UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 13 maggio 2015

Expo (e tutt’altro)
di Giovanni Bianchi
Giovanni Bianchi
Andare per eventi
Andare per eventi e interpretarli da dentro, in presa diretta, era il consiglio del grande domenicano francese Marie-Dominique Chenu. Un consiglio da seguire anche nella stagione in cui gli eventi sono stati perlopiù sottratti alla realtà e dati, con onnivora ostinazione, nelle mani della confezione mediatica. Non mi stanco di ripetere che tra il mondo e la sua rappresentazione quel che resta e dilaga è la rappresentazione. Anche qui funziona il mantra marxiano: Tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria. Come non considerare allora l’Expo e la sua apertura come un'occasione privilegiata e ghiotta per l'analisi della fase?
Dell'apertura in diretta ovviamente televisiva – al netto della retorica vincente e avvincente abituale nel Premier (il miglior piazzista sulla piazza politica, lo dico con Agnes Heller) – due cose restano nella memoria: il solito e solitamente efficace intervento di papa Francesco in collegamento dal Vaticano, e l'inno nazionale cantato a due cori dagli alpini della Sat di Trento e da un corretto di ragazzine che si è concluso con una innovazione meno funebre e più all'altezza con lo spirito del tempo: "Siam pronti alla vita"! Finalmente un'innovazione che farà discutere. Mi sono invece sorbito, sempre davanti al televisore e in compagnia del mio antico compagno di banco al liceo Zucchi di Monza, il concerto della vigilia in una piazza Duomo opportunamente trasformata in una dependance della Scala. Quel che non si vedeva era la Madonnina, ma per una volta ci sta che Milano sbandi dalla parte del proprio storico illuminismo. Qui il format mi ha lasciato molto perplesso: indovinato dal punto di vista del business mondiale, patetico dal punto di vista di un Paese che dice in giro nei suoi vertici un giorno sì e l'altro pure di voler cambiare verso. L'Italia era quella del teatro lirico sempiterno, dove il melodramma dice più cose di noi e della nostra storia di quanto riesca nasconderne. Starguest il tenore Andrea Bocelli. I presentatori non potevano essere più leggeri, in particolare quella Antonella Clerici che ha abbracciato da gran tempo sui teleschermi a reti unificate la dilagante moda culinaria, non tanto per andare incontro alla fame  e agli affamati del mondo (un miliardo per la statistica), quanto piuttosto per fornire alibi e ragioni quotidiane alla obesità intrattenibile della casalinga di Voghera.
Mancava solo la verve di Rita Pavone in "Viva la pappa col pomodoro" – certamente in tema – e il revival di un popolo di frenetici sedentari sarebbe risultato perfetto.
Tanto a globalizzare la solidarietà e a ricordarci che i volti hanno ancora fame nel paradosso dell'abbondanza, citando i suoi predecessori, ci pensa il solito Francesco vescovo di Roma. Il quale ha pure ammonito che sarebbe ora di smettere di abusare del giardino che Dio ci ha affidato e non si è potuto trattenere dall'esortare che nessuno sia privato della dignità e che nessuno prenda un pane indegno del lavoro dell'uomo. Della serie: noi pensiamo agli affari diventati affarucci o qualche volta augurabilmente affaroni, pensiamo anche a consolarci con il grande melodramma e le piccole canzonette, mentre alla manutenzione delle coscienze continui a pensare il successore di Pietro. Domanda: quanto potrà durare questo verso continuo con i politici che fanno pubblicità e il papa che si sforza di fare politica?


Andare per soggetti
Andare per soggetti e meno per spettacoli ed ologrammi non sarebbe invece fuor di luogo. Anche di fronte agli eventi che interessano la nazione dentro le reti inevitabili della globalizzazione galoppante. Nella globalizzazione infatti i popoli entrano con una loro identità, costruita e in costruzione, non con il business dei pochi che continuano ad arricchirsi.
Non è neppure necessario avere letto il tomo ponderoso e puntuale di Thomas Piketty, che rifà il verso al Capitale di Marx. Basta l'antica nasometria di un dimenticato giovane primo ministro italiano, Giovanni Goria, a dare il senso e la posizione.
