UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 22 settembre 2019

TRITTICO
di Fulvio Papi


UN LIBRO
Roberto Cotroneo, Niente di personale (ed. La nave di Teseo). Titolo falso. L’aria è tipica della superficiale intensità, sciroccale, sufficienza di Roma. Una cultura letteraria ottima, diffusa, talora preziosa, e un po’ sprecata. Una scrittura ricca, veloce, di una sua eleganza discorsiva: la provenienza è una buona educazione giornalistica insofferente al gusto metaforico. Talora appaiono ricordi genealogici con una fredda pietà che diventa burocrazia familiare, disgusto della contemporaneità (lo scrittore ha l’età che lo consente, vent’anni di meno e non se ne parlerebbe più). Detesta naturalmente la concettualizzazione, e, in generale, fa bene. Se gli sfugge il termine “mercificazione ne ha un immediato fastidio: ha ragione. La parola non si può spendere a livello dei cinque euro (come il “liquido”) ci vuole un complicato tessuto teorico che va dal mondo finanziario alla psicoanalisi. Il che è troppo complicato, come sempre quando si vuole tutelare la verità. Alla decadenza infame risponde con un pensiero gelido e invincibile alla Borges, riducibile in due parole in Anassimandro, se si ha pazienza con il greco classico. Auguro al libro ogni fortuna, però devo dire che è narcisistico, prolisso, futile e anche noioso. Hoppla wir leben.

*** 
FREUD
Freud scriveva ad Einstein: “Si dovrebbero dedicare maggiori cure all’educazione di una categoria di persone elevate, dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse incapaci di autonomia. L’ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita passionale alla dittatura della ragione”. E sì che Freud aveva avuto a che fare con la classe politica studiata da Weber. Noi abbiamo a che fare invece con le pulsioni più egoiste e distruttive, e con una ragionevolezza odiata peggio di un peccato mortale. Sarà per questo che Paolo ci pare così contemporaneo.

*** 
IL SOGNO
Il libro di Mario Vegetti Chi comanda nelle città. I greci e il potere è un capolavoro. Avesse scritto solo quest’opera Vegetti dovrebbe meritare un premio istituito dalla Presidenza della Repubblica per chi coltiva quello che resta (poco, molto poco turismo a parte) della nostra cultura.
Ora il sogno. A tutti i deputati e senatori della Repubblica dovrebbe essere fatto dono di questo libro con l’obbligo di lettura e conoscenza. Alcuni, temo pochi, conosceranno già l’opera e il suo senso, immagino qualche avvocato anziano, un poco gozzaniano, come avveniva un tempo. Per gli altri una prova che discute almeno il valore della maggioranza, della scienza, e della virtù nel potere politico (Aristotele). In caso negativo rinvio affidato per le conseguenze alla coscienza individuale. Tuttavia dicono che non esiste più se non come riconoscimento privilegiato di gruppo, perché “non c’è più religione”.



ARTELIER
A tutta musica...

Il 3 di ottobre alla Sala Nazareth di via Salerio 51



ARTE RUSSO-CINESE
di Giorgio Colombo


Venezia. Non è frequente incontrare i lavori di un giovane pittore russo, Zorikto Dorzhiev, nato nella Russia orientale nel 1976, ora in esposizione a Venezia con il titolo “New Stepp”, dove il figurativo, molto curato, si mescola con forme astratte, il passato con il presente, in una eleganza di forme e colori che richiamano l’oriente russo-cinese. Aggiungerei che il nostro occhio si è abituato agli incontri più vari, alle sorprese più inaspettate: in questo caso il gruppo dei cavalieri nomadi con la madre e il bambino dormienti, oppure il ragazzino con le mani giunte, porta-frecce sulla schiena e, in scala ridotta, il tirafrecce, con arco e freccia innestata, pronto al tiro. L’immagine è sovente tagliata su un fondo neutro chiaro.
Zorikto non è una scoperta recente: dal 2005 è rappresentato da una galleria di Mosca, e ha esposto, oltre che in Russia, in Europa, in Giappone, a Taiwan e in USA… Ora aggiungeremo anche l’Italia.



Le figure, i gruppi si ritagliano su fondi neutri, spesso punteggiati o mossi da colori colanti, sottolineando il senso irrealistico del ricordo o del sogno. Una mescolanza che non intacca la riconoscibilità dei soggetti, volutamente allontanati da qualsiasi pesante realismo.


PAVIA. SOCRATE AL CAFFÈ
Con Grazia Nidasio






IL CENTRO PUECHER ALLA CHIESA ROSSA

Cliccare sulla locandina per ingrandire


IL BLITZ ANTI-NUDISTI
di Nicolino Longo

Altri tempi.


