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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 11 luglio 2026
PER
CHI SUONA LA CAMPANA
di Eros Barone
Etica ed epica di un capolavoro della letteratura mondiale.
La “terza guerra mondiale a pezzi”, che papa Francesco aveva
acutamente individuato fin da quando la Nato è andata ad “abbaiare” ai confini
con la Russia servendosi dell’Ucraina come testa di ariete per oltrepassarli, è
in pieno svolgimento e il punto di non ritorno è stato perfino calendarizzato
dai “signori della guerra europei” nel 2029. Novant’anni fa aveva inizio la
guerra civile spagnola, il prologo della seconda guerra mondiale. È stato detto
giustamente che sotto l’imperialismo non vi è guerra che non sia atroce e non
vi è pace che non sia precaria. Per questo è ancora preziosa e sempre attuale la
lezione che Ernest Hemingway ci consegna nel romanzo dedicato a quel “prologo”.
E anche se oggi non formuleremmo alla stessa maniera la nostra inquietudine di
fronte allo spaventoso «destino da carne industriale e da cannone» che ci
aspetta, del protagonista di Per chi suona la campana vanno salvaguardati, dal punto di
vista della costruzione di un’etica dell’impegno politico e civile, i punti di
forza essenziali e irriducibili: l’etica del fare e la coerenza morale, che
tengono ben fermo il senso storico delle azioni di ognuno di noi. Ma «perché un
giorno ogni pericolo sia vinto e il paese sia un posto dove si viva bene» occorre
comprendere che è necessario agire nelle retrovie del nemico e far saltare quel
ponte: due azioni strettamente connesse in cui Hemingway ha riconosciuto, sia
pure a livello simbolico ma con una profonda intelligenza storica e una
capacità evocativa impareggiabile, il programma della Resistenza e il
presupposto indispensabile della lotta per un mondo migliore.

E. Eemingway
Ernest
Hemingway amava profondamente la Spagna e la considerava come la sua seconda
patria. Questa predilezione spiega l’intensità dei sentimenti con cui
partecipò, fin dal luglio 1936, alla guerra civile spagnola, schierandosi ai
primi posti tra i sostenitori della repubblica, come molti altri antifascisti
americani ed europei. Nel corso di quella drammatica vicenda egli fu anche
testimone dell’aspra lotta politica, ideologica e personalistica che divideva
gli esponenti del governo repubblicano, i capi militari, i partiti e i rappresentanti
delle forze internazionali che partecipavano alla guerra. Il romanzo Per chi
suona la campana, scritto nel 1940, non narra soltanto un episodio
significativo di quella vicenda militare, ma rispecchia anche i motivi politici
e morali che, secondo l’autore, ne avevano segnato il cattivo andamento.
Tuttavia, benché questi aspetti siano oggetto di una ricostruzione attenta e
puntuale, il romanzo attinge il suo significato pregnante alla luce di una
prospettiva ideale più ampia, fin quasi a configurarsi, per la carica simbolica
che lo anima, come una vera e propria allegoria. Una
concisa sintesi della narrazione si rende perciò necessaria. Mentre in Spagna
infuria la guerra civile, Robert Jordan, un giovane professore americano, si
arruola come volontario nell’esercito repubblicano. Inviato dietro le linee
franchiste, raggiunge una banda di partigiani, con l’incarico di far saltare un
ponte d’importanza strategica. Capo della banda, dopo il crollo morale di
Pablo, che ne è il comandante nominale, è diventata Pilar, una fiera contadina.
Nel gruppo c’è anche Maria, una ragazza di diciannove anni brutalmente
violentata dai fascisti e salvata da Pilar. Jordan e Maria si innamorano al
primo sguardo, ma gli avvenimenti precipitano e il disastro incombe. I
franchisti attaccano un vicino avamposto partigiano e lo annientano. È chiaro
che presto verrà la volta del gruppo di Pilar, ma Jordan, pur consapevole
dell’inutilità della sua missione, fa ugualmente saltare il ponte. Quando sta
per raggiungere i compagni, viene ferito a una gamba e rimane solo sulla
collina ad aspettare il nemico e la morte.


