UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 24 maggio 2026

TACCUINI MILANESI
di Angelo Gaccione


 

Il Palazzo Stampa di Soncino
  
Palazzi che occupano un’intera via ce ne sono diversi a Milano. Ma può anche capitare che gli ingressi si distribuiscano su più vie occupando con la loro stazza un’area considerevole, definendone la forma geometrica ed influenzando il resto dello spazio attorno. Prendiamo per esempio il cinquecentesco Palazzo Stampa di Soncino: l’ingresso al numero 61 si distende in lunghezza per un significativo tratto della via Torino; poi gira nella omonima via Soncino dove c’è un secondo ingresso, il numero 2, e la occupa per intero. La via è lunga quanto il palazzo, 85 dei miei passi ben distesi, contando dall’imbocco di via Torino, e prosegue ripiegando ad angolo nel vicolo di Santa Maria Valle dove c’è un ulteriore ingresso. La vastità dello spazio originario che gli dava respiro si è ridotta nel tempo ad un minuscolo slargo, occupato dalle abitazioni del vicolo. Un po’ più avanti c’è la stretta via Stampa: in pratica, il casato ha messo il suo sigillo su un’intera area. L’imponente colonnato ai lati del portone ci rivela che questo è l’ingresso principale e che dà accesso al cortile d’onore. Trovandolo aperto, seppure protetto da un importante cancello, sono riuscito a sbirciarvi. Le carrozze dell’epoca lo avranno varcato una infinità di volte, con i suoi padroni e i suoi ospiti. 



Da fuori si vede un pezzo di torre che sovrasta il palazzo e si innalza su tre blocchi di grandezze diverse; la sua elevazione raggiunge un’altezza di ben 42 metri. Alla sommità svettano due colonne che reggono un globo terrestre su cui poggia un’aquila bicipite che a sua volta regge una corona: si tratta dei simboli di Carlo V d’Asburgo e dei suoi vasti domini imperiali. Il motto Plus Ultra su quelle che dovrebbero evocare le Colonne d’Ercole, dal basso non si legge, ma ingrandendo i particolari delle foto che ho scattato, compaiono delle lettere vergate in posizione obliqua. A farselo costruire, questo Palazzo, era stato il marchese Massimiliano, che si era avvalso dell’architetto della Fabbrica del Duomo, Cristoforo Lombardo. Al tempo della loro realizzazione queste costruzioni devono avere impressionato non poco gli abitanti di quelle che venivano chiamate contrade. Questo è a pochi passi dal Carrobbio che a quell’epoca era un agglomerato di case di artigiani e popolani. Il palazzo di fronte è altrettanto lungo e occupa anch’esso tutta la via Soncino; meno blasonato e con due soli numeri civici: i dispari 1 e 3. Due palazzi per una sola via: potenza del danaro.

