UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 7 aprile 2020

VIRUS

“Il coronavirus, quando tutto sarà finito, ringrazierà per la tanta gente sottoterra, tutti i mezzi di trasporto che gli han dato campo 
di raggiungere ogni punto della terra”.
Nicolino Longo

CORONAVIRUS
“L’emergenza sociale antecedente al coronavirus presenta il conto ad una società irresponsabile, ora non in grado di pagarlo…”
Laura Margherita Volante
I LETTORI CI SCRIVONO

Caro Direttore,

Due conti, ad oggi. L’Alta Velocità Torino Lione è costata, tra progettazione e lavori, circa 1,5 miliardi di euro. Costo presunto a fine lavori per 270 km 8,6 miliardi di euro. Pensiamo ora ai 16.523 morti ad oggi in Italia per il Coronavirus e pensiamo a quanti respiratori e terapie intensive avremmo potuto avere in più con 1,5 miliardi di euro.
Pensiamo, anche se ce li stiamo dimenticando, che abbiamo in carcere, con condanne di centinaia di anni decine di valsusini e resistenti di ogni età che stanno pagando per una lotta giusta, contro la deturpazione del territorio e lo spreco di denaro pubblico, bollati come facinorosi, fastidiosi, violenti disturbatori. D'altra parte abbiamo stimati personaggi, giacca e cravatta sempre all'ultima moda, che alla Regione Lombardia, come "il Celeste" Roberto Formigoni dal che 1995 al 2013, ha dirottato circa 200 milioni dalla sanità pubblica al settore privato; o come il suo successore Roberto Maroni, ricordato perlopiù per gli incarichi a personaggi del suo enturage, in continuità con Silvio Berlusconi con la sua pupilla Minetti Nicole. Ora, concludendo, chiediamo, vista la detenzione in carcere di persone come Nicoletta Dosio, condannata per un blocco stradale nel 2012, e che ha rifiutato le misure alternative, previste dall'ordinamento, per difendere la propria lotta, un doveroso scambio di prigionieri. Fuori la Dosio e gli altri Resistenti, dentro i politici corrotti come i nominati Roberto Formigoni e Roberto Maroni, condannati in via definitiva.
Piero Tagliabue 

CONSIDERAZIONI

  
Caro Angelo, quando si applica il metodo della verifica galileiano, frutto di scienza e di sapienza, crollano i "miti" e si smascherano gli "esperti".

Per me, che ho percorso gran parte della mia vita di medico tra i pazienti e fra gli alambicchi della ricerca, vedere l'ISS (Istituto Superiore della Sanità) in ritardo nel certificare i dispositivi sanitari di sicurezza; osservare la mancanza di una strategia nel monitorare le aree dell'Italia colpite dal Covid-19; l'indecisione nell'uso dei tamponi da eseguire e delle mascherine di protezione, mi intristisce e mi avvilisce.
Ottanta, ottanta dico sono finora i medici morti per coronavirus mandati allo sbaraglio. E gli infermieri e gli operatori del soccorso? Ignoro di quest'ultimi l'esatto numero dei morti.
I colleghi dell'ISS, attraverso le proprie linee guida, basate non sulle evidenze scientifiche, ma su esigenze governative, hanno abbassato i livelli di protezione individuali. Salvo poi, a modificarle repentinamente, per causa di evidenti errori di valutazione. Non hanno tenuto in conto il giudizio di illustri scienziati che, dai primi casi di accertamento di Covid-19, avevano avvisato che non tutelando i medici, operatori in prima linea di difesa, il virus avrebbe trovato delle facili praterie da percorrere. E che dire della scellerata idea di isolare i malati meno gravi in casa con i familiari? Così si ammaleranno tutti.
Oggi tutti concordano nel ritenere giusta la scelta dei tamponi a tappeto.
Un'azione bocciata da Walter Ricciardi, rappresentante dell'Italia nell'OMS, ritenendolo "uno sbaglio". E il ritardo nel chiudere le scuole ed isolare le aree esposte. Il virologo Burioni, l'aveva più volte denunciato. Ed è lo stesso Burioni che ha tacciato come "una scemenza" definire da parte dell'ISS un paziente che "non è morto per coronavirus, ma con il coronavirus".
Inascoltata, vox clamantis in deserto, il lamento delle varie Associazioni di categoria: CIMO, FESMED, ANAAO, ASSOMED, ANPO-ASCOT-FIALS MEDICI, PATTO PER LA PROFESSIONE MEDICA, le Associazioni degli Infermieri, quelle degli Operatori Sanitari e le OSS, le OSA che lavorano, quest'ultime, nelle RSA.
Teodosio De Bonis

