UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 24 giugno 2019

Taccuino
DELLA SALA DEL GRECHETTO E NON SOLO
di Angelo Gaccione


Non ero più stato alla Sala del Grechetto dopo lo spostamento dei grandi quadri, le ventitré gigantesche tele portate nelle Sale delle Cariatidi di Palazzo Reale per esporle nella mostra dal titolo Il meraviglioso mondo della natura. Ero andato a vedere l’allestimento più che altro per verificare, se in quegli spazi enormi a me tanto familiari, il “ciclo di Orfeo”, come alcuni lo hanno definito, per la presenza fra quel lussureggiante “giardino zoologico”, quell’incredibile variopinto mondo di animali di ogni sorta, fiori e piante fra i più diversi, di una raffigurazione del mitico musico e poeta che regala la magia della sua armonia a uno stuolo di animali che lo attorniano, avrebbe funzionato. Non che fossi prevenuto, ma conoscendo a memoria ogni dettaglio di questo singolare e stupefacente arredo (non so più quante volte mi ero soffermato a fissare quello strano gatto che agile si protende verso la zampa caprina di Bacco, o l’occhio vigile del cavallo incorniciato tra i bordi delle due finestre e che pareva volesse venirmi incontro) per essere un assiduo frequentatore di quella Sala e anche protagonista attivo in qualità di scrittore per avervi presentato libri, letto versi, preso parte a dibattiti; del suo raccolto contesto; della sua oramai secolare collocazione; della mia sedimentata memoria (per usare un concetto proustiano), nutrivo più di un dubbio. Ed infatti quella visita al Palazzo Reale mi aveva deluso e infastidito. Fuori dal loro contesto, dalla loro collocazione storica, dalla ratio e dalle motivazioni profonde dei loro committenti, quelle tele “scomposte” e isolate, avevano perso ai miei occhi ogni unitarietà, ogni giustificazione, e fluttuavano, alcune di esse collocate ad una altezza esagerata, dentro un vuoto privo di sostanza, un vuoto che le immiseriva, e da cui non ricevevano né bellezza né forza espressiva. Avevano perso tutta la magia che allo sguardo unitario e d’insieme la Sala del Grechetto aveva fino ad allora conferito. Avrei voluto scrivere di questo, ma non lo feci, certo che la stessa impressione avessero avuto gli altri visitatori e gli stessi propugnatori della mostra e che col ritorno delle tele al Grechetto, il mio disagio si sarebbe dileguato. L’ipotesi di una collocazione del tutto diversa e definitiva, ha spinto alcuni di noi alla creazione di un Comitato e ad interrogarsi sulla bontà di quella scelta. “Odissea” ha ospitato sulla sua prima pagina gli interventi contrari di studiosi e appassionati, cercando quanto più possibile di tener desto il dibattito, e nella speranza che la città più attenta e consapevole si interrogasse, prendesse parte, dicesse la sua, convinto come sono che “L’amministrazione di una città consiste nella custodia che ciascuno ne fa per la sua parte”, come ha ben scritto Licurgo nel suo pamphlet Contro Leocrate.

Il libro di Morandotti

Non ero più stato alla Sala del Grechetto dove “il diorama botanico-zoologico” (non sono parole mie, la definizione è della studiosa Vittoria Orlandi Balzari di cui i nostri lettori hanno potuto leggere, su queste pagine, le sue pertinenti riflessioni) ornava così bene le pareti di quella che era stata una Sala nobiliare, e ne avevano fatto non una semplice Sala, ma un luogo pieno in grado di sedurre e di stupire i suoi proprietari, i suoi ospiti, e quanti vi sono finora transitati. Vi sono tornato in occasione della conversazione sul necessario libro di Alessandro Morandotti: Una mostra, un trasloco. Destini della sala del Grechetto di Palazzo Sormani a Milano (Scalpendi Editore, pagg. 106 € 15,00) che ha funzionato come un vero e proprio istant book, come un libro militante, per richiamarci alla vigilanza, per invitarci ad essere prudenti su certe scelte irreversibili, per diventare parte attiva nel civile confronto che si è aperto, e non spettatori passivi o, peggio, indifferenti. Ben documentato, utile agli studiosi e non solo, il libro dà conto della storia delle tele, dell’iter che le ha portate dal Palazzo Visconti-Lunati-Verri (sono i vari passaggi che il Palazzo di via Monte Napoleone ha subìto) fino a Palazzo Sormani in Porta Vittoria. In linea con altri studiosi Morandotti da anni studia e indaga per venire a capo dell’autore (o degli autori, dato che le mani appaiono diverse) del complesso pittorico. Di ipotesi e di nomi ne sono stati fatti più d’uno e nel tempo il genovese Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto, ha perso quota. Si parla di scuola fiamminga, di mano polacca proveniente dalla corte medicea di Firenze… e il dibattito resta apertissimo. Morandotti invita alla prudenza, aspettando l’emersione di documenti più probanti e tenendo fermo il rigore dello stile. Ad ogni modo quello che sappiamo con certezza è il nome del vero committente, si tratta di Alessandro Visconti di Carbonara per diversi anni capocaccia dei Medici a Firenze, e chissà che proprio questo incarico abbia contribuito ad alimentare in lui la passione per quell’universo fatto di botanica e di zoologia.


