UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 2 dicembre 2020

IL DIRITTO ALLA PROVA
di Gabriella Galzio

La copertina del libro

Intorno al libro di Giulia Contri 

     

Partiamo da una premessa. La tradizione vuole che vengano associati i termini Lettere e Filosofia. Ora, però, a valle del ’900, non possiamo non estendere la filosofia alla psicanalisi, perché un pensiero filosofico che ignorasse l’inconscio, sarebbe un pensiero monco e fallace. E infatti il libro della Contri si colloca all’interno di una collana che abolisce la separazione novecentesca tra filosofia e psicologia. Di più, il libro della Contri parte dal pensiero filosofico di Kant che, in risposta al quesito “Cos’è l’illuminismo?”,  nel 1784 afferma: “l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità, cioè di incapacità a servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro”. Ora, nel solco kantiano lavora anche Freud in opposizione a una psicologia e un’educazione che trattano l’uomo come un animale da addomesticare, da eterodirigere. E se Kant dice “sapere aude”… quand’anche intorno agiscono forze reazionarie che vorrebbero ricondurci a una regressiva condizione di minorità, Freud arriva a considerare i bambini maggiorenni per natura ancora integri rispetto a quella che sarà la successiva emarginazione del pensiero responsabile di tante psicopatologie. La Contri, dunque, si iscrive nella scia di questa duplice rivoluzione kantiana e freudiana, che postula il pensiero come una facoltà autonoma originaria, per estendere questa facoltà dall’adulto al minore, ora che dal ’96 la Convenzione di Strasburgo, ratificata dall’Italia con legge del 2003, chiede di dare credito al minore nella sua capacità di orientare con discernimento la sua vita, superando il concetto burocratico di minorità legato a limiti d’età. Di fatto, come i tanti casi illustrati nel libro dimostrano, l’invito della Convenzione a innovare nell’ambito del diritto giudiziario minorile si rivela di difficile applicabilità, qualora non si avvii una più puntuale definizione della c.d. capacità di discernimento. Ma è proprio in tal senso che il libro, con la sua rassegna di casi, intende promuovere la discussione e rendere applicabile un principio innovativo che per ora sembra essere solo sulla carta. Vorrei aggiungere di mio che il carattere autoritario, non egalitario, della società patriarcale si è attuato finora nella disparità di genere (uomo-donna) come nella disparità generazionale (adulto-minore); in tal senso vanno anche le parole di Rescigno, studioso di diritto: “L’idea che la donna e il minore fossero portatori di uno status nasceva da un programma di protezione”. Ora, se il cammino della civiltà procede nel progressivo rifiuto degli status e nella conquista sempre più larga del contratto o pattuizione, la modernità dell’enunciato della Convenzione di Strasburgo sta nell’aver consentito al minore l’accesso allo “strumento pattizio…nella valorizzazione del minore come interlocutore”. Ora, senza essere un minore, personalmente, potrei affermare che spesso, nel rapporto uomo-donna mi sono trovata di fronte a proiezioni di status, aspettative di status date per scontate, anziché di fronte all’ascolto e alla disponibilità a conoscere un qualcuno di sconosciuto, alla mediazione e alla pattuizione. Ecco perché questa problematica e, nella sua scia, il libro della Contri li ho salutati come un’apertura alla speranza in una società libera dal dominio. In quanto tale, dunque, inutile dire, il libro non è rivolto solamente agli operatori dell’istituzione giudiziaria, ma a un più vasto pubblico di educatori, politici e persone di cultura che si battono per un orizzonte antiautoritario.
Formalmente, di questo libro, Giulia Contri è curatrice. Fatta salva l’illuminata introduzione di cui è autrice, la curatrice lascia che siano i casi a parlare, quelle case histories cariche di un’intensa umanità che affiorano dalle narrazioni dei diversi soggetti del sistema giudiziario, dai magistrati, agli avvocati, agli operatori dei servizi sociali, psicologi, psicanalisti, assistenti sociali, e che hanno come protagonisti i minori, spesso al centro della turbolenza degli adulti.
Ma qui i minori vengono restituiti alla loro capacità di discernimento nel perseguire i loro personali superiori interessi. Chiamato a promuovere questa loro capacità di discernimento entra in gioco l’Avvocato della salute, quale figura proposta in conformità al dettato della Convenzione di Strasburgo che al punto c dice: “definendo figure professionali che facilitino il minore nell’esercizio del suo diritto”, e che non interviene sostituendosi al minore nella titolarità del suo diritto, ma con una vicarietà solo temporanea avente come unico scopo la soluzione della momentanea incompetenza.
Tra i casi di intervento nelle vesti di Avvocato della salute, ce ne sono alcuni di affido e adozione, che hanno visto coinvolta la stessa curatrice del libro in qualità di psicanalista, casi che si integrano nella narrazione complessiva con obiettività e sobrietà al pari degli altri; da cui si evince che nella consapevolezza di essere inserita in un più vasto e complesso contesto sociale, lo spirito con cui Giulia Contri ha concepito questo libro è stato quello di primus inter pares.  

