
di Zaccaria Gallo

 

Una finestra, da sola, è una soglia: separa l’interno dall’esterno, il privato dal pubblico. È un’apertura verso il mondo ma, anche, una protezione da esso. Quando vi si aggiungono dei fiori, quella soglia sembra trasformarsi. Non è più soltanto un confine: diventa un gesto. Simbolicamente, i fiori alla finestra comunicano diverse cose. L’accoglienza, innanzitutto ed è come se chi abita la casa dicesse: “Sono qui, e desidero che questo luogo sia piacevole anche per gli altri”. La cura, i fiori richiedono attenzione quotidiana; mostrano che qualcuno è attento a rendere vivo quel piccolo pezzo di mondo e consentirne la partecipazione alla vita comune. I fiori non restano confinati all’interno della casa: si offrono allo sguardo di chi passa. È un dono silenzioso alla strada. Speranza e vitalità: la fioritura è uno dei simboli più antichi della rinascita e del continuo rinnovarsi della vita. Il dialogo tra natura e l’abitare umano, la pietra, il cemento, il vetro e il metallo delle città, vengono addolciti dalla presenza di qualcosa di vivo e mutevole. Per questo, una strada con balconi fioriti viene spesso percepita come più poetica. Non necessariamente perché sia più bella in senso assoluto, ma perché suggerisce una presenza umana che non si limita a occupare uno spazio: lo abita e lo rende ospitale. I fiori raccontano che, dietro quelle finestre, ci sono persone che hanno lasciato uscire un frammento della propria sensibilità. In un certo senso, una finestra senza fiori dice semplicemente: “Qui c’è una casa”,  una finestra con i fiori può dire: “Qui c’è una casa che vuole entrare in relazione con te, mondo”. Forse è per questo che molte persone, anche senza rendersene conto, provano un piccolo senso di gioia passando davanti a un balcone fiorito: percepiscono un gesto gratuito di bellezza, qualcosa che non era strettamente necessario e che proprio per questo appare umano e poetico. 



Mi viene da pensare che i fiori alle finestre abbiano anche qualcosa di particolarmente umano: non sono grandi monumenti, non cercano di imporsi. Artisti, scrittori e poeti hanno rivestito di immagini e parole la presenza di una finestra nella loro vita. Ad Homestead, dove morì nel 1886 dopo anni di esilio volontario, Emily Dickinson diceva che dalle finestre, dietro le quali si rifugiava per sfuggire alla paura della morte, sua e dei suoi cari, irrompeva una luce: “() solida, disegnata a linee rette che somiglia ai quadri di Vermeer, e che sembra resistere al buio della notte. E, aggiungeva Garcia Lorca: “Che gran pena quella facciata senza vetri dei balconi, che il poeta possa cantarli ai crepuscoli, quando diventano specchi di rose e fiori”. Quei fiori, quelle piante, sono una forma di bellezza discreta, quasi una conversazione silenziosa, tra chi abita una casa e chi passa di sotto o abita di fronte. C’è una frase dello scrittore Antoine de Saint-Exupéry che, pur non parlando di balconi, sembra adattarsi bene a questa idea: “Ciò che si cura diventa importante. Un vaso fiorito racconta proprio una cura quotidiana, fatta di piccoli gesti ripetuti. Forse la poesia della città non nasce solo dalle grandi piazze o dai monumenti, ma anche da queste attenzioni minime: un geranio sul davanzale, una pianta che sporge da un balcone, un profumo che scende verso la strada: segni che dicono: dietro i muri c’è vita.

STRAGI
Bologna, 2 agosto 1980: 85 morti, più di 200 feriti.



