UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 26 luglio 2026

TACCUINO LOANESE
di Angelo Gaccione


San Giovanni Battista

Cosa c’è di più ammirevole di chi mostra attaccamento affettivo per la propria terra e con passione cerca di trasmettere agli altri questi sentimenti, orgogliosa del meglio che essa possiede, per fare in modo che chi non vi è nato e si trova a visitarla, possa riceverne una parte e condividerla? Da parte nostra far propria quella bellezza significa conoscerla più in profondità, capirla, per averne cura e custodirla. L’amministrazione di una città consiste nella cura che ciascuno ne fa per la sua parte” ha scritto Licurgo in Contro Leocrate, ogni amministratore pubblico dovrebbe fare tesoro di questo insegnamento, e Patrizia Mel, maestra di inglese e membro del Centro Turistico Giovanile di Loano, la sua parte la fa molto bene. 


Patrizia Mel


È tornata a viverci nella sua città e si è messa a disposizione come Simona Betton, come Barbara Matteoni, come Emy Rossi, come Giovanni Orso e tutti gli altri volontari della benemerita associazione che, da innamorati quali sono, della propria città, conducono noi turisti e visitatori ignari e spesso disattenti, a guardare per vedere; a conoscere per innamorarcene un po’ anche noi. Ho un’ammirazione sconfinata per gente così: è il vanto di un luogo e di una nazione di cui si può andare fieri.


Barbara, Patrizia, Giovanni
 
Devo alla visita guidata gratuita del CTL che generosamente mi ha accolto, tenuta da Patrizia Mel, se dopo oltre quarant’anni che vengo in questa stupenda cittadina del ponente ligure, ho potuto cogliere una serie di aspetti storico-artistici che mi erano sfuggiti, nonostante la mia irrefrenabile curiosità di scrittore che l’ha girata in lungo e in largo. E si sa, molte cose “si nascondono” e spesso ti vengono incontro in modo inaspettato. Non avevo, ovviamente, trascurato di guardare in alto nel mio girovagare: Loano come altre città di mare, ha un centro storico fatto di case che tendono verso l’alto ed è proprio levando lo sguardo in alto – e non solo sulle prospettive orizzontali di quell’affascinante e stordente intrigo che è la trama urbana dei caruggi (a proposito, non azzardate ad usare il termine budello al posto di caruggio perché la Mel vi fulminerà) – che farete delle singolarissime scoperte. Patrizia Mel me ne ha fatto scoprire altre ancora e gliene sono grato.
 


Ma soffermiamoci un momento sulla parola caruggio. Sono uno scrittore e sono un maniaco delle parole. Patrizia accogliendo il suggerimento di alcuni studiosi, le attribuisce un’origine araba (kharuj), uscita. Potremmo azzardare un’ipotesi di questo tipo e non sarebbe incoerente: una via d’uscita verso il mare. Anche la parola francese charriage nel suono le corrisponde, e una via per il transito di carrozze non sarebbe del tutto da trascurare. Anche in inglese esiste il termine carriage, mentre nella mia lingua dialettale il termine cariggi, indica chiaramente una “strada” su cui transitavano carri. Carri contadini, carri modesti, non carrozze per signori.


Palazzo Comunale
 
Ma torniamo al prezioso tour guidato dalla signora Mel. Non avevo mai notato che la facciata in alto della casa del capitano dei Doria nel caruggio di via Ricciardi al numero 2 e sul cui sopra-porta campeggia in stampatello maiuscolo la scritta latina et otio et labor fosse stata tutta affrescata, come si intravvede dalle tracce ancora visibili. Ed avevo dimenticato che “Il Fornetto” di via Richeri 47 dove compravamo della magnifica focaccia l’anno in cui abbiamo villeggiato occupando un’abitazione in via Stella, fosse del 1917. 


Palazzo del Capitano

Non mi era mai capitata la felice sorpresa di conoscere e visitare il laboratorio dell’artista Cesare Guidotti in piazza Palestro al numero 4, dove realizzava le sue straordinarie maschere per il teatro della Commedia dell’Arte e le sue sculture in cuoio e legno. Una visita graditissima che davvero mi mancava, e che la moglie dello scultore scomparso e il CTG hanno favorito con questa felice collaborazione. Se riuscirete a visitarla, questa bottega artigiana da sapore medievale, vi troverete immersi in un’atmosfera d’altri tempi, affollata com’è di oggetti curiosi, ferri del mestiere, opere, foto, ricordi, documenti… e persino un teatrino di marionette. 