È incredibile come le cose si fissano in noi e diventano memoria necessaria. Ritrovarmi ora in quella Sala dalle pareti vuote, spoglie; asportati quei duecento metri quadrati di arredo che rivelavano il gusto dell’abitare dei suoi proprietari, quel salotto si era trasformato improvvisamente in un non luogo: un non luogo straniato e straniante, senz’anima e con la storia fatta a fette. Un luogo ferito, un semplice banale spazio vuoto addirittura rimpicciolito. Può apparire paradossale, ma è proprio così che si è presentato ai miei occhi: aveva perso di profondità, spazialità, volume. Era diventato un nulla. Se le tele non ritorneranno più in questa Sala e quando gli imbianchini faranno il resto, quello che poteva diventare un delicato salotto-museo, sarà definitivamente una stanza simile a mille altre. Quando un poeta veniva qui, quando vi veniva uno scrittore, un appassionato di pittura, un frequentatore assiduo o un visitatore occasionale, sapeva di trovarsi dentro un mondo, un mondo compatto, unico, coerente, e ne gioiva. Ora quel mondo non c’è più, è semplicemente sparito. Ho provato la stessa spaventosa sensazione di vuoto, di annientamento, di manomissione, di estraneità, di perdita, che avevo provato nella primavera del 2016 ritornando dopo un lungo periodo di assenza, nella mia città di origine. Era sparito un intero viale di robusti bellissimi platani che ne ingentilivano il percorso e che si avviavano verso il mezzo secolo di vita. A tratti i rami sui due lati quasi si toccavano; in alcuni punti avevano formato una piccola galleria con degli archi a sesto acuto; offrivano ombra, solidità, bellezza di colori con le loro foglie, concerti sonori con cinguettii e squittii di ogni sorta, riparo, svolazzi. Come scrittore sapevo che non erano stati massacrati dalla stupidità e dalla insensibilità semplici alberi; sapevo che era stato cancellato un angolo di mondo, di memoria che mi era appartenuta. Quel luogo mi divenne improvvisamente ostile come i suoi indifferenti abitanti, e questa ostilità, questa perdita, si materializzò in due testi poetici: Requiem per gli alberi di via Capalbo (20 luglio 2016) e nella ventottesima elegia della raccolta Lingua mater (8 luglio 2017). Mesi prima del mio ritorno in Calabria, in quello stesso 2016 mi ero occupato del bellissimo libro dello scrittore svedese Stig Dagerman La politica dell’impossibile. Uno degli scritti di quella raccolta, l’ultimo che chiude il volume, si intitola “Passeggiando per le strade di Klara”. 

Stig Dagerman

Riguarda la memoria di ciascuno scrittore, e penso che chiunque pratichi questo strano ed insano mestiere, può farlo proprio, a qualunque luogo egli appartenga. Lo scritto ragiona, con malinconica amarezza poetica, sulla cancellazione ristrutturazione-ammodernamento del vecchio quartiere Klara di Stoccolma. Poiché “la nostra memoria è sedentaria”, come scrive magnificamente Proust - e per un certo tipo di scrittore lo è al massimo grado -, cancellare un luogo, o semplicemente manometterne anche un solo elemento che è stato parte della sua creatività e della sua immaginazione, vuol dire alterarne il contesto e dunque eliminare quella che per lui era una creatura viva. Sacrificare, assieme a questa, anche una parte della vita del suo creatore.
Personalmente ne so qualcosa, e scrivendo i racconti de “L’incendio di Roccabruna”, ho conferito una seconda vita, seppure sulle pagine di un libro, a nomi e luoghi che mi erano stati cari.
Per Dagerman la memoria non si rassegna: “è gelosa e del tutto irragionevole” e se “la ruspa sa di essere al servizio dell’espansione, e l’espansione ha sempre ragione”, tuttavia la memoria resta irragionevole e si mette a strillare: “Non abbattetele, sono le mie case. Non potete demolire il quartiere di Klara!”. E se la ragione chiede perché no, la memoria risponde: “Perché è in questa parte di mondo che hai vissuto i momenti più lucidi e intensi della tua vita”. Quelle case e quel quartiere sono stati lo “scenario” di “sogni” e “cospirazioni”: in uno di quei palazzi ormai demoliti ha preso vita la storia di un uomo e della sua morte, e con quella sparizione definitiva autore e personaggio hanno perso per sempre il luogo fisico del loro incontro, sono cioè morti entrambi. Per le vie dove ora lo scrittore-creatore si avventura, è sceso il lutto, un lutto che non si potrà più colmare, perché Klara era un intero mondo dove si respirava un’aria di indipendenza e di libertà. Qui aveva sede il giornale anarchico “Arbetaren”; qui c’era la redazione di “Storm” che Dagerman per un certo tempo diresse, e qui giovani “cospiratori” proletari e antifascisti, coltivavano la passione ardente dei loro sogni per un mondo migliore e più giusto.
“Se la rivoluzione scoppiasse in Svezia, il suo quartier generale sarebbe Klara”, scrive Dagerman. Ora Klara è un’altra cosa, un luogo freddo e senz’anima; come è avvenuto qui a Milano per il vecchio, popolare, ribelle quartiere Ticinese, simbolo della nostra inquieta giovinezza. Quella meravigliosa “enclave” libertaria non esiste più. Al suo posto moda e movida, speculazione e affari.

