UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 15 gennaio 2018

Il vero libro esplosivo è a firma Trump
di Manlio Dinucci


Tutti parlano del libro esplosivo su Trump, con rivelazioni sensazionali di come Donald si fa il ciuffo, di come lui e la moglie dormono in camere separate, di cosa si dice alle sue spalle nei corridoi della Casa Bianca, di cosa ha fatto suo figlio maggiore che, incontrando una avvocatessa russa alla Trump Tower di New York, ha tradito la patria e sovvertito l’esito delle elezioni presidenziali.  Quasi nessuno, invece, parla di un libro dal contenuto veramente esplosivo, uscito poco prima a firma del presidente Donald Trump: «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti». È un documento periodico redatto dai poteri forti delle diverse amministrazioni, anzitutto da quelli militari.
Rispetto al precedente, pubblicato dall’amministrazione Obama nel 2015, quello dell’amministrazione Trump contiene elementi di sostanziale continuità. Basilare il concetto che, per «mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera», occorre avere «la forza e la volontà di esercitare la leadership Usa nel mondo». Lo stesso concetto espresso dall’amministrazione Obama (così come dalle precedenti): «Per garantire la sicurezza del suo popolo, l’America deve dirigere da una posizione di forza».
Rispetto al documento strategico dell’amministrazione Obama, che parlava di «aggressione russa all’Ucraina» e di «allerta per la modernizzazione militare della Cina e per la sua crescente presenza in Asia», quello dell’amministrazione Trump è molto più esplicito: «La Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità».
In tal modo gli autori del documento strategico scoprono le carte mostrando qual è la vera posta in gioco per gli Stati uniti: il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli Usa di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale.
«Cina e Russia  – sottolinea il documento strategico – vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi Usa. La Cina cerca di prendere il posto  degli Stati uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner».
Da qui una vera e propria dichiarazione di guerra: «Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza», ossia per far sì che siano tutte dominate dagli Stati uniti.
Fra «tutti gli strumenti» è compreso ovviamente quello militare, in cui gli Usa sono superiori. Come sottolineava il documento strategico dell’amministrazione Obama, «possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha eguali nella storia dell’umanità; abbiamo la Nato, la più forte alleanza del mondo».
La «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati uniti», a firma Trump, coinvolge quindi l’Italia e gli altri paesi della Nato, chiamati a rafforzare il fianco orientale contro l’«aggressione russa», e a destinare almeno  il 2% del pil alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi. L’Europa va in guerra, ma non se ne parla nei dibattiti televisivi: questo non è un tema elettorale.
A NOVANTANOVE ANNI DALL’ASSASSINIO DI ROSA LUXEMBURG:
SOCIALISMO O BARBARIE
di Franco Astengo


Un ricordo necessario da rinnovare ogni anno  per la memoria del movimento operaio e comunista.

Tra il 15 e il 16 gennaio 1919 i corpi speciali del ministro dell’interno tedesco, il socialdemocratico Noske, repressero nel sangue la rivolta spartachista di Berlino e assassinarono i due principali esponenti del Partito Comunista Tedesco: Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. A novantanove anni di distanza da quel tragico episodio, che segnò un punto fondamentale nella storia del movimento operaio occidentale, il pensiero di Rosa Luxemburg, al quale dedichiamo questo intervento sicuramente incompleto, rimane uno dei punti di studio fondamentali per comprendere il pensiero “critico” del comunismo dell’epoca delle rivoluzioni e dei grandi partiti di massa. Si trattò di un vero e proprio “momento di rottura”.
Rosa Luxemburg prese politicamente coscienza all’interno della socialdemocrazia tedesca, ma presto si pose in una posizione critica con quel  “revisionismo”, che è stata storicamente proiettato sulla figura di Bernstein. In quel momento  Rosa Luxemburg si collocò in una posizione comune con Kautsky, al riguardo del quale però condivideva solo formalmente la concezione della dialettica tra riforme e rivoluzione.
Dall’analisi dell’esito della rivoluzione russa del 1905 Rosa Luxemburg trasse più ampie conseguenze per la ridefinizione del processo rivoluzionario nell’Europa Occidentale.
Ma la svolta maggiormente decisiva nel rapporto tra Rosa Luxemburg e la socialdemocrazia tedesca (cui essa guardava comunque, come del resto lo stesso Lenin, con ammirazione in quanto forza teorico – organizzativa di fondamentale importanza per il proletariato internazionale) fu determinata dalla posizione assunta dell’SPD nel decisivo frangente dello scoppio della prima guerra mondiale, con la pronta conversione del partito, nonostante tutte le dichiarazioni d’impegno contro la guerra fatte sul piano internazionale, a una politica imperialistica di tregua parlamentare. Rosa Luxemburg espresse, con grande amarezza, tutta la propria disillusione allorquando la maggioranza del gruppo parlamentare votò il 4 agosto 1914 la concessione dei crediti di guerra al governo del Kaiser.


E’ la guerra che dimostra il fallimento della socialdemocrazia su un punto di principio sino ad allora considerato inviolabile: l’internazionalismo proletario.
Forse, proprio in quel momento apparve finalmente chiaro a Rosa Luxemburg che quel partito, tanto rapidamente sottrattosi ai propri solenni impegni nei confronti della classe operaia degli altri paesi e integratosi in quel sistema imperialistico di relazioni interstatali, sino all’ultimo combattuto al prezzo di numerose vittime, non sarà del pari in grado di condurre all’interno della propria società una lotta conseguente per la trasformazione rivoluzionaria.
Chi è venuto meno agli impegni internazionali, ha insieme perduto l’intima forza per far fronte agli impegni nazionali. A quel punto l’attività politica di Rosa Luxemburg si concentrò nell’opposizione alla guerra, poiché riteneva che qualunque esito militare si verificasse essa rappresentava comunque la maggiore sconfitta concepibile per il proletariato europeo.
Muovendo da queste considerazioni Rosa Luxemburg si adoperò allora per sviluppare alternative organizzative alla socialdemocrazia, venuta meno ai suoi compiti essenziali.
Si dovevano dunque riunire e mobilitare tutte le forze in grado di spezzare l’accecamento nazionalistico della pretesa guerra difensiva e trasformarla in una guerra di classe.
Rosa Luxemburg era ben consapevole che, con la fine della guerra, una crisi nazionale globale avrebbe sconvolto le istituzioni politiche e l’egemonia borghese, cosicché, al momento decisivo, sarebbe stato di fondamentale importanza contrapporre alla corrotta socialdemocrazia un’alternativa organizzativa per la presa del potere. Più d’ogni altro, Rosa Luxemburg è apparsa cosciente della violenta frattura storica rappresentata dalla prima guerra mondiale. Essa considerava la rivoluzione non come una concezione meramente programmatica nell’interesse dell’emancipazione di una singola classe, ma come necessità esistenziale per l’autoconservazione dell’umanità.