Guidotti, figlio d’arte, si è premurato di dipingere le ante delle porte. Chissà quante volte mi è accaduto di passarvi davanti, trovandolo chiuso, quando sciamavo tra i quattro caruggi che intersecano la piazzuola, o per andare in Piazza Italia per guardare le tavole delle due chiese, salire le gradinate del Palazzo Comunale per andare ad incantarmi al mosaico pavimentale monocromatico di epoca romana, dove anche questa volta ci ha portati Patrizia Mel con il suo tour.
 


Confesso che il piacere maggiore l’ho sempre trovato girando da solo per ammirare le volte che uniscono le case, i contrafforti che le sorreggono, le piazzuole grandi e piccole che come una sorpresa ti si aprono davanti all’improvviso e dove la luce magicamente ricompare mentre hai appena attraversato caruggi e caruggetti orbi; ammirato i tromp l’oeil, le decorazioni delle facciate delle case, le persiane dal bel colore verde disegnate accanto a quelle vere in legno, l’infinità di locali e localetti di ogni sorta, e le tavolate disposte in ogni vicolo nel cuore dell’estate. Tante cose ci ha fatto conoscere Patrizia, altre le avevo viste da me: la strabordante processione con i portatori dei Cristi lignei barocchi con le scintillanti raggiere e i decori laminati, dove sfilano le confraternite addobbate delle loro cappe bianche e turchine; il carnevale loanese, le sagre ed altro ancora. 



Mi ero anche fatto il tour personale delle lapidi. Da quella affissa sulla facciata della casa di Maria Rosa Nicoletta Raimondi madre di Garibaldi, ai caduti partigiani che a Loano hanno avuto il loro martirio. Mi era sfuggita quella del religioso Giuseppe Valerga che nato a Loano divenne patriarca di Gerusalemme. Patrizia Mel ci ha condotto davanti alla sua casa, una casa modesta, ma lui si fece onore e onore ha reso alla città.


 
Insomma, una visita ricca e partecipata, ma, segno dei tempi, assolutamente senza la presenza di un solo giovane, come avviene per le cose che hanno un valore. Ne avessi visto uno, o una, almeno per un giorno mi sarei riconciliato con il traffico e l’insopportabile rumore di auto e moto che assedia il lungomare di corso Roma e che risalendo la piazza Mazzini si prolunga sul corso Europa.



Non potrei chiudere questo taccuino loanese senza ricordare la deliziosa pinza alla pala alla romana del Workshop di via Damiano Chiesa n. 5, e i gelati e le granite, soprattutto quella al gelso nero, del laboratorio dei simpaticissimi e generosi Maurizio Ferrara e Admira Dzukic. Si tratta della gelateria Rino con l’ingresso da via Ghilini al numero 29. 



Torre dell'Orologio

Potete gustarvele seduti sulle panchine di piazza Massena che cingono un verdeggiante olivo, o percorrendo lemme lemme il caruggio principale dove si concentra il passeggio serale. Fino alla Torre dell’Orologio, la cinquecentesca Porta di Passorino, come faccio io.


ALBUM



















Lapide per Stefano Carrara


Veduta di un caruggio


Una delle caratteristiche volte 


Facciata di una storica pizzeria


Lapide per il partigiano Boragine


Loano contro la guerra






Maurizio Ferrara


Admira con amica

                                                
Simona Berton discute

Simona informa


Barbara promuove Loano


Orso in primo piano


Patrizia è pronta














Non vi deluderà

UNA DOLCEZZA D’ESTATE
di Zaccaria Gallo
 


In ogni cortile del mio Sud, in passato, esisteva una norma che nessuno metteva in discussione: il fico che cresce nel cortile non si abbatteva mai. Si diceva che portava fortuna e che la sua ombra proteggeva la casa, che l’albero faceva parte della famiglia allo stesso modo che la famiglia apparteneva all’albero. Fico, albero mediterraneo per eccellenza e i suoi frutti dolci, morbidi, delicatissimi, uno dei simboli più autentici della cultura pugliese: ogni morso, un sapore antico di secoli, un sapore che era anche il segnale che l’estate cominciava e sarebbe durata fino ad un punto certo; fino a quando i frutti sarebbero rimasti sui rami e sarebbero durate quelle foglie così grandi da sembrare orecchie. Servivano all’estate, per ascoltare le voci degli uccelli, delle cicale sfinite dal caldo, il ronzio delle api e delle vespe, assetate di dolcezza. Quella chioma, cosi densa, donava un’ombra parziale, ma essenziale, al suolo sottostante, ne riduceva l’evaporazione e calmava la sete degli orti che, senza di lei, avrebbero chiesto tanta acqua, sempre così preziosa per il nostro sud. Così se ne ricorda Diego Valeri: Laggiù al paese, nell’orto, / i miei mattini erano sul fico / largo di foglie, bruno, chiazzato / di neri frutti. Mi nascondevo nel folto / del grande albero amico… / Ogni tanto coglievo / un frutto, che gemeva latte / dal picciolo spezzato…