Hemingway in Spagna

Così, il ponte d’acciaio, che supera con un solo arco la ripida gola alpestre situata nel territorio controllato dalle forze franchiste e che Robert Jordan ha l’incarico di far saltare in concomitanza con l’inizio di un’offensiva repubblicana, sta al centro dell’azione narrativa dal primo capitolo all’ultimo: un’azione che, in questo romanzo di cinquecento pagine, occupa non più di una settantina di ore, vale a dire tre giorni scarsi e tre notti. I vari episodi, le conversazioni, i monologhi interiori e i richiami al passato ruotano tutti intorno al tema del ponte che occorre far saltare, finché Robert Jordan riuscirà nell’impresa, ormai diventata quasi inutile e il cui successo egli pagherà con la vita. E invero, il fatto che la fisionomia etico-politica di Robert, così come viene tratteggiata da Hemingway, sia quella, insieme, di un valente uomo d’azione, di un amante appassionato e di un intellettuale rigoroso, non caratterizza solo il protagonista di Per chi suona la campana, ma risponde ad un clima morale che pervade l’intero romanzo. La lezione che se ne ricava è quella di un’attitudine aperta e generosa, d’impegno pratico – tecnico e morale insieme – nelle cose che si dovevano fare. Di questa lezione faranno tesoro, fra molti altri, scrittori come Elio Vittorini, autore di Uomini e no, romanzo sulle azioni dei Gap, e come Italo Calvino, autore del Sentiero dei nidi di ragno, romanzo che narra le peripezie di una banda partigiana in Liguria. Non per nulla il messaggio del romanzo, fondato come è sulla coincidenza di etica ed epica, è risolutamente contrario all’individualismo e al disimpegno nei rapporti con gli altri: due atteggiamenti cui il protagonista di Per chi suona la campana è del tutto estraneo, come indicano in modo inequivocabile i celebri versi di John Donne, che Hemingway ha messo come epigrafe del romanzo e che vengono ripresi nel titolo: «Nessun uomo è un’Isola, intero in sé stesso... Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. [...] Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te.»
POESIE
di Tania Chimenti
La gioia è
appoggiata ai teli
sulle ringhiere dei terrazzi.
Le case al mare lo sanno,
mentre i giovani asciugano
al vento il tempo.
Lentamente risaliranno
i rimpianti:
efflorescenze saline
che ricoprono di bianco.
*
Degli amanti
non si attende il ritorno.
Del cancro, sì.
Così il tuo silenzio fu
interpretato
dai compagni come il ritorno del
temibile.
Quella volta però fu diverso:
era tempo di fiori d’arancio.
Si seppe poi che al matrimonio
avevi invitato uno solo dei
compagni,
lasciando gli altri
in quel disincanto muto
di chi scopre di non avere più
nulla in comune.
Io invece,
anche nella nostalgia
invetriata dal ricordo,
ho tenuto con me
quell’estraneità
come si tiene un vizio.
L’abitudine a perdere.
A perdersi.
POETI TRADOTTI
di Anna Rutigliano
La poesia n. 373 di Emily Dickinson, dal titolo
originale This World is not Conclusion (Questo mondo non è un epilogo),
qui di seguito proposta, manifesta, in tutta la sua potenza, lo scetticismo
epistemologico della poetessa statunitense, la quale preferì la solitudine,
quale spazio di ricerca dell’autenticità, lontano dalle rigide convenzioni
sociali dell’America del XIX secolo. L’imperitura tensione fra fede nell’aldilà
e dubbio sull’esistenza, non oggettivamente comprovabile, di una vita ultraterrena,
che da sempre attanaglia l’umanità, si riflette nella struttura metrica
giambica, improntata sull’ampio uso retorico dell’enjambement: artificio linguistico
questo, che, scardina ogni logica che miri a colmare il senso di vuoto
dell’anima, consapevole del suo mortale destino, come espresso nella chiusa
finale del testo originale: Narcotics cannot still the Tooth, that nibbles
at the soul= nulla possono i narcotici per sedare il dente che rode l’anima),
ricalcando il pensiero marxiano sull’alienazione
dell’uomo (Entfremdung), dovuta non solo ai processi di produzione capitalistica
ma anche all’influsso della religione quale “oppio dei popoli” (Die Religion
ist das Opium des Volkes).
Questo mondo
non è un epilogo
Questo mondo
non è un epilogo,
prosegue
oltre,
invisibile
come musica,
ma reale
come suono,
ammalia e
confonde,
la filosofia
non lo sa,
e - alla
fine l’intuito deve procedere,
per mezzo
di un enigma,
per
decifrarlo, confonde gli studiosi,
per ottenerlo,
l’umanità si è caricata
dello sprezzo
di generazioni,
ha mostrato
la crocifissione.
La fede
vacilla- sorride e si ricompone-
arrossisce
se qualcuno la scorge-
s’afferra
ad un briciolo d’evidenza-
e domanda
la via alla girandola -
esagerate
movenze dal pulpito,
s’accavallano
forti Halleluja,
nulla
possono i narcotici per sedare il dente
che rode
l’anima.