Alessandro Morandotti

Anche la mia memoria non si rassegna e “resta irragionevole”. Perché è parte integrante dei luoghi di questa città: perché a due passi c’è la “mia” Università Statale dove ho consumato una parte della mia giovinezza e dove nei suoi chiostri continuo a venire a leggere e meditare, e nella sua Aula Magna a seguire dibattiti e concerti; c’è la libreria Claudiana dove ho presentato tanti libri, c’è il Giardino della Guastalla all’ombra dei cui alberi mi fermo a riposare, a guardare i pesci della peschiera, a fotografare il gelso bianco i cui frutti squisiti mangiavo da bambino sulle terre dei miei nonni materni e che i bimbi milanesi neppure conoscono; c’è la Biblioteca Sormani della cui storia so praticamente tutto, c’è il monumento a Carlo Porta di cui ho sempre amato la sua splendida lingua, c’è il Verziere, c’è la piazza della strage di Stato, e ci sono le tante vie, scenari vivi dei miei racconti. La mia memoria non si rassegna e vuole che i dipinti tornino al loro posto, perché mai, quello straordinario, appassionato, disinteressato, sensibile, colto, geniale, sovrintendente di Brera che è stato Ettore Modigliani e di cui ho appena letto le trecento pagine delle sue incredibili memorie, dico mai, avrebbe acconsentito a questa rimozione e vi si sarebbe opposto con tutte le sue forze. Avrebbe agito e parlato, contrariamente alla stragrande maggioranza degli storici dell’arte, dei sovrintendenti, degli artisti, dei critici d’arte, degli intellettuali, degli opinionisti di questo nostro brutto tempo, silenziosi, indifferenti, borghesemente pavidi. La mia memoria non si rassegna. Forse è nostalgia, forse è vecchiaia. O forse solo rabbia.

La facciata della
Biblioteca Sormani

PS
Mi chiedo inoltre se non sia più saggio, e anche più sicuro, per Milano come per qualsiasi altra città, avere le sue eccellenze artistiche diversificate nei contesti che le ospitano. Non solo questo mostra al mondo l’ampiezza dei suoi tesori, la sua ricchezza, ma in caso di disastri sempre possibili, questa non concentrazione in un unico immenso luogo, può rivelarsi preziosa dal punto di vista della salvaguardia. Sarebbe tempo di aprire una discussione seria anche sull’uso di merce da supermercato del patrimonio artistico, sulle orde che invadono sale con capolavori fragili e a rischio, sulla concentrazione di giornate aperte che spostano masse umane enormi tutte in una sola giornata (perché non prevederle quotidianamente in modo da evitare questi afflussi ingovernabili?), su questo mandare avanti e indietro per il mondo opere irripetibili. E se si schianta l’aereo che le trasporta? E se prende fuoco il mezzo che le conduce? Se si verificano incidenti gravi? La messa in Rete dei capolavori mondiali permette oggi di entrare dentro le sale dei musei senza muovere le opere. Se si vogliono ammirare i Bronzi di Riace si vada al Museo di Reggio Calabria, si conosce in tal modo un’altra città e se ne aiuta l’economia. Dipendesse da me, mai autorizzerei questo “via vai”. E del resto finora non è mai venuto in mente ad alcuno di spostare per un paio di mesi la torre Eiffel a New York, o il Colosseo a Londra.    



UN GIARDINO PER TUROLDO

Il bassorilievo realizzato dallo scultore
Salvatore Sanna del
"Comitato di Odissea per Turoldo"
che sarà donato domenica 30 giugno
al tempio di San Carlo al Corso

Il Comitato di Odissea per Turoldo” è lieto di annunciare che martedì 25 giugno dalle ore 16 in poi i festeggiamenti per Turoldo continueranno nel vicino Auditorium del tempio di San Carlo al Corso, ingresso da Corso Matteotti n. 14 (Metropolitana Rossa MM1 fermata San Babila). Sono previste letture poetiche, testimonianze, video, mostre, intermezzi musicali alla presenza dell’arcivescovo metropolita Mario Delpini e di Concetta Turoldo nipote del frate. Moltissimi gli ospiti provenienti anche da altre città.
       