Tutti frutti, uno più bello e buono dell’altro, tanto da mettere in difficoltà su quale scegliere per assaporarne il sapore. Questa incertezza, nella scelta, viene metaforicamente ricordata dalla grandissima poetessa Sylvia Plath in unpasso del suo romanzo La Campana di Vetro. Vidi la mia vita diramarsi da vanti a me come il verde albero di fico… E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non sapere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché uno dopo l’altro si spiaccicarono a terra ai miei piedi.

 


Ma noi sappiamo anche che, però, poi, da fine giugno, per tutto il mese di luglio e d’agosto, fino alle prime piogge di settembre, nasce il fiorone, a cercare di saturare la voglia del fico, il primo prodotto già assaggiato. Frutto pieno d’una voluttuosa morbidezza e di una peccaminosa dolcezza (forse causa per Adamo ed Eva della perdita del Paradiso terrestre, più che la mela). E siamo, dunque, così nell’estate del mio paese di Puglia. Piena di sole, calda, colma di luce e profumi tutti suoi particolari, di foglie ed erbe che danzano contente, lievi al mattino, sotto una brezza di sale, e ansanti nel pomeriggio della controra, se baciate dal secco favonio. Fra le cicale impazzite, i passeri cercano l’acqua e l’ombra, come fanno migliaia di persone che si avviano per andare a refrigerarsi con un bagno in mare o soltanto anche a stare sulla riva in contemplazione delle onde. Per raggiungere la battigia, un ultimo sforzo è richiesto: scendere le scale costruite sulla falesia. Qui accade allora l’incontro. 



All’inizio delle scale è facile incontrare l’albero, l’albero generoso, il fico, che offre a chi passa quel sentimento che tra gli esseri umani si sta perdendo: la dolcezza. Perché dolce è la forma dei frutti, dolce il loro profumo, dolcissimo il loro sapore, perché è dolce questo loro offrirsi spontaneamente, dicendo siamo qui per voi, e questo invito, così discreto e disinteressato, ci fa star bene, come fa stare bene una vera amicizia. Quegli alberi, ancora oggi, come in passato, li incontriamo anche sui bordi delle nostre strade di campagna. I contadini di una volta, si fermavano a raccoglierne qualche frutto per dissetarsi, quando a bordo dei loro carretti si recavano o tornavano dal lavoro. E loro, i fichi, sono ancora lì, vicino ai muretti a secco; continuano ad essere il simbolo di una ospitalità spontanea, che non distingue tra ricchi e poveri, tra cittadini e viandanti. 



Sono esseri viventi, che non hanno parole, ma offrono ciò che cresce, senza possedere nulla, vivendo e donando quello che forse c’è di più prezioso al mondo, e che così spesso dimentichiamo: la dolcezza. Mi chiedo allora: perché in tanti secoli non abbiamo imparato da loro, che con la dolcezza si costruisce un mondo di bene, di amore, di amicizia e si erigono barriere contro la paura della morte? Questo albero, che ha con sé la storia, la filosofia, la bellezza del mediterraneo greco, ci insegna che, chi vive accanto a noi, con la sua dolcezza, può sempre essere un compagno per ogni solitudine. Anche se spesso non dovesse riuscire a cancellarla, può sempre aiutarci a trasformarla.

