UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 19 settembre 2017

DEMOCRAZIA E FINE DELLA POLITICA
di Franco Astengo



Il punto che questo intervento intende evidenziare è quello di una vera e propria carenza di cultura politica, a tutti i livelli derivante dall’assenza di “agenzie cognitive” che se ne occupino: l’Università, in generale, propone schemi prefissati e ha grandi responsabilità nell’idea di una politica fatta esclusivamente sui sondaggi e non sulle idee; i partiti hanno completamente rinunciato ad una funzione pedagogico e hanno abbandonato l’idea della funzione guida della storia trascurando completamente la memoria; le istituzioni non rappresentano più la sede della saldatura  tra società e politica da realizzarsi attraverso il suffragio e, di conseguenza, il consenso e svolgendo così il ruolo indispensabile di mediazione sociale e culturale.
La crisi della democrazia rappresentativa  di marca occidentale sta interessando la riflessione di vasti settori intellettuali che si cimentano in diversi spunti di analisi. I due maggiori quotidiani italiani hanno recentemente dedicato spazio a questo tema, sia pure affrontando l’argomento in forme diverse, nei loro inserti culturali “La Lettura” del Corriere della Sera e” Robinson” per Repubblica.
La Lettura, nel numero di domenica20 agosto ha pubblico il testo di un colloquio tra Han Ulrich Obrist e il controverso artista cinese Ai Weiwei che sta per presentare in concorso al Festival di Venezia il suo film “Human Flow”. Un kolossal sulle migrazioni girato il 22 paesi attraverso quaranta campi profughi realizzando seicento interviste e mille ore di girato. Nel suo film Ai Weiwei affronta i nodi delle contraddizioni epocali cui oggi la democrazia sembra non essere più in grado di dare risposta: guerre, carestie, malattie, choc climatici e la crisi dell’umanità in fuga. Nel testo dell’intervista s’individuano quelle che vi sono definite come “emergenze planetarie”: la libertà di parola e la democrazia.
Si pone così la grande questione della politica di oggi, se intendiamo ancora considerarla tale nella sua etimologia classica: le cose che ineriscono la Polis. Il tema è quello della sorveglianza cui siamo sottoposti e a cui dobbiamo sottoporre i governanti : il reciproco interscambio tra governanti e governati.


Appare evidente come, nell’analisi che emerge dal colloquio tra Obrist e Ai Weiwei si smentisca l’assioma democrazia uguale politica che per due secoli aveva retto una presunta superiorità del sistema occidentale “classico”. Lavoro da svolgere per chi intende misurarsi nel definire una nuova complessità dei cleavages sociali. In precedenza “Robinson” inserto culturale di Repubblica si era occupato, nel numero uscito domenica 30 Luglio, del ruolo dei social network nella diffusione di notizie e nella relativa formazione di opinione politica. In quel testo si sono ricostruiti schematicamente tutti i passaggi dal 1980 quando nacque l’Electronic Frontier Foundation per tutelare e promuovere i diritti digitali, considerata la “madre” di tutti gli attivismi online fino al 2016 con la campagna elettorale di Trump nel corso della quale si evidenzia un uso spregiudicato, diretto e aggressivo di Twitter (“Fake news” comprese).
Appaiono evidenti due cose che probabilmente tutti noi consideriamo scontate ma che non sono state ancora sufficientemente analizzate:
1) Il peso, inedito nella storia della democrazia e nell’insieme delle relazione politiche, di questi strumenti di comunicazione, di formazione e aggregazione del consenso quali sostituivi dei classici meccanismi usati a questo proposito a partire dalla prima rivoluzione industriale e dalla nascita degli ormai tramontati partiti di massa;
2) La creazione di una realtà virtuale  illusoriamente percepita come effettiva e concreta da parte degli utenti e sede effettiva della discussione politica (ma non solo). Si annullano così gli elementi che hanno condotto a stabilire le consolidate gerarchie nella presenza politica nell’appartenenza e nella conoscenza. Quella scala gerarchica che ha portato , nella realtà dei soggetti culturali e politici, al formarsi dei cosiddetti “gruppi dirigenti” o élite. Chissà, al proposito cosa avrebbero scritto oggi Michels, Pareto, Weber?
Si è così costruita quella che, nel suo articolo presente nel citato inserto di “Robinson”, Tom Nichols definisce come “Illusione egualitaria” creata, appunto, dall’immediatezza dei social network che per l’appunto cancella l’autorevolezza dei gruppi dirigenti consolidati e crea l’illusione del “tutti alla pari”.
È evidente che si tratta di fenomeni sui quali approfondire riflessione e dibattito anche perché usati, nella politica nostrana, con sorprendente approssimazione e faciloneria e causa di clamorosi fraintendimenti in particolare sul terreno della costruzione di pericolosi e sostanzialmente illusori meccanismi di “democrazia diretta”.
Fenomeni che stanno alla base del pericolosissimo concetto della disintermediazione che, per restare in Italia, fa parte di una buona quota della propaganda del M5S e del PD(R). Disintermediazione che , alla fine, favorirebbe davvero l’egemonia di quella “società dello spionaggio” di cui parla Ai Weiwei.