Il termine Menschheit (Umanità) sempre ricorrente nei suoi discorsi non rappresentava una pura metafora, ma l’essenza di ciò che le appariva storicamente inalienabile e cercò di dimostrarlo anche nel testo del discorso pronunciato al congresso di fondazione del KPD nel dicembre del 1918. Nella rivoluzione tedesca del novembre 1918 le apparve evidente che nulla di decisivo era stato modificato nei rapporti di classe esistenti. I rappresentanti di quella rivoluzione erano così intimamente compromessi con il corrotto sistema dominante e con le sopravvissute forze politico – militari, che la strada del parlamentarismo, imboccata dall’Assemblea nazionale, doveva necessariamente condurre alla conservazione di quello status quo da cui i vecchi poteri sarebbero riusciti alla fine vittoriosi. Ben presto Rosa Luxemburg comprese che il governo Ebert – Scheidemann sarebbe stato in grado di agire solo finché alla classe dominante fosse occorsa una pausa per rigenerarsi completamente.
Risoluta fautrice di una democrazia di base che avesse nei consigli degli operai e dei soldati il fondamento essenziale della sua forma politico – organizzativa Rosa Luxemburg ha combattuto sin dal principio contro ogni forma di mero socialismo di governo.
In questo punto cruciale si delinea un altro elemento di frattura e cioè quello relativo a uno specifico rapporto con la rivoluzione d’Ottobre, che può essere definito come di “solidarietà critica”. Rosa Luxemburg non si lasciò condizionare dall’esigenza di dimostrare ad ogni costo la propria solidarietà alla rivoluzione d’Ottobre. Prima di tanti altri, essa aveva individuato nella concezione leniniana del partito e in altri punti ancora, taluni tratti che preannunciavano le possibili involuzioni della società sovietica e che minacciavano gli elementi fondativi di una democrazia socialista. Da questo elemento prese le mosse la sua ricerca insieme di rottura con la socialdemocrazia e di modello diverso da quello bolscevico.
Non è semplice collocare teoricamente questo tipo di ricerca.


Rosa Luxemburg è stata certamente una fautrice della democrazia consiliare: con un’idea del tutto diversa dell’organizzazione da quella, ad esempio, espressa da Pannekoek. La sua concezione della dialettica materialista, completamente determinata da processi storici, non presentò mai aspetti di mentalità naturalistica. Rosa Luxemburg indicò con grande chiarezza l’alternativa sempre presente in ogni congiuntura storica: o socialismo o barbarie.
Proprio questa capacità di presentare, sempre e comunque, di indicare quell’alternativa, rivolta alla vivificazione della dialettica, rese il pensiero di Rosa Luxemburg una forma di eresia particolare nella storia del movimento operaio. Il rapporto con le masse rappresentò un elemento essenziale nella teoria politica di Rosa Luxemburg e proprio questo elemento le impedì di poter accettare il rigido partito di quadri, chiuso in una ferrea disciplina cospirativa, come alternativa al partito socialdemocratico, divenuto intanto una mera unione elettorale. In Rosa Luxemburg però non si rintraccia un’alternativa astratta tra spontaneità e organizzazione: tutto dipende dalle mediazioni storiche concrete. A dimostrazione di ciò sta il suo concetto specifico di organizzazione. 


L’organizzazione deve intervenire strutturando e, in un certo senso, anticipando e illustrando, attraverso le esperienze e le forme di lotta dei proletari, i loro momenti rivoluzionari nella prospettiva dell’obiettivo finale. Nella sua concezione dell’organizzazione della lotta di classe, Rosa Luxemburg intuì che spontaneità e organizzazione non stanno tra loro in un rapporto esteriore, bensì contengono una loro dialettica immanente. Se si cerca di isolare da una parte la spontaneità e dall’altra l’organizzazione o di stabilire tra esse una piatta identità esse possono trasformarsi, nel loro movimento storico, nell’esatto contrario. Se l’organizzazione proletaria si stacca dalle masse quasi necessariamente dà adito ad azioni spontanee che possono rivolgersi anche contro di essa; se la spontaneità si stacca dalla forza organizzativa della classe operaia, ricade nel feticismo organizzativo di gruppi settari o nel meccanicismo degli atteggiamenti di protesta, che divampano e subito si spengono, di gruppi che non sono disposti e capaci di accollarsi è gli sforzi di un lavoro teorico di lunga durata, né gli sforzi di un lavoro pratico – organizzativo.



IL CANE DI GIACOMETTI
Gabriele Scaramuzza conversa col poeta Stefano Raimondi

Stefano Raimondi

G. Scaramuzza- Quando mi hai segnalato l’uscita di Il cane di Giacometti, e dopo averne letto la prima parte, ti ho scritto (il mio messaggio è però andato perduto, al solito) che sono “molto belle” le tue poesie, proprio così. Ma poi mi sono chiesto cosa intendessi dire, non era un generico complimento. Ora provo a motivarmi. La città innanzitutto, le tue sono poesie cittadine, e in esse regna un senso di abbandono, di attrazione e di disadattamento che condivido. Certo, la tua non è la Milano dell’immediato dopoguerra che ho conosciuto: sui marciapiedi i bambini potevano giocare, disegnare piste su cui gareggiare coi “tollini” (fino a farsi sanguinare le dita), gli spazi verdi in essi (non ancora ridotti a posteggi), in cui giovani donne ci raccontavano storie, e gli alberi non ancora stenti. I giochi tra gli orti e le siepi di sambuco (dei cui rami facevamo spade per duellare, angoli nascosti in cui conoscersi, ortaggi acquistati da chi li coltivava); gli angoli di rifiuti in cui dominavano il carburo, lucertole e le libellule (quanta crudeltà, la nostra, verso questi animali); le macerie, i metalli arrugginiti, talvolta carogne di animali. Le strade non erano invase dalle macchine e ci si poteva correre, schettinare, giocare; fino agli anni Cinquanta si usavano i tombini come porte in cui infilare (coi piedi beninteso: mimesi di una partitella di calcio) piccoli sassi trovati a caso.
Già, i bambini, e i tombini ricorrono anche nelle tue poesia, e hanno fatto emergere scorci, motivi, atmosfere che sono stati anche miei. La tua città è anche la mia, Milano; diversa nel tempo, certo; ma anche simile. Oggi non sono bambini a giocare nella città, né orti, né svaghi all’aperto; ma solo estraneità, gente chiusa in se stessa, per lo più in dialogo al cellulare, che distoglie ogni attenzione all’altro, e al paesaggio.
È dunque la presenza di sapori in cui mi riconosco che ha motivato la mia prima impressione. Anche se da subito non mi è sfuggito lo spessore “artistico” del tuo lavoro: la scelta di uno stile, di un lessico; ne riparleremo. Vuoi aggiungere tu qualcosa sulla tua Milano, che pur sempre mi commuove ? 