Se ne è avuta un'occasione recente, che fortunatamente non è andata sprecata, con il settantesimo anniversario del 25 Aprile. Abbiamo fatto memoria di donne e uomini che non lottarono soltanto per il pane e tantomeno per la carriera: erano consapevoli, opponendosi alla dittatura, di giocare la vita. Perché? Dove hanno trovato il coraggio?
Ha lasciato scritto un resistente di Milano: "Viene un momento nel quale la coscienza ti pone un imperativo al quale non ti puoi sottrarre senza perdere la stima di te stesso". Una frase nella quale è raccolta la dignità di una intera città e della nazione italiana.
Di Milano è stato detto recentemente che seppe essere la capitale della Resistenza. Una Milano tuttavia carica di contraddizioni, al punto che Giorgio Bocca arriverà a definirla "ambigua".
Ma Milano è la città più bombardata d'Italia. Una città distrutta e affamata della quale lo storico Alberto De Bernardi ha recentemente ricordato che la media era di 2000 calorie per poi scendere a 1700 alla fine della guerra; con i picchi in discesa che la statistica si incarica di smussare e amalgamare soltanto sulla pagina.
Per tutte queste ragioni, dopo settant’anni, questo 25 Aprile ha rappresentato un punto di arrivo e un punto di partenza. Di arrivo, perché conclude quella dolorosa vicenda, iniziata all'indomani della fine della prima guerra mondiale, che avrebbe lasciato un Paese profondamente cambiato e inserito in un contesto globale radicalmente nuovo.
Di partenza, perché nel momento stesso in cui quella dolorosa parentesi si chiudeva, subito se ne apriva un'altra, quella della ricostruzione civile e istituzionale dell'Italia.
E’ dalla nostra quotidianità che ripartono le domande nei confronti della Resistenza, in particolare gli interrogativi delle nuove generazioni, che al patrimonio di questa storia non possono rinunciare, interrogandola il più delle volte al di fuori degli schemi del passato recente.
La memoria infatti non è archeologia. Fare memoria è ritornare sui passi per ritrovare le tracce di nuove vie verso un futuro possibile. La memoria conserva perciò inevitabilmente i semi della speranza e del progetto. Per questo non deve essere né ignorata né sprecata. Perché il fare memoria è un procedimento essenzialmente  creativo, talvolta inconsapevole, a dispetto delle proprie intenzioni.
Siamo in tal modo nuovamente rimandati al rapporto centrale tra le lotte in montagna e la crescita di coscienza della popolazione: quel che fa della Resistenza una autentica "lotta di popolo". Fondamentale la memoria degli scioperi del marzo 1943 e 1944 nelle grandi fabbriche del Nord, di Torino, di Milano e di Sesto San Giovanni.
Di esse scrisse in prima pagina il New York Times del 9 marzo 1944: "Non è mai avvenuto nulla di simile nell'Europa occupata che possa somigliare alla rivolta degli operai italiani. È una prova impressionante che gli italiani, disarmati come sono, sanno combattere con coraggio ed audacia quando hanno una causa per cui combattere".


Lo sciame delle interpretazioni
Resistenza significa anzitutto evidenziare le ragioni che l'hanno evocata. Ma non solo. Significa ricostruire lo sciame della memoria e delle sue discordanti interpretazioni. Ciò equivale a riproporre dopo settant'anni il rapporto tra la Lotta di Liberazione e la storia della Repubblica. Ricordando che se una parte degli italiani non amava parlare della Resistenza, sul fronte ideologico opposto si discuteva della "Resistenza tradita". Anche per questo, dopo settant'anni, la lotta di liberazione chiede di essere rivisitata.  