Sabato 29 giugno dalle ore 16 in poi, sempre presso l’Auditorium di San Carlo al Corso, proseguiranno le testimonianze, i ricordi, i momenti musicali e l’omaggio che alcuni poeti provenienti da varie città tributeranno a Turoldo.

Domenica 30 giugno alle ore 13, donazione al tempio di San Carlo al Corso di un bassorilievo dello scultore Salvatore Sanna del “Comitato di Odissea per Turoldo”, ispirato al religioso friulano.  

Letture poetiche di: R. Carusi, M. De Vita, G. Quillico  

Testimonianze di: E. Ronchi, R. Salvi, R. Cenati, C. Bianchi Iacono,
A. Poz, E. Colonna, G. Langella, L. Tussi, F. Cracolici, G. Deiana,

Interventi musicali di: V. Bonaretti, C. D’Ariano, E. Colaci, S. Covri,
R. Quagliarella

Cori Gospel: “Black Inside” e “Be Spirit  
Direttore: Ulrica de Giorgio




“Comitato di Odissea per Turoldo”
Via Scrivia n. 5 Milano
Tel. 348-8760129
latoestremo@gmail.com





Ancora adesioni pervenute al “Comitato di Odissea per Turoldo” da varie città. Ricordiamo che la cerimonia pubblica del giardino dedicato dal Comune di Milano al poeta e religioso David Maria Turoldo è per martedì 25 giugno alle ore 12,15 in Largo Corsia dei Servi. Alle ore 16 festeggiamenti con testimonianze, letture poetiche, musiche e proiezioni video a San Carlo al Corso (ingresso da Corso Matteotti n. 14).

Adesioni
Raffaella Beano, direttore del Comitato Scientifico dell'Associazione
padre David Maria Turoldo, Coderno di Sedegliano (Udine)
Enrico Fantin, presidente onorario del dell’Associazione culturale
“La Bassa”, (Latisana, Udine)
Graziella Bernabò, saggista (Milano)
Mariateresa Rigoli, (Milano)
Giuseppe Muscarà, (Milano)

                                                            

LETTURA PER L’ESTATE
Aforismi semiseri o irriverenti 
di Nicolino Longo



1.A Malta: a fine d’ogni Corso universitario, son così tante
le mal/tesi, che solo un esiguo numero di aspiranti arriva,
poi, alla laurea”.

2.“La città più ambita dai vampiri: Roma, avendo sette colli”.

3.“Il Sol sarò per te sempre a levante, e tu la Luna in ciel
giammai calante”.

4.“Cilindro e pistone: un caso di pederastia meccanica”.

5.“Il miracolo dei sensi: un muto gridò talmente forte che un cieco
vide un sordo tapparsi le orecchie”.

6.“Per una moto, su strada sterrata, l’unico ostacolo è la mota”.

7.“Il mio oggi è piatto: piatto in cui mangio a boc/coni amari
il domani”.

8.“I politici sono avvezzi a rispondere, più che alle richieste
dei propri elettori, alle inchieste dei procuratori”.

9. Questo è l’uomo: un Cristo che, dalla nascita alla morte, vive
attaccato ai chiodi della propria croce”.

10.“In famiglia: era bello quando c’eravamo tutti; quando, d’inverno,
pur senza stufe, il fianco dell’uno riscaldava quello dell’altro”.

11.“Il colmo per un ortolano: non avere neanche un cavolo nell’orto,
e averne poi tanti per la testa”.

12.“Le prue tagliano i mari, lasciandoli interi”.

13. “Se, di Quaglia e Corbo, nemico fu Cacciatore, non son
che Mazza e Martello, quelli di Ferro e Chiodo”.

14. “Il cerchio alle altre figure geometriche:-Voi, dietro ogni angolo
potreste trovare la morte. Io, invece, posso vivere tranquillo-”.

15.“Uno strano scrupolo: prima di dare il veleno ai topi, si accertava
sempre che non fosse già scaduto”.

16.“Chi s’abbassa, s’inabissa”.

17.“Solo Dio è riuscito a scrivere il libro di poesie più paginoso del mondo
con un solo verso: l’Uni/verso”.

18.“Ciò che Il mare fa alla terra: la schiaffeggia ov’essa è riva.
L’abbraccia, ov’essa è isola”.

19.“Quando bellezza incanta, cuor di poeta canta”.

20.“Quant’eran belli i tempi, quando pochezza d’ogni cosa, ricchezza
era d’ogni casa!”.

21.“Un vecchietto, sulla porta, alla sua ragazza dell’Est:
-Torno TOSTO-. Era uscito a comprarsi il viagra”.

