COME FOSSE UNA LETTERA
di Zaccaria Gallo
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Da sin. Gallo, Gaccione, Langella
Libreria Mondadori a Bisceglie
Lo scrittore Zaccaria Gallo su “Una
gioiosa fatica” di Gaccione
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Libreria Mondadori a Bisceglie
Carissimo Angelo, amico mio, troppo tardi conosciuto e troppo separato, perché diviso da oltre seicento chilometri di distanza geografica, intellettuale finissimo e grande poeta, scrittore e redattore di “Odissea” (immancabile ristoro per chi, come me, vive e crede che, ancora, la cultura abbia il potere di salvare il mondo), compagno, nel senso proprio del “ compagno” di fede nel messaggio di fraternità e lotta per un mondo senza ingiustizie, amante della Pace e nemico della guerra e di chi la alimenta, sodale nell’amore per la Poesia, ti dico subito: mi hai mandato i tuoi versi e chiedi a me che ti scriva, di loro, qualcosa. Ti conosco, e mi conosci: non giriamo attorno alla verità! Non sono un critico letterario, non ho le armi indispensabili per usare parole degne del nome di critica verso quello che leggo. Sono un medico, che vive nei libri e con i libri, e che, nonostante l’età ormai avanzatissima, prova intimo piacere nell’osservare la bellezza che lo circonda, e nel rinvenire nelle parole della Poesia, quella stessa bellezza che c’è a primavera, in un prato senza nome e nell’estate, accanto al suono dolce del mare di Puglia, o fra ulivi e querce in autunno o nel dolce picchiettare delle gocce di pioggia in inverno sulla gronda della mia finestra. È con questo animo che voglio trovare le parole per dirti, come fosse una lettera (sai? come si faceva una volta), quello che ho sentito nella mia anima, leggendo i tuoi versi, e voglio farlo a modo mio: con l’animo del viaggiatore che vuole, appunto, compiere un viaggio nelle tue Poesie, contenute in questo tuo bellissimo libro, specchio esatto del tuo essere al mondo. E, allora, viaggiamo in questo tuo testo che, se ha l’aspetto d’un vero autoritratto (ci sei tu, intero per come sei e per come ho imparato a conoscerti), ha anche una esatta corrispondenza con la totalità delle idee e delle tensioni che fanno parte della mia natura, e il grande valore per i messaggi e i contenuti universali che si incontrano. È vero, sei inquieto, siamo inquieti, eppure sono d’accordo con te: questa inquietudine è il principio da cui poter far nascere la serenità. Tu intimi alla morte di non oltrepassare la soglia della tua casa, almeno fino a quando non ti sia data la possibilità di raccogliere i ricordi e tutto quello che hai scritto e letto, perché tutto possa vivere nella luce, con la gioia e la felicità che hanno gli uccelli del mattino.
Ma non c’è solo la morte e il buio della notte a generare inquietudine. Ti chiedi chi è il fantasma che scende dal quadro appeso alla parete (Bacon? Sì, certamente è lui, con i suoi cardinali), per pugnalare chi tradisce il vero significato della Croce. Vibra il tuo spirito anticlericale (che t’accomuna al mio) intriso dallo sdegno per le colpe della Chiesa. E da poeta-intellettuale impegnato nella lotta per una società diversa, nella quale, oggi viviamo, mediti sul vero significato da dare all’esistenza umana e del rapporto uomo con uomo. Perché sei il poeta che lotta contro i “signori” e “padroni”, quelli che, per intere generazioni, hanno tenuto in schiavitù altri esseri umani. Citi e credi e vivi nella Resistenza, che non deve mai aver fine, che non bisogna dimenticare, che ancora oggi è condizione necessaria per conquistare e mantenere viva la libertà, una libertà gioiosa, condizione di chi crede nella vita e nella Pace e non in quella lugubre di chi dà la morte. Per questo, a lettere chiarissime, nei tuoi versi, dici che non sarai mai dalla parte di chi fabbrica le armi, di chi le commercia e le distribuisce nel mondo, con i portatori di guerre, di tutte le guerre, con il loro immenso terribile carico di distruzione, dolore, morte. E io sono ancora con te quando, nelle tue poesie, dichiari di combattere sempre tutti coloro che erigono barriere tra gli esseri umani.
Sì, carissimo Angelo, io sono con te, e con i colori della tua giornata, che sono i colori dell’arcobaleno e non del nero simbolo di oppressione, buio della ragione, a favore del profitto e dello sfruttamento. E che commovente immagine evocano, a proposito proprio della libertà, quelle nuvole che passando nel cielo, al di sopra di un carcere, incontrano lo sguardo del carcerato e decidono di posare la loro prua sulle sbarre della finestrella della cella, consentendo di poter vedere, nella sua bellezza, il cielo azzurro, anche lui libero. Continuando il mio viaggio nelle tue poesie, caro Angelo, scopro con te Parigi, città a me diventata cara da quando, per ragioni letterarie personali, sono riuscito a visitare. Quanto mi fai vibrare il pensiero e l’anima quando ci parli della Place Vendome dove, con quel tuo spirito surreale che mi incanta, descrivi Proust e Marx che riconoscono passare Chopin. Ma Parigi, poi, tu la guardi con gli occhi giusti della ragione, che non dimentica, né fa dimenticare, con bellissimi versi, che la capitale francese è paragonabile a un cocktail umano, fatto di cogenti contraddizioni, tra la bellezza dei boulevards e la esplicitata presenza di una scritta su un muro, dove qualcuno, assieme a te, scrive che non si può assolvere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
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| Poesia del libro affissa nella cella di un Istituto di pena |





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