TRAGEDIE
di Gianmarco Pisa
A proposito della più complessa vicenda del confine Orientale.
I l prossimo 10 febbraio si celebra la ricorrenza, assai controversa e da sempre oggetto di polemiche, del Giorno del ricordo, con il quale, in base all’art. 1 della legge istitutiva, si intende “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra, e della più complessa vicenda del confine orientale”. Da una parte, dunque, la confusione di tenere insieme vicende storiche diverse, la “tragedia degli italiani”, l’esodo degli “istriani, fiumani e dalmati”, nonché “la più complessa vicenda del confine orientale”, che, se per un verso tradisce il fatto di non riuscire a inquadrare compiutamente la vicenda né a redigere un testo normativo risolto, dall’altro evidenzia la carenza di rigore storico e il palese tentativo di condurre, attraverso la legge, un disegno di natura politica e ideologica. Dall’altra, poi, non si può mancare di mettere in evidenza un dato ormai assodato: dalla sua promulgazione, avvenuta con la legge 30 marzo 2004 n. 92, cioè a dire nell’arco di più di venti anni, la legge non ha mai smesso di suscitare polemica e, di conseguenza, la ricorrenza non è mai davvero diventata patrimonio condiviso del Paese. Lo sfondo storico cui la legge allude è quello della “più complessa vicenda del confine orientale”: in cosa consiste? A seguito dell’aggressione nazifascista alla Jugoslavia il 6 aprile 1941 e il suo conseguente smembramento, il regime fascista ne occupò una parte consistente: la Slovenia meridionale fu annessa alla Venezia Giulia, formando la provincia di Lubiana; la Lika croata fu occupata; la Dalmazia, fino a Spalato, annessa alla provincia di Zara; inoltre, il Kosovo fu annesso all’Albania, già aggregata all’Italia, e il Montenegro occupato fu retto da un governatore italiano. Solo nella provincia di Lubiana, tra il 1941 e il 1943, su una popolazione di 340 mila abitanti, furono uccise 13 mila persone, quasi il 4% della popolazione totale della provincia; Lubiana fu interamente circondata di filo spinato e reticolati e ca. il 20% degli abitanti fu incarcerato; numerosi i villaggi bombardati, messi a ferro e fuoco, distrutti.
Fu sempre il regime fascista a rendersi
responsabile, nella regione, di crimini di guerra e contro l’umanità tra i più
efferati: decine di migliaia di croati, serbi, montenegrini e altri, tra cui
molte donne e bambini, inviati nei campi. I campi di concentramento italiani per
slavi rispondono ai nomi di Rab, Gonars, Renicci e numerosi altri. È la storia a dirci che il regime fascista adottò tattiche
di “esecuzioni sommarie, prese di ostaggi, rappresaglie, internamenti, incendi
di case e villaggi”, distruzioni diffuse. Il numero totale di vittime
dell’occupazione italiana della Jugoslavia è stimato in ca. 250 mila persone
tra caduti, vittime di rastrellamenti e fucilazioni, di violenze e torture,
vittime nei campi. Tristemente celebri le frasi di Mussolini (una
“vittoria etnica dell'Italia”) e del generale Mario Robotti, «Si ammazza troppo
poco!».
Come ha scritto Davide Maria de Luca
sulle colonne del “Domani”, la feroce “violenza etnica scatenata dall’invasione
fu uno dei fattori a mettere in moto i meccanismi che nel 1943 e poi nel 1945
portarono alle rappresaglie contro gli italiani, ricordate come “le foibe”. In tutto, si stima che almeno un milione di
jugoslavi morirono nell’occupazione e
nella guerra civile”. Non a caso, fu
istituita, nel 1943 una “Commissione
delle Nazioni Unite per i crimini di guerra” che, alla fine del 1945, inviò al
Governo italiano la lista degli italiani accusati di aver compiuto crimini di
guerra. Proprio la Jugoslavia, lungo e oltre quel confine orientale, fu il
Paese sul cui territorio gli italiani avevano commesso la maggior parte dei
crimini di cui erano accusati: 729 dei 1.845
italiani elencati dalla Commissione (il 40% del totale) furono individuati dal
governo jugoslavo. I nomi di criminali quali Mario Roatta e il già
citato Mario Robotti sono noti alle pagine della storia, ancora poco,
purtroppo, al grande pubblico.
Come ricorda il sito di Valigia Blu,
“Emblema di questa strategia è la Circolare 3c emanata nel marzo del 1942 dal
generale Mario Roatta che guida le truppe italiane in Slovenia: la circolare annulla le distinzioni tra la
resistenza jugoslava che si oppone all’occupazione italiana e la
popolazione civile, autorizzando l’esercito italiano a fucilare in maniera
indiscriminata. Nella circolare si fa
esplicito riferimento all’esperienza coloniale indicata come modello: «Si
sappia bene che eccessi di reazione,
compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti», ricorda la
Circolare 3c. «Perseguiti invece, inesorabilmente, saranno coloro che
dimostrassero timidezza e ignavia». [...] La violenza repressiva, le
fucilazioni indiscriminate, le prevaricazioni di stampo razzista sono
connaturate all’ideologia fascista. In
un’occasione Mussolini confessa a Ciano «che ama un solo generale - mi sfugge il nome - il quale in Albania
disse ai suoi soldati: “Ho sentito dire che
siete dei buoni padri di famiglia. Ciò va bene a casa vostra: non qui. Qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini e
stupratori» (E. Gobetti)”.

E. Gobetti
Dopo l’8 settembre 1943, a seguito
dell'occupazione tedesca dell'Italia centro-settentrionale e dell'istituzione
del criminale regime collaborazionista della Repubblica Sociale Italiana, sul
confine orientale è istituita dal regime nazista la Zona d'operazioni del litorale adriatico (Operationszone Adriatisches
Küstenland), controllato direttamente dalla Germania nazista e comprendente le
province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, e Lubiana. Repressione ed
eccidi si moltiplicarono con efferata violenza. Solo nel campo di
concentramento della Risiera di San Sabba, dall’ottobre 1943 all’inizio
del 1945, circa 25 mila ebrei e partigiani furono interrogati e torturati, tra
tre e cinque mila furono uccisi, mediante fucilazione, torture, o nei furgoni a
gas. Lo stesso fenomeno delle foibe, cui fa riferimento la legge, non è
storicamente “univoco”.
Come ha osservato
lo storico Eric Gobetti, “le “foibe” sono due momenti distinti di violenza
contro persone inermi. Il primo avviene nel 1943, dopo l'8 settembre, nella
parte interna dell'Istria. In questo caso c'è un vuoto di potere dovuto alla
scomparsa improvvisa dello Stato e dell'esercito italiano, che i partigiani
jugoslavi cercano di colmare. Partigiani e popolazione approfittano del momento per vendicare i
torti subiti in precedenza: venti anni di oppressione fascista contro le popolazioni
slave [...] e due anni e mezzo di occupazione militare, con veri e
propri crimini di guerra”.





