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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
mercoledì 29 luglio 2026
PENSIERI VAGABONDI
di Angelo Gaccione
“Se la nostra vita è vagabonda, la nostra memoria è
sedentaria” ha scritto Marcel Proust, e la mia
memoria diventa sedentaria tutte le volte che ritorno in certi luoghi. Non
posso farne a meno. In questo momento, poi, dal terrazzo su cui sono seduto ho
un perimetro visuale che mi riconduce a vite che hanno avuto a che fare, e una
lo ha tuttora, con la mia. Sulla destra, il palazzo con l’appartamento
all’ultimo piano (il quarto) dove veniva a passare le sue vacanze estive un mio
amico - noto giornalista e critico teatrale - con la moglie. Si affaccia sui
binari della ferrovia, ma la lunga balconata che corre per l’intero isolato,
gli permetteva comunque di allungare lo sguardo verso il mare. Questa volta vedo
che ci sono dei vasi ben tenuti, segno che qualcuno ci viene a fare le vacanze.
Ignoro se siano le nipoti, la figlia col marito o dei turisti a cui è stato
ceduto in affitto per i mesi estivi. C’è comunque vita, non la sua, ma c’è
vita. Forse lo hanno lasciato intatto l’appartamento, forse lo hanno
completamente spogliato e riammobiliato, e di lui non è rimasta traccia. Così
avviene a tutte le vite che se ne vanno e non vi rimane impronta. È la cosa che
mi ha sempre ferito di più delle vendite di case, dello svuotamento di esse,
delle loro trasformazioni radicali: come se non vi si fosse rappreso nulla.
Sulla sinistra, al secondo piano di un palazzo più datato, la persiana verde
che affaccia su un pezzo di balcone è chiusa come lo scorso anno. I vasi hanno
piante rinsecchite e mettono tristezza. Come le persiane finte dipinte sui lati
della facciata come si vede su tante case liguri. La padrona che l’abitava era
di origini piemontesi e mia moglie scambiava con lei qualche parola dal balcone
di fronte. Il marito era anziano come lei. Può darsi che non siano più in vita;
può darsi che non abbiano più la forza di viaggiare; può darsi che non abbiano
eredi. Quel che è certo è che la casa e muta, serrata e senza vita. Di fronte ho
il mare. Sul lato di destra vedo l’isola di Gallinara (dicono che somigli al
guscio di una tartaruga) e la punta della penisola di Albenga. Una bellissima e
sorprendente città che ero andato a visitare proprio perché c’è nato un mio
anziano amico. Da lì gli telefonai per dirgli che c’ero venuto per vedere dove
era nato e vissuto. Penso che nel trasferirsi a Genova col padre si fosse
portato dietro molti ricordi, molta nostalgia. Poi, da uomo fatto arrivò a
Milano. Qui altri ricordi, altri dolori, altre gioie: come impone la vita.
martedì 28 luglio 2026
MILANO ARTE MUSICA
A
San Bernardino alle Monache con l’Ensemble Aurora
Questo
giovedì 30 luglio alle 20.30, nella splendida cornice della Chiesa di San
Bernardino alle Monache, accoglieremo l’Ensemble Aurora, guidato dal celebre
violinista barocco Enrico Gatti, per il concerto Vater, Pate & Sohn.
Padre, Figlio e Padrino. Il programma tornerà a indagare il “lessico
famigliare” della famiglia Bach, fil rouge di questa ventesima edizione
del festival, intrecciando l’opera e l’estetica di Johann Sebastian Bach a
quelle di figure a lui molto vicine: il figlio Carl Philipp Emanuel e
colui che, in virtù della grande stima nutrita nei suoi confronti, venne scelto
da Bach come padrino del figlio stesso, Georg Philipp Telemann.
