UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 7 febbraio 2026

CONTRO OLIMPIEDI E NON SOLO
Da piazza Medaglia D’Oro




DRONI E MINATORI
di Angelo Gaccione



Non so quanti militanti e simpatizzanti di sinistra si siano soffermati sulla strage del drone russo che a Pavlograd ha ammazzato 15 minatori ucraini che in autobus rientravano a casa dopo un massacrante turno di lavoro. Quello dei minatori è tra i più pericolosi e oppressivi lavori manuali, il più usurante. Non ricordo nessun caso in cui un presidente della Repubblica abbia conferito ad un minatore il titolo di Cavaliere del Lavoro o di Commendatore della Repubblica. In nessuna parte di mondo. In una visione di classi sociali contrapposte, i minatori appartengono al proletariato come gli operai della catena di montaggio. A quei figli del lavoro dei canti socialisti e libertari chiamati ad unirsi. Proletari di tutto il mondo unitevi, esortavano le parole de Il Manifesto di Marx ed Engels nel lontano 1848. E invece, a 178 anni di distanza ci troviamo con il massacro di 15 minatori di cui l’opinione pubblica non è riuscita a conoscere né i nomi né i volti da nessun quotidiano o telegiornale italiano. La lezione non potrebbe essere più chiara: la guerra è la più infame delle barbarie umane.



Gli Stati armati conducono i popoli alla guerra. Le guerre ammazzano indiscriminatamente, alla cieca. Che facciano vittime fra le classi proletarie e povere è un dato trascurabile. Questo lo sanno bene tutti gli Stati armati. Non esiste nessuno Stato armato - “socialista” o di “sinistra” - che in guerra non diventi criminale come qualsiasi altro Stato. Sembra che gli unici a non saperlo, siano tutti coloro che, pur provenienti da idee progressiste e democratiche, si sono lasciati intruppare nella folta schiera dei guerrafondai. Insisto in maniera ossessiva sulla questione della guerra per due ragioni: perché essa rappresenta l’elemento più spaventoso della contemporaneità rispetto alla sopravvivenza del genere umano. E mi stupisco che la filosofia non ne faccia il centro capitale della sua riflessione, e la scienza non prenda le distanze. Continua a fornire con disinvoltura agli Stati gli strumenti del proprio sterminio, ben sapendo di essere a sua volta annientata. Infine, per ribadire fino alla noia che la guerra non risparmia nessuno: si tratti di bimbi, di anziani, di proletari, di 15 minatori. La tecnologia telecomandata, colpendo alla cieca, in avvenire sarà ancora più disumana e priva di sensi di colpa. E non si farà scrupoli di sorta.  

TRAGEDIE
di Gianmarco Pisa



A proposito della più complessa vicenda del confine Orientale.


I l prossimo 10 febbraio si celebra la ricorrenza, assai controversa e da sempre oggetto di polemiche, del Giorno del ricordo, con il quale, in base all’art. 1 della legge istitutiva, si intende “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra, e della più complessa vicenda del confine orientale”. Da una parte, dunque, la confusione di tenere insieme vicende storiche diverse, la “tragedia degli italiani”, l’esodo degli “istriani, fiumani e dalmati”, nonché “la più complessa vicenda del confine orientale”, che, se per un verso tradisce il fatto di non riuscire a inquadrare compiutamente la vicenda né a redigere un testo normativo risolto, dall’altro evidenzia la carenza di rigore storico e il palese tentativo di condurre, attraverso la legge, un disegno di natura politica e ideologica. Dall’altra, poi, non si può mancare di mettere in evidenza un dato ormai assodato: dalla sua promulgazione, avvenuta con la legge 30 marzo 2004 n. 92, cioè a dire nell’arco di più di venti anni, la legge non ha mai smesso di suscitare polemica e, di conseguenza, la ricorrenza non è mai davvero diventata patrimonio condiviso del Paese. Lo sfondo storico cui la legge allude è quello della “più complessa vicenda del confine orientale”: in cosa consiste? A seguito dell’aggressione nazifascista alla Jugoslavia il 6 aprile 1941 e il suo conseguente smembramento, il regime fascista ne occupò una parte consistente: la Slovenia meridionale fu annessa alla Venezia Giulia, formando la provincia di Lubiana; la Lika croata fu occupata; la Dalmazia, fino a Spalato, annessa alla provincia di Zara; inoltre, il Kosovo fu annesso all’Albania, già aggregata all’Italia, e il Montenegro occupato fu retto da un governatore italiano. Solo nella provincia di Lubiana, tra il 1941 e il 1943, su una popolazione di 340 mila abitanti, furono uccise 13 mila persone, quasi il 4% della popolazione totale della provincia; Lubiana fu interamente circondata di filo spinato e reticolati e ca. il 20% degli abitanti fu incarcerato; numerosi i villaggi bombardati, messi a ferro e fuoco, distrutti.




