UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 14 aprile 2026

VERSO IL XXV APRILE
di Zaccaria Gallo
 
Tullia Romagnoli

I
Tullia Romagnoli Carrettoni. Dagli studi universitari alla Resistenza, dall’insegnamento della Storia dell’Arte alla politica a tempo pieno, dalle lotte in Parlamento all’ importanza internazionale della sua dedizione per i diritti delle donne, Tullia Romagnoli è stata una personalità multiforme, con una visione che, spesso, ha precorso i termini temporali della storia, e che fu resa possibile proprio dal suo rifiuto della ideologia fascista, praticata in a casa sua da suo padre, e dalla sua successiva lotta antifascista. Nata a Verona nel 1918 in una famiglia borghese, passò la fanciullezza e la gioventù a Milano, nell’asfittica atmosfera della adesione del suo genitore al fascismo. Diplomatasi nel Liceo Classico, Tullia si iscrisse all’Università nella Facoltà di Lettere e Filosofia: fu il momento in cui si accostò alle idee di libertà, che intravide subito compresse dal regime di Mussolini, e all’impegno antifascista. Con l’instaurazione delle leggi razziali del 1938, il suo pensiero politico subisce ulteriore maturazione, anche perché durante gli studi universitari aveva incontrato e condiviso quei suoi anni con Giuliana Foa e Tullia Zevi. La sua coscienza antifascista si definisce definitivamente dopo l’incontro con Gianfilippo Carrettoni, un giovane socialista, la cui madre aveva collaborato con Anna Kuliscioff, e il cui padre aveva perduto il posto in banca perché oppositore del fascismo. Tullia si sposerà con Gianfilippo nel 1940 e dalla loro unione, dopo essersi laureata in Archeologia, nascerà Ettore Carrettoni. Dal 1942 ha inizio la sua attività clandestina, in appoggio alla Resistenza, nella sua casa di Via Barberini a Roma. Sceglierà di entrare a far parte del Partito d’Azione, dopo aver incontrato Ferruccio Parri. Questo segnerà il suo destino politico successivo perché, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, nel 1945 aderirà al Partito Socialista, entrerà nell’Unione Donne Italiane, parteciperà a Parigi al Congresso Internazionale delle donne, si recherà dal 1952 in Unione Sovietica, Cina, Vietnam e Messico, sarà eletta al Senato nel 1963 ed inizierà la sua lunga battaglia parlamentare. La Scuola (che a me piace scrivere con la maiuscola),  i diritti della emancipazione femminile nella riforma del diritto di famiglia, la eliminazione dal codice penale del matrimonio riparatore del delitto d’onore, la vicepresidenza di Palazzo Madama e infine nel 1979 la elezione al Parlamento europeo: queste alcune delle tappe fondamentali della sua vita, successiva alla Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, sempre con l’intento di “affermare l’idea dell’uguaglianza che non lasci spazio alla omologazione culturale né tantomeno a identità totalizzanti e antagoniste”. Si aggiunse così negli ultimi anni della sua presenza politica (morirà nel 2015) la protezione dei diritti umani e la valorizzazione delle differenze etniche e religiose e culturali. È evidente che, la acquisizione di questi valori e della sua preparazione culturale e civile, non potevano non essere che la eredità diretta del suo impegno negli anni della Resistenza nazi-fascista, vero battesimo di una passione che l’avrebbe portata ad essere all’avanguardia nella preparazione e nella creazione delle norme legislative che poi saranno alla base del welfare italiano. E dalle stesse radici prenderà forma la sua ferma denuncia della terribile notizia dei tanti desaparecidos, il crimine che sotto l’egida della Cia stava avvenendo in Cile e in Argentina, ponendo sotto gli occhi di tutti in Italia e in Europa la assoluta necessità di difendere, sempre e ovunque, i diritti alla libertà di ogni essere umano e di ogni popolo, messi in pericolo tutte le volte che il fascismo, sotto ogni veste, stravolgeva la democrazia. E accanto a tutto questo, non si può dimenticare la sua presenza anche sul terreno della cultura in questo nuovo millennio: richiedeva che fosse garantito, a tutti i livelli, il giusto equilibrio fra modernizzazione e riconoscimento del ruolo fondamentale delle testimonianze dell’antichità nel patrimonio ambientale e a artistico del nostro paese, perché non può esserci presente e futuro senza la precisa conoscenza del passato. Viva la Resistenza! Viva il XXV Aprile! 

