UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 29 marzo 2026

MUSICA
di Eliana Grasso
 

Napoleone tra mito e rovina nella musica di Beethoven e Liszt.
 
La figura di Napoleone Bonaparte incarna l’ideale dell’eroe moderno: geniale, ambizioso, capace di sfidare il destino, ma inevitabilmente destinato alla caduta. Questa duplice dimensione - grandezza e rovina - attraversa tre opere musicali profondamente legate al suo mito: le Variazioni sul tema della Sinfonia n. 3 “Eroica”, la Sonata “Appassionata” op. 57 e la Vallée d’Obermann. Nelle Variazioni, Beethoven rielabora il motivo dell’“Eroica”, inizialmente dedicata a Napoleone. Il tema si trasforma in un percorso simbolico: dall’entusiasmo rivoluzionario alla consapevolezza tragica, riflettendo la parabola dell’eroe che da liberatore diventa tiranno. Nelle prime battute, il basso si presenta con il contrasto drammatico dei tre colpi del fortissimo sulla dominante; su questa base, Beethoven sviluppa contrappunti a due, a tre e quattro voci, prima che emerga il tema principale. Le prime variazioni seguono uno stile più tradizionale, con una raffinata scrittura virtuosistica che interviene sia sul tema, sia, occasionalmente, sul basso. La settima variazione introduce un canone indipendente dal tema, con un’ironia arguta, mentre l’ottava variazione si apre a un mondo melodico differente, ricordando l’intensità di un breve klavierstück romantico. La nona riprende un tono brillante, segnando l’inizio di una nuova fase del ciclo. La quattordicesima variazione, in tonalità minore, si distingue per la ricchezza armonica e si collega direttamente alla quindicesima, in tempo lento, caratterizzata da un’ornamentazione originale che rielabora in chiave innovativa elementi barocchi, culminando nella splendida fuga finale. La Sonata “Appassionata” fu composta negli anni segnati dalle guerre napoleoniche. Alcune fonti ricordano la sua circolazione manoscritta durante l’occupazione francese di Vienna nel 1805, riflettendo il clima drammatico del periodo. In essa Beethoven esprime la lotta titanica dell’uomo contro il destino, la stessa tensione che animò Napoleone. Con la Vallée d’Obermann, Liszt trasforma l’eroismo in meditazione. L’artista romantico diventa l’erede disilluso di Napoleone: non più conquistatore del mondo, ma esploratore della propria anima. La grandezza si fa introspezione, e la battaglia si sposta dall’azione alla coscienza.
 

 

 

 

 

MUSICA
di Bruna Panella
 


I concerti dell’Assunta in Vigentino    
 
Bel concerto, con Graziella Baroli al cembalo, Marta Fumagalli contralto e l’Orchestra dell’Assunta diretta da Paolo Volta quello di mercoledì 25 marzo 2026 alla Chiesa di Santa Maria Assunta. La prima parte del programma era dedicata interamente a J. S. Bach con lo splendido concerto n. 2 BWV 1053 per cembalo, eseguito con piglio e precisione ritmica richiesti dalla scrittura bachiana di questo estroverso mi maggiore. Come sempre il grande Bach riesce a conciliare il rigore matematico con l’espressività dei suoi temi andando a toccare le corde profonde dell’animo. Aspetto questo molto evidente nel movimento centrale del concerto nella malinconica tonalità di do# minore. Il programma è proseguito con la Cantata BWV 200 seguita da un Recitativo e Aria tratti dalla Passione secondo Matteo BWV 244 dove il contralto Marta Fumagalli ha saputo rendere con grande espressività e drammaticità il contesto struggente del dolore “Se le lacrime sulle mie guance non possono nulla, oh, allora prendi anche il mio cuore!” È stata poi eseguita una delle otto Sinfonie per archi giovanili di Felix Mendelssohn, la terza in mi minore, composte fra il 1821 e il 1823 fra l’età di 12 e 14 anni (!) dando prova di una incredibile maturità musicale e mettendo in evidenza non solo la cantabilità dei suoi temi ma anche un rigore di scrittura derivato, in età così giovane, da uno studio già molto approfondito della composizione contrappuntistica. Non a caso sarà lui a “riscoprire” la Passione secondo Matteo dopo anni di oblio. 