(Trad. it.
di Anna Rutigliano)
LIBRI DI POESIA
di Carlo Di Legge
La cifra di questo libro di poesia di Alessandro
Carandente, e dell’intera sua scrittura in versi, sta scritta nel titolo. Il
libro comprende i testi poetici dal 2021 al 2025 e il titolo recita che si
tratta di poesie “a lietto fine”. Perché
non si pensi al clamoroso errore di stampa, la parola lietto viene scritta in corsivo nel titolo; si voleva dire proprio
questo, giocando, come fa sempre l’autore, sull’equivocità dell’espressione,
sul gioco di parole – a lieto fine/a lietto
fine – nel contesto, ovvero sulla lieve
modifica della sola parola, che nel caso incontra il senso napoletano. Ma, seppure
in dialetto, “a lietto fine” cosa
vorrà dire? Anche in questo caso, affinché non vi siano dubbi (ma ne saremo mai
certi? Non si sa mai), c’è il disegno a colori di donna nuda, di schiena, che
campeggia in pagina bianca, sotto il titolo: dunque a lietto vorrà dire cosa di storie allegre e di baruffe d’amore e di
sesso. Ma niente di leggero, intendiamoci. Niente di scapestrato, come sto per spiegare,
ma talvolta qualcosa che ispiri umorismo e forse allegria. Non si tratta
soltanto di poesie o testi in versi, peraltro: la seconda parte del libro,
infatti, contiene i frutti di un’altra vena di scrittura di Carandente, quella
degli euforismi (poi c’è la
saggistica: recentissima la raccolta Da
Leopardi a Scotellaro (2026, ma con saggi anche non recenti). La parola aforismi qui e in generale nella sua
scrittura viene, sempre per la facezia e il gusto dell’invenzione nel dire,
ritoccata in eu-forismi, motto di spirito tra euforia e aforisma.
Si tratterà di dare credito a queste
manifestazioni di buonumore, al frequente calembour,
con l’armamentario di lingua che ciò comporta? Credo che, prescindendo come si
deve dalle vicende personali, che conosco, nel caso la vena di forte
provocazione dell’autore e la sua forza umana di risposta alle avversità si siano
bene incontrate con il sofisticato spirito (è laureato in filosofia, e tra
l’altro ha all’attivo un dottorato di ricerca in italianistica tra l’università
di Tours e quella di Tor Vergata, ha un lungo passato di poesia a partire dalla
vicinanza a Franco Cavallo e alla sua cerchia, nel nord-ovest napoletano, tra Campi
Flegrei e Cuma, Napoli e non solo); con il suo personale contesto di
provenienza, di famiglia contadina, sempre presente a mio avviso, a salvare il
fondo di buon senso; con l’ineguagliabile atmosfera della città di Napoli vissuta
dalla parte privilegiata, fascinosa (ma quale parte di Napoli non è
importante?) della Sibilla, di Pozzuoli e vicinanze, che accompagna il suo
cammino con quello di tutte le intelligenze che hanno popolato “Secondo Tempo”, la sua rivista, nel
respiro del dialetto napoletano alternato all’uso della lingua italiana e soprattutto,
per quanto riguarda lui, del francese. Ricordo una occasione di lettura di
molti anni addietro, in cui ci si riuniva a dire versi in una sede “seria”,
cioè un palazzo sede di amministrazione comunale, e si voleva ricordare
qualcuno che non c’era più, dunque era un momento triste. Ma Carandente non fu
ligio alla consegna, non obbedì ai tempi né eseguì il compito dato dagli
organizzatori o lo fece alla rovescia: cominciò a leggere i suoi spesso irriverenti
versi e euforismi, come un
flusso senza fermata, davanti agli spettatori, perlopiù scrittori di versi,
allibiti, finché qualcuno non intervenne – come si vuol dire, fu una storia dalla
serie “fatelo smettere”. Ma lui non fece una piega.
E quindi, anche qui nel libro, tanto
per incominciare, per il 700° anniversario della morte di Dante: “… e scrive e parla di te ogni cazzullo/ ti storce
sconciamente ogni marzullo/ t’hanno scoperto in tanti, o padre Dante/ pur i
veltroni, i salmoni e i meloni”. Basterà per far intendere di cosa si tratta.
Scrittore del tutto ragionevole, Carandente,
anzi razionale, ma nel senso che è pronto a calcolare, ad evocare l’ironia o il
sarcasmo anche contro la gente del mondo delle lettere, non solo in Campania,
sì da farsi qualche nemico – tanto ce ne facciamo anche senza volere e ne
abbiamo senza sapere.