Fu sempre il regime fascista a rendersi responsabile, nella regione, di crimini di guerra e contro l’umanità tra i più efferati: decine di migliaia di croati, serbi, montenegrini e altri, tra cui molte donne e bambini, inviati nei campi. I campi di concentramento italiani per slavi rispondono ai nomi di Rab, Gonars, Renicci e numerosi altri. È la storia a dirci che il regime fascista adottò tattiche di “esecuzioni sommarie, prese di ostaggi, rappresaglie, internamenti, incendi di case e villaggi”, distruzioni diffuse. Il numero totale di vittime dell’occupazione italiana della Jugoslavia è stimato in ca. 250 mila persone tra caduti, vittime di rastrellamenti e fucilazioni, di violenze e torture, vittime nei campi. Tristemente celebri le frasi di Mussolini (una “vittoria etnica dell'Italia”) e del generale Mario Robotti, «Si ammazza troppo poco!».
Come ha scritto Davide Maria de Luca sulle colonne del “Domani”, la feroce “violenza etnica scatenata dall’invasione fu uno dei fattori a mettere in moto i meccanismi che nel 1943 e poi nel 1945 portarono alle rappresaglie contro gli italiani, ricordate come “le foibe”. In tutto, si stima che almeno un milione di jugoslavi morirono nell’occupazione e nella guerra civile”. Non a caso, fu istituita, nel 1943 una “Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra” che, alla fine del 1945, inviò al Governo italiano la lista degli italiani accusati di aver compiuto crimini di guerra. Proprio la Jugoslavia, lungo e oltre quel confine orientale, fu il Paese sul cui territorio gli italiani avevano commesso la maggior parte dei crimini di cui erano accusati: 729 dei 1.845 italiani elencati dalla Commissione (il 40% del totale) furono individuati dal governo jugoslavo. I nomi di criminali quali Mario Roatta e il già citato Mario Robotti sono noti alle pagine della storia, ancora poco, purtroppo, al grande pubblico.
Come ricorda il sito di Valigia Blu, “Emblema di questa strategia è la Circolare 3c emanata nel marzo del 1942 dal generale Mario Roatta che guida le truppe italiane in Slovenia: la circolare annulla le distinzioni tra la resistenza jugoslava che si oppone all’occupazione italiana e la popolazione civile, autorizzando l’esercito italiano a fucilare in maniera indiscriminata. Nella circolare si fa esplicito riferimento all’esperienza coloniale indicata come modello: «Si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti», ricorda la Circolare 3c. «Perseguiti invece, inesorabilmente, saranno coloro che dimostrassero timidezza e ignavia». [...] La violenza repressiva, le fucilazioni indiscriminate, le prevaricazioni di stampo razzista sono connaturate all’ideologia fascista. In un’occasione Mussolini confessa a Ciano «che ama un solo generale - mi sfugge il nome - il quale in Albania disse ai suoi soldati: “Ho sentito dire che siete dei buoni padri di famiglia. Ciò va bene a casa vostra: non qui. Qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori» (E. Gobetti)”.