Abbiamo poi ascoltato un pregevole “Salve Regina” del compositore Giacomo Francesco Milano Franco d’Aragona, a torto poco conosciuto. Eseguito dal contralto Marta Fumagalli che ancora una volta ha messo in luce il suo timbro di voce caldo ed espressivo, ricevendo, assieme a tutta lorchestra magnificamente diretta, ripetuti ed entusiasti applausi. Calabrese di nascita (1699 - 1780), Milano era un personaggio eclettico: diplomatico, uomo politico, musicista di talento e apprezzato cembalista, ma anche marchese di San Giorgio e di Polistena, principe di Ardore e del Sacro Romano Impero. Fu allievo a Napoli di Francesco Durante cui regalò un puledro di razza selezionato nelle sue scuderie di  Polistena. Per sdebitarsi Durante gli dedicherà un suo “Salve Regina”.

 

LEONOR FINI SCENOGRAFA E COSTUMISTA  
di Angelo Gaccione



L
a Galleria d’arte “Tommaso Calabro” ha sede in un magnifico palazzo di Corso Italia al numero 47: Casa Grondona. Il proprietario, l’industriale Felice Grondona, produttore di veicoli ferroviari, se l’era fatta costruire dall’architetto Enrico Terzaghi nel 1876. La facciata si presenta con uno stile sobrio e gradevole, arricchita da finestre con cornici, timpani e balconi. Quello centrale è sorretto da quattro colonne. Il lungo sotto-gronda mostra mensoloni che raffigurano maschere grottesche poco raccomandabili. Il giardino interno, subito dopo l’atrio, è un’oasi di pace e non giunge all’interno nessun rumore del traffico sempre molto intenso sul corso. Di questo silenzio godono le stanze della Galleria che si raggiunge salendo i pochi gradini, e che vi fa sentire come foste in un salotto privato invitato ad ammirare la collezione di un amico. Ogni volta che ci torno si rinnova questa sensazione. Come ora che sono venuto per vedere i disegni e gli acquerelli di Leonor Fini: tutti “appunti”, bozzetti e studi su carta, realizzati per scene teatrali e balletti, che la galleria Calabro ha acquistato da un privato, un amico dell’artista di New York. 




Sono lavori realizzati a partire dalla metà degli anni Quaranta fino agli anni Sessanta del secolo scorso e si vede la mano duttile della scenografa, della costumista. Si tratta, infatti, di costumi per spettacoli di altri e di sé stessa, come per esempio Le Rêve de Leonor, il balletto da lei ideato nel 1949. Ci sono i personaggi del teatro della Commedia dell’Arte fra questi schizzi e disegni, e c’è lei stessa, se me la ricordo bene, divenuta sempre più magra e malata, quando la vidi a Milano per un lavoro che sulla pittrice stava realizzando l’amico franco Alimena della International Film. L’acquerello della madama in vestito rosso e corona in testa esposto in mostra è lei, ne sono certo. La grande visionaria surrealista amava travestirsi anche nella vita quotidiana ed esibire vestiti di grande originalità e pettinature che di sicuro non passavano inosservate.
 


ALBUM





















Galleria Tommaso Calabro
Corso Italia 47 - Milano
Info@tommasocalabro.com
Tel. 02 - 49696383
Orari di apertura 11 - 19
Da martedì a sabato

 

 




 