Quest’operazione di Polizia municipale (blitz anti-nudisti), effettuata di concerto con le Forze dell’Ordine della Benemerita, è da far risalire, a un dipresso, alla prima metà degli anni Ottanta. Era d’estate. Io ero in forza (dacché lo fui dal ’78 al ’90), al Corpo di Polizia Municipale quale Vigile aggiunto estivo (con uno stipendio mensile di V livello, pari a lire un milione960.000, mentre, nei paesi viciniori, i vigili estivi prendevano appena L. 300.000). Il Comandante (già Sergente della Marina Militare) ne era Pietro Colantonio, che, pur se in attività di servizio ormai da un decennio, aveva, purtroppo e a ragione, spesso a lamentarsi, ricordo, del suo stipendio: assai inferiore rispetto a quello percepito da noi Vigili aggiunti estivi (non solo perché fossimo dei diplomati, o laureati, ma, a sua detta, anche perché dei fruitori di molte indennità a lui non riconosciute: in quanto, Vigile effettivo).
Il mese, pare, fosse quello di agosto, quando, un giorno, il Colantonio ricevette ordine dal Sindaco, rag. Biagio Aragona, di intervenire, per l’appunto, su una delle zone balneari del nostro paese, per una questione di manifesto e reiterato attentato alla Pubblica decenza. Le lamentele pervenute, in sequela, al Primo cittadino erano state quelle per cui molti villeggianti, assieme a dei nostri compaesani, si erano visti costretti a non poter condurre più i propri bambini su un tratto della nostra spiaggia, in quanto occupato da un gruppo di giovani (maschi e femmine), i quali, ogni giorno, davano scandalo mettendosi completamente nudi a prendere il sole.
La zona balneare incriminata constò essere la spiaggia della Grotta del Prete (attualmente, con al suo interno, un accorsatissimo punto ristoro e bar). A quei tempi, mi riferisco sempre ai primi anni ’80, era invalsa la moda del Nudismo, in quanto se ne parlava, sia in Tv che sui giornali, diffusamente. Ma si trattava di Nudismo solo in luoghi legalmente autorizzati. La spiaggia della Grotta del Prete, invece, non era compresa fra questi, per cui il Sindaco diede, come già detto sopra, subito disposizione al Capo vigile di organizzare un blitz contro questi trasgressori della Pubblica decenza. Il Colantonio, fra i pochi Vigili aggiunti estivi, scelse me, dicendomi: “Oggi, non appena finisci, alle 14,  il servizio, mangi, ti riposi un po’ e, alle 15 e 30, rimanendo in divisa, ti vai ad appostare, assieme ai due Carabinieri che ti mando in appoggio, sulla Grotta del Prete, dove, ben nascosto, riceverai, sul tuo walkie-talkie (ricetrasmittente, in dotazione a noi vigili), miei ordini dal motoscafo su cui sarò, a mia volta, appostato, in borghese, assieme a un Magistrato (con a scorta un Capitano dei Carabinieri) del Tribunale di Paola”.



Così, i due Carabinieri ed io, all’ora convenuta, lasciando le auto sotto l’ormai vecchissima, disabilitata e dismessa Stazione ferroviaria dell’Arco Magno, e attraverso un ripido sentiero, ci portammo sulla rupe sovrastante la Grotta, dove, toltici i berretti, ci appostammo per ricevere disposizioni dal mare. Non avevamo ancora neanche ripreso fiato, quando ci giunse l’ordine, di scendere, taccuino e penna in mano, immediatamente, sulla spiaggia sottostante indicataci, per cogliere in flagranza di reato quei dispensatori di pubblica oscenità (effettivamente, lì localizzati, con binocolo, dal Motoscafo di Pattuglia). Io (ch’ero reduce, più o meno, da un’esperienza geoponico-pastorale in alta collina, e venatoria nei luoghi più impervi), con quattro salti, e, quindi, in non più di trenta secondi, mi ritrovai davanti alla Grotta, ordinando loro, con tono perentorio, di non muoversi e favorirmi subito i documenti, da cui copiai, immantinente, le loro generalità. Intanto, essi, sempre più spaventati e increduli per l’inattesa incursione, rimettendosi i costumi, incominciarono, non sapendo di essere già circondati, a supplicarmi affinché non rendessi, assolutamente, edotte del blitz le Autorità superiori.
Nello stesso tempo, via mare, mi raggiungeva, inaspettatamente, il Colantonio che, mentre si alzava dalla riva, e faceva cenno, al Motoscafo, che era tutto a posto, gli caddero sui piedi, galeotto il peso dell’acqua assorbita, le mutande, rimanendo completamente nudo anch’egli. Al che i nudisti mi si scagliarono contro dicendomi di prendere subito i connotati anche di quell’altro signore nudo. Ma io risposi loro che quello non era un nudista, ma il mio Comandante che, per necessità di servizio (la cosa non era stata prevista), aveva dovuto lasciare il resto del vestiario sul Motoscafo, e raggiungermi in mutande (e questo perché aveva temuto che, vedendomi solo, qualcuno di essi si sarebbe potuto rendere latitante, dal momento che i giovanissimi Carabinieri, scendendo mano nella mano, in quanto non pratici dei precipizi, dopo dieci minuti, non mi avevano ancora affiancato). Il Colantonio, rialzatesi in un battibaleno le mutande, e avanzando, sbraitando, con quella sua voce cavernosa, contro di essi, come un orco, li mise tutti a tacere, rimproverando loro dello scandalo che per tanti giorni avevano dato davanti a donne e bambini. Arrivati, poi, anche i Carabinieri, cominciammo, senza por tempo in mezzo, a tentare la risalita, tutti insieme, della rupe (tranne il Colantonio che, per forza di cose, dovette ritornare sul motoscafo per ricongiungersi, poi, con noi, nella Caserma dei Carabinieri di Scalea, la cui ubicazione, all’epoca, ricadeva dietro l’Istituto bancario).