LA PIETRA AL COLLO
di Romano Rinaldi
 

Con la schiacciante vittoria dello sfidante di Viktor Orban, Peter Magyar, nelle elezioni parlamentari ungheresi, si conferma una tendenza che era più che lecito aspettarsi da parte di popolazioni evolute, culturalmente e politicamente ed in particolare più evolute rispetto ai leader che pretendono di rappresentarle. Questa vittoria segue diverse altre, caratterizzate da uno stesso denominatore comune. Penso alle elezioni in Australia nel 2025 e la inusuale riconferma del premier in carica Anthony Albanese, del partito labourista, avvenuta dopo la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca e successivi immediati contraccolpi della sua politica dei dazi e dello smantellamento delle Istituzioni Internazionali. Altro esempio lampante si è avuto con le elezioni in Canada (2025), dover il maldestro, improvvido e per dirla tutta stupido, tentativo di annessione di quel grande Paese agli Stati Uniti ventilato da Trump, ha convinto la maggioranza dei canadesi a non seguirne la pressante ingerenza e votare per un governo indipendente, guidato dal liberale Mark Carney, il quale non ha mancato di servire a Donald Trump il piatto più indigesto, con un discorso a Davos l’anno scorso che val la pena rileggere di tanto in tanto (1).
Per non farla troppo lunga, voglio solo ricordare, da ultimo, il recente risultato del nostro referendum costituzionale del mese scorso, che ha espresso chiaramente la volontà del popolo italiano di non abbandonare i principi democratici dettati dalla nostra Costituzione per un’avventura sovranista nel solco della tragedia che la presidenza di Donald Trum sta portando in tutto il mondo.  
Sfortunatamente per il nostro Paese, la guida della nostra Presidente del Consiglio dei ministri non sembra essersi accorta di avere imboccato una strada molto sdrucciolevole con le gomme praticamente lisce. Senza voler andare a ritroso ai fatti del 6 gennaio 2021 di Capitol Hill, si può cominciare con gli efferati episodi criminali di Minneapolis, mai denunciati dalla nostra “premier” per quello che sono stati per tutto il mondo civile. A seguire, l’avallo della più improbabile, sfacciata e ridicola delle proposte, fatta da un ricercato internazionale per crimini di guerra (Benjamin Netanhyau), di assegnare il Premio Nobel per la Pace a Donald Trump. Mettiamoci pure la terza, solo per armonia del numero: la partecipazione dell’Italia in una forma che vuole essere e non essere allo stesso tempo, al cosiddetto “Board of Peace”, un’accozzaglia di malandrini mondiali che, al seguito del loro idolo, Donald Trump, vorrebbero sostituire la forza del denaro e della potenza militare a quella del Diritto Internazionale e delle Istituzioni che ne sono a salvaguardia. Poi ci sarebbero casi anche molto più gravi, come i massacri a Gaza, l’intervento in Venezuela e fino all’ultima guerra, non condivisa ma non condannata…!
Tornando alle elezioni ungheresi, nonostante la pesante ingerenza dell’amministrazione americana addirittura col personale intervento del Vicepresidente J.D. Vance nella campagna elettorale per Viktor Orban, la stessa campana ha suonato un’altra volta. Perdipiù, non è che abbia vinto un’opposizione, bensì sempre un partito di destra. Ecco, se la nostra Presidente del Consiglio si ostinerà a mantenere una linea pro-Trump, avrà definitivamente dimostrato di essere rimasta quell’“underdog” da cui si vanta di essersi affrancata. Viceversa, si è messa e ha purtroppo messo tutti noi, al servizio ossequioso del perdente in assoluto, colui che dove tocca, anziché trasformare in oro, come vorrebbe far credere, porta guerre, dazi, distruzione dei rapporti tra alleati, usurpazioni di poteri in casa propria e altrui, cancellazione dei diritti dei cittadini e degli Stati, comportamenti erratici e imprevedibili con conseguenze planetarie, arricchimenti personali in spregio alle regole del capitalismo… e si potrebbe continuare fino alla noia.
Temo fortemente che quel cappio usato da Trump come metodo di trattava negli “accordi” di cui parlavo recentemente (2) non solo si stringerà attorno al collo più leggiadro, ma avrà una grossa pietra all’altro capo…!   
 