Caro Angelo,
è molto raro che un soggetto tendenzialmente aniconico quale io sono si emozioni guardando un’immagine, ma questa che ti allego mi ha scosso nelle più intime fibre facendo prevalere, con la forza di un esempio particolare, il ricordo sulla rimozione, la concretezza sull’astrazione...
Un abbraccio a te e ai collaboratori di Odissea, militanti per un mondo migliore.
Eros Barone

 

 

CONFRONTI



Una lettera dello scrittore e commediografo Luca Marchesini  

Caro Angelo,
leggendo l’articolo Fauci spalancate di Chicca Morone (“Odissea” sabato 1° agosto), noto gli esiti epigonici di certa sinistra, sempre più vicina, sulla base di un arruffato populismo antitutto, all’estrema destra internazionale e al suo odierno comandante in capo, le cui azioni da presidente degli Stati Uniti paiono ispirate in egual misura dal desiderio di ampliare ulteriormente il proprio giro d’affari e da quello, più terra terra, da bambino prepotente, di regolare i conti con chi osa mettergli i bastoni fra le ruote.
Tornando all’articolo di cui sopra: vi noto una palese contraddizione, quando si critica Fauci per essersi appellato al quinto emendamento, in quanto, comunque, “l’immunità derivante dalla grazia renderebbe nulla l’autoincriminazione”, per segnalare poi “possibili contenziosi sulla validità della grazia preventiva, da parte del presidente Biden”. Quanto poi al ridicolo in cui, secondo l’autrice, lo stesso Fauci cadrebbe appellandosi al quinto emendamento anche di fronte a domande futili, mi chiedo se ridicole, e provocatorie, non siano piuttosto quelle stesse domande che gli sono state rivolte.
Due parole ancora sui vaccini, non su quello anti-Covid (non sono né un medico né un biologo e non mi piace parlare di ciò di cui non sono esperto) ma sui vaccini in generale. Sono abbastanza vecchio da ricordarmi di quando, prima dell’invenzione e dell’uso obbligatorio (limitazione della libertà dei genitori, tutela dei diritti dei minori soggetti alla loro autorità) dei vaccini antipolio, la poliomielite faceva strage di bambini, e altri ne lasciava storpi. Stessa cosa per la difterite e, andando indietro nel tempo, per il vaiolo e altro ancora.
Luca Marchesini
[Milano, 1° agosto 2026] 

CONFRONTI
Un intervento del poeta Nino Di Paolo




Fauci e vaccini

La lettura dell’articolo di Chicca Morone ripropone, al di là di ogni considerazione sull’operato di Anthony Fauci e sul giudizio che ne dà Morone stessa, la domanda “I vaccini sono utili oppure no, o perfino dannosi?”.  Per ciò che mi riguarda, se sono qui a scrivere in questo momento, devo dire utili perché evitare il contagio da coronavirus prima e vaccinarmi contro tale agente patogeno dopo, per le (troppe) patologie da cui sono affetto mi ha, per l’appunto, permesso di essere qui. Mi si dirà: “E chi se ne importa che tu sia qui o meno!”. Posso perfino essere d’accordo per ciò che riguarda me, vi eviterei la mia fastidiosa presenza, ma non posso certo sottoscriverla per ciò che riguarda i molti salvati dalle precauzioni comportamentali e vaccinali promosse da Fauci e, ovviamente, da altri, inclusa l’Organizzazione mondiale della Sanità. Le industrie farmaceutiche hanno come interesse il profitto? Sì. Diversi soggetti, in campo scientifico e in campo politico, sono corrotti da molte di queste industrie? Sì. Bisogna opporsi a tutto questo? Sì. Ti piacerebbe avere come professore che ti esamina all’Università o come primario nel reparto in cui lavori Matteo Bassetti? A me, personalmente, no, ma ciò che dice, a livello scientifico, è ineccepibile. Le industrie farmaceutiche hanno messo a punto farmaci e vaccini utili all’umanità? Sì. Bisogna buttare il bambino e l’acqua sporca? No. Potrei anche chiuderla qui ma non posso esimermi dall’osservare chi sia, oggi, a prendere di mira Anthony Fauci, scienziato, e perché lo faccia. Lo fa quell’Amministrazione che, crudelmente, arresta e scarica come spazzatura chi semplicemente cerca un luogo dove vivere meglio, che uccide propri cittadini tramite una polizia privata, che aggredisce paesi che non stanno aggredendo il paese retto da quell’Amministrazione. E ci scandalizziamo per le non-risposte difensive di Fauci? Resisti Anthony, resisti alla follia reazionaria che vuole impossessarsi del tuo paese cercando in te un capro espiatorio. Gli antifascisti italiani sono con te!
Nino Di Paolo
[Pero, 2 agosto - data non casuale- 2026]

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