Se, a percorrere il tratto di costa in discesa, io avevo impiegato, come ho detto, solo una trentina di secondi, per risalirlo furono, poi, invece, sprecati più di trenta minuti. E questo perché (oltre al fatto che fosse assai impervio) l’unica donna, presente fra i cinque posti in stato di arresto, incominciava a piangere, e spesso ad accovacciarsi a terra, in preda a finti svenimenti: e tutto ciò al pensiero che l’avvenuto suo arresto sarebbe, dipoi, potuto giungere alle orecchie del marito, rimasto a Roma (anche se a me aveva tentato, a tutta prima, di far credere che si trovasse lì, su quella spiaggia, per un’esigenza elioterapica a “tutto soma!”, senza poi avermene, però, potuto esibire la comprovante prescrizione medica). La stessa seguitava a intralciarci, e a ritardarci, la risalita anche per il fatto che lo spavento le aveva arse le labbra, al punto da chiederci, insistentemente, acqua (che noi non avevamo), e di essere portata in braccio: richiesta, quest’ultima, che l’accidentalità dell’erto viottolo, il caldo e la sete che assillava anche noi, non ci consentivano, purtroppo, di esaudire. Quando raggiungemmo il sentiero più agevole, che portava alla spiaggia dell’Arco Magno (confinante con quella di Fiuzzi di Praia a Mare), ove erano state lasciate le auto (sia le loro che le nostre), la vecchia Guardia di San Nicola Arcella (la Guardia municipale per eccellenza, dacché è rimasta, come una leggenda, nella memoria storica dei sannicolesi), Antonio De Patta, dalla riva del mare sottostante, chiese ai quattro giovani (che non erano della Svezia, come di primo acchito si era pensato, ma bensì, addirittura, di un vicino paese lucano): “Paisà, adduvi vi portanu”, “Ci portanu ‘ngalera”, rispose, pronto, uno di loro. E il De Patta: “Agurij, agurij cumparì”. E loro, come se nulla fosse: “Graziji, graziji, e bunu bagnu”.
Dopo un po’, giunti all’area di parcheggio, li facemmo salire sulle loro auto e ci avviammo verso la Caserma, come già detto, della vicina Scalea. E lo facemmo, disponendoci, in una breve e serrata teoria, io avanti, i nudisti con le loro auto dietro di me e, in coda a tutti, per avere la visuale completa della situazione, in caso di fuga degli ostaggi, i Carabinieri. Giunti in Caserma, furono, per prima interrogati, ma per soli dieci minuti, dal Maresciallo Ventura Pranzitelli, i quattro giovani, e, dipoi (trattenendola per circa un’ora), la giovane donna. Evasa, per quanto ci riguardasse, ogni formalità di routine, il Comandante ed io ci ritirammo. Non so quali, poi furono, effettivamente, i provvedimenti adottati nei loro confronti. Ma, dacché erano i tempi di Andreotti, il tutto, io penso, si risolse in una bolla di sapone, in un  nulla di fatto. All’epoca, erano ben altri, e ben più gravi, i reati a cui i paesi balneari e l’Italia tutta dovevano far fronte. Fatto sta, comunque, che il gran spavento di cui essi, quel giorno, furono preda, aveva impartito loro una grande lezione: quella di non ripresentarsi mai più, in costumi adamitici, sulle nostre spiagge. Né altri mai -scoraggiati, sicuramente, dal “passa parola”- ne vennero a prendere, in seguito, il posto.







