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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 20 giugno 2026
CAPITOLAZIONE CATASTROFICA
«Se fossi nel governo israeliano, probabilmente non attaccherei l'unico potente alleato che mi è rimasto in tutto il mondo». Vance ha difeso i punti più controversi dell'accordo, tra cui la mancanza di restrizioni all'arsenale di armi iraniano. «Bisogna avere parità», ha affermato il vicepresidente, riferendosi al diritto di Teheran all'autodifesa. Vance ha inoltre sottolineato che i finanziamenti per l'Iran, compreso un fondo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico, saranno erogati solo se Teheran rispetterà le condizioni dell'accordo. «Le parole non contano... Per noi conta la verifica», ha concluso Vance. Tuttavia, l'amministrazione Trump potrebbe avere difficoltà a ottenere il sostegno interno. «Sapevo che l'accordo sarebbe stato probabilmente umiliante per gli Stati Uniti d'America, ma non immaginavo che lo sarebbe stato a tal punto», ha dichiarato il senatore Chris Murphy, democratico membro della Commissione per le relazioni estere del Senato. «Siamo andati in guerra con l'Iran per 100 giorni e, come risultato, loro hanno ancora il loro programma nucleare, i loro missili, i loro droni e continuano a sostenere il terrorismo».
MEGLIO
UNA PACE INGIUSTA DI UNA GUERRA GIUSTA
di Franco Continolo
Meglio una pace insoddisfacente, che una guerra interminabile:
questo il giudizio sommario di Trita Parsi. Il giudizio vale a maggior ragione
se si parte dal presupposto che la guerra all’Iran sia stata un grave errore. E
inutili sono i confronti con il JCPOA. Parsi si rivolge in particolare ai
Democratici: guai a cadere nella trappola della propaganda sionista, la quale,
riferisce Alexandra Sharp, è già in pieno svolgimento. Il risentimento
israeliano è ben spiegato da Peter Haenseler, esperto di geopolitica svizzero:
Israele è infatti il vero sconfitto: non gli è stato riservato neppure un
posto al tavolo del negoziato. Haenseler esalta inoltre il valore storico
della vittoria iraniana: l’impero persiano è risorto. Il buon senso
attribuito da Parsi a Trump ha per l’esperto svizzero una spiegazione molto
semplice, il prezzo del petrolio, poiché le scorte strategiche
stavano scendendo assai più rapidamente del previsto. La preoccupazione per il
prezzo del petrolio giustificherebbe anche l’accelerazione della firma del
MOU, anticipata di due giorni. Si potrebbe aggiungere che il prezzo del
petrolio ha un ruolo centrale nel controllo dell’inflazione, il quale è il
fondamento su cui poggia il castello di carte di Wall Street. In altre
parole, la fiction dei nuovi massimi quotidiani, che per Trump rappresenta
l’indice del proprio successo (ovviamente anche finanziario), è infatti
possibile grazie alla fonte inesauribile di dollari rappresentata dai disavanzi
americani; e la fonte, ossia la fiducia nel dollaro, si
esaurirebbe istantaneamente se l’inflazione andasse fuori controllo.
Interessanti le osservazioni di Haenseler sulla forza militare israeliana:
senza il sostegno americano, essa è capace solo di sparare sugli inermi, come
a Gaza.
LE POLEMICHE SULL’ ESERCITO
UCRAINO
di Marta Havryshko
I lettori di questo giornale sanno da 23 anni
che non amiamo nessun esercito e che il loro ruolo è sempre nefasto. C’è una
sola via per la pace: scioglierli.
