IL DIALOGO INFINITO
di Laura Garavaglia
L’intreccio tra Poesia e
Matematica
La poesia e
la matematica, lungi dall’essere discipline opposte, condividono una radice
comune fondata sull’esplorazione della realtà e sulla ricerca della verità. Questo
legame, spesso considerato invisibile, si manifesta attraverso diversi punti di
tangenza fondamentali. Un primo, evidente
punto in comune che hanno poesia e matematica è relativo al linguaggio. Lo
esprime chiaramente Leonardo Sinisgalli, poeta, ingegnere e matematico: “La
poesia ha in comune con la matematica, la tensione dell'intelligenza, la
felicità in relazione allo sforzo: un sonetto è un meccanismo, una elaborazione
perfetta, in cui è possibile ammirare la capacità di un pensiero compiuto, di una
sequenza di immagini all’interno di un certo numero”. In una lettera a
Gianfranco Contini del 1941, Sinisgalli paragona ad una formula matematica la
potenza espressiva della poesia: a+bj, dove a e b sono numeri reali e j è
l’unità immaginaria, che esprime la forza e la compressione della poetica. La
lettera è pubblicata nel libro Furor Mathematicus, [i]
un’opera-laboratorio in cui Sinisgalli distrugge lo steccato tra le ‘due
culture’, elevando la matematica a strumento di indagine poetica e la poesia a forma
suprema di precisione razionale.

Sinisgalli

Entrambe le discipline utilizzano un linguaggio universale che punta alla massima densità di significato con il minimo dispendio di mezzi, come ha sottolineato anche il matematico lettone, naturalizzato statunitense Lipman Bers: “La matematica è molto simile alla poesia. Quello che fa buona una poesia, una grande poesia, è che in essa c’è un’ingente quantità di pensiero espressa in poche parole”.[ii] Queste affermazioni mi inducono a confrontare, ad esempio, una celeberrima poesia e una altrettanto famosa formula per chiarire come una grande quantità di pensiero possa essere contenuta in una sintesi estrema: “M’illumino / d’immenso”, di Ungaretti due versi che vivono della tensione tra l'atto soggettivo, il “piccolo” io che riceve la luce, “d’immenso” è l’infinito. L’uomo di fronte al cosmo.

Ungaretti
Questa
essenzialità e densità di significati mi sembra di trovarla nella famosa equazione
di Paul Dirac, Premio Nobel per la fisica nel 1933, che ha unito la Meccanica
Quantistica con la Relatività Ristretta scoprendo la relazione necessaria tra
due elementi (materia e antimateria, o due particelle correlate): (𝞉 + 𝒎)Ψ = 0


Dirac


La
“poesia” della matematica la si trova anche nell’Identità di Eulero, che racchiude
le cinque costanti di questa cosiddetta “scienza dura” (che di duro a mio
avviso non ha nient’altro se non l’impegno che necessariamente richiede tutto
ciò che si affronta con entusiasmo), sintetizzando l’intera storia del pensiero
quantitativo:
eiπ + 1= 0


Valéry
Paul Valéry è stato definito da Italo Calvino nelle Lezioni
americane “il poeta del rigore impassibile della mente”. Claudio Bartocci
osserva “nella sterminata officina dei Cahiers,
che abbracciano cinquant’anni di implacabile e solitario ragionare, centinaia e
centinaia sono le osservazioni dedicate alle scienze matematiche (“elle sont
exercise, et comparable à la dance”) e – come per Musil, i modelli che
suscitano ammirazione, rispetto e invidia non sono tanto i letterati o gli
artisti, quanto Riemann, Poincaré, Enriques, Élie Cartan, Émile Borel,
Hadamard, oppure le “forte tête de la physique”, Plank, Einstein, Langevin,
Lorentz”.[iii] Mi sorge spontaneo pensare a un altro
punto in comune che hanno scienziati poeti: la tensione alla bellezza. Esiste
un’estetica della matematica, che matematici e fisici apprezzano e che consiste
appunto in quella sintesi estrema a cui sopra ho accennato, così come la
bellezza nasce dallo spazio bianco tra i due versi di Ungaretti. È in quel
salto visivo che avviene una sorta di illuminazione. Dirac era appunto
un’esteta della matematica e quindi della fisica, fino a dichiarare “Il
ricercatore, nel suo sforzo di esprimere matematicamente le leggi fondamentali
della Natura, deve mirare soprattutto alla bellezza matematica. Deve prendere
ancora in considerazione la semplicità, ma subordinandola alla bellezza. (…)
Accade spesso che i requisiti di semplicità e bellezza coincidano, ma laddove
entrino in conflitto, il secondo deve avere la precedenza”. [iv]