lunedì 6 aprile 2020

L’INFORMAZIONE E IL CORONAVIRUS
di Cataldo Russo


Non so cosa rimarrà di questa brutta esperienza. Parlando con amici e conoscenti mi pare prevalga la voglia di rimuovere la tragedia e ritornare alla normalità. Anch’io penso si debba ritornare alla vita di sempre, uscire, recarsi al lavoro, andare a prendere figli o nipoti a scuola, abbracciare un amico, bere un caffè al bar e sedersi sui mezzi di trasporto pubblici senza avere paura del possibile “untore” che ci sta accanto.
Credo sarebbe sbagliato, però, non voler analizzare e riflettere su ciò che abbiamo vissuto, su come abbiamo reagito, a chi abbiamo creduto, chi ha gestito l’informazione, come ha agito il governo, quali decisioni sono state adottate e chi le ha condizionate. E ancora, come siamo andati a letto la sera dopo aver seguito le terribili notizie delle ultime edizioni dei telegiornali e che sogni abbiamo fatto, se non altro per capire dove si è sbagliato, se si è sbagliato, e quale lezione dobbiamo trarre dai giorni della pandemia per non ripetere gli stessi errori perché, come dice il detto latino: Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.
La paura è il più delle volte una lente infida che ci fa inciampare più sulla nostra stessa ombra che non sul gradino che ci sta davanti. La paura da sempre condiziona il nostro agire. Un essere spaventato è strumentalizzabile e facilmente dominabile. Lo sanno bene politici, religiosi, sette, capi clan e chiunque voglia esercitare il proprio potere sul prossimo.
In tutte le emergenze, di qualsiasi natura siano, a salire in cattedra, ancor prima della professionalità, della conoscenza, della ricerca e della razionalità, sono la bugia, le illazioni, le notizie false costruite ad hoc da menti malate, le credenze, sempre dure a morire, e l’improvvisazione. 
La pandemia ha avuto un effetto devastante soprattutto sulle nostre psiche perché ci è piovuta addosso in un momento in cui sembravamo essere affetti da un delirio di onnipotenza. Un periodo in cui tutto strabiliava e ci faceva sognare: la medicina con trapianti al limite della fantascienza, la tecnologia con le sue mirabolanti invenzioni, i trasporti con le loro velocità supersoniche, le comunicazioni senza tempi di attesa. Bastava un click per collegarci con mezzo mondo e avere qualunque informazione, così come era sufficiente un fischio per accendere le luci di casa o di un negozio e una app per accendere caldaie, cellulari, elettrodomestici, eccetera.
Poi è arrivato lui, un battere piccolissimo, invisibile, ma capace di insediarsi nei nostri alveoli polmonari e distruggerli nell’arco di poche ore.
Noi, protesi a stabilire record, a sperimentare la vita su altri pianeti, a raggiungere la perfezione in molte discipline sportive e in molti ambiti artistici e culturali, noi abituati a infrangere tabù e fronteggiare sfide che le generazioni passate non avevano lontanamente immaginato, affascinati da dimissioni post operatorie lampo per interventi che una volta richiedevano settimane di ricoveri e che ora si fanno in day-hospital, siamo stati messi alle corde da un nemico invisibile, dal diametro di 100-150 nanometri, ossia 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano. Un nemico che non è da nessuna parte e che è in ogni dove. Che non sai quando arriva, ma che è sempre dietro l’angolo. Che ti si intrufola dentro direttamente dalla bocca e dalle narici o toccando superficie su cui si è subdolamente adagiato e mimetizzato.
Io non ho competenze per dire dove e quando la scienza ha sbagliato, perché di sbagli ne ha commesso anche lei, né so quanto machiavellismo ci sia stato nella classe politica che, nel tentativo di tranquillizzare l’opinione pubblica, ha finito con il ritardare le misure di contenimento, che andavano adottate un mese prima, e con il minimizzare la virulenza di un nemico super attrezzato per il ruolo del terminator.