Quando Vladimir Putin lanciò l'invasione dell’Ucraina
nel febbraio 2022, dichiarò che uno dei suoi obiettivi era la “denazificazione”
del Paese. Il Cremlino utilizza ancora oggi questa narrazione come pilastro
della sua propaganda di guerra. Sia l’Ucraina che l’Occidente reagirono
respingendo categoricamente l’affermazione, considerandola un cinico abuso
della storia dell’Olocausto. Politici, organi di stampa, accademici e
istituzioni educative si affrettarono a dimostrare la falsità delle
argomentazioni di Putin. Ma, nel loro zelo di smantellare la propaganda russa,
le élite occidentali crearono un proprio mito propagandistico: in Ucraina non
ci sono nazisti. O, se ci sono, si tratterebbe di individui eccentrici e
isolati, privi di influenza. Questa finzione richiese la ricostruzione dei
fatti relativi ad Azov, un'unità fondata nel 2014 dal gruppo neonazista
Patriota dell’Ucraina sotto la guida di Andriy Biletsky. Azov divenne
tristemente nota per la sua ideologia estremista, la simbologia nazista e le
accuse di crimini di guerra nel Donbass. Nel 2018, il Congresso degli Stati
Uniti ha vietato al gruppo di ricevere armi, finanziamenti o addestramento
americani.
Dopo l’invasione su vasta scala da parte della Russia, quello stigma
è svanito quasi da un giorno all’altro. Kiev ha riorganizzato il gruppo Azov,
separando gli elementi più radicali in una nuova formazione, la 3ª Brigata d’Assalto.
I media occidentali l’hanno rilanciata e ripulita. Il linguaggio della “deradicalizzazione”
e della “depoliticizzazione” è diventato di uso comune. Mettere in discussione
questa narrazione è diventato un tabù ed è stato etichettato come “propaganda
russa”. Il risultato è una cultura del silenzio deliberato. Le reti neonaziste
sono profondamente radicate in alcune parti della struttura militare ucraina.
La loro presenza è visibile in unità come Azov, la Terza Brigata d'Assalto, il
Corpo dei Volontari Russi, Bratstvo, il Corpo dei Volontari Tedeschi, Karpatska
Sich e altre. Eppure i sostenitori occidentali dell’Ucraina continuano ad
armare, finanziare e addestrare queste unità senza un adeguato controllo. Ancora
più sconcertante è la normalizzazione dell’iconografia nazista stessa. I canali
militari ufficiali ucraini e i media mainstream pubblicano regolarmente
immagini di soldati che indossano svastiche, insegne delle Waffen-SS e
distintivi legati a gruppi neonazisti come Combat 18 e Misanthropic Division.
Questo non è più considerato scandaloso. È stato normalizzato. La cosa più
inquietante è che alcune unità militari ucraine hanno incorporato simboli di
ispirazione nazista nelle loro insegne ufficiali.
venerdì 19 giugno 2026
SI VUOLE DEMOLIRE STORIA, MEMORIA, SOCIALITÀ
Bovisa. Stabilimento di via Bovisasca 59
e locale Spirit de Milan. Appello per la tutela.
Fondato
nel 1922 da Giovanni Balestrini come oleificio per usi alimentari e
industriali, ampliato nelle sue forme attuali negli anni 1935-1936, divenuto
sede dal 1964 delle Cristallerie Fratelli Livellara, lo stabilimento di via
Bovisasca 59 è un raro esempio a Milano di complesso industriale di alta
qualità architettonica conservato nel suo assetto originario. Lo stabilimento è
composto essenzialmente da tre parti: la palazzina degli uffici su via
Bovisasca, degli anni Trenta, gli edifici produttivi sui bordi e al centro del
lotto, anch’essi degli anni Trenta, e gli edifici produttivi sul fondo verso la
ferrovia, risalenti a una fase precedente, tra inizio ’900 e anni Venti.
La parte più rappresentativa è la
palazzina degli uffici, che segue l’andamento sinuoso di via Bovisasca. L’orizzontalità
della grande onda del corpo a due piani della palazzina, con ampie finestre con
infissi a ghigliottina, fasce orizzontali, basamento rivestito in klinker, parapetti
metallici di gusto navale, si contrappone alla verticalità della torre-pennone
di gusto futurista, che richiama altri esempi dell’architettura moderna italiana
ed europea. La forte espressività di questa parte ha condotto a un’errata
attribuzione ad Antonio Sant’Elia, architetto futurista per antonomasia, che
tuttavia non può esserne il progettista perché morto nel 1916, vent’anni prima del
completamento della palazzina. Allo stato attuale delle ricerche risulta solo
il nome del direttore dei lavori, l’ingegnere Eugenio De Micheli, attivo a Milano
tra gli anni venti e gli anni Sessanta, che probabilmente fu anche autore del
progetto. Sulla facciata sopra l’ingresso principale campeggia la scritta
“Fratelli Livellara” in grandi lettere blu di gusto liberty, aggiunta negli
anni Sessanta. Gli edifici produttivi degli anni Trenta, di più semplice
architettura, presentano motivi di interesse nelle facciate scandite da lesene
e grandi finestre, con raccordi curvi e testate che mettono in risalto i tetti
a falde.