«È la coerenza la
cifra distintiva del concerto odierno. Una coerenza profonda, cui ben si addice
il riferimento trinitario del titolo del concerto (naturalmente absit
iniuria verbis, soprattutto trattandosi di tre dei massimi autori di musica
sacra del Settecento). L’intreccio tra queste figure di musicisti formidabili è
un nodo avviluppato al punto tale che, pur mantenendo peculiarità distintive e
personalità autonome, i percorsi biografici, le attività professionali e la
scrittura musicale s’intrecciano e talora sovrappongono. Coesa e coerente è poi
la scrittura specifica della musica da camera oggetto di questo concerto. Da un
lato ci si concentra su un unico genere capitale della musica strumentale
barocca: la sonata a tre/quattro, congegno formidabile che ha il proprio
principio essenziale nel dialogo serrato tra strumenti melodici sul piedistallo
del basso continuo: una dialettica inter pares, che rinuncia a
eccessi di protagonismo, compensandoli con trame contrappuntistiche o pseudo contrappuntistiche
di grande coinvolgimento. Circostanza non meno importante, la musica da camera
è forse il campo in cui più prossimi sono gli usi comuni, più simile alle
pratiche di padre e padrino quelle del figlio, che in altri campi (la
produzione per la tastiera o per l’orchestra) è sicuramente più moderno e
innovativo. La musica da camera rappresenta il versante più conservatore,
cristallizzando un’immagine musicale compiutamente rappresentativa del Musizieren di
ambito tedesco al termine del primo terzo del Settecento, sul crinale tra
barocco e stile galante. Immagine che è al contempo un ritratto di famiglia in
cui i profili tendono ad assomigliarsi, ad assumere appunto un’aria di
famiglia: padre, figlio e padrino. In questo ritratto, la famiglia più celebre
dell’intera storia della musica è allargata a un membro esterno ma prossimo.
Georg Philipp Telemann fu infatti con ogni probabilità, nonostante la reticenza
delle fonti documentarie, buon amico di Johann Sebastian, al punto da tenerne a
battesimo il secondogenito maschio, Carl Philipp Emanuel, che proprio da
Telemann prese il secondo nome. Il rito che si svolse il 10 marzo 1714 al fonte
battesimale della Stadtkirche dei SS. Pietro e Paolo a Weimar sancì ben più che
l’occasionale adempimento d’una socialità diffusa e tradizionale: strinse un
vincolo di grande portata. Quando Telemann si spense nel 1768, dopo aver
trascorso quasi cinquant’anni come direttore musicale delle cinque chiese
principali di Amburgo, quella carica prestigiosa passò all’ormai non più
giovane figlioccio, che lasciò volentieri il servizio Federico II di Prussia
per succedere al padrino, accingendosi ad animare altri gloriosi vent’anni di
vita musicale amburghese. Il repertorio bachiano in programma ci conduce a una
terza città comune, la Lipsia in cui Telemann aveva studiato e dove Johann
Sebastian ricopriva la carica di direttore musicale cittadino del tutto analoga
a quella dell’amico ad Amburgo. A Lipsia nel 1729 Johann Sebastian era stato
nominato alla testa di quel Collegium Musicum che Telemann aveva rifondato
ancora studente nel 1702. Il complesso, che Bach avrebbe diretto nel periodo
1729-1737 e poi ancora tra il 1739 e il ’41 (se non fino al ’46), teneva con
cadenza settimanale una stagione concertistica in piena regola,
denominata Ordinaire Concerten, presso le due sedi del Cafè
Zimmermann. Per quell’incombenza occorreva un rifornimento costante e cospicuo
di musica da camera, cui Bach e la sua cerchia provvedevano anche in proprio. A
un tale approvvigionamento corrispondono perfettamente le pagine in programma,
che possiamo agevolmente immaginare eseguite in quel contesto di socialità
cittadina in qualche misura, mutatis mutandis, analoga alla nostra.
Il Concerto in mi minore TWV42: e7 di Telemann ci è tramandato da una copia
preparata dal compositore della Corte della vicina Dresda Giovanni Alberto
Ristori, a testimonianza del consumo di quel repertorio in un consesso
cortigiano tanto illustre. L’altro titolo di Telemann è collocato in apertura
della raccolta di sei Quadri, noti anche, impropriamente,
come Quartetti di Parigi, pubblicata dal compositore (anche editore
in proprio) ad Amburgo nel 1730. Agli anni Trenta, quelli della direzione
bachiana del Cafè Zimmermann, rimandano anche due delle tre pagine bachiane, le
Sonate in Sol maggiore e in re minore. Pagine, la prima peraltro esistente
anche in una versione per violino e basso, per cui è fortemente dubbio se si
tratti di parti di un unico autore oppure di prodotti dell’operosissima
officina bachiana, brulicante di figli e allievi. Qualunque ne sia la
paternità, Carl Philipp Emanuel Bach rivide la Sonata in re minore nel 1747
alla Corte di Federico il Grande di Prussia, dove ci conduce il lavoro monumentale
che corona il concerto. In particolare, alla visita che Bach sessantaduenne
fece al figlio Carl Philipp Emanuel, proprio nel 1747, alla reggia di Postdam.