LIBRI
di Anna Rutigliano


Alida Airaghi

Il Decalogo di Alida Airaghi
 
Nella recente opera della poetessa Alida Airaghi Decalogo, Omaggio a Krzysztof Kieślowsky (Ignazio Pappalardo Editore, Settembre 2025), l’impianto anulare della scrittura poetica, in cui un riflesso violaceo di brace tra la cenere sparsa apre la silloge (versi finali del primo componimento / primo comandamento: Non avrai altro Dio all’infuori di me) e la conclude, costituendone l’epilogo dal titolo Riflesso, insieme alla complessità delle tematiche etico-esistenziali, complementari alle questioni teologico-religiose ed evocate per mezzo dei versi stessi, le conferiscono, a mio avviso, un’aura di genialità e abilità scrittoria uniche e singolari. L’originalità della Airaghi risiede, infatti, nella sapiente ed ingegnosa coniugazione dell’immagine filmica, priva di effetti spettacolari, ma esteticamente intrisa di luci e ombre caravaggesche, ad esaltarne il dramma umano, tratto saliente e non sempre decifrabile della regia-sceneggiatura di Kieślowsky/Piesiewicz, con la parola poetica, profondamente enigmatica ma, al contempo, autentica correlata, infine, alla parola biblica di tradizione dogmatica ebraico-cristiana. La rivisitazione/interpretazione, in chiave poetica del Dekalog di Kieślowsky /Piesiewicz, mediometraggio in dieci episodi, trasmesso in televisione alla fine degli anni ottanta (attualmente fruibile sulle piattaforme mainstream), della durata di circa un’ora ciascuno, ispirato ai Dieci Comandamenti del patto d’alleanza fra Dio e Mosè sul Monte Sinai, trova corrispondenza simmetrica, all’interno dell’opera di A. Airaghi, negli inserti di alcuni versetti del Salmo, “incisi” in corsivo. Ciascuna collocazione biblica, poi, si arricchisce semanticamente della visione personale della scrittrice, sensibilmente affine a quella del regista polacco, entrambi i quali tentano di porvi soluzioni che smorzino L’inferno etico dell’esistenza (argomento discusso nell’ottavo episodio Non dire falsa testimonianza della pellicola di Kieślovsky, nell’ora di lezione universitaria di filosofia,) originatosi dall’interazione di religiosa sacralità, scienza esatta e morale. Esemplari a tal proposito sono i versi biblici del quinto comandamento Non Uccidere: Tu non ucciderai…o della vita tua chiederò conto e sarai sottoposto a giudizio. La Airaghi interviene con un chiasmo ossimorico potente (vittoria istantanea esultante eterna irrimediabile sconfitta) che decreta, per il ragazzo assassino, una sorte più ignobile, dal punto di vista etico-sociale, rispetto a quella inflitta all’ebete e grasso conducente del taxi, colpevole di nulla: grottesco il trionfo omicida si affaccia alla mente… il ragazzo assassino pagherà la sua colpa all’ordine sociale trasgredito. Non la corda che ha usato per strozzare, ma un’altra lo attende più pesante: il suo corpo bambino penderà irrigidito, burattino innocente come mai era stato.



La questione del libero arbitrio dell’individuo, della sua incapacità di compiere una scelta moralmente giusta, nonostante gli imperativi religiosi, che da millenni accompagnano il travagliato percorso interiore e storico dell’umanità, costituisce, dunque, il filo conduttore delle esistenze che si intrecciano nel condominio di undici piani, del complesso periferico residenziale del quartiere di Śródmieście, nella Varsavia cupa e fredda post caduta del Muro di Berlino, catturate con sguardo pietistico e mai di biasimo, dall’obiettivo cinematografico di Kieślowsky.
Di riflesso, ad ogni comandamento, seguono le poesie della Airaghi, i cui incipit violano il comandamento stesso, come nel caso del settimo comandamento Non rubare, i cui versi d’apertura (Cosa rubano ai bambini i ladri di bambini? Sogni senza lupi cattivi… le storie della nonna, la mano della mamma), sono rivolti al pubblico lettore, sotto forma di quesito, per il quale non esiste risposta alcuna per via del secolare perpetuarsi dell’azione del rubare, esplicitato nei versi anaforici finali del componimento: ladro chi ruba e chi tiene il sacco, ladro chi froda e chi si approfitta…chi lucra, ricatta, annusa le prede.
La sfera etica, d’altra parte, è saldamente connessa al tema dell’innocenza e alla sua salvaguardia, rappresentando una questione altrettanto costante del Dekalog di Kieślowsky/Piesiewicz, omaggiato dal Decalogo di Alida Airaghi. A partire dal primo episodio/comandamento Non avrai altro Dio all’infuori di me, in cui il piccolo Pawel, appassionato di matematica, quanto il suo papà, docente universitario, prova terribile tristezza per un cane morto assiderato, giacente sul laghetto di ghiaccio.



Nulla può l’elaboratore elettronico di casa, altamente preciso, pronto ai calcoli (nell’episodio televisivo, si osserva sul display del Computer, a chiare lettere, la scritta “I am ready…”) ma non ai sogni, incapace di rispondere all’innocente interrogativo, affidato magistralmente da Kieślowsky al piccolo Pawel, dagli occhi celeste candido, sul perché esista la morte e su cosa sia l’anima, lui, così dispiaciuto per l’animale e che tanto sogna un saluto dalla sua mamma che più non c’è e con la quale si riconcilierà, in seguito ad un tragico incidente sul laghetto ghiacciato, fuori da ogni previsione matematica paterna e del calcolatore: (La macchina non decreta inizio e fine, se pure è pronta a tutto, disponibile a coniare parole, miniare icone, simulare coscienza e volontà: non sa sognare, non sa desiderare…Il ghiaccio del laghetto così compatto può creparsi  sotto il peso di una piuma?).