E. Gobetti

Dopo l’8 settembre 1943, a seguito dell'occupazione tedesca dell'Italia centro-settentrionale e dell'istituzione del criminale regime collaborazionista della Repubblica Sociale Italiana, sul confine orientale è istituita dal regime nazista la Zona d'operazioni del litorale adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland), controllato direttamente dalla Germania nazista e comprendente le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, e Lubiana. Repressione ed eccidi si moltiplicarono con efferata violenza. Solo nel campo di concentramento della Risiera di San Sabba, dall’ottobre 1943 all’inizio del 1945, circa 25 mila ebrei e partigiani furono interrogati e torturati, tra tre e cinque mila furono uccisi, mediante fucilazione, torture, o nei furgoni a gas. Lo stesso fenomeno delle foibe, cui fa riferimento la legge, non è storicamente “univoco”.
Come ha osservato lo storico Eric Gobetti, “le “foibe” sono due momenti distinti di violenza contro persone inermi. Il primo avviene nel 1943, dopo l'8 settembre, nella parte interna dell'Istria. In questo caso c'è un vuoto di potere dovuto alla scomparsa improvvisa dello Stato e dell'esercito italiano, che i partigiani jugoslavi cercano di colmare. Partigiani e popolazione approfittano del momento per vendicare i torti subiti in precedenza: venti anni di oppressione fascista contro le popolazioni slave [...] e due anni e mezzo di occupazione militare, con veri e propri crimini di guerra”.



“Le vittime non sono dunque “gli italiani in quanto tali”, ma coloro che sono ritenuti responsabili delle violenze precedenti, in sostanza i funzionari pubblici dello Stato fascista e l’élite economica e sociale. Sono circa 400-500 persone, quasi tutti uomini adulti di nazionalità italiana, perché questi detenevano il potere. La seconda fase di violenza è parte della colossale resa dei conti che avviene nel 1945, a fine guerra, in tutta Europa. Qui le vittime sono soprattutto militari e funzionari fascisti che avevano collaborato con i nazisti fino alla fine”. Tali vittime sono stimate in numero tra 3.000 e 5.000, ma non mancano stime che portano il numero a oltre diecimila e altre, più moderate, tra 500 e 1200. Tutto, sfondo storico, quadro politico, dati, scaturigini della violenza e modalità stesse della genesi normativa e delle celebrazioni pubbliche indicano come, intorno alle celebrazioni del Giorno del ricordo, si consumi non solo un uso pubblico della storia, ma anche una nitida operazione revisionistica.  

GATTI E SORCI
di Marcello Campisani

 
La presidente della Cassazione,
dottoressa Cassano Margherita,
del referendum spiega la questione
a chi non l'ha ancora digerita.
 
E la spiega tanto chiaramente
che la capirebbe anche Di Pietro
- del diritto sempre balbuziente -
tanto che farebbe marcia indietro.
 
Stamattina la riporta il Fatto,       
vale a dire il solo quotidiano
capace di chiamare gatto il gatto,
senza darne conto ad un mandriano.

venerdì 6 febbraio 2026

QUELLA VOGLIA DI BRIGATE ROSSE
di Franco Astengo


 
È necessario confrontarci su di un punto chiaro d'analisi: quella voglia di Brigate Rosse, evocata più volte da esponenti del governo per valorizzare il "decreto sicurezza" è tutta interna a un derby che si sta giocando nella destra italiana. Sarebbe troppo facile contrapporre a quelle affermazioni fortemente "retrò" un'analisi storica che le smentisca categoricamente: ma non ne vale la pena. In realtà stanno mutando equilibri e modalità di competizione all'interno della coalizione di governo: non soltanto per l'effetto "Vannacci" che probabilmente sarà limitato sul piano numerico. Però la provvisoria creazione, da parte del generale, di un nuovo fronte a destra provoca comunque un doppio rivolgimento: appunto di concorrenzialità a destra (in particolare acuendo i contrasti interni alla Lega) e - di conseguenza - verso il cosiddetto "centro" dello schieramento. Soprattutto è la questione internazionale quella che potrebbe sollevare questioni delicate per la coalizione di destra: tra Trump e Putin il tema europeo diventa sempre più dirimente ed è il più difficile da affrontare in un equilibrio che potrebbe portare alla fine l'esecutivo italiano in una posizione ancor più marginale di non quella attualmente ricoperta.
Esistono anche questioni interne di notevole spessore: ai vantati successi di politica economica non corrispondono miglioramenti nelle condizioni concrete di vita di gran parte del Paese e su questo si sono già cominciati a pagare prezzi politici soprattutto da parte di Fratelli d'Italia (nel concreto e non nei sondaggi: non dimentichiamo il bilancio complessivo delle diverse tornate delle elezioni regionali svoltesi negli ultimi mesi del 2025).