mercoledì 18 settembre 2019

APPUNTI DI LETTURA
di Luigi Bianco

La copertina del libro

Caro Angelo,
che virtuoso e salutare supplizio leggere L’incendio di Roccabruna. Ho citato il titolo di un tuo racconto (Il supplizio) perché lì si trova il centro del tuo interesse e della tua virtù. Da sempre tu sei un acuto narratore di racconti civili-teatrali. Non so come hai le chiavi per trovare frasi lapidarie che svegliano i sensi nel rincorrere un linguaggio severo anche nella punteggiatura. E come un cane da tartufo raggiungi sempre lo scopo. Era un piacere leggerti nel temerario e riuscito tentativo di inserire nell’aria dei tempi il tuo bisogno di verità senza rinunciare alla tua implacabile ricerca linguistica. Con L’incendio di Roccabruna scendi nel medioevo della tua terra: tra disastri, nefandezze, stragi collettive, uccisioni di uomini e cani, atroci ribellioni di animali, animali che stuprano e mangiano uomini, uomini (sia i potenti, sia i sottomessi) che pensano solo a distruggere e a vendicarsi. Sappiamo quanto la Calabria abbia sofferto in quel periodo storico (per non dire sempre). Non so - tuttavia - se il tuo vero intento sia quello di far luce su quel tempo. I racconti sono datati Milano 1984 (età e metropoli in cui le nefandezze non mancavano). A te interessa capire il male universale. Il male estremo di oggi. La paura. La paura di comportamenti umani che nella deriva in cattiveria, di umano non ha più nulla. Bestie. Solo bestie. Dal vivo e sui Social. Un supplizio. Come nel tuo racconto dimostri. Il racconto che per me apre tutte le varianti del tuo pregevole lavoro. Inventi anche una lingua (italiano-latino-volgari). Un dono di pregio al tuo lavoro di scrittore. Una lingua comprensibile e attendibile che allarga la credibilità del racconto. Tu stesso, Consolo (in prefazione) e Bonura (in postfazione) avvertite i lettori di non dimenticare l’inverosimile o la favola per allontanare la brutalità del possibile reale. Un reale brillantemente imbastito dalla tua follia. Io credo alla tua piena verità “realistica”. Tu vuoi colpire il tuo e i nostri cuori sensibili per trovare una via d’uscita dall’aria mefitica dell’oggi. Sai bene che la paura e la cattiveria portano solo alla distruzione totale. Chi vuol capire, capisce: le tue mostruosità sono istruttive, fanno pensare, non sono piacevoli schifezze per risate in libertà sguaiata. Grazie, Angelo, per il supplizio necessario in emersione dal tuo sentire impagabile e dalle tue capacità linguistiche (anche quelle che provengono da fonti “inverosimili”). Il libro si chiude con la divertente illuminante citazione di un tipografo veneziano del 1563. Una citazione in lingua originale. Anche questa inverosimile? Se è un falso, tu sei un mostro di bravura. Ma, ripeto, nulla è falso in questo lavoro. Non so perché mi ricorda i versi di Ungaretti: “Si sta/ come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. Tutti in bilico davanti alla forza della tua azione e dei tuoi esistenziali esiziali problemi. Grazie.

Angelo Gaccione
L'incendio di Roccabruna
Di Felice Editore 2019
Pagg. 120 € 12,00