Gli edifici più antichi verso la ferrovia presentano anch’essi numerosi elementi di qualità, come lo spazio interno a impianto basilicale, con sottili ed eleganti strutture in cemento armato, e le pensiline esterne a struttura metallica. In questa parte stabilisce la propria sede, dal 2015 fino al recentissimo sfratto, lo Spirit de Milan, che ha mantenuto gli spazi nel loro assetto originario, conservandone il carattere e per questo trovando spazio in pubblicazioni nazionali e internazionali come uno degli esempi più interessanti di approccio allestitivo alla rifunzionalizzazione delle architetture dismesse (cfr. Regeneration of Abandoned Space: a new Design Approach, Bentham Books, 2024). Nel corso del tempo è diventato un luogo di socialità grazie alle varie attività (mercato, gastronomia, musica e danza, eventi culturali anche in collaborazione con la vicina Scuola del Design) e un punto di riferimento non solo per il quartiere Bovisa ma per l’intera area metropolitana. Nel caso dello stabilimento di via Bovisasca non si tratta solo di conservare un esempio significativo di architettura degli anni Trenta del ’900, ma più in generale di salvare un raro e prezioso frammento di quel che fu la Bovisa, uno dei quartieri storici dell’industria a Milano, descritto anche da Ermanno Olmi nel suo romanzo autobiografico Ragazzo della Bovisa. Utilizzato come set del film Ladri di Saponette di e con Maurizio Nichetti, uscito nel 1989 e ispirato a Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica, lo stabilimento di via Bovisasca ha anche un posto nella storia del cinema italiano.
La prospettata vendita dello
stabilimento alla società Coima, lascerebbe
aperta la strada a ogni tipo d’intervento, tra cui la bonifica dell’area,
la demolizione degli edifici e la loro sostituzione con nuovi fabbricati per
residenze anche universitarie, come è avvenuto di recente in altre aree della
Bovisa. Sono ormai molti, in
tutto il mondo, a riconoscere la necessità non di costruire nuove architetture
ma di utilizzare al meglio quelle esistenti, per impedire nuovo consumo di
suolo e valorizzare un patrimonio immenso di spazi dismessi con un alto
contenuto di memoria. Lo Spirit de Milan è uno dei più eloquenti e originali
esempi di questa nuova cultura del progetto. Aderendo
a questo appello Paolo Deganello scrive: “Condivido con entusiasmo questa
battaglia. Sarebbe ora che la cultura architettonica contemporanea si
impegnasse a progettare il riuso del già costruito invece di demolire e
costruire il nuovo, soprattutto quando si demolisce una storia di qualità”.
Con questo appello si chiede una
doppia tutela: sull’architettura dello stabilimento e sulla sua destinazione
d’uso, che ha consentito a questo luogo di diventare un riferimento per la vita
della Bovisa e della città nel suo insieme.