Il libro è una raccolta di argomenti
diversi, uniti poi per temi, come in quarta di copertina; la musa di
Carandente, se così si può dire nel suo caso di letterato pronto a ridere della
letteratura e dei facitori di libri (di quelli prevaricanti e presuntuosi, con
rispetto di quelli serî e bravi), è il presentarsi dell’occasione, nutrito da studio
continuo dei testi su cui lavora. C’inoltriamo leggendo in una galleria di
amici e personaggi, come di fatti e di sensazioni. I suoi versi nascono o
possono farlo in ogni momento, ma il fatto è che ad ogni passo (ricordo un
titolo: Passo vegliante, il suo
inizio del 1982, che pareva in qualche modo molto diverso, comunque già doveva dirigersi
in questo senso) l’occasione può scattare, e quindi l’occhio, l’orecchio e i
sensi sono protesi ad afferrarla. E viene la scrittura.
Con ciò, dando rilievo alla sua natura
ironica e al piglio sarcastico che ricordo fin dai tempi dell’università, non
sto dicendo che l’autore non abbia sentimenti seri. Nella dimensione del
pubblico, il suo radicalismo politico, pur senza appartenenze a partiti, è
evidente. Eppoi basti pensare al privato, alla sua famiglia, o alle amicizie sincere,
che ha saputo coltivare e rispettare, mentre in altri casi, quando prima o poi
ci si avvede che qualcosa non va, o si prosegue nell’equivoco, cosa che non è
il suo forte, o si smette. Questo buon senso permane e dev’essere il fondamento
della sua solidità.
Vale anche qui, poiché abbraccia il suo
percorso nelle sue modifiche, anche fino ad oggi, la motivazione per il premio Minturnae, conferitogli nel 2007 per la
raccolta Risveglianze: “Sin
dall'esordio si è connotato per la tecnica scaltrita e la consapevolezza teorica
del fare poesia. Sotto l’apparente patina di lacca lirica c'è la riflessione
critica e il momento speculativo del linguaggio che si interrogano senza sosta
sul proprio fare poetico. L'esplosione ritmica è frenata dalla pausa
riflessiva, dalla tensione del dire. Lungi dal consegnarsi ingenuamente alla
positività dei significati in atto, avanza là dove non si può più andare, in
quella terra incognita dove il senza nome cerca nuove relazioni per esistere.
A partire da Ecrivoci, extravaganze, screzi
d’alfabeto, Il supplente precariota
e Bon ton bonsai bonbon, Per chi suona la gabbana? invece, il
linguaggio ha invertito bruscamente la rotta; dall’azzeramento ha viaggiato
verso l’esterno con cui non ha mai smesso di dialogare, in euforica
contaminazione, e di reagire all’alienazione consumistica in atto con
l’insorgenza del gioco traslativo e la freschezza del paradosso dell’evidenza”.
Il programma linguistico attuato nel
libro di poesia e negli euforismi è dunque quello esposto nell’esergo, ripreso
da G. Benn: vi si legge che “Queste frasi… contengono solo se stesse”. Anche in
questo modo si può fare critica sociale, politica, letteraria, facendo poesia:
in fondo è la lezione dello sperimentalismo, ognuno a suo modo, in ogni momento
in un modo. Così si giustifica il motto in Odisseo
e altrove: “ma non feci strage di Proci/nel mattinale incarnato/li inseguii fino
a Procida”. E le altre diavolerie e motteggi – che molto spesso portano una
posizione precisa rispetto alla società e agli altri, al potere.
Alessandro Carandente
Poesie a
lietto fine
Marcus Edizioni, Napoli 2025
venerdì 10 luglio 2026
IN... CANTO
di Angelo Gaccione
Prendete
una magnifica chiesa nel cuore di Milano: Santa Maria della Passione, attaccata
al Conservatorio “Giuseppe Verdi”. Chi la frequenta sa bene di quale meraviglia
custodisce la Sala Capitolare. Prendete almeno due capolavori assoluti: L’ultima
Cena di Gaudenzio Ferrari e la Crocifissione di Giulio Campi che
troverete alla vostra sinistra e alla vostra destra percorrendo la navata fino
ai piedi dell’altare. Prendete i due magnifici organi disposti in cornu evangelii
e in cornu epistolae. Prendete un coro composto dalla soprano Iris-Anna
Dechert, dal tenore Philipp Classen, dal basso Roland Faust, dall’alto Jonathan
Kionke. Prendete un organista: Markus Utz. E prendete un sassofonista: Sandro
Compagnon. Prendete la musica organistica di Heinrich Isaac che deve accendere di
bagliori i brani liturgici. Prendete tutto questo e vi troverete coinvolti non
in un semplice concerto, ma dentro un raffinatissimo evento in cui armonia e
bellezza hanno toccato il vertice, ed il nostro cuore se ne è estasiato.