Stefano Raimondi - Sì hai ragione Milano (più che una città qualsiasi) è per me un corpo presente e una pratica di memoria, che si riattiva ad ogni passo, ad ogni svolta, in ogni atmosfera. Sin dalla mia prima raccolta La città dell’orto del 2002, Milano si è radicata in me più come un epifenomeno esistenzialmente narrante, che non un semplice luogo abitativo. La città addirittura, in quella raccolta, è divenuta, addirittura, il corpo del padre, la sua memoria, la sua vita raccontata a me fin da bambino. E quei racconti sono gli stessi che citi tu, quella città portata a parole da lui, è la stessa che tu hai percorso, giocato, sofferto. La guerra, la fame, i bombardamenti, i rifugi. Da lì parte la mia storia e da lì la sento continuare: dal basso. Sarà forse per questo che i tombini sono diventati per me un “posto” oscuro e, nello stesso tempo immaginifico, dove trovare scampo; dove trovare la sparizione. La città è il luogo dei mutamenti, delle trasformazioni e, mai come Milano, ne è la prova effettiva, fattiva. È la strada della folla, dell’indistinto, del flâneur. Ma è anche la città delle improvvisazioni, degli sguardi, degli amori sconosciuti che si risolvono in uno sfioramento tra un abbandono continuo e l’altro. La città è libertà d’essere e di finire e Milano, nella sua circolarità porta vanti ma anche indietro. La poesia qui accade agli incroci, sotto i semafori, sulle panchine: sono i luoghi-nicchie dove sentire la grazia di un ascolto particolare e fuori dal comune. Sì perché la poesia dice questo inaudito che sottostà alle cose, alle situazioni, alle vicende da vivere, da trasformare in precipitati d’esperienza. Da quella raccolta in poi la città è diventata il mio set, dove “girare” le mie poesie urbane. Il cane di Giacometti, però ne narra un’altra: è la città dell’abbandono, del lascito, del resto rimasto per riprendere, per continuare a vivere. Amo la mia città da sempre. Pensa che fino ad ora non ho mai neppure cambiato via. Da cinquantatré anni abito sempre nello stesso quartiere e qui intorno, è stato il mondo a cambiare. Vedo e osservo la sua trasformazione ogni giorno e da sempre. Dove prima c’erano degli orti è poi arrivata la scuola (la mia e ora di mio figlio), dove c’erano le fabbriche, ora ci sono prestigiosi e splendenti musei (Fondazione Prada) che non riescono però a cancellare del tutto, la traccia del territorio che li sostiene. Ancora respiro la “via buia”, malfamata dove il traffico dei camion, che caricavano e scaricavano merci, popolava queste periferie di vuoti e prostitute, di avventure e disperazioni. Qui, da bambini, scovavamo l’oscuro che ci faceva paura e ci faceva crescere. Ma ancora mi appartengono queste vie, questa città che non smette un istante di parlarmi e narrarmi storie bellissime e tremende.


GS - la prima cosa che attrae è naturalmente titolo: perché chiamare in causa proprio Giacometti? Il cane, già; ma anche qualcosa che appartiene alla sua figura di artista. Qualcosa dice già il risvolto di copertina, ma qualcosa resta da dire: qual è il tuo rapporto con Giacometti? 

SR - Alberto Giacometti è sempre stato l’artista che mi ha coinvolto di più, sia emotivamente che artisticamente. La sua trafittura materica è come fosse un “istante” tra il prima e il poi eterno di ogni cosa. Le sue sculture sembrano rimanere in bilico tra un balbettio e un rantolo: esse presenziano il mondo come fossero nate un attimo prima della nascita stessa o restare eterne un attimo dopo la loro fine. Fendono il tempo e le esistenze; sono un gesto intenzionale carico di potenza e di vuoto. Dicono la sottigliezza della lama e la leggerezza della carezza, proprio come percepisco l’azione della poesia in me. Un dualismo che tiene in piedi un equilibrio instabile e franco. Il Cane poi è un’opera che Giacometti racconta così a Jean Genet, in visita nel suo atelier: “Da principio scelto come segno di miseria e solitudine, il cane mi pare disegnato adesso come spettro armonico, la linea della schiena che risponde alla linea delle zampe, spettro che sa essere l’esaltazione suprema della solitudine”. È proprio la solitudine che ha fatto di quella scultura un mondo parlante. E la mia raccolta s’innesca esattamente da quella solitudine. Il tema dell’abbandono è il fulcro centrale di questa raccolta, che appartiene alla trilogia appunto detta “dell’abbandono”, che si completerà (dopo il primo titolo uscito nel 2013 Per restare fedeli) con L’Atalante che sarà il prossimo e conclusivo tassello. Alberto Giacometti, dunque, pur non comparendo mai come personaggio o riferimento nel testo (ma appunto solo nel titolo) è comunque un nume tutelare nella mia scrittura e soprattutto qui. Il suo “fare” pastoso e lieve, il suo perdurare nel rischio della sparizione, il suo lavorio lento e mai definitivo, hanno per me qualcosa di familiare nella costruzione dei miei poemi.


GS - Chiamiamo poesie quelle che hai scritto, ti senti a pieno titolo poeta. Alterni tuttavia brevi prose a versi. Il termine poesie accomuna entrambi? Quali le differenze tra di essi? Perché questa scelta? 

SR - Vorrei risponderti come rispose Giorgio Caproni ad un intervistatore: “Non sono un poeta, sono uno scrittore che scrive in versi”, ma non vorrei peccare di presunzione. La poesia è un genere letterario che pratico per respiro e passione; ha sempre avuto a che fare con me fin da quando ho capito che le parole – che rotolano da molto lontano e ci appartengono per somiglianza – hanno per me lo spessore della profondità e la sfrontatezza dell’azzardo. Ho anche capito che prendersi cura delle parole è prendersi cura di noi e questo già è un grande successo.  Alterno sempre brevi poesie in prosa a versi veri e propri, partendo dal presupposto che è ciò che si deve dire a dare/esporre la forma del come metterle alla luce. Lavorando nella maggior parte dei casi con forme poematiche, la storia per me è determinante. A volte mi bastano poche parole, lasciate sospese tra il loro andare accapo, altre volte ho bisogno di più spazio per dire ciò che giunge, ciò che riaffiora. Non c’è una differenza sostanziale ma solamente grafica formale. Le piccole prose hanno lo stesso ritmo dei versi ma rimandano ad un epos differente.