Milano, 18 giugno 2026
Aderiscono:
Paola Albini, presidente
Fondazione Franco Albini, Milano
Anna Anzani, professore
associato, Politecnico di Milano
Gianpaolo Balestrini, discendente
di Giovanni Balestrini,
fondatore degli Oleifici e committente dello
stabilimento, Milano
Luciano Balestrini, architetto, discendente
di G. Balestrini, fondatore degli Oleifici e committente dello
stabilimento, Milano
Maria Rosa “Biba” Balestrini, discendente
di Giovanni Balestrini,
fondatore degli Oleifici e committente dello
stabilimento, Milano
Anna Barbara, professore
ordinario, presidente di Polidesign,
Politecnico di Milano
Alberico Barbiano di Belgiojoso, professore
ordinario fuori ruolo,
Politecnico di Milano
Marino Bartoletti, giornalista e
scrittore, Milano
Andrea Bartoli, Farm Cultural Park, Favara
Luca Beltrami Gadola, direttore
di “ArcipelagoMilano”, Milano
Enrico Bertolino, attore, Milano
Enrico Beruschi, attore, Arese
Alessandro Besentini, Ale del duo
“Ale e Franz”, attore, Milano
Gianni Biondillo, scrittore,
architetto e docente, Milano
Marco Biraghi, professore
ordinario, Politecnico di Milano
Claudio Bisio, attore e regista,
Milano
Luisa Bocchietto, architetto e
designer, Milano
Alessio Boni, attore, Milano
Gisella Borioli, presidente di Superstudio
Group, Milano
Paolo Bosisio, professore
ordinario, Università agli Studi di Milano
Giampiero Bosoni, professore
ordinario, Politecnico di Milano
Michele Caja, professore
associato, Politecnico di Milano
Sonia Calzoni, architetto, Milano
Barbara Camocini, professore
associato, Politecnico di Milano
Gregorio Carboni Maestri,
docente di composizione architettonica, Bruxelles
Barbara Carnevali, professore
ordinario,
École des Hautes Études en Sciences Sociales, Parigi
Maurizio Carones, architetto, Milano
Martina Carpi, attrice e figlia
di Fiorenzo Carpi, Roma
Giovanna Castiglioni, Fondazione
Achille Castiglioni, Milano
Paolo Ceccarelli, docente emerito,
cattedra UNESCO
pianificazione e sostenibilità urbana, Ferrara
Luisa Collina, professore
ordinario, Politecnico di Milano
Raul Cremona, comico,
illusionista e attore, Milano
Luciano Crespi, professore
ordinario fuori ruolo,
Politecnico di Milano
Umberto Crespi, presidente accademia
di
danze irlandesi Gens D’Ys, Milano
Paolo Dal Bon, presidente
Fondazione Giorgio Gaber, Milano
Francesco De Agostini, architetto,
ILAUD,
esperto di progettazione e riqualificazione urbana, Milano
Paolo Deganello, architetto e designer,
Milano
Michele De Lucchi, professore
ordinario fuori ruolo,
Politecnico di Milano
Marco De Michelis, professore
ordinario fuori ruolo, IUAV, Venezia
Rafael Didoni, comico e cantautore,
Milano
Barbara Di Prete, professore
associato, Politecnico di Milano
Nicola Fasani “Faso”, musicista
del gruppo
Elio e le Storie Tese, Milano
Davide Fassi, professore
ordinario, Politecnico di Milano
Manuela Alessandra Filippi, storica
dell’arte, Venezia
Pier Francesco Forlenza, pianista
e docente,
Conservatorio Giuseppe Verdi, Milano
Leila Fteita, scenografa e costumista,
Milano
Monica Fumagalli, Presidente
Associazione
Giancarlo Iliprandi, Milano
Angelo Gaccione, scrittore e
direttore di “Odissea”, Milano
Laura Galluzzo, professore
associato, Politecnico di Milano
Giulia Gerosa, professore
associato, Politecnico di Milano
Enzo Iacchetti, attore e
scrittore, Milano
Germano Lanzoni, attore, volto
del Milanese Imbruttito, Milano
Ugo La Pietra, architetto e
artista, Milano
Giovanni Lauda, architetto,
Milano
Walter Leonardi, attore, Milano
Giovanni Levanti, architetto e designer,
Milano
Serena Maffioletti, professore
ordinario fuori ruolo, IUAV, Venezia
Fabio Martina, regista, autore del
film Fuori condotta
sui ragazzi della Bovisa, Milano
Ico Migliore, professore
associato, Politecnico di Milano
Michele Mozzati, scrittore, autore
televisivo e teatrale, Milano
Franco Mussida, fondatore e
presidente del
CPM Music Institute, Milano
Jacopo Muzio, architetto, Milano
Gabriele Neri, professore
associato, Politecnico di Torino
Maurizio Nichetti, regista, autore
del film
Ladri di saponette, Milano
Franco Origoni, studio Origoni
Steiner, Milano
Folco Orselli, cantautore, Milano
