L’OSSIMORO PASOLINI
Gaccione Conversa con Donato Di Poce in occasione della
pubblicazione del suo nuovo libro.
D: In che cosa si differenzia questo tuo saggio
rispetto a quanto la critica - una critica sterminata - ha indagato sul
personaggio Pasolini?
R: L’opera si distacca dalle commemorazioni di circostanza e dai
gossip mediatici sulla sua morte e sulla sua omosessualità, per offrire un’interpretazione
militante e “corsara”, che definisce Pasolini come autore lucido e fertile del
suo tempo, profeta e veggente dei nostri tempi bui devastati dal capitalismo
imperialista e dalla fine delle democrazie, testimone del suo tempo e della sua
disperata vitalità. Il saggio è un viaggio completo nella “galassia
di CreAttività” pasoliniana, suddiviso in sezioni tematiche che non
tralasciano alcun aspetto: dalla poesia dialettale (La meglio gioventù)
alla narrativa delle borgate (Ragazzi di vita), dalla fondazione della
rivista Officina all’analisi del “Cinema di poesia” e del “Teatro di Parola”,
fino all’opera-testamento Petrolio, definito dall’autore il “Poema delle
stragi”.
D: Il titolo stesso del tuo saggio insiste sull’ossimoro Pasolini.
Puoi spiegare in poche battute ai lettori il senso di questa tua indovinata
definizione?
R: Il volume analizza l’intera produzione (poetica, critica,
cinematografica e teatrale) pasoliniana sotto la lente dell’ossimoro: Pasolini
fu marxista ma inseguiva la religione, adorava la tradizione (Dante, Pascoli)
ma praticava uno sperimentalismo linguistico rivoluzionario, era poeta sublime
(Le ceneri di Gramsci ma anche regista “sacrale” (Il Vangelo
secondo Matteo) e giornalista spietato (Scritti Corsari). Il libro
smonta con passione critica “l’errore e la cattiveria” degli esegeti che
scambiarono questa “molteplicità espressiva” per doppiezza, dimostrando come
Pasolini usasse gli opposti come unica via per cercare la verità.
D: Che cosa la critica accademica ha trascurato di questo
intellettuale e in cosa consiste la sua diversità rispetto alle altre figure
dell’impegno militante?
R: Non abbiamo ancora fatto i conti con P. P. Pasolini. Abbiamo
fatto scempio dei suoi tre corpi: quello fisico, quello mentale e quello
poetico. Tre corpi controcorrente che davano fastidio perché troppo autonomi e
troppo liberi. La critica che pur ha avuto pregevoli letture (Scalia, Siti,
Siciliano, Muraca, D’Elia, Casi, Ferretti) si dimentica spesso che Pasolini è
stato innanzitutto un grandissimo poeta (e come disse Moravia tra i pochi del
secolo) e critico letterario e che il suo capolavoro Le ceneri di Gramsci
basterebbe da solo a decretargli l’immortalità. Io scoprii giovanissimo questa
raccolta e ne fui fulminato! Un poeta che parlava di realtà e temi civili e
storici in terza rima dantesca… pazzesco!
D: La morte del poeta viene sempre più letta come un vero e
proprio delitto politico, maturato in un contesto ben preciso. Qual è la tua
opinione in merito?
R: La mia convinzione è affermativa… sono convinto che gli
anno fatto fare la stessa fine di Mattei. Due uomini troppo liberi, troppo
indipendenti. due lampi di verità. A entrambi ho dedicato una lunga poesia
presente nel libro dal titolo “Lampi di verità”. Faccio notare solo che fino a
quando Pasolini si limitava a fare il cineasta, il poeta e il regista
cinematografico non dava fastidio a nessuno, ma poi cominciò a scrivere Petrolio
il romanzo delle stragi, e sul Corriere della Sera articoli di fuoco contro la
borghesia e il potere. Cito a futura memoria il suo testo j’accuse: Io So.
D: Il tuo libro finisce con uno splendido calligramma
a forma di croce dedicato a Pasolini: Ce ne vuoi parlare?
R: Certo, la poesia è un omaggio sia alla poetica di
Pasolini che al suo sperimentalismo linguistico espletato in Poesia in forma
di rosa. Trattandosi di una poesia visiva, rimando graficamente al testo
‘Poema della Croce’ presente nella mia raccolta.
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