GS - Un’impressione generale da subito mi ha colto, temo sia solo mia, fuori luogo. Tant’è: è un dato di fatto e te ne devo parlare.  L’atmosfera generale del mio primo incontro con queste tue poesie mi ha richiamato un verso di Rückert musicato da Mahler: “Ed ora il sole vuole ancora sorgere / Come se una disgrazia nella notte / Non fosse accaduta”. È la prima cosa che mi è venuta in mente leggendoti: lo stupore che tutto nel mondo riprenda il suo corso, continui come prima, malgrado le tragedie che ci assillano da più parti; mi sembra una delle note emergenti nei tuoi versi. Sbaglio?

SR - Ti ringrazio Gabriele per questa nota acuta e pertinente, ma soprattutto vera. Penso che il tragico che ci abita sin dalla notte dei tempi sia un avviso, sia un modo per porci sempre in allerta di fronte all’esperienza che la vita ci regala quotidianamente. Ma tutto è leggibile diversamente e tutto non è mai presumibile. La paura è il sentimento che conosco meglio e questo mi pone sempre in uno stato d’emergenza, che mi fa preparare: mi fa essere pronto (anche se so che non lo si è mai totalmente). Ma essere pronti significa conoscersi e darsi pace, significa accettarsi e riconoscere come doni anche le nostre fragilità e le nostre sconfitte. Le vittorie sono gli obiettivi che ci attirano e da lì noi iniziamo per inoltrarci nelle avventure. Ma la fine di tutte le storie non le conosceremo mai: le possiamo solo desiderare e desiderare è sperare che tutto collimi con il nostro esserci pienamente o come disse Marco Aurelio, avverare a capire che “il nostro dovere è essere felici”. Non è poco questo! Ripartire dunque è per me riprendere a desiderare ed essere felice. È per questo che penso che gli abbandoni non sono mai solo degli abbandoni, ma momenti che “lasciano uno spazio nuovo”; istanti dai quali riprendere o riprendersi daccapo. Nelle parole c’è sempre nascosta un’altra parola e in abbandono c’è, nondimeno, dono.

GS - La poesia come dialogo più che solo espressione di sé: dialogo con sé nella misura in cui riprendi te stesso, dialogo con altri quando ti confronti, citandole, con parole altrui, con film eccellenti. Ma anche quando chiami anche indirettamente in causa i poeti che più ami, le opere d’arte che più ti hanno preso. Bello, molto sereniano trovo, il citare parole o situazioni altrui (questo lo evinco anche dalle note finali che sono andata a leggermi anticipatamente). Si può dire? 

SR - Certo! Noi siamo gli ultimi a parlare e mai i primi! Siamo il risultato di un passato immediatamente rasente alle nostre spalle e da qui incominciamo ad “essere” futuro. Amo ringraziare e la parola che salvo sempre è proprio “grazie”. Ringraziare è un gesto che si fa sempre per ultimo, dopo un incontro, dopo uno scambio, dopo un dono. E la poesia è una stratificazione che soggiace sotto i nostri piedi e ci sostiene ovunque noi siamo, ovunque noi tentiamo di andare. Dunque citare o dialogare con chi prima di me/noi ha creato qualcosa di fondante – che resta – mi sembra importante ringraziarlo, riportandolo alla luce, facendolo intra-vedere nuovamente e daccapo.
Molti sono stati i poeti Maestri e molti sono i poeti complici del mio andare. E in questa viandanza, i dialoghi si sono instaurati nella lentezza, nel dolore, nella furibonda gestione degli immediati dintorni vissuti con gioia e timore.



GS -  Si leggono con piacere le tue poesie, con un piacere non immediato tuttavia, ma ritrovato sul limite di una impegnata riflessione. Bisogna scorrerle lentamente, centellinarle una per una e questo prende tempo, un tempo buono che ritma le ore. Come si verifica con Sereni e con altri nostri poeti, nulla è agevole, spontaneo; tutto dà da pensare e ripensare. È una poesia non facile, ma meditata, la tua; non si devono leggere troppe poesie insieme, se no ci si perde, e si perde il sapore delle parole che hai scritto.  Il lavoro della lettura ha come premio la soddisfazione di una meditazione saporosa. Dà da pensare come sempre la tua poesia. E ci vuole distensione, se no tutto va perduto nel consumo.
Giusto? 

SR - Bellissima l’immagine: “meditazione saporosa”. Penso che davvero sia questo il modo   giusto di affrontare la lettura di una poesia, meditare saporosamente, perché è proprio così che le parole poetiche cercano di farsi trovare: meditandole, gustandole. Certo, non sempre si lasciano trovare, ma la soddisfazione del commensale è direttamente proporzionale alla sua resistenza, alla sua adesione al testo, al tempo che concede all’incontro con le parole. Inoltre sono convinto che la facilità di una poesia o la sua difficoltà non sia da imputare al 100%, unicamente al testo, ma in buona parte all’attenzione innescata dal lettore. Una poesia alza sempre l’asticella al senso ed è per questo che richiede un impegno non da poco. È un incontro, la lettura di un testo poetico e un incontro, come un dialogo del resto, è sempre tra due individui/persone che si mettono nella disponibilità di vedere, ascoltare l’Altro. La comprensione è la conseguenza di un’intesa e questa non si raggiunge nella disattenzione.
La poesia è sorella della filosofia e questa sorellanza passa proprio dal pensiero che le parole innescano una volta incontrate. Le parole della poesia sono parole concesse al pensare, sono parole messe sempre in stato di pensiero. Esse fanno pensare, mettendoti quasi in uno stato di “preoccupazione”. Ad esse si arriva per ascolto e non altro.



GS - Fai molto riflettere dunque. In particolare, nel mio caso, sul mio non esser poeta, un non poeta tuttavia incantato dalla poesia. Che cosa contraddistingue a tuo parere un poeta? La mancanza dell’arduo, da conquistare con lento esercizio, “mestiere di poeta”? Un tenersi più a livello di significati che di significanti? Le due cose si mescolano inevitabilmente, lo sappiamo; ma conta l’intenzione predominante. Non c’è da squalificarsi per questo, ma può suscitare qualche sospetto verso se stessi in quanto “scrittori”, veri o (come per lo più avviene) solo presunti.  Ti pongo una domanda difficile, lo so; ma mi incuriosisce. Rispondi solo se ti riesce agevole. Ma qui devo smettere, l’intervista è già così (senza le tue risposte) troppo lunga. Grazie comunque di averla accettata.