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| Calvino |
Anche un altro famoso matematico, Godfrey Harold Hardy, professore a Cambridge dal 1906 al 1919, ha descritto in modo chiaro e puntuale questo concetto di bellezza, paragonandola a quella della poesia e dell’arte in generale: “I matematici, come i pittori e i poeti sono creatori di modelli. Il pittore crea i suoi modelli con forme e colori, il poeta con le parole. Definire la bellezza matematica può essere difficile, ma è così par qualunque genere di bellezza. E anche se non sapremmo dare una definizione di bella poesia sappiamo sempre riconoscere una poesia bella quando la leggiamo”.[v]

Hardy
Questa
ricerca di una bellezza che scaturisce dall’ordine e dal numero trova un eco
nelle visioni di Lautréamont. Nei suoi Canti di Maldoror, egli
elevava un celebre inno alle “matematiche severe”, lodandone la chiarezza e la
capacità di liberare l’uomo dal fango dell’incertezza, definendole “più alte di
ogni poesia” proprio per la loro perfezione sovrumana.


Lautréamont
In
Italia, negli anni ’60, Primo Levi, Carlo Emilio Gadda e in particolare i già
citati Italo Calvinio e Leonardo Sinisgalli si sono occupati a fondo nelle loro
opere del rapporto tra letteratura e scienza. Ecco un passo illuminate di Primo
Levi, scrittore, poeta laureato in chimica, tratto da L’altrui mestiere:
“Sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura
scientifica con quella letteraria, scavalcando un crepaccio che mi è sempre
sembrato assurdo. C’è chi si torce le mani e lo definisce un abisso, ma non fa
nulla per colmarlo; c’è anche chi si adopera per allargarlo, quasi che lo
scienziato e il letterato appartenessero a due sottospecie umane diverse,
reciprocamente alloglotte, destinate a ignorarsi e non interfeconde.


Gadda

È una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della Controriforma, quando non risalga addirittura ad una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto. Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile. [...] fra le due culture non c’è incompatibilità: c’è invece, a volte, quando esiste la volontà buona, un mutuo trascinamento”.[vi]
Per Calvino, scrivere è un atto di precisione quasi matematica. La poesia non è “vago sentimento”, ma lo sforzo supremo di dare una forma nitida all’indistinto del mondo. È esattamente ciò che fa una formula fisica: riduce il rumore per trovare la costante. Già nella Sfida al Labirinto (1962) sottolineava come l’atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono affermando che entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione, di scoperta e di invenzione. Piuttosto che ambire a un’impossibile esaustività, come certo il lettore avrà già capito, questo lavoro vorrebbe offrire degli spunti di riflessione accennando ad alcuni autori che hanno esplorato la felice contaminazione tra scienza e poesia. In quest’ottica, mi limito a richiamare Lucrezio e Dante come riferimenti imprescindibili ma universalmente noti, la cui statura monumentale permette di assumerli come presupposti ideali senza doverne approfondire la trattazione, lasciando spazio a percorsi meno frequentati. Se Lucrezio e Dante rappresentano la struttura e l’ordine, un riferimento imprescindibile resta Jorge Luis Borges.

Borges

In lui, la matematica
abbandona la rigidità del dogma per farsi labirinto, calcolo combinatorio e
gioco metafisico, aprendo la strada a una sensibilità scientifica modernissima.
Egli rappresenta infatti il vertice di quella “poesia del pensiero” dove la
matematica è la struttura stessa del narrare.
Mi
limito a citare i versi finali della poesia Elogio de la sombra: “Llego
a mi centro,/a mi álgebra y mi clave,/a mi espejo./Pronto sabré quién soy”.[vii]
Qui Borges usa il termine “algebra” nel senso più puro e poetico possibile: la
riduzione della complessità della vita a una formula essenziale. Dopo aver
perso il mondo visibile (la geometria delle forme), gli resta il mondo dei
simboli (l’algebra del pensiero). Se il mondo sensibile è fatto di
immagini che mutano, l’algebra è fatta di relazioni eterne. Per Borges,
approdare all’algebra significa spogliarsi del “corpo” per diventare “formula”,
un’essenza che non può più morire perché non appartiene più al tempo.