Ma è nell’ottavo episodio/comandamento Non dire falsa testimonianza, che religione, filosofia etica ed innocenza si incastrano saldamente sino a deciderne le sorti di Elzbieta, rinomata giornalista ebrea emigrata a New York, scampata ai lager nazisti nel lontano 1943, dunque a morte sicura, per volere di Dio o per falsa testimonianza di Zofia, di fede cattolica? Nello scorrere della pellicola del Dekalog, apprendiamo che Zofia, l’insegnante di filosofia, sarebbe stata la signora che avrebbe dovuto salvare la piccola Elzbieta, falsificandole il certificato di battesimo, per sfuggire alle persecuzioni naziste.  Il rifiuto dell’ultimo minuto, da parte di Zofia, di aiutare la piccola Elzbieta, è frutto del suo non voler contravvenire alla fede cattolica, a cui appartiene, o alla sua scelta etica di sacrificare una vita per salvarne altre? (così leggiamo nei versi della Airaghi: Destinato a salvare il generoso non avrà gratitudine da colui che ha salvato. Gli basti il pregio del soccorso offerto al vinto, allo sconfitto. Lui applaudito magnanimo, l’altro costretto al quotidiano inferno della riconoscenza). Il caso (?) vuole che le due donne si riconcilino e si perdonino vicendevolmente a distanza di anni.  
Le prospettive filmico-poetiche del Dekalog Kieślowsky/Piesiewicz e del Decalogo di Alida Airaghi assurgono a straordinario capolavoro intellettuale, nella misura in cui la riflessione etico-religiosa è inserita nell’attuale contesto della società ipertecnologica e consumistica, caricandosi, da un lato di anelante spiritualità, necessaria, dall’altro, di attaccamento materiale dell’individuo moderno, nelle sue fragilità e imperfezioni, all’ordinario, quale prodigiosa manifestazione del divino (o del caso/del destino?).


La copertina del libro

Non è un caso che la Airaghi citi ad esergo dell’opera, i versi tratti dal poema Gerontion di T. S. Eliot e che a sua volta si richiama ai versi 12:3409 del Vangelo secondo Matteo: Signs are taken as wonders (I segni sono scambiati per meraviglie). Il riferimento al secondo episodio/comandamento del Decalogo in cui l’insetto affogato nel bicchiere si arrampica sul vetro, un semaforo da rosso si fa verde, segnale di ripartenza, potrebbe esser segno di rinascita del malato terminale in ospedale che può sperare di vivere ancora. Esattamente all’opposto, la boccettina di inchiostro blu, che si riversa sulla scrivania del papà di Pawel, nel primo episodio/comandamento, rappresenterebbe presagio di morte.
Sia Kieślowsky che la Airaghi non offrono soluzioni etiche per lo spettatore / lettore, semmai riflessioni: abbiamo la conferma ulteriore, attraverso l’arte, che, qualunque azione dell’essere umano, possa essere il frutto sia del libero arbitrio, sia della manifestazione del divino imperscrutabile, sia dell’irrazionalità del caso. E come il testimone silenzioso e triste, che compare nella pellicola del Dekalog Krzysztof Kieślowsky, così l’angelo fallito o involontario demone del Decalogo di Alida Airaghi è ombra dei nostri piedi, inclemente memoria, imprescindibile, anche quando la nostra fede è in bilico.

MILO DE ANGELIS ALLA CASA DELLA POESIA
Somiglianze, il libro del poeta di Milo De Angelis compie 50 anni (1976).





DA POETA A POETA
 


Norbert Conrad Kaser, morto a trentuno anni, è stato il più importante poeta italiano del Novecento in lingua tedesca. Ribelle, anticonvenzionale, critico verso la società sudtirolese del tempo, una vita tormentata. Emarginato, alcoolista. Ha precorso la beat generation. Scriveva: “Ich bin mude von den ordentlichen leuten(“sono stanco della gente perbene”); “der tod ist ein beamter(“la morte è un impiegato”); “zorn wachst mir in den bauch” (“il rancore mi cresce nel ventre”). A lui, dedico un mio ricordo in versi, dopo aver letto la sua Poesia, così moderna, così umana. [Zaccaria Gallo]

 

A Norbert C. Kaser                
di Zaccaria Gallo

Che ribellarci è dolce,
come il fumo e il vino,
che t’accorciarono la vita,
illuminata da fiaccole e musica.
 