Dobbiamo questo miracolo all’Associazione Culturale La Cappella Musicale e alla
sua XX edizione del festival internazionale di musica antica Milano Arte
Musica.
L’Ensemble Cantissimo, di cui vi ho dato i nomi delle singole voci, ci ha mostrato che cosa si può fare con il suono prodotto dalle sole corde vocali, con le modulazioni, con i toni, con i registri, con i timbri. Erano quattro voci e pareva un coro di angeli e l’armonia che ne derivava bastava a sé stessa anche quando né l’organo del maestro Utz, né le struggenti improvvisazioni del sassofono di Compagnon, erano convolti nell’accompagnamento. E quando questi strumenti entravano a sorreggerne l’architettura armonica tutto si faceva più denso e più dolce nello stesso tempo.
Sulla presenza dominate
dell’organo nella musica sacra ci è noto tutto: è uno strumento celeste,
mistico. Ma vi assicuro che la presenza del sassofono si è rivelato
sorprendente sia negli a solo, sia nelle parti in cui organo e coro
andavano all’unisono. Una serata preziosa. Un regalo graditissimo. Chi ha avuto
l’ardire di sfidare la tremenda calura di ieri sera per recarsi in Santa Maria
della Passione, ne è stato ampiamente ricompensato.
LA VOCE DEL
CUORE
di Chicca Morone
“Jannik” una voce di bambino rompe il sacro
silenzio sul campo erboso di Wimbledon: il giocatore che sta per servire, Sinner,
il numero uno del ranking mondiale, invece di dare un segno di irritazione, si
ferma, guarda in direzione della voce e saluta. Meno gradevoli sono state le incitazioni
al tennista Arthur Fery in campo contro Flavio Cobolli, destabilizzato anche dalla
tifoseria contraria. A volte capita che dal pubblico sorgano delle voci, più
che altro domande al campione che sta giocando... Famose sono state alcune richieste
di matrimonio: Maria Sharapova spiritosamente ha risposto “forse”; meno
sportivo Rafa Nadal ha semplicemente risposto di no con la mano; “Sposami Roger”
indirizzato a Federer ha provocato la reazione del giudice di sedia, oltre all’ilarità
del pubblico; Steffy Graf è stata la migliore, nell’informarsi sul patrimonio
del pretendente... Djokovic che aveva sottolineato il suo stato di “coniugato”;
per non parlare di Zverev, biondo vichingo, interessato all’anello che avrebbe
ricevuto... Sono voci di sconosciuti che arrivano in luoghi particolari in
momenti altrettanto desueti con potere esilarante. C’è da dire che quando
ascoltiamo la voce del nostro interlocutore riceviamo un messaggio non solo
immediato ed espresso nel significato delle parole, ma anche quello che è
contenuto nella frequenza della sua voce di cui non ne abbiamo percezione a
livello conscio. Un bambino che chiama per nome Jannik ha fatto breccia nel suo
cuore, perché come tutte le persone sensibili, ha percepito quel momento di
coesione profonda di qualcuno che era lì per applaudirlo...
È lunga la
tradizione vocale nella storia della musica che ci ragguaglia sull’argomento,
visto che non siamo solo corpo, ma esistiamo come campo vibrazionale, definito
dal fisico professor Federico Faggin “seity”. Chi ha una marcia in più come
Sinner riceve colori e sfumature spesso ignorati dagli altri.
I nostri
predecessori ne avevano cognizione, ma molte tradizioni sono state coperte da
un sapere egocentrico ed esclusivista, che ha rinnegato l’importanza del legame
con l’ultraterreno. Le figure sacerdotali egizie erano dotate di una voce particolare
destinata ad attrarre le forze necessarie per la realizzazione dei riti: non
per nulla erano chiamati “giusti di voce” in quanto dotati di quella conoscenza
esoterica non accessibile a chi non aveva ricevuto la “giusta” iniziazione.
Il Mito è
cosparso di indicazioni sul potere della voce: dagli stridii delle Arpie, al
grido di battaglia delle Amazzoni, ai famosissimi canti ammaliatori delle
Sirene.
Mezze
donne e mezze pesci attiravano i marinai tra i flutti: sono rimaste come
simbolo della seduzione intellettuale della donna nei confronti dell’uomo.
Ammaliatrici per eccellenza, usavano la voce per attrarre in luoghi da dove alla
vittima non fosse divincolarsi perché non si trattava di una semplice
infatuazione fisica...