BENEDETTO CROCE: PRO MEMORIA
di Fulvio Papi
 
Benedetto Croce

Per una trasmissione televisiva della sua “storia” è ricomparsa la figura di Benedetto Croce. Dico “ricomparsa” perché del filosofo non se ne parla quasi più: esistono libri di notevole interesse, ma ormai fanno parte di quell’archivio della cultura, gradino di cultura degli specialisti, ma non occasione per una divulgazione più ampia nello stesso ceto colto. In una trasmissione televisiva è ovvio che si proceda per analisi molto generali che rischiano di ripetere consolidati luoghi comuni, e quindi forse vale la pena di tornare sull’argomento soprattutto per ricordare il rapporto che il filosofo ebbe con il fascismo e con le sue differenze interne, dove era rilevante la distanza teorica e politica con il suo ex - sodale Giovanni Gentile.
Non si tratta di mostrare, a distanza di decenni, che l’antifascismo di Croce prese la forma di una testimonianza oggettiva solo dopo, ma immediatamente dopo, il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, quando questi si assunse ogni responsabilità morale e politica di quello che era stata la pratica politica del fascismo dal primo incendio dell’Avanti! nel 1919, all’uccisione di Giacomo Matteotti nell’estate del 1924, quanto di tentare un profilo politico di Croce che, pur nelle differenze contingenti, mi pare mostri una sua contrarietà teorica e pratica che potrebbe essere una identificazione storica che, senza cadere in semplificazioni arbitrarie, può mostrare una coerenza, che ha il suo posto nella storia italiana e soprattutto nei suoi effetti diffusi.
Ancora alla vigilia del celebre discorso di Mussolini, cioè nel settembre del ’24, Croce scriveva all’ottimo amico milanese, Casati, prossimo alla sua cultura e alla sua sensibilità morale, che egli si trovava in una equidistanza tra l’amicizia e l’inimicizia nei confronti del fascismo.
Non ho nessuna intenzione di evocare risentimenti aggressivi, ma piuttosto di interrogarmi su quale poteva essere la condizione storica e politica di Croce, per poi precipitare qualche settimana dopo in una opposizione che aveva al suo centro la difesa della libertà individuale e collettiva e voleva andare al di là del criterio tradizionale dei suoi seguaci. Per mancanza di altre prove, è piuttosto ovvio ritenere che lo sviluppo del potere fascista aveva ormai varcato quel limite nel quale i conservatori pensavano di poterne usare la forza contro i socialisti (sugli errori della politica massimalista sarebbe facilissimo fare un’antologia). Croce ormai prende le distanze dal suo “machiavellico” opportunismo, dato che il 4 gennaio già scrive a Casati di abbandonare il Senato. Il precipitare della svolta di Croce è facilmente visibile solo se si ricorda che il suo rapporto con il regime dopo l’assassinio Matteotti non è nemmeno all’altezza della protesta di un intellettuale riservato e “privato” come Clemente Rebora, per come la organizza nella scuola privata dove insegnava. Ancora nel ’24 Croce sosteneva che il fascismo era una esperienza storica “di passaggio” che avrebbe consentito, dopo gli eccessi del “biennio rosso”, di restaurare la forma politica e statuale che, prima della guerra, era propria dello stile liberal-conservatore, il quale nel parlamento formava un’intesa di notabili, più che la struttura di un partito politico. Il che non pare particolarmente sottile, a meno che non si creda nel processo storico esista una forza ideale invincibile, simile, nell’immanenza a una provvidenza divina. 

Nicola Abbagnano

Il giudizio che Abbagnano affida ai suoi “Ricordi” del 1990 è molto più severo: “non intendo dubitare del suo successivo (dopo il 3 gennaio) antifascismo, nel quale dovette peraltro entrare qualche dose di risentimento da “prima donna” contro Gentile che con il suo “Manifesto” era diventato per il fascismo il filosofo di corte. Per don Benedetto agiva talvolta una prepotente forma di “guapperia” napoletana, specie nelle faccende che riguardavano il suo primato in tale “guapperia” partenopea, sia pure dal tratto spagnolesco e all’insegna di un alto livello culturale, è inscrivibile allo stesso bisogno di avere una corte”. Occorre lasciare del tutto ad Abbagnano quello che è suo: si può notare che il giudizio secco e psicologico è molto più “duro” rispetto a quello ben noto di Gramsci sul “papa laico”, dove nella parola “papa” c’è il concetto stesso di egemonia.
Non dimenticherei la censura dell’opera “La storia come pensiero e come azione” del 1938, poi rientrata. Bisogna anche dire che nello sviluppo delle vicende storiche dopo il crollo del 1943, l’eco della parola “libertà” del “manifesto” di Croce andava ben oltre, la contingenza più o meno personale del documento stesso. Tant’è che io trovavo questa parola come dominante nel foglio della formazione partigiana che seguivo più direttamente con una adolescenziale emotività.
Quanto alla posizione personale di Croce, dopo una aggressione nel ’26 nella sua casa da parte di una banda teppistico-fascista, non subì altre violenze. Nella testa “magistrale” di Mussolini entrarono in corto circuito gli elementi di superficie dell’atmosfera culturale del tempo (dai futuristi, ai guerreschi vociani, a un Nietzsche grossolano da trattoria di paese, alle varie forme di vitalismo filosofico tedesco e francese) non sfuggiva per niente, da abile manovratore politico, che quello che contava era ormai una rapida e violenta fascistizzazione del paese in tutti i suoi organismi e nelle forme rilevanti della vita pubblica molto più di un lessico che, nelle sue sfumature, aveva comunque una circolazione molto limitata e in ambienti sociali ristretti. La vendetta nei confronti degli intellettuali non allineati (i filosofi, per esempio, del famoso Congresso di Milano sospeso dal rettore fascista) ebbe luogo nel 1931 con l’obbligo del giuramento di fedeltà al regime per mantenere la cattedra universitaria. La più completa fascistizzazione della scuola di ogni ordine venne poi nel ’37.
A. Labriola