Alberto Patrucco, attore e
cantante, Milano
Margherita Pellino, responsabile della Fondazione
Vico Magistretti, Milano
Antonella Penati, professore
ordinario, Politecnico di Milano
Silvia Piardi, professore
ordinario fuori ruolo, Politecnico di Milano
Francesca Picchi, architetto,
storica del design, Milano
Giovanna Piccinno, professore
associato, Politecnico di Milano
Simona Orsina Pierini, professore
ordinario, Politecnico di Milano
Flavio Pirini, cantautore, Milano
Aurelio “Cochi” Ponzoni, attore e
cantante del duo
“Cochi e Renato”, Milano
Alessandro Pozzoli, imprenditore
e impresario teatrale e televisivo, Milano
Sara Protasoni, professore
ordinario, Politecnico di Milano
Giuseppe Raboni, architetto,
Milano
Agnese Rebaglio, Professore
associato, Politecnico di Milano
Diego Repetto, architetto,
Guarene
Elena Rizzi, già responsabile amministrativa
del Corpo di Ballo
del Teatro alla Scala, Milano
Clara Rognoni, architetto, Milano
Paolo Rossi, attore e comico,
Milano
Marco Sabetta, direttore del
Salone del Mobile, Milano
Michele Sacerdoti, consigliere
comunale, Milano
Pierfrancesco Sacerdoti,
architetto, storico dell’architettura,
guida turistica abilitata, Milano
Florinda Saieva, Farm Cultural Park, Favara
Renato
Sarti, regista, drammaturgo, fondatore del
Teatro della Cooperativa, Milano
Francesco Scullica, professore
ordinario, presidente corso di studi
di Interior and spatial design,
Politecnico di Milano
Anna Steiner, studio Origoni
Steiner, Milano
Roberto Tognetti, direttore
Fondazione Riusiamo l’Italia, Novara
Alessandro Traldi, architetto,
Milano
Andrea Valioni, già direttore
dell’organizzazione della produzione
del Teatro alla Scala, Milano
Victor Rafael Veronesi, storico
dell’arte, Milano
Viviana Viganò, architetto,
Milano
Luigi Vignali, scrittore, autore
televisivo e teatrale, Milano
Francesco Villa, Franz del duo
“Ale e Franz”, attore, Milano
Paola Viola, ingegnere, Milano
Riccardo Vitanza, fondatore e amministratore
unico
dell’agenzia di comunicazione Parole & Dintorni, Milano
Nicola Zanardi, Hublab, Milano
Mirko Zardini, architetto, ex
direttore Canadian Centre for Architecture, Montréal
Francesco Zurlo, professore
ordinario, preside della Scuola del Design, Politecnico di Milano
Base Milano, Rete spazi ibridi
socioculturali, Milano
Campo Teatrale, Rete spazi ibridi
socioculturali, Milano
Casa degli Artisti, Rete Spazi
ibridi socioculturali, Milano
Cascina Cuccagna, Rete spazi
ibridi socioculturali, Milano
CasciNet_AgroHub, Rete spazi
ibridi socioculturali, Milano
Heracles Gymnasium, Rete spazi
ibridi socioculturali, Milano
Lab Barona Repair Café, Rete
spazi ibridi socioculturali, Milano
MaMu, Rete spazi ibridi
socioculturali, Milano
Mare culturale urbano - Cascina
Torrette,
Rete Spazi ibridi socioculturali, Milano
Mare culturale urbano - Scirocco,
Rete Spazi ibridi socioculturali, Milano
Mosso, Rete spazi ibridi
socioculturali, Milano
Ribalta, Rete Spazi Ibridi
Socioculturali, Milano
Rob de Matt, Rete spazi ibridi
socioculturali, Milano
Santeria Milano, Rete spazi
ibridi socioculturali, Milano
Scomodo - La Redazione, Rete
Spazi Ibridi Socioculturali, Milano
Stecca 3, Rete spazi ibridi
socioculturali, Milano
Terzo Paesaggio, Rete Spazi
Ibridi Socioculturali, Milano
Gabriele Scaramuzza, filosofo, Milano
ESERCITO UCRAINO E SIMBOLI NAZISTI
Non solo una questione estetica
L’uso di simboli nazisti nell’esercito ucraino
non è solo un problema estetico. È morale, politico, storico e legale. In primo
luogo, rappresenta una forma di revisionismo storico e la graduale
riabilitazione del nazismo stesso: una sfida diretta al consenso occidentale
del dopoguerra, costruito sulla memoria della Seconda Guerra Mondiale. All’interno
della cultura militare di estrema destra, l’iconografia nazista è spesso
avvolta in narrazioni romantiche sulla lotta antisovietica. In pratica, questo
banalizza il sacrificio dei sette milioni di ucraini che hanno combattuto il
nazismo nelle file dell’Armata Rossa al fianco degli alleati occidentali (a
differenza dei 300.000 che hanno prestato servizio in varie formazioni militari
e unità di polizia a fianco della Germania nazista).