In quell’occasione il re propose a Bach un tema su cui il compositore,
rientrato a Lipsia, ideò e diede alle stampe la singolare raccolta eterogenea
dell’Offerta musicale, che contiene appunto, accanto a due vertiginosi
ricercari per tastiera, una serie di canoni e la nostra sonata a tre,
espressamente concepita per il flauto traversiere, strumento prediletto e
praticato dal sovrano». (Raffaele Mellace)

Enrico Gatti

Marcello Gatti
![]() |
| Enrico Gatti |

![]() |
| Cristina Vidoni |
![]() |
| Anna Fontana |
PROGRAMMA
Johann Sebastian Bach
Carl Philipp Emanuel Bach
Sonata
a tre in Sol maggiore BWV 1038
per
flauto traversiere, violino discordato e basso continuo
Largo - Vivace - Adagio - Presto
Georg Philipp Telemann
Concerto
a tre in Mi minore TWV42: e7
Largo - Allegro - Largo - Allegro
Carl Philipp Emanuel Bach
Sonata
a tre in Re minore Wot.145
Allegretto - Largo - Allegro
Georg Philipp Telemann
Concerto
I in Sol maggiore TWV 43: G1
(da
Sei Quadri, Amburgo 1730)
Grave
/ Allegro / Grave / Allegro-Largo / Presto / Largo-Allegro
Johann
Sebastian Bach
Sonata
sopr’il Soggetto Reale
à
Traversa, Violino e continuo
(da
Musicalisches Opfer, BWV 1079)
Largo - Allegro - Andante - Allegro
ORGANICO
Marcello
Gatti - flauto traversiere
Enrico
Gatti - violino
Cristina
Vidoni - violoncello
Anna
Fontana - clavicembalo
INFORMAZIONI
Associazione
Culturale La Cappella Musicale
via
Vincenzo Bellini 2 - 20122 Milano
tel
02.76317176 | 3392697178
e-mail mail@lacappellamusicale.com
sito
www.milanoartemusica.com
BIGLIETTI
Intero:
18,00 €
Ridotto
(Under26 e gruppi di minimo 10 persone): 12,00 €
Gratuito:
Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare
l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto
sospeso: regala un biglietto! Sarà destinato agli utenti dei servizi sociali
del Comune di Milano
Punti
vendita:
online
(con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
sul
posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto
presso
Associazione Culturale La Cappella Musicale
Lunedì
dalle 15.00 alle 18.00
Mercoledì
dalle 10.30 alle 13.30
Si
consiglia l’acquisto in prevendita
È
gradito il pagamento elettronico
SEDE
Chiesa
di San Bernardino alle Monache
Via
Lanzone, 13
MM De Amicis e Sant’Ambrogio, tram 2, 3, 14, bus 58, 94
STATI GENOCIDI
di Craig
Mokhiber - ex funzionario delle Nazioni Unite
La notizia
che, proprio nel bel mezzo del genocidio in corso in Palestina, il Parlamento
tedesco stia approvando questa settimana una legge che criminalizzerebbe le dichiarazioni
che negano il "diritto all'esistenza" di Israele, punibili con una
pena fino a cinque anni di reclusione, non ha sorpreso praticamente nessuno.
Dopotutto, questo è il Paese che ha perpetrato il genocidio prima in Namibia e
poi in Europa, e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al
genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente in Germania chiunque
osi alzare la voce contro quest'ultimo genocidio. Di fatto, insieme a Israele e
agli Stati Uniti, lo Stato tedesco gode ora del dubbio onore di essere tra gli
Stati più asserviti agli interessi sionisti e tra i più corrotti dall'ideologia
sionista.
Lo Stato
tedesco ha persino una politica ufficiale (Staatsräson) che sancisce il suo
impegno a perpetuare il regime israeliano, richiedendo una dichiarazione
formale del "diritto di esistere" di Israele per acquisire la
cittadinanza tedesca. (Non è richiesta alcuna dichiarazione simile riguardo al
diritto di esistere della Germania). Ma l'affermazione che il regime israeliano
non abbia diritto di esistere non è semplicemente un'opinione legalmente
protetta. È anche una verità dimostrabile, sia dal punto di vista fattuale che
legale. Naturalmente, l'affermazione che Israele "abbia diritto di
esistere" è sempre stata una totale assurdità, poiché priva di qualsiasi
fondamento giuridico o fattuale. Ma questa affermazione sionista suona
familiare a innumerevoli persone in Occidente, perché è stata ripetuta con una
frequenza senza precedenti come pilastro della propaganda sionista, perché è stata
pronunciata incessantemente da politici occidentali che ricevono tangenti dalla
lobby israeliana e perché è stata ampiamente diffusa da società mediatiche
allineate con Israele e incaricate di proteggere obbedientemente l'impunità del
regime.
Chiediamoci
se abbiamo mai sentito un ritornello simile, che rivendicasse il diritto
all'esistenza dell'Italia, del Canada o, nel caso in questione, della Germania.