22.Sarai sol tu per me la donna-gomma, con cui cassar dal mondo
ogni altra donna”.

23.“Pur chi viaggia su via retta, non rinunci mai alla fretta”.

24.“All’uomo tecnotronico: Ti reputi, fra tutti, l’essere meno schifoso
e più evoluto dell’universo? Potresti aver ragione, solo se tu
non avessi ancora la bocca collegata con il culo”.

25. In una serale Kermesse di poesia all’aperto. A tratti, il cielo 
s’illuminava a giorno: era per i lampi di genio di alcuni poeti”.

Teatro
IL MERAVIGLIOSO ITINERARIO VERSO LA GIOIA  
di Leonardo Filaseta

Pippo Delbono

Al teatro Strehler di Milano dal 4 al 12/6 Pippo Delbono ha chiuso la stagione teatrale in straordinaria bellezza con “La Gioia”. La trama non è di facile narrazione poiché è costituita da un percorso autobiografico degli ultimi vent’anni. Le musiche dello stesso Pippo e di Antoine Bataille e Nicola Toscano costituiscono l’ossatura palpitante e vigorosa e ci bombardano rinvigorenti specie all’inizio e nel finale, co-protagoniste al suo itinerario: confessione dell’incamminarsi alla gioia. Intrisa di tante brevi storie che il Nostro evoca con l’incantesimo dell’insinuarsi della voce sussurrata. Protagonista che gira con passo cadenzato sulla scena, si siede davanti al pubblico, scende in platea da stregone incantatore con silenzi gravidi di tensione.
Incomincia dall’infanzia: “c’era a Varazze un ragazzo abbandonato e venne accolto teneramente da mia madre…” ecco profilarsi la tenerezza, l’amicizia, la bontà: sentimenti che s’intensificheranno nella gioia, spesso sublimando il dolore. Digressioni con Budda - tre sono le cose che degradano l’uomo: la voracità, la collera, la stupidità - ci ammantano col mantello di religione e filosofia. Il file rouge che lega la pièce è la memoria del sodalizio con Bobò - morto pochi mesi fa - raccolto ventidue anni fa nel manicomio di Aversa e a cui dedica lo spettacolo, divenuto co-protagonista dei tour mondiali di Pippo. Il quale ci instrada sulla scia visionaria dei matti - siamo tutti matti - di cui Bobò era il più angelico. Gracile e minuto, “sempre accucciato accanto a me “, formava col robusto Pippo l’articolo “Il”. Lo ricordiamo tutti sorridente, felice e con piccoli gesti festosi. Chi non l’ha conosciuti ne ha un eco dai registrati squittii gioiosi.
Oggi quale deuteragonista s’incide Gianluca Ballarè con un passo felpato. Addobba la scena con la sua forte presenza silenziosa e compassata - quasi uno spirito - con tre rituali: inonda la scena tutta di stracci a renderla una foresta di vita, la pavimenta di decine e decine di barchette di carta: momento di sospesa contemplazione e di rapimento poetico. E, nel finale, allaga la scena con una miriade di mazzi di fiori, mentre dall’alto calano abbaglianti composizioni floreali a colonna di T. Boutemy. Nel mezzo un tocco altamente gioioso, travolgente con l’intervento di nove attori clown con colori sgargianti. Sono le varie maschere della commedia dell’arte che inscenano una poderosa danza sabbatica con innervature di fiamme rosseggianti in vulcanica esplosione di corpi tra terra e cielo. Riprende Pippo e s’abbandona all’ardente aspirazione al teatro come suo desiderio e gioia: “volevo fare il trapezista. La mia passione era il trapezio. M’immaginavo di lanciarmi dall’alto con la certezza che qualcuno mi avrebbe preso, che non mi avrebbe fatto cadere: era bellissimo, ma morivo di paura”.
Pellegrino della conoscenza con la bacchetta del rabdomante ci conduce amabilmente in ogni spazio, sussurrando a trovare il nostro personale cammino verso la gioia: “sentimento di piena e viva soddisfazione dell’animo; allegria, letizia, felicità”, come si legge nel dizionario. Con l’attraversamento e la trasformazione del dolore ci tornano a galla momenti rari di leggerezza del bambino lieto e spensierato e gaudente che fummo: ora avvolti in un manto di fervida serietà.
La gioia viene lambita in attimi fuggenti. Allora prorompe la preghiera, con il poetico inno cosmico alla gioia: “noi ti preghiamo, per il mare nostrum che sta sotto il cielo, per la sabbia che si abbraccia con le onde”.
Finale incandescente, parossistico, trascinante tutti i sensi con una musica esondante di crescenti altisonanti alla Stravinskij e scena in toto floreale, abbacinante. Visione paradisiaca che ci rapisce tutti. L’estro magnetico e sciamanico di Pippo ci ha instradato alla conquista della gioia attraverso triboli e angosce: al modo di Beethoven. Vertiginoso spettacolo, viandanza d’immersione nella cosmica unità di terra, mare e cielo. Si esce con domande esistenziali: raggiungo io la gioia? La diffondo? Come la preservo?
Ti diciamo sì, incamminati, legati nella tua mano di fratello maggiore, e viandanti alla conquista della vetta della gioia, con Bobò benedicente dal cielo. In tale zona d’incanto gioiosamente ti sussurriamo: grazie, grazie!