C’è da domandarsi: l’azione politica agita attraverso gli strumenti della comunicazione “social” crea nuova acculturazione e di conseguenza diversa aggregazione oppure soltanto l’illusione di un’inedita forma di democrazia diretta, diversa da quella che abbiamo fin qui considerata sul modello plebiscitario del consenso diretto nella relazione tra il Capo e le masse?
Al di sopra di questa comunicazione “social” non agisce forse un qualche potere occulto, non paragonabile neppure al “Grande Fratello” orwelliano ma dotato di poteri di controllo assolutamente superiori perché insiti direttamente nella vita quotidiana delle persone modellandone i comportamenti effettivi?
Questo è, mi pare, l’interrogativo di fondo, quello più pregnante e insidioso. Pare proprio che, alla fine, il confronto si sia spostato tra una teoria dell’intermediazione elitista (strutture portanti i partiti fondati sulla legge ferrea dell’oligarchia e le assemblee elettive proporzionalmente rappresentative di queste élite all’interno delle quali si verifica lo scambio del potere) e una visione dell’immediatezza di una democrazia diretta fondata sulla verticalizzazione del potere personalizzato, tagliando fuori quella che era l’antica visione pluralista.
Attenzione: verticalizzazione del potere, ripetiamo “ad abundantiam” che contiene in sé gli elementi di inedite forme di controllo non semplicemente “sociali” (com’era un tempo) ma “personali”.
Sorge forse da qui la crisi della democrazia liberale: una crisi della quale la democrazia dei social porta responsabilità evidenti. Sono anche palesi gli interrogativi che ne sorgono in sistemi sempre più sprovvisti di un consenso di base e con una partecipazione elettorale in picchiata di partecipazione. Intendendo beninteso la partecipazione elettorale quale base minima per verificare il concorso collettivo alla cosa pubblica ( e non di più, senza affidare al voto alcunché di salvifico di per sé).
Forse sarebbe il caso di tirare diritto e di proseguire nel proporre un agire politico fondato sugli antichi strumenti del partito a integrazione di massa e del Parlamento rappresentativo delle principali sensibilità politiche (“Specchio del Paese”) e di un governo che si forma in quella sede.


Ma quest’ultima è soltanto un’opinione espressa da chi ha vissuto davvero un’altra epoca.
Quel che è certo che la crisi della democrazia rappresentativa come “fine della politica” non appare più , come si pensava un tempo, un’ipotesi- limite da evocare alla stregua di una provocazione speculativa.
Sembra proprio che abbiamo ormai perduto la capacità di indagare sul variare delle “forme”, dei soggetti, dei luoghi della politica nel contesto della post-modernità dell’Occidente dominata ormai dalla relazione tecnica/vita e di conseguenza tecnica/politica. Siamo pigri nel cercare di capire cosa ha resistito e cosa è completamente deperito dei tradizionali dispositivi teorici davanti ai mutamenti che hanno sconvolto le figure più familiari dell’analisi politica e sociologica. Una pigrizia che ha portato, ad esempio, a decretare anzitempo la fine dei due soggetti portanti nell’analisi politica del ‘900: le classi e lo Stato Nazionale.
Abbiamo ceduto al mito della “società complessa” arrendendoci all’apparente primato della “governabilità” senza vedere quanto restava di ancorato nella società di sopraffazione e sfruttamento (del lavoro, dell’ambiente, di genere) come base di quello che dobbiamo continuare a definire come “arretramento storico”.
Si sta tentando di imporre una verticalizzazione del potere incontrollato da una sorta di autonomia della “società orizzontale”: un nuovo feudalesimo tecnologico basato su di un impianto esclusivamente individualistico. Una riflessione in questo senso potrebbe rappresentare anche un primo punto d’inversione di tendenza rispetto al declino in atto: declino che si compone degli elementi sopra enunciati , guerre, carestie, malattie, choc climatici, la crisi dell’umanità in fuga, sottrazione delle forme codificate di controllo del potere da parte della base sociale, nuovo feudalesimo basato sul rifugio individualistico nell’uso della tecnologia. Le “sette piaghe” della modernità racchiuse tutto all’interno della categoria dello sfruttamento? Probabilmente sì.
CHIARA PASETTI SEGNALA  
VI Edizione 2017: “Il divino Claudio” – Ai tempi di Monteverdi
MILANO. PALAZZO MARINO IN MUSICA
Domenica 1 ottobre ore 11.00
La prima voce del violino



Federico Guglielmo, violino Andrea Amati, Carlo IX, 1570 ca.
Collezioni Civiche Liutarie del Comune di Cremona, Museo del Violino
Diego Cantalupi, chitarrone
Sala Alessi - Palazzo Marino
Piazza della Scala, 2. Milano
Ingresso gratuito con prenotazione.