(1) https://www.cbc.ca/news/politics/mark-carney-speech-davos-rules-based-order-9.7053350
 
(2) Rinaldi – ODISSEA - 28/3/26
https://libertariam.blogspot.com/2026/03/un-cappio-al-collo-di-romano-rinaldi-i.html

NESSUN ACCORDO MILITARE CON ISRAELE!



Copiate e inviate questo ed inviatelo agli indirizzi email che vedete alla fine.
 
Oggetto:
Diffida e richiesta di mancato rinnovo del Memorandum Italia-Israele
 
Alla cortese attenzione
del Ministro degli Affari Esteri,
del Ministro della Difesa e
del Presidente del Consiglio
 
Con la presente, chi scrive intende dissociarsi in modo espresso e netto da ogni ipotesi di rinnovo tacito o formale del Memorandum d'intesa tra Italia e Israele in materia di cooperazione nel settore della difesa, in scadenza il 13 aprile 2026.
Si chiede pertanto che il Governo italiano proceda senza indugio alla rinuncia formale dell'accordo e a ogni atto necessario per impedirne il rinnovo, assumendosene in via esclusiva la piena responsabilità politica, istituzionale e giuridica, anche in relazione alle conseguenze che tale scelta potrà produrre sul piano interno e internazionale.
L'accordo, firmato nel 2003 e ratificato nel 2005, disciplina forme di cooperazione tecnica ed operativa, incluse attività di scambio, addestramento e collaborazione militare. Proprio per la sua natura e per il contesto attuale, il suo rinnovo non può essere considerato un atto neutro né automatico.
Alla luce delle gravi critiche già sollevate da giuristi, associazioni e numerosi cittadini, e considerando le più recenti evoluzioni dello scenario in Palestina, Libano e nel resto del Medio Oriente, riteniamo che ogni scelta di rinnovo debba essere imputata unicamente al Governo italiano, quale soggetto titolare del potere di decisione e della relativa responsabilità.
 
Si chiede quindi:
la denuncia formale del Memorandum;
il mancato rinnovo alla data del 13 aprile 2026;
la comunicazione pubblica e trasparente della decisione;
l’assunzione esplicita di responsabilità da parte del Governo per eventuali effetti derivanti dal rinnovo.
Con la presente si ribadisce dunque una ferma e inequivoca dissociazione da qualunque rinnovo del Memorandum e si intende attribuire al solo Governo ogni responsabilità per l'eventuale prosecuzione dell’intesa.
Cordiali saluti,
 
[Nome e cognome]
 
Come inviare questa mail
Inserisci i tuoi dati nel campo firma in fondo:
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sgd@sgd.difesa.it
uscm@palazzochigi.it
 