Nella grande oscurità
– fuoco a distruggere
padri, bestie, masi –
il commiato – Das Scheiden –
 
Grigia la campagna,
grigi i laghi alpestri,
per angoli bui & nascosti -
sempre queste & -
 
Fuori dal convento,
i sabati della passione
fra il fascino dei boschi,
che l’uomo non corrompe
 
e tu, solo,
con la tua tessera di partito,
infrecciato santo,
fra bestemmie e puttane,
a far vivere invece bambini nelle fiabe…
 
… annodato al letto dell’ospedale,
il tuo fegato bevitore, 
i neuroni annegati,
nell’alcool & nella poesia.                               
 
[Maggio 2026 - inedita]                                               

SETTE
di Antonio Ricci

 


Hanno raccolto nel cuore
le voci calde e umane dei contadini,
nelle campagne dove l’aratro
scriveva sulla pianura la genesi
dell’appartenenza alla terra
rigogliosa, accolta dalle loro
mani lavorative.
Nell’anima si accomuna
il cammino della memoria
della dignità, pagate
con il martirio e il sacrificio
a beneficio dell’umana sapienza,
con la consapevolezza di tramandare
di generazione in generazione
la vita donata alla libertà.
I sette fratelli Cervi hanno cantato  
i suoni della rivolta, apprestandosi
alla Resistenza.
In silenzio ha singhiozzato
il cuore di Lei, la mamma.
Nei suoi occhi magnetizzati dal
dolore, lucidi di lacrime,
solcava la sofferenza della
mancanza.
La famiglia tutta unita
ha incontrato la morte
non per diventare leggenda
ma stelle che segnano la via
dell’avvenire.
 
[Maggio 2026]

 

LA FRASE DEL GIORNO
di Laura Margherita Volante 




 
Accendere il cervello fa pulsare il cuore
”.

  

sabato 23 maggio 2026

PERCHÉ SCENDIAMO IN PIAZZA












CAFFÈ LETTERARIO “ORAFELIX” DI ROMA
Adam Vaccaro dialoga con Donato Di Stasi e Plinio Perilli sul suo libro Percorsi di Adiacenza (Marco Saya Edizioni).





venerdì 22 maggio 2026

MUSICA E POLEMICHE
di Aldo Bernardi*
 



Sul caso Beatrice Venezi e alcune proposte per migliorare la governace delle Fondazioni Lirico-sinfoniche italiane e ridurre lo strapotere delle agenzie di rappresentanza degli artisti.
 
 
Un appassionato d’opera: “Certo che alla fine con tutta ’sta polemica è anche diventata famosa!... (riferito alla vicenda della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi).
 
Sì, ma non per ragioni di valore musicale e artistiche, infatti, non appena la Presidente del Consiglio dei ministri e i suoi scellerati compari toglieranno le tende, la bionda Venezi non farà più nulla in Italia e neppure in Argentina, unico stato estero dove, grazie all’ imposizione della succitata Presidente del Consiglio presso Milei, ha lavorato dirigendo al Teatro Colon di Buenos Aires!
Ergo conviene che faccia qualche concorsino almeno per insegnare Educazione musicale alle scuole medie altrimenti si faccia mantenere dal babbo ex di forza nuova! In realtà il nostro bel Paese avrebbe seriamente bisogno oggi più di ieri di riformare il sistema di nomina dei vertici apicali delle Fondazioni Lirico-sinfoniche e combattere lo strapotere della mafia delle Agenzie di rappresentanza degli artisti, cantanti, solisti registi e direttori d’orchestra, che da almeno 40 anni, attraverso i propri titolari quasi sempre incompetenti anzi ignoranti totali musicalmente parlando, corrompono  direttori artistici, sovrintendenti, politici di settore per piazzare sempre solo e dappertutto i propri artisti e guadagnare percentuali da capogiro dal lavoro altrui, a prescindere dal reale ed oggettivo valore musicale ed artistico dei musicisti scelti a gonfiare ‘l’offerta’ della propria Agenzia, quasi tutti schiavi del marcio sistema del profitto, dove il più pulito ha la rogna! Lo dico da almeno 30 anni! Infatti, lo scorso ottobre proponevo una riforma dello Statuto delle Fondazioni lirico sinfoniche nostrane in senso migliorativo, anche da contrapporre alla scellerata proposta di Gianfranco Mazzi, sottosegretario del ministero della Cultura, di riformare il codice dello spettacolo in un’ottica verticistica dove tutte le decisioni fondamentali sarebbero state prese verticisticamente a Roma dal Ministro della cultura di turno, che notoriamente nulla capisce di musica classica, lirica e sinfonica.