All'interno di questo quadro può apparire banale (ma è necessario sostenerlo) come la creazione di un clima di emergenza potrebbe rappresentare una possibile via d'uscita per preparare le elezioni del 2027, all'insegna di due obiettivi: una sorta di "solidarietà nazionale" (vedi mozione unitaria sull'ordine pubblico) e la rivendicazione di una necessità assoluta di una stabilità di governo. La replica a questo complicato stato di cose non può che essere affidato, almeno dal nostro punto di vista, a una  più precisadefinizione di profilo alternativo dell'opposizione: l'analisi delle contraddizioni sociali in atto nella situazione data ci indicano come appaia sempre più netta la contrapposizione politica che si sta sviluppando in un contesto crescente di disaffezione e distacco (non soltanto sul piano numerico del calo nelle espressioni di voto che pure rappresenta un indicatore non secondario).
Cedere a un compromesso sull'idea securitaria del ritorno a un "pericolo terroristico" con l'idea dell'esistenza di una centrale eversiva di ritorno "all'attacco al cuore dello Stato" non rappresenterebbe semplicemente un salto all'interno di una situazione irreale ma anche depotenziare una prospettiva di alternativa che deve essere invece alimentata da una progettualità e da una visione politica, culturale, sociale di cui le forze politiche dell'opposizione, in particolare il PD che dovrebbe cercare di assumere una funzione "pivotale" in quel campo (crescendo anche numericamente), siano garanti fino in fondo.

GAZA VIENE SOSTITUITA NON RICOSTRUITA
di Tayeed Debie


 
Il Corridoio Commerciale India-Europa (IMEC) è stato lanciato ufficialmente nel settembre 2023 con un memorandum d'intesa del G20. Questo imponente progetto commerciale mira a collegare l'India con gli Stati del Golfo da un lato, e il Golfo con Israele e poi con l'Europa dall'altro. Tuttavia, il progetto aveva obiettivi non dichiarati, principalmente quello di contrastare la crescente influenza cinese e ostacolare la Via della Seta, con l'IMEC come alternativa. Questo piano mira inoltre a sviluppare risorse per migliaia di miliardi di dollari nella Striscia di Gaza, in particolare i suoi giacimenti di gas naturale di alta qualità, e a costruire il Canale Ben Gurion per collegare il Mar Rosso e il Mediterraneo, creando un'alternativa israeliana al Canale di Suez. Tale progetto, con la sua facciata commerciale che maschera un'agenda imperialista e coloniale più brutale di qualsiasi altra conosciuta dall'umanità, si è scontrato con un ostacolo significativo: la densa presenza palestinese nella Striscia di Gaza. Gaza è diventata una spina nel fianco di queste ambizioni coloniali e l'attacco del 7 ottobre 2023 è stato presentato come una soluzione; è stata bersaglio delle principali potenze coloniali che hanno una vasta esperienza in genocidio e manipolazione dell'identità. Gli Stati occidentali in combutta con quello israeliano e alcuni fra quelli arabi hanno sempre cercato di eliminare i palestinesi, la cui presenza sul loro territorio rendeva impossibile la realizzazione del progetto.



Dalla mattina del 7 ottobre 2023, la Gaza che ricordiamo e amiamo ha cessato di esistere e, purtroppo, non sarà mai più la stessa.