I GIOCHI OLIMPICI
di Luisa Bonetti
 

Adesso che i Giochi Olimpici Milano Cortina sono terminati è il momento per una riflessione sulla loro attualità e il loro impatto emotivo. Una lunga storia questa delle Olimpiadi che si è potuta ripercorrere nelle sale della Fondazione Rovati con la mostra I Giochi Olimpici. Una storia lunga tremila anni. Reperti greci, etruschi, romani accanto a memorabilia del secolo scorso e di un passato più recente si alternano, si confrontano e si intrecciano in un continuum tra mondo antico e mondo moderno. Le Olimpiadi antiche, nate nel Santuario di Olimpia nel 776 a.C. in onore di Zeus, si sono diffuse poi anche tra il popolo etrusco e romano. Dopo millenni vennero sospese dall’imperatore Teodosio I nel 393. Come si sa le Olimpiadi moderne furono volute da Pierre de Coubertin nel 1896 e si svolgono ogni quattro anni in una sede differente toccando i cinque continenti e dando così un significato preciso al concetto di universalità, non solo per la provenienza degli atleti in gara ma anche per la copertura geografica. Nel 1926 vennero riconosciuti dal CIO i Giochi Invernali la cui prima edizione non ufficiale si svolse a Chamonix nel 1924. Le Paralimpiadi, sulle quali da alcuni anni si sta cercando di attirare sempre di più l’attenzione del grande pubblico per la loro valenza educativa, hanno una storia particolare. Tutto inizia nel 1948, in Inghilterra, quando si organizzano dei giochi per i veterani della Seconda guerra mondiale come terapia riabilitativa attraverso lo sport. La prima edizione estiva si svolse a Roma nel 1960 e quella invernale nel 1976 in Svezia. I Giochi furono sospesi solo nel 1914 e nel 1940 per le due guerre mondiali e rinviati nel 2020 a causa della pandemia. I principi dello spirito olimpico, definito Olimpismo, sottolineano come lo sport sia indispensabile per promuovere una società pacifica, inclusiva, e rispettosa della dignità umana, favorendo amicizia, fair play, solidarietà. Si potrebbe obbiettare che alcuni di questi ideali non solo trovano difficile applicazione all’interno di alcuni livelli del mondo olimpico ma sono completamente disattesi nel mondo d’oggi. Tuttavia, la validità del messaggio olimpico è sempre attuale e importante, soprattutto quando si vivono tempi che sembrano portare la civiltà umana verso il baratro. La presenza di tanti giovani visitatori alla Fondazione Rovati può accendere una speranza sul futuro dell’umanità.

NOVITÀ LIBRARIE
Sto arrivando…



 
Mi chiamo Innesti Umani e sono una ricchissima e articolata antologia poetica composta da ben 98 voci poetiche provenienti da ogni parte d’Italia e da diverse nazioni del mondo: tutte allineate rigidamente in ordine alfabetico. Un corpus di tutto rispetto, ben 160 pagine. Mi hanno realizzata Luca Ariano ed Emanuela Rizzo che hanno scritto anche una splendida nota introduttiva. La copertina si avvale di due foto di Giuseppe Pandelli, la prefazione è del botanico Piero Medagli e la postfazione di Giorgio Triani. È un libro necessario e di forte presa di coscienza da parte di poeti e poetesse sul rischio che la nostra “casa comune”, il luogo che ci tiene in vita e ci sostenta, sta correndo, minacciato nelle sue componenti necessarie: l’acqua, il suolo, l’aria, senza le quali ogni essere senziente (uomini, animali, piante), non potrebbe sopravvivere. Stiamo allegramente devastando il territorio e manomettendo il suo paesaggio, la sua bellezza. Veri e propri criminali ambientali e Governi e Stati guerrafondai (la guerra è terrorismo e distruzione generale) stanno accelerando questo processo fino all’implosione finale. Le voci di questi poeti sono un monito e insieme una celebrazione della natura e del suo perfetto equilibrio. Abbiamo poco tempo per invertire la rotta; abbiamo poco tempo per rinsavire. Procuratevi questo libro e fatene buon uso; diffondetelo, regalatelo, è un’opera di resistenza contro la barbarie che avanza. Il libro sarà presentato alla Biblioteca Bizzozzero di Parma venerdì 22 maggio alle ore 18. Seguiranno presentazioni a Milano, Bologna e Napoli e si sta cercando di organizzare un’anteprima nazionale al Salone del Libro di Torino. [Angelo Gaccione]


 


Autori Vari
Innesti Umani
A cura di Luca Ariano ed Emanuela Rizzo
Poesia Edizioni - 2026
Pagg. 160 € 16,50