Maggiani
Tra
i poeti contemporanei, che hanno una formazione scientifica (mi perdonino
coloro che potrei aver dimenticato di citare) faccio i nomi di Gianni Darconza,
Bruno Galluccio, e Roberto Maggiani. In questi tre autori, la doppia matrice di
fisici e matematici si traduce in una scrittura di estrema specificità, che
definirei quasi un’architettura logica del verso. La loro poesia non cerca la
suggestione vaga, ma la necessità della dimostrazione: ogni parola è
collocata con la precisione di una variabile in un’equazione, rendendo il testo
un organismo dove rigore e bellezza coincidono. Un ultimo (non certo per importanza)
punto di tangenza tra poesia e “scienze dure” è la grande capacità di
immaginazione che hanno matematici, fisici e poeti. Lascio alla voce di tre
donne, due matematiche e una poeta, chiarire quanto ho sopra scritto. La prima
è Ada Lovelace, figlia di George Gordon Byron, una delle più brillanti figure
della matematica del XIX secolo, considerata la prima programmatrice di
computer della storia, “l’incantatrice dei numeri”, come la chiamava l’amico
matematico Charles Babbage. In una nota datata 1841 scrive: “L’immaginazione è
la facoltà della scoperta (…) la scienza matematica mostra ciò che è. È il
linguaggio delle relazioni invisibili tra le cose. Ma per utilizzare e
applicare questo linguaggio dobbiamo essere capaci di apprezzare, sentire,
misurare completamente l’invisibile, l’inconscio. L’immaginazione mostra anche
ciò che è, l’essere che sta al di là dei sensi. Pertanto l’immaginazione è
coltivata in particolare da coloro che sono realmente scienziati, coloro che
desiderano penetrare i mondi che ci circondano!”.


Lovelace
In questo periodo Ada Lovelace stava pensando
di scrivere poesia matematica “un tipo di poesia unico, di natura molto più
filosofica e elevata che nessuno al mondo abbia visto sino ad ora”.[viii]
L’altra matematica e scrittrice è Sofia Kovalevskaya, che ebbe la cattedra di matematica all’Università
di Stoccolma grazie al suo grande talento, la prima donna in Europa, in epoca
moderna, a far parte del corpo docente di una prestigiosa università con pieni
diritti di insegnamento e ricerca, superando enormi pregiudizi sociali: “bisogna abbandonare il vecchio pregiudizio
che un poeta debba inventare qualcosa che non esiste, che immaginazione e
invenzione coincidano. Mi sembra che il poeta debba solo percepire quello che
gli altri non percepiscono, guardare più a fondo di come guardano gli altri. E
i matematici devono fare lo stesso. Non è possibile essere matematici senza
essere poeti fino in fondo”.


Szymborska
Infine la poeta polacca Wislawa Szymborska, premio
Nobel per la letteratura nel 1996, ha scritto: “Non ho difficoltà a immaginare
un’antologia dei più bei frammenti della poesia mondiale in cui trovasse posto
anche il teorema di Pitagora. Lì c’è quella folgorazione che è connaturata alla
grande poesia e una forma sapientemente ridotta ai termini più indispensabili e
una grazia che non a tutti i poeti è concessa”.[ix]


Claudio Bartocci
Note
1. L. Sinisgalli,
Furor Mathematicus, a cura di G. I. Bischi, Mondadori, 2019
2. G. Lolli, Matematica come
narrazione, Il Mulino, 2018
3. AA VV, Racconti matematici, a
cura di C. Barocci, Einaudi, 2006
4. P.A.M. Dirac, La bellezza come
metodo, Raffaello Cortina Editore, 2019
5. G. H. Hardy, Apologia di un
matematico. De Donato Editore, 1969
6. P. Levi, L’altrui mestiere,
Einaudi, 1985
7. J. L. Borges, Poesía
completa, Debolsillo, 2019
8.
C. Hollings, U. Martin, A. Rice, Ada Lovelave. La formación de una científica informática, Universitat de València, 2019 (citazione tradotta in italiano
da L. Garavaglia)
9. W. Szymborska, Letture
facoltative, Adelphi, 2006