Una Resistenza di lunga durata alla quale faceva riferimento Pietro Calamandrei, quando nel febbraio del 1954 al Teatro Lirico ricordava: "Non si combatteva più sulle piazze, dove gli squadristi avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà, ma si resisteva in segreto, nelle tipografie clandestine dalle quali fino dal 1925 cominciarono ad uscire i primi foglietti alla macchia, nelle guardine della polizia, nell'aula del Tribunale speciale, nelle prigioni, tra i confinati, tra i reclusi, tra i fuorusciti. E ogni tanto in quella lotta sorda c'era un caduto, il cui nome risuonava in quella silenziosa oppressione come una voce fraterna, che nel dire addio rincuorava i superstiti a continuare: Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gobetti, Rosselli, Gramsci, Trentin. Venti anni di resistenza sorda. Ma era resistenza anche quella: e forse la più difficile, la più dura è la più sconsolata".
D'altra parte la complessità della Resistenza è in grado di dar conto  della complessità della sua memoria. Avendo chiaro che nel processo di lenta liberazione degli italiani non è solo presente il rifiuto del fascismo, la ribellione quotidiana ai suoi riti e all'invasione della sfera privata, ma anche un'idea di rinascita nazionale. Tutto questo ha consentito a Pietro Scoppola di affermare che la lotta di liberazione degli italiani fu anzitutto una "resistenza civile".
Una visione della Resistenza che non ne restringa il perimetro per l'incapacità a coglierne la vera dimensione collettiva e popolare, le dinamiche che attraversano gli eventi e i territori, i tempi diversi e i luoghi, e le classi sociali.
È in questo quadro che le tre dimensioni interpretative che fanno capo alla lotta insurrezionale e di liberazione dal fascismo si ricompongono in maniera asimmetrica nel quadro complessivo di un Paese che cambia non soltanto il regime, ma che per farlo ha ancora una volta bisogno di rifare i conti con una storia di particolarismi in una penisola troppo lunga e con le culture che ne discendono.
Un modo per riprendere le misure a un popolo che non si presenta come un dato biopolitico, ma come una faticosa costruzione politica all'interno di un processo non privo di contraddizioni.
Una ricostruzione che ritroviamo nel recente intervento del presidente Giorgio Napolitano quando propone: "il recupero e la valorizzazione di dimensioni a lungo gravemente trascurate del processo di mobilitazione delle energie del Pese che si dispiegò per difendere l'onore e riconquistare la libertà e l'indipendenza dell'Italia: la dimensione cioè del contributo dei militari, sia delle forze armate coinvolte nella guerra fascista e poi schieratisi eroicamente (basti fare il nome di Cefalonia) contro l'ex alleato nazista, sia delle nuove forze armate ricostituitesi nell'Italia liberata (che ebbero a Mignano Montelungo il loro battesimo di fuoco). L'immagine della Resistenza si è così ricomposta nella pluralità delle sue componenti: quella partigiana, quella militare, quella popolare".
Certamente si tratta della sintesi più rapida e più compiuta della complessità della Lotta di Liberazione.

Le facce della crisi
Siamo oggi di fronte alle molte facce di una crisi economica e sociale e alla fase finale di una transizione infinita sul piano delle istituzioni. Abbiamo assistito alla dissoluzione delle regole e alla conseguente caduta dell'etica pubblica. Al venir meno della fiducia nel futuro, per cui sembra rincuorare e spronare tutti, credenti e non credenti, l'invito di papa Francesco a non lasciarci rubare la speranza. Il dovere dell'ora è dunque ritrovare un senso comune al nostro vivere repubblicano. Recuperare insieme un idem sentire senza il quale un traguardo comune non è raggiungibile né può esistere.
A ricostruire il Paese furono allora le stesse forze politiche che erano state forgiate dalla comune esperienza della Resistenza ed esaltate dalla Liberazione, e lo fecero a partire dalla sua Carta fondamentale: la scrittura della Costituzione della Repubblica vide infatti realizzarsi, in una sinergia di straordinaria importanza, una collaborazione storica tra due blocchi che, seppur profondamente divisi, seppero unire le loro migliori energie ed intelligenze intorno a una comune idea non solo di  Stato, di società e di cittadino, ma anche e soprattutto di uomo.


Il ruolo tuttora centrale del lavoro
E’ il lavoro il grande ordinatore delle nostre società, prima e più della legge, oggi come allora. Allora la difesa delle fabbriche e delle macchine significò la volontà di ricostruire il Paese nella libertà, nella giustizia, nell'uguaglianza, perché il superamento delle distanze sociali continua ad essere la spinta ineliminabile di una vera democrazia.