“Domenica 1 ottobre alle ore 11.00 un concerto di eccezionale valore sarà ospitato in Sala Alessi di Palazzo Marino: protagonista assoluto uno dei più antichi e preziosi violini al mondo, il Carlo IX realizzato da Andrea Amati tra il 1566 e il 1570 per le nozze reali francesi, conservato nel Museo del Violino di Cremona. A suonarlo il violinista di fama internazionale Federico Guglielmo accompagnato da Diego Cantalupi al chitarrone. Evento di punta della stagione 2017 di Palazzo Marino in Musica, il concerto è un’occasione unica per ascoltare il suono di uno dei rarissimi violini di Andrea Amati giunti fino a noi: capolavoro dell’arte della liuteria cremonese, il Carlo IX faceva parte di un’orchestra di 38 strumenti commissionati da Caterina de’ Medici per le feste di corte del giovane re Carlo IX.
 Un ricercato programma che racchiude alcuni dei primi brani scritti per violino accompagnerà il pubblico attraverso la musica che contribuì, a cavallo tra il XVI e XVII secolo, alla nascita e al perfezionamento di quella liuteria italiana che detterà legge nel mondo. Sarà dunque un autentico viaggio nel tempo alla scoperta della “prima voce del violino”.
Sulle note del Carlo IX eseguite da Federico Guglielmo con l’accompagnamento di Diego Cantalupi, il concerto si snoderà così all’interno del più antico repertorio per violino solista: dalle composizioni di Francesco Carubelli, Bellerofonte Castaldi, Biagio Marini, alle sonate di Niccolò Corradini e Innocentio Vivarino, dalle Diverse Bizzarrie di Nicola Matteis alle sinfonie per violino di Giovanni Amigoni. In programma anche musiche del francese Michel Farinel e dell’inglese John Playford. Si giungerà infine al Settecento con Arcangelo Corelli e Santiago De Murcia.
Il concerto, realizzato in collaborazione con il Museo del Violino, sarà introdotto dal Maestro Fausto Cacciatori, Conservatore delle Collezioni Museo del Violino, che presenterà il preziosissimo strumento e illustrerà la figura di Andrea Amati, fondatore della prima prestigiosa famiglia di liutai cremonesi”.

Programma:
Francesco Carubelli, Brando, Spagnoletta, Corrente & Gagliarda
TerpsichoreMusarum, Wolfenbüttel, 1612

Giovanni Amigoni, Sinfonia a violino solo
Spartitura generale, et particolare di diversi Motetti, Roma 1610

Bellerofonte Castaldi, Un bocconcino di fantasia
Capricci per sonar solo varie sorti di balli e fantasticarie, Modena 1622

Niccolò Corradini, Sonata a due, violino e basso, "La Sfrondata"
Partitura del Primo Libro de Canzoni Francese, Venezia 1624

InnocentioVivarino, Sonata per il violino
Il primo libro de motetti, Venezia 1620

Biagio Marini, Variata per il violino
Sonate op. VIII, Venezia 1629

Michel Farinel, Faronell Divisions upon a Ground
The Division Violin, London 1685

John Playford, The Duke of Norfok or Paul’s Steeple
The English Dancing Master, London 1651

Nicola Matteis, Diverse Bizzarrie sopra la vecchia Sarabanda
Ayres for the Violin, book III, London 1676

Santiago De Murcia, Grave, Giga
Pasacalles y obras de guitarra, Ms. British Library 1732

Arcangelo Corelli, Sonata op. V, n. 10, in Fa maggiore
Preludio - Allemanda – Sarabanda – Giga – Gavotta
Sonate op V, Roma 1700

Ingresso gratuito con prenotazione
70 biglietti potranno essere riservati online sul sito
www.palazzomarinoinmusica.it a partire dalle 14.00 di giovedì 28 settembre.

50 biglietti saranno disponibili presso InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche a partire dalle ore 14.00 di giovedì 28 settembre.
Sarà possibile ritirare fino a due biglietti a persona.

InfoMilano - Ufficio Informazioni Turistiche
Galleria Vittorio Emanuele angolo Piazza della Scala
Tel. 02 88 45 55 55
Orari d’apertura: lunedì - venerdì 9.00-19.00; sabato: 9.00-18.00.


LE PROPOSTE DI CHIARA PASETTI
NOVARA. LE STANZE SEGRETE

Opera di Artemisia Gentileschi

Il 21 settembre, presso il Castello Sforzesco Visconteo di Novara, apre al pubblico una grande mostra a cura di Pietro Di Natale, curatore della Fondazione Cavallini Sgarbi: 
Dal Rinascimento al Neoclassico. Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi”.
Si tratta di oltre 120 opere tra dipinti, disegni e sculture, dalla fine del Quattrocento alla fine dell’Ottocento, da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati.
La mostra, dedicata a Rina Cavallini, madre di Vittorio Sgarbi, vuole dare conto in primis della peculiare e complessa “geografia artistica” della nostra nazione; saranno rappresentate infatti le principali scuole italiane: lombarda, marchigiana, veneta, emiliana e romagnola, toscana, romana, napoletana. La mostra offrirà al visitatore un’ampia panoramica sulla natura e sulla funzione di dipinti e sculture (pale d’altare, quadri “da stanza”, miniature, bozzetti e modelli preparatori), nonché sui soggetti affrontati dagli artisti, da quello sacro alle raffigurazioni allegoriche e mitologiche, dal ritratto al paesaggio, alla scena di genere. Spiccano, tra io tanti, i nomi di Artemisia Gentileschi, Guido Cagnacci, Guercino, Lorenzo Lotto.
PRODOTTA DA
Fondazione Castello
SEDE DELL'ESPOSIZIONE
Castello di Novara, Piazza Martiri della Libertà
PERIODO DI APERTURA
21 settembre 2017 > 14 gennaio 2018
ORARI
Da Lunedì a Domenica dalle 10:00 alle 19:00. La biglietteria chiude un'ora prima.
INGRESSO
Intero € 10,00 | Ridotto € 7,00 Over 65; Under 26; Gruppi 15-25 persone; studenti universitari
Scuole € 5,00
INFO E BIGLIETTERIA: lestanzesegrete.sgarbi@gmail.com • 334 6273975



EVENTI
FORLÌ.  MUSEI SAN DOMENICO
ELLIOT ERWITT
“PERSONAE ”

La locandina dell'evento

domenica 17 settembre 2017

È MORTO PETROV
La notizia tenuta nascosta dal mese di maggio.