***

AL SALOTTO
di Giulia Contri

Giulia Contri
durante una conversazione


Intervento Salotto Galzio, martedì 10 ottobre 2020
 
Da psicoanalista ho sempre dichiarato interesse per l'ambito letterario del Salotto Galzio, che si ispira ad una concezione della produzione intellettuale libera da steccati ideologici, e alla ricerca di condivisione, consenso, partecipazione da ambiti culturali diversi avvezzi a parlare di titolarità individuale ma socializzabile di quanto si genera di colto.       
In quest'ottica di 'servizievole' scambio con voi, Gabriella mi invita a presentare il mio libro del 2016, Il diritto alla prova del discernimento individuale. Il minore e l'Istituzione nel giudiziario minorile: esso tratta di casi giudiziari minorili esemplari del modo di condursi con minorenni coinvolti in contenziosi familiari (separazioni, divorzi, adozioni) di giudici e Tribunali, che la Convenzione di Strasburgo - normativa europea minorile di fine '900 - invita ad ascoltare in giudizio e a tenere in conto nelle sentenze, criterio cui raramente giudici e tribunali hanno ottemperato.
L'ascolto del giudice andrebbe poi accompagnato - sempre secondo Strasburgo - dall'operato di rappresentanti, che dovrebbero facilitare ai minori a dire in giudizio il loro pensiero dei propri rapporti in famiglia, non a sostituirli parlando al loro posto.
Se parlo di 'servizievole' scambio tra il mio lavoro nel giudiziario minorile  e il vostro nel letterario, c'è una ragione ben precisa: avendo io fatto negli anni molte perizie sui minori in processo per avvocati perché se ne servissero in giudizio; e avendo io studiato molti casi significativi in letteratura; ho potuto verificare una fondamentale similarità del modo di condursi di molti operatori del giudiziario e di molti autori e critici letterari nei confronti dell'establishment culturale del momento: una simile  sottomissione, in pratica, degli operatori del giudiziario all'idea vigente in psicologia, diritto, educazione, del minorenne come di debole costituzione intellettuale, meritevole di eterodirezione e non di attribuzione di 'discernimento'; e di molti autori e critici letterari che acconsentono a canoni estetici e formali di basso livello imposti nel settore da certa editoria consenziente a deprezzare la produzione di valore.
La resistenza degli uni alla novità rivoluzionaria del concetto di 'discernimento' attribuito dalla Convenzione di Strasburgo ai minori per farli uscire dalla minorità; e degli altri al livello colto della letteratura come strumento di sensibilizzazione del gusto e del pensiero, è certo un segnale preoccupante per la convivenza civile.
Ma può andare a nostro merito mettere a punto al nostro interno i termini della questione allo scopo di farle assumere un volto pubblico fuori da qui.  
Un'ultima nota: se è rivoluzionaria la Convenzione di Strasburgo che attribuisce competenza sociale ai minorenni  al di là dei limiti di età, e  lavora così per una riforma della teoria che concepisce l'uomo come eterno minorenne che solo una legge dall'alto può regolare nelle sue azioni: lo é altrettanto la concezione della produzione letteraria di cui qui si parla come di fonte individuale libera dai diktat imposti dalla cultura, che hanno come meta il mantenimento perenne dell'uomo nello stato di minorità.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  

ETICA E POLITICA



Abbiamo considerato questi brani di Zygmunt Bauman da Le sfide dell'etica, per suggerire una riflessione su quanto ci sta accadendo sotto ricatto Covid.
Bauman ci porge l'analisi, non la soluzione. Ricordiamo una delle considerazioni che chiudono la sua opera:

È divenuto un luogo comune affermare che i problemi etici della società contemporanea possono essere risolti soltanto, eventualmente, con mezzi politici. La questione della relazione tra morale e politica difficilmente rimane assente a lungo dai dibattiti filosofici e pubblici. Tuttavia, ciò che viene preso in esame, analizzato pubblicamente e soprattutto discusso con fervore è la morale dei politici, e non la morale della politica.
Ciò che sembra esaurire, o quasi, l'argomento moralità-e-politica è il modo in cui le persone attive sulla scena pubblica si comportano, non quello che fanno; la loro morale personale, non l'etica che promuovono o che non promuovono; la corruzione a livello personale, non gli effetti socialmente devastanti del potere politico; l'integrità morale dei politici, non, la morale del mondo che essi promuovono o perpetuano. Non c’è nulla che non va nell’interesse pubblico per la purezza di coloro che ricoprono ruoli pubblici; le persone investite pubblicamente di fiducia devono esserne degne, e provare di esserlo. Quel che non va è che, mentre l'attenzione si concentra sull’integrità morale dei politici, il deterioramento morale dell’universo che essi amministrano proceda indisturbato. I politici moralmente irreprensibili possono esercitare, ed esercitano, un controllo sulla dissipazione delle responsabilità morali, e possono lubrificare i meccanismi che minano, emarginano e mettono fuori gioco le preoccupazioni morali. I politici moralmente corretti possono purificare, e purificano, le politiche dei doveri morali.
La morale dei politici è cosa del tutto diversa dall'impatto morale della loro politica. (I despoti più ripugnanti e sanguinari del nostro tempo sono stati degli asceti disinteressati). Ma, oltre a ciò, la politica non è più quella che fanno i politici; si potrebbe addirittura affermare che la politica che conta davvero viene fatta lontano dagli uffici dei politici. Come ha commentato Patrick Jarreau, nella sua recensione di un recente saggio sui politocrates,
- la politica è ovunque, nell'urbanistica, nei curricula scolastici, nella produzione cinematografica, nella contaminazione degli emofiliaci con il virus dell’Aids o nella sistemazione dei senzatetto. Al tempo stesso, viceversa, la politica comunica l’impressione di non essere in alcun luogo, comunque non dove dovrebbe essere, alla portata del voto dei cittadini: non nel parlamento, dove deputati e senatori si occupano, nell'indifferenza quasi generale, di problemi che il pubblico non può conoscere, se non attraverso la mediazione di portavoce o di esperti dell'ultim’ora scelti dai media; non nelle riunioni dei consigli locali [...]; né nei partiti politici, che perdono i loro militanti e che si sforzano invano di rianimare il dibattito sulle idee”.