Eppure, si afferma costantemente che il regime israeliano (e solo il regime
israeliano) in qualche modo possieda tale diritto. La conclusione più ovvia è
che il regime e i suoi rappresentanti in Occidente si sentano così
profondamente insicuri circa la legittimità dello Stato israeliano, data la
sanguinosa storia della sua fondazione ed espansione, entrambe condotte al di
fuori dei limiti della legge, da aver ritenuto necessario imporre un'ortodossia
forzata (e fittizia), radicata nell'idea di eccezionalismo israeliano e nella
nozione di impunità garantita dallo Stato. Ma tale diritto non esiste nel diritto
internazionale. Assolutamente no.
Fatti scomodi
In realtà,
quando misi piede per la prima volta nelle sale delle Nazioni Unite negli anni
'80, esistevano molti Stati che non esistevano più quando me ne andai nel 2023.
L'URSS, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Germania dell'Est, il Tanganica,
Zanzibar e la Repubblica Araba Unita avevano forse un "diritto di
esistere"? No. E nemmeno Israele. Gli Stati nascono e muoiono, ma nessuno
di loro ha un "diritto di esistere". Di fatto, questo è innegabile.
Eppure, alcuni continuano a ripetere a pappagallo l'invenzione sionista priva
di fondamento secondo cui il regime israeliano possiederebbe in qualche modo
tale diritto; altri lo accettano senza porsi domande; alcuni (come la Germania)
cercano persino di costringere gli altri a dichiararlo; e altri ancora
proibiscono qualsiasi tentativo di contestare questa menzogna. Non esiste un
"diritto di esistere" per gli Stati secondo il diritto
internazionale. Israele non può, quindi, rivendicare tale diritto. Certo, gli Stati
hanno alcuni diritti. Ad esempio, gli Stati hanno generalmente il diritto
all'uguaglianza sovrana, all'integrità territoriale e all'autodifesa ai sensi
dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ma anche questi diritti,
normalmente concessi agli Stati, sono soggetti a condizioni e limitazioni,
molte delle quali precluderebbero la rivendicazione di Israele. Ad esempio, la
Corte Internazionale di Giustizia ha ripetutamente stabilito che Israele non ha
il diritto di invocare l'autodifesa nei suoi attacchi contro i territori
palestinesi occupati. (In sostanza, non si può entrare con la forza in casa di
qualcuno e poi rivendicare il diritto all'autodifesa quando il proprietario
oppone resistenza). In secondo luogo, a parte quelli concordati nei trattati
firmati con l'Egitto (1979) e la Giordania (1994), Israele non ha nemmeno
confini definiti. Gran parte del territorio rivendicato e occupato dal regime
israeliano è territorio su cui lo Stato di Israele non ha alcuna pretesa
legale, mentre altri territori rivendicati come parte dello Stato sono a loro
volta oggetto di controversia.
Il regime
non può avanzare alcuna pretesa legale di integrità territoriale sui territori
illegalmente occupati nel 1967 e successivamente, tra cui Gerusalemme Est,
Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan. La sua "Linea Verde" del
1949 con Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza non è un confine internazionale,
bensì una linea di armistizio intesa unicamente a separare le forze in
combattimento. Il regime non può rivendicarla come confine legittimo. Inoltre,
poiché il divieto di acquisizione di territorio con la forza è una norma
imperativa (jus cogens) del diritto internazionale e un obbligo vincolante ai
sensi della Carta delle Nazioni Unite, lo Stato di Israele non può rivendicare
nessuno di questi territori come parte del proprio territorio legittimo.
Di fatto, la
Commissione di diritto internazionale ha stabilito che gli Stati non dovrebbero
riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed
erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze
sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora in
poi. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso
della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati.
Anche i
territori rivendicati dalle forze sioniste nel 1947 nell'ambito del piano di
spartizione delle Nazioni Unite sono soggetti a contestazione legale. Dato
questo fatto, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite non aveva alcuna
autorità, né in base alla sua Carta né, più in generale, in base al diritto
internazionale, per ignorare la volontà dei popoli indigeni o per creare uno
stato colonialista di insediamento. Allo stesso modo, le forze sioniste non avevano
alcun diritto, anche in base al diritto internazionale, di negare al popolo
palestinese il diritto all'autodeterminazione o di acquisire territori con la
forza. Infatti, la Commissione di Diritto Internazionale ha affermato che gli
Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle
norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle
perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime
israeliano da allora. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla
minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a
tutti gli Stati.