Tutti i discorsi attuali sulla seconda fase dell'accordo di Gaza e sull'inizio della ricostruzione non sono altro che l'imposizione dell'egemonia americana sotto le mentite spoglie di un "consiglio di pace". È un processo di sostituzione di Gaza con una nuova Gaza, secondo una visione coloniale sionista, un modello che inizierà a Gaza ma non finirà lì. Tutti sono disposti a pagare un miliardo di dollari per un posto in questo "consiglio di pace", un piccolo prezzo da pagare per una modesta quota – Israele e America avranno la parte del leone – della gallina dalle uova d'oro di Gaza, a spese del popolo palestinese, che uscirà da questo annientamento con nient'altro che dolore, shock e ulteriore delusione e perdita.
Ciò che viene spacciato per ricostruzione non è altro che una nuova ingegneria demografica e geografica della Striscia di Gaza, che la trasformerà nella "Riviera del Medio Oriente" come parte cruciale di un corridoio commerciale. Questo processo si basa sull'appropriazione della maggior parte del territorio della Striscia, sullo sfollamento della maggior parte dei sopravvissuti al genocidio e sulla concessione ai palestinesi di un'area piccola, frammentata e attentamente pianificata – nemmeno un terzo della superficie totale della Striscia, nella migliore delle ipotesi – attraverso la costruzione di progetti industriali, commerciali e turistici gestiti da aziende israeliane, americane, francesi e britanniche. Inizialmente, l'attività di insediamento sarà mascherata da imprenditori, ingegneri, operai specializzati ed esperti in vari settori. Entro pochi mesi, vedremo riemergere i primi insediamenti con gli stessi nomi che esistevano nella Striscia di Gaza prima del 2005.



Il valico di Rafah, un tempo l'unico valico palestinese libero dal controllo dell'occupazione, sarà aperto sotto il pieno controllo israeliano, consentendo ai palestinesi di lasciare la Striscia di Gaza con il pretesto di "emigrazione volontaria".
A coloro che se ne andranno non sarà permesso di tornare. I pochi palestinesi rimasti a Gaza saranno sottoposti a una ristrutturazione sociale attentamente pianificata. Saranno alloggiati e distribuiti geograficamente in aree specifiche sotto completa sorveglianza elettronica. L'ingresso e l'uscita saranno limitati alle aree in cui saranno sottoposti a screening elettronico, i cui termini saranno stabiliti da società di sicurezza gestite da Israele e dagli Stati Uniti. Saranno utilizzati come manodopera a basso costo in progetti da realizzare nella "nuova Riviera". L'occupazione non si fermerà qui; estenderà il suo controllo a ogni aspetto della loro vita. Persino i programmi di studio imposti loro mireranno a creare una nuova generazione "amante della pace", ispirata al modello emiratino di promozione di una cultura di pace e convivenza.



Tra pochi anni, Gaza diventerà una strana entità fondata su fondamenta coloniali puramente commerciali, prive di qualsiasi relazione con la sua identità o storia, dopo che due anni di genocidio hanno cancellato migliaia di anni di civiltà, sviluppo urbano e la presenza palestinese che non si è mai interrotta per un solo giorno su questa terra. Persino i nomi di città e villaggi saranno cancellati e sostituiti da nomi coloniali ibridi che stabiliscono la nuova realtà costruita sulle rovine di Gaza, mescolate ai resti di decine di migliaia di persone innocenti.
Ciò a cui siamo arrivati ​​ora, e la cui piena portata diventerà chiara nei prossimi anni, avrebbe potuto essere evitato o notevolmente mitigato se coloro che hanno lanciato l'attacco e ne hanno gestito le conseguenze non avessero voltato le spalle alla realtà. Hanno invece scelto di utilizzare una retorica basata su interpretazioni religiose mistiche che facevano appello alle emozioni delle masse e ne intorpidivano la mente, silenziando deliberatamente la voce della ragione. A ciò si è accompagnata una sistematica campagna di distorsione per commercializzare ciò che stava accadendo come un'inevitabile "battaglia decisiva per la vittoria". Ciò non sorprende né sconvolge coloro che hanno potuto vedere con i propri occhi, ma ampi strati della popolazione hanno preferito ascoltare questa retorica e vivere nella beatitudine dell'illusione. 
Il dolore di affrontare la verità fin dai primi giorni o mesi, almeno dopo l'attacco del 7 ottobre, è stato incommensurabilmente inferiore al dolore di affrontare la nuova realtà che non solo disegna i tratti di una liquidazione della causa palestinese, ma disegna anche un nuovo Medio Oriente e un nuovo Grande Israele sulle rovine degli stati arabi che si stanno disintegrando, dalla Siria al Libano, dall'Iraq al Sudan, alla Libia, alla Somalia e ad altri paesi che non saranno risparmiati da questa espansione coloniale di insediamento, le cui ambizioni non si fermeranno a un certo limite.