Sandro Pertini, grande capo partigiano e non dimenticato presidente della Repubblica, non a caso aveva l'abitudine di ripetere: "Non ci può essere vera libertà senza giustizia sociale. Non ci può essere giustizia sociale senza vera libertà".
Fu lungo questa linea interpretativa che i costituenti si convinsero che fosse possibile rintracciare "una ideologia comune" e non di parte sulla quale fondare il nuovo edificio costituzionale. Una concezione caratterizzata cioè dalla centralità dei diritti della persona, dei suoi diritti fondamentali "riconosciuti" e non creati e dettati dalla Repubblica.
Vengono così posti nel terreno della Nazione i semi di un duraturo personalismo costituzionale. Il vero idem sentire del Paese.
Sono 626 le donne partigiane fucilate. E del resto la loro partecipazione all'epopea in montagna è stata fin dagli inizi sottovalutata. Al punto che in più di un'occasione venne loro sconsigliata la partecipazione ai cortei e alle manifestazioni di giubilo successive alla vittoria del 25 aprile, come non confacente alla riservatezza e alla dignità femminile.
È dunque un grande merito di Antonio Pizzinato l'avere recentemente ricostruito il ruolo determinante e addirittura "scatenante" della presenza femminile negli scioperi del marzo del 1943. Scioperi lentamente iniziati a Torino e poi dilagati alla periferia nord di Milano, a Sesto San Giovanni, a partire dalla bulloneria dove su 480 operai ben 400 erano  donne.
Sono loro che prendono a calci con i pesanti zoccoli che il lavoro richiede i fascisti inviati in fabbrica per ricondurle al lavoro. Sono sempre queste donne a denunciare e respingere le condizioni di vita assolutamente insufficienti, rappresentate nella mensa aziendale da un primo scarso e da un mezzo uovo.
Ovviamente non omettono di chiedere la parità di trattamento. E vale la pena ricordare che uno dei primi provvedimenti del governo Badoglio sarà chiudere i sindacati fascisti.
Osservazioni e dati che dicono come a settant'anni il gusto di riscoprire le radici e le modalità della Lotta di Liberazione siano tanta parte dell'insegnamento che dalla Resistenza interroga le nostre vite quotidiane, e quelle delle nuove generazioni in prima battuta.


Idee laterali
Idee laterali possono talvolta condurre al centro del problema, anche riprendendo discorsi non nuovissimi. (Osservazione che mi obbliga a rifare l’elogio della rapsodia.)
Si sostiene ad esempio che il nostro Paese non sia più competitivo. Una molla mancante che si nasconde nel credit crunch e quindi tra i consumi. Una delle ragioni per le quali il mondo delle imprese e delle professioni era restio a votare PD prima di Matteo Renzi. Al punto che senza la rielezione di Napolitano al Quirinale avremmo avuto il caos istituzionale (Macaluso). Domanda: qual è allora il riformismo del PD?
Enrico Morando propose mesi fa, in una tranquilla località montana prossima alla Valtellina, il modello Schroeder. Come a dire che si dovessero consegnare le cose a un grande partito del lavoro, come fece appunto Schroeder in Germania vent'anni fa. Quel modello Schroeder di cui si avvale perfino la Merkel. E infatti le emergenze non si risolvono con un rattoppo. Ci vuole respiro e ci vuole immaginazione strategica.
Lo stesso problema che sta di fronte a Miliband per il Labour Party.
Tutto ciò chiede evidentemente di mettere in sicurezza la legge elettorale, anche se la legge elettorale poteva essere molto meglio confezionata di quella scelta. E qui un'altra presenza si affaccia proponendo problemi tanto laterali quanto irrisolti.
I democratici hanno fatto in Italia un sacco di primarie, e tuttavia il partito non è ancora nato, anzi in brevissimi anni siamo riusciti a sputtanare un metodo collaudato e indispensabile oltreoceano. Così – come affermava il miglior Segatti – il ceto politico con le primarie si è mangiato il partito… Come a dire, ancora una volta: a un eccesso di tecnica corrisponde una mancanza di politica. Anzi, un eccesso di galli da combattimento di serie B in tutte le periferie di una troppo lunga penisola.