Anche
nella fiaba di Hans Christian Andersen la sirenetta la voce ha un rilievo
particolare: per poter incontrare sulla terra il principe di cui è perdutamente
innamorata sacrifica il suo dono, il suono magico della sua gola, quello che la
rende creatura degli abissi circondata da simili... con relativa perdita di se
stessa!
Come non
rivolgere il pensiero al mitico Orfeo, figlio di Apollo, che con il suo canto
ammansiva belve, guariva il corpo e l’anima delle persone? Il mito ci narra che
sia stato in grado di scendere nell’Oltretomba per tentare di riportare in vita
Euridice: la sua voce aveva convinto persino gli Dei a concedere tale grazia…
Oggi,
studiosi delle tradizioni soprattutto orali, ci hanno insegnato quanto la
comunicazione tra noi umani non sia fatta solo di parole pronunciate in modo
più o meno definito, ma compaia dentro ognuno di noi in un “accordo”,
attraverso cui entriamo in empatia o antipatia con l’interlocutore: le note
“stonate” che percepiamo con l’orecchio fisico sono più facilmente percepibili
da noi nelle persone con accordi dissonanti perché emerge più facilmente la radice
più profonda, volta a significare il progetto di chi tende a manipolarci.
Nello
stesso modo le parole suadenti di chi “fa parte” del nostro accordo, non
necessariamente con la nota di base uguale, ci portano a percepire con maggiore
naturalezza la volontà costruttiva dell’interlocutore, quando questa è tale.
Ciò non significa
che i possibili manipolatori che incontriamo sulla nostra strada siano
categorie fisse: siamo noi che affinando maggiormente la nostra percezione del
suono delle parole altrui, diventiamo più sensibili a una comunicazione
subliminale, quella che provoca in noi sensazioni sotto il livello del coscio, ma
in grado di condizionare il nostro comportamento.
Il suono
della voce di nostra madre è irrepetibile e nel momento in cui veniamo in
contatto con una voce somigliante, un accordo simile, siamo più propensi a
recepire il messaggio in modo positivo, creando la tendenza a vivere in modo
favorevole la situazione.
Non ci
sono regole fisse nella percezione di quanto ci circonda: è semplicemente
importante imparare ad ascoltarsi profondamente perché difficilmente il nostro
inconscio ci tradisce quando i nostri sensi sono vissuti in modo equilibrato,
quando siamo in grado di vivere la realtà saggiamente, senza eccessi.
Il monito
è nella sedicesima lama dei Tarocchi: “La Torre”. Narrano di un popolo che
comunicava con una sola lingua, ma che, insuperbito, avesse iniziato la
costruzione di una torre “alta fino al cielo”. Per punire la superbia umana Dio
aveva confuso le lingue, impedendo loro di capirsi e causando la dispersione
dell’umanità.
Forse oggi
una ricerca di comunicazione più interiorizzata rispetto alla proposta dell’IA,
dai ritmi compulsivi, potrebbe migliorare la vita di ogni singolo ed evitare la
costruzione di opere destinate a essere distrutte.
SALVARE LA DEMOCRAZIA REPUBBLICANA
Alle segreterie nazionali:
Partito Democratico
Movimento 5 Stelle
Sinistra Italiana
Europa Verde
+ Europa
Italia Viva
Azione
Rifondazione Comunista
Ai gruppi parlamentari:
Partito Democratico
Movimento 5 stelle
Alleanza Verdi – Sinistra
+ Europa
Italia Viva
Azione
Alla segreteria confederale CGIL
Alla presidenza nazionale ARCI
Alla segreteria nazionale ANPI
TESTO DELL’APPELLO PROMOSSO
DALL’ASSOCIAZIONE
“IL ROSSO NON È IL NERO” DI SAVONA
(mail: astengo.franco@gmail.com)
Il punto centrale del nostro
ragionamento può essere così riassunto:
occorre far comprendere appieno
che la pericolosità massima del tentativo in atto da parte della destra di
modificare la formula elettorale non risiede tanto nella questione della
governabilità e quindi della semplice traduzione dei voti in seggi, quanto nel
mutamento (per via ingannevolmente surrettizia) della forma di governo
parlamentare.