SR - Un poeta non si contraddistingue per ciò che fa ma piuttosto per “come” lo fa. La poesia è una questione di lingua e di linguaggio e questo non bisogna mai dimenticarlo. Non c’è poesia senza una capacità da parte di chi la scrive, di “governare” la lingua con la quale crea, fonde, attende. La poesia non è il poetico!




martedì 9 gennaio 2018

Una memorabile visita a Venezia...
Il buon samaritano che si nasconde in noi
di Alessandra Bianca L'Abate

Alessandra a destra nella foto

Questa mattina non capivo chi fosse la signora americana che ha mandato una donazione a Maher, India. Non avevo avuto il tempo di leggere la lettera allegata e non  comprendevo perché Maher me ne rendesse merito. Cintya dall'America, ha risposto dicendomi che questa donazione proveniva dalla signora che avevamo trovato sul traghetto a Venezia il 28 Ottobre e che modificò il corso degli eventi. Avevamo poche ore per fare una visita con Sister Lucy (fondatrice di Maher, India) fra una conferenza e l'altra. Americana, anziana, invalida, barcollava camminando con un bastone e doveva trascinate due enormi valigie. Per una distrazione aveva perduto la sua famiglia salendo sul traghetto sbagliato.
Erano appena arrivati nella città sognata da lontano e l'accoglienza per lei è stata tragica.
Non sapeva il nome dell'albergo, non aveva soldi, non aveva uno smartphone ma solo un vecchio cellulare senza credito. Aveva una carta di credito, sapeva a mala pena la data di partenza da Venezia ma non aveva i biglietti. Il fratello, che aveva seguito l'organizzazione del viaggio, aveva lasciato il cellulare in albergo e la cognata ne aveva uno rotto. Nessuno di loro utilizzava email o comunque lei non usandolo, non sapeva le loro email. Non c'erano parenti in America raggiungibili che potessero fare da tramite fra loro. Scendendo dal traghetto, come noi, al ponte di Rialto, implorava aiuto a qualcuno che parlasse inglese. Ho preso le sue valigie dal traghetto e mi sono soffermata al molo del Ponte di Rialto perdendo gli altri del mio gruppo. Cintya, una americana del nostro gruppo che si è accorta del mio cambio programma  è tornata indietro per capire cosa stesse succedendo. Nel frattempo Will, Sister Lucy e Shirley erano saliti sul ponte di Rialto senza capire perché noi due non li raggiungevano. La signora era disperata. Era per me urgente e prioritario divenire strumento per migliorare il suo umore e lasciare gli altri. Pareva matta ma darle fiducia e ascolto è stata una occasione per mettere in pratica l'esempio di Sister Lucy. Avevo pochissimo tempo ed un treno prenotato per rientrare a Firenze che speravo di non perdere. La scelta vincente, suggerita da Cintya, fu che io andassi alla stazione assieme alla signora. Nel viaggio l'ho rassicurata che avremmo trovato una soluzione (ma dentro di me avevo seri dubbi di riuscirci).

Venezia, sestiere San Polo

Lei mi ha detto: Comprendi in quale miserabile condizione mi trovo?
Io le ho detto che Dio ci aveva messo alla prova con questo rebus per offrirci l'opportunità di trovarvi una soluzione. Scesa alla stazione ho chiesto immediatamente ad un artista una sedia per farla sedere facendo alzare il suo amico. Ho visto accanto un negozio con deposito bagagli e li ho consegnati pagando per lei. Il negoziante è stato pronto e gentile ribaltando la mia percezione che le anime dei Veneziani fossero tutte corrotte dalla commercializzazione della propria città. La signora Judy, vedendosi aiutata e circondata da sincere attenzioni ha ritrovato un po' di calma e le sono venuti in mente nomi che potevano assomigliare a quello dell'albergo.
In internet si è trovato il nome simile di un albergo a San Marco.
La commessa del negozio ha chiamato l'albergo e chiesto se c'era una prenotazione a nome del fratello della signora. La risposta è stata positiva e siamo stati tutti felici di aver risolto un rebus. Il mio treno stava per partire ma non avrei potuto lasciare la signora senza l'assicurazione del negoziante che l'avrebbe accompagnata all'albergo. La signora mi ha chiesto come poteva ringraziarmi. Io senza dirle il mio nome, le ho dato un volantino di Maher dicendole che il miglior modo sarebbe stata, una volta rientrata a casa, una donazione a questo meritevole progetto. E lei lo ha fatto. Ero adolescente quando, in un training organizzato da mio padre il formatore parlò del Peccato di Omissione. Disse che uno dei più gravi peccati della Nonviolenza è omettere di dare soccorso a chi ne ha bisogno, omettere di agire quando si può farlo. L'esperienza di tanti anni in India mi ha poi forgiato aiutandomi a riconoscere aiuti leciti e non leciti. Mi ha aiutata a valutare se ciò che a me pareva un aiuto immediato utile potesse essere addirittura nocivo nel tempo. L'esperienza in India mi ha portato sempre più spesso a scegliere di non agire di fretta, omettere di agire di fronte a quella che pare una emergenza ci spinge a volte a muovere passi falsi. Le mie valigie sono pronte, mi trovo a Roma in attesa del volo per l'India. Buon viaggio a me ed a tutti.
[Alessandra / Chandra]

lunedì 8 gennaio 2018

PECHINO: UNA SFIORITA PRIMAVERA
di Li Dan



Roma e Pechino, Piazza Del Popolo e Piazza Tiananmen, due piazze simboliche colte nel rosso incendiato del tramonto. In una delle due, la speranza della libertà fu assassinata dal Potere e si tinse di rosso, il rosso delle vittime di quella lontana primavera. Li Dan faceva parte di quella primavera e di quella speranza. Questo è il suo racconto per i lettori di “Odissea”

Ogni volta che vado a Roma non manco mai ad uno spettacolo, ora pieno di spettatori, ora un’esibizione solo per gli alberi e le pietre che saggiamente immobili ne rimangono fedeli. L’appuntamento è all’ora del tramonto. Mi siedo su una delle pietre sul bordo di due mondi. Mentre il cielo si intimidisce in una sfumatura rosa, abbasso gli occhi e guardo Piazza del Popolo che pian piano si accende. Mi piace sfiorare con lo sguardo il bordo della piazza, un cerchio, un cerchio dorato. In un’altra città, capitale anche lei, in centro c’è un’altra piazza, una piazza con degli spigoli, una piazza non arrotondata. Sono tutte e due piazze del popolo, anche se l’altra ha un nome più astratto e filosofico che la collega alla pace celeste.


Laggiù l’orizzonte si tinge di rosso fuoco, le sottili dita delle tenebre punto per punto incendiano la città.La luce comincia ad alleggerire la cupola di San Pietro rendendola quasi trasparente. Sento una certa intimità con la sua bellezza, forse perché la trasparenza mi illude che il potere si stia preparando per una breve pausa. Anche in quell’altra città c’è un vistoso simbolo di potere, di colore rosso ma la luce non riesce mai a penetrarlo, è sempre consistente,  imponente e opaco, il potere non si riposa mai. È l’ingresso principale di una costruzione antica, viene chiamato Tiananmen, letteralmente “Porta della Pace Celeste”. La Piazza che lo ospita ne prende il nome, Piazza Tiananmen.