Ancora una volta siamo andati alla guerra impreparati, proprio com’è accaduto durante le due guerre mondiali, con il numero degli ospedali che negli ultimi venticinque anni, complici tutti i governi ma soprattutto quelli di destra, era stato quasi dimezzato, con pochi posti in rianimazione, senza un numero sufficiente di respiratori, con i medici di famiglia ridotti a minimi termini e per questo sovraccarichi di pazienti, con una sanità privata interessata solo a fare profitti a discapito della sanità pubblica. Stante queste condizioni di carenze strutturali, chi s’è trovato in prima linea, medici, infermieri, personale sanitario, assistenti di comunità, operatori di servizi primari, ha dovuto combattere il nemico senza le dovute attrezzature. Mancavano camici, mascherine, guanti, perché l’opulento occidente ha delocalizzato la produzione di questi articoli in Cina, in Pakistan, in quanto il costo unitario di ciascuno di esso è appena sufficiente a sfamare un passero e quindi non consente i guadagni da capogiro cui gli imprenditori nostrani sono abituati.
Il Governo, pur con gli errori che ha commesso, non è rimasto inerme e ha cercato di fare quello che ha potuto, stretto come s’è trovato fra presidenti di regioni determinati più a trarre vantaggi elettorali dalla pandemia che non a fare fronte comune contro il nemico, e una comunicazione che ancora una volta ha strumentalizzato la tragedia per fare show più che per informare. Le informazioni sono state troppo spesso contraddittorie, tanto da indurre in errore molte persone. Per esempio, non s’è capito fino in fondo se mascherine, guanti e quant’altro, servono oppure no a noi comuni cittadini. Questo dubbio amletico è destinato a durare a lungo per i troppi cacasenno che sicuramente continueranno a dire la loro. Basandomi sull’esperienza, dico che non ho mai visto il fabbro ferraio togliere il ferro incandescente dalla fucina senza l’uso delle pinze.
Anche la scienza m’è sembrata smarrita, confusa, spesso interessata più alla cinepresa che non al laboratorio. Fior di ricercatori e scienziati, almeno così ci sono stati spacciati, hanno trascorso intere giornate a farsi riprendere anziché sperimentare, ricercare, capire, dare direttive univoche.
La cosa, comunque, che mi ha lasciato più sconcertato è stata la protervia di molti capi di governo che si sono approcciati al problema quasi con spocchia e con un senso di superiorità e superficialità che ha dell’incredibile, come se la questione dovesse riguardare solo la Cina, l’Iran, La Corea, l’Italia e non già tutto il mondo. Molti, troppi governi sono apparsi propensi più a spolpare i resti dei cadaveri dei vicini, proprio come fanno le iene, anziché prendere atto della diffusione del virus e adottare quelle misure di buon senso che avevano sperimentato o stavano sperimentando gli Stati che per prima hanno dovuto fare i conti con il male.
Raccapriccianti sono stati gli atteggiamenti di capi di governo come Boris Johnson, che è arrivato a teorizzare cinicamente la “terapia del gregge”, quella teoria secondo la quale si ottiene l’immunizzazione dei sopravvissuti dopo lo sterminio dei più deboli e che pertanto ci saremmo dovuti abituare alla perdita di persone care, o il presidente USA Donald Trump che, affetto com’è dalla  patologia dell’onnipotenza, ha quasi irriso il nemico e incoraggiato lo spirito calvinista degli americani a continuare a rincorrere i raduni, le feste, la ricchezza e il successo. Spero che quando si uscirà dall’emergenza, perché se ne uscirà, si faccia una seria riflessione e si prenda consapevolezza che si è vinto solo una battaglia, ma non la guerra, e che pertanto la sanità va riqualificata e potenziata e la ricerca deve continuare ad andare avanti senza deporre le armi perché il nemico è destinato a risvegliarsi. E quando lo farà sarà sempre più agguerrito e potente.