 

lunedì 13 aprile 2026

PER PEPPINO IMPASTATO
di Anna Rutigliano
 

Peppino Impastato

Il fonogramma dell’allora procuratore capo Gaetano Martorana, così recitava quella notte tra l’8 ed il 9 Maggio del 1978, dinanzi al ritrovamento dei resti umani di Peppino Impastato, dopo l’esplosione dinamitarda sui binari: “persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all'altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore”.
Sono trascorsi 24 anni dalla sentenza della Corte d’Assise di Palermo che condannava all’ergastolo Gaetano Badalamenti, lo “zu Tano seduto” del programma satirico radiofonico di controinformazione e  di denuncia antimafia, Onda Pazza, quale mandante dell’omicidio di Peppino Impastato, anche se di anni ne sono stati scontati soltanto due, in quanto il colpevole è deceduto nell’Aprile del 2004 e altrettanti ne trascorsero da quel 9 Maggio del 1978, lo stesso giorno dell’uccisione di Aldo Moro in via Caetani a Roma, perché fosse finalmente restituita dignità, dopo anni di depistaggi, inchieste e occultamento delle prove per collusione delle forze dell’ordine con lo Stato mafioso, ad un intellettuale politico e attivista, dal destino già segnato, per essersi opposto coraggiosamente agli pseudo valori di legalità e di rispetto della propria famiglia, intrallazzata con le cosche mafiose di Cinisi e dintorni e coinvolta con i traffici di droga provenienti dagli Stati Uniti, disonorando soprattutto suo padre Luigi: il tutto reso possibile grazie alla tenacia di mamma Felicia e di suo fratello più piccolo, Giovanni, nonché dei compagni militanti di Peppino.



Accade così che nelle pagine del libro-memoria Mio Fratello, tutta una vita con Peppino, di Giovanni Impastato, (Libreria Pienogiorno), si respiri pienamente quella curiosità e voglia di ricerca, impartita sin dalla tenera età, dall’educazione amorevole dello zio Matteo, divoratore di giornali e appassionato di lettura, dispensatore di libri essenziali nella formazione del pensiero soggettivo e critico di ogni individuo, mosso dall’amore per la sapienza trasmessa al nipote Peppino. Leggiamo a pag. 198 il prezioso monito di zio Matteo: “La banalità e la superficialità sono nemici della vostra crescita, nun vi duviti mai firmari, guardatevi sempre attorno, non accontentatevi di quello che molti tentano di farvi credere in maniera sbagliata. Bisogna essere critici, propositivi e costruttivi. Chistu pò succediri sulu cu u studiu e la conoscenza”. Peppino in seguito, non solo si iscriverà alla facoltà di Filosofia di Palermo ma comporrà anche alcune poesie d’amore, probabilmente indirizzate ad una certa Anna, tanto da apparire agli occhi ingenui di suo fratello Giovanni, un ragazzo  vivace, serio, intelligente e protettivo, lo spirito audace della casa, ribelle alle condizioni dettate dall’esterno, contraddistinto dall’instancabile ricerca della verità nel profondo anche quando pericolosa e scomoda, immerso a capofitto nella vita politica e sociale ma non nella leggerezza della vita. 