Stanislav Evgrafovic Petrov

Non ce l’abbiamo fatta. Un uomo solo non può tutto, per quanta volontà possa avere, ci sono limiti che egli non può varcare. Ci sarebbe voluto un tempo molto più ampio a disposizione, e una rispondenza immediata di altri soggetti e organizzazioni, a loro volta impegnati su troppi fronti, altrettanto drammatici. Dunque non si è fatto in tempo a smuovere le acque, a candidare come avremmo voluto e come avevamo segnalato sulle pagine di questo giornale oltre un anno fa, Stanislav Evgrafovič Petrov, al Premio Nobel per la Pace, perché nessuno più di lui l’avrebbe meritato. La sua vicenda terrena, come si dice in un lessico divenuto comune, si è conclusa: Petrov è morto solo e dimenticato all’età di 77 anni nel mese di maggio, ma solo ora è stata data notizia al mondo, e questo mi riempie di grande amarezza. Come risarcimento al suo umanissimo gesto di aver salvato l’umanità dalla catastrofe nucleare la notte del 26 settembre del 1983, avevo aperto l’anno 2017 con una nota sulla prima pagina di “Odissea” proprio il primo dell’anno, e avevo mandato richieste in vari luoghi del mondo e a varie Associazioni internazionali, perché quel gesto trovasse il dovuto riconoscimento. Avevo sollecitato anche Gabriele Nissim, che a Milano ha dato vita al “Giardino dei Giusti”, di piantare un albero in suo onore e a cui ora riformulo pubblicamente la richiesta. Per quel che mi era stato possibile, un altro piccolo gesto in suo onore lo avevo fatto qualche mese dopo, dedicando a lui il carteggio dello scrittore pacifista Carlo Cassola: “Cassola e il disarmo. La letteratura non basta”. Avevo anche suggerito di attribuirgli dal basso un Premio Nobel dei popoli simbolico, sottoscritto da una serie di Associazioni umanitarie, e di avviare una raccolta fondi per permettergli una vecchiaia priva di angustie. Tutto vanificato dal rapido e inesorabile tempo della morte che non ubbidisce a quello maledettamente lento degli uomini ed al loro agire. [Angelo Gaccione]

*Ex tenente colonnello della forza di difesa dell'Unione Sovietica, Petrov è deceduto a maggio, nella sua semplice e anonima casa alla periferia di Mosca. La notizia, però, è trapelata solo ora, alla vigilia del 34esimo anniversario della sua eroica impresa. Ciò che avvenne quel giorno è degno della trama di un film. Ma è accaduto davvero. Petrov era di turno come responsabile del centro di controllo militare di Oko, deputato al monitoraggio delle attività nemiche. Tra i compiti della struttura, anche la vigilanza su possibili attacchi da parte degli Stati Uniti. E, guarda caso, proprio quel giorno i sistemi iniziarono a segnalare il peggio: missili americani in viaggio verso il territorio russo. In base al protocollo, Petrov avrebbe dovuto immediatamente attivare l'iter di contro-attacco, informando i superiori e innescando così il meccanismo di ritorsione. A un suo ordine, anche l'Urss avrebbe fatto partire i suoi razzi, diretti contro gli Usa. Ma Petrov attese, attese e attese. Qualcosa non gli tornava. Un'intuizione provvidenziale, figlia anche dell'analisi di alcuni "strani" parametri apparsi sui monitor, che impedì lo scoppio di un conflitto di proporzioni apocalittiche. Sì, perché dopo qualche minuto fu chiaro che nessun missile era in volo verso la Russia. Si trattava solo un madornale errore del sistema. Petrov era riuscito a comprenderlo, salvando il mondo. Le autorità russe, però, non lo premiarono mai. Anzi, lo misero ai margini: dopotutto aveva scoperto (e ridicolizzato) i più sofisticati sistemi militari, rivelando l'incredibile falla nel sistema di difesa.
La sua carriera militare proseguì nell'anonimato. Poi il prepensionamento e gli ultimi anni di vita, trascorsi nell'ombra, in una casa popolare. Ma la verità venne presto a galla e qualche associazione volle celebrare le sue gesta, invitandolo negli Usa e consegnandogli un riconoscimento "a nome dei cittadini di tutto il mondo" per aver evitato la catastrofe. Lodi che Petrov ha sempre accolto con assoluta modestia. "Ho semplicemente fatto il mio lavoro", ebbe a dire una volta in un'intervista. "Anzi, non ho proprio fatto niente". Menomale: perché se qualcosa avesse fatto, forse non saremmo qui a ricordarlo.
(Redazione Online/l.f.)

giovedì 14 settembre 2017

AREZZO. L’ORTO DI VASARI
di Angelo Gaccione

Piazza Grande

Sentite come parla del suo orto Giorgio Vasari in una lettera all’amico cardinale Minerbetti: “Il mio orto, alido e sitibondo di me, sentendo che io vado, rimette le fronde, già secche per il dolore di vedermi stentare per le case altrui, doglioso nel vedersi da altre mani troncarsi le cime delle erbe et sbarbare i cesti delle ricche foglie, vero ornamento, honore et veste della fruttifera terra...”. 