  

sabato 22 giugno 2019

MILANO: IL COMUNE DEDICA
IL GIARDINO DI LARGO CORSIA DEI SERVI
A PADRE DAVID MARIA TUROLDO


Cliccare sopra per ingrandire


Martedì 25 Giugno alle ore 12,15 la cerimonia pubblica.
Interventi dell'assessore Del Corno, dello scrittore Angelo Gaccione, del presidente dell'Ambrosianeum Marco Garzonio e letture di Alessandro Quasimodo.
Nel pomeriggio dalle 16 in poi i festeggiamenti continueranno a San Carlo al Corso (Corso Matteotti n. 14) con letture, testimonianze, musiche, video, alla presenza di personalità ed associazioni che arriveranno da Milano e altre città.

venerdì 21 giugno 2019

TRE AFORISMI
di Nicolino Longo

Opera di Max Hamlet Sauvage

“Rivalsa: qualcuno mieté il grano del mio futuro, prima che lo seminassi.
Ma io ne mangiai il pane, prima che lo mietesse”.

*
“Politica e Religione: son le uniche befane cui ancor credono
gli adulti. Ma solo quelli che han le ali ai piedi della fantasia,
e le stampelle ai piedi della mente”.

*
“In politica: basta aver la bocca sempre piena di bugie, per avere l’urna 
sempre piena di voti”.

REFERENDUM: 8 ANNI FA
di Emilio Molinari


Sono passati 8 anni e sembra un secolo per gente che ha perso la memoria. Eppure 8 anni fa, il 12/13 di giugno, 27 milioni di italiani si pronunciavano per l'acqua pubblica. Un popolo si recò alle urne... un popolo vero, non sospinto dai partiti che remavano tutti contro, non sollecitati dai talk show, quasi tutti altrettanto contro... solo popolo e comitati e autorganizzazione dal basso. 8 anni non sono il “decennale” ma forse vale la pena lo stesso di celebrarlo questo anniversario, dal momento che in sordina il parlamento sta cancellando la nostra legge di iniziativa popolare.
Celebrarlo mentre l'Unicef e L'Organizzazione Mondiale della Sanità ci dicono che: 1 persona su 3 nel mondo non ha accesso ad acqua sicura da bere. Circa 2,2 miliardi di persone nel mondo non hanno servizi di acqua potabile gestiti in sicurezza, 4,2 miliardi non hanno bagni gestiti in sicurezza e 3 miliardi non hanno servizi di base per lavarsi le mani.
Si muore per questo, si scappa dal proprio paese per questo.
Forse mi illudo, ma forse è possibile promuovere una iniziativa pubblica, grande, con tutti coloro che hanno continuato a lavorare per L'acqua diritto Umano e bene Comune. Con gli intellettuali e gli artisti che generosamente ci diedero una mano. Con i ragazzi che chiedono di fermare il riscaldamento della terra, con il movimento delle donne eco-femminista, con chi mette in piazza con il Gay Pride centinaia di migliaia di persone, con chi si batte per i diritti degli emigranti, con i sindacati e i pensionati, con chi si riconosce nella Laudato si’ di Papa Francesco. Con chi ha fede, con chi non ce l’ha e con chi per un verso o per l'altro vuole: restare umano.
Perché non si può restare indifferenti di fronte a un simile scempio
della vita e della democrazia.