La Corte
Internazionale di Giustizia ha ribadito questo principio in relazione alla
presenza del regime israeliano nei territori palestinesi occupati anche nel
2024, quando ha concluso che l'occupazione di Gerusalemme Est, della
Cisgiordania e della Striscia di Gaza è del tutto illegale e che lo Stato di
Israele deve porvi fine rapidamente e completamente. Ha inoltre affermato che
tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere la presenza di Israele in
questi territori e di adoperarsi per porvi fine. Pertanto, poiché Israele non
ha un territorio definito, le sue pretese legali di integrità territoriale sono
significativamente limitate. E senza confini riconosciuti (e qui non si parla
di una controversia di confine di minore entità, ma piuttosto della mancanza di
definizione della maggior parte del territorio statale), gli manca persino un
criterio fondamentale per il riconoscimento come Stato. Attualmente, quasi
trenta Stati membri delle Nazioni Unite in Africa, Asia e America Latina
(compresi alcuni dei suoi vicini geografici più prossimi) non riconoscono lo
Stato di Israele, mentre altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con
il regime durante il genocidio in corso.

Il Governo criminale di Israele
Non c'è
sovranità senza uguaglianza.
Infine,
senza una sovranità legittima, non può esserci alcuna pretesa di uguaglianza
sovrana. Nel diritto internazionale, la sovranità non appartiene agli Stati, ma
ai popoli. Il regime israeliano si proclama "Stato ebraico" e afferma
di rappresentare il suo popolo. Ma non rappresenta gli interessi delle
popolazioni non ebraiche (palestinesi musulmani e cristiani) che vivono in quel
territorio o che hanno il diritto di viverci e di far parte della legittima
comunità politica di quel territorio. Lo Stato etnonazionalista di Israele può
anche affermare di rappresentare 7,2 milioni di cittadini (ebrei). Non può, in
modo credibile, affermare di rappresentare i quasi 16 milioni di palestinesi
che hanno il diritto di far parte della comunità politica di quella terra. Di
fatto, anche se il regime dovesse insediare con la forza tutti gli ebrei del
pianeta in quella terra, rappresenterebbe comunque solo una minoranza della
popolazione, rispetto alla maggioranza palestinese. La stragrande maggioranza
delle persone che hanno il diritto di far parte della comunità politica ne è
esclusa in vari modi: esclusa dalla rappresentanza paritaria (i palestinesi del
1948), esclusa da qualsiasi tipo di rappresentanza (i palestinesi di Gaza,
della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) o addirittura esclusa dalla
possibilità di esercitare il proprio diritto legale al ritorno e alla
partecipazione (i palestinesi della diaspora).
![]() |
| Il Governo criminale di Israele |
Nemmeno
Israele può rivendicare una legittima autorità di governo. Questo perché il
diritto internazionale stabilisce che "la volontà del popolo è alla base
dell'autorità del governo", che deve essere "espressa mediante
elezioni periodiche e genuine, a suffragio universale e paritario".
Escludere milioni di abitanti autoctoni del territorio sulla base di criteri
etnonazionalisti costituisce una violazione paradigmatica di questo requisito.
Pertanto, il regime israeliano non può rivendicare una legittima autorità di
governo. La Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente affermato che il
regime non ha tale autorità a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma le
condizioni ineguali imposte alla popolazione palestinese all'interno della
Linea Verde, e la totale esclusione di coloro che vivono nella diaspora,
rendono questa argomentazione ugualmente applicabile al resto della comunità
palestinese. E senza tale autorità, il regime non può rivendicare una legittima
sovranità. Allo stesso
modo, la condotta illegale del regime è in contrasto con le sue rivendicazioni
di sovranità, poiché le moderne concezioni di sovranità includono un elemento
di responsabilità (soprattutto per quanto riguarda il rispetto del principio di
non aggressione, dei diritti umani e del diritto internazionale), che un regime
genocida e di apartheid, caratterizzato da una storia continua di aggressioni,
omicidi, crimini contro l'umanità e una cronica incapacità di conformarsi alle
sentenze del diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite, non
può affermare di aver rispettato.
Dai diritti
illusori ai doveri reali
Pertanto,
sia dal punto di vista giuridico che fattuale, il regime israeliano non ha
alcun "diritto di esistere". Ma l'analisi non dovrebbe fermarsi qui.
Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al
contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere. La comunità
internazionale degli Stati ha l'obbligo di cessare di riconoscere il regime,
isolarlo e lavorare per il suo smantellamento e la liberazione del popolo
palestinese. Chiaramente, nessuno oggi sosterrebbe che la Germania nazista, il
Sudafrica dell'apartheid , la Francia di Vichy o i Khmer Rossi della Kampuchea
avessero un "diritto di esistere". Né accetteremmo argomentazioni a
favore di regimi coloniali perpetui in Algeria, India, Namibia o Kenya. Per le
stesse ragioni, nessuna argomentazione giuridica (o morale) potrebbe
giustificare un diritto di esistere per Israele sionista. Al contrario, il
diritto internazionale richiede che, quando le violazioni di norme imperative
del diritto internazionale sono parte integrante della creazione, espansione e
mantenimento di uno Stato (come è accaduto nella Namibia e nella Rhodesia
dell'apartheid), tali entità non debbano essere riconosciute o accettate come
Stati legittimi e non debbano ricevere alcun aiuto.
Il passato
di Israele è inequivocabile. È stato fondato sulla violazione di due norme
imperative ( jus cogens ): il diritto dei popoli del territorio
all'autodeterminazione e il divieto di acquisire territori con la forza, nonché
sui due crimini più gravi previsti dal diritto internazionale: genocidio e
aggressione. Da allora, si è rifiutato di consentire il ritorno dei rifugiati e
di concedere loro un adeguato risarcimento, intensificando progressivamente la
sua politica di sfratti illegali, furto di terre e colonizzazione. Le Nazioni
Unite e tutte le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani
hanno concluso che il regime israeliano è colpevole di apartheid e segregazione
razziale, occupazione illegale, crimini di guerra, crimini contro l'umanità e
genocidio. Il regime è attualmente sotto processo per genocidio dinanzi alla
Corte Internazionale di Giustizia, accuse che la Corte ha ritenuto
sufficientemente plausibili da emettere una serie di provvedimenti cautelari
(tutti ignorati dal regime). La stessa Corte ha dichiarato il regime colpevole
di occupazione illegale, negazione forzata del diritto all'autodeterminazione,
acquisizione illegale di territorio con la forza, crimini di guerra, apartheid
e segregazione razziale. Inoltre, la Corte penale internazionale ha incriminato
i leader del regime per crimini contro l'umanità. Nel corso dei suoi
ottant'anni di esistenza, il regime israeliano ha detenuto il dubbio primato di
essere il Paese al mondo che ha violato il maggior numero di risoluzioni delle
Nazioni Unite e sentenze della Corte internazionale di giustizia.
Alla luce
degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto
del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di
qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora in poi. Affermare che un
tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle
generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza
umana.
Oggi, il
regime occupa illegalmente la Palestina, il Libano e la Siria, attacca il
Libano, la Siria, l'Iran, lo Yemen e altri paesi, e perpetra un genocidio in
Palestina. Ha compiuto assassinii in tutta la regione e ha ammesso (anzi, si è
vantato) di aver perpetrato attacchi terroristici transnazionali utilizzando
cercapersone carichi di esplosivo in Libano. Alla luce degli imperativi del
diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime
canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità
nella sua condotta da allora. Dichiarare che un tale regime abbia il
"diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue
vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana. E la minaccia
che rappresenta si estende ben oltre la Palestina. Il regime israeliano è
governato da un'ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È
armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un
potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e
biologiche. Ha varato politiche che impongono l'omicidio di massa di civili (la
Dottrina Dahiya), l'assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e
la potenziale distruzione nucleare del mondo (l'Opzione Sansone). Le sue spie
operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente
coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l'Occidente. Un
regime del genere ha forse il "diritto di esistere"? No. Anzi, smantellare
questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti
non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta
l'umanità.
lunedì 27 luglio 2026
NECESSITÀ DEL PACIFISMO
di
Gabriele Scaramuzza
È uscita da
non molto questa ricerca di Roberto Della Seta: Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa (Mimesis ed. 2025, pagine 416, € 28), un significativo contributo alla
riflessione sul pacifismo – una riflessione di cui si sente oggi
particolarmente bisogno. Il pacifismo non è un’idea univoca, che tutti sanno
cosa sia senza doversi porre domande in proposito. È un termine complesso, talvolta
contraddittorio, arduo nella sua storia millenaria. Con esso ci si deve in
concreto misurare, se non si vogliono rasentare pericolosi equivoci, proclami
di per sé controproducenti. Taluni lo hanno fatto, meritoriamente,
efficacemente. Anche se non frontalmente, nella sua ormai lunga storia “Odissea”
lo ha tentato, nei multiformi contributi che ha pubblicato. Ed è una delle
tante cose di cui dobbiamo esserle grati. Il libro di Della Seta dovrebbe
costituire un utile incentivo a che si riprendano le fila di un tema decisivo -
liso soprattutto dai recenti sviluppi, temibili, della nostra vicenda storica. L’aggressività,
la violenza, le sopraffazioni dei poteri forti, sono purtroppo una costante
della storia. E costante è l’opposizione, sacrosanta e ragionata, a esse. Da
perseguire, qualunque sia il suo esito storico.