È un’ovvietà ripetere, per quanto riguarda il giudizio politico su Croce, che egli era allineato per posizione sociale, gusto idealistico della cultura, per stile personale a quel liberalismo conservatore che nel ’22, assieme ai popolani ispirati dal Vaticano, votò il governo Mussolini come rivalsa del “biennio rosso”. Tuttavia per capire bene questa vicenda politica è più utile iniziare, quando l’ottantenne Croce si trovò in una situazione post-bellica che non aveva (nel quadro politico) da decenni più alcuna somiglianza con il suo esordio socialista all’ombra della lezione di Labriola, corrispondente con Engels. Il giovane aveva presto ritrovato la sua appartenenza alla cultura economica della rendita fondiaria e dello stile etico che la contraddistingueva anche nei gradi più alti dello spirito. Il marxismo poteva essere un modo intellettuale per comprendere la storia, non una teoria economica. Il marginalismo economico poneva la teorizzazione della realtà economica (sono molto lontani i temi del “vitale”) molto più valida del rapporto marxiano tra tempo, lavoro e valore, che poteva essere solo l’ottica ideologica del proletariato.
Avevo detto che cominciavo dalla fine. Ebbene il Croce del secondo dopoguerra ha in odio particolare i suoi stessi “allievi” che coniugavano la libertà con una giustizia dal timbro certamente filo-socialista. Era il sogno del Partito d’Azione. Ma per Croce questo era un inquinamento pragmatico intellettuale: la libertà è il senso della storia, e quindi la costruzione esistenziale di una politica che non deve integrarsi con altre pratiche ideologiche, proprio come Croce giudicava la storia europea. Del resto gli erano intollerabili le stesse contingenti strategie politiche del partito liberale, come, ad esempio, fu sul problema della scuola pubblica.
Croce, che in un tempo ormai lontano, era un po’ diventato un’icona della libertà, e quindi il simbolo dell’antifascismo, adesso come allora, mostrava una concezione “metafisica” della politica, un gioco privilegiato e sapiente di intellettuali che ritenevano per il loro campo, di essere gli interpreti dell’azione (oltre che del pensiero). La nazionalizzazione delle masse era una riflessione estranea e irraggiungibile del vecchio Croce.
In due parole: Croce era sempre Croce, così come il valore etico della libertà rimaneva la finalità della storia. C’era tutta la concretezza di un Croce, filosofo idealista della cultura, che rimaneva una identità di valore, e nella sua identità attraversava tempi diversi senza “valorizzare” l’impegno della loro contingenza. L’inizio è simile alla fine, la mitologia quanto all’autore, alla sua storia, al suo grande lavoro, appartengono al tempo di un nostro desiderio di identità positiva o negativa, che è passata come stiamo passando noi stessi.

LE PIANTE DELLE CILIEGIE
di Nicolino Longo


[Molte parole italiane vengono riportate anche, tra parentesi e in corsivo, nel dialetto locale (ma solo quelle che, con tema e desinenza, più si discostano dalle corrispondenti in lingua madre), affinché se ne conservi la memoria]

I
Ora, di quasi tutti quei ciliegi (cirasi), son rimasti solo i ceppi (i truncuni), le cui fessure ((animate da migliaia di formiche rizzaculo (cuderci) e forfecchie (purficicchj)) son le uniche bocche atteggiate a smagliante e nostalgico sorriso di quei tempi che, lieti, nei sogni, assai spesso, ritornano, con i frutti spiccanti tra il verde delle foglie e quello della nostra ormai lontana e irremeabile giovinezza, e coi rami cascanti ad ombrello, o a mo’ di salici piangenti, sui campi di fieno o di grano, o sulle nostre bocche sdraiati sull’erba.
Ogni anno, a ogni raccolta di ciliegie (cirasi), ci si liberava dei sandali (quando li si aveva, dacché d’estate noi si usava camminare sempre “nus pieds”, tanto da avere a “superficie plantare” più “suola” degli stessi sandali e scarpe) e si saliva, sugli alberi, scalzi. Lo si faceva con due panieri (panari), infilati per i manici alle braccia, che venivano appesi ai rametti più robusti e già secchi, che meglio potessero poi reggerne il peso. Ma, una volta sulle piante, il primo paniere da riempire era sempre lo stomaco, e, non di rado, fino al rigurgito rosso o alla diarrea. Era impossibile non mangiarne, tutte le volte, a sazietà, sia pure con qualche fetta di pane, che ci si portava di proposito in un paniere, per alleviarne o prevenirne le conseguenze di cui detto.