DIAMOCI UNA REGOLATA





“Non usate il Supermercato come scusa per uscire di casa. Noi che ci lavoriamo dentro non siamo immuni. Anche noi abbiamo paura. Anche noi abbiamo una famiglia”


Queste sono le frasi che alcuni lavoratori hanno appeso fuori dai Supermercati e dobbiamo meditarle. C’è ancora troppa gente che va in giro per le vie senza rispetto alcuno per la vita degli altri. Molti si recano di continuo ai supermercati non rendendosi conto dell’aggravio che questo determina sui lavoratori in termini di fatica, e sui rischi di contagio a cui vengono esposti. Non sono carne da macello, evitiamo inoltre di farci dire che abbiamo bisogno di un carabiniere a persona per rispettare le regole. I controlli a Milano sono scarsi e crediamo che lo siano dovunque. Troppe macchine in giro e troppi pedoni. Non è un atteggiamento edificante verso i morti e i loro congiunti. [A.G.]

A PROPOSITO DI PIANO MARSHALL
Replica di Franco Toscani ad Astengo


Astengo ha le sue buone e forti ragioni nella sua recente e ben documentata ricostruzione storico-politica circa il piano Marshall e i suoi impatti sulla politica italiana e sulla storia repubblicana, (Odissea, venerdì 3 aprile) ma poi vede a mio avviso solo una parte delle cose che sarebbero da dire.
Per quel che ne so e capisco (ammetto  di non essere né uno storico né un esperto di tali questioni), il piano Marshall, oltre ad essere motivato da ciò che lucidamente scrive Astengo, ebbe pure una sua necessità oggettiva - data la situazione penosa dal punto di vista soprattutto economico in cui versava il nostro paese all'indomani della seconda guerra mondiale - e contribuì alla ripresa economica italiana, che sfociò poi nel boom economico degli anni Sessanta (che poi, a sua volta, significò anche l'inizio di quella "mutazione antropologica" diagnosticata per primo da Pasolini negli anni Sessanta, di cui paghiamo più che mai oggi le conseguenze).
Non dimentichiamo, inoltre, che in quegli anni si era nel clima ideologico-politico della "guerra fredda", retta dalla logica terribile dell'aut-aut: o stai di qui o stai di là e le due alternative, viste oggi, erano entrambe sconfortanti, perché significava da un lato essere subalterni all'impero statunitense e al modello di sviluppo capitalistico e, dall'altro, al totalitarismo staliniano (e poi neo-staliniano). In quegli anni era estremamente difficile ricercare una "terza via", sfuggire a questa morsa, a queste strette.
Concludo sostenendo che, chiamiamolo come vogliamo, Piano Marshall europeo o in un altro modo, comunque vi è oggi bisogno di un enorme flusso di solidarietà concreta e di aiuti economici a livello europeo, anzi, più precisamente a livello di Unione Europea (UE), altrimenti l'Europa perirà e riprenderanno vigore le sirene sovraniste-nazionaliste. Abbiamo già qui in prima fila Meloni e Salvini - accompagnati dal più pantofolaro imbonitore ed ex-Unto del Signore Berlusconi - pronti, col coltello fra i denti e con l'occhiolino all'ungherese Orban, a saltarle addosso per darle un colpo mortale.


TURI VACCARO LIBERO





Ma Turi Vaccaro è un pazzo! 
Ma il Movimento per la Pace e il Disarmo che da sempre chiede riconversione dell’industria bellica, abbattimento delle spese militari e priorità a Sanità, Welfare, Scuola e Ricerca, Ambiente è fuori di testa! 
Oggi ci accorgiamo che tantissimi che ci attaccavano chiedono (a parole) le stesse nostre cose! Ma la situazione vale il rilancio di un movimento di massa che a partire da disarmo e riconversione militare ponga al centro una ecologia integrale. E noi suggeriamo un programma già “bell’ e fatto”: l’enciclica Laudato si’ e le conclusioni del Sinodo sull’Amazzonia! Tutto ciò può essere acquisito “da tutti gli uomini di buona volontà” come diceva papa Giovanni XXIII e fortemente ripreso da papa Francesco. 
Sì, possiamo convergere tutti, credenti e non credenti. Per farlo però bisogna aprirsi totalmente a questa riconversione individuale, culturale e sociale.   
Grazie Turi, grazie Movimento No Muos 
Beppe Reburdo e Federico Germano

DONNE CONTRO LE GUERRE
Sosteniamo con vigore l’appello del Segretario Generale ONU 
per l’immediato cessate il fuoco di tutti i conflitti.