ODE DELLA BELLEZZA
di Chicca Morone
 

Tomaso Kemeny

Fight for Beauty” è il celebre grido di battaglia e manifesto mitomodernista del poeta e critico letterario Tomaso Kemeny. Tomaso è stato un Grande non solo come letterato, ma come Uomo che ha saputo combattere qualunque forma di violenza, con lo spessore intellettuale di chi ne conosce l’inutilità: dall’invasione dell’Ungheria dei carri armati russi con una fuga a otto anni insieme alla bellissima madre, il padre adottivo e i soli passaporti; alla battaglia, un po’ meno cruenta, contro la perdita dei valori etici spirituali e nelle relazioni umane in ambito letterario. All’alba degli anni Novanta ha proposto un nuovo modello culturale, fatto di scritti ma soprattutto di presenza fisica in occasioni in cui non c’era la sola lettura di testi, ma la volontà di risvegliare quegli animi che denotavano già la tendenza all’assuefazione al trash, al non armonico, indotta spesso dalle linee editoriali volte al semplice rendimento delle loro case editrici. 
Una proposta rivoluzionaria in cui la Bellezza e il Mito sono diventati “strumenti per risanare la natura e difendere la dignità umana nell'era moderna”.
La rivalutazione della poesia e dell'arte, non più come entità astratte, ma strumenti determinanti per interpretare i conflitti del mondo, in un mondo decadente da un punto di vista animico, dove guerre e sopraffazioni erano già ben presenti.
Così è nato il Mitomodernismo per volontà della triade Giuseppe Conte, Stefano Zecchi e Tomaso Kemeny: una schiera di poeti che in questi trent’anni si sono più o meno affermati, li ha seguiti vivendo in loro il ruolo di “capitano”.
Restano celebri le incursioni artistiche per liberare la Poesia dai presupposti accademici e coinvolgere la gente con la forza delle idee libere da strutture cattedratiche o erudizioni limitanti: dal battesimo sul sagrato di Santa Croce a Firenze, alla presa dell’ermo colle leopardiano, alla lettura davanti alla Borsa Valori di Milano... e molte altre occasioni; una militanza mai esaurita, vivace e dirompente.


Tomaso Kemeny e Chicca Morone

Pochi i giornali che ne hanno parlato: il Mito è “di destra” veniva ripetuto per demonizzare quello che nel migliore dei casi gli addetti ai lavori non capivano, nel peggiore per tenere lontano le persone dalle proprie radici: se infatti iniziassimo a studiare veramente le dinamiche tra gli dei e gli uomini, forse non ci lasceremmo travolgere da una serie di orrori perpetrati da quella élite che oggi è convinta di potersi sostituire a Dio.  
Il problema vero è che abbiamo perso l’attenzione, che siamo continuamente sollecitati da suoni, immagini e avvenimenti che ci portano a non soffermarci, a non creare il collegamento con il nostro pensiero più profondo: da qui il sentimento di non completezza, la pulsione a immaginare qualche altra meta da raggiungere.
“L’attenzione, nel suo grado più elevato, e la preghiera sono la stessa cosa” (Simone Weil, Quaderni 2 – p.120) rende perfettamente l’idea del perché la crisi delle religioni sia così evidente nei nostri giorni: spesso non sappiamo connetterci a chi ci sta di fronte nella realtà oggettiva, prefigurando una risposta al suo discorso, elaborando quello che recepiamo dalle parole che ci giungono; figuriamoci se è possibile avvicinarci al contatto col divino che prevede attenzione e silenzio come unico luogo di nutrimento per l’anima.  
Tomaso Kemeny aveva sottolineato, in uno dei cinque punti essenziali del suo Manifesto, l’importanza della “liberazione dell’energia creativa del linguaggio simbolico”, prevedendo quello che sarebbe successo con l’Intelligenza Artificiale, dove il computer assembla le parole senza conoscerne il valore simbolico. Non a caso l’uso consolidato dei vari like e contrazioni delle parole sui social ha formato una generazione di persone dal vocabolario limitato, in stretta relazione con la notizia oramai conclamata che in Italia il Q.I. si è abbassato dal 2012 a oggi perdendo ben 6 punti intellettivi medi. L'automazione e il rapido accesso alle soluzioni grazie ai sistemi informatici, i quali non sollecitano certo l'ingegno umano è una delle cause di questo processo involutivo.



