SUL PREMIO STREGA
di Angelo Gaccione
Sul Premio Strega, “Odissea” ha pubblicato diversi scritti in
uno spazio temporale molto ravvicinato, eccoli nell’ordine: domenica 10 maggio
una lunga polemica lettera di un’autrice che al premio è stata candidata ben
sette volte, Lodovica San Guedoro. Lunedì 11 maggio una risentita doléance
critica di una giurata, Livia De Pierto. Martedì 12 maggio una mia intervista
alla Segreteria Nazionale del Premio. Mercoledì 13 maggio una lettera della
poetessa Alida Airaghi che né allo Strega, né a qualsiasi altro premio ha mai voluto
partecipare spiegandone le ragioni. A questo punto potevamo ritenere chiuso il
discorso. Senonché, nei giorni successivi, ricevetti in dono il libro: Come
un racconto. Gli anni del Premio Strega scritto dalla sua fondatrice, Maria
Bellonci, e pubblicato dal Club degli Editori in edizione limitata nel luglio
del 1977. Una ricostruzione dall’interno a cominciare dalla prima assegnazione
a Flaiano nel 1947, ma, naturalmente, il racconto prende avvio da quel lontano
1944 quando a casa di Maria e Goffredo Bellonci, in Viale Liegi, il sodalizio
cultuale di un gruppo di amici letterati ed intellettuali getta le basi per la
nascita del Premio. Non si trascuri la data: è il 1944, tempo di guerra, tempo
di fascismo, tempo di Resistenza. In appendice al volume lettere, articoli di
stampa, il doveroso Regolamento firmato a mano dai giurati (fra questi il mio
conterraneo Vincenzo Talarico), l’elenco dei vincitori dal 1947 al 1976 e un
ricco corredo di foto. In quegli stessi giorni venni a conoscenza di diversi
retroscena: alcuni divertenti, persino sfide a duello e scontri fisici fra
letterati di rango; altri poco edificanti, e diciamo pure meschini, per
aggiudicarselo: pressioni, intrighi ad opera di autori insospettabili, super
celebrati e da cui non ve lo sareste mai aspettato. La delusione mi convinse a
non spendere più tempo sull’argomento e così feci.
A distanza di alcune settimane però, anche su un giornale
come “il Fatto Quotidiano” comparvero articoli di risentimenti, polemiche e
critiche sul Premio Strega, a seguito della pubblicazione dei libri scelti e
dei possibili vincitori. E da quelle pagine che ne venni a conoscenza, anche se
ero convinto che questo organo di stampa non si occupasse di premi e
pettegolezzi letterari. Decisi di ritornare sull’argomento appena incombenze
meno frivole me lo avrebbero permesso. Ed eccole, ora, le considerazioni che sono
venute fuori. Il premio Strega è un premio appannaggio di un ristretto gruppo
di grandi editori, quelli che conosciamo tutti. Possiedono il denaro e le
necessarie forze di pressione: organi di stampa nazionali, televisioni,
librerie, riviste e hanno una penetrazione forte nelle scuole e nelle
università. Al loro servizio hanno una folta schiera di scrittori, poeti,
saggisti, docenti universitari, critici e recensori che sono, di regola, anche
autori di questi editori. Sono quelli che godono di maggiore visibilità, autori
già noti e che hanno spazio sui giornali e nei programmi tivù più popolari e
seguiti. Come si può vedere, per gli autori sconosciuti o meno noti e per le
case editrici minori, la partita è persa in partenza. È una pura illusione,
quella di alcuni autori e autrici, credere che basti essere candidati da un
“personaggio in vista” (magari per lavarsi la coscienza), per poter competere.
Per salvare la faccia, il Premio Strega dovrebbe adottare l’unico criterio di
verità: riservarlo alle case editrici grosse. Lasciare che si accordino fra
esse a turno - per scegliere l’autore (o l’autrice) che desiderano - abolendo
le giurie. Si eviterebbero polemiche e conflitti, competizioni diseducative
(don Milani le disprezzava) fra personalità che dovremmo considerare dei
modelli, classifiche quasi sempre discutibili, e soprattutto si metterebbero al
riparo la credibilità e la dignità dei giurati.
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Alida Airaghi e Angelo Gaccione
Sappiamo che di libri ne vengono candidati una marea e per i
giurati sarebbe umanamente impossibile leggerli tutti. Allora che senso ha far
partecipare tante editrici e tanti autori? Perché sprecare tante energie e
tanta carta? Che opinione si può fare dei giurati un autore che non fa parte di nessuna banda
letteraria, che non ha merce o potere da scambiare, che ha badato per oltre
mezzo secolo a mettere assieme un centinaio di versi o poco più, e alla
vecchiaia li ha pubblicati in un libro introdotto da due poeti come Franco Loi
e Tiziano Rossi, e da una postfazione di un filosofo ed intellettuale come
Fulvio Papi, nello scoprire che non ha
meritato nemmeno una menzione? Sa bene che quei giurati non sono stupidi, sono
anche loro dei poeti, hanno una sensibilità letteraria e sanno distinguere il
grano dal loglio. Può solo ipotizzare che di quel libro non abbiano visto
neppure l’ombra; e se lo hanno visto, non meritano nemmeno il disprezzo.
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