RACCONTI
di Francesca Mezzadri

Johann Lerchenwald
Il sole sanguina di Lodovica San
Guedoro
“Il sole
sanguina”, dedicato alla memoria di Johann Lerchenwald, si colloca in una zona
liminare tra confessione, elegia e riflessione meta-letteraria. Un
racconto del lutto ma anche la messa in scena di una coscienza che tenta di
ricomporsi attraverso l’atto stesso della scrittura. In questo senso, il testo
appare come un documento interiore prima ancora che narrativo.
La voce narrante si presenta
immediatamente con una dichiarazione identitaria forte: “Ero una maga”. La
metafora della magia non è vezzo lirico, ma chiave strutturale dell’opera. La
scrittura viene concepita come atto alchemico: mescolare sentimento e pensiero,
attimo ed eterno, passato e futuro. L’autrice tematizza così la propria poetica
mentre ne denuncia l’apparente smarrimento. La magia è perduta, la formula
dimenticata; e tuttavia l’intero testo dimostra che quella formula continua ad
agire. Il paradosso è fecondo: la scrittrice che si dice paralizzata produce
una prosa densissima, controllata, coerente nella sua tensione.
Il racconto è un attraversamento
delle fasi del lutto senza mai ridursi a schema clinico. Non c’è linearità, ma
onde successive di memoria, rimpianto, senso di colpa, esaltazione del passato e
paura del presente. Il tempo è frantumato. “Le mie nozioni sono imprecise, la
mia cognizione del tempo è confusa”: la dichiarazione esplicita coincide con
l’organizzazione del discorso. Il passato irrompe con vividezza sensoriale -
Roma, i capelli lunghi, i volti bagnati di lacrime - mentre il presente è una
zona opaca, quasi anestetizzata. Si delinea una dissociazione sottile tra l’io
che ricorda e l’io che sopravvive.
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| Johann Lerchenwald |

Lo scrittore bambino
Particolarmente significativa è
la dinamica della colpa. L’episodio dell’infermiera e delle visite mancate non
è narrato come fatto esterno, ma come ferita ancora aperta. La protagonista si
difende, ma nello stesso tempo si autoaccusa. L’espressione “io io” segnala uno
sdoppiamento: un io che soffre e un io che si osserva soffrire. È qui che il
testo raggiunge una delle sue punte più intense: il lutto non è solo perdita
dell’altro, ma collasso dell’identità condivisa. “Più preciso sarebbe dire di
me stessa tutta.” L’amato non è complemento, ma metà ontologica. La morte
dell’altro coincide con un’esperienza di disintegrazione del sé.
Eppure, accanto alla
disperazione, permane una tensione eroica. L’alleanza giovanile - “In due
contro il mondo” - assume toni quasi mitici. Draghi trafitti, vie smarrite e
ritrovate: il lessico è epico, ma non retorico. È la mitologia privata di una
coppia che ha costruito la propria identità nell’opposizione e nella fedeltà
reciproca. Il ricordo non è idealizzazione ingenua; è riaffermazione di un
patto. La memoria diventa spazio sacro in cui l’altro continua a esistere.
La scrittura di San Guedoro si
muove su un registro alto, volutamente inattuale. Non c’è compiacimento
minimalista né ironia difensiva. L’autrice assume il rischio dell’enfasi e lo
governa con una lingua ritmica, scandita da ripetizioni (“profondo, profondo,
profondo”), da accumulazioni e da immagini cosmiche (cielo, oceano, abisso).
Tale scelta stilistica rispecchia la psicologia della narratrice: una
personalità assoluta, incapace di mezze misure. L’intensità non è ornamento, ma
struttura caratteriale.


Il matrimonio
La paura del mondo contemporaneo -
“la gentilezza se ne è andata” - è la percezione di un impoverimento
relazionale dopo la perdita dell’unico interlocutore totale. La realtà esterna
appare immiserita perché non più filtrata dallo sguardo condiviso. In termini
psicologici, potremmo parlare di una crisi dell’oggetto interno: l’amato
interiorizzato fatica a stabilizzarsi come presenza consolatoria. Da qui
l’angoscia, la sensazione di non-esistenza, la tentazione dell’abisso. E tuttavia il testo non cede al
nichilismo. Il verbo modale “devo” - ripetuto con forza - introduce una
dimensione etica. Scrivere diventa necessità salvifica, non scelta estetica. La
scrittura come atto di resistenza alla dissoluzione. È qui che la metafora
della magia si chiarisce: l’irrazionale non è fuga dalla realtà, ma tentativo
di ricomporla su un piano simbolico. Se la vita biologica ha imposto una
frattura irreparabile, la parola tenta una sutura.


L'autrice del racconto
In questo senso Il sole sanguina
si configura come elegia attiva. Non si limita a piangere; costruisce.
Trasforma la memoria in architettura verbale. Il sole che sanguina è immagine
di un cosmo ferito, ma ancora luminoso. La sofferenza non annulla la grandezza
dell’esperienza vissuta; la rende, anzi, più nitida.
Dal punto di vista accademico, il
testo può essere letto come esempio di autobiografismo trasfigurato: la
dimensione privata è elevata a paradigma universale del lutto amoroso. Ma ciò
che lo distingue è la radicalità emotiva non mediata da distacco ironico. San
Guedoro si espone senza protezioni, e proprio questa esposizione costituisce la
forza del brano.
In conclusione, Il sole
sanguina è un atto di fedeltà: alla memoria dell’amato, alla propria
vocazione di “maga”, alla convinzione che la scrittura possa ancora operare una
trasformazione. È un testo che abita la ferita e, nel farlo, restituisce
dignità al dolore. La malinconia che lo attraversa è energia trattenuta, in
attesa di nuova forma.