Inoltre “Combattere il brutto, sia come forma artistica che come declinazione del comportamento umano” dovremmo averlo come nostro credo dal risveglio al mattino fino al momento in cui sprofondiamo tra le braccia di Morfeo: non lasciarci invadere da atteggiamenti e comportamenti altrui volti alla disgregazione, all’annichilimento del nostro essere. Certo non è possibile per noi fermare il genocidio che sta avvenendo a Gaza, non possiamo fermare i droni che colpiscono le case dei Palestinesi e bloccare i lanciafiamme con cui i soldati bruciano vivi bambini in culla e le loro madri; non possiamo evitare che vengano spedite armi in Ucraina senza sapere che fine facciano, visto il livello di corruzione del loro governo: assistere ai video in cui i reclutatori di giovani da mandare al macello vengono assaliti dai passanti esasperati da una guerra che ha solo distrutto un popolo per arricchire commercianti di armi e la loro classe politica composta per la maggior parte da askenaziti, non ci rende sereni sicuramente.   
È per questo che “Creare poesia come forza vitale che muove persone, animali e cose” è un impegno che dal nostro Maestro abbiamo continuato a seguire anche quando nello scorso novembre Tomaso Kemeny ha lasciato il corpo, ma non il ricordo. Un uomo di una dolcezza disarmante, non remissivo ma pronto al combattimento intellettuale ovunque vedesse calpestata la dignità umana e la sopraffazione. Figlio di un eroe di guerra (partito volontario e morto nell’assedio di Stalingrado lasciando il figlio di 4 anni) e di un’aristocratica dalla bellezza unica ha ricevuto nel bagaglio cromosomico tutte le caratteristiche per restare fra noi, un personaggio che ha riassunto le figure di padre fratello e anche figlio (quando compiva qualche malefatta).

POETI TRADOTTI
di Anna Rutigliano



Eseguito per la prima volta, nel Maggio del 1950, alla Royal Albert Hall di Londra, sotto la direzione di Wilhelm Furtwängler, con l’interpretazione del soprano Kirsten Flagstad, il Lied Im Abendrot (Al tramonto) costituisce il Lied finale del ciclo Vier letze Lieder (Quattro ultimi Lieder), composto da Richard Strauss tra il 1946 ed il 1948, su testo poetico di J. F. von Eichendorff e dedicato, come i primi tre, a sua moglie soprano Pauline de Ahna.
Il tema centrale della morte si configura come ricongiungimento spirituale romantico con il mistero dell’Assoluto, nella quiete del tramonto offerta alla coppia di coniugi anziani, ormai stanchi degli affanni e delle gioie terreni. I versi finali (nel testo poetico, in lingua originale, leggiamo: ist dies etwa der Tod?), in forma di quesito, rappresentano una sorta di trasfigurazione della natura (lo stesso Strauss aveva precedentemente composto Tod und Verklärung, Morte e trasfigurazione, op.24) verso l’infinito cosmico, a sancirne il suo intangibile e profondo enigma.



 Al tramonto

Abbiamo camminato mano nella mano
fra gioia e dolore
e  dal gironzolare ora
riposiamo
sulla quieta terra.
 
Le valli declinano attorno,
il buio avanza,
due allodole soltanto si innalzano
sognando nel profumo dell’aria.
 
Su vieni, lasciale volare,
presto sarà tempo di dormire,
per non smarrirci
in questa solitudine,
 
O vasta e quieta pace!
così profonda al tramonto,
siamo come sfiniti viandanti,
È questa forse
la morte?
 
(Trad. di Anna Rutigliano)