Gli Autori

Cinzia Abelli, Amedeo Anelli, Luca Ariano, Elisa Barbieri, Giancarlo Baroni, Rosanna Bazzano, Claudio Bedocchi, Marilyne Bertoncini, Alberto Bertoni, Nial Shankar Bhawani, Gisella Blanco, Maria Borio, Costanza Canali, Salvatore Cantone, Roberto Cescon, Chen Hsiu-Chen, Paolo Consigli, Mariela Cordero, Marco Corsi, Ivan Crico, Andrea De Alberti, Sabrina De Canio, Carmine De Falco, Mauro De Maria, Mario De Santis,  Gabriel Del Sarto, Tania Di Malta, Sergio Daniele Donati, Gabriela Fantato, Sara Ferraglia, Mauro Ferrari, Rosanna Frattaruolo, Tiziano Fratus, Luo Fu (Kitty Hsu), Angelo Gaccione, Guido Mattia Gallerani, Arianna Galli, Francesco Gallieri, Bruno Galluccio, Elizabeth Guyon Spennato, Federico Italiano, Arjan Kalço, Izabella Teresa Kostka, Giuliano Ladolfi, Giuseppe Langella, Gianfranco Lauretano, Vincenzo Lauria, Giuseppe Andrea Liberti, Lin Lu, Eugenio Lucrezi, Paola Maccioni, Alberto Manzoli, Franco Manzoni, Gian Ruggero Manzoni, Emanuele Marazzini, Stefano Massari, Nico Mauro, Max Mazzoli, Marco Melillo, Marco Mittica, Bruno Mohorovich, Luca Mozzachiodi, Niccolò Nisivoccia, Alberto Padovani, Alfredo Panetta, Marlene Pasini, Marco Pelliccioli, Antonio Perrone, Cetta Petrollo, Fabio Pusterla, Rossella Pretto, Maria Pia Quintavalla, Claudio Recalcati, Rossella Renzi, Alfredo Rienzi, Salvatore Ritrovato,  Emanuela Rizzo, Tina Rizzo De Giovanni, Serena Rossi, Sergio Rotino, Enea Roversi, Fabiana Russo, Alma Saporito, Nadia Scappini, Evaristo Seghetta, Alessandro Seri, Massimo Silvotti, Giancarlo Sissa, Sofia Skleida, Rossella Tempesta, Francesco Terracciano, Italo Testa, Dang Than, Lucilla Trapazzo, Ferdinando Tricarico, Adam Vaccaro, Maria Luisa Vezzali, Chi-Chu Yang. 

  




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Il libro è distribuito dalle Messaggerie Italiane

FRANCESCO PRIMO ITALIANO?
di Francesca Mezzadri


 
Il libro propone una narrazione divulgativa della vita di Francesco d’Assisi presentato come figura anticipatrice di valori moderni e, in chiave suggestiva, come “primo italiano”: un simbolo identitario prima ancora che religioso. C’è davvero bisogno dell’ennesimo libro su San Francesco? La risposta, dopo la lettura, è semplice: no. Non perché la figura non meriti attenzione, ma perché il sottotitolo - “il primo italiano” - tradisce già l’impostazione: un’operazione più narrativa e commerciale che storica. Attribuire a una figura medievale un’identità nazionale moderna è un evidente anacronismo. L’idea stessa di “italianità” è il prodotto di un lungo processo culturale e politico, che arriva a maturazione ben dopo l’Unità e che ancora nell’Ottocento necessitava di essere costruito, come ricorda la celebre formula di, “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. In questo senso, il libro rinuncia a qualsiasi pretesa di rigore per inseguire una narrazione accessibile e rassicurante. Cazzullo si muove su un terreno già battuto, riproponendo un Francesco attualizzato, levigato, perfettamente compatibile con la sensibilità contemporanea. Ne esce un ritratto prevedibile: un santo “moderno”, vicino al messaggio evangelico, portatore di valori semplici e universalmente condivisibili. Più catechismo divulgativo che saggio storico, senza reali elementi di novità interpretativa. Il problema non è tanto la semplificazione, inevitabile nella divulgazione, quanto l’assenza di profondità critica. L’autore, forte di un successo editoriale consolidato, confeziona un prodotto scorrevole ma privo di reale originalità. Il risultato è un instant book che conferma una tendenza: privilegiare la vendibilità rispetto alla complessità, puntando su formule già collaudate e rassicuranti per il grande pubblico. Persino sul piano culturale, il richiamo alle origini della lingua italiana - il “Cantico delle creature” - resta sullo sfondo, senza essere davvero sviluppato, ridotto a semplice citazione simbolica più che a nodo critico, e senza inserirlo in un discorso linguistico più ampio e problematico. In definitiva, un libro che dice ciò che il lettore si aspetta già di trovare, senza mai metterlo davvero in discussione né offrire strumenti interpretativi nuovi. E forse è proprio questo il suo limite maggiore.