Giardino Vasari

Quello che Vasari chiama orto, in realtà è un giardino che circonda la casa di via XX Settembre che l’artista compra nel 1541 nel borgo di San Vito, e che a quel tempo era formata di campagna e orti. Una zona più fresca e silenziosa e di sicuro con un’aria migliore rispetto al resto della città fittamente urbanizzata. Era qualche tempo che volevo venire ad Arezzo per vedere proprio la casa del Vasari. In altro tempo mi ero limitato a visitare l’esterno della città, e avevo anche trovato chiusi alcuni luoghi. Per esempio la casa natale di Petrarca e diverse chiese, ma avevo potuto godere del Duomo e del Palazzo dei Priori, della Fortezza Medicea e di Palazzo Pretorio, di Santa Maria della Pieve, della fascinosa Piazza Grande con le case medievali e delle Logge Vasari, sotto i cui archi mi ero anche seduto per ristorarmi. Questa volta invece ho potuto fermarmi un numero di giorni sufficienti per esplorarla da un angolo all’altro e non mi sono fatto sfuggire nulla o quasi. Ho potuto con più agio sciamare dall’Anfiteatro Romano fino alle mura del Prato dove vigila il patriottico monumento al Petrarca; da Piazza Guido Monaco col monumento a questo figlio illustre del quale, se non è certa la sua nascita qui, ha qui tanto operato, dando al mondo il tetragramma prima e la solmisazione dopo, che alla musica apportarono un immenso beneficio, al Borgo di Santa Croce, e così via. 


Casa Vasari

Non ho ovviamente mancato l’appuntamento con le numerose chiese, e in particolare con la basilica di San Francesco di cui a suo tempo mi aveva colpito la facciata grezza e non finita (me ne ero ricordato anni dopo parlando di San Lorenzo di Firenze, e così è finita nelle pagine di Romanzo impuro nella parte ambientata in questa città), perché volevo vedere la Cappella Maggiore con i magnifici affreschi di Piero della Francesca  nel ciclo della Legenda della Croce. Di questo pittore ho visto tutto in città diverse, ma devo dire che questa chiesa meritava davvero. I suoi dipinti sono ammirevoli, ma non sfigurano artisti come Paolo Schiavo, Lorentino d’Andrea, Niccolò Soggi e il grande Spinello Aretino. Le vele della Cappella dipinte da Bicci di Lorenzo sono pregevoli, e le immagini si sono nel complesso ben conservate. Il racconto di Piero (perché tutta questa pittura ha un intento narrativo, didattico e simbolico) è superbo: le scene ed i colori squillanti, lo scandaglio teologico degli episodi della Bibbia di facile lettura per la sensibilità di una cultura che nel Rinascimento doveva ancora mantenere fortemente la sua cifra educativa e morale. 


Chiesa di San Francesco affreschi di Piero della Francesca

Nella scena dell’Incontro della regina di Saba con il re Salomone, Piero si è ritratto in vesti sontuose e con lo sguardo frontale stranamente rivolto altrove. Non guarda, come il corteo di personaggi, all’incontro e all’evento dei due protagonisti che si stanno stringendo la mano. Ne è quasi estraniato ed indifferente. Nell’episodio della Battaglia di Ponte Milvio colpiscono invece gli occhi di Costantino e del suo bianco destriero, indomiti e fieri della imminente vittoria. Un enorme crocifisso dipinto da anonimo del XIII secolo introduce alla Cappella. Un altro in legno, anch’esso anonimo, è del XIV secolo lo trovate nella chiesa, ed è quanto di più umano e terreno possibile. Se ne avessi il tempo mi piacerebbe dedicare un lavoro corposo a questo simbolo cristiano, alle migliaia che ne ho visto scolpito, dipinto, affrescato, inciso, intarsiato a mosaico, in ogni dove. Non mi sono dispiaciuti in questa chiesa né il san Francesco giovane e sbarbato, né la statua in bronzo dell’Immacolata che lo scultore contemporaneo fiorentino Mario Moschi ha regalato alla basilica. Mi è dispiaciuto invece il prezzo esagerato del biglietto e soprattutto l’assoluta mancanza di cartigli esplicativi. Nulla di nulla, neppure uno straccio di guida che dica qualcosa ai visitatori di questa Cappella, e per somma di beffa una rivista del costo di 9 euro disponibile solo in francese, cosicché gli italiani non se la possono portar via, mentre i visitatori di lingua francese se la devono pagare.