Il problema infatti non è che la competizione sia vera, ma intorno a che cosa la competizione si svolge.
Ancora una volta bisognerebbe riuscire a riflettere sul fatto che più grande generosità è pensare per gli altri, e non al posto degli altri. Personalmente sono perfino disponibile a stare in un partito che non mi piace, purché sia partito... E invece si moltiplicano ovunque i vetoplayer: i molti e troppi attori con un elevato potere di veto.
Resta vero che il Paese ha bisogno di un radicale cambiamento. A mio modesto avviso più da realizzarsi che da proclamare. In questo sono rimasto veterodegasperiano, dal momento che lo statista trentino amava ripetere che il buon politico deve sempre promettere un po' meno di quanto è sicuro di mantenere.
Le nostre cifre infatti da tempo non sono esilaranti. Il prodotto pro capite italiano rispetto alla Germania si è ridotto di otto punti, e di quattro rispetto alla Francia. Abbondano anche da noi le multinazionali tascabili, ma il panorama resta inquietante e non funziona.
Secondo il bollettino della Banca d'Italia di otto mesi fa il 10% delle famiglie più dotate possiede nel nostro Paese il 46% del reddito; nel 2008 il 10% di queste famiglie possedeva il 44,3%; nel 1990 il 10% di queste medesime famiglie possedeva il 39% del reddito nazionale.
Né le cose mutano se si guarda al patrimonio immobiliare. Resta sempre vero che lo Stato ha, non soltanto da noi, tuttora un enorme peso in economia.
Domanda: è possibile cambiare con un altro strumento rispetto allo Stato? Si può agire soltanto con la politica?
La prima risposta è che sono necessari una quantità enorme di altri attori, all'interno ovviamente del giusto assetto istituzionale.
C'è chi insiste nel dire che ci vorrebbe in Italia un programma, una Schroeder Agenda 2020, così come Schroeder disse Agenda 2010. Un'agenda nel caso tedesco elaborata dal dottor Hartz, che esce da Volkswagen e cambia la Germania…
Per fare tutto ciò – si diceva sempre otto mesi fa – ci vuole un leader, perché non c'è progetto senza leader nella democrazia competitiva.
Adesso il leader ce l'abbiamo, ma, al di là della adesione alla famiglia socialista europea, non pare roso dall'attenzione per le ricette socialdemocratiche.


La casta infinita
Crescono intanto indisturbati, o meglio continuano a crescere i membri della casta che decide le finanziarie e le scrive con il solito gruppo di funzionari. Alle parole del cambiamento non sempre conseguono fatti mutati, non dico radicalmente.
In questo scenario giocano le loro partite le sfide della democrazia, non solo quelle elettorali. I partiti sono fin dall'inizio considerati dagli italiani un elemento negativo. Perché? Perché i partiti organizzano il conflitto, e il conflitto dà fastidio a tutti. Può parere paradossale, ma si preferisce la polemica reiterata e violenta al conflitto reale.
In regioni fortemente corrotte il voto viene in tal modo polarizzato dai leaders, perché anche lì i leaders appaiono meno corrotti dei partiti. La bussola infatti non è il partito in sé, ma la competizione tra partiti. E allora come non osservare per la milionesima volta che il problema dell'Italia è la debolezza dei partiti, dal momento che il ceto politico se li è mangiati?
I partiti sono scomparsi. I partiti caratterizzano una classe dirigente, non gli elettori. Così da noi il voto è risultato a lungo prevalentemente retrospettico piuttosto che prospettico. E se si viaggia verso presidenzialismi plurimi (anche con la riforma scolastica) è perché nelle situazioni presidenziali l'effetto della leadership viene palesemente esaltato.
Sempre più difficile appare la convivenza tra le forze politiche, dal momento che le esperienze di coabitazione importano uno stress cognitivo e oscurano la propensione a polarizzare il voto. Cos'è diventato lo spazio elettorale in Italia?
L'incertezza intorno alla definizione e la confusione intorno alla realtà dichiarano per i più la fine della destra e della sinistra politiche. Può risolvere il problema il delirio del nuovismo?