L’indicazione del candidato/a
alla presidenza del Consiglio preventivamente richiesta alle coalizioni e alle
eventuali liste autonome in occasione delle elezioni legislative generali
assumerebbe alcuni significati precisi: 1) il contrasto oggettivo con la
Presidenza della Repubblica perderebbe la sua prerogativa essenziale di scelta
del Presidente del Consiglio con il rischio di una frattura istituzionale
difficilmente sanabile 2) In secondo luogo il collegamento diretto ( e
innegabile) tra il candidato presidente del consiglio e il listino di
maggioranza (eletto in blocco dalla maggioranza) renderebbe gli eletti con
questa formula (non sindacabili perché su lista bloccata) parte (decisiva) del
Parlamento direttamente subordinata alla Presidenza del Consiglio (simil
stabunt simil cadent). Se si verificasse il tipo di
situazione appena descritta si renderebbe il ruolo del Presidente della
Repubblica del tutto superfluo sulla scelta politica più importante spingendo
così l’insieme del sistema verso il presidenzialismo di un “eletto del popolo”
non intermediato da un voto di fiducia espresso dalle Camere, reso anch’esso
superfluo dall’elezione diretta in blocco
del listone di maggioranza. Questo significherebbe il totale
rovesciamento dell’impostazione adottata nella Costituente sulla forma di
governo superando “de facto” la centralità parlamentare.
Inutile ricordare gli accenti
contenuti in questo tipo di impostazione e risalenti alla legge Acerbo del 1924
e al plebiscito del 1929.
Ci rivolgiamo ancora una volta
come in precedenti occasioni a quelle associazioni e organi informativi di
cultura politica con i quali intratteniamo da tempo rapporti di collaborazione
per avanzare una proposta di appello sul tema fondamentale della difesa della
Democrazia Repubblicana.
È
necessario che nelle forze politiche democratiche e costituzionali non prevalga
la tentazione di allinearsi nell’idea di utilizzo di questo marchingegno a fini
propri personalistici. Per questo ci appelliamo alle forze politiche, ai
sindacati, ai soggetti associativi allo scopo di aprire un confronto di merito
su questo delicatissimo tema.
Primi firmatari:
Associazione per il Rinnovamento
della Sinistra - Roma
Associazione Enrico Berlinguer - Milano
Associazione “Laudato Sì”
alleanza per la giustizia sociale - Milano
Associazione “Articolo 21” per il
diritto all’informazione - Roma
Associazione “Socialisti in
Movimento” - Milano
“Critica Sociale” rivista - Milano
“Alternative per il Socialismo”
rivista -Roma
ATTAC Italia - Roma
Associazione Mediterranea - La
Spezia
Associazione “Infiniti Mondi” - Nola (Napoli)
Circolo Pertini - Sarzana
“La Bottega del Barbieri” blog di
spazio culturale
e di attivismo politico - Imola
“Ancora Fischia il Vento” blog di
politica internazionale
e geopolitica - Rimini
“Odissea” blog di dibattito
politico-culturale - Milano
“La Sinistra quotidiana” sito
comunista di informazione politica
“Il Lavoro” giornale socialista - Salerno
Associazione “Socialismo 1892” - Taranto
Circolo “Calogero - Capitini” - Genova
Comitato Ligure Scuola e
Costituzione - Genova
Biblioteca Popolare di Bubbio
(Asti)
Officina Lavagnese - movimento
politico civico e progressista Lavagna (Genova)
Circolo Aldo Moro - Genova
ATTAC - Savona
Sezione ANPI di Sassello (Savona)
“La nuova Savona” quotidiano
online
Associazione “Il Rosso non è il
Nero” - Savona
mercoledì 8 luglio 2026
I NANI
DELLA NATO
di
Franco Continolo
È un momento precario per la NATO, scrive Alexandra Sharp sulla News letter di Foreign Policy. Potremmo più chiaramente dire che in un mondo – in un’Europa – dove prevalessero i lumi della ragione, l’Alleanza si sarebbe già sciolta; il motivo non è Trump, ma la mancanza di strategia, ovvero di giustificazione politica. La strategia, diceva von Clausewitz, è solo politica, perché la vittoria militare per essere risolutiva deve portare alla pace, all’ordine, concetti strettamente politici – l’unica pace concepibile dal punto di vista militare, come sosteneva von Moltke dopo Sedan, è quella data dall’annientamento del nemico, dalla tabula rasa. Trump non ha strategia, ma ha il merito di non vederne neanche nella NATO, i cui "concetti strategici” sono delle autentiche boiate aventi lo scopo di creare disorientamento, incertezza, paura quindi dipendenza (dagli Stati Uniti), e di dirlo con franchezza. Strategia vuol dire necessità, ma in un’alleanza significa anche solidarietà, altra virtù assente nella NATO – se