Inoltre, profana la memoria delle vittime del
nazismo in Ucraina: 1,5 milioni di ebrei assassinati nell’Olocausto, insieme a
milioni di slavi, prigionieri di guerra, rom, malati di mente, lavoratori
forzati e innumerevoli altri travolti dalla macchina dello sterminio e dello
sfruttamento razziale.
In secondo luogo, il problema non è solo
storico. È profondamente contemporaneo. Ogni runa delle SS, Sole Nero o Angelo
del Lupo esibito dai soldati ucraini regala al Cremlino un’ulteriore vittoria
propagandistica. I propagandisti russi non hanno bisogno di inventare nazisti
immaginari a Kiev. È sufficiente che indichino le insegne indossate apertamente
da alcune delle unità militari ucraine più celebrate, comprese formazioni
considerate “d’élite”, come la 3ª Brigata d’Assalto.
In terzo luogo, esiste anche un’evidente
contraddizione legale. Utilizzando apertamente l’iconografia nazista, queste
unità violano le stesse leggi ucraine del 2015 sulla memoria, che vietano esplicitamente
la propaganda del regime nazista e l’uso pubblico dei suoi simboli. La legge
definisce tali atti un insulto alla memoria di milioni di vittime e prevede
pene fino a cinque anni di reclusione. Eppure nessuno viene perseguito. Perché?
Perché il governo Zelensky - e lo stesso presidente Volodymyr Zelensky in
qualità di comandante in capo - hanno stretto un patto politico con l’estrema
destra. Dal 2022, attivisti e reti di estrema destra si sono infiltrati nel
settore della sicurezza e della difesa. In condizioni di guerra totale e
cronica carenza di personale, questa alleanza è diventata politicamente
conveniente, forse persino inevitabile. Ora si sta consolidando.
Lo Stato dipende da formazioni militari
radicalizzate per il reclutamento di uomini e l’efficacia sul campo di
battaglia. L’estrema destra, a sua volta, riceve legittimità, armi, influenza e
protezione istituzionale. Ciò che è emerso dalla necessità bellica si sta
evolvendo in una dipendenza reciproca. I partner occidentali dell’Ucraina hanno
stretto un patto. Anche loro dipendono dalla manodopera ucraina per indebolire
la Russia. E quindi tollerano gli estremisti all’interno delle forze armate
ucraine finché questi continuano a combattere. Anzi, rimangono in gran parte in
silenzio sull’ideologia e sui simboli coinvolti, perché riconoscerli
significherebbe ammettere una scomoda verità: che il problema neonazista in
Ucraina non è semplicemente un’invenzione del Cremlino.
[Marta Havryshko]
giovedì 18 giugno 2026
UCRAINA
La Russia di Putin non è certo un faro di democrazia, ma in
Ucraina la situazione è peggiore.