Nuovo e discontinuità sono i mantra più ripetuti e più alla portata di mano, con il dubbio che si adattino più alla rappresentazione che alla realtà.
Varrebbe forse la pena ricordare che Gramsci metteva alla berlina le condizioni nelle quali il presente è privo di storicità, considerando questo modo di pensare come il vezzo con il quale si presume di essere qualcosa solo perché si è nati nel tempo presente.
Così l'essere “contemporaneo” è un titolo buono (sempre Gramsci) solo per le barzellette.
Ma chi cita più Gramsci? Chi si dà la pena di risfogliare i Quaderni del carcere?
Tantissimi i rischi che stiamo correndo. Uno dei più grandi è di far credere l'incredibile, e che cioè il malaffare venga alimentato dalla democrazia stessa, dal pluralismo e dagli elettori.
Ma dove si va e dove andremo senza partiti? C'è del nostro futuro una specie di democrazia elvetica tutta referendaria? La nostra quotidianità sarà scandita da labili liste elettorali?
Così pare si sia imboccata la via per i diritti cartolari, privi di consistenza reale.


Il quadro europeo
Torniamo allora, non fiaccati dalla disperazione, a riflettere sul quadro europeo.
Il Pse è nato il 9 novembre 1992, e tra i firmatari dell'atto di fondazione troviamo Achille Occhetto. Ci sarà pure un rapporto tra Tony Blair che costruisce il mitico New Labour e Schroeder che costruisce la Neue Mitte e le scelte dell'uno per un incarico milionario alla Banca Morgan, e dell'altro per un incarico, sempre milionario, a Gazprom?
Pruderie moralistica? O forse il problema etico odierno è come essere avidi senza sentirsi in colpa, perché il mercato lo vuole?
Fin dagli inizi il mercato è un messaggio ambiguo che la destra declina come il riconoscimento per chi si arricchisce e fa carriera. Siamo forse rimasti irrimediabilmente indietro?
Fa pure parte del pensiero unico un'idea di passato come blocco indistinto dal quale prendere le distanze e rinascere, che equivale a un rifiuto di pensare alla storia.
Del resto il giovanilismo nasce e rinasce ovunque così, e dovunque ha avuto fin qui l'abitudine di indirizzarsi a sbocchi autoritari. A caratterizzarlo è l'assenza di una reale dialettica dei processi storici. Ritorna fuori l'antico Gramsci: l'essere "contemporaneo" è un titolo buono solo per le barzellette... A meno che la storicità non significhi soltanto caducità.
Riecco Niklas Luhmann: nessun soggetto è in grado di interpretare questo mondo complesso, e tantomeno di cambiarlo. A questo punto è dato capire perché si assiste alla generalizzazione globale di una tendenza al dominio anziché verso la libertà, a dispetto della crescita in generale e dello sviluppo delle tecnologie in particolare.
Non v'è dubbio che l'antistatalismo esasperato sia stato rimesso a nuovo grazie all'avanzata strepitosa del monetarismo. Un'avanzata anche strepitosamente ideologica.
In tal modo la Costituzione ci appare grazie a Dio non solo come un documento, ma un fatto formale fondamentale e fondante, da analizzare fino in fondo.

Il ritorno di Amartya
Non è un eterno ritorno nietzschiano, ma insistente sì, come per continuare un discorso appena lasciato interrotto, con la semplicità accattivante dell'ultimo maestro. Sto parlando dell'opuscolo di Amartya Sen, La libertà individuale come impegno sociale, edizione gratuita di Laterza, che l'ultimo libraio militante di Milano, il Guido Duiella di via Tadino, mi ha offerto insieme agli ultimi testi che avevo ordinato sul tema del 25 Aprile.
Sen prende questa volta le mosse da Isaiah Berlin e dalla sua distinzione fra concezioni "negative" e "positive" della libertà. Dove per libertà in senso positivo (la libertà di) si intende ciò che, "tenuto conto di tutto, una persona può o meno conseguire"(p.11).