Quelli dell'acqua hanno anticipato i grandi temi odierni dell'esaurirsi delle risorse idriche, del clima e delle emigrazioni ambientali. E detto da tempo:  salvare l'acqua è salvare il pianeta è salvare la democrazia.
Salvare il ciclo dell'acqua che dà la vita, salvarlo dagli inquinamenti, dagli abusi del consumismo, dalle predazioni, dalle mani criminali delle multinazionali, dal degrado della politica e dall'indifferenza che genera mostri. Senza retorica, credo che con il 12 Giugno del 2011 abbiamo fatto storia, cultura, linguaggio. Abbiamo parlato a tutti, eliminato divisioni e creato ponti tra tante diversità. Bisogna celebrarlo oggi, quel referendum, anche se c'è poco da celebrare visti i risultati, ma se non altro per ricordarlo a chi l'acqua l'ha messa tra le sue 5 stelle e oggi governa ed è quindi doppiamente tenuto al rispetto della volontà popolare. Celebrarlo, per dire a chi fa incrudelire il popolo per governare... che il popolo italiano sull'acqua “senza padroni e senza profitti”, si è già pronunciato unito: di destra, di sinistra, sovranista, europeista... uomo o donna e leghisti compresi. Solo popolo... solo umano.
Celebrarlo, per dire non solo ai dirigenti, ma al popolo del PD, che non serve scaricare in continuazione, dopo averli osannati, i propri segretari senza mai scaricare le devastanti politiche perseguite.
Interrogatevi una buona volta su quanto male avete fatto alla democrazia e a voi stessi, perseguendo la svendita di tutto ciò che è pubblico e boicottando il voto referendario. Cancellandolo avete perso l'unica occasione che vi veniva offerta di fermare la vostra deriva. Non avete capito che ciò che si manifestava con quel referendum così trasversale, così autonomo, era l'ultimo sussulto di umanità, di solidarietà, di comunità, che il nostro popolo esprimeva, prima di sprofondare nel livore, nell'egoismo, nel: prima gli italiani, prima casa mia.
Dite ai vostri dirigenti che si dicono pentiti di aver abbandonato le classi sociali meno abbienti, se non pensano debbano pentirsi per ciò che hanno determinato le privatizzazioni... e la devastazione dello stato sociale.
Smarcatevi da Salvini, sostenete la legge di iniziativa popolare sull'acqua pubblica. Ripartite dalle città, dall'acqua, dal suo essere bene comune pubblico, dalla sua sicurezza che è la salute. Fatevi promotori dell'unica grande opera di civiltà e di cultura del diritto umano: quella di riparare la rete idrica italiana che perde il 60% dell'acqua, proprio dove è gestita privatamente, creando con questo nuovi posti di lavoro.
Le nubi di destra sovrastano il paese? È vero e mi inquietano.
Ma aver distrutto nella gente ogni idea collettiva, ogni idea di cosa pubblica e svenduto ai privati beni e servizi fondamentali per poter vivere insieme, non c'entra forse qualcosa con ciò che di nero si addensa all'orizzonte?
Ripensare tutti dopo 8 anni al referendum sull'acqua, vuol dire ripensare alla politica, quella vera, ripensare al popolo a quello... della Costituzione.
Io non conto nulla, solo, penso di avere ancora fiato e diritto, di indignarmi per tanti errori e tanta indifferenza.

giovedì 20 giugno 2019

IL FINE DELLA POLITICA
di Fulvio Papi

La copertina del libro

 
Discutendo il nuovo libro di Salvatore Natoli, Papi mette in luce una serie di aspetti che riteniamo utili per un dibattito più articolato e a più voci. Queste pagine sono a disposizione.

Salvatore Natoli è un ottimo filosofo, se non sbaglio di ascendenza cristiana, frequentatore assiduo e intelligente dei nodi fondamentali della filosofia contemporanea che lo hanno condotto a uno stile intellettuale che ha affrontato le più importanti verità della vita contemporanea, senza cadere in manierismi che sembrano preziosi, ma sono artifici verbali non privi di una loro abilità. L’ultimo suo libro è Il fine della politica. Dalla teologia del regno” al “governo della contingenza” (Ed. Bollati Boringhieri, pagg. 128, € 15,00). La sua conoscenza delle tradizioni più antiche è invidiabile, ma ora le lascerò in ombra. La “teologia del regno” in sintesi, nella mia formazione teoretica, è consegnata al celebre libro di Loewit che a suo tempo mostrava come l’escatologia ebraico-cristiana rinascesse in un umanesimo dialettico proiettato all’avvenire come avveniva nello stesso Marx. Alla ripresa di questo tema farei notare che il pensatore di Treviri non ha mai disegnato la società dell’avvenire se non in quella ben nota paginetta della Ideologia tedesca che oggi la filologia attribuisce a Engels più aperto alle suggestioni dei temi fantasiosi di Fourier. 