Tre le varietà delle ciliegie: le maggesi ((i (cirasi) palummi)), le durone ((i (cirasi) patierni)) e le marasche ((i (cirasi) cacarieddri)). Gli uccellini, al nostro fianco, beccavano sempre quelle più mature, fino a lasciarcene soltanto gli ossicini appesi ai peduncoli. Le lucertole (i suricchj) e i ramarri (i salavruni) facevano la loro parte su altri rami, a distanza: ma anche le formiche (i furmiculi) espletavano la loro, assieme a cervi volanti (mulinari) e cetonie (zurri zurri). Il vero bottino, però, era quello realizzato, poi, in nostra assenza, dalle “signore” ghiandaie (pichi). Oggi, i pennuti carpofagi, o frugivori qual dir si voglia, sono aumentati con presenza abbondante, sulle poche piante rimastene, di corvi (di cuorivi), taccole (ciaguli) e cornacchie, che se ne nutrono ancor prima che maturino. Una volta saliti sugli alberi (si cominciava, con la raccolta, verso la fine di maggio), un gran pericolo, per noi, non erano i concorrenti -ci si passi il neologismo- “ciliegiofagi” leali di cui detto, ma le vespe e i calabroni ((i vispuni (russi)), con cui s’ingaggiavano spesso furibonde lotte, uscendone, a volte, anche “dolorosamente” sconfitti. 


Fra i cespugli d’attorno, invece, non mancava, quasi mai, la presenza di saettoni o colubri lisci, (“scurzuni janchi”, entrambi); cervoni (sirpintani) o biacchi (scurzuni); bisce dal collare (cegli), od orbettini (linguavoja). E neppure quella delle vipere (di ‘i vipari), al cui sibilo, o soffio, ci si fermava di botto, col cuore in gola, e si aizzava loro contro immantinente il cane che, dopo vari tentativi, riusciva ad acciuffarle, a scuoterle ripetutamente, e a mordicchiarle fino a farle morire: tante volte ne rimaneva morso anche lui, pur se ne usciva sempre indenne, grazie al sollecito intervento di qualcuno che gli punzecchiava, con un grosso aculeo di pungitopo, o con la punta di un compasso scolastico, il muso o la gola fino a fargliene uscire gran parte del veleno.
Vipera

Quando ci s’imbatteva in una vipera, questa doveva essere -in ossequio al motto latino: mors tua vita mea-giocoforza eliminata, altrimenti, prima o poi, avrebbe eliminato noi, dal momento che all’epoca le campagne non erano servite da strade, per cui in nessun caso si sarebbe avuto la possibilità, una volta rimasti vittime del suo morso, di raggiungere, percorrendo decine di chilometri, a piedi, un ospedale. La specie in cui ci s’imbatteva era, ovviamente, la “vipera aspis”, o “vipera comune”, dal color bruno-rossastro, con una serie di barre scure trasversali alternate, o riunite tra loro da una struttura vertebrale. Anche se la “vipera dell’Orsini” (vipera Ursinii) è presente, solo nell’Italia Centrale, una sosia dal color grigio-brunastro, con sul dorso, dalla nuca alla coda, una serie di grandi macchie nere, zigzaganti, a forme romboidali o rettangolari, la s’incontrava spesso anche nelle nostre campagne: sicuramente doveva essere, direbbero gli erpetologi, una variante della nostra vipera comune (dacché tante sono le livree che essa può assumere): variante che noi, qui, in Calabria, chiamiamo, ‘u guardapassu”, col relativo, infausto, proverbio: “ ’u guardapassu adduvi ti muzzica  ddrà ti lassa”= “il guarda passi dove ti morde là ti lascia”). La stessa sorte di soppressione toccava, all’occasione, da parte del cane, anche a tutti gli altri rettili che ci si opponevano con sibili o slanci aggressivi (come i cervoni -che venivano a trangugiarsi anche le uova delle galline- o i biacchi).