Viceversa, la concezione negativa della libertà (la libertà da) "si concentrerà precisamente sull'assenza di una serie di limitazioni che una persona può imporre a un'altra" (p.12).
Dopo avere osservato che si è andata affermando la tendenza a prestare attenzione prevalente alla concezione "negativa" della libertà, Sen sostiene – coerentemente con tutta una lunga serie di saggi da lui pubblicati – che è la libertà positiva che ci interessa, dal momento che riteniamo di grande importanza l'essere "liberi di scegliere" (p. 13). È qui, al netto di tutte le distinzioni, che Amartya Sen riprende quello che mi pare il fulcro di tutte le sue recenti prese di posizione. Quel che positivamente sorprende il lettore sono gli esempi che anche questa volta Amartya Sen ha scelto per esplicitare il proprio ragionamento, tanto più intriganti perché questi sono anche i primi giorni di apertura dell'Expo milanese 2015, il cui mantra suona: "Nutrire il Pianeta".
Il tema proposto alla riflessione e gli esempi addotti riguardano il rapporto tra carestie e libertà. Dopo avere osservato che la carestia del Bengala del 1943 ebbe luogo senza che la disponibilità di cibo fosse eccezionalmente bassa, Sen non si trattiene dall'osservare che alcune carestie sono avvenute quando la disponibilità di cibo era al suo livello massimo. E adduce il caso della carestia del Bangladesh del 1974 (p. 18).
Sostiene inoltre Sen che nello spiegare le carestie non si deve guardare tanto alla disponibilità totale di cibo, ma al possesso di "titoli" da parte dei gruppi vulnerabili, "ovvero ai diritti di proprietà sul cibo che tali gruppi sono in grado di farsi riconoscere" (p.18).
Ne consegue che non deve sorprendere la circostanza che una politica di integrazione dei redditi (ad esempio offrendo impiego pubblico o pagando un salario alle persone indigenti in cerca di lavoro) "possa costituire uno dei modi più efficaci di prevenire le carestie" (p.19). Mai l'economia è risultata così palesemente economia politica, e va pure osservato che l'analisi e la prospettiva di Sen indicano la centralità basilare del rapporto solidarietà-democrazia, fino ad indicare la stessa democrazia come un "bene comune" della stagione politica in questa fase storica. L'affermazione risulta a questo punto perentoria: "Questo è in effetti il modo in cui le carestie sono state sistematicamente prevenute in India dopo l'indipendenza"(p. 19). Perché l'eliminazione delle carestie in India è stata in massima parte il risultato di sistematici interventi pubblici. E a fondamento della propria posizione Sen aggiunge che "ciò che ha determinato il cambiamento della situazione è stata la natura pluralistica e democratica dell'India dopo l'indipendenza"(p. 20).
Il fatto che le carestie abbiano potuto dilagare in molti paesi dell'Africa sub-sahariana discende dalla circostanza  che i governi di quei paesi non si devono preoccupare troppo della minaccia dei partiti all’opposizione, proprio a seguito di una carenza di controllo e di solidità delle rispettive democrazie.
I territori, i campi, le foreste sono sempre più nelle mani di un sistema economico le cui decisioni mutano senso ed efficacia a seconda del tasso di democrazia che li governa. Secondo Sen, "nella terribile storia delle carestie mondiali è difficile trovare un caso in cui si sia verificata una carestia in un paese con una stampa libera e un'opposizione attiva entro un quadro istituzionale democratico"(p. 22).
È tempo di criticare allora una diffusa tradizione utilitarista, la quale sottolinea non tanto "la libertà di raggiungere risultati, quanto piuttosto i risultati conseguiti" (p.23).
Va da sé che "la libertà come tale non costituisce un valore nel calcolo utilitaristico"(pp. 24-25). Bisogna spingere lo sguardo nelle pieghe del tessuto sociale, nell'apparato dei media, nell'educazione di massa. Fino a osservare che l'intensità della privazione del lavoratore precario, del disoccupato cronico e della moglie completamente succube hanno condotto costoro a imparare "a tenere sotto controllo i propri desideri e a trarre il massimo piacere da gratificazioni minime"(p.26). Verrebbe da dire: ridotti nel desiderio ed educati alla parsimonia dalla miseria. Infatti è bene ribadire che è la politica che educa i popoli, che non esistono come entità naturali all'interno di un orizzonte biopolitico, ma sono realtà politiche educate storicamente ad acquisire identità.