Rosso anche il sole che ho di fronte adesso, il suo viso sorride dolcemente a tutti gli occhi. Mi sposto un po’ a sinistra per vedere la strada coperta dall’obelisco. I fari cancellano i profili delle macchine, la Via Ferdinando di Savoia si trasforma in un fiume luminoso. Un fiume che scorre come fluisce il tempo, le luci brillano come scintillano i ricordi. Il Pincio mi incanta, qui i frammenti remoti si ritrovano, compongono forme, lasciandomi stupita dalla facilità degli incastri perfetti.
Un rombo, una figura in jeans rivolta nel fumo bluastro. “Sali”, lui e la sua moto mi coprirono la piazza.  “No, grazie” fu la mia risposta. Riconobbi subito dai jeans un tipico bad boy di Pechino, e la moto era un’ emblema dei giovani pechinesi con oscure storie alle spalle. Avevo una caviglia rotta e non potendo più andare in bicicletta i 16 kilometri che separavano la mia università e la piazza erano diventati una vera difficoltà. Portavo un bastone e lo mettevo di traverso sulla strada per fermare qualsiasi mezzo per un passaggio. La parola d’ordine era “studente”. Noi studenti universitari eravamo adorati e coccolati da tutti perché eravamo stati noi ad accendere la scintilla del movimento e il movimento stava insaporendo l’aria della capitale di rivoluzione.  Avrò fatto la resistenza, avrò cercato di mostrare la mia autonomia, avrò aspettato sperando che arrivassero altri mezzi? Che importanza ha?  Salii sulla sua moto, e gli chiesi “cosa devo fare?”,  lui sorrise “abbracciami alla vita, tieniti forte”. Sentii il vento nei capelli e la tshirt che si gonfiava come una vela,  la notte mi diede una piacevole sensazione di leggerezza,  gridai: “è la prima volta!”.


Il bastone funzionava abbastanza bene, i 16 kilometri furono superati seduta dietro sulle biciclette, schiacciata nella cabina dei furgoni, accovacciata nel cassone dei camion. Studenti, professori, intellettuali, artisti, funzionari, impiegati, operai, anziani, giovani, ragazzini, bambini riempivano la piazza. Saluti, sorrisi e abbracci, il calore umano scioglieva i cuori. Si trattava di manifestare, manifestare contro un partito dominante ed un sistema politico totalitario urlando per la libertà, gridando contro la corruzione. La realizzazione di un diritto intrattabile e la fiducia di poter portare la Cina verso un futuro migliore ci scaldavano il sangue.


Anche nel centro di Piazza Tiananmen c’è un monumento alto e sottile, il Monumento agli Eroi del Popolo.  In qualche modo è considerato uno dei simboli della Repubblica Popolare Cinese, la Cina socialista che ormai, dopo tanti anni di menzogne, crudeltà e distruzioni,  di socialismo aveva poco più che il nome. Si era formato lì il centro della manifestazione. Il dialogo tra il premier e gli studenti era già fallito da tempo, era iniziato lo sciopero della fame, e intorno al Monumento erano arrivati degli autobus per fornire un riparo agli studenti che non mangiavano da giorni. Ci andavo ogni giorno, lì si sentivano più aggiornamenti. Lì venivano dei ragazzi a cantare, cantavano parole fresche e forti accompagnate da una musica quasi arrabbiata, solo tanti anni dopo si capirà che quelle erano le prime note del rock cinese, voci di quei giorni pieni di gioia e vitalità. Sì, i nostri cuori scoppiavano di felicità. I volantini del governo lanciati dagli elicotteri e i toni minacciosi del potere sulle prime pagine di quasi tutti i giornali rimbalzavano nel vuoto. La paura, lo strumento più efficace di qualsiasi dittatura, fu completamente dimenticata. Si respirava la gioia, una gioia che in sé fu una vittoria.


Fu a fianco del Monumento, lui e la sua moto saltarono davanti a me per la seconda volta.
“Hey, Pilastro!” mi chiamò.
Sulla mia faccia sarà comparso un punto interrogativo… lui aggiunse “vista l’università che frequenti, sarete i famosi pilastri della patria”.
“Banale” dissi.
“In che senso?”.
“Fare complimenti è banale”, prima di finire la frase mi ero già un po’ pentita del tono, e per ammorbidire “e tu, sentiamo, come ti chiamo?”.
“Fondo… siamo quelli caduti più in basso nella società, no?....” rise.
“Sciocchezze! Non vedi che qui sono sparite queste distinzioni inutili?” quel filo amaro nel suo sorriso mi aveva messo in imbarazzo. Però era vero, non avevo mai visto e non ho più visto quella città così unita. Persero il senso posizione, classe, provenienza e tutte le altre distinzioni. Milioni di persone semmai erano divise tra i pro e i contro, se vogliamo tra sognatori e rassegnati, tra popolo e potere. In quei quasi cinquanta giorni non si erano visti poliziotti ed erano spariti anche i ladri. La gente donava soldi a qualsiasi studente con una scatola appesa al collo senza mai dubitare della destinazione del denaro. Tutto ciò che non era in sintonia con la rivoluzione e con la lotta per questo futuro diventava improvvisamente minuscolo, miserabile. In piazza la compravendita era disprezzata, le persone portavano ravioli, riso, piatti, pane e uova preparati a casa che regalavano ai manifestanti, spesso insieme a del tè caldo e delle bibite fresche.
“È bellissimo così”, sorrise senza quell’ombra di amarezza, “sarebbe bello se Pechino rimanesse così per sempre”.
 “Sicuramente sei uno delle Tigri Volanti” dissi, lui rispose con un silenzio. Tigri Volanti era il soprannome di un gruppo di motociclisti di Pechino che in quei giorni portavano notizie ad ogni angolo della città, notizie e avvisi sulle manifestazioni, sui cambiamenti nella piazza, sulle operazioni del governo, sulle organizzazioni delle azioni da parte degli studenti e dei cittadini e anche sui potenziali pericoli. 


A quell’epoca la mobilità dipendeva soprattutto da autobus e biciclette, i pochi che possedevano le moto erano i più veloci. Allora il business e il commercio non erano attività comuni, gli stipendi variavano solo in base al livello di istruzione e di posizione, le differenze alla fine non erano così importanti per fare nascere contrapposizioni tra ricchi e poveri. Possedere una moto era un pensiero lontano per i più, chi poteva permettersela quasi sempre aveva a che fare con il business o il commercio. A Pechino la maggior parte dei primi piccoli commercianti privati erano dei giovani con oscure storie alle spalle, non pochi erano stati in prigione per reati spesso banali. Con queste macchie era quasi impossibile continuare a studiare o trovare lavoro, quindi si adattavano a svolgere questo mestiere che suscitava qualche diffidenza, e le prime merci più diffuse erano jeans e occhiali da sole, automaticamente anche loro simboli di bad boys. 
Capii di avere sbagliato argomento e rimasi in silenzio. “Senti,” prese la parola lui, “secondo te, perché la parola movimento () ha a che fare con nuvole ()?”. Non ci avevo mai fatto caso, però mi venne come un lampo, “è una questione fonetica” risposi.
potrebbe starci, ma ?” Obbiettò.
“Dai, lascia perdere nuvole ha la radicale via e strada ha forza, con la nostra forza troveremo la via!” Fui stupita da sola e soddisfattissima di questa risposta improvvisata.
Ho incontrato tante volte le Tigri Volanti, nel campus e per strade, di giorno e di notte, sempre di sfuggita, però non avevo più rivisto lui. Chissà, forse non era uno di loro.