A sinistra le Logge del Vasari

Tutt’altra storia, invece, alla Badia benedettina delle sante Flora e Lucilla in piazza della Badia. Tutt’altra storia grazie all’anziano ma vivace e simpatico parroco don Vezio Soldani, che si è messo a disposizione e ci ha raccontato ogni dettaglio, fatto gustare aneddoti, opere e storia, con semplicità e sintesi. Ho usato la particella pronominale ci perché non ero solo in questa chiesa, assieme a mia moglie qualche straniero e un paio di “sperduti” italiani. Ci sono città straordinarie dove nessuno mette piedi, in compenso vanno a New York o alle Maldive. Anche su questa chiesa ha messo le mani il Vasari che l’ha completamente modificata. La sua presenza qui è molto forte: vi è stato portato, nel 1865, l’altare maggiore che aveva realizzato tra il 1562 e il 1564 per custodire le sue spoglie e quella della sua famiglia, e che in origine era stato collocato nella Pieve di Santa Maria. È stata per me una vera delusione apprendere da don Vezio che i resti dell’autore de Le vite e quelli dei suoi familiari (genitori, nonni e moglie), non erano dentro l’altare di questa chiesa come mi ero immaginato, e che invece erano andati dispersi. Vi sono rimasti i loro ritratti che l’artista ha dipinto, e nel Lazzaro e la Maddalena Vasari ha riprodotto il suo volto e quello della moglie. Tutto il complesso monumentale vasariano è straordinario, come straordinaria è la sua Assunzione, una tavola enorme del 1567 in cui si è ritratto fra gli apostoli con un libro in mano, forse il suo trattato sulla pittura. Ci sono opere di grande valore in questa chiesa, e basta citare qualche nome: Lappoli, Baccio da Montelupo (ottimo crocifisso ligneo), Segna di Bonaventura, il paliotto quattrocentesco (ambito Neri di Bicci), Maiano, Simone Mosca...


Casa natale del Petrarca


Il cortile di Casa Petrarca

La casa natale del Petrarca, ora proprietà dell’Accademia Petrarca di Lettere Arti e Scienze di Arezzo, è in via dell’Orto al n. 28. Salendo il Corso Italia, tra la Pieve e la Cattedrale, compare questa costruzione solida, con il chiostro e un loggiato al piano superiore. Come sappiamo il poeta è morto ad Arquà, ora Arquà Petrarca, e ad Arezzo in realtà ha vissuto appena otto mesi, per via dei contrasti politici del tempo (il padre era della fazione dei guelfi bianchi) e ad Arezzo ci tornerà una sola volta in occasione di un viaggio a Roma per il Giubileo del 1350. Dunque il rapporto con la città è stato alquanto marginale, e tuttavia volevo vedere dove ha aperto gli occhi e cosa rimaneva in questa casa. Praticamente poco: l’attuale edificio è del XVI secolo edificato su quello che rimaneva dell’antica struttura. Vi si conservano opere d’arte, cimeli petrarcheschi, materiale numismatico dell’Accademia e i 4 mila volumi del letterato e naturalista Francesco Redi, che sono un notevole patrimonio per la città.


San Domenico

San Domenico invece non ve la dovete proprio perdere. Intanto per la sua singolare forma (probabilmente non finita), poi per la pendenza che la caratterizza, e ancora perché da fuori pare molto più piccola, rispetto all’omonima piazza, di quanto in realtà è all’interno. Qui il crocifisso di Cimabue che tutti abbiamo negli occhi per averlo visto tante volte sui libri d’arte, è posto al centro dell’abside. Non dimenticate che nel momento in cui lo dipinge Cenni di Pepo (Cimabue), ha solo vent’anni. Mi ha sempre impressionato quello stomaco “a caciocavallo” del Cristo che attira l’occhio più del volto dolente, più del corpo esile e quasi femmineo degli arti. Sfortunatissimo pittore, poco si conserva di altrettanto ben tenuto della sua opera, andata quasi pressoché perduta. Sulla destra troverete una crocifissione di segno opposto, quella di Parri di Spinello. È un affresco ben conservato, se si eccettua il pezzo di una delle figure che attorniano la Vergine affranta. Del padre di Spinello, Aretino, c’è una bella Annunciazione e una composizione più ampia, sempre ad affresco, di santi, martirii e miracoli, che sempre abbondano in pittura. Presente anche una madonna con Bambino affrescato da Duccio di Boninsegna e una terracotta “invetriata”, come si dice in gergo, di un San Pietro realizzato da Giovanni della Robbia assieme al fratello Girolamo. L’interno ha dodici monofore gotiche da cui filtra la luce, con i bordi a fasce come si vede nell’arte senese.


Il Duomo

Ho scoperto che la Casa Vasari è ha pochi metri da questa chiesa, basta percorrere un breve tratto della via San Domenico e svoltare. Da sola la casa vale un viaggio ad Arezzo. Non è una semplice casa, è il luogo dove l’artista dà il meglio della sua visione artistica, della sua potenza creativa, del suo pensiero e della sua visione di mondo di uomo del Rinascimento. La acquista nel 1541, ma ci lavorerà per oltre 26 anni. Vuole affrescarla tutta e tornarci per riposarsi dalle fatiche e dal continuo girovagare per le continue faticose committenze. La finirà nel 1568, ma morirà appena sei anni dopo. La godrà per periodi piuttosto brevi con la giovanissima moglie Niccolosa Bacci, perché conteso com’era non gli era facile tirarsi fuori. Il piano nobile vi introduce nella Sala del Camino detta anche del Trionfo della virtù. Sul soffitto, dentro un ottagono, tre figure dal seno nudo, lottano aspramente. Sono l’Invidia e la Fortuna scacciate dalla Virtù. Alle pareti figure allegoriche, paesaggi, poeti della classicità.


