MEMORIA STORICA
di
Franco Astengo
A 80 anni dal 2 giugno.
Ritorno
sul tema della memoria storica esprimendo qualche preoccupazione (credo
fondata) in vista delle celebrazioni per gli 80 anni del 2 giugno 1946: data
del referendum istituzionale con la vittoria della Repubblica. Credo si tratti
di preoccupazioni ben basate sulla realtà che stiamo vivendo considerate anche
forma e sostanza di buona parte delle celebrazioni riguardanti il voto alle
donne che si sono già svolte nei mesi scorsi e che, in molti casi, sembravano
non aver attribuito madri e padri a quel passaggio epocale che pareva dovuto
semplicemente alla benigna concessione di qualche illuminato governante.
Torno al 2 giugno: deve essere
chiaro che il passaggio alla Repubblica (indispensabile dopo i 20 di fascismo
ben coperti dall’eterna guerrafondaia Casa Savoia) non è stata il frutto di un
presunto “core” unanime del popolo italiano e delle sue classi dirigenti.
Questo giudizio non solo per l’esito finale del voto che come è noto diede 12
milioni di voto alla Repubblica e 10 milioni alla Monarchia con una netta
separazione nel Paese. L’atto di pacificazione realizzato attraverso l’amnistia
Togliatti rappresentò un punto indispensabile per un Paese (in parte ancora
occupato da truppe straniere) che doveva andare avanti ma il suo ricordo non
deve distogliere da una attenta analisi storica. L’Italia è arrivata alla
Repubblica grazie alla Resistenza e in particolare alla capacità di quel
movimento (diretto è bene ricordarlo dai partiti politici presenti sul
territorio e non da qualche generale con governo in esilio) di liberare
autonomamente le grandi città industriali del Nord: di conseguenza fu decisivo e deve essere
ricordato con grande forza il ruolo della classe operaia di quella zona del
Paese raccolta attorno al triangolo industriale.
Classe operaia che soprattutto
attraverso i suoi partiti aveva tenuto in piedi la presenza antifascista e
aveva pagato grandi tributi di sofferenza all’invasore nazista con gli scioperi
del novembre 43, del marzo 44 e nei mesi seguenti.
Il fatto che l’Italia (ripetiamo:
paese occupato e perdente nella guerra) a un anno di distanza (anche meno se
pensiamo al turno elettorale amministrativo del marzo 1946) risultasse in grado
di esercitare pienamente il libero sviluppo della democrazia rappresentativa
scegliendo la propria forma di Stato ed eleggendo una Assemblea Costituente è
stato in gran parte dovuto proprio a quella capacità di lotta (e di governo)
cui stiamo facendo riferimento.
Il CLN (forma di soggettività
politica troppo presto poi abbandonata) riuscì a determinare immediatamente gli
assetti do governo della Province e delle Città appena liberate indicando
Sindaci, Prefetti, Questori.
Successivamente l’onda della
Restaurazione cancellò questo operato facendo rientrare tutto nella “normalità”
del predominio borghese nel contesto di un Paese ancora in gran parte contadino
(pure con le avanguardie in lotta per la terra) profondamente moderato anche
per via dell’orientamento complessivo della chiesa cattolica e guidato per anni
da una classe dirigente “eversiva” (mi pare si possa riassumere così il
giudizio sia di Gramsci, sia di Gobetti), una parte della quale riciclata nella
gangli vitali dell’amministrazione della Repubblica (ricordiamo per esempi le
tappe della repressione scelbiana, la carriera di funzionari ampiamente
compromessi con il fascismo a partire da quel Guida, carceriere a Ponza e capo
della questura di Milano al momento della strage di Piazza Fontana, cui Pertini
nell’occasione rifiutò di stringere la mano).
Un paese nel quale soltanto la
capacità della classe operaia di affrontare la “rivoluzione passiva” capace di
generare quel “sovversivismo delle classi dirigenti”:
ai crescenti sommovimenti fra i subalterni, la classe dominante si vede
costretta, per mantenere i propri sempre più impopolari privilegi, a far valere
più i rapporti di forza che la decrescente capacità di egemonia aveva ribaltato
e così passò il fascismo e così intenderebbe passare l’attuale destra di
potere.
I due termini
gramsciani appena citati, di “rivoluzione passiva” e di “sovversivismo
delle classe dirigenti” si sono così intrecciati all’interno di
un quadro concettuale che è tornato a considerare, fin dagli anni ’80 del secolo
scorso, la “governabilità” quale fine esaustivo dell’agire
politico. Principiando dalla frettolosa uscita di scena dei grandi partiti di
massa è sorto da lì il processo di destrutturazione del sistema. Destrutturazione fondata su
due punti ben precisi: la trasformazione progressiva dell’identità dei partiti
politici dall'interclassismo del “catch all party” (ancora gli anni ’80) all’originale
formula del “partito azienda” rapidamente tramutato in “partito personale”:
partito “personale” che ovviamente ha richiesto un radicale mutamento
nella comunicazione politica da orientare nel senso del supporto alla
personalizzazione e di conseguenza a un presidenzialismo “de facto” che ha portato con sé l’eterno presente
della continua campagna elettorale e di conseguenza ha
alimentato il populismo revanscista che ha dominato la scena negli ultimi
30 anni di storia italiana passando dal M5S alla Lega fino a Fratelli d’Italia.
Per questo ricordando gli 80 anni della Repubblica e tornando all’attualità va espressa la massima contrarietà a indicazioni di premierato sulla scheda elettorale. Populismo revanscista trasferitosi anche sul piano internazionale quasi come “origine” del ritorno all’isolamento nazionalistico (isolamento nazionalistico comunque sconvolto adesso dalle esigenze belliche imposte dalla necessità di spartizione globale delle risorse). Populismo revanscista così facile da far capire ai ceti subalterni costretti nella “democrazia del pubblico” presto evoluta nella “democrazia recitativa” fondata su di una visione di società compressa nell’individualismo competitivo. Sarebbe strano se fossero propri i soggetti del populismo revanscista a ricordare gli 80 anni della Repubblica ma sarebbe ancora più strano se chi ha percorso davvero la Storia dalla sua parte (quella della Storia) non facesse sentire subito la propria voce anche al di fuori dell’ovatta dei giardini del Quirinale e delle varie sedi prefettizie.






















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