sabato 25 luglio 2026

CAUSE DELLA GUERRA IN UCRAINA
di Eros Barone



1. La crisi finanziaria del 2008 e la svolta protezionista
I massimi rappresentanti della politica internazionale non si peritano di affermare a chiare lettere che la guerra in Ucraina, così come il conflitto israelo-palestinese e, più ingenerale, i venti di guerra che soffiano impetuosi nel periodo che stiamo vivendo, costituiscono un ‘turning point’ di portata storica non solo sul terreno della definizione dei confini territoriali, ma anche nel senso che gli esiti delle guerre in corso potrebbero contribuire a delineare il volto del futuro economico mondiale. Si tratta, per l’appunto, delle cause materiali dei conflitti militari, ossia degli interessi economici che muovono i conflitti militari contemporanei, in Ucraina e nel resto del mondo. Orbene, per comprendere questo determinante ordine di cause occorre partire da una grande svolta, che da diversi anni caratterizza la politica economica degli Stati Uniti d’America: la crisi finanziaria del 2008. In quella congiuntura critica gli americani si sono resi conto, infatti, che stavano importando molte più merci di quante ne riuscissero a esportare, e che così stavano accumulando un ingente debito verso l’estero, non solo pubblico ma anche privato: un debito potenzialmente insostenibile. Basti pensare che il passivo netto americano verso l’estero è arrivato a 18.000 miliardi di dollari, un primato negativo senza precedenti. Di contro, l’attivo netto cinese verso l’estero è arrivato a 4.000 miliardi, l’attivo netto russo a 500 miliardi, e così via. Sennonché il problema è che il creditore può utilizzare il suo attivo per cominciare ad acquisire il capitale del debitore. In altre parole, l’Oriente può iniziare a comprare aziende occidentali, ponendo in atto quel fenomeno che Marx definisce come “centralizzazione del capitale” in un nucleo ristretto di grandi imprese. Tale tendenza è tipica del capitalismo; la novità è però che, questa volta, si tratta di grandi imprese orientali. Dinanzi a questa nuova tendenza, di una potenziale centralizzazione capitalistica nelle mani dei grandi creditori orientali, dal 2008 in poi l’amministrazione americana ha compiuto una svolta: non più verso il libero scambio globale ma verso un protezionismo sempre più unilaterale e aggressivo. Del resto, le avvisaglie di questa linea risalgono alla presidenza di Obama, mentre il pieno sviluppo si è avuto con la presidenza di Trump e pure, in piena continuità con questa, sotto la presidenza di Biden, confermando in tal modo che il protezionismo è una questione decisiva per gli interessi economici statunitensi. La storia ci insegna che questi mutamenti unilaterali, ovvero il passaggio dal globalismo al protezionismo – sono stati spesso sorgenti di conflitti economici sfociati poi in vera e propria guerra militare, che è quanto dire in un classico conflitto imperialista. Sennonché occorre rammentare che nel linguaggio corrente (anche, e ‘pour cause’, giornalistico) i termini di Europa e Unione Europea vengono usati come sinonimi, mentre la cronaca politica ci dice che non sono affatto sovrapponibili.



Basti osservare che a importanti incontri fra capi di governo e di Stato, come quelli svoltisi a Parigi, a Londra e in altre capitali europee, hanno preso parte i leader del Regno Unito, che non fa più parte dell’Unione Europea e oggi rappresenta la testa velenosa di quel serpente che si chiama NATO, e il Canada che non è in Europa. Si è così deciso di costituire, allo scopo di proseguire e allargare la guerra contro la Russia, una “coalizione dei volenterosi”: sintagma, questo, risalente all’epoca del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iraq nel 2003. È in questo quadro, a un tempo caotico e isterico, che si inserisce il progetto di riarmo promosso dalla Commissione europea sotto la direzione di Ursula von Der Leyen, incentrato sull’obiettivo di investire 800 miliardi di euro nella difesa militare europea. Tuttavia, la logica spietata dell’eterogenesi dei fini è tale, che un simile progetto bellicista, facendo lievitare il debito pubblico, determinerà tassi di interessi più alti per i paesi, come l’Italia, già altamente indebitati. L’aumento delle tasse, che sarà il logico corollario del bellicismo riarmista europeo, si accompagnerà pertanto, come è inevitabile, a una riduzione dello Stato sociale o “Welfare State”, concomitante alla costruzione di un “Warfare State”, fondato sulla crescita esponenziale della spesa militare. L’Unione Europea, mai così unita e mai così divisa, ricerca dunque nella spesa militare l’ennesimo campo nel quale esercitare la sua propensione a far tutto e insieme il suo contrario. I paesi orientali e quelli nord-orientali, più vicini alla Russia, hanno quasi raddoppiato tale spesa nel corso di un decennio, mentre quelli dell’Ovest l’aumentano pian piano. Questi ultimi prendono tempo. Nel mercato bellico dell’Est si vendono molte armi (sia in forma diretta che in forma ‘duale’) e manca ancora il contributo più rilevante, quello della Germania, che sicuramente apparirà con la massima evidenza entro la fine del ventennio. In quel momento anche l’Europa dell’Ovest farà sentire il peso dei propri bilanci militari. Così, negli anni Trenta del XXI secolo, la paura di un cambiamento di sistema e il disperato bisogno di smaltire la sovrapproduzione di merci e di capitali per sfuggire alla depressione economica faranno dell’Europa, sia a Est sia a Ovest, un immenso mercato armato. Esattamente come un secolo fa.