TENNIS SPECCHIO DELLA VITA
di Chicca Morone


Novak Djocovic

Davvero incredibile la battaglia in semifinale contro Sinner vinta da Novak Djocovic in Australia, un paese che aveva cercato di porre fine alla sua carriera tennistica nel lontano 2022 quando lui aveva semplicemente scelto di tutelare il proprio corpo! Rifiutando l’inoculazione della sostanza priva di una qualsiasi sperimentazione attendibile, era stato estromesso dalla competizione. Non l’unico a produrre l’esenzione, ma nella posizione di numero uno al mondo doveva risultare come monito per chiunque non volesse obbedire: un capo carismatico umiliato. Novak, cresciuto nella Serbia devastata dalla guerra, è sopravvissuto ai bombardamenti, in una famiglia che ha sacrificato tutto - finanziariamente, emotivamente, fisicamente - per dare al ragazzino la possibilità di inseguire un sogno. Quello sfondo ha forgiato la resistenza che molte persone ancora sottovalutano, perché è solo attraverso le difficoltà e il duro lavoro su se stessi che il potenziale non solo fisico può emergere. In lui è emerso a 360°, non c’è dubbio!
Difficile accettare che un atleta abbia potuto dominare nel campo da tennis così tanti anni, dall’epoca in cui Rafa Nadal e Roger Federer erano in cima alla classifica a oggi con Carlos Alcaraz e Yannik Sinner che si alternano sui podi internazionali. Eppure Novak lo sta facendo con una personalità al di fuori degli schemi, un esempio per chiunque, anche non tennista, voglia scorgere in lui il simbolo dell’uomo non appiattito nella banalità dell’apparenza, della superficialità, della seduzione degli applausi (pur apprezzandoli giocosamente).



Ha raggiunto nuovamente la terza posizione nella classifica mondiale. È un uomo generoso, divertente nelle sue esibizioni fuori concorso, pronto a dare spettacolo nell’ottica di sensibilizzare il pubblico nei confronti della disabilità, come insieme a Maria Sakkari, protagonisti dell’emozionante partita di tennis in carrozzina durante un evento di beneficenza alla Rod Laver Arena che ha fatto parte degli Australian Open 2024. Inoltre abbiamo saputo di quanto sia stato di aiuto finanziariamente ad altri atleti non solo durante la chiusura del Covid: sono stati anni difficili per tutti, ma lui non ha mai pensato solo a se stesso. Già nel 2007 aveva fondato The Novak Djokovic Foundation Onlus Mission che costruisce scuole e supporta ragazzi svantaggiati, cosa di impatto reale lontano da pubbliche relazioni ed esibizioni di filantropia. Certo, in un mondo che era governato dall’informazione globalista in cui tutti avremmo dovuto eseguire gli ordini deliranti che arrivavano dall’alto (il caffè al banco sì, seduti no perché era noto che il virus navigava solo a bassa quota) Novak si è eretto in tutta la sua statura (di circa un metro e novanta) seguendo la propria etica e i propri ideali, mostrando come l’esclusione non sia stata una decisione del tennis, ma politica: oggi con le migliaia di documenti Epstein desecretati possiamo immaginare da chi fossero arrivati gli ordini di dare un segnale forte sull’obbligo vaccinale. Antony Fauci e compagni di merenda non perdonavano.
Novak Djokovic è un personaggio unico: parla fluentemente diverse lingue oltre alla sua madrelingua serbo, inglese, tedesco, francese, italiano e spagnolo, e ha dimostrato di conoscere anche il cinese e l’arabo, oltre a un po’ di portoghese e russo, arrivando a essere considerato poliglotta per le sue capacità di comunicare in circa 10-11 lingue, ma riesce a rimanere centrato su se stesso, senza perdere la calma nelle molte occasioni in cui giornalisti poco educati lo incalzano.
Impossibile far finta che non abbia tagliato traguardi impensabili: a quasi 40 anni ha battuto in 5 set il nostro eroe nazionale, uno Jannik Sinner inspiegabilmente in crisi di fronte all’avversario... forse ciò che emana dal serbo è quel carisma che ha inibito la determinazione del pur fuoriclasse nostrano, segno che in campo non sono scesi due robot! È stato difficile per i tifosi di Sinner accettare la sconfitta del loro beniamino, mentre per il diretto interessato, nonostante il boccone amaro da ingoiare, la vittoria del serbo (campione del mondo per una manciata di anni) resta una tappa della sua carriera, una lezione da apprendere come Rafael Nadal ha vaticinato. Lunga vita ai fuoriclasse che sanno quanto vittoria e sconfitta siano due impostori, frase incisa nell’atrio de Centre Court di Wimbledon tratta dalla lettera scritta da Rudyard Kipling al figlio per distinguere fra il bene e il male.