Salvatore Natoli
Ora discuterò liberamente con l’amico Natoli. Il tema della contingenza, detta così, mi sembra troppo generico. Con la parola “contingenza” si cade ancora in una prigionia filosofica, dato che in concreto può essere adoperata per indicare processi storici molto differenti: le nazionalizzazioni del governo laburista inglese dopo il 1945, lo sterminio di Stalin dei “contadini ricchi” o la contestata riforma keynesiana del New Deal negli Stati Uniti. Il problema dell’intellezione è sempre dato dalle contingenze che costituiscono ogni volta una trama che apre, senza alcuna pregiudiziale certezza, verso le possibilità dell’avvenire. Ora tanto per non nascondermi sotto le generalizzazioni filosofiche (talora educative), dirò che la nostra contingenza globalizzata nell’intrico economico-finanziario, tecnologico, ecologico, demografico e politico, ha in sé la possibilità di una catastrofe antropologica senza precedenti.
Ed ora, nei miei limiti, discuterò alcune tesi di Natoli. “D’altra parte - egli scrive- cosa mai sarebbe il potere se non governare la vita?”. Direi che esso governa la vita nel modo utile per riprodurre se stesso, il che mostra la necessaria violenza della “ideologizzazione” come dice perfettamente Natoli. Quanto alla (metaforica) dimenticanza del peccato originale (Baudelaire) credo che la dimenticanza fosse del Papa come dell’Imperatore nel Medio Evo. È una brillante metafora per individuare a rovescio la famosa immensa torre parigina Eiffel (che Proust ignora) in concomitanza con la parallela euforica e borghese condizione di vita. Natoli ci dice: “l’uomo moderno ha sottovalutato la sua fallibilità e si è detto signore della storia”. Mi domando quale uomo e quale storia: per esempio la storia genocida degli USA, quella orrenda del nazismo, l’incremento del famoso PIL ecc. ecc.
Natoli: “il marxismo svela il segreto della storia, vede nel capitalismo il male assoluto”; questa è la visione del famoso libretto del ’47, poi Marx (Il Capitale voll. I, II, III) studia la struttura del capitale (addio Hegel) e Lenin instaura la “nuova politica economica”.
Natoli: “I media oggi sono epidermici e di qui una facile sollecitazione del desiderio e una altrettanto facile manipolazione delle rabbie sociali”. Perfetto: ma anche un compiacimento della propria identità nei ludi sociali. Ha ragione Foucault nel parlare di una “microfisica del potere”: è la caratteristica di una società complessa, il contadino della società idraulica e imperiale cinese incarna da solo il potere. La “biopolitica” è una metafora meno felice: pensate al contadino europeo della modernità, e la società castale indiana che cosa è? Natoli: “È ormai noto e studiato che la digitalizzazione, la Rete […] abbiano modificato gli schemi cognitivi”. Perfetto. Tuttavia aggiungo: hanno provocato un volgare individualismo che ha reso “formale” le regole di una democrazia compiuta, alla cui ombra è possibile qualsiasi demagogia.
Natoli: “state attenti ai robot”. Perfetto. Tuttavia il problema va visto nel rapporto tra capitale fisso e variabile. Tutto il lavoro diviene capitale fisso. A chi spetta il salario? E dal punto di vista demografico? E l’investimento della ricchezza? E l’occupazione?
Natoli: “La scienza non può prevedere”. Quale pratica scientifica? In quale contesto? Con quali poteri? La scienza “aristotelica” si occupa di Marte, quella sociale (con eccezioni) è inserita nell’apparato produttivo. “Il bene comune” diventa sempre più piccolo ed è, per lo più, la pubblicità del potere o, meglio, dei poteri.
Natoli: “l’antinomia tra pensiero ingenuo e complesso”. “Pensiero” nasce come “racconto”. Il modello classico della democrazia richiedeva, anche nella sua semplicità, un pensiero complesso. Oggi i poteri richiedono (!) un pensiero puerile che è la trama della politica.
Natoli: “La politica ha oggi, davanti a sé, un tempo senza fine”. Perfetto: poiché il tempo senza fine è l’assoluto presente. Avremo (se va bene) gli uomini dell’assoluto presente: bambini tecnologici. Direi anch’io molto volentieri: libera nos a malo. Ma non so a chi mi rivolgo. Nel nostro caso forse è così. Agli altri la risposta è il silenzio, magari noi un poco impauriti per le nuvole all’orizzonte.

UN GIARDINO PER TUROLDO
Turoldo visto da G. Denti

Nel darvi appuntamento alle ore 12 di martedì 25 giugno in Largo Corsia dei Servi davanti al giardino che sarà dedicato a David Maria Turoldo, alla presenza dell’assessore alla cultura Filippo Del Corno, dell’attore Alessandro Quasimodo, di Marco Garzonio presidente del Centro Culturale Ambrosianeum e dello scrittore Angelo Gaccione del “Comitato di Odissea per Turoldo”, vi ricordiamo che alle ore 16 i festeggiamenti continueranno nell’Auditorium del tempio di San Carlo al Corso, ingresso da Corso Matteotti n. 14 (Metropolitana Rossa MM1 fermata San Babila), con letture poetiche, testimonianze, video e intermezzi musicali. Intanto ringraziamo e pubblichiamo altre adesioni che continuano ad arrivare al Comitato.

Adesioni
Paola Surano, Ass. Culturale TraccePerLa Meta (Busto Arsizio)  
Elza Ferrario (Lecco)
Wilma Minotti Cerini
Anna Maria Folchini Stabile, cofondatrice dell’Ass. Culturale
TraccePerLa Meta (Pozzo D’Adda)
Gianfranco De Palos, pittore (Sesto San Giovanni)
Pierfranco Mastalli (Lecco)
Ezio Lanfranconi 
Mauro Manzoni
Valerio Righini, (Tirano - Sondrio)


Privacy Policy