2. I rapporti di forza e l’equazione della deterrenza
Per quanto concerne le forze militari della Nato schierate in Ucraina, va detto che non si tratta di forze militari di carattere regolare facenti capo alla diade Nato-Unione Europea, giacché la Russia non tollererebbe la presenza di truppe occidentali ai confini del proprio territorio. Al momento, la politica ufficiale dei paesi europei è quella di evitare di porre in atto una simile opzione militare per non espandere il conflitto, anche se Francia e Gran Bretagna sono le principali promotrici di un’ipotesi interventista. Ciò che invece è accertato è la presenza di personale per l’assistenza logistica, la formazione e l’addestramento sui sistemi d’arma occidentali. A questo personale si aggiungono poi le forze speciali di alcuni paesi, i ‘contractors’ e gli agenti dei servizi di spionaggio e controspionaggio. Va inoltre considerata l’incidenza potenziale e reale degli armamenti ipersonici. Tale incidenza, secondo gli specialisti, si esprime in termini di deterrenza militare e corrisponde a un’equazione mediante la quale viene stabilito un rapporto fra tre fattori: la funzionalità di uno strumento operativo capace di esplicare il suo potenziale distruttivo in tutte le dimensioni e di proiettarsi in tutte le direzioni (terrestre, aerea, navale, cibernetica, spaziale, convenzionale e nucleare); la volontà di impiegare questo strumento per attuare gli obiettivi politico-militari che si vogliono perseguire; una efficace comunicazione strategica che renda ben visibili i primi due fattori ai gruppi dirigenti dei paesi avversari e alla opinione pubblica di tali paesi. È da osservare che nell’equazione della deterrenza questi tre elementi non compaiono come addendi di una somma, ma come fattori di un prodotto, talché, se i valori dei singoli fattori di questa equazione sono bassi, essi generano un prodotto modesto, e se uno solo dei fattori è pari a zero, il risultato finale è nullo e la deterrenza semplicemente non esiste. 



Sennonché bisogna riconoscere che in questo momento la Russia, a differenza di qualsiasi paese della Nato (Stati Uniti compresi) o della Unione Europea, esprime il massimo valore possibile di questa equazione, il che la rende imbattibile. La Russia ha peraltro dimostrato chiaramente, un anno fa, quello che può accadere (il terzo fattore), quando, in risposta a un attacco in cui12 missili Storm Shadow inglesi colpirono la regione russa di Kursk, Putin replicò lanciando nella regione di Dnipro il missile intercontinentale a medio raggio di nuova generazione Oreshnik, che non può essere intercettato dal 90% dei sistemi di difesa aerea della Nato. Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno compiuto con Trump una scelta strategica, peraltro condivisa da tutto il gruppo dirigente statunitense, in base alla quale la Cina viene individuata come il nemico principale e l’area dell’Indo-Pacifico viene considerata il fronte principale, in cui si deciderà l’egemonia nella contesa mondiale del XXI secolo. L’Europa, quindi, non sarà più al centro della politica estera degli Stati Uniti, i quali da tempo stanno spostando importanti risorse verso oriente. Sennonché, a quel punto i dirigenti dell’Unione Europea dovranno prendere atto che, una volta venuto meno il sostegno statunitense, l’Ucraina sarà costretta ad accettare la via diplomatica e che, cessata la guerra, si spezzerà anche il filo sempre più sottile che tiene uniti i paesi, a causa dell’ineguale sviluppo economico e politico diversi e talora avversi, che fanno parte della stessa Unione Europea. Così, gli Stati Uniti, pur non essendo riusciti a indebolire la Russia, avranno raggiunto, senza colpo ferire, il loro obiettivo principale: assestare una forte spallata all’economia europea, dividendola dalla Russia e accrescendo la sua dipendenza dagli Stati Uniti.


 