Del rapporto fraterno di Peppino e Giovanni ho trovato singolare l’intesa di complicità che si instaura fra i due, nonostante la differenza d’età di 5 anni e quel sentimento di paura che accompagna sin dalle prime pagine il piccolo Giovanni, allorquando decidono in totale simbiosi di adottare la strategia del silenzio, una sorta di tacito accordo essenziale ai due giovanissimi investigatori, tutte le volte che si rendono testimoni dei loschi soggiorni degli amici latitanti del papà Luigi e dello zio Cesare Manzella, capo della mafia di Cinisi, per discutere di affari a cui né i “picciriddi” né le donne di casa hanno libero accesso. Ogni movimento, ogni ritrovamento, come la scoperta della botola segreta, nascondiglio e via di fuga dei latitanti, ogni parola detta e taciuta dagli adulti, ogni sguardo triste di mamma Felicia, ogni espressione di preoccupazione della zia Fara, ogni individuo che si aggira presso la tenuta di zio Cesare ed in casa Impastato, rappresentano un pezzo del grande puzzle che Peppino vuole comporre a tutti i costi, per confermare a se stesso quanto la mafia sia prepotentemente radicata tanto nel modus vivendi delle famiglie siciliane quanto all’interno delle istituzioni socio-politiche dell’Italia dell’epoca, intaccando i principi e valori di Libertà di pensiero e di rispetto e quanto, inoltre, sia direttamente proporzionale e forte in lui la convinzione di doverla combattere in prima linea, di dover estirpare il male mafioso fondato sulla schiavitù e sulla corruzione di pensiero, specialmente dopo l’assassinio al tritolo dello zio Cesare. L’omicidio dello zio Cesare, infatti, rappresenta un punto ulteriore di svolta nelle indagini del giovane Peppino che culminano sia nella cacciata di casa da parte del papà Luigi che lo reputa fin troppo comunista, disonorando in tal modo la famiglia,  sia nella fondazione del giornale politico “L’idea” e di “Radio Aut” così come nella conduzione del programma radiofonico “Onda Pazza” in cui Peppino denuncia e deride impavidamente mafiosi e politici locali definendo la mafia “Una montagna di merda”. 



Giovanni, frattanto, dopo aver letto il libro Il giorno della Civetta di Sciascia, prezioso dono regalatogli da Peppino, il quale, sulle orme di zio Matteo, desidera inculcare nel fratello minore, una coscienza politica, un pensiero libero e svincolato da condizionamenti, tanto più se di origine mafiosa, sostiene energicamente il lavoro di sensibilizzazione culturale avviato da Peppino e dai suoi compagni militanti nel territorio di Cinisi e della limitrofa Terrasini, organizzando incontri e riunioni di natura intellettuale, in cui cinema, arte e letteratura trovino ragion d’essere, lui Giovanni, meno pragmatico, consapevole di non essere pronto per il grande salto nella lotta di classe, al pari di Peppino: “Io, il borghese consapevole che non ha ancora deciso di fare il salto” (pag. 218), ma in seconda fila per ricordare a Peppino sempre di stare attento, di non rischiare troppo eppur collaborativo con la sua 128 gialla per coinvolgere quanti più giovani possibili nel nuovo attivissimo circolo Musica e Cultura da poco costituitosi. Dopo la morte di papà Luigi, investito da un’auto in tarda notte, dopo la chiusura della sua pizzeria, in verità ammazzato su mandato dai suoi amici mafiosi, Peppino rifiuta categoricamente la stretta di mano di Don Tano al funerale: “Itivinni, nun siti degni di strìnciri a me manu” (pag. 256). Il “vaccaro boia” è l’ appellativo conferito a Badalamenti da mamma Felicia. 




Con quella morte la famiglia Impastato si trova a vivere momenti di intensa paura e angoscia, si sentono privi della protezione del papà, paura che invece non intacca l’attivismo politico di Peppino portandolo a candidarsi alle elezioni comunali nel Maggio del ’78 per il partito di Democrazia Proletaria. Peppino vuole e deve combattere su due fronti: quello della lotta politica umile e giusta, non armata e pacifica per la collettività e quello della sua lotta segreta familiare antimafia. Così, rivolgendosi a suo fratello, Peppino, in piena campagna elettorale, afferma soddisfatto: “Come vedi, Giovanni, la promessa che io ho fatto quindici anni fa è stata mantenuta, credo sia il caso di iniziare fin da ora a mantenerne qualche altra, magari per altri quindici anni ancora. Ci vediamo domani e ne parliamo con calma” (pag. 259).