CON LA PACE NON CON I POTENTI
Gentile Sig. Gaccione,
il nostro Arcivescovo ha letto con attenzione il
messaggio che gli ha inviato a riguardo
alla sua Lettera ai potenti della terra e la ringrazia di cuore per la sensibilità dimostrata nei
suoi confronti e per il pensiero che ha
scelto di condividere con lui.
Ciascuno di noi, anche nelle piccole cose, può
farsi portatore di giustizia e di bene, contribuendo
a far fiorire attenzione e sensibilità per
la difesa della dignità umana e per la causa della pace.
Impegniamoci a essere segno di speranza.
Operiamo la giustizia. Seminiamo
fraternità.
E vedremo insieme germogliare la pace.
Nel salutarla con gratitudine, le auguriamo
buona domenica.
Segreteria Arcivescovo
don Mimmo Battaglia
[Napoli, Sabato 25 luglio 2026]
domenica 26 luglio 2026
TACCUINO LOANESE
di
Angelo Gaccione

San Giovanni Battista
Cosa
c’è di più ammirevole di chi mostra attaccamento affettivo per la propria terra
e con passione cerca di trasmettere agli altri questi sentimenti, orgogliosa
del meglio che essa possiede, per fare in modo che chi non vi è nato e si trova
a visitarla, possa riceverne una parte e condividerla? Da parte nostra far
propria quella bellezza significa conoscerla più in profondità, capirla, per
averne cura e custodirla. “L’amministrazione di una città
consiste nella cura che ciascuno ne fa per la sua parte” ha scritto
Licurgo in Contro Leocrate, ogni amministratore pubblico dovrebbe
fare tesoro di questo insegnamento, e Patrizia Mel, maestra di inglese e membro
del Centro Turistico Giovanile di Loano, la sua parte la fa molto bene.
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| San Giovanni Battista |

Patrizia Mel

È tornata a viverci nella sua città e si è messa a disposizione come Simona Betton, come Barbara Matteoni, come Emy Rossi, come Giovanni Orso e tutti gli altri volontari della benemerita associazione che, da innamorati quali sono, della propria città, conducono noi turisti e visitatori ignari e spesso disattenti, a guardare per vedere; a conoscere per innamorarcene un po’ anche noi. Ho un’ammirazione sconfinata per gente così: è il vanto di un luogo e di una nazione di cui si può andare fieri.

Barbara, Patrizia, Giovanni
Devo
alla visita guidata gratuita del CTL che generosamente mi ha accolto,
tenuta da Patrizia Mel, se dopo oltre quarant’anni che vengo in questa stupenda
cittadina del ponente ligure, ho potuto cogliere una serie di aspetti
storico-artistici che mi erano sfuggiti, nonostante la mia irrefrenabile
curiosità di scrittore che l’ha girata in lungo e in largo. E si sa, molte cose
“si nascondono” e spesso ti vengono incontro in modo inaspettato. Non avevo,
ovviamente, trascurato di guardare in alto nel mio girovagare: Loano come altre
città di mare, ha un centro storico fatto di case che tendono verso l’alto ed è
proprio levando lo sguardo in alto – e non solo sulle prospettive orizzontali
di quell’affascinante e stordente intrigo che è la trama urbana dei caruggi (a
proposito, non azzardate ad usare il termine budello al posto di caruggio
perché la Mel vi fulminerà) – che farete delle singolarissime scoperte.
Patrizia Mel me ne ha fatto scoprire altre ancora e gliene sono grato.
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| Barbara, Patrizia, Giovanni |
Ma
soffermiamoci un momento sulla parola caruggio. Sono uno scrittore e sono un
maniaco delle parole. Patrizia accogliendo il suggerimento di alcuni studiosi,
le attribuisce un’origine araba (kharuj), uscita. Potremmo
azzardare un’ipotesi di questo tipo e non sarebbe incoerente: una via d’uscita
verso il mare. Anche la parola francese charriage nel suono le corrisponde, e una via per il transito di carrozze non sarebbe
del tutto da trascurare. Anche in inglese esiste il termine carriage,
mentre nella mia lingua dialettale il termine cariggi, indica
chiaramente una “strada” su cui transitavano carri. Carri contadini, carri
modesti, non carrozze per signori.

Palazzo Comunale
Ma
torniamo al prezioso tour guidato dalla signora Mel. Non avevo mai
notato che la facciata in alto della casa del capitano dei Doria nel caruggio
di via Ricciardi al numero 2 e sul cui sopra-porta campeggia in stampatello
maiuscolo la scritta latina et otio et labor fosse stata tutta
affrescata, come si intravvede dalle tracce ancora visibili. Ed avevo
dimenticato che “Il Fornetto” di via Richeri 47 dove compravamo della magnifica
focaccia l’anno in cui abbiamo villeggiato occupando un’abitazione in via
Stella, fosse del 1917.