 

 

 

LA BOLLA DELLE OLIMPIADI 
di Giuseppe Natale


 
Mi chiedo sconcertato:
In quale direzione rovinosa va
La città del cuore in mano
Asfissiata da inquinamento e rendita fondiaria e finanziaria
Narcotizzata da mafie e corruzione
Ondivaga tra obbedienza e insorgenza?


*
Muoiono di freddo e di stenti
In strada e nel cuore gelido della città
Le persone chiamate clochard e i poveri invisibili
Ancora e fino a quando?
Non un briciolo di pietà mentre Potere e Ricchezza celebrano
Olimpiadi di affari e di carbonio.

*
Militanze partigiane e resistenti
Informano le vie e i viali e le piazze della città
Liberazione dal nazifascismo, dall’oppressione e dallo sfruttamento
Ammoniscono i Martiri segnati sulle lapidi:
Non desistere, ma sempre resistere
Oggi e ancora sempre per la Pace uguale fraterna e libera.
 
[Milano, 5 febbraio 2026]

  

LE FIABE DI CAROSELLA AL LIBRACCIO




UOMINI DI POTERE
di Luigi Mazzella
 

 Antipatie e simpatie  
 
 
Cristina di Svezia diceva che sulle simpatie e sulle antipatie la ragione perde i suoi diritti. E non si riferiva soltanto a quelle avvertite per gli uomini di potere. Anche Marc’Antonio nella celebre orazione Shakespeariana, a proposito delle motivazioni di Bruto in odio Cesare immagina il senno fuggito tra le bestie brute e uomini senza più il bene dell’intelletto! E non eravamo ancora all’epoca nostra in cui l’odio o la complicità tra gli esseri umani hanno trovato nuovo sostegno in cinque folli irrazionalismi, assolutisti e inconciliabili che hanno reso gigantesca l’intolleranza di tutti contro tutti.

E ciò solo per dire che le idiosincrasie avvertite per gli uomini di potere raramente possono essere rappresentate con termini e discorsi condotti sul filo della ragione. Churchill era simpatico o antipatico ai più come sostenevano tanti (e gli scambi verbali con Lady Astor registrati costituiscono prove esilaranti ancora oggi)? E Trump è proprio così odioso a tutti, anche se è votato da masse considerevoli di americani? Ed è disgustoso lui come amico di Epstein o non è piuttosto aberrante la pratica del “me-too” vigente in una collettività organizzata che affida ai giudici il compito di “far fuori” uomini politici “scomodi” sulla base di rapporti sessuali avuti molti decenni prima con donne prevalentemente consenzienti? Forse non è sbagliato giudicare gli uomini politici per ciò che fanno per garantirci pace, tranquillità, sicurezza e possibilmente maggior benessere e non per le loro fornicazioni svelate in senescenza. A Churchill che ci ha liberati da Hitler si può consentire di avere avuto una certa dose di antipatia. A Trump che ci ha liberati dalla vista del baratro di una terza guerra mondiale (probabilmente nucleare) in cui Biden e i “volenterosi europei della guerra” ci stavano trascinando, si può anche consentire che, negli attuali frangenti,  non sorrida senza  per ciò attribuirgli la qualifica di “criminale”!

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