La scienza si nutre della vitalità della malattia che è stata incaricata di combattere.
È stata espressa spesso la speranza che i pericoli generati dalla “società del rischio”, che certamente non minacciano classi specifiche, possano favorire - diversamente dai mali generati dalla società industriale nella sua forma classica, ormai solo un ricordo - l'unificazione delle vittime in una forza di opposizione capace di agire all'unisono. Pur riconoscendo che la distribuzione dei rischi si differenzia effettivamente da quella della ricchezza, benché questa circostanza “non escluda il fatto che i rischi spesso siano distribuiti in modo stratificato o 'classista'”, Ulrich Beck sottolinea come oggettivamente “i rischi esercitino un effetto livellatore”: oggi sono tutti sotto minaccia e tutti sono oggettivamente inclini a unire le proprie forze per difendersi. “Nelle posizioni definite dalla classe,” afferma Beck, “è l'essere a determinare la consapevolezza, mentre, al contrario, nelle posizioni definite dal rischio è la consapevolezza (la conoscenza) a determinare l’essere”: ciò che occorre alle persone per unirsi nella lotta è solo la conoscenza dei rischi e, in particolare, dell'universalità dei pericoli che essi comportano. Poiché, come sappiamo, è la scienza a creare e ad offrire la conoscenza dei rischi necessari, si può presumere che, nel modello di Beck, sarà la scienza a svolgere il ruolo principale nella futura mobilitazione politica contro i rischi.
La prospettiva della scienza nel ruolo di avanguardia in una guerra di logoramento contro i rischi sembra tuttavia molto improbabile, e ciò per i motivi addotti in precedenza: poiché l'individuazione e la gestione dei rischi sono state riconosciute come funzioni sociali indispensabili e preziose della scienza e della tecnologia, sia la scienza sia la tecnologia si nutrono, in modo perverso, della resistenza e della vitalità della stessa malattia che sono state incaricate (o che si sono auto-incaricate) di combattere e sconfiggere. Oggettivamente e soggettivamente, esse alimentano, piuttosto che bloccare, la propensione del sistema sociale a generare rischi. La guerra contro i rischi è l'ultima tappa della scienza e della tecnologia, e nessun generale accarezza l’idea di tornare alla vita civile, tanto meno alle incertezze della smobilitazione post-bellica.
A parte il ruolo di “doppiogiochista” della scienza, vi sono ragioni ancora più sostanziali per dubitare della capacità di compattare l'opposizione da parte della nuova, maggiore sensibilità ai rischi generati dagli sviluppi tecnologici. In primo luogo, i pericoli sono diversi per ciò che riguarda la loro portata e diffusione potenziali, per cui le vittime non dovranno preoccuparsi tutte in misura uguale e nello stesso momento. In secondo luogo, è possibile comperare la protezione dai pericoli privatamente, se il prezzo non è superiore ai propri mezzi.
(Almeno questo è ciò che si può venire indotti a credere; durante la “guerra fredda” la rigogliosa industria dei rifugi antiatomici offriva un'ampia gamma di protezioni dall'olocausto più o meno sicure, ciascuna a un prezzo appropriato, la cui funzione principale era tradurre i livelli di ricchezza in livelli di sicurezza.) Comperare collettivamente la protezione da una serie di pericoli sembra possibile, e gran parte dello sforzo politico profuso a questo scopo si traduce nella progettazione di politiche protettive efficaci a livello locale, le quali comportano l’inevitabile effetto collaterale di un aumento dei pericoli che minacciano altri luoghi. Non esiste perciò alcun collegamento diretto tra la disponibilità e l’acquisizione di conoscenza e le azioni politiche intraprese sulla base di una tale conoscenza. La gamma delle possibili reazioni è ampia, ma per la maggior parte esse non recano alcun danno alle forze produttrici di rischi, e certamente non al sistema tecnologico generatore di rischi nel suo insieme.
Si potrebbe pensare che il “teorema dell'elettore medio”, molto diffuso tra gli scienziati politici, si applichi anche alle risposte politiche pubbliche ai rischi. (Secondo questo teorema le opportunità di successo elettorale di tali politiche sono vincolate alla loro capacità di influire sugli interessi dell'elettore medio, ciò che esclude dal complesso delle politiche attuabili quelle che rappresentano apertamente gli interessi della minoranza, e che offrono alla maggioranza solo la prospettiva di “pagare il prezzo dei problemi altrui”, cioè di privazioni sempre maggiori). Se applicato alle misure politiche contro i rischi, il teorema comporterebbe che solo quei pericoli che la maggioranza considera inevitabili in termini non-politici (nel senso che non esiste per la maggioranza alcuna opportunità di ridistribuire i rischi in modo che si concentrino nei settori più deboli, o di comperare la protezione dai rischi individualmente o collettivamente) avrebbero buone probabilità di essere universalmente rilevati dagli attori politici e di generare un’azione politica davvero compatta ed efficace. Molto probabilmente, contro il lassismo “egoistico” o l'avventatezza delle azioni altrui si leverebbero voci di protesta particolarmente forti, ma se si trattasse di censurare le proprie azioni razionali, perché considerate poco efficaci o avventate, la protesta sarebbe molto più tenue. E questo non è di buon auspicio per ciò che riguarda l’espressione politica degli “effetti livellatori” presunti o autentici dei rischi.
Questi sono gli ostacoli politici che occorre superare o eliminare se l'obiettivo è contenere l'accumulazione dei rischi. Ma quest’azione di contenimento è possibile nel caso improbabile che le difficoltà politiche di ordine pratico siano sconfitte? Coloro che credono negli effetti politicamente unificanti dei rischi opportunamente pubblicizzati, così come la maggior parte di coloro che si dichiarano scettici, concordano sul fatto che in linea di principio l’organiz-zazione moderna della vita può essere resa sicura senza essere privata di alcuno dei suoi più apprezzati benefici; che esiste, per così dire, un modo per mangiare la torta senza finirla...
 

lunedì 30 novembre 2020

PER RESTARE UMANI

 


Oggi vogliamo che tutti sappiano cosa sta succedendo nel Campo profughi di Mahkmour, oggi vogliamo dare voce a chi voce non ha.
 