vi fosse solidarietà si considererebbe il riarmo come investimento comune, da dividere in proporzione alle capacità. Invece della solidarietà c’è il clientelismo trumpiano di stampo mafioso, al quale un’Europa guerrafondaia non ha niente da obiettare. Il risultato della generale confusione ideologica, della non-strategia, è che ad Ankara si confrontano due guerrafondai che in quanto tali dovrebbero andare d’amore e d’accordo: invece, gli uni, l’Europa, è animata dalla guerra alla Russia, e gli altri, l’America, preferirebbe un impossibile pateracchio sull’Ucraina per dare l’impressione di governare il mondo. Giustamente Alastair Crooke vede nel MOU un altro pateracchio, in attesa di sferrare il colpo decisivo contro l’Iran – la differenza tra i due pateracchi è che il primo avrebbe l’obiettivo di continuare a tenere la Russia sotto pressione, in attesa del crollo. L’altro tratto comune tra Europa e America è che entrambe marciano verso la guerra senza l’approvazione dei parlamenti (se si eccettua quella cloaca che è il parlamento europeo). È il tema del commento di Scott Sumner, scritto più di un anno fa, prima delle due guerre persiane. Sumner è un economista che, come Lippmann, vede la guerra come risultato della mancanza di una politica estera – la differenza è che il primo chiama questa mancanza ambiguità. L’altra differenza è che mentre per Lippman la politica estera per non essere episodica, improvvisata deve unire il paese, per Sumner è già qualcosa se la dichiarazione di guerra, anziché da un uomo solo è firmata dalla maggioranza del parlamento. La posizione di Lippmann appare comunque più solida; Sumner è uno di quelli che credono che dare armi all’Ucraina e spingerla a una guerra per procura, non sia guerra.
CASIRAGHY - DI POCE
Fondazione Sormani Prota Giurleo ETS - Sormano (Co) Con patrocinio del Comune di Sormano (Co)
Comunicato Stampa
Presentazione del
libro di Donato Di Poce e mostra di opere di Alberto Casiraghy.
Luogo: Casa dei
quadri Piazza Santa Maria Sormano (Como)
Titolo: L’arte di stampare sogni: Donato Di
Poce e Alberto Casiraghy
Inaugurazione:
Venerdì 17 luglio 2026 alle ore 16,30
Durata: sino a domenica 2 agosto 2026
Orari: venerdì, sabato e domenica dalle ore
16 alle 18,30
Informazioni: +39 3470312744
contatti@fondazionesormaniprota-giurleo.it Antonella
Prota-Giurleo antonellaprotagiurleo@gmail.com
La Fondazione Sormani Prota Giurleo ETS propone un incontro tra Donato Di
Poce, poeta, critico d’arte,
scrittore, fotografo, autore del libro, recentemente edito da I Quaderni del Bardo Edizioni, Alberto Casiraghy. I sogni di un
Pulcinoelefante tra Arte e Poesia, e Alberto Casiraghy, artista, poeta,
editore. L’incontro si svolgerà Venerdì 17 luglio alle 16,30; nella stessa
occasione verrà inaugurata una mostra di opere di Alberto Casiraghy, le opere
saranno esposte sino al 2 agosto.
Riportiamo qui il comunicato edito da I Quaderni del Bardo Edizioni sul
testo scritto da Donato Di Poce.
“I Quaderni del Bardo Edizioni annuncia l'uscita
di Alberto Casiraghy. I sogni di un Pulcinoelefante tra Arte e Poesia,
l’opera definitiva firmata dal critico e poeta Donato Di Poce dedicata a uno
dei personaggi più eccentrici e amati del panorama culturale italiano. Il libro
esplora l'officina creativa di Alberto Casiraghy a Osnago, definita un
"luogo magico di produzione di felicità". Casiraghy, pittore,
editore, liutaio e aforista, è il creatore delle celebri edizioni
Pulcinoelefante: libretti rari prodotti giornalmente con caratteri mobili su
carta pregiata, diventati oggetto di culto per collezionisti di tutto il mondo.
Il volume approfondisce il legame artistico e umano tra Casiraghy e Alda
Merini, un sodalizio durato diciotto anni che ha dato vita a ben 1.189 titoli,
rendendo Casiraghy il "vero editore" della poetessa dei Navigli.
Attraverso un ricco album fotografico e analisi critiche originali, Di Poce
svela un artista che vive "nel segno della polisemia e dell'empatia con il
mondo"."Alberto è un Principe innamorato della poesia e
dell’Immaginazione", commenta l'autore Donato Di Poce nel volume. "Ai
suoi libri devo eterna gratitudine: sono stati per me dei dispositivi salvavita
all'inizio del mio percorso". Il testo arriva in un momento di grande
rilancio per l’opera di Casiraghy, dopo che il Comune di Milano ha acquisito il
suo prezioso archivio di quasi undicimila titoli, ora conservato a Casa Boschi
Di Stefano”.
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