L’estrema destra e la cultura militare ucraina
Molte unità militari ucraine che utilizzano
simboli nazisti sono guidate da uomini plasmati da Azov e dall’ambiente di
estrema destra che lo circonda. Ad esempio, c’è Oleksandr Kravtsov, il noto
comandante dell’unità Vedmedi, che faceva parte dell’unità Azov. Il suo corpo è
ricoperto di simboli nazisti, tra cui il numero 1488, un riferimento allo
slogan suprematista bianco delle “14 parole” coniato da David Lane, e il saluto
cifrato “Heil Hitler” (H è l’ottava lettera dell’alfabeto). Sul petto ha
tatuato il motto delle SS: “Il mio onore è la lealtà”. Kravtsov trasformò
questo slogan nel motto della sua unità. I fulmini delle SS
divennero parte del suo stemma ufficiale. Dopo il ritorno dalla prigionia
russa, l’unità di Kravtsov fu integrata nella struttura militare ucraina: prima
nella 36ª Brigata, poi nella 39ª Brigata di Difesa Costiera. Nulla cambiò. I
simboli e il motto delle SS rimasero. Molti comandanti della 3ª Brigata d’Assalto
provenivano anch’essi dall’unità Azov e mantengono tuttora idee estremiste. Non
sorprende quindi che ne abbraccino apertamente la simbologia. Un’unità della 3ª
Brigata d’Assalto adottò un’insegna modificata (sostituendo due granate con
tre) della Brigata SS Dirlewanger, una delle formazioni naziste più famigerate
della Seconda Guerra Mondiale. Nel 2025, la brigata presentò pubblicamente l’emblema
presso un memoriale a Kiev. Non ne seguì alcuno scandalo. Il regime di Azov
normalizzò anche il Sole Nero, un simbolo nato nel quartier generale delle SS
di Himmler al Castello di Wewelsburg e ora utilizzato a livello globale da
neonazisti e terroristi suprematisti bianchi, tra cui l’attentatore delle
moschee di Christchurch in Nuova Zelanda nel 2019 e il recente attentatore del
Centro Islamico di San Diego. Dopo il 2022, il Sole Nero si diffuse rapidamente
nella cultura militare ucraina. Apparve in unità legate ad Azov, come il
plotone Decepticons e l’unità Mortai della 3ª Brigata d’Assalto. Ben presto si
diffuse ulteriormente, raggiungendo unità prive di un profilo ideologico
dichiarato, e divenne parte integrante dell’emblema del 156° Battaglione Zvaha
e del Battaglione Sistemi Senza Pilota della 110ª Brigata intitolata a Marko
Bezruchko. Il battaglione Azov adottò anche un altro emblema di derivazione
nazista: il Wolfsangel, storicamente utilizzato da diverse divisioni delle
Waffen-SS. Rinominato “Idea della Nazione”, divenne uno dei simboli più
riconoscibili della cultura militare ucraina in tempo di guerra. Il simbolo ora
compare ben oltre il battaglione Azov. Il neo-costituito Battaglione
Nachtigall, che prende il nome dall’omonimo battaglione formato dall’intelligence
militare tedesca nel 1941, utilizza lo stesso emblema ispirato al Wolfsangel.
Alcune unità dell’esercito ucraino non
nascondono la loro fascinazione per la cultura militare del Terzo Reich. Ad
esempio, il 422° Reggimento di Sistemi Senza Pilota si autodefinisce “Luftwaffe”
e utilizza praticamente la stessa aquila dell’aviazione di Hitler. Il suo
comandante, Mykola Kolesnyk, appare regolarmente con il simbolo su toppe e
indumenti. L’unità vende persino merchandising con l’aquila nazista - felpe con
cappuccio, tazze, magliette, cappellini, portachiavi - per raccogliere fondi
per la guerra.
[Marta Havryshko]
LE MANI RAPACI SU MILANO
La vicenda
Stadio e quella del parco dei capitani una questione ancora aperta (forse).
Da qualche
giorno, l’area verde denominata parco dei capitani in via Tesio è stata
recintata e interdetta all’accesso pubblico. Chiusa con delle “cesate” come se fosse
un cantiere per una ipotetica bonifica. Nessuna comunicazione ufficiale,
nessuna autorizzazione, nessuna informazione a i cittadini ed a i residenti. L’atteggiamento
è quello solito, del impadronirsi di ciò che è pubblico da parte dei privati con la
complicità dell’amministrazionecomunale. Ad atteggiamenti predatori vanno date
risposte adeguate.
Invitiamo
cittadini, associazioni e organizzazioni a discutere sul come reagire.
Lunedì 22
giugno presso lo spazio Micene via G. Pinelli dalle ore 19
Ad ogni abuso
una risposta concreta, nessuna resa, nessuna delega, nessuna
assoluzione! Dipende da noi!
S. Siro città
Pubblica, Collettivo Micene
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