La sera del 3 giugno, stavo ascoltando le discussioni sull’ultimo annuncio del governo, per l’ennesima volta parole minacciose: “Non andate in strada, non andate in piazza Tiananmen… rimanete a casa… in modo da garantire la sicurezza della vostra vita…”. Improvvisamente sentii “Pilastro!”, mi voltai “Fondo!” fui contentissima di rivederlo. Lui invece era molto serio, “è tardi, ti porto all’università”. Il sole cominciava a picchiare di giorno, si stava più volentieri nella piazza di sera. “Non è neanche mezzanotte, voglio rimanere ancora un po’”. “Pilastro, ascoltami”, usò un tono autorevole, “oggi c’è molto meno gente in giro, ho paura che dopo non trovi un passaggio. Ti porto all’università adesso, dopo sarò impegnato”. Non dissi niente, mi tirò su dalla scalinata su cui ero seduta, “guardami”. Alzai gli occhi, come colpita da una corrente elettrica, rimasi immobile, sentii le sue pupille appoggiate sulle mie. “Sali!”. Obbedii.
Dormii profondamente e tranquillamente, senza agitazioni e senza sogni. Mi svegliai tardi, e alla prima voce che sentii crollò tutto il mondo.


Corpi che correvano, corpi che cadevano, proiettori luminosi dei proiettili che li inseguivano, file di carri armati che avanzavano, fari che abbagliavano… carne, sangue, grida… i frammenti dei racconti mi strillavano nella testa. Ignorai la caviglia, presi la bicicletta e pedalai, pedalai verso la piazza. Seppi che l’esercito aveva già spazzato via tutti e che gli studenti si erano ritirati dalla piazza, ma ci volli andare lo stesso. Non vedevo l’ora di arrivare in piazza, dove ero mancata, mancata nel momento fatale.
Per le strade, le barricate fatte con i cassonetti e i blocchi di cemento degli spartitraffico,erano   ormai abbandonate. In un angolo due carri armati bruciati, nell’ombra dei rami inceneriti di un maestoso albero di acacia fiorito. I cavalcavia, che a quei tempi erano rari e esistevano solo in poche grandi città, avevano creato difficoltà ai mezzi militari guidati dai soldati, perlopiù ragazzi di campagna. Nella notte tra il 3 e il 4 i cittadini infuriati dall’inaspettata operazione crudele del governo riuscirono a bloccare qua e là dei carri armati e distruggerli. Cittadini completamente inermi.

Arrivai in piazza, la bicicletta sobbalzava, il viale che attraversava la piazza e che aveva ospitato tutti i cortei di questi giorni era stata ridotta dai carri armati come un asse per lavare. Cenere e baraonda per terra, non avevo mai visto la piazza così vuota. Cercando di fermare le lacrime, alzai gli occhi verso il cielo, una distesa grigia, un grigio fitto. Le nuvole, così scure così pesanti, ondeggiavano violentemente come se volessero rompere quell’equilibro di forze che impediva loro di precipitare verso la piazza. “… quanto a me, le mie braccia son rotte, per aver abbracciato solo nuvole” (Charles Baudelaire,  ‘I lamenti d'un Icaro’, I fiori del male). Capii, non si trattava di una questione fonetica. Esistevano così tante forze, forze fredde che spegnevano con insopportabile facilità la nostra forza alimentata da volontà, fiducia, speranza e dal sangue caldo della gioventù.  Noi non abbiamo trovato la strada su cui camminare verso un futuro che credevamo vicino. Fondo, forse lui sospettava già la tragedia?
La televisione, la radio, i giornali si riempirono presto di annunci di ricercati, di notizie sulle ricerche e sugli arresti.  Le strade erano pattugliate da mezzi militari carichi di soldati con i mitra puntati verso la gente. Faceva caldo? Era umido? Non mi ricordo. La percezione era di una città che stava cuocendo al vapore, con il vapore della paura.  Una sensazione che è ancora tagliente oggi nella fresca brezza del Pincio.
Piazza del Popolo brilla di un colore oro, guardo le persone che ci passano, piccole figure ben definite. Quante persone ci stanno in questa piazza? E questa piazza quante volte ha visto la vittoria della gioia?


Non ho più visto Fondo. L’ho cercato allora anche negli ospedali che aiutavano i feriti e dove andavamo a donare il sangue,  l’unica possibilità rimasta che ci collegava ancora al sogno che ci stava allontanando. Non osavo pensare a cosa poteva essergli successo, con le targhe non sarà stato difficile trovare le Tigri Volanti. Non so neanche come si chiamasse.
Tanti anni sono passati. Ho visto tante altre piazze, rosse bianche gialle azzurre dorate, arrotondate o squadrate, con forme regolari o con morbide linee sinuose. Ho saputo di tante rivoluzioni, non poche esattamente nello stesso anno 1989, chissà se in qualche modo abbiamo influenzato qualcuno. Forse è solo un’illusione, o meglio ancora una nostra esigenza pensarlo, lo sappiamo. Un fallimento senza avere seminato niente incendia la disperazione, che potrebbe in un attimo trasformarsi in veleno.
Il sole è sceso. Le nuvole si tolgono il trucco e tornano essere bianche, un’irresistibile attrazione, un incanto e allo stesso tempo un rischio di delusione. Solo tanti anni dopo ho saputo che quei giorni vengono chiamati “primavera democratica cinese”.  La primavera di Praga, la Primavera Araba…, primavere che profumavano di speranza e di gioia come la nostra, immagino.
Il cielo si calma in un blu trasparente, le nuvole con una danza soffice preparano il sogno di notte. Tutto si calma, il silenzio abbraccia il Pincio. Il Pincio mi ubriaca, è l’unico luogo a Roma dove trovo l’interpretazione di “Roma, città eterna”, qui i momenti esiliati della vita tornano a casa. “Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera” (Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera). E fra poco, a Pechino, sarà l’alba. 

Note:
: /yùn dòng /movimento.
(composto da +): /yùn/ muovere, rimuovere; fortuna, destino.
(composto da+): /dòng/ muovere, muoversi, agire, cambiare; movimento, azione.
: /yún/, nuvola.
: Radicale, camminare.
/lì/ potere, forza, abilità.