Noi donne, siamo le prime vittime delle grandi minacce che incombono sull’umanità: guerre, disastri ambientali e disequilibri ecologici, minaccia nucleare, ingiustizia sociale e povertà incrementata dal debito pubblico.  Seppur oscurate dall’atavico potere maschile, siamo state attive per contrastare le negatività dominanti, sfidando la violenza della cultura patriarcale e attivandoci per abbattere “le barriere di genere” che ci limitano fortemente nell’esprimere tutte le nostre potenzialità, funzionali a un miglioramento complessivo della società.
Noi donne del Nord e del Sud del mondo, forti di un networking  internazionale consolidatosi a Pechino nel 1995 (piano di azione),  è da lunga data che rivendichiamo  il miglioramento del nostro “status” contestualmente alla rivendicazione della garanzia del binomio pace-sviluppo. 
L’attuale “emergenza globale” della pandemia Covid19 smaschera l‘inutilità della “sicurezza militarizzata”, basata sulle costosissime e pericolosissime armi nucleari e di altra natura. Noi donne ci appelliamo all’evidenza dei fatti e con forza e determinazione ribadiamo l’urgente necessità dell’unica sicurezza  che merita tale nome: la “sicurezza umana” cioè quella che garantisce “tutti i diritti umani per tutti” a partire da quello della salute, attraverso strutture sanitarie efficienti e coordinate a livello globale.
Chiedere il cessate il fuoco immediato per tutte le guerre significa comprendere che per uscire dalla calamità globale in corso servono immediate risorse finanziarie ed umane da investire per risolvere le urgenti problematiche sanitarie, sociali, economiche. 
Il “dopo Covid19” dovrà basarsi su una economia di pace, senza guerre, senza combustibili fossili, senza armi di distruzione di massa, senza debito pubblico. Il “dopo” deve essere all’insegna di un reale modello di sviluppo eco-sostenibile ispirato, “nutrito” da una profonda alleanza tra esseri umani e natura.
L’8 marzo a Madrid nella giornata conclusiva della Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza - che ha percorso 97 paesi in 5 continenti - noi donne abbiamo rilanciato il nostro impegno “con” la vita affinché l’umanità   recuperi il senso della specie e la consapevolezza che tutti noi siamo un’unica persona. 
Avviamo il processo di transizione al nuovo mondo che vogliamo, esigendo:
la fine delle guerre, incluse quelle economiche per realizzare la “giustizia umana” e la “giustizia climatica”, la fine della cultura del nemico per sviluppare e potenziare la cultura della solidarietà e della cooperazione internazionale per la tutela dei “beni comuni” dell’umanità.

WILPF-Italia (Women’s International League for Peace and Freedom)  A.W.M.R. (Association Women’s Mediterranean Region) W.I.D.F. (Women’s International Democratic Federation)  D.I.N. (Donne In Nero)

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
Mancata Zona Rossa e responsabilità 
di Governo e Regione


Tra il 20 e il 25 febbraio, mentre sindaci leghisti e del Pd invitavano la gente a frequentare ristoranti e centri commerciali il Prc, raccogliendo un’ inquietudine diffusa tra la popolazione per il numero di casi di coronavirus e per l’anomalo numero di morti in casa e nelle case di riposo, aveva chiesto l’istituzione della zona rossa nella bassa Val Seriana.
Ora è accertato che della gravità della situazione si sia discusso nella riunione del Comitato tecnico scientifico del 3 marzo e che quindi Governo, Regione, protezione civile e ISS  fossero perfettamente informati di quanto stesse accadendo. Sappiamo addirittura che la notte del 7 marzo l’esercito cominciò a dispiegarsi nella zona per attuare il blocco, ma alle undici le operazioni vennero annullate. Allora perché si fece la scelta criminale di non istituire la zona rossa? Perché si è lasciato irresponsabilmente che il contagio si diffondesse prima in tutta la provincia e poi nelle province vicine  causando una strage che poteva essere evitata?
Assistiamo sui giornali a uno  scaricabarile delle colpe tra Conte e Fontana, farsesco se non riguardasse una tragedia di cui portano ambedue la responsabilità.
Fontana afferma il falso quando dice che non ne aveva la competenza: la legge 833/1978  gli conferisce la possibilità, in situazioni di emergenza  di adottare ordinanze proprie, anche più restrittive di quelle emanate dal governo centrale.
Conte afferma due volte il falso: se è vero quanto riportato da un intervista su il Fatto Quotidiano in cui afferma di non averla istituita a Bergamo per attuarla il 7 marzo in tutta la Lombardia.
Tutti e due nascondono la verità non dicendo che non venne istituita la zona rossa, noi crediamo, per le pressioni degli industriali che non volevano chiudere le fabbriche. Questo nonostante gli interscambi di tanti di loro con la Cina siano all’origine della diffusione del contagio.
Conte, inoltre, afferma una cosa non vera quando dice di aver istituito la zona rossa per tutta la Lombardia: quella venne definita zona arancione proprio perché non vennero limitate le attività economiche e produttive di cui si parlerà solo nel decreto del 23 marzo.
La verità è semplice nella sua crudezza: i profitti sono stati anteposti alla salute e alla vita dei cittadini.
Siamo in profondo e totale disaccordo con la proposta di immunità per tutti i responsabili politici in relazione alle decisioni assunte nell’emergenza.
Il Prc sarà al fianco di chi, come stanno già stanno facendo i familiari delle persone decedute in diverse case di riposo, per chiedere giustizia.
Antonello Patta, Segretario Regionale Lombardia,
Francesco Macario, Segretario Provinciale Bergamo PRC-S.E.


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