Il Campo profughi di Mahkmour (Nord Iraq/Mosul) è stato colpito dalla pandemia, una pandemia che non risparmia nessuno, ma ad aggravare la situazione ci si mettono i governi, i politici con le loro strategie, i militari, gli organismi internazionali che non vedono, non sentono, non sanno, non decidono nulla e li abbandonano a se stessi, senza nessun aiuto medico o sanitario.
Come se non bastasse, non consentono neppure i ricoveri presso gli ospedali iracheni, estremo tentativo di salvare qualche vita dalla pandemia.
Così si muore per strada, respinti dai peshmerga di Barzani e dai militari iracheni. Ricordiamo che, nel Campo, vivono quei profughi kurdi provenienti dalla Turchia, dove l'esercito turco, negli anni '90, ha evacuato, con la forza, i villaggi di confine, abitati da contadini e pastori, accusati di aiutare i guerriglieri del Pkk. Hanno attraversato le montagne piene di neve che separano la Turchia dall'Iraq, inseguiti dagli elicotteri turchi che li mitragliavano e sono arrivati in Iraq: in quella traversata morirono 300 persone e circa 600 furono ferite da bombe, gelo e mine. Alla fine, si sono accampati in pieno deserto, dove non cresceva un filo d'erba, ma hanno ricominciato a vivere, piantando alberi, dissodando terreni, allevando bestiame, aprendo scuole e cooperative, applicando i principi del confederalismo democratico. Oggi Makhmour è una comunità autogestita, caratterizzata da una forte democrazia dal basso e di genere.
Per questo la vogliono cancellare. 


 
Noi, come Associazione verso il Kurdistan, lanciamo, ancora una volta, un appello urgente per rompere questo muro di omertà e silenzio e chiediamo a tutti di far conoscere questa terribile situazione ai politici, agli organi di stampa, alle Ong, con cui si hanno contatti.
Apriamo una raccolta fondi urgentissima per poter dotare il campo di tutto quello che può servire per arginare la pandemia.
A marzo avevamo comperato 2 ventilatori e 2 deumidificatori, altri ne avevano comprati pure loro, ma oggi sono già 200 i pazienti isolati e 6 i deceduti. Nel campo vivono - sopravvivono - 14.000 abitanti e sono sotto embargo dall'agosto del 2019; inoltre, i turchi non hanno mai smesso di far sentire la loro presenza, bombardando il Campo con droni o facendolo attaccare dai miliziani di Daesh.
Se riuscissimo a salvare anche una sola vita, per noi sarebbe il segno che restiamo umani e che non ci voltiamo dall’altra parte per non sapere.  
Questo è il nostro IBAN corretto: IT17 Q030 6909 6061 0000 0111 185 intestato ad Associazione Verso il Kurdistan  
Causale: Aiuti urgenti per pandemia campo di Mahkmour.
 
ASSOCIAZIONE VERSO IL KURDISTAN ODV
Coordinamentokurdistan@gnumerica.org
 
 
 

LE ENCLICLICHE DI BERGOGLIO
di Emilio Molinari



Dialogando con Mario Agostinelli
 
Il lavoro di Mario sull'Enciclica Fratelli tutti è una importante sintesi per aprire un dialogo nelle associazioni “sorelle”.
Concordo con quanto scrive, e siccome scambio le mie opinioni con lui solo telefonicamente, tento di interrompere la pigrizia da isolamento Covid e mettere per iscritto le telefonate. Parto dallo scritto di Mario, e cerco di metterne in fila alcuni punti. I paradigmi li chiamerei così, con i quali cerchiamo di ricostruire (riprogrammare) i movimenti e la politica del XXI secolo.
Parto dal punto fermo che sta nelle due Encicliche e prima ancora nelle grida degli scienziati sulla salute del Pianeta: la portata del disastro e il tempo limitato a disposizione per affrontarlo... il lento declino della vita vegetale e animale. Ciò dà il segno al nostro tempo.
Per noi che ci parliamo, ci scriviamo ecc. sembra cosa scontata, non sentiamo il bisogno di ribadirlo in ogni occasione, ma va fatto, perché non è scontato per la maggioranza della gente. Non lo è, o lo è timidamente o lo è in modo mistificato o elitario, per il popolo democratico, che pure è l'unico tenue argine al negazionismo ambientale del popolo di destra.
E questa non priorità culturale, ci limita nel trovare la strada per parlare alla mente e ai sentimenti di questa destra che un tempo era il nostro popolo. Era il mio popolo ed è una sofferenza innaturale, saperlo dall'altra parte. C'è qualcosa di arrogante nei termini populismo e sovranismo, nel trasformare il popolo e la sovranità popolare in qualcosa di spregevole. La Fratelli tutti solleva il dubbio che forse qualcuno si è troppo allontanato dal popolo e dai suoi bisogni. Ma le Encicliche non hanno suscitato il moto auspicabile delle coscienze, non hanno trovato molti predicatori trasversali, nemmeno tra i compagni più a sinistra. Ha prevalso in loro l'abitudine dei propri pensieri: l'ostilità atea, resa una religione, per tutto ciò che odora di preti e di Vaticano, il positivismo scientifico, l'arroganza modernista e materialista di essere nel senso della storia. Con il movimento dell'acqua si era aperta una strada, dal basso, tra la gente e per un attimo si era aperto quel dialogo trasversale su di un tema solidale come la materialissima realtà della crisi idrica mondiale e della mercificazione di un bene comune indispensabile base della vita. 
Si era anche visto che non aveva scalfito la politica e le granitiche abitudini degli attivisti. La crisi dell'acqua mi aveva fatto scrivere che il paradigma del secolo sarebbe stato Salvare il Mondo e che con questo: cambiava tutto.
Questo punto fermo, scrive Mario, ci dice che occorre: separarci definitivamente dall'idea dello sviluppo. Da due secoli questo dogma impregna tutta la politica, magari presentato come “sviluppo sostenibile. Crescita del PIL come oggettività universale e scientifica. Sinonimo di democrazia e libertà della persona. A questo dogma non si è ancora sottratta la sinistra e nemmeno il sindacato più radicale. Una illusione di massa: la torta (la ricchezza prodotta) va comunque sempre aumentata se si vuole redistribuirla. Ma la portata del disastro fa sì che lo sviluppo deve cedere il passo al bisogno di sopravvivenza e qui sta il cambio e la necessità della rottura. È questo il passaggio dall'era passata, alla nostra era.
Crescita o decrescita o sobrietà, non importa come chiamare la necessità di ritornare al valore d'uso come primaria condizione che comunque vuol dire produrre e consumare meno e che non basta “il riciclo”. 