Entrando nel merito, nell’ottobre 2025 scrivevo ciò che vado proponendo da almeno 30 anni, da quando è avvenuto il passaggio dei Teatri lirici italiani da Enti Lirico-sinfonici alle attuali Fondazioni. “Bisogna che tutti assieme ci ribelliamo senza se e senza ma, come se entrassimo in uno stato di agitazione e sciopero permanenti, per esempio sospendendo a turno la prima di una produzione ogni settimana, affinché il peso del sacrificio economico degli scioperi sia equamente suddiviso tra gli artisti dei Cori e i professori di tutte le Orchestre: dalla Fenice alla Scala, dal San Carlo a Santa Cecilia a Firenze, Bologna, Genova, Torino con Teatro Regio e Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Opera di Roma ma anche di tutti quei solisti, direttori, compositori nostrani, vanto ed eccellenza italiana nel Mondo, che condividano le giuste rivendicazioni riformanti come il sottoscritto e sono sicuro tantissimo altri e sapranno dunque sostenere l’agitazione contro le norme vigenti soprattutto nella parte che concerne le regole di nomina dei Sovrintendenti direttori artistici e Direttori musicali, cioè di tutti i dirigenti apicali degli Enti stessi, che se si fosse pensato e curato esclusivamente il miglioramento dei livelli  artistici musicali, invece che come in tutti i settori pubblici italiani alla spartizione, controllo e strumentalizzazione esclusivamente politici della Musica classica in questo martoriato paese, sarebbero state già cambiate da decenni!”. “Bisogna che nessun prestigioso Ente, a turno concordato dalle RSU, fermi la propria agitazione permanente fino a quando il settore non ottenga dal Parlamento nazionale per tramite del Presidente del Consiglio, una riforma sostanziale delle suddette norme, cambiando seriamente e sostanzialmente gli Statuti delle Fondazioni Lirico sinfoniche magari anche attraverso la mediazione, l’aiuto e la sintesi del Ministro della Cultura.



In particolare, penso che gli scioperi debbano continuare fino a quando noi professionisti ed eccellenze del settore non otterremo che: 
1) il Sovrintendente delle Fondazioni Lirico-sinfoniche sia un musicista di chiara e comprovata fama almeno nazionale se vuole fare anche il Direttore artistico;
2) il Direttore Musicale di concerto con il Sovrintendente che deve essere anche musicista (competenza irrinunciabile obbligatoria per fare qualsivoglia scelta artistico musicale) o col Direttore artistico se le cariche fossero separate, di altrettanta fama e competenza musicale, (sto pensando per es. al Regio di Torino attualmente guidato artisticamente da un avvocato completamente a digiuno di musica e andando più indietro nel tempo, alla Scala di Milano retta artisticamente da un dottore in chimica che poi è anche  passato alla direzione artistica dell’Orchestra nazionale della Rai.  
3) Premesso tutto ciò, il direttore musicale del teatro e/o dell’Orchestra sinfonica o ICO (Istituzione Concertistico Orchestrale) che sia, deve essere scelto e nominato, (ripeto di concerto coi primi due dirigenti, ma solo se ne hanno le comprovate competenze e titoli), esclusivamente dall’Orchestra e cioè dai professori tutti che in riunione e a votazione deciderà - sentito il parere non strettamente vincolante ma consultivo del Sovrintendenti e dei Direttori artistici. Che dovranno votare anch’essi come se fossero uno dei 100 professori d’orchestra. Ergo 103 persone competenti votano e decidono chi desiderano alla loro guida per tot anni. Come fanno da 150 anni le migliori orchestre del mondo, Berliner e Wiener Philharmoniker in testa.
 

  

*Direttore d’Orchestra - Presidente e Direttore artistico dell’Associazione Mozart Italia di Milano (filiazione del Mozarteum di Salisburgo). Presidente del CeRiMus: “Comitato Nazionale per la riproposizione dell’Educazione Musicale di base in ogni grado e ordine di scuola in Italia”.

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