3. Analisi di una catastrofe in atto
Il politologo statunitense John Mearsheimer, basandosi sull’orientamento e sul metodo del realismo, di cui egli è uno dei principali esponenti, ha condotto una lucida analisi delle cause della guerra in Ucraina e ha così riassunto la conclusione alla quale è pervenuto: «La triste verità è che non c’è speranza di negoziare un accordo di pace significativo. Questa guerra sarà risolta sul campo di battaglia, dove è probabile che i russi ottengano una brutta vittoria che si tradurrà in un conflitto congelato con la Russia da una parte e l’Ucraina, l’Europa e gli Stati Uniti dall’altra… Una risoluzione diplomatica della guerra non è possibile perché le parti in conflitto hanno richieste inconciliabili. Mosca insiste sul fatto che l’Ucraina debba essere un paese neutrale, il che significa che non può far parte della NATO né ricevere garanzie di sicurezza significative dall’Occidente. I russi chiedono inoltre che l’Ucraina e l’Occidente riconoscano l’annessione della Crimea e delle quattro ‘oblast’ dell’Ucraina orientale. La loro terza richiesta chiave è che Kiev limiti le dimensioni del suo esercito al punto da non rappresentare una minaccia militare per la Russia. Non sorprende che l’Europa, e in particolare l’Ucraina, respinga categoricamente queste richieste. L’Ucraina si rifiuta di concedere qualsiasi territorio alla Russia, mentre i leader europei e ucraini continuano a premere per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO o almeno per consentire all’Occidente di fornire a Kiev una seria garanzia di sicurezza. Anche disarmare l’Ucraina a un livello che soddisfi Mosca è un’impresa impossibile. Non c’è modo che queste posizioni contrapposte possano essere conciliate per produrre un accordo di pace. Pertanto, la guerra si risolverà sul campo di battaglia. Sebbene io creda che la Russia vincerà, non otterrà una vittoria decisiva che la porterà a conquistare tutta l’Ucraina. Piuttosto, è probabile che otterrà una brutta vittoria, occupando tra il 20 e il 40%dell’Ucraina pre-2014, mentre l’Ucraina finirà per essere uno stato residuo disfunzionale che copre il territorio che la Russia non conquista. È improbabile che Mosca cerchi di conquistare tutta l’Ucraina, perché il 60% occidentale del paese è popolato da ucraini etnici che opporrebbero strenuamente resistenza a un’occupazione russa, trasformandola in un incubo per le forze di occupazione. Tutto questo per dire che il probabile esito della guerra in Ucraina è un conflitto congelato tra una Russia più grande e un’Ucraina residua sostenuta dall’Europa. […] La guerra in Ucraina è stata un disastro. Anzi, è un disastro che quasi certamente continuerà a dare i suoi frutti negli anni a venire. Ha avuto conseguenze catastrofiche per l’Ucraina. 



Ha avvelenato le relazioni tra Europa e Russia per il prossimo futuro e ha reso l’Europa un luogo più pericoloso. Ha anche causato gravi danni economici e politici all’interno dell’Europa e ha gravemente danneggiato le relazioni transatlantiche. Questa calamità solleva l’inevitabile domanda: chi è responsabile di questa guerra? La domanda non scomparirà presto, e semmai diventerà più pressante nel tempo, man mano che l’entità dei danni diventerà più evidente a un numero sempre maggiore di persone». L’approccio soggettivista impedisce anche a uno studioso borghese acuto e lungimirante di comprendere che l’unica risposta corretta alla domanda che egli si pone chiama in causa, di là dalle responsabilità di questo o di quell’uomo politico, di questo o di quel paese (che certamente vi sono, ma non costituiscono il fattore fondamentale), la logica profonda e inesorabile di una crisi che, così a Ovest come a Est, così al Nord come al Sud, investendo e sconvolgendo i rapporti di produzione creati dal capitalismo imperialista fa delle guerre altrettanti figli bastardi generati da un solo padre e da molte madri. La “forza”, in altri termini, delle parti impegnate nel conflitto dal punto di vista soggettivo non è né la “politica” né il governo né il comando delle forze armate in quanto tali, bensì innanzitutto la proprietà della parte decisiva del capitale finanziario. Qui sta il centro delle decisioni fondamentali e qui ovviamente la principale responsabilità. Tutte le altre componenti della società si trovano invece nella condizione di strumenti, di parti, anzi, del sistema mondiale facente capo al capitale finanziario internazionalizzato. Pertanto, se dal conflitto usciranno sconfitte le formazioni più “deboli” e vittoriose le formazioni più “forti”, non sarà mai (e non è mai stata) questione di forza o di debolezza legate al maggiore o minore livello tecnologico, alla maggiore o minore quantità di uomini e di mezzi, al maggiore o minore livello organizzativo ecc., o, meno che meno, alle più alte o più basse doti e qualità marziali dei singoli o delle formazioni militari. Sarà invece (ed è sempre stata), nelle società divise in classi, questione sia del tipo di contraddizione fondamentale all’origine della guerra, sia del tipo di contraddizioni da questa derivate o ad essa legate, all’interno di ciascuna formazione politico-militare e ancor prima di ciascuna formazione economico-sociale coinvolta nel conflitto, sia dello scopo dell’azione militare delle forze tra di loro contrapposte.

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