Pensare o riflettere attorno al ridurre il superfluo e l'ostentato, solleva immediate reazioni, pensare a una decrescita governata dalla politica e dal consenso popolare, è solo una utopia green, mentre il Covid con materialistico realismo ci costringe ad una decrescita globale senza precedenti nella storia. Non governata, disordinata come la rotta di un esercito sconfitto. Non si vuol vedere e non se ne parla, che il Covid è figlio del Pianeta violentato dalla distruzione delle foreste, degli allevamenti intensivi, delle piattaforme produttive globali, dell'inquinamento dell'aria e dell'acqua. È quindi il Pianeta che ci sta obbligando ad una decrescita e lo farà sempre di più se non interviene una rottura nel pensiero, fare i conti antropologici, economici, finanziari, con la nuova era.
Venendo alle considerazioni diverse: L'Enciclica Fratelli tutti tratta due questioni che ci chiamano a questa rottura.
Il lavoro e la fraternità.
Il lavoro: portare il lavoro e la natura dalla stessa parte. Non è cosa facile, è l'impegno e la prassi della conversione ecologica dell'economia. ne parliamo da decenni e da decenni ci scontriamo con i lavoratori e non è una teoria da proferire in un dibattito per poi lasciare tutto come prima. Non è nemmeno ridurre la rottura a solo azioni personali: non mangio carne e se tutti lo fanno... non prendo la macchina e se tutti lo fanno, ecc... È un processo che si scontra con il tempo e si scontra soprattutto con il lavoro e i lavoratori. Lo stesso vale se chiedi di ridurre il cemento, il petrolio, il pesticida, la plastica.  Insorgono lavoratori, padroni e politica.
Molti soggetti si candidano a protagonisti nella scena della trattativa con i potenti: gli scienziati, le donne, gli studenti.
Il mondo del lavoro è sparito, eppure:
- Senza un mondo del lavoro cosciente in cui la posta in gioco è la vita, non c'è conversione ecologica. Se non ci si rende conto che è posto in un ruolo “privilegiato" dove può esercitare un controllo e una decisionalità, come lo può fare lo scienziato, non c'è conversione ecologica.
- Senza il lavoro, i diritti sociali e la natura dalla stessa parte, le popolazioni restano radicalmente e politicamente spaccate in due. Incapaci ad affrontare la sopravvivenza della specie.
- Senza questa rottura epocale che li rimette in gioco come soggetti attivi della conversione ecologica, i lavoratori escono dalla storia e diventano soggetti negativi dentro un immane scontro.
Andare oltre la classe e riconquistare la scena mondiale.
Il lavoro di per sé non dà dignità e oggi, per molti, è schiavitù.
Ho vissuto il tempo dell'orgoglio operaio per il proprio mestiere o del proprio ruolo sociale e so che queste erano le cose che davano dignità al lavoro. La davano a chi lo sentiva come realizzazione delle proprie mani, del proprio cervello o a chi sentiva, anche alla catena di montaggio, che stava trattando con i potenti, l'avvenire di tutti.



È cambiare tutto e riproporre in modo diverso molte questioni.
Questo ci chiede a noi, associazioni impegnate, ce lo diciamo da tempo con Mario ed altri, alcune predisposizioni a:
- rivolgere la “predicazione” e la formazione alla nuova era, oltre che ai giovani e alle scuole, al mondo del lavoro.
- tradurre la complessità degli argomenti, praticando un linguaggio che spesso è di bisogni inascoltati e oscurati dal risentimento, cercando superfici di contatto. Diamo per scontato l'incomunicabilità di due mondi e che gran parte del lavoro e della disoccupazione stia ormai nell'altra barricata, mentre si tratta di uscire noi dalla nostra barricata, che spesso si presenta antipatica, con la vanità del colto, l'invenzione dei termini e la priorità dei suoi desideri.
unire i cantieri dei lavori in corso, pervasi da autoreferenzialità.
Le Encicliche vanno oltre, ci chiedono di rielaborare i concetti e le pratiche del conflitto di classe, del femminismo, dell'unità.
Quando l'enciclica Fratelli tutti inverte l'ordine delle priorità nella triade: libertà, eguaglianza, fraternità, mettendo la fraternità al primo posto, opera una rivoluzione culturale che molti compagni e compagne liquideranno per cattolica, ma per una attenta lettura laica è la materialità del disastro della Casa Comune che lo impone.
Essere fratelli tutti, è qualcosa in più dell'eguaglianza, è coscienza che la libertà, senza fraternità, è anche individualismo è anche indifferenza, che la “malattia” del pianeta o del singolo è la tua “malattia”, che laicamente qualcuno scriveva: “l'uomo non è un’isola, è un continente... non chiederti perciò per chi suona la campana. Suona anche per te”.
Fraternità dà un senso universalistico ai contenuti alle lotte.
Non è la fine dei conflitti, e delle contraddizioni di classe o tra uomo e donna. È qualcosa di molto difficile a cui tendere nei conflitti, animandoli con l'unità di tutti. Conflitto difficile, che cerca la condivisione per affrontare la conversione ecologica.
Siamo sulla stessa barca. È un concetto che per la mia cultura era una presa in giro capitalista e lo è ancora quando chiede sacrifici ai lavoratori per la prosperità dell'azienda “bene comune”. Quando chiede al lavoratore e ai cittadini di cogestire il proprio impoverimento.
Viviamo da decenni in questo regime miserabile di “cogestione”.
Ma diverso sarebbe il senso di questo termine se fosse partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende per gestire la cura del bene comune o iniziare la loro transizione ecologica.
Penso all'acqua e alle reti idriche, all'energia, ai trasporti, ai fallimenti di queste politiche e dei disastri privati di tali aziende.
Cogestione/partecipazione/unità da conquistare, con il conflitto, con la contrattazione con lo spirito della fraternità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