Biacco
                          
II

I fondi con le ciliegie (“U Luocu” e I Puzzi,  entrambi in alta collina:  il primo, fra zona “Cugnie località “Scschina”, in San Nicola Arcella; il secondo (nella C/da Pozzi), in agro di Santa Domenica Talao, ai piedi “d’ ’a Timpa ’i Puzzi, ossia della “Serra La Limpida”: m. 1.119) erano zone frequentate anche da alcuni pastori che, non avendo zaini, né bisacce, dopo essersene, su nostro invito, riempito lo stomaco, si toglievano la camicia e ne riempivano anche le maniche, e ciò dopo averne serrato i polsi con dei fil di ginestra (cu fili ‘i spartu); e con quel ben di Dio rosso a tracolla, poi, fischiettando e canterellando, sembrava che non più avvertissero la fatica dell’inerpicarsi sulle “Serre”, assieme alle loro greggi.
In giugno, ogni anno, grande era poi l’afflusso di parenti ed amici che, nel venirci ad aiutare a mietere il fieno ((fieno, a quei tempi, non ancor di erba medica, ma di sol moco (olica) e veccia (vizza)), non mancavano di farsene, ogni giorno, delle grosse scorpacciate (s’intende, di ciliegie, non di fieno) e portarsene, poi, a sera, grandi quantità per figli, parenti ed amici a loro volta: il trasporto era prerogativa esclusiva, per chi non avesse l’asino al seguito, delle donne che, dopo avere adagiato sul proprio capo il cercine (‘a crona), vi allogavano, sopra, ognuna, una cesta (‘na cista) piena di ciliegie, e non poche erano, poi, per la stanchezza, durante il tragitto di svariati chilometri, le fermate prima di raggiungere casa. 

   
La mietitura delle messi ((avena, orzo (uoriju), mais (migliu), senatore Cappelli (sonaturu cappellu), carosella (caruseddra), marzuolo (vatra), abbondanza (vunnanzija), segale (jermanu), ecc.)), invece, aveva inizio in luglio ((con più o meno gli stessi parenti (“Peppu ‘i zi’ Marija” -Giuseppe De Presbiteris- in testa: un ragazzone di circa un metro e novanta che riusciva a fare incetta di ciliegie risparmiandosi quasi sempre di salire sulle piante) gli stessi parenti, dicevo, ed amici al seguito, ma con la piena delle deliziose bacche rosse ormai tendente alla magra)), e tutto, ovviamente, avveniva frammezzo a un gran tripudio di api, farfalle, bombi, libellule, mosconi, cetonie, tafani (tavani), coccinelle (palummeddri, o puddrureddri, russi),maggiolini e cervi volanti, il cui ronzio, unito al canto  delle cicale (d’ i zicali), e a quello melodioso delle allodole (che attiravano i nostri sguardi anche per i particolari battiti alari e il loro volo ondulato, alto nel cielo), era musica dolce e soave per i nostri timpani. Mietitura e scorpacciate di ciliegie erano allora, per noi, come una grande, idilliaca, campestre kermesse, che, alla fine di ogni anno scolastico, in quei mesi (brulicanti di lucciole, alla sera) ci attendeva e ripagava, giorno dopo giorno, di tutti gli sforzi fatti fra i banchi.
Alla nostra memoria visiva, olfattiva e nostalgica è, ormai, oggi, troppo lontano il “biondeggiar” di quelle messi ondeggianti a ogni refolo o brezza di mare,  il “verde” clorofilliano di quei boschetti di ciliegi, e il “rubino” abbacinante di quelle loro prelibate e gustose bacche di dolcezza, nonché l’affetto santo e ineffabile dei nostri cari genitori, e quello dei parenti ed amici, da tempo, ormai, quasi tutti assurti alla vastità, azzurrità e sacralità dei cieli. Anche per noi la vita è al capolinea. Il tempo che rimane è, ormai, solo quello per dire addio a tutto ciò che ci lasceremo alle spalle, e che non vedremo mai più, per milioni, centillioni (sic) e millillioni (sic) di anni: ossia, per tutta l’eternità. Un monito epicureo ai giovani: “Vivete appieno la vita, senza giammai tradirne l’oraziano carpe diem”. Ma anche senza mai permettere ai rovi (a ‘i spini) di arrampicarsi sui ciliegi se ne avete, e che siate, invece, sempre voi a farlo, e a deliziarvi dei loro frutti.


AFORISMI
di Laura Margherita Volante


Chi ha paura si affida al lupo non riconoscendolo.
Per ogni adulto che bara c’è un adolescente confuso: 
ribelle senza causa.
L’uomo violento è un uomo mancato.
In politica vince il giocatore di scacchi.
La distinzione è l’arte degli onesti.
L’arte delle relazioni sta nell’equilibrio dei sentimenti.
L’umanità odia talmente tanto da non amare nemmeno se stessa.


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