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| Palazzo Comunale |

Palazzo del Capitano

Non mi era mai capitata la felice sorpresa di conoscere e visitare il laboratorio dell’artista Cesare Guidotti in piazza Palestro al numero 4, dove realizzava le sue straordinarie maschere per il teatro della Commedia dell’Arte e le sue sculture in cuoio e legno. Una visita graditissima che davvero mi mancava, e che la moglie dello scultore scomparso e il CTG hanno favorito con questa felice collaborazione. Se riuscirete a visitarla, questa bottega artigiana da sapore medievale, vi troverete immersi in un’atmosfera d’altri tempi, affollata com’è di oggetti curiosi, ferri del mestiere, opere, foto, ricordi, documenti… e persino un teatrino di marionette.
Guidotti, figlio
d’arte, si è premurato di dipingere le ante delle porte. Chissà quante volte mi
è accaduto di passarvi davanti, trovandolo chiuso, quando sciamavo tra i
quattro caruggi che intersecano la piazzuola, o per andare in Piazza Italia per
guardare le tavole delle due chiese, salire le gradinate del Palazzo Comunale
per andare ad incantarmi al mosaico pavimentale monocromatico di epoca romana,
dove anche questa volta ci ha portati Patrizia Mel con il suo tour.
Confesso
che il piacere maggiore l’ho sempre trovato girando da solo per ammirare le
volte che uniscono le case, i contrafforti che le sorreggono, le piazzuole
grandi e piccole che come una sorpresa ti si aprono davanti all’improvviso e
dove la luce magicamente ricompare mentre hai appena attraversato caruggi e
caruggetti orbi; ammirato i tromp l’oeil, le decorazioni delle facciate
delle case, le persiane dal bel colore verde disegnate accanto a quelle vere in
legno, l’infinità di locali e localetti di ogni sorta, e le tavolate disposte
in ogni vicolo nel cuore dell’estate. Tante cose ci ha fatto conoscere
Patrizia, altre le avevo viste da me: la strabordante processione con i portatori
dei Cristi lignei barocchi con le scintillanti raggiere e i decori laminati,
dove sfilano le confraternite addobbate delle loro cappe bianche e turchine; il
carnevale loanese, le sagre ed altro ancora.
Mi ero anche fatto il tour personale delle lapidi. Da quella affissa sulla facciata della casa di Maria Rosa Nicoletta Raimondi madre di Garibaldi, ai caduti partigiani che a Loano hanno avuto il loro martirio. Mi era sfuggita quella del religioso Giuseppe Valerga che nato a Loano divenne patriarca di Gerusalemme. Patrizia Mel ci ha condotto davanti alla sua casa, una casa modesta, ma lui si fece onore e onore ha reso alla città.
Insomma,
una visita ricca e partecipata, ma, segno dei tempi, assolutamente senza la
presenza di un solo giovane, come avviene per le cose che hanno un valore. Ne
avessi visto uno, o una, almeno per un giorno mi sarei riconciliato con il
traffico e l’insopportabile rumore di auto e moto che assedia il lungomare di
corso Roma e che risalendo la piazza Mazzini si prolunga sul corso Europa.
Non
potrei chiudere questo taccuino loanese senza ricordare la deliziosa pinza
alla pala alla romana del Workshop di via Damiano Chiesa n. 5, e i gelati e le granite,
soprattutto quella al gelso nero, del laboratorio dei simpaticissimi e generosi
Maurizio Ferrara e Admira Dzukic. Si tratta della gelateria Rino con l’ingresso
da via Ghilini al numero 29.

Torre dell'Orologio

Potete gustarvele seduti sulle panchine di piazza Massena che cingono un verdeggiante olivo, o percorrendo lemme lemme il caruggio principale dove si concentra il passeggio serale. Fino alla Torre dell’Orologio, la cinquecentesca Porta di Passorino, come faccio io.
ALBUM
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| Lapide per Stefano Carrara |
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| Veduta di un caruggio |
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| Una delle caratteristiche volte |
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| Facciata di una storica pizzeria |
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| Lapide per il partigiano Boragine |
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| Loano contro la guerra |
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| Maurizio Ferrara |
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| Admira con amica |
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| Simona Berton discute |
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| Simona informa |
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| Barbara promuove Loano |
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| Orso in primo piano |
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| Patrizia è pronta |
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| Non vi deluderà |
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