Peppino, il “dissacratore pasoliniano”, non tornerà mai più da quella sera, ma rivivrà per sempre, ostinatamente nei lunghi anni a venire per volere di mamma Felicia, del fratello Giovanni, dei compagni militanti e di tutte quelle persone ed istituzioni che hanno creduto, vedi i giudici Falcone e Borsellino fondamentali nelle inchieste sul mafioso Gaetano Badalamenti, e che ancora credono che la giustizia sociale sia una responsabilità davanti al mondo, per usare le parole di Giovanni Impastato, perché Peppino risorge ogni giorno e tutte le volte che fra i banchi di scuola, in famiglia e nei rapporti socio-economici e politici si rispetti la dignità di ciascun individuo senza prevaricazioni, senza atteggiamenti arroganti e disonesti ma volti a costruire la Pace. Per questo anche noi, come il fratello Giovanni Impastato, tutta la vita con Peppino.

LA FAMIGLIA CHE VIVE NEL BOSCO
di Antonio Vox
 


La questione della “famiglia del bosco”, dopo un breve fuoco di paglia mediatico, è scomparsa dalle cronache. Evidentemente non interessa più a nessuno, visto che tutti i media sembrano coinvolti nelle vicende internazionali di guerra dove la piccola Italia non ha voce in capitolo.
Eppure quella vicenda della famiglia è la spia di un disagio sociale diffuso di cui il sistema politico, già indaffarato in campagna elettorale, non si vuole occupare. Eppure in quella vicenda ci sono delle vittime.
Sul “Gazzettino di Gela” del 6 aprile è apparso un breve ma significativo articolo di Grazio Trufolo, Segretario Nazionale del PLI (Partito Liberale Italiano) così sintetizzato nell’incipit: “L’allontanamento dalla famiglia deve essere una misura da usare solo in casi estremi”.
Il Segretario così si esprime nel corpo dell’articolo: “i figli minorenni possono essere allontanati dal proprio nucleo familiare esclusivamente in presenza accertata di violenza o grave pericolo per la loro incolumità fisica e psicologica”. Sembra una banalità tanto il concetto appare radicato nella società: il nucleo familiare è il granulo più piccolo ma essenziale ed esistenziale di ogni comunità civile. Eppure, è successo proprio il contrario. 
Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, nel Novembre 2025, ha disposto, per una famiglia che viveva nel bosco di Palmoli (CH), la sospensione della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori. I tre figli, minori, sono stati affidati, accompagnati dalla madre, ai servizi sociali.
Le motivazioni? Eccole: Le condizioni di vita dei minori ritenute fragili e inadeguate, tra cui la mancanza di scolarizzazione e di assistenza pediatrica; oltre che di una adeguata socializzazione. Il tutto con la formula usuale del “superiore interesse dei minori”, una bambina di 8 anni e due gemelli di 6. Basterebbe fare un giro per l’Italia per sospendere la responsabilità genitoriale ad una caterva di famiglie italiane “costrette”, da disagi economici ed esclusione sociale, ad una vita di stenti.
La domanda è, dunque: quelle carenze non avrebbero potuto essere risolte senza la sospensione della responsabilità genitoriale? Senza penalizzare il nucleo familiare?  La questione, però, si complica: nel marzo 2026, il Tribunale dispone l’allontanamento della madre dai figli, per comportamenti non collaborativi.
La domanda è, dunque: di quale collaborazione si tratta? O si tratta di differenti visioni sulla “gestione dei figli?”.