Casa Vasari

Nella Camera della Fama e delle Arti, la Fama è dipinta seduta sul globo terrestre e squilla la sua tromba per annunciarla ai quattro punti cardinali, mentre le Arti sono raffigurate nei pennacchi della volta e sono la Scultura, l’Architettura, la Poesia e la Pittura. Nei medaglioni delle lunette Vasari celebra i suoi amati artisti, fra cui il bisnonno Lazzaro, Luca Signorelli, Spinello Aretino, Bartolomeo della Gatta, Buonarroti, Andrea del Sarto, e naturalmente se stesso. La camera di Apollo e delle Muse rende omaggio al dio Apollo e ai vari dèi protettori: Melpomene, Calliope, Tersicore, ecc. con i simboli che li distinguono. Seguono la Camera di Abramo e quella del Trionfo della Virtù. La prima era la sua camera nuziale: per propiziare la fertilità raffigura il Padreterno che benedice il seme di Abramo, la stirpe che si genererà. Questo auspicio non si realizzò, Vasari non ebbe figli, e la stirpe di Abramo, cioè noi uomini, siamo quell’infame prodotto malriuscito, come attestano gli incendi di boschi, pinete e parchi, di questo periodo in ogni dove. Ricchissima la quadreria iniziata negli anni Cinquanta e arricchita da successive acquisizioni, contiene opere di artisti come Jacopo Zucchi, Jan van der Straet (italianizzato in Giovanni Stradano), Michele Ridoldo del Ghirlandaio, e tanti altri. Del Vasari vanno ricordati almeno il grande dipinto Cristo portato al sepolcro, opera di grande potenza espressiva e drammatica, e un Giuda. Prima di lasciare la casa, ho voluto sostare a lungo nel giardino e fra le piante. Non è tenuto molto bene: è l’Italia, signori. Ho voluto sostarvi perché immagino quanto gli fosse caro sostare qui, raccogliere le idee e riflettere: nella quiete del meriggio, all’approssimarsi del tramonto, o al mattino presto per prendersi cura delle sue amate piante.
Quelle piante sitibonde di lui, addolorate e dogliose di non averlo presente per prendersene cura.

ALBUM


Palazzo Pretorio
Santa Maria della Pieve


Piazza Grande

Salone di Casa Vasari

Piero della Francesca. Vittoria di Costantino,
battaglia a Ponte Milvio
Basilica di San Francesco
Scorcio delle Logge Vasari
L'Ovale di Piazza Grande
Giardino Vasari
Piazza Grande

mercoledì 13 settembre 2017

EVENTI
MILANO. FONDAZIONE CORRENTE

La locandina dell'evento

“Il Sentimento della pace”
Giovedì 21 settembre 2017 ore 17
La Fondazione Corrente di via Carlo Porta n. 5
promuove in occasione del centenario della nascita dell’intellettuale italiano Carlo Cassola, un incontro con Angelo Gaccione curatore del carteggio “Cassola e il disarmo. La letteratura non basta” 
edito da Tralerighe Libri di Lucca. 
Partecipano il filosofo Fulvio Papi e l’architetto Jacopo Gardella.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

                                                           ***
Segnaliamo ai lettori e alle lettrici, lo scritto di Claudio Zanini 
sul Giappone, pubblicato nella rubrica "Nevskij Prospekt".
IL NUMERO CHIUSO
di Fulvio Papi

 
La protesta dei ragazzi per il “numero chiuso” alle Facoltà umanistiche, non ha mancato di sorprendermi, e come ogni sorpresa, impone di cercare la comprensione che il lessico spontaneamente suggerito dalla sorpresa non è capace di fare, perché, senza che lo si sappia, narra di se stessi e dei propri pregiudizi da qualsiasi parte essi guardino. La cultura umanistica da tempo è in grave crisi. A livello universitario ricordo, ormai sono passati molti anni, quando nelle Facoltà tedesche appariva prevalente la tendenza a sostituire le cattedre di letteratura greca e latina (vecchie glorie) e anche di filosofia con insegnamenti di sociologia che però non venivano da Adorno. Poi, magari, c’è stato qualche pentimento. A livello sociale era sempre più limitato il numero di persone che potessero avere un’idea anche vaga di che cosa poteva rappresentare la “Germania” di Tacito nel coro della cultura imperiale romana, o per lasciare ad altri osservazioni così sofisticate, quale fosse l’evoluzione imperialistica della cultura politica di Crispi che nasceva garibaldino. La guerra del Parlamento inglese che inaugurava la storia, il significato e i diritti del parlamento moderno, era per il ricordo vago e senza senso di una scuola fatta male. Tutti “vuoti” del resto pienamente giustificati da poteri che consideravano il sapere come l’apprendimento di tecniche operative e saperi linguistici da menti retrocesse a un disarmante primitivismo tecnologico. Erede involontario di quest’aura è stato il proposito (comprensibili in astratto) di istituzionalizzare un rapporto istruzione scolastica-abilità lavorative. Non ci vuole un grande intelletto per comprendere che l’assioma sociale, solo silenziosamente suggerito, era lo sviluppo ad infinitum della produzione. Credevo che questa situazione, a livello dei valori d’uso giovanili, corrispondesse a quei prodigiosi strumenti dai quali si può trarre ogni informazione, oltre che entrare nella vita del prossimo con delle telefonate. Invece no. La “corona di Berenice” di Callimamo è divenuta un desiderio. Questo però non è più vero del fatto che il cielo è fatto da “un manto di stelle”. E allora? È molto più probabile che questo sia un caso, piuttosto diffuso, nel quale una vita sociale che crea liberi consumatori, ma anche, a certe condizioni che sarebbe bene sapere, liberi cittadini, i quali, di fronte ad ogni forma di limitazione (talora conta più la percezione del contenuto), hanno la capacità di protestare e di argomentare il loro diritto. In una società non partecipativa, è un modo per essere qualcuno, al di là delle impudenti apparizioni mediatiche. Ipotesi, in ogni caso. Non so proprio perché sia nato il problema del “numero chiuso”. Posso cercare di indovinare che sia stato “inventato” da docenti che, dopo anni, avevano considerato l’affollamento delle aule una ragione di deperimento culturale dell’Università. Se era questo il problema i professori avrebbero dovuto resistere prima quando iniziò il processo di degrado della cultura accademica, giudizio che oggi sono in grado di dare solo i vecchi, poiché, alla lunga, ogni cosa che accade nel mondo, viene percepita come normale. E poi, diciamolo francamente, l’ “Università critica di massa”, di cui parlava un carissimo amico dirigente comunista, non è possibile. Il rapporto qualita-quantità era ovvio nella “Logica” di Hegel che il mio carissimo amico aveva dimenticato. Ma il “tutti dottori” è lo stesso un ideale umoristico. Poiché se è vero, com’è costituzionale, che l’accesso agli studi superiori deve essere garantito a chiunque abbia talento idoneo, anche se povero, è anche vero, almeno dal mio punto di vista, che ogni lavoro, ben fatto e onestamente compiuto esige l’eguale considerazione e valore sociale rispetto ad ogni altro compito. Questa mi pare l’uguaglianza etica del vivere civile, superiore ad ogni altra differenza sia nell’idea, come pregiudizio sia nel denaro, come potere.
Se poi i ragazzi vogliono avere il diritto di studiare, allora prendiamo sul serio la parola “studiare” (più che istituzioni, burocrazie, corsi, esami, lauree ecc.). Evitiamo ogni parodia dello studio che ha spesso ridotto i primi anni di Università a un livello che, un tempo, non sarebbe bastato per affrontare la maturità liceale. Sarebbe importante che con i ragazzi questo fosse il tema del diritto all’Università, affrontato con pazienza e virtù collaborativa, ma, in effetti, una rivoluzione
IDIOTI
ANTIFASCISMO E DEMOCRAZIA
di Franco Astengo