 

Aldo Cazzullo 
Francesco. Il primo italiano
Ed. Harper Collins Italia  
Pagg. 288,  2025

 

 

 

 

 

 

 

SCAFFALI
di Alida Airaghi


Don Angelo Casati

La poesia, l’assoluto, l’incontro, l’abbraccio
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Consegno e affido spesso, pur da non credente, le mie ansie quotidiane e il mio desiderio d’infinito alla lettura domenicale delle omelie di Don Angelo Casati, presenti sul sito www.sullasoglia.eu. Perché dopo un’amicizia epistolare più che decennale, e dopo l’attenta riflessione critica sulle sue pubblicazioni, trovo nell’interpretazione delle pagine del Vangelo di questo gentile sacerdote ultranovantenne non solo l’accoglimento umile e grato della Parola, non solo uno scavo nell’interiorità umana privo di pregiudizi, ma soprattutto la capacità di rivestire singole espressioni del testo sacro di una particolare suggestione emozionale. Così scrive Chandra Candiani: “Don Angelo è un flauto, si lascia suonare da tutto e da tutti e si ascoltano racconti meravigliosi da quel vuoto di sé che è il suo cuore. Ha frasi incandescenti eppure miti, fuochi di sdegno eppure luminosi, ha ombre che fanno più vera la luce. Come fa? Con la compassione…”.
Poeta è infatti Don Casati, innamorato fruitore e produttore di poesia, che ha al suo attivo molte pubblicazioni spazianti dalle raccolte di versi a commenti evangelici, da riflessioni spirituali su vari eventi della vita a veri e propri saggi, usciti per diverse case editrici (Cittadella, Romena, Paoline, Servitium, Àncora, Il Saggiatore…). Nato a Milano nel 1931, è sacerdote dal 1954, parroco a Busto Arsizio, a Lecco, a San Giovanni in Laterano a Milano: oggi risiede nella casa parrocchiale di Via Montenapoleone, con la vista parecchio compromessa, il fisico indebolito e vacillante, la porta aperta, per quanto gli è possibile, alle fessure che ancora gli offre la vita.
L’ultimo suo libro si intitola Riaprire le sorgenti, ed è un’intervista condotta dal critico Francesco Occhetto sulla esperienza esistenziale e sacerdotale, e sul rilievo che la poesia ha assunto nella vicenda umana dell’autore. Proprio Occhetto nella sapiente prefazione al piccolo volume sottolinea che nel nostro “presente tanto obnubilato dall’incapacità di ascolto e attenzione interiore”, Don Angelo riesce “ad accendere focolai di risveglio” attraverso la sua confidenza col trascendente e il suo magistero di carità, “non forzando ma sussurrando”. Lo fa, appunto, con l’insistere sul senso ultimo della poesia, che ha il compito e l’urgenza di recuperare il sapore massimo d’ogni parola, salvandola “dall’uso letterale, meccanico, mercantilistico che se ne fa comunemente”.



Poche le annotazioni biografiche nel dialogo d’apertura: la nascita in una numerosa famiglia milanese residente vicino al Politecnico, le vacanze brianzole presso il nonno medico condotto, l’educazione cattolica e la volontaria entrata in un seminario rigidamente “incolonnante”. E poi la rivelazione del luminoso messaggio di Cristo tramite l’insegnamento di un insegnante di teologia, e la contemporanea scoperta della voce dei poeti sempre più letti, amati, imitati, fino all’identificazione di un timbro personale che ha caratterizzato tutta la sua produzione in versi.
Se gli si chiede di definire cosa sia la poesia, Don Casati risponde che essa “venera e custodisce la distanza: il suo posto è sulla soglia”; allude, rarefà, invoca immagini, lascia spazio al silenzio; è indugio, mistero, incanto, stupore, nostalgia. Perché come esseri umani abbiamo il dovere di indugiare con il pensiero su cosa siamo e su qual è il nostro destino di creature, di rispettare il mistero che circonda vita e morte, di stupirci della bellezza e grandiosità della natura, di provare nostalgia dei volti amati, delle cose perdute.