Osserva ancora Sen: "Sfruttamento e disuguaglianza persistenti spesso prosperano creandosi alleati passivi proprio in coloro che vengono bistrattati e sfruttati" (p.29). Da segnare sul taccuino degli appunti il termine "alleati passivi".


Il paradosso delle disuguaglianze
Qui il discorso accenna al paradosso delle disuguaglianze e osserva che a partire dall'indipendenza del 1947 "l'India ha compiuto notevoli progressi nell'istruzione superiore, ma pochissimi in quella elementare" (p. 29).
È il caso di rammentare un passo dell'esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii gaudium, dove si sconfessa il mito liberista della "ricaduta favorevole", mai storicamente provata, che traduce l'espressione inglese di Stiglitz, là dove il premio Nobel parla dell'inesistenza del trickle-down.
Riaffermata con Rawls l'importanza politica ed etica della libertà individuale, Sen focalizza l'attenzione sugli effetti e i tipi di vita che le persone possono scegliere di condurre e che concernono diversi aspetti del "funzionamento umano" (p. 34). Secondo Sen, "la libertà di condurre diversi tipi di vita si riflette nell'insieme delle combinazioni alternative di functionings tra le quali una persona può scegliere"(p.35). Questa può essere definita la "capacità" di una persona.
Dunque, "aumentare le capacità umane deve rappresentare una parte importante della promozione della libertà individuale"(p. 36).
L'ultima parte della riflessione di Amartya Sen riguarda quella che potremmo definire la condizione materiale delle diverse democrazie. Sen osserva le discrepanze di reddito e l'handicap che in termini non soltanto finanziari può costituire l'essere malato in maniera tale da dover richiedere cure continue di dialisi renale. "La necessità di tener conto di differenze nella abilità di trasformare redditi e beni primari in capacità e libertà è veramente centrale nello studio dei livelli di vita in generale, e della povertà in particolare"(p. 38).
Non omette di notare che le strutture sociali per l'assistenza sanitaria negli Stati Uniti sono più deficitarie di quelle di altri paesi molto più poveri, al punto che all’incirca la metà dell'eccesso di mortalità dei neri americani può essere spiegato sulla base di differenze di reddito. "Gli uomini hanno meno probabilità di raggiungere i quarant’anni nei sobborghi neri di Harlem a New York che nell'affamato Bangladesh"(p. 40).
Secondo Sen, "il mercato può effettivamente essere un grande alleato della libertà individuale in molti campi, ma la libertà di vivere a lungo senza soccombere a una malattia che può essere prevenuta richiede una gamma più ampia di strumenti sociali"(p. 41). Come a dire che non si dà democrazia senza welfare.
E dunque "l'attribuzione di priorità alla libertà individuale, nel senso più ampio del termine, si fonda sul rifiuto dell'affermazione esclusiva dell'importanza dell'utile, della ricchezza, della sola libertà positiva, sebbene queste variabili ricevano anch’esse attenzione, fra le altre, nella ricerca della libertà"(p. 45).
Si tratta di proporre e realizzare un approccio all'etica sociale che ponga l'accento sulla libertà individuale come impegno sociale, condizione che non esclude la necessità di affrontare problemi di conflittualità fra gruppi e fra individui. E infatti "i principi distributivi affrontano tali conflitti, piuttosto che eliminarli"(pp. 48-49).
La questione più urgente "resta però l'esigenza di riesaminare i problemi dell'efficienza sociale e dell'equità spostando l'attenzione sulle libertà individuali"(p. 52).
Il passo è tale che obbliga tutti a ripensare l'economia dal punto di vista delle politiche democratiche. Dire che la democrazia è diventata oramai un diritto non cartolare e un bene comune non è raccontare una barzelletta solidale e neppure una giaculatoria illuministica.

Ecco comunque – secondo Amartya Sen – il menù della dieta democratica per nutrire il pianeta globalizzato. 
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