IL SEQUESTRO DI MADURO
di Maurizio Vezzosi
L’attacco al Venezuela compiuto nelle ultime ore dagli Stati
Uniti conferma le mire di Washington sulle ingenti risorse venezuelane e
latinoamericane, oltre che l’intento dell’amministrazione Trump di complicare l’approvvigionamento
di petrolio da parte cinese. Pechino è infatti stato fino ad oggi il principale
acquirente di greggio venezuelano.
È improbabile che l’operazione condotta dagli Stati Uniti in
Venezuela abbia avuto luogo senza un tradimento interno ed una paralisi della
catena di comando della difesa venezuelana. Se il sequestro di Nicolas Maduro
abbia un nesso con le trattative russo-statunitensi sull’Ucraina lo scopriremo,
forse, nel futuro prossimo. L’operazione condotta dagli Stati Uniti crea un
precedente replicabile potenzialmente ad infinitum sia da Washington che
da qualunque altro attore. Se, ad esempio, le forze speciali cinesi
conducessero un’operazione analoga a
Taiwan, sostenendo arbitrariamente che il primo ministro e il presidente si
dedicano al narcotraffico ed al terrorismo e sequestrandone le rispettive
famiglie cosa potrebbe obiettare la Casa Bianca? Nonostante il momentaneo ed
indiscutibile successo militare gli Stati Uniti si dimostrano reticenti ad
ingaggiare una guerra di medio-lungo periodo con caratteristiche tradizionali.
Ciò assottiglia la linea tra pace e guerra al punto di rendere i due scenari
quasi indistinguibili. È probabile che l’operazione lanciata contro Nicolas
Maduro sia stata immaginata anche con l’intento di creare tensioni tra Cina e
Russia, facendo leva sulle diverse priorità delle due potenze e sui diversi
approcci verso l’America Latina ed in particolare il Venezuela. Nonostante le
intuibili divergenze tra Mosca e Pechino sul tema la possibile scommessa della
Casa Bianca non sembra avere grosse probabilità di successo. Se è vero che gli
interessi russi e cinesi possono non coincidere in alcune circostanze è
altrettanto vero che la loro convergenza generale resta immutata. Al di là di
questo, come gli Stati Uniti intendano approcciare il Venezuela dopo il
sequestro di Nicolas Maduro è tutt’altro che chiaro, forse anche per la stessa
Casa Bianca. Il fatto che il sequestro abbia avuto successo, del resto, non
significa che Washington sia nella condizione di organizzare un’amministrazione
coloniale e di imporla efficacemente al Venezuela.
Per il momento il sequestro di Nicolas Maduro si presenta, oltre che come uno strumento di pressione sul governo venezuelano, come una grandeoperazione di propaganda a beneficio di Donald Trump, anche per le imminenti elezioni di medio termine. Con il sequestro di Nicolas Maduro gli Stati Uniti intendono estorcere petrolio e risorse minerarie, oltre a prendere la recisione dei rapporti strategici esistenti tra Caracas, Mosca e Pechino. Il sequestro di Nicolas Maduro non è riuscito, almeno fino ad ora, a far cambiare l’atteggiamento del governo venezuelano, a dividerne o far passar dalla propria le forze armate venezuelane o ad imporre un cambio di regime come la Casa Bianca ha imposto più volte in America Latina nel secolo scorso. A dispetto delle ricorrenti retoriche sulla pace, del secondo mandato di Donald Trump spicca, per il momento, l’aggressività crescente. Alla base di questo atteggiamento ci sono i problemi interni - solo per menzionarne uno, 42 milioni di statunitensi che ricevono aiuti alimentari dalle istituzioni, circa un cittadino su otto - la crisi dell’egemonia globale degli Stati Uniti così come quelli che riguardano il dominio del dollaro.