A me è dato / per grazia / carico d’anni / incantarmi”, scrive il sacerdote-poeta, “insonne cercatore di Dio… in mendicanza di luce”, che ammonisce il lettore di “stare dentro la vita… fare voto di vastità”. Dilatarsi per uscire dai confini stretti dell’ego, perché “abbiamo messo al centro del mondo l’io prevaricatore che cancella il volto dell’altro, l’io totalizzante, radice di tutti i totalitarismi politici e di tutti i fanatismi religiosi, l’io prepotente”. Allora scrivere poesia diventa una preghiera di ringraziamento, ma non devozionale, moralista, puritana; anche la poesia religiosa deve sconfinare, aprire, azzardare, ribaltare abitudini consolidate da riti ecclesiali obsoleti e claustrofobici, sempre escludenti e definitori.
Don Angelo non teme di apparire scandaloso, quando rifiuta come il suo caro amico David Maria Turoldo “una religione persa nei codici e nelle astrazioni”, e confessa: “L’aria mi era e, a volte, lo è ancora, irrespirabile, dico l’aria delle sagrestie, l’aria dei cenacoli chiusi dove si confonde la spiritualità con il sequestro. Uscivo, esco, manca l’aria. Soffro restrizione. In cuore mio navigavano pensieri: Hanno abbassato i monti / l’hanno chiamata religione. / Hanno impoverito l’orizzonte, / l’hanno chiamata fede”.
Fede vera è affidamento discreto, anche nella malattia e nella vecchiaia (“Perdo pezzi di voce e di occhi, / di memoria e di cuore. / Dietro / alle spalle tu ti chini / e raccogli”), sapendo che anche l’ombra potrà dare senso al non senso della fine, se accettata, attesa come un abbraccio.
 
 


 
Angelo Casati

Riaprire le sorgenti

In dialogo con Francesco Occhetto  

Ed. Sapino, 2026

Pagine 96 € 13

 

 

 

BIBLIOTECA
di Giuseppe Carlo Airaghi




 
Canti non identificati di Angelo Airò Farulla (ChiareVoci edizioni, 2026, pagine 208) è un libro che si presenta come un attraversamento poetico tra visione cosmica e cronaca terrestre. Mescola metafisica, lessico scientifico e immaginario ufologico in una struttura volutamente discontinua.
Il testo centrale, Canto all’equatore, assume la forma di un poema di viaggio che dialoga con la tradizione epico-visionaria italiana, ma la trasporta in un paesaggio contaminato: mari di idrocarburi, microplastiche e residui del progresso convivono con mitologie scientifiche. La lingua alterna registri alti e inserti tecnico-scientifici. Con la sezione Cronache il tono diventa più documentario, raccogliendo episodi legati all’immaginario ufologico del Novecento italiano, trattato come una vera mitologia collettiva. L’ignoto e il bisogno umano di nominare il mistero diventano strumenti di indagine sulla realtà. Nelle sezioni successive, tra Addenda e Apocrifi, la scrittura si moltiplica in registri e maschere con invocazione religiosa, speculazione cosmologica e riflessione sull’epoca digitale. Il lessico scientifico convive con elementi liturgici, creando un cortocircuito linguistico che è la cifra dell’opera.
In controluce emerge una forte componente ecologica e antropologica: il mondo inquinato e i resti della civiltà diventano tracce di una presenza umana destinata a estinguersi, ma ancora capace di produrre canto.
Il libro si configura così come un poema-costellazione: un insieme di frammenti che orbitano attorno a grandi temi offrendo un’esperienza poetica stratificata, sospesa tra tradizione e nervosismi linguistici contemporanei.

FRESCHI DI STAMPA
di Antonella Casaburi



 
Si intitola proprio così, Un uomo che sapeva vedere (Ronzani editore, 2026, pagine 376) l’autobiografia a quattro mani dedicata a un personaggio straordinario sul piano sia professionale che umano e morale, curata da Vincenzo Guarracino. “Stilista del tessuto”, come era stato definito, Giuseppe Menta, uomo di talento e straordinarie doti artistiche, capace di intuire oltre il visibile per trovare forme di bellezza sempre nuova, è tutto in un aneddoto, raccontato dalla moglie Engracia: “Una volta, dopo avere preparato per suo figlio Giovanni il panino da portare a scuola, era rimasto incantato delle macchie di unto del tovagliolo che l’avvolgeva, e ne aveva colto lo spunto per fare poi dei disegni spontanei e meravigliosi”. Con questa capacità, Menta (Cremona 1937- Como 2024) ha realizzato un patrimonio di immagini per tessuti, ammirato e utilizzato da aziende (Bordogna, Max Mara, Pinto) e sarti dell’alta moda (Yves Saint Laurent, Versace, Armani), che resta per le generazioni avvenire, oltre al fatto di aver dato vita dal 1974 ad una propria azienda, dalle connotazioni pionieristiche, varando un marchio ecologico “MentaVesteNatura”, improntato sulla produzione di stoffe dai colori naturali non inquinanti. Fedele al principio espresso nelle parole di un autore a lui molto caro, ossia Cesare Pavese, che il bello della vita è saper “cominciare, sempre, ad ogni istante”, negli ultimi anni si era dedicato anche alla creazione di gioielli che aveva riscosso successo e consensi, oltre che alla ideazione e realizzazione di “progetti “ di opere pittoriche, “capricci”, sperimentando forme nuove e impensate di eterea leggerezza e freschezza rappresentativa, in una maniera che si accosta a certe intuizioni di Joseph Beuys: saggiando le potenzialità del colore di farsi forma e materia lasciandolo lievitare e accumulare su supporti riflettenti e vibratili, al di fuori di qualsiasi intento decorativo e di ogni riferimento figurale e naturalistico.