“Abbasso la guerra” - Una mostra in giro per l’Italia
Oltre 70 esposizioni, un successo espressione del diffuso rifiuto della guerra
di Francesco Pugliese

Una veduta della mostra

Consegnati ad Emergency e al Gruppo Missionario Merano i proventi del volume/catalogo

A Trento l’anteprima nell’aprile 2013, quindi esposizioni in tante scuole, biblioteche, teatri, musei, festival, piccoli e grandi centri e manifestazioni varie; spesso arricchita con presentazioni di libri, dibattiti e incontri, conferenze, teatro, film. Prodotto di lunghe ricerche, la Mostra illustra con testi, immagini e documenti, il multiforme impegno, spontaneo e organizzato, di persone, movimenti, associazioni contro la guerra e contro la cultura della guerra. Una documentazione in gran parte inedita fa vivere, tra emozione e ragione, le voci e le ragioni dei movimenti pacifisti italiani e internazionali e dell’opposizione popolare alla guerra: “Abbasso la guerra. Persone e movimenti per la pace dall’800 ad oggi”. Scene di moltitudini, eroi solitari e profeti inascoltati, tra utopia e realismo: fuori la guerra dalla storia. L’unica speranza per l’umanità. Il progetto mira “a sostenere la memoria storica dell’opposizione e degli oppositori agli armamenti e alla guerra (“pazzia bestialissima”, Leonardo); a sensibilizzare sui temi della pace e della educazione alla pace, per un sapere e una scuola di pace; a propugnare culture, coscienze e pratiche pacifiche e nonviolente a tutti i livelli e per un rinnovato impegno di massa per il disarmo; a difendere il ripudio della guerra scolpito nell’art. 11 della Costituzione italiana e sulla Carta delle Nazioni Unite; e a ricordare le finalità di pace del processo di costruzione europea nel centenario della “inutile strage”, proprio quando folate di nazionalismo e smarrimenti delle finalità originarie percorrono preoccupanti il vecchio continente. E quando il sogno dell’Onu di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” attraversa uno dei suoi momenti più critici”.


È stata ideata per il centenario della I guerra mondiale, del 70° anniversario della Liberazione, del 70° anniversario di Hiroshima e Nagasaki, dell’Onu e nel 60° anniversario dell’Appello Einstein-Russell: “Ricordate la vostra umanità e dimenticate tutto il resto…Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l’umanità dovrà rinunciare alla guerra?...”. (Londra, 9 luglio 1955).
Una mostra importante perché restituisce ‘dignità’ al movimento pacifista e alle sfide che questo ha posto e affrontato negli ultimi 150 anni, perché racconta una storia in cui in tanti e tante cittadini s riconoscono, perché pone sul tavolo molte questioni ancora aperte legate al disarmo, alla nonviolenza, alla prevenzione dei conflitti…”
(Francesco Penzo, Venezia, personeperlapace.blogspot.it)


“La guerra è follia” ha gridato Papa Francesco a Redipuglia. Follia che dilaga nel mondo e produce stragi e orrore, miseria e profughi. Cancella i diritti umani. Costa il 13,4% del Pil mondiale (Iep). Brucia l’ambiente e accresce le diseguaglianze. Follia alimentata dall’industria e dal commercio di armi, sempre più floridi (più 8,6 % nel 2016). Una nuova pazzesca corsa al riarmo è in corso. “Le spese mondiali militari nel 2015 sono arrivate a 1.700 miliardi dollari” (Sipri): 3,4 milioni di dollari ogni minuto, circa 5 miliardi al giorno. L’Italia ne spende 80 milioni al giorno. L’incubo atomico angoscia l’umanità, si investono somme ingenti per costruire e mantenere arsenali atomici che già potrebbero distruggere la Terra 25 volte. E 800 milioni di esseri umani soffrono la fame, 24 mila bambini muoiono ogni giorno di fame e di sete (Caritas I.); oltre un miliardo di persone vivono con appena un dollaro al giorno. Più che mai è il tempo di rinforzare il rifiuto della guerra, come è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale. E’ tempo di rivendicare il diritto alla pace e il diritto alla vita. Scegliere con scienza e coscienza gli strumenti della pace, inventarne di nuovi.

C’è bisogno di nuove ondate di mobilitazioni popolari contro il mostro bellico, di nuova coerente lotta per la pace; dell’impegno di ognuno perché ognuno può fare qualcosa. La pace conviene. La Mostra ha ricevuto l’alto patrocinio del Parlamento europeo e quello della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; ha l’adesione della Fondazione Museo Storico e del Forum Pace del Trentino, e di vari altri enti, associazioni, Regioni, Comuni, scuole. Si compone di 24 pannelli di cm. 70x100; ha struttura e contenuti divulgativi ed è rivolta in particolare alle scuole. Tra le altre si annotano le esposizioni alla Campana dei Caduti di Rovereto; al Centro di Documentazione di Luserna; a Brescia, a Verona (Museo Africano); Bologna, Venezia, Chioggia, Roma (Casa della Memoria), Milano (Biblioteca Sormani e centro Foppette); a Sulmona, a Ferrara (Museo del Risorgimento); a Livo (Tn) per i 50 anni di sacerdozio di padre Alex Zanotelli; al Festival Tra le rocce e il cielo di Vallarsa (Tn); al Festival del Diritto di Piacenza; in Valsusa (Torino); al convegno dell’Istituto Luce/Cinecittà Anni di pace-anni di guerra del febbraio 2015 presso il Vittoriano a Roma; in varie scuole di Monza, a Novi di Modena, al Festival del Libro di Cerignola, al convegno nazionale La guerra è follia di Monteleone di Puglia del dicembre 2015. Alla Casa per la pace di Vicenza in marzo e aprile 2017; fino al settembre 2017 è esposta presso la Fondazione Carigo di Gorizia, quindi al Liceo Petrarca di Trieste in ottobre e novembre; seguiranno poi esposizioni a Faenza, Firenze,  Napoli, Torino.


Nell’ultimo pannello della Mostra le parole dell’Unesco: “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono essere costruite le difese della pace”, parole riportate sul marmo davanti ad una scuola di Pienza, in Toscana.
Tanto bella che dovrebbe essere permanente” ha scritto una visitatrice a Bologna.
Durante le esposizioni è diffuso il libro/catalogo omonimo (“bellissimo, un vero tesoro per ognuno che si interessa alla storia del pacifismo…” Werner Wintersteiner, Università di Klagenfurt); i cui proventi sono stati consegnati dall’autore ad Emergency (3 mila euro) e al Gruppo Missionario Merano (3 mila euro) per la realizzazione di un pozzo per acqua potabile in Africa. Un grazie a quanti hanno contribuito.
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