Carlo Sibilia

Prescindendo dal merito della legge che intende colpire la propaganda fascista approvata ieri in prima lettura dalla Camera e che sicuramente presenta difficoltà e zone d’ombra (considerato anche la parte proponente, quella del PD, e il ruolo da essa avuto nei reiterati attacchi alla Costituzione, come si cercherà di precisare meglio in seguito) l’elemento più impressionante della giornata politica di ieri è sicuramente rappresentato da questo tweet emesso da un deputato 5 stelle: Carlo Sibilia
@carlosibilia
Oggi la Apple presenta l'#iPhone8 noi in parlamento siamo costretti dal #PD a discutere di #fascismo vs #comunismo ...#fatevoi #AppleEvent.

Una dichiarazione davvero impressionante per la dimostrazione che contiene di superficialità e incultura. Una dichiarazione molto pericolosa che segue alle dichiarazioni rilasciate a suo tempo (campagna elettorale 2013) dall’allora “capo della coalizione” Movimento 5 Stelle Grillo, circa “l’antifascismo che non gli compete”. Non possiamo lasciare cose del genere sotto silenzio. La nostra replica non può lasciare adito ad alcun dubbio: L’Antifascismo è l’elemento fondativo della democrazia italiana; la Costituzione è Antifascista. Non sviluppiamo qui, nel ricordare questi principi fondamentali, alcun passaggio retorico ricordando la tragedia della seconda guerra mondiali della quale il fascismo fu il principale responsabile; i sacrifici, la lotta, i lutti, le devastazioni che segnarono quel tragico periodo. Fu tutto vero e compiuto -appunto-senza retorica, come il gesto quotidiano di un dovere da compiere verso se stessi e i propri ideali. La Resistenza e il 25 Aprile rappresentarono il capitolo più importante della storia del Paese. I partigiani lottarono per la libertà e per l’affermazione dell’indipendenza nazionale, la loro lotta aprì la strada per un riscatto sociale che le vicende degli ultimi anni hanno sicuramente messo in discussione, attraverso un attacco pesante alle condizioni materiali e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Ci sono state anche pesanti modifiche allo stesso dettato Costituzionale, come quelle relative all’articolo 81 sul pareggio di bilancio e si è tentato anche di modificarne il senso complessivo attaccando a fondo la centralità del Parlamento (e stanno su questo punto le incancellabili responsabilità del PD che non può certo pretendere di rifarsi un volto su questo terreno presentando un antifascismo di facciata). Il tentativo di stravolgimento della Costituzione però, come tutti ricordano, è stato respinto con il voto popolare del 4 dicembre 2016. La riaffermazione, con grande forza, dei valori dell’antifascismo deve quindi accompagnarsi con la richiesta di piena applicazione del dettato costituzionale, come non è avvenuto nel corso del tempo e di respingimento degli ulteriori tentativi che nonostante il voto popolare sono ancora in atto di stravolgere il senso della nostra democrazia repubblicana.





MINIMA MORALIA

Ieri il medico andava a casa del paziente in caso di malattia.
Oggi il malato va in sala d’attesa dell’ambulatorio medico,
centro di contagio.
[Laura Margherita Volante]
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