 

ATTRAVERSO LEI
di Chicca Morone
 

Le memorie ancestrali si riconducono a informazioni, istinti o paure tramandate biologicamente dai nostri avi; di cui, cioè, non abbiamo fatto esperienza diretta. In effetti siamo un coacervo di elementi che, interagendo con l’ambiente circostante, definiscono le nostre qualità e caratterizzano il procedere delle nostre vite. Attraverso lei (Youcanprint Ed.) è un romanzo ispirato, non a caso, in Giulia Jordan da una qualche Musa, con l’intenzione di avvicinarci alla consapevolezza del nostro passato e futuro perfettamente presenti nella Coscienza che avvolge i nostri corpi, mettendoci in comunicazione con coloro che vivono la nostra realtà e non solo. Il tutto avviene in modo molto più profondo di quanto immaginiamo: a ognuna di noi è lecito, in alcune situazioni, poter investigare nel nostro inconscio e riunire le istanze che ci hanno rese tali... questo è il significato di quanto scritto dall’autrice, una donna impegnata nell’analizzare e preservare un femminile dimenticato.

Il racconto della vita di Yashodara, giovane indiana andata in sposa a sedici anni al cugino Siddharta, si riflette perfettamente nello svolgersi dell’esistenza di Shaula, artista dalla magnifica sensibilità: seguendo con coraggio la voce quasi impercettibile che si manifesta in regressioni, dapprima guidate, poi sempre più spesso spontanee, la donna viene sorretta in un viaggio interiore oltre la mente, realizzando il qui e ora attraverso l’amore.
Chi di noi non ha letto Siddhartha di Herman Hesse? La vita del principe indiano che rinunciò alla sua vita agiata per cercare la verità sulla sofferenza umana, resta un caposaldo letterario del secolo scorso, un romanzo che ha avvicinato migliaia di persone a una vaga conoscenza del buddismo: un percorso di trasformazione interiore per raggiungere l’illuminazione e lo stato di Buddha.
Così la vita di Yashodara, specchiata in quella di Shaula, ci propone tra le pagine del romanzo di Giulia Jordan una via tutt’altro che di negazione: entrambe sono ben conscie del loro essere e soprattutto del loro compito nelle reciproche esistenze.
La principessa indiana, privata del rapporto fisico con il figlio, resisterà alla tempesta emotiva; la protagonista durante uno dei soggiorni in India viene risvegliata ad antiche memorie e vorrà affrontare la terapia per conoscersi attraverso le immagini che emergono dall’inconscio. La fusione tra le due donne è totale e descritta in modo che solo chi ha provato simili condizioni può esprimere “Shaula la seguiva, ma non poteva toccarla. Sentiva tutto: il dolore, lo smarrimento, la stanchezza. Ogni gesto raccontava una storia che non era scritta da nessuna parte. Solo nei corpi. Solo nella memoria muta del sangue”.
Non c’è bisogno di scomodare Rudolf Steiner per sapere che “il sangue è un succo molto peculiare”: è l’espressione del corpo eterico individualizzato attraverso cui nasce ciò che si esprime nell’Io. Il sangue è l’espressione dell’Io, un Io che si esprime contemporaneamente nelle due donne; dall’intensità che emerge dal testo, oserei aggiungere la terza donna, Giulia Jordan. Non stupisce la confessione dell’autrice quando dichiara essere stata proprio la lettura di Siddharta e spingerla nella ricerca spirituale: la figura di Yashodara, negata nella sua interezza o così mal interpretata, ricordava molto le parole diffamatorie su Maria Maddalena o sulla Madonna stessa. Il recupero delle tradizioni iniziatiche femminili ha caratterizzato e caratterizza tutt’ora la sua ricerca sia in ambito letterario, sia come conduttrice di gruppi di persone interessate alla conoscenza di se stesse.

 

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