domenica 29 novembre 2020

Teatro
TORNA ESCHILO*
di Daniela Marcheschi 


L’Agamennone nella traduzione del poeta Cagnone
e tavole del pittore Paladino

Nanni Cagnone - nato a Carcare, Savona, nel 1939 - è una delle maggiori personalità della nostra letteratura contemporanea. Autore di notevole originalità, è anche abile traduttore, saggista, giornalista, editore. Inoltre ha scritto di pittura ed è stato anche direttore creativo di agenzie di pubblicità e docente d’estetica. 
Ora Cagnone si ripresenta in veste di traduttore - e che traduttore -dell’Agamennone di Eschilo, in una raffinata edizione accompagnata da un suggestivo “Racconto per figure” di Mimmo Paladino. La sensibilità per il linguaggio e la capacità inventiva dell’autore ligure risaltano nell’incontro con la potenza espressiva dell’Eschilo dell’Orestea, la trilogia di cui Agamennone è la tragedia d’apertura. Agamennone racconta del figlio d’Atreo, signore d’Argo e capo degli Achei vittoriosi a Troia, che fu ucciso per congiura di Egisto e di Clitemnestra: l’uno voleva vendicare il padre Tieste, l’altra, già moglie di Agamennone, non gli perdonava il sacrificio della loro figlia Ifigenia, compiuto per aver venti favorevoli alla partenza per la guerra di Troia. 



Nanni Cagnone

Un Cagnone in stato di grazia dà così vita alla forse più bella versione moderna della tragedia eschilea, tanto più ammirevole quanto più aumentano oggi i traduttori, ma scarseggiano i poeti. Cagnone riesce a restituirne la forza visionaria, l’aura mitica e gravida di oscure minacce in una lingua ricca di felici invenzioni lessicali, che sa impennarsi e solidificarsi in un «ritmo imperterrito, senza ostentazione», come si legge nell’introduzione di Cagnone. È un ritmo di sapore arcaico e moderno insieme. Bastino i versi del primo stasimo: «O Zéus sovrano e aiutante Notte, / acquisto di grandi ornamenti, / tu che sui baluardi di Troia / gettasti la rete che ben ricopre» (vv. 356-361). Oppure le parole di Agamennone, lieto di far ritorno a casa dove è accolto da una Clitennestra dissimulatrice: «Sì, rari gli uomini / in cui innato un rispetto senz’invidia / per l’amico che ha fortuna, poiché / seduto presso il cuore, l’astioso veleno / raddoppia il peso a chi ha contratto il male: / è gravato colui delle sue pene / e riguardando l’estranea floridezza geme. / Per esperienza, ben conoscendo lo specchio / della società, potrei dire simulacri d’ombra / quei che credevo assai devoti» (vv. 833-840). 
 
 
La copertina del volume


Eschilo
Agamemnon.
Cura e traduzione di Nanni Cagnone
Tavole di Mimmo Paladino.
Edizioni Galleria Mazzoli, Modena
Pagg. 180 - € 50,00

Per richieste:
Galleria Mazzoli Tel. 059 - 243455 
info@galleriamazzoli.com 

[*Il Sole 24Ore - 30-1-2011]
 