Nell’Aprile 2026, alcuni esperti hanno depositato una relazione al Tribunale parlando di traumi per i bambini e invocando il ripristino del nucleo familiare. Per intanto, i bambini hanno trascorso la Pasqua senza i genitori.
Non si vuol qui entrare in questioni giudiziarie o di valutazione sociale sia perché si entrerebbe in un ginepraio di norme e sensazioni, di procedure e convincimenti, di burocrazia e senso della libertà, di presunzione d’esperti e tradizioni; sia perché è appagante godere di un rifiuto strutturale dei dibattiti di facile radicalizzazione e senza costrutto.
Qui ci si deve chiedere fin dove può arrivare l’invadenza dello Stato nel sospendere il ruolo del genitore e quella della assistenza sociale, nel surrogare tale ruolo. Non è questione di giurisprudenza nella quale si è dichiaratamente ignoranti; è questione di visione di vita e di cultura.
Lo Stato dovrebbe risolvere, senza peraltro generare drammi, ansie e frustrazioni, situazioni che non rispettino la obbligatorietà scolastica e un adeguato regime igienico sanitario; l’assistenza sociale dovrebbe supportare, senza pretendere di surrogare il ruolo genitoriale, individui, famiglie e comunità in situazioni di disagio, emarginazione e bisogno.
Arrivare a disgregare una famiglia è questione di tutt’altra natura.
Pertanto, è facile concordare con il citato Trufolo quando sostiene che  questa è una misura da applicare solo in casi estremi.
Nel caso in esame, non sembra che si sia operato con giudizio ed equilibrio.
Sembra, invece, che abbia influito una visione soggettiva di carattere totalitario, basata su tesi dottrinali che hanno il difetto di essere solo tesi figlie di una visione della vita, forse tecnica ma certamente soggettiva.
Ora, se il minore è bene che cresca in spazi e in ambienti che “garantiscano sviluppo, socializzazione, salute e integrità della propria identità”; allora lo Stato civile e l’Assistenza Sociale hanno il dovere di costruire questi spazi per accogliere i minori ma non certo per escludere i genitori, in generale gli adulti. Quegli spazi non sono aridi; sono spazi umani prima che tecnici; quegli spazi costruiscono le identità; in quegli spazi convivono tutte le età; e sono queste che costituiscono la ricchezza dello spazio e il virtuoso procedere della maturità. Infatti, il dilagante riduzionismo del XII secolo che esalta il tecnicismo, (quell’approccio metodologico e filosofico che mira a comprendere sistemi complessi scomponendoli nelle loro componenti più elementari, basandosi sull'idea che il “tutto” sia la somma delle sue parti) crede di poter scomporre la vita a piacimento della dottrina in voga. Poi, però, non riesce più a ricomporre il sistema integrato. Così non si fa scienza ma si perde di certo la visione olistica. La famiglia è un sistema olistico integrato.
Ora, la professionalità del Giudice, dell’Assistente Sociale o di chi costruisce dottrine è, per definizione, tecnica, specialistica; difficilmente olistica.
Ecco che si rientra nelle domande già fatte: dove deve fermarsi la invadenza dello Stato? Dove si esaurisce il ruolo dello Stato? È questa invadenza che crea disagi e frustrazione, sentimenti anti sistema e conflitti sociali, minacce via social, lotta di partiti: caos labirintico senza uscite. È questa invadenza che compagina le carte e genera dibattiti surreali come quello che tratta di chi siano i figli: dello Stato o della famiglia?
Sembra proprio che la famiglia che vive nel bosco, fra le tante famiglie italiane disagiate, abbia vinto un premio speciale. La Natura propone una netta soluzione: equilibrio, che si controlla non generando inutili tensioni. La cultura di cui siamo portatori non contempla l’annichilimento della famiglia.

 

ALLA BIBLIOTECA SICILIA DI MILANO
Quel che noi non siamo.



Conversazione con Gianni Biondillo e Angelo Gaccione
 
Venerdì 17 aprile 2026 ore 17,30

Via Luigi Sacco n. 14 Fermata De Angeli 

della linea Rossa della Metropolitana MM1

 

AL GIARDINO DELLA MEMORIA DI MILANO
In memoria del fotografo Francesco Radino





FIRENZE
Sguardi critici su un mondo in fiamme

 


FIRENZE. IDRA CHIAMA A RACCOLTA

idrafir@gmail.com (Tel. 055 - 7602773)


 


BENVENUTA PRIMAVERA!
Colli Aniene con Poesia, Musica, Arte.





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