INTORNO A FUGHE
di Maria Jatosti

Maria Jatosti
 
Una lettera recensione al libro di Abati
 
Caro Velio,
in questo diffuso stato di attonita sospensione, in questo tempo strano sfuggente e insieme plumbeo, che tarpa il respiro toglie l’aria ai pensieri e ti cunnola in una torpida parodia di normalità poco più che animale, tra un inabissamento e una forzosa riemersione, mi dispongo finalmente a scriverti queste due righe spero non troppo stralunate.
Prima di tutto grazie. Ho dovuto/voluto aspettare un po’ per leggere il tuo libro. Ero sprofondata nella fascinazione di una grande storia raccontata in prima persona da una sorta di matto di paese, che matto non è per nulla, e il paese essendo un luogo che conosco e che mi è caro, bellissimo antico e arioso, prodigo di artisti e di poeti e soprattutto di amori e di amici dell’anima, di mattìe belle di quelle che ti riportano alla felicità della vita. Un bel lavoro, un grande libro che mi ha immerso prepotentemente, con la forza di un’affabulazione allucinata ma trasparente, nel grande racconto della nostra storia di noi tutti di questa parte di mondo e di questa umanità così malconciata e derelitta che l’avidità di ingordi dominatori satrapi e sciacalli e il servilismo di biechi accattoni e loschi gazzettieri ha deprivato perfino dell’urlo della disperazione. Un’esperienza dello spirito densa, felice, stimolante e benedetta nel panorama di questi giorni oscuri e limacciosi.
Terminata la corposa lettura del “fiommista” Liborio* senza soluzione di continuità temporale e emotiva mi sono ritrovata in un altro incantamento, braccia nude, occhi e sensi spalancati a nuotare nelle acque mosse e rigeneratrici del tuo mare gonfio di ragionamenti riflessioni riferimenti dissertazioni filosofiche allusioni scotimenti chiamate alle armi propedeutici esami di coscienza, pungenti memorie di eroiche e sperperate stagioni di vita e di lotte, vittorie e batoste cocenti, epifanie e catastrofi bellezze e orrori di una storia pubblica e privata. È stato bellissimo. E dunque grazie caro Velio. Per la condivisione lucida e appassionata per la perfetta adesione allo spirito e spesso alla lettera che ho provato leggendoti. Ci sono momenti, passaggi, intere pagine in queste tue Fughe, che io, comunista senza classe e senza partito, con un po’ di spavalderia, una punta di egoismo e molto narcisismo, ostinatamente ancora “in cerca di nuovi compagni contemporaneamente resistendo […] all’entropia degli abbandoni di quanti della nostra parte abbiamo incontrato” - vedi in particolare là dove evochi la storia, la vita del partito, il fervore giovanile, le domande, le delusioni, le prese d’atto - ho sottolineato e sottoscritto con effusa commozione, complice probabilmente una strabordante emotività senile. Di tutto questo e altro ti dico grazie. L’altro è dove irrompono luminosi squarci di una nomenclatura cara e dolce e antica e spuntano struggenti malinconie di volti, presenze, personaggi, ritratti - bellissimo quello di Ruth - amori, primavere, ragazze meteore, sogni… E dove, caoticamente assemblati come in un quadro di Mirò, vagano immagini o singoli oggetti di memoria: un albero (era un noce o un leccio?) una casa di campagna un ragazzino gentile un salone una tavola imbandita il canto di una cincia lo starnazzare di un pollaio sul retro gli attrezzi della terra nella rimessa di babbo V.  il suono di una fisarmonica una canzone: Tutti ti dicon Mà… La nostra Maremma, la bicicletta di Maria Pia al mare dell’Uccellina, l’apparizione di un cervo sulla strada sterrata, il giardino intelligente dell’Alberese, la casa di Biancamaria Frabotta, e poi quella città, quella scuola, quelle strade, quella miniera, quelle chiacchierate, quei silenzi, quelle confidenze turbate, quei sorrisi, quelle complicità... Il sapore dolce dell’amicizia…
Grazie Velio.
[Roma, 26 novembre 2020, Anno I della Nuova Peste]
  
*Remo Rapino, Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio
Minimum fax, 2020.

FRESCHI DI STAMPA

“È il suo libro migliore”.
Fulvio Papi

 

Gabriele Scaramuzza
Passaggi
Passioni, Persone, Poesia
Mimesis Edizioni 2020
Pagg. 158 € 14,00

 
Mario Rondi
Il canto del Luì
Fermenti Editrice 2020
Pagg. 218 € 19,50
 
 


Jordi Maíz 
Né zar né sultani
Anarchici e rivoluzionari del Caucaso
Ediz. Zero in Condotta 2020
Pagg. 128 € 10,00
 

 

I CORTI


Visioni dal lockdown, antologia dei “corti” di Chiara Pasetti e Mario Molinari. Con le canzoni di Achille Lauro.
 
L’antologia “Visioni dal lockdown” è una prova di sintesi di un video racconto, costituito da diciotto cortometraggi musicali, iniziato tra il sette e l’otto marzo, poco prima del discorso del Presidente del Consiglio e dell’inizio del lockdown per contenere l’emergenza sanitaria.
Achille Lauro ha aderito al progetto concedendo l’utilizzo delle sue canzoni.
Il primo corto, dal titolo “Io resto a casa, non me ne frego”, è composto da interventi di studenti di scuola media e superiore.
Subito dopo averlo pubblicato su youtube ne abbiamo realizzato un secondo in cui abbiamo domandato ai ragazzi di mostrare cosa stessero facendo a casa: un modo per coinvolgerli nuovamente ma anche per far notare che una situazione di privazione delle nostre libertà in nome della salute pubblica può diventare un’occasione per coltivare passioni e interessi.
“Io resto a casa, ma non mi fermo”, con gli studenti che si filmano mentre cucinano, fanno ginnastica, dipingono, imparano a fare il bucato e molto altro, è il secondo corto pubblicato.
 
Non ci siamo più fermati.

Abbiamo realizzato diciotto video, uno alla settimana, dall’11 marzo all’11 luglio (giorno in cui Lauro ha compiuto trent’anni); li abbiamo diffusi su youtube dal canale indipendente “Ninin” con un articolo di accompagnamento su “La Nuova Savona”, quotidiano on line diretto dallo stesso Molinari. Il Comune di Finale Ligure ha creato una playlist di tutti i video sul sito “Turismo e Cultura”.
Alla fine del lockdown, a maggio il progetto ha mutato il titolo principale “Io resto a casa” in “Aspettando”.
Abbiamo trattato molti temi, che si sono intrecciati con ricorrenze nazionali quali la Festa della Liberazione (“Senza cognomi”, con la splendida Dio ricordati), la Festa della Mamma (in cui la struggente Penelope e i filmati scelti raccontano un tema universale, l’amore incondizionato), la Festa dei Lavoratori (“Come cambierà”), la Festa della Repubblica (è il solo corto il cui titolo non è tratto da versi di Lauro bensì dalla profetica Povera Patria di Franco Battiato).
Il corto intitolato “Senza scritti”, che vede la partecipazione di quattro maturandi novaresi, è dedicato all’esame di maturità 2020; termina sulle note di Dance All Nite di Luisa “Lu” Colombo, nota per Maracaibo. E ancora, si trova nel progetto un corto sulle difficoltà connesse all’emergenza del mondo della cultura, dello spettacolo e della musica, altri sui sentimenti del coraggio e della paura, della solitudine, e sull’antitesi normalità/diversità.
Il video numero diciassette, “È una giungla”, costituisce un unicum: di durata doppia rispetto agli altri, è dedicato al binomio giornalismo e democrazia e vede gli interventi di alcuni giornalisti italiani che testimoniano quanto sia importante, specie in questo momento, fare “buona informazione”. Tra i tanti contributi anche quello di Francesca Nava, inserito nell’antologia.
Ogni video, in cui spesso compaiono paesaggi liguri e in particolare della provincia di Genova e di Savona, ha potuto contare sulla collaborazione di amici e professionisti che hanno interpretato brani in prosa e in poesia di Giacomo Leopardi, Salvatore Quasimodo, Antonia Pozzi, Alda Merini, Gustave Flaubert, Camille Claudel, Octave Mirbeau e altri grandi autori (talvolta tradotti per la prima volta in lingua italiana).
Da tutto questo lavoro, che ci ha accompagnato durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria attraversando molteplici emozioni, abbiamo estratto l’antologia “Visioni dal lockdown”.
Un filmato, con la colonna sonora di Achille Lauro, che vede la partecipazione di studenti di scuola media e superiore di Genova, Novara, Finale Ligure e Borgio Verezzi; brani in prosa e in poesia interpretati da Lisa Galantini, Massimo Rigo, Federico Vanni, Mario Molinari; un saluto del partigiano Argante Bocchio, “Comandante Massimo”; un intervento di Francesca Nava; un monologo di e con Matteo Bonvicino; frammenti di film.
Dal mese di settembre 2020 il video progetto è ricominciato con il titolo di Aspetto la fine”. Realizzeremo un corto al mese fino a giugno 2021; stanno aderendo diversi Istituti superiori italiani, tra cui ACOF Olga Fiorini di Bergamo e Liceo G. Palizzi di Lanciano.
Ci auguriamo che questo nostro lavoro possa aiutare gli studenti e tutti noi a sentirci meno soli nel drammatico momento che stiamo vivendo.
Siamo profondamente grati a Lauro De Marinis, nome all’anagrafe di Achille Lauro, per aver aderito dall’inizio al video progetto con fiducia e generosità, rinnovando la sua adesione anche per questa seconda fase appena iniziata.
Ringraziamo tutti gli studenti, i docenti, i professionisti e gli amici che hanno partecipato e partecipano con entusiasmo e sensibilità, e il Comune di Finale Ligure per l’aiuto nella diffusione dei video. E infine ringraziamo sentitamente gli amici e i soci dell’Associazione culturale “Le Rêve et la vie” per il costante incoraggiamento e il prezioso sostegno.
 
Se non resteranno i nomi resterà una storia.
Achille Lauro
 
Cinema è quando gli occhi miei si chiudono solo a guardarmi dentro.
Carmelo Bene
 
[Chiara Pasetti e Mario Molinari] 
Produzione Associazione culturale
Le Rêve et la vie - Novara
APS Feelmare - Savona

 Nota Bene

Il 5 dicembre alle ore 21 ci sarà la prima proiezione online di Visioni dal lockdown. Sono acquistabili i biglietti previa registrazione sul sito del Teatro delle Udienze di Finale Ligure:

https://www.teatrodelleudienze.org/events/visioni-dal-lockdown-1

Il progetto è autofinanziato: chiunque acquisterà il biglietto potrà aiutarci a continuare a realizzare i video con gli studenti e l'adesione di Achille Lauro. Il filmato resterà online 24 ore, fino al 6 dicembre.

 


sabato 28 novembre 2020

RICETTA PER LA CALABRIA



SPOSTAMENTO D’ASSE
di Franco Astengo

Opera di Max Hamlet S.
 
Il pensiero umano è chiamato a fare i conti con una necessaria presa d’atto: l’infinito e progressivo itinerario della modernità sta subendo un vero e proprio spostamento d’asse. Di conseguenza sta cambiando la politica.
L’emergenza globale non sta producendo soltanto un accentuarsi delle disuguaglianze a tutti i livelli e una recrudescenza della volontà di isolamento: è rimasta spiazzata la stessa idea di progresso così come questa era stata già modificata, rispetto agli itinerari novecenteschi, nel corso della fase che avevamo definito della “globalizzazione”.
La necessità di porre la questione sanitaria al centro della ricerca scientifica e della stessa prospettiva della produzione sta spezzando la spirale della crescita tecnologica così come la si poteva pensare fino a qualche tempo fa.
Ciò avviene perché la priorità, all’interno del tema della salute pubblica, è diventata quella del vaccino. Però non è tanto la questione del vaccino in sé forse risolvibile direttamente sul piano industriale. Invece si sta transitando verso un’idea della sanità rivolta alla conservazione dell’intera specie in luogo della cura rivolta al singolo. Con la necessità di rivolgere a questo obiettivo della conservazione una grande quantità di risorse.
Un passaggio dall’individuo alla complessità del contesto sociale in una chiave di conservazione. Questo sembra essere il vero punto di cambiamento che si sta imponendo come vero obiettivo del pensiero umano.
Si sta verificando un cambio di paradigma: dall’idea del progresso lineare e infinito dentro al meccanismo del consumo, alla necessità dell’avanzarsi della prevalenza della logica della conservazione della specie.
Un’egualitaria conservazione della specie?
Una conservazione della specie che necessariamente si dovrà cercare di rivolgere verso un modello tendenzialmente egualitario. Così si restituirà un senso alla classica distinzione tra destra e sinistra.
Una diversità quella tra nuova destra e nuova sinistra che dovrà però misurarsi in un profondo mutamento di senso complessivo.
Un fatto del genere non era capitato neppure di fronte al richiamo del mutamento climatico.
Sul tema del mutamento climatico fin qui aveva avuto origine soltanto una diversa dimensione nella lotta tra gli Stati e nello stesso processo di accumulazione capitalistica. Adesso al passaggio epocale ci si sta incamminando per una via sanitaria globale e forse non siamo